Il dono di Marina

Alice Moretto, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod.1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Accettare la verità quando da essa si vorrebbe fuggire, imparare a guardare il mondo da una diversa prospettiva. Queste le più grandi sfide che l’instancabile Pericle, alla fine, deve superare.

*

Con le mani appoggiate sul legno freddo e duro della poppa della mia nave, scrutavo l’orizzonte ancora scuro, si scorgeva solo una tenue luce, che indicava l’alba imminente. Chiusi gli occhi e inspirai a fondo, nel tentativo di calmare il tremolio che sentivo nel petto. A poche ore da quel momento avrei finalmente potuto conoscere mia figlia Marina, affidata ai fedeli Cleone e Dionisa, sovrani di Tarso, tanto tempo addietro.
Mi abbandonai ai pensieri e iniziai a ricordare la notte in cui nacque Marina.
Io e la mia amata moglie Taisa, figlia di Re Simonide, ci eravamo da poco imbarcati in direzione della mia terra madre, Tiro, poiché io dovevo tornare a ricoprire la mia carica di sovrano dopo un lungo periodo di assenza.
La tempesta ci investì senza preavviso e senza pietà, il vento e la pioggia sferzavano la nave e i marinai con la forza di fruste e rasoi, e il cielo tuonava con rabbia inaudita.
Quella notte la furia degli Dei sembrava provocata da un dolore intimo e profondo. A causa di questa furia la mia dolce Taisa, già incinta, entrò in travaglio e diede alla luce una bambina, chiamata Marina poiché nata tra le onde del mare.
La gioia più grande fu accompagnata dal più grande dolore: Taisa morì dopo il parto. Sollecitato dai miei marinai, fui costretto ad abbandonare il suo corpo al mare.
Il peso della vita mi crollò addosso come un forte macigno che ruzzola giù dal fianco di una montagna. Le poche forze che mi erano rimaste le ricavavo dal viso sereno della mia dolce, piccola Marina. Mentre la guardavo, ricordai una vecchia leggenda che circolava tra gli uomini di mare. La leggenda recitava che i nati sotto il segno della tempesta e delle grandi onde, sono portatori di male in questo mondo, poiché nascono dall’ira e dalla paura. Sorrisi ricordando le parole dei marinai e continuai a guardare il viso della piccola, convinto che una creatura così pura non potesse portare che bontà e amore.
Quando la tempesta si placò, fui costretto a lasciare la mia amata figlia ancora in fasce a Tarso, per paura delle conseguenze di una traversata in mare tanto lunga.

Ridestandomi dal torpore dei ricordi lontani, che mi avevano gelato il cuore in un dolore ormai tanto famigliare, scorsi il profilo della terra di Tarso e il mio cuore iniziò nuovamente a tremare al pensiero di essere tanto vicino alla mia Marina.

L’accoglienza di Dionisa e Cleone fu diversa da ciò che mi aspettavo. Nei loro occhi c’era una luce differente da quella che ricordavo, ma, preso dai miei sentimenti, non me ne curai.
Quando chiesi loro di condurmi da Marina, il loro volto mutò. Si fece duro, addolorato e arrabbiato al tempo stesso. Iniziai a provare emozioni confuse.
Mi condussero in una bella sala del loro palazzo, adibita ad accogliere ospiti e intrattenere conversazioni. I sovrani di Tarso mi fecero accomodare, poi si accomodarono di fronte a me.
Trovai il loro comportamento bizzarro, non mi spiegavo perché dover intrattenere una conversazione prima ancora di farmi vedere mia figlia, ne avremmo avuto l’occasione a tempo debito.
Non appena Dionisa iniziò a parlare, iniziai a capire i motivi del loro strano comportamento dal momento del mio arrivo. “Pericle,” mi disse, “Marina non è qui.” Un dolore lancinante mi pervase il petto. Cleone colse i segni della mia agitazione e mi interruppe prima che potessi dire qualsiasi cosa: “Pericle, la storia che sto per raccontarti non ti aggraderà, ti chiedo però di credermi perché non c’è menzogna nelle mie parole né cattiveria nelle mie intenzioni. Io e mia moglie Dionisa abbiamo cresciuto Marina come si conviene a una principessa, educandola alla pari della nostra dolce figliola nelle arti e nelle buone maniere. Per tanti anni l’abbiamo ritenuta una bambina gentile, affettuosa e sincera. Abbiamo faticato e tardato a vedere la verità anche di fronte all’evidenza. Durante gli anni sono accaduti episodi insoliti a palazzo. Abbiamo recluso e allontanato molti servi, poiché abbiamo sempre creduto alle parole di Marina che li accusava di piccoli furti o ingiustizie. Abbiamo creduto alle parole di Marina persino quando ha accusato la sua povera nutrice, Licorida,” Cleone si interruppe, la voce spezzata dall’emozione, poi riprese a parlare. “oh, povera Licorida, che destino infausto le hanno riservato gli Dei, giustiziata per un atto da lei mai commesso!” Cleone interruppe nuovamente il racconto, il senso di colpa che gli attanagliava lo sguardo. Si passò una mano sul volto e riprese: “come dicevo, abbiamo creduto a tua figlia Marina anche nel momento in cui ha accusato Licorida di un atto così increscioso che non riesco a farne parola. Licorida ha perso la vita a causa delle parole di Marina.” Una sensazione di calore iniziò a farsi largo nel mio stomaco, mi imposi di stare calmo e dissi, tagliando le parole tra i denti: “state dando della bugiarda a Marina, figlia di Taisa da Pentapoli e Pericle da Tiro?” mi resi conto di essermi alzato in piedi solamente quando Dionisa mi chiese di sedermi. “per favore, grande Pericle,” mi disse, “ascolta ciò che dobbiamo dirti.” Mi sedetti, dopodiché Cleone riprese a parlare: “la prima ad accorgersi che Marina spesso proferiva il falso è stata la nostra dolce figlia, che è stata punita severamente, poiché io e mia moglie abbiamo per lungo tempo creduto che fosse vittima di gelosia nei confronti delle meravigliose doti di Marina. Marina infatti, sa cucire molto bene e sa cantare, ma la sua più grande dote è quella di raccontare storie. Le racconta così bene da ipnotizzare gli ascoltatori, facendoli allontanare dalla realtà. Da quando ha iniziato a parlare abbiamo creduto che avesse il dono della Parola. Ci siamo accorti troppo tardi, purtroppo, che utilizza questo grande dono in segno del male, per esaudire i suoi capricci e i suoi desideri, manipolando la realtà al fine di raggiungere i suoi scopi.”
Quando Cleone smise di parlare, sentivo la rabbia che mi esplodeva da ogni parte del corpo. Dal petto, dalla pancia, dalla bocca e persino dalle dita. “Esigo sapere dove si trova mia figlia, vili bugiardi!” esplosi, ero nuovamente scattato in piedi, i pugni stretti lungo i fianchi e la mascella serrata. Dionisa si ritrasse sulla sedia, spaventata dalla mia reazione. Cleone al contrario si alzò e guardandomi negli occhi, come se volesse farmi capire che non aveva paura della mia ira, ripose: “Nel momento in cui abbiamo appreso la sua natura, abbiamo deciso di tenerla in prigione fino al momento in cui saresti arrivato. Marina è allora scappata, corrompendo un gruppo di pirati e imbarcandosi con loro. Stando alle ultime notizie che ci sono giunte si trova ora a Mitilene.”
Di ciò che feci dopo l’incontro con Cleone e Dionisa mi rimangono solamente ricordi confusi. Ricordo però chiaramente ciò che provai: rabbia, per non aver trovato mia figlia dalle persone a cui avevo affidato la sua vita. Rabbia, nei confronti dei sovrani di Tarso di cui mi fidavo e che mi avevano tradito e proferito menzogne.
Cercavo di scacciare il pensiero di quella vecchia leggenda di marinai che mi raccontarono tempo addietro e mi concentrai sul ricordo sbiadito del dolce viso di Marina.

Mi diressi verso Mitilene senza esitare, risoluto più che mai a ritrovare mia figlia. Durante il viaggio da Tarso a Mitilene la rabbia lasciò spazio al dolore e alla delusione, le speranze di trovare la mia bambina perduta erano poche e io sentivo il peso della solitudine.
Il dolore era così incombente che mi rifugiai dentro me stesso, smettendo di parlare e chiudendo qualsiasi tipo di comunicazione. Mi curavo così poco di tutto ciò che non fosse la mia sofferenza che mi vestii di un saio e mi lasciai crescere barba e capelli.

Arrivato a Mitilene incontrai il suo governatore, Lisimaco, a cui chiesi se conoscesse una giovane donna di nome Marina, arrivata da qualche tempo in città. Egli mi indirizzò presso un bordello, di cui, diceva, la padrona portava il nome di Marina. Stentavo a credere che una creatura pura come ero convinto potesse essere mia figlia avesse un simile ruolo, ma essendo quella l’unica fievole speranza che avevo mi diressi verso quel posto accompagnato dal gentile Lisimaco.
Nel momento esatto in cui vidi per la prima volta la giovane donna non ebbi alcun dubbio: era Marina. Mia figlia aveva le sembianze di sua madre Taisa alla sua età. La sofferenza provata fino a quel momento mi abbandonò, sostituita da gioia e gratitudine. Ricordo che mi tremavano le mani e mi si inumidirono gli occhi, un sorriso genuino mi pervase il volto.
Mi presi qualche momento per osservarla. Aveva gli stessi occhi azzurri della madre, gli stessi capelli corvini, le stesse mani eleganti e affusolate. Eppure qualcosa in lei era completamente diverso. I suoi occhi erano vitrei, non caldi e profondi come quelli della madre. L’espressione enigmatica ricordava una maschera che non lasciava trasparire l’orizzonte dei suoi pensieri.
“Oh, caro Lisimaco, quale piacere!” esclamò la ragazza quando vide il governatore, illuminandosi in un sorriso sorpreso. Si rivolgeva a lui come una donna innamorata, eppure non si scorgeva passione nel suo sguardo.
Lisimaco le rispose in tono cordiale e mi introdusse a lei. Marina mi guardò, studiò il mio volto stanco e il mio umile saio, come per calcolare quanto denaro avrei potuto fruttare alla sua attività. Mi parlò  in fretta, senza calore, menzionando qualcosa su qualcuna delle sue ragazze, prima di rivolgere nuovamente la sua attenzione a Lisimaco.
“Marina..” dissi, la voce ridotta a un sussurro. “Marina.. mia figlia. Ti ho trovata.”
Marina mi guardò, fissò il suo sguardo duro nei miei occhi, sospirò e scoppiò in una risata amara. “pensa che ironia” disse, “mi è stato raccontato tutta la vita che mio padre era un sovrano! Il grande principe di Tiro! E adesso un vecchio straccione viene a reclamarmi come figlia sua! Non credo che tu sia mio padre, anche se lo fossi, non ti riconoscerei come tale.”
Le sue parole furono taglienti quanto lame, più difficili da ascoltare della notizia della morte della mia amata.
“Marina, io mi chiamo Pericle, sono principe di Tiro. Sei stata partorita nel ventre del Mediterraneo, tra l’impetuosità di una tempesta. Durante la stessa tempesta tua madre ha perso la vita. Ti ho dovuta affidare ai sovrani di Tarso poiché eri ancora un’infante e non avresti avuto possibilità di superare un viaggio per mare.” Queste le uniche parole che riuscii a pronunciare, avvilito.
“Oh, padre! Padre! Quanto tempo ho aspettato questo momento, tutta la vita ho sperato di potermi rifugiare tra le tue braccia forti. Tante volte mi sono fatta raccontare dalla mia dolce nutrice Licordia la storia della notte in cui nacqui. Oh padre!” Marina si accasciò ai miei piedi, le mani a coprire il suo volto.
Le sue parole insinuarono dentro di me il seme del dubbio. La giovane donna aveva cambiato idea riconoscendomi come padre non appena avuta la conferma di essere figlia di un sovrano. Aveva inoltre nominato la nutrice, definendola dolce, eppure io conoscevo la storia della sua fine. Le parole di Cleone e Dionisa mi tornarono nitide in mente e decisi di chiedere a Marina come fosse arrivata a Militene.
“Oh, padre,” disse Marina “sapessi come mi trattavano a Tarso! Dionisa e suo marito Cleone hanno cercato di uccidermi, essendo la donna invidiosa delle mie innumerevoli doti. Fortunatamente, riuscii a scappare prima che ciò accadesse.”
Nel mio cuore era subentrata la conferma più dolorosa. Mi resi conto che Marina era figlia della tempesta e come tale era venuta al mondo per recare dolore e frustrazione. Utilizzava il suo dono prestigioso per ottenere un tornaconto personale, senza mai pensare al bene del prossimo. Era molto abile e avrebbe ingannato e raggirato tante anime nella sua vita, ma agli occhi di suo padre, il suo intento appariva cristallino.
“Marina, io ti conosco. Della tua buona madre e del tuo saggio padre non hai ereditato nulla, sei figlia della tempesta e come tale porti dentro l’avidità e la crudeltà del mare arrabbiato. Io qui ti saluto e con immenso rammarico ti volto le spalle.” Furono le parole più dolorose della mia vita, eppure le pronunciai con la consapevolezza della verità sulle spalle.
Tornai alla mia imbarcazione, pronto a salpare e lasciarmi per sempre alle spalle Mitilene e la tanto ricercata Marina.
Marina mi seguì fino al porto, a tratti implorandomi a tratti maledicendomi. Sapevo in cuor mio che aveva visto in me la possibilità di avere una vita più ricca e dignitosa, non aveva riconosciuto un padre. Salii sulla nave addolorato e deluso, ma convinto della mia posizione.

La ragazza continuò a correre anche nel momento il cui la nave fu salpata. Continuò a correre persino quando non c’era più terra sotto i suoi piedi e cadde, inghiottita dal blu del mare.
Fu l’ultima volta che vidi Marina, figlia mia quanto figlia della tempesta. In quel momento capii che non poteva essere in alcun altro modo, lei era tornata al suo elemento e non avrebbe più potuto ferire nessuno.

Volsi gli occhi all’orizzonte, più stanco e addolorato di quanto non fossi mai stato.
In quel momento ancora non sapevo che il mio viaggio mi avrebbe portato al tempio di Diana, dove avrei ritrovato il dono più prezioso: l’amore di Taisa.



Bibliografia:
William Shakespeare, Pricle, Principe di Tiro, Milano, Bompiani, 2019

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