Archivi categoria: Riscritture

La lacrima di Ulisse

Manuela Mangiocco, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva l’Odissea di Omero, nell’ottica del corso Raccontare, riscrivere l’Odissea. In prosa, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Se la prigione di Ulisse nell’isola di Ogigia divenisse la mente: se il suo pensiero in tormento rileggesse il passato con impietosa, severa condanna. Mentre, come prodigio o ineludibile necessità, il tempo tuttavia scorre: pronto a cantare un capitolo nuovo. Vivo e grandioso come l’urlo di un gabbiano

*

Ulisse cammina a piedi nudi, lento; il luccicore infuriato del giorno gli confonde la vista, gli annebbia la mente. Siede sopra uno scoglio argenteo, levigato: il mare è di una vastità atroce, sconfinata.

Fluttuanti, scivolosi come l’acqua i suoi pensieri, che sembrerebbe immobile in una giornata come questa eppure va e viene senza sosta, fino a inondare terre innocenti, straniere, emerse a farsi luogo abitato, o spoglio. Finanche alla sua adorata Itaca che oggi è sospiro amaro e assente, petroso di malinconia.

Sono trascorse settimane, mesi, persino anni; Ulisse più non li rammenta. Da quando gli è apparsa Calypso tra le fronde degli ontani, con le sue trecce molli adolescenti, su un viso acceso da malizie tremende. Da quando incredulo si è scoperto prigioniero di lei, del suo amore da piovra, lo stupore, la rabbia, il dolore feroce. Da certe notti disperate in cui l’ha posseduta con vigore, lo smarrirsi dei sensi odoroso di rovi e peonie, invocando gli dei tutti affinché quell’oblio potesse durare per sempre e cancellasse ogni ricordo.

Le ore infinite trascorse dinnanzi al mare han trasformato a poco a poco i suoi pensieri. Il desiderio di casa, di affetti, la nostalgia struggente si è fatta lama sottile, puntuta, a perforargli mente e cuore: la ferita che di giorno in giorno diviene più profonda sa di rimorso, condanna. Per quei lunghi infiniti anni di guerra e di viaggio che sente oggi non solo perduti ma ahimè!, sciupati. Il furore che cova nel petto, frustrato sempre più dall’impossibilità di tramutarsi in azione e vendetta, non ha ormai come bersaglio Calypso, gli dei, la misera sorte. Ma è contro Ulisse, Ulisse stesso!, che Ulisse va sguainando la spada del rimprovero, del giudizio, della condanna.

Ulisse curioso e avventuriero che per la fame insaziabile di conoscenza ha trascinato se stesso e i suoi compagni in mille folli avventure “su isole incantate, sfidando forze arcane”1, e ritardando all’infinito il ritorno.

Ulisse lascivo e libertino, che per un anno intero si è smarrito tra le braccia voluttuose di Circe e se non fosse stato per i compagni savi e piangenti, forse oggi sarebbe ancora lì, dimentico di tutto.

E che dire poi di Ulisse superbo ed orgoglioso che ha rivelato per insulsa civetteria la sua identità al mostruoso sconfitto Polifemo, attirandosi le ire funeste del tremendo Poseidone.

E poi ancora Ulisse pigro ed ozioso che per ben due volte, non sorvegliando a dovere gli stolti compagni, ha permesso che questi compissero sacrileghe azioni, madri delle più nefaste conseguenze.

Ma il vero e più colpevole Ulisse, pensa ora meditabondo, mentre una brezza leggera gli scompiglia la chioma, è Ulisse stolto, ignaro, ignorante. Ulisse che per interminabili anni non ha compreso il valore infinito del tempo, questa implacabile clessidra fatale agli umani che granello dopo granello porta via, per sempre, il mistero chiamato vita. E nulla rende in cambio.

Ed ora che lo comprende appieno non può tornare indietro a mutare la sorte né tantomeno andare avanti: che in quest’isola tutto è stasi, immobile segreto dell’orrenda dea; il tempo pur scorrendo non scorre. Come un uccello divenuto pioppo intrappolato dalle sue radici.

E maledice mille volte il dono che lei vorrebbe fargli, quello dell’immortalità! Gli sembra l’ultima beffa crudele del destino. Per farne cosa? Contemplare all’infinito gli errori, le mancanze, le folli sue condotte? Darsi in eterno dello stolto, dell’imbecille, dell’ignorante? Meglio sarebbe stato trangugiare il loto e avvicendarsi immemore, con un sorriso da ubriaco. O farsi trascinare nel fondo degli abissi turbolenti dalle sirene incantatrici, fino a scomparire nel vuoto…

Ma se pure ha imparato qualcosa in tutto questo peregrinare tra battaglie e incantesimi, malie e avventure, a cosa può servire? Se non potrà narrarlo all’unica donna di cui ha saggiato il cuore fedele, la saggia Penelope; se mai il figlio suo potrà farne tesoro e insegnamento.

Se così è, ogni lezione è stata vana. Nulla ha avuto senso.

Ulisse oggi è solo un “misero battello perduto, spinto dall’uragano, che non troverà mai più la rotta. Perché ogni sole è ormai atroce e ogni luna amara”2: nell’isola di Ogigia il paradiso è inferno, l’incanto è dannazione.

Eppure sente ancora, in un angolo riposto del suo cuore, una scintilla fievole, che non può, non vuole chiamare speranza.

Ha la voce amorosa di Penelope, l’abbaio festoso di Argo, il tenero vagito di Telemaco. E’ pura e illesa come la bianca conchiglia che tiene tra le mani.

La guarda, la odora, la ascolta, sa di mare infinito e turchese, sa di ritorno.

(Ulisse ignora che nel frattempo la dea Calypso ha ricevuto per mezzo di un messaggero di Zeus l’ordine di liberarlo e procurargli i mezzi per tornare alla patria).

Diventa lacrima sottile, gli trafigge la guancia.

(Il volere degli dei non potrà mai essere inadempiuto).

Mentre un gabbiano sta planando sull’acqua, col suo urlo di vita.

Bibliografia
F. Guccini, Odysseus, Ritratti, 2004
A. Rimbaud (1871), Il battello ebbro, in Opere, tr. it. di I. Margoni, Feltrinelli, Milano, 2009

Sulle spalle dei giganti

Irene Fiducia, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles e il Cymbelineshakespeariani, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Questa riscrittura nasce dall’idea secondo cui «quel che succede quando una nuova opera d’arte è prodotta è qualcosa che avviene simultaneamente in tutte le opere che l’hanno preceduta» (Eliot, Tradition and individual talent, 1919). Invertendo il rapporto di filiazione tra Shakespeare e le sue fonti ho quindi immaginato un Pericles scritto da Omero e un Cymbeline uscito dalla penna di Boccaccio, nella consapevolezza che non siamo altro che “nani sulle spalle dei giganti”.

*

Περικλῆς ὁ βασιλεύς Τύριος

Solcava i rapidi flutti la nera nave, lasciata alle spalle
la luminosa Pentapoli. Per molti giorni attraversarono
la scura distesa del mare; Zefiro soffiava benigno.
Riposava sereno Pericle Tirio stringendo la sposa,
sognando la casa e il ritorno: e illesi sarebbero giunti
alla terra dei Padri, ma il Fato crudele li strappò ai dolci lidi.
Violento infuriò il dio Enosictono, radunò i nembi e
nell’atra notte tutti scatenò i turbini. Euro e Noto
piombando impetuosi sul mare aprirono alti gorghi.
Fu sballottata la nave e vacillò, investita dai grandi flutti.
Invano si affannava Pericle Tirio, confortava
i compagni, fronteggiava i marosi. Invano invocava
l’Olimpio, che placasse la turba dei venti.
Accorse allora la cara Licorida portando in braccio
la figlia, pargoletta, e così si rivolse al sovrano:
«Nobile Pericle, per il terrore la Simonidea, tua sposa,
ha dato alla luce questa infelice ed è presto perita».
Si sciolsero a Pericle le ginocchia e il cuore; levate
le palme al cielo lanciò un lamento e così pregò gli alti numi:
«Ahimè, sventurato! Davvero non hanno mai fine
il travaglio e le pene, che ora trascinano me e i miei affetti
più cari! Ecco, Taisa dai riccioli belli discende volando
nell’Ade: dolenti la piangono la dolce bambina e il caro sposo.
Zeus e voi numi tutti, fate che cresca, questa mia figlia,
così come Taisa fu, giovane distinta fra le altre, e un
giorno dica qualcuno: “È molto più bella di sua madre!”.
Porti ella nobili pretendenti, goda in cuore il padre!».
Dopo aver detto così, mise in braccio alla fida nutrice
la figlia sua e riprese il timone contro la furia dei flutti.
Neppure così si placò il dio che addensa le nubi, ma suscitò
Borea e un tremendo uragano e con le nubi ravvolse
terra e mare. Come un vento impetuoso trascina
le fragili foglie e le sparpaglia qua e là, così l’Enosictono
con una grande onda sparpagliò i lunghi legni.
Vide questo il saggio nocchiero e così si rivolse al sovrano:
«Gettate la dolce sposa in mare, signore: non avanza la rapida nave
finché un morto è a bordo, ed è lontano ogni approdo».
Un tremendo dolore invase il nobile Pericle, che pur soffrendo
nel cuore cedette; fece portare una cassa
ricolma di molte ricchezze e, ivi posta la Simonidea, disse:
«Donna, io temo l’abisso profondo e il naufragio dei miei;
ma non tanto dolore avrò per i compagni quanto
per te, che qualche maroso trascinerà a fondo o su lidi
stranieri, giusta sepoltura togliendoti. Dirà forse qualcuno
che ti vedrà morta: “Ecco la sposa di Pericle, ch’era il più forte
a combattere tra i nobili pretendenti!”»
Disse così il nobile Pericle e, gettata la cassa, vagò
sull’onda dura. Spesso il suo cuore intravide la morte;
ma quando Aurora dai riccioli belli portò il nuovo giorno
il vento cessò: aguzzando la vista egli scorse vicino la terra.

Giornata II, Novella 9

Postumo Lionato, da messer Giacomo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie Innozene sia uccisa; ella scampa e in abito d’uomo serve un ambasciadore romano: ritrova lo ‘ngannatore e Postumo in Bretanniadove, lo ‘ngannatore punito, ripreso abito femminile e ritrovati i fratelli, col marito riappacificossi e con il padre.

Avendo Elissa con la sua compassionevole novella il suo dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era della persona e nel viso più che altra piacevole e ridente, sopra sé recatasi, cominciò:

– Cimbelino, prencipe di Bretannia, fu signore assai umano e di benigno ingegno, se egli in sua vecchiezza ligato non si fosse ad una assai cruda reina; il quale in tutto lo spazio della sua vita ebbe tre figliuoli, ma li maggiori due venendogli portati via, una giovinetta sola gli restò.

Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcuna altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia più che a donna per avventura non si richiedea. E veggendo molti uomini nella corte del padre usare, e considerate le maniere e’ costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre, il cui nome era Postumo Lionato, uom di nazione assai umile ma per vertù e per costumi nobile, più che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso vedendolo, fieramente s’accese. E il giovane, il quale ancora non era poco avveduto, essendosi di lei accorto, l’aveva per sì fatta maniera nel cuor ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.

In cotal guisa adunque amando l’un l’altro, niuna altra cosa tanto disiderando i giovani quanto di maritarsi, avvenne poi che il fecero segretamente. La qual cosa il padre scoprendo e adirandosene fortemente, prese partito di farlo esiliare.

Giunse in Roma Postumo presso una certa sua brigata, e avendo una sera fra l’altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse cose a ragionare, e d’un ragionamento in altro travalicando sovvenne loro una giovenil tenzone.

Era tra questi un giovane chiamato Giacomo, il quale tosto smanioso si fece di saper per che si fosse disputato: e cominciò Lionato ad affermare di aver per moglie una donna la più compiuta di tutte quelle virtù che donna dee avere, e niuna altra più onesta né più casta potersene trovar di lei; per la qual cagione disse che in gioventù ebbe a scontrarsi con un tale che di questo dubitava.

Di questa loda che Lionato aveva data alla sua donna cominciò Giacomo a far le maggior risa del mondo, e disse: «Postumo, io non dubito punto che tu non ti creda dir vero, ma per quello che a me paia, tu hai poco riguardato alla natura delle cose, per ciò che, se riguardato v’avessi, non ti sento di sì grosso ingegno, che tu non avessi in quella cognosciute cose che ti farebbono sopra questa materia più temperatamente parlare. E dicoti così, che, se io fossi presso a questa tua così santissima donna, io mi crederei, poco più lungiamente conversando con ella che or con te, recarla a quello che io ho già di altre recate».

Al quale Postumo rispose e disse: «In nessun modo avrei cagione di dubitar della mia sposa, ch’ella è davvero un’angelica criatura; e io spero che Iddio mi serbi sempre questa grazia che mi ha conceduta».

Allora disse Giacomo: «Se a tal punto sei persuaso che tua moglie non sia di carne e d’ossa e femina come son l’altre, metti il tuo diamante contro al mio patrimonio, e infra tre mesi dal dì che io mi partirò di qui avrò della tua donna fatta mia volontà e tu avrai pruova di ciò che ho ragionato».

Postumo turbato rispose: «Acciò che io ti faccia certo della onestà della mia donna, ti prometto sopra la mia fede il mio diamante se tu mai a cosa che ti piaccia in cotale atto la puoi conducere, e sono pronto ad obligarmi a te con uno scritto di mia mano».

Fatta la obligagione, Postumo rimase e Giacomo quanto più tosto poté se ne andò in Bretannia.

Bibliografia:

W. Shakespeare, Pericle, principe di Tiro, in Willliam Shakespeare. Tutte le opere, vol. 4: Tragicommedie, drammi romanzeschi, sonetti, poemi, poesie occasionali, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani, 2019

Omero, Odissea, a cura di G. Aurelio Privitera, Milano, Mondadori, 2003

Omero, Iliade, a cura di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, Milano, 2012

G. Boccaccio, Decameron II,9 e IV,1, a cura di Vittore Branca, Torino, Einaudi, 2014

Ma tu che vai, ma tu rimani Vedrai la neve se ne andrà domani

Sofia D’Agostino, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva “ The winter’s tale”, nell’ottica dei corsi I drammi romanzeschi di Shakespeare I e II: Pericle, Cimbelino, Il racconto d’inverno e La tempesta, Letterature Comparate B, mod.1 e 2, prof.ssa Chiara Lombardi.

La mia riscrittura propone una rivisitazione in chiave moderna del dramma The winter’s tale, incentrata in particolar modo sul personaggio di Laerte.

*

Tu ancora non conosci le infinite distese di questo mondo, io stesso ne ho visto solo una misera parte. In questa breve vita, tra le varie storie nelle quali mi son ritrovato, una in particolare provocò in me una sorta di cambiamento. Vedo nei tuoi occhi di lattante uno strano brillio che riconosco come mio. Ti racconterò questa storia che mi scosse nelle viscere, confidando nel tuo brillio.

Molti anni fa conobbi Laerte in uno dei miei viaggi. Mi feci invitare a corte, così da raggirare con le mie astuzie la gente e divertirmi con i loro vezzi. Al tempo Laerte, da buon re che era, prese un brutto raffreddore che gli gelò il cuore. Iniziò a vaneggiare, diceva cose che leggeva in un suo specchio capovolto. Così costrinse la bella Ermione, sua moglie, a lasciarsi morire, e sua figlia perduta fu, di fatto e di nome; chiamata così da un servitore della patria, che la lasciò in fasce sulle lande della Boemia che, impietosita, iniziò a lacrimare tanto da cintarsi di mura blu. Ecco cosa vidi quel giorno che così tanto mi slegò dall’effimero.

Erano ormai passati sedici anni, eppure alcune cose rimanevano intatte, così anch’ella rimaneva, viva dietro quella maschera di marmo. Nella notte era un faro per le anime che ancora non avevano trovato la pace. Illuminava la via con la sua aura pallida, era luna torva con una parvenza di grigio sulla schiena che faceva ombra ai viandanti che cercavano riparo dalle ingiustizie del mondo, rannicchiati sul suo dorso. Fiocchi di neve si scioglievano impietriti su di essa e il tempo finiva per piangere sotto i suoi begli occhi scolpiti. In un cimitero dove tutto era morto, essa piangeva per il dolore di tutte quelle anime che insieme a lei si univano in un coro di grida strazianti. Poi la neve si fece sangue, i sogni divennero folli desideri di morte; la morte che accoglie tutti nel suo grembo scuro.

Da lontano lo vidi; un vecchio che danzava col suo viso tra le mani, il viso di una statua che conservava nel suo silenzio la bellezza dell’umanità.

Laerte: “Oh mia cara Ermione, sogno d’argento fatto una notte di primavera. Lì sotto tu dormi da mille secoli in un’estate antica, sbiadita al sole ma impressa nello sguardo eterno del cuore. Ricordando insieme i nostri giorni più belli. Quando ancora il tempo non aveva scritto niente per noi. Ti vidi lì intenta a raccogliere asfodeli in quel campo che ora so non ti abbandonerà mai. Sfiorai il tuo viso e scoprii che avevi la stessa natura di quei petali. Troppo bella che anche la morte come sposa ti scelse vestendoti solo d’ un velo di nero dolore ornato di singhiozzi moribondi, te ne sei andata verso l’inferno sputandomi rose del colore del sangue. Giurerei che tu sia calda al tocco, mano, forse mi inganni?

Eppure non riesco a capire se lì dove sei il tuo essere attende, ti senti forse viva? Vorrei affondare le dita dentro di te e scuotere via quella luce, lavare via tutto quel colore, non per capire chi tu sia stata, ma chi tu fossi in principio, e che forse continui ad essere senza che tu lo sappia. Maleditemi dei! Maleditemi ora che tanto all’inferno ci sono già! Le lacrime misureranno il tempo, morendo annegato.”

 Sollevò il velo ed essa rimase nuda. Aveva il colore del bianco marcio di quel marmo addosso. Una tempesta dai lampi viola e verde sembravano fare a pugni per rimanere vividi sulla pelle nei lividi. Gemiti stanchi si udivano ogni volta che le versava le sue lacrime addosso, dai capelli gocciolava sangue rugginoso, tanto che l’acqua sembrava aver commesso un peccato.

Laerte:” Nei miei sogni, spesso, c’è una luce dietro l’occhio sinistro, vicino la tempia, quella luce mi ricorda te. Penso che tutto me stesso si racchiuda lì in quel piccolissimo punto, questo vuol dire che tu già mi eri dentro, ancor prima che t’incontrassi. Dimmi che è coincidenza, forse pazzia, sento solo un gran senso di appartenenza, ora che ti prendo tra le braccia sento di essere finalmente di nuovo intero, in un luogo immateriale, dove non c’è dolore né vecchiaia. Non  c’è niente, o quasi. Ci sei tu e ci sono io. Eppure ora non siamo che un piccolissimo punto dietro il mio occhio sinistro, vicino alla tempia. Si fa piano quando si muore, quando la vita ti sembra andare sempre più veloce e l’ultimo respiro è sempre il più bello. Non so quanto di questo sia reale, ma se così non fosse, non voglio saperlo, per me questo è l’addio al mondo, l’inganno più dolce.”

Sulla tomba dell’amata, Laerte ballava al suono di una canzone che sembrava ortica per le orecchie di chi non era ancora pronto a sentirla. Veniva direttamente dai suoi polsi squarciati, i tendini vibravano come le corde di un violino e, in rivoli rossi, si riunì all’ amata Ermione in un ultimo bacio che si trascina fino alla fine del mondo, rubando ai posteri il mistero della mela proibita.

“Anime perdute” tuonarono gli dei. Sopra quella tomba sembravano fare l’amore, ricordando a chi vive ancora, che il prezzo è la vita, al male fattosi in un’ora. E senza perdono, continuavano ad amarsi all’ombra del tempo che è morte e che, seppur onnisciente, il sangue non comprende. Gli dei pensarono bene di punirli ma, provando a seppellirli, li confusero con la natura dei semi. Nel bosco stellato un dio commosso pianse facendo nascere dalla rugiada del mattino due boccioli d’asfodelo, li volle baciare e distratto poi finì per intrecciare i loro steli, incastrandoli in un abbraccio immortale.

Rimasi nascosto a guardare tutto questo, poi la strada mi trovò e mi portò a casa su di essa. In un viaggio mistico vidi le stagioni confondersi e sfumarsi in un marasma di colori, come in un quadro con il mare sullo sfondo. Come i sognatori cercavo di non ritornare a quella realtà che triste non si poteva cambiare. Quando tentavo di capire cosa fosse quel “tutto”, quello mi rispondeva con un fiocco di neve sul viso, un raggio di sole o una scarica di pioggia che chiedeva ai miei occhi di dimenticare quei posti onirici. Rumore bianco, e il tempo che prima era molle, inspiegabilmente sembrò accelerare. Quel “tutto” mi sputò fuori, abbandonandomi di nuovo nella vita con questi fiori intatti, che avevano il profumo di chi ancora sogna. Riscoprii un me che sotto le palpebre aspettava di ricominciare a vivere. Ritrovatomi un’altra volta nelle veci di spettatore dell’epilogo di quell’inverno rovinoso.

 La vidi mentre raccoglieva quei due asfodeli che avevano delle sfumature rosse, come se il sangue scorresse nelle venature di quei petali. Un uomo che, cingendola tra le braccia, danzava con essa stavolta in primavera. Mi parve di riconoscerli, avevano la tua età quando li conobbi, e anche se il tempo cambia in superficie, alcune cose non possono essere stravolte. L’uomo era il giovane principe di Boemia e lei, bella come la madre, era Perdita, figlia di Laerte ed Ermione. Li vidi mentre si raccontavano il loro amore.

Anime in festa mi passavano davanti in processione verso il castello. Vidi il matrimonio tra nuche dispotiche, tutto si svolse teneramente, e quando attraversarono la navata con un vestito sobrio, ornato solo di quei due asfodeli che lei stessa aveva colto, mi mancò il coraggio di dirle che forse, quei due fiori portati fermi al cuore, erano in realtà i suoi genitori. Mi dissi che non avrei pianto, eppure non potei sottrarmi. Vedere qualcuno che finalmente si univa senza più dolore o sangue mi dava speranza, speranza per le nuove generazioni. Giovane Ulisse, che questa storia ti sia d’esempio, portala nel cuore e ricordala, i ricordi sono potenti, ti permettono di agire con coscienza, non sprecare gli errori d’ altri e, quando arriverà il momento, tu non lo sperperare, tieni a mente l’amore e questo sarà capace di riportarti a sé.

Bibliografia:
William Shakespeare, The Winter’s Tale, in Id., Tutte le opere. IV – Tragicommedie, drammi romanzeschi, sonetti, poemi, poesie occasionali, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani, 2019.

Omero, Odissea, a cura di R. Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi.

Il sonno della ragione genera mostri

Floriana Vacchina, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva la Tempesta di Shakespeare, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare II: Il racconto d’inverno e la Tempesta. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 2, prof.ssa Chiara Lombardi.

La mia riscrittura propone una rivisitazione in chiave moderna del dramma La Tempesta di Shakespeare, incentrata in particolar modo sul personaggio di Stefano.

*

Stefano è più in ritardo del solito, si infila le scarpe di fretta, prende le chiavi e lascia che la porta gli si chiuda alle spalle. Il centro degli alcolisti anonimi non è molto distante dal suo appartamento, l’ha scelto apposta, così in cinque minuti di camminata è lì e si evita il peso ulteriore di dover prendere un pullman. E’ la terza volta che ci va, e anche la terza che ci va controvoglia, gli hanno detto che la cosa potrebbe aiutarlo ma a lui sembra solo di sprecare il suo tempo. Si domanda in che modo stare seduto per un’ora alla settimana su delle scomode sedie pieghevoli a sentire degli sconosciuti piangersi addosso e parlare dei loro problemi possa aiutarlo a risolvere i suoi.

Da qualche tempo ha anche iniziato ad andare dalla psicologa, le sta provando tutte per risollevarsi dopo il disastro della nave Ermione. Il problema è che è convinto di non fare progressi, ma almeno la sua psicologa gli piace: è giovane, non particolarmente carina ma dall’aria sveglia; e soprattutto sembra capirlo. Solo che gli sembra strano aprirsi con una sconosciuta più di quanto abbia mai fatto con chiunque altro in vita sua.

Gli incontri degli alcolisti sono alle tre di pomeriggio, Stefano pensa che sia un orario stupido, subito dopo pranzo gli viene l’abbiocco, e riuscire ad alzarsi dal divano per andare a quelle inutili riunioni risulta ancora più difficile. Scende le scale quasi di corsa e dal suo sesto piano si ritrova in strada, fa caldo, luglio si riflette sull’asfalto della periferia napoletana quasi deserta, le poche macchine passano veloci, Stefano si chiede dove vadano e perché tutti siano sempre così di fretta. Poi si ricorda di essere in ritardo e accelera il passo. Si infila meccanicamente le cuffie, fa partire una playlist e la voce di Pino d’Angiò lo accompagna lungo il tragitto; per arrivare all’associazione deve attraversare un ponte, si ricorda di quando da bambino stava lì sopra con i suoi amici a cercare di vedere dei pesci, ora non ha nemmeno il tempo di affacciarsi a guardare giù.

Dopo pochi minuti arriva al centro, è un vecchio edificio di colore verde scuro, piuttosto squallido e solo guardarlo mette tristezza, probabilmente risale agli anni Settanta ma già allora non dev’essere stato una gran bellezza. Quando Stefano entra sono già tutti ai loro posti, prende una sedia e la aggiunge al cerchio, sta parlando un certo Marcello, racconta di quella volta in cui si è dimenticato di andare a prendere la figlia a scuola perché era al bar a bere con gli amici. Stefano ascolta disinteressato, pensa agli affari suoi, decide che forse il prossimo a parlare sarà lui. I due incontri passati li aveva trascorsi semplicemente prestando orecchio a ciò che dicevano gli altri, ma si annoiava e già l’ultima volta aveva pensato che intervenire almeno sarebbe stato meno noioso. Così, non appena Marcello finisce il suo racconto, Stefano prende la parola e comincia.

 “Ciao, scusatemi ma vengo qui solo da due settimane e non so ancora bene come funzioni.

Mi chiamo Stefano e penso che a questo punto dovrei definirmi un alcolista, e si, probabilmente lo sono. Lo sono perché cercavo un modo per alleggerire la mia vita; ho  iniziato per divertimento, bevevo il venerdì sera con gli amici, o alle feste, mi serviva per svagarmi, per pensare un po’ meno; poi ho realizzato che quando bevevo ero una persona diversa, ero più spigliato, disinvolto, sicuro di me e ovviamente la cosa mi piaceva. Avrò avuto diciotto anni quando ho iniziato a bere, mi aiutava a provarci con le ragazze, ma si è inevitabilmente trasformato in un’abitudine e da abitudine è diventato un vizio. Ho iniziato ad esagerare, a bere anche quando ero da solo, a vent’anni ormai avevo sostituito la birra all’acqua, che non compravo nemmeno più. L’anno scorso ricevetti una proposta di lavoro come cameriere su una nave da crociera, ero disoccupato e quasi sempre solo, quindi decisi di accettare, del resto non avevo nulla da perdere. Inoltre viaggiare mi era sempre piaciuto e il mare mi affascinava, immaginavo la mia vita futura come quella dei personaggi de Il pianista sull’oceano. E’ più che prevedibile che non fu così: i turni erano davvero stancanti e troppo spesso le condizioni climatiche complicavano il tutto; inoltre quando finivo di lavorare, la sera, ero così stanco da volermi solo chiudere nella mia cabina a bere per poi addormentarmi ubriaco marcio.

Il mese scorso partii per una crociera di due settimane nel Mediterraneo, non era affatto un bel periodo per me, era appena mancata mia mamma. Non che avessi mai avuto questo gran bel rapporto con lei, non ci vedevamo da anni e me ne ero andato via di casa da ragazzo, ma era mia mamma, le volevo bene. Questa cosa, come si può prevedere, mi aveva portato a bere ancora più spesso, ma ero senza un soldo e decisi di partire ugualmente. Dovevo fare tutto il giorno avanti e indietro per servire quei ricconi che mi trattavano come uno zerbino, ero incazzato nero, odiavo tutto ciò che facevo e iniziai ad abusare dell’alcol anche mentre lavoravo. Ero perennemente sbronzo, il tempo era uno schifo, dormivo poco e male e il capo mi aveva già minacciato di licenziarmi, ma non mi interessava. Non mi interessava praticamente niente.

Un giorno verso l’una di pomeriggio ero in pausa pranzo, come sempre in compagnia di una bottiglia di gin. Non ricordo molto di quel momento, solo un frastuono assordante e uno scossone, caddi a terra e d’istinto, come un riflesso incondizionato, chiusi la bottiglia con il tappo perché non si rovesciasse. Sempre con la bottiglia in mano mi alzai e uscii dalla mia cabina per vedere cosa stesse succedendo: nel corridoio c’era un casino assurdo, gente che correva avanti e indietro urlando e chiedendo aiuto. Queste voci e queste immagine offuscate sono uno dei miei ultimi ricordi.

 Senza nemmeno il tempo di rendermi conto di cosa fosse successo e di averne paura mi risveglio nel pomeriggio su una spiaggia, i vestiti umidi appiccicati alla pelle, l’acqua del mare che mi accarezza ancora i piedi, la sabbia mi sfrega il viso e il sale mi avvolge il corpo; la prima sensazione è di calore, il sole mi colpisce dritto in faccia e appena dischiudo gli occhi mi sento già accecato. La luce non fa altro che appannare il mio cervello, non capisco

niente, non so dove sono e oltre che stordito sono ancora ubriaco.

Dopo alcuni minuti riesco ad alzarmi in piedi, cammino lentamente, trascinandomi, le immagini e i suoni nella mia testa non sono nitidi, intravedo solo delle sagome indistinguibili: alberi, sabbia, acqua, tutto è confuso e mescolato. Mi rendo conto che a terra c’è una forma che riconosco: è la mia bottiglia di gin, miracolosamente siamo naufragati insieme (che ironia raccontarlo ora). Sono disperato e faccio l’unica cosa che sono buono a fare: comincio a bere, del resto avevo anche sete e la bocca piena di sale, sicuramente non sarei stato in grado di trovare dell’acqua.

Sempre con la bottiglia di gin, come fosse un prolungamento della mia mano, faccio pochi passi e inizio a mettere a fuoco, distinguo una sagoma in lontananza, non capisco se sia un uomo o un pesce, se sia vivo o morto; questo strano essere risveglia anche un altro dei miei sensi: l’olfatto. Sento una puzza incredibile, mi entra nel naso e mi arriva alla testa, è un odore pungente che mi rincoglionisce ancora di più. La prima cosa che penso è di essere morto, sono sicuramente morto e questo è il diavolo, sta venendo verso di me per iniziare a torturarmi. Oppure mi chiedo se sono finito su una strana isola in cui il governo nasconde gli scarti della società, i prototipi di dio. Allora mi dico che potrei stare lì per sempre, che forse tra il cascame ho trovato il mio posto, che potrei essere più a mio agio su quell’isola che dove stavo prima. Anzi mi convinco che potrei addirittura diventare il re di quell’ipotetica succursale marcia del nostro mondo già abbastanza marcio. Devo solo trovare un modo per addomesticare questo uomo-mostro e farmi spiegare i segreti dell’isola così da sottometterli tutti, mi accorgo che l’unica arma che ho (l’unica che ho sempre avuto) è l’alcol, penso che lo farò ubriacare così da trasformarlo nel mio servo.

In questo mio delirio di onnipotenza vedo quell’essere avvicinarsi a me, vi sembrerà strano ma non avevo paura, non ero abbastanza cosciente per averne e mi sentivo invincibile: ero appena sopravvissuto ad un naufragio, un aborto della natura come quello sicuramente non mi avrebbe spaventato. Mi si avvicina e subito lo faccio bere, mi stupisco che parli la nostra lingua, gli chiedo dell’isola e conferma la mia ipotesi; al primo sorso di gin mi sembrava perplesso ma poi me ne chiede altro, inizia a dire di non aver mai bevuto niente di così buono e lo inneggia come fosse il nettare degli dei. Infatti in pochissimo tempo inizia a venerare me come fossi un dio e mi supplica di diventare il mio schiavo, dice che mi svelerà tutti i segreti del posto in cambio di anche solo una goccia del mio sacro gin. Dopo un po’ che parliamo il sole in faccia e l’effetto dell’alcool mi fanno sdraiare sulla sabbia calda, una sensazione di tepore mi avvolge e mi addormento.

 Mi sono risvegliato in un letto di ospedale, con accanto un’infermiera, scombussolato e senza aver capito niente di cos’è successo. La donna mi parla con un tono di voce pacato, per rassicurarmi, mi dice che la crociera Ermione, quella su cui lavoravo, è naufragata.

Il comandante ha urtato uno scoglio per errore e si è aperta una falla su un lato della nave, mi spiega che i soccorsi stanno ancora lavorando per salvare le persone bloccate a bordo o cadute in mare, non si capisce ancora bene il numero di morti e dispersi. 

Io sono caduto in mare e poi sono stato trasportato dalle onde sull’isola più vicina dove dei turisti mi hanno trovato delirante e hanno chiamato i soccorsi, mi dice che con la quantità di alcool che avevo in corpo è un miracolo che io sia vivo. Le spiego ciò che avevo visto e mi risponde che sicuramente è stata solo un’allucinazione dovuta all’alcool e al trauma subìto. Insomma volevo essere il re dell’isola, ma sarei stato un re un po’ malconcio.

Sono rimasto in ospedale per tre giorni, dovevano farmi alcuni controlli; da quando sono tornato a casa la gente che mi conosce e sa cosa mi è successo non fa che ripetermi che sono stato fortunato, e hanno ragione. La mia psicologa mi dice di non sprecare questa seconda possibilità che mi è stata data ed è quello che voglio fare; ma in realtà non vi nasconderò che le cose continuano ad andare di merda e smettere di bere è una lotta continua contro una parte di me, sono terribilmente scoraggiato e l’alcool è un pensiero fisso, ma almeno ci sto provando.”

Non appena Stefano finisce di parlare tutti si rendono conto che l’ora è finita ed iniziano ad alzarsi, c’è sempre un piccolo rinfresco alla fine delle riunioni, del caffè e alcuni biscotti, per  chi si vuole fermare a fare due chiacchere. Stefano le altre volte sgattaiolava via subito, ma decide di restare ancora una decina di minuti, immagina che avendo raccontato la sua storia qualcuno andrà a parlargli, e all’ego non si comanda.

A storm inside

Jasmine Gianfreda, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Ariel, Prospero, un’imminente partenza e una violenta tempesta.

   *

Prospero aveva iniziato a studiare la sua Arte quando aveva a malapena vent’anni, quand’era ancora un giovane futuro Duca di Milano taciturno e molto più interessato alle lettere, alla filosofia e alla scienza che non alla vita mondana e agli intrighi di corte; l’esatto opposto di Antonio, il suo sanguigno, impetuoso e ambizioso fratello. Non era altro che un giovane assetato di conoscenza, il cui animo non aveva potuto far altro che cedere d’innanzi al fascino del sovrannaturale e dell’esoterismo, dedicandosi animo e corpo allo studio della magia naturale e di tutte le pratiche rituali ad essa collegate, andando a scavare e frugare fra gli insegnamenti più svariati alla ricerca del vero sapere. Era dunque dell’opinione che ora avesse perfettamente senso concludere quella lunga fase della sua vita in modo repentino.

Il silenzio in cui era avvolta la sua piccola stanza aveva qualcosa di sacrale e ineluttabile, infranto solo dal suono delle pagine che venivano strappate dalle sue mani. Era ormai arrivato a metà del secondo libro, quando uno spiffero improvviso lo colse alle spalle, solleticandogli i capelli, sparpagliando parte delle pagine che gli si trovavano di fronte e interrompendo il suo rituale. Prospero lasciò andare la pagina, attaccata ancora per metà al dorso del libro, per poi passarsi velocemente una mano sugli occhi stanchi e sulla fronte tesa.

“Ariel”, disse, “so che sei tu”.

Un fruscio distinto risuonò alla sua destra per qualche istante, per poi espandersi fino ad uno degli angoli della cella e dissiparsi con la velocità con cui era comparso, lasciando posto alla figura di Ariel, appollaiato sullo schienale dell’unica sedia in possesso di Prospero.

“Salute a te”, gli disse lo spirito, piantando i suoi grandi occhi madreperlacei sui libri sparsi davanti a quello che, per ancora un giorno, era il suo padrone. ”Perché tanto accanimento? Credevo amassi i tuoi libri”.

Prospero sospirò, sfiorando la pagina, che aveva strappato solo a metà, con la punta delle dita. “E’ così. Indubbiamente”, commentò infine, afferrandola e finendo di separarla dal resto del libro, “Ed è proprio per questo che sto facendo ciò. In questo modo la separazione sarà più facile, quando dovrò rinunciare ai miei studi una volta per tutte”.

Ariel lo guardò in silenzio mentre strappava alcune altre pagine con una lentezza estenuante e quasi dolorosa. Fu solo quando la mano dell’uomo si allungò verso un altro libro che lo spirito fece udire di nuovo quella sua voce inumana, che sembrava sciogliersi nell’aria ad ogni parola. “Che cosa hai intenzione di fare, ora che hai riavuto il tuo ducato?”, domandò in un soffio, ancora intento a fissare lo sguardo su quel mare di carte che si allargava fra di loro.

Prospero sembrò soppesare la domanda per qualche secondo, prendendo in mano il libro, rigirandolo, aprendolo e richiudendolo; poi, con un gesto di studiata naturalezza, alzò le spalle e picchiettò un dito sulle pagine ingiallite e macchiate. “Ancora non lo so. Non che la cosa sia di così grande importanza, dopotutto: ciò che conta davvero è che Miranda ora potrà essere felice al fianco del suo principe, senza contare che avrà finalmente l’opportunità di vivere come si addice ad una fanciulla del suo rango. Per quanto riguarda me, mi basta che giustizia sia stata fatta”, il legittimo Duca di Milano piegò la bocca in un mezzo sorriso che, in verità, assomigliava di più ad una smorfia, “Dopotutto, ormai ho quasi cinquantacinque anni. Non penso mi rimanga molto da vivere”.

Lo sguardo di Ariel saettò per un secondo nella sua direzione, le labbra si strinsero in una linea sottile e arruffando le piume che gli ricoprivano le spalle in un gesto inconscio, tornò a guardare le carte strappate a terra. Prospero credette di sentire l’aria farsi più fredda all’interno della stanza mentre un silenzio quasi palpabile calava su di loro, interrotto occasionalmente solo dallo sciabordio delle onde in lontananza e dalle grida degli ultimi gabbiani che ancora inseguivano il sole, in un vano tentativo di non vederlo tramontare.

“Quando avremo finito?”, domandò Ariel all’improvviso, cambiando repentinamente argomento e puntando gli occhi verso l’entrata, da cui era visibile un lembo di cielo rossastro. “Avevamo stabilito che per le sei di oggi sarei stato libero, eppure mi è stato dato ancora un altro compito”.

Prospero rimase interdetto per alcuni lunghi istanti, bloccandosi con una mano a mezz’aria in procinto di afferrare l’ennesima pagina. I suoi occhi si posarono, indagatori, sulla figura esile di Ariel, che era intanto sceso dalla sedia e si era fatto più vicino all’entrata, apparentemente rapito dallo spettacolo di quel tramonto che aveva già visto migliaia di volte; i suoi piedi, come spesso accadeva, sfioravano appena il terreno, ma la sua mano era aggrappata alla pietra levigata che faceva da ingresso, come se si stesse impedendo di scappare. C’era qualcosa di profondamente strano e incomprensibile in quella situazione, tanto che Prospero percorso da un leggero tremito, lasciò ricadere la mano, ancora bloccata in aria, lungo il fianco.

“Manca solo un giorno, Ariel. Non mi sembra di chiedere poi molto”, commentò, lapidario.

Ariel non si voltò verso di lui. “Questo non è altro che un continuo posticipare”, ribatté.

“Si può sapere cosa ti prende oggi?”, sbottò Prospero, chiudendo il libro, che aveva ancora in grembo, con un gesto secco e permettendo ad alcune scintille di irritazione di accendersi dentro di lui. “Mi pare proprio che tu sia ancora più volubile del solito. Hai atteso dodici anni per la tua libertà. Non credo proprio che sarà quest’unico giorno a fare la differenza. O la pensi forse diversamente?”.

Finalmente lo spirito si girò verso il suo interlocutore con uno scatto che fece volare alcuni dei pezzi di carta più vicini. “Come se oggi io fossi l’unico a comportarmi in modo volubile o contraddittorio”, Ariel guardò in basso per un paio di secondi con le labbra tese in una linea sottile, “Ho atteso per dodici anni, hai ragione. Dodici anni in cui tu, a quanto pare, non hai fatto altro che sfruttarmi”.

Prospero sbatté per terra il libro, facendo sobbalzare Ariel, ma non fece alcun gesto d’alzarsi, né si mosse di un millimetro, rimanendosene semplicemente seduto per terra con i pugni stretti e la mascella contratta. Quando li alzò per piantarli in viso allo spirito, i suoi occhi erano accecati dalla rabbia. Ariel era riuscito a sconvolgere la sua calma con un’unica parola.

“Molto bene, allora”, replicò seccamente, continuando a fissare Ariel dritto negli occhi, “Capisco le tue ragioni, ma non temere: nel giro di poche ore, dopo che avrai garantito a mia figlia, alla sua nuova famiglia e a me un viaggio veloce e sicuro verso Napoli, ogni legame fra di noi sarà reciso per sempre. Quindi ora puoi anche sparire dalla mia vista, per quanto mi riguarda”.

Ariel rimase interdetto. Non era certo la reazione che si aspettava.

Prospero poteva chiaramente vedere il movimento frenetico delle iridi incolori dello spirito che rimbalzavano da un angolo all’altro del suo viso, passando dalla piega dura e inflessibile della bocca sino alla fronte corrugata e tesa, per poi fermarsi nei suoi occhi e congelarvisi. L’incantatore osservò con una certa sorpresa le labbra di Ariel schiudersi ed essere attraversate da un breve tremito di parole incapaci di farsi udire.

All’improvviso, l’aria si fece stranamente fredda e il rombo di un tuono risuonò ed echeggiò all’esterno della stanza, seguito dal picchiettare umido di gocce d’acqua sempre più abbondanti e rapide nella loro caduta. Il suono della pioggia echeggiava dentro al torace di Prospero, che stava ritrovando la calma perduta poco prima, stordendolo ed assordandolo mentre fissava le labbra di Ariel che continuavano a tremolare.

Prima ancora che Prospero potesse aprir bocca, Ariel si dissolse nell’aria umida e gelida, scomparendo.

*

Grosse nuvole cariche di pioggia oscuravano la luna da ore, ormai, riversando le gocce di pioggia fitte e pesanti sull’isola, affondando nel mare scuro; di tanto in tanto, un lampo saettava nel cielo, seguito dal brontolio di un tuono, che andava a interrompere il fragore della pioggia e si diffondeva per l’aria umida in un crescendo che arrivava a colpire le orecchie di tutti gli ospiti dell’isola, o quasi. Ferdinando era già addormentato, vinto da una stanchezza tale da donargli un sonno profondo e immune al fragore dei tuoni, ma gli occhi di Miranda rimanevano spalancati nel buio, la mente della ragazza troppo febbrilmente agitata per poterle concedere il riposo che ricercava.

Suo padre era ancora sveglio, lo poteva capire dalla luce che filtrava da sotto la rudimentale porta che separava la camera da letto dallo studio di Prospero. Era tutta la sera che non lo vedeva, si trovò a riflettere Miranda, lanciando uno sguardo preoccupato verso la porta; sapeva bene quanto suo padre fosse abituato a seppellirsi nei propri studi e nelle proprie mansioni, ma qualcosa le diceva che quella notte era diverso, che c’era qualcosa di sbagliato. Forse era il silenzio tombale che proveniva da quella stanza, forse quel temporale improvviso, forse la somma di tutto questo e degli avvenimenti della giornata appena trascorsa, non avrebbe saputo dirlo con esattezza.

La fanciulla si alzò lentamente in piedi, scavalcando gli uomini dormienti con agilità silenziosa e aprendo delicatamente la ruvida porta di legno, intenzionata a chiedere a suo padre di abbandonare qualsiasi cosa stesse facendo almeno per quella notte, o, per lo meno, di raccontarle cosa gli passasse per la testa, così da poter stare in compagnia, se proprio dovevano stare svegli, in quella strana notte di pioggia. Tutti i propositi di Miranda, tuttavia, vennero meno nel vedere suo padre, serio come non mai e interamente avvolto nel proprio mantello, che si apprestava ad uscire.

“Padre?”, lo chiamò in un sussurro, strizzando gli occhi in risposta alla luce delle candele ancora accese, “Dove pensate di andare con questo tempaccio? Rischiate un malanno, questo è sicuro”.

Prospero si girò con lentezza verso la figlia e le sorrise di un sorriso stanco e affezionato. “Ci sono molti errori per cui non ho ancora fatto ammenda, mia dolce figlia. Alcuni mi premono sulla coscienza e sul cuore più di altri. Ma ora torna a dormire, non badare a questo vecchio sciocco che credeva di poter trovare ogni verità nei suoi studi e che ha sempre preferito i dettami della ragione a ciò di cui aveva davvero bisogno e a ciò che la sua anima desiderava, rimanendo con nient’altro che polvere fra le dita”.

Miranda corrugò la fronte. “Temo di non capire”, disse.

“Te l’ho detto: non badare a me, ma torna a dormire”, ribadì Prospero, per poi alzarsi il cappuccio scuro sulla testa e uscire all’aperto, scomparendo in mezzo alla pioggia battente.

*

La notte era buia come non mai, con fredde gocce di pioggia che, riuscendo ad attraversare le fitte fronde degli alberi, arrivavano a colpire la figura incappucciata di Prospero, attraversandogli il mantello e penetrandogli fin dentro la pelle. Eppure, l’uomo andava avanti nella sua ricerca come se nulla di tutto questo lo toccasse, tendendo le orecchie, insieme ad ogni nervo del corpo per captare anche il più debole stormire di vento o la più fioca traccia di magia nell’aria.

Fu in vicinanza di un grosso albero che, finalmente, un sottile frusciare di foglie, riuscendo a superare il rumore della pioggia, attirò l’attenzione di Prospero e lo spinse fino alla fonte del suono. La mano intorpidita dal freddo del mago si appoggiò contro il tronco, tastandone la consistenza ruvida e bagnata mentre il suo sguardo si spostava verso una fronda particolarmente folta.

“Ariel, so che sei lì”, chiamò Prospero, aspettando una risposta che non giunse. “E so anche che ora che sai che sono qui non te andrai da quel ramo”.

Per alcuni secondi non si udì nulla al di fuori del temporale, poi una voce bassa e recalcitrante decise di farsi sentire. “E anche se fosse?”. “Ariel, scendi giù di lì”, gli disse Prospero con un tono cauto e fermo. “O almeno renditi visibile”.

Nel giro di pochi istanti un guizzo di blu apparve fra le foglie e la testa di Ariel si sollevò quel tanto che bastava per poter osservare Prospero da sopra la fronda, esponendo i grandi occhi madreperlacei dello spirito allo sguardo di Prospero, il quale se ne stava ancora immobile sotto alla pioggia. L’uomo allungò una mano, piegando le dita in un gesto che invitava il suo servitore a scendere a terra.

“No”, scosse la testa Ariel, stringendosi di più fra le foglie che attraversavano il suo corpo etereo e tornando a nascondere la testa, “Resto qui”.

“Ariel”, ripeté, allungando nuovamente una mano nella sua direzione, “Scendi, te ne prego”.

Ariel lo fissò per alcuni secondi, per poi scivolare giù per il tronco dell’albero in una corrente d’aria e rendendosi di nuovo visibile agli occhi di Prospero. L’uomo afferrò la mano nuovamente tangibile dello spirito prima che potesse allontanarsi un’altra volta, attirando su di sé lo sguardo confuso di Ariel, che, tuttavia, non cercò di ritrarsi dal contatto.

“Questa pioggia è colpa mia, Ariel?” domandò l’uomo in un soffio, stringendo inconsciamente la mano fresca e sottile che si trovava nella sua.

Lo spirito abbassò lo sguardo, mentre un fulmine attraversava il cielo, illuminando le due figure ritte sotto la pioggia. “Sì e no. Non lo so”, rispose Ariel con una nota tremante nella voce. “Non riesco a capire”.

“Cosa non riesci a capire, mio delicato Ariel?”

Il tuono risuonò.

“Questo. Tutto!”, esclamò Ariel, muovendo la mano libera verso di sé con gesti nervosi e abbozzati, per poi acquietarsi nuovamente. “Per me tutto era molto più semplice ventiquattro anni fa. Conoscevo la gioia, la tristezza, persino la rabbia e la paura, ma nulla di più. Noi spiriti degli elementi siamo così: troppo legati alla Natura e alla sua essenza per provare nulla di più complesso e porci domande su di esso. Anche io ero così, prima di Sycorax, che mi ha costretto a conoscere il disprezzo, l’odio, il desiderio di libertà. Ma quelle erano cose piuttosto facili da comprendere, dopotutto, mentre ora…”.

“Mentre ora…?”, lo incitò a continuare Prospero, sfiorandogli il mento e facendogli alzare la testa, permettendogli di stringergli la mano in una presa che assomigliava di più ad uno spasmo.

“Ora semplicemente non capisco, perché quello che mi si agita dentro non ha senso e sono confuso, e spaventato, e…”, Ariel si interruppe nuovamente, fissando Prospero con quei suoi occhi grandi e, come solo ora l’incantatore riusciva a notare con chiarezza, lucidi. “Io voglio essere libero. Lo voglio con ogni fibra del mio essere, con ogni soffio di vento e goccia di rugiada con cui la magia e la Natura mi hanno plasmato. La libertà è ciò per cui noi spiriti viviamo, ma, allo stesso tempo, ho paura, moltissima paura”.

“E di cosa?”

Ariel ci pensò su per alcuni istanti che a Prospero sembrarono eterni. “Del futuro. Di quello che può succedere, di quello che succederà ora. Di tutte le cose che provo e che non capisco, tutte quelle cose che prima del tuo arrivo sull’isola non pensavo neanche fosse possibile provare”. Il suo sguardo si fece vagamente vacuo, come se fosse alla ricerca di qualcosa che non poteva vedere, toccare, percepire. “Provo una sensazione così strana, di ansia, di gioia, di paura, di tristezza e di dolore. Perché non importa cosa io provi in questo momento: tu ora te ne tornerai fra gli altri uomini senza potermi più spiegare cos’è questo nodo nel mio petto, sparirai dalla mia vita come io dalla tua perché è quello che vuoi e che immagino sia giusto, ma…”

A Prospero si strinse la gola e, senza che potesse far nulla per fermarsi, la sua mano libera andò a posarsi sul viso di Ariel, accomodando la guancia di lui nel proprio palmo e lasciandogli scivolare i polpastrelli intorpiditi fra i capelli mentre cercava le parole. Ariel chiuse gli occhi e si rilassò quasi completamente, abbandonando il peso della propria testa nella mano dell’uomo di fronte a lui.

“Tu credi che io non ti voglia”, mormorò Prospero, facendosi più vicino, lasciando che Ariel gli poggiasse la fronte sulla spalla, “Credi che in questi anni ti abbia usato solo come uno strumento per raggiungere i mei fini e che liberarti libererà anche me”.

Ariel annuì contro la sua clavicola. “Mi sbaglio?”, chiese in un soffio che si diffuse intorno a loro e andò a smuovere i corti capelli sulla nuca di Prospero.

“Sì. Non sei mai stato più lontano dalla verità come in questo momento”, rispose questi, “Sei come un figlio per me, Ariel. E anche se mi si spezza il cuore, io ti concedo la libertà. Non perché liberando te, libererò me di un peso, ma perché è la cosa giusta da fare e perché ti meriti di vivere quella sensazione di gioia che dici di conoscere, ma che in realtà, per ora, conosci solo in parte”, disse Prospero con le lacrime agli occhi e stringendo forte a sé il corpo dello spirito scosso dai singhiozzi. Guardandosi intorno si domandò poi, distrattamente, da quanto la pioggia avesse smesso di cadere.

Bibliografia
William Shakespeare, La Tempesta, tr. it. di Agostino Lombardo, Feltrinelli, 2018

Una storia di redenzione

Gioele Roccia, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Winter’s Tale shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare II: Il racconto d’inverno e La Tempesta. Letterature comparate B, mod.1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Il progetto di questa riscrittura parte dal lavoro della compagnia Inteattrabili basato sullo studio e sulla comprensione dei limiti. Da qui è nata l’idea di analisi introspettiva di Leonte e di quali sono i limiti che lo tormentano e le portano ad agire in quel modo.    

*

Ho deciso di scrivere queste poche parole per trovare nell’animo sollievo, e forse per far si che voi leggiate questo e mi capiate… credo che solo così potrete perdonare i gesti di un folle. Perché si, i miei gesti son stati follia, ma non di quella che muove l’uomo nel suo fare quotidiano, ma di quella che annebbia inesorabilmente la ragione e porta alla sofferenza, personale e collettiva. Non so cosa generò realmente in me quell’amore diventato malsano, avevo forse paura di perdere tutto ciò che c’era attorno a me. La gelosia bruciò tutto attorno a me.

Su tutti i pensier si pone il limite
della strana ragione detta amore.
Che poi silente si innesta in testa,
vorticano emozioni in un non dialogo
Vogliono giungere ad una decisione:
oscurar nel cuor l’angusta rabbia.

Fu così che da solo mi posi un limite, l’amore assunse strani colori verdi. La gelosia stava prendendo il suo posto. Se soli fossi stato più saggio e razionale avrei capito che le mie passioni mi stavano ingannando, ma forse non ho voluto vedere il vero. Ho lasciato che i dubbi oscurassero la mia mente e distruggessero quel dialogo interno fra le sfere emotive. In preda alla paura pensavo che il mio amore si fosse rivelato una menzogna, la paura divenne così dubbio e infine certezza. Fui accecato dal mio stesso pensiero.  Nella cecità e nel dolore, per cercar sollievo, decisi di agire mosso dalla rabbia: condannai ogni cosa intorno a me. Qualsiasi cosa che fosse da lei stata contaminata, precludendomi gli affetti e soffocandoli nell’ira distruttiva.

Ma mi chiedo, cosa mi dà rabbia?!
E’ quell’invalicabile limite
che mi impedisce di prender decisione?
Strano esser bloccato da te, Amore.
Dammi tempo e concedimi il dialogo.
Placa le paranoie che ho in testa.

Non ho ancora capito cosa crei in me rabbia, se il fatto di non saper agire e prender decisioni nei confronti di una giovine creatura o se sia solo l’odio che provo per lei a generare questo malessere. Forse non ero ancora completamente corrotto dalla mala passione, con l’io cercavo ancora di dialogare; cerco di capire perché ho fatto tutto ciò ma la rabbia è comunque ancora forte. O magari sono adirato con Amore? Per il suo avermi abbandonato e condannato, ed è lei a non permettermi di decidere? In futuro avrei solo ringraziato che mi avesse fatto esitare. Forse in un ultimo disperato grido per lei volevo ritrovare il senno, che pareva esser sigillato in altri mondi. Un’ultima preghiera vana rimane inesaudito e inizia così un viaggio in un abisso senza fondo.

E ancora corrono i pensieri in testa,
il poco controllo genera rabbia.
Ora nego il possibile dialogo…
E mi par di relegarmi nel limite,
Illuso rinnego i gesti d’Amore
Torno a pensar alla sciocca decisione.

Ho ormai raggiunto il limite, non controllo più me stesso e ciò che corre nel mio animo. La gelosia che era stata padrona delle mie passioni mi lascia in un senso di vuoto. Di rabbia. Ha cancellato la mia vita.  Non riesco a comprenderla e il solo pensare a questa rabbia accende in me una nera fiamma che brucia l’io e mi impedisce il dialogo. E’ un cane che si morde la coda, aizzandosi ancora di più contro sè stesso. Più cieco che mai non posso capire il disegno superiore di Amore e Provvidenza, tanto tolgono ma altrettanto regalano. L’unica cosa è inveire contro di lei per il blocco che mi ha causato; ripenso e trovo stupida la scelta di lasciare in vita una innocente creatura. Che di lei mi ricorderà sempre.

Ho ansia per una sola decisione?
Non so più cosa mi succede in testa.
Ho perduto speranza nell’amore,
piango, solo, sono in preda alla rabbia.
Ora trovo il mio più basso limite,
ma con chi posso instaurare un dialogo?

Mi sono finalmente accorto che nel buio più profondo si può vedere in alto la luce calda e accogliente della rinascita, è quando hai perso tutto che forse nell’ultimo atto di folle lucidità capisci cosa hai perso, e quanto hai sofferto. Mi è stata data la possibilità di vedere di nuovo. Inizio a capire i miei errori, l’ansia del passato bracca la sua prede con il fiato sul collo. La mia mente viaggia sregolata ma ora è più facile comprenderla, devo solo poter tornare a parlare con qualcuno del peso che grava su di me. Ho ancora il peso di quella scelta addosso, e deve esser cancellato.

Certo con l’io reinizio il dialogo
svelto troverò una decisione
per trovare e superare quel limite.
E così alleggerir la mia testa,
sopprimere ogni forma di rabbia
e consacrar la vita nell’Amore.

Ho, ora capito, dopo decenni che devo essere io il primo a perdonarmi, devo tornare a parlare con me comprendermi, compatirmi e trovare la strada della redenzione. Ora voglio cercare il modo per redimere il mio peccato… Bhe, forse è impossibile tornar puro. Però sono sicuro: devo impiegare la mia vita al bene e consacrarla nell’Amore delle persone, perché è solo donando amore che la propria vita ottiene gioia. Guardate il mio passato seminando dubbi ho raccolto solo sofferenza e morte, e per tutte le cose di cui mi son privato voglio donar vita a qualcosa di nuovo. Un giorno donando bene e gioia, Amore mi permetterà di tornar ad il esser suo fedele araldo.

Risorgo nella luce dell’Amore,
a tutti elargirò il mio dialogo.
Dottrina sublime annulla la rabbia
E in voi nascerà questa decisione.
Spinta dal fuoco come scintilla in testa
Ogni azione andrà a superare il limite.

E nell’amore per me stesso ed il prossimo che si è compiuta una rinascita. Certo è nata da una sofferenza che io ho creato, e che ho cercato di risanare. Voglio gridare al mondo l’importanza del fare del bene agli altri. Come insegnava un antico eremita ridente: solo il superamento della rabbia e dolore ci potrà portare in un posto migliore, questa è da molti definita sublime dottrina… Voglio che questa dottrina instilli in voi il dubbio, quello della scoperta e dell’elevazione sicchè un nuovo fuoco alimenti il vostro animo nella mente sopito, ogni nostro gesto sarà atto a conoscere i nostri limiti per infrangerli e superarli nelle gioia finale e nella condivisione comune.

Devo dire che però senza l’intervento divino, della magia o della provvidenza tutto ciò non sarebbe mai accaduto. Son stato forse l’uomo più soggetto a buona sorte, tutto ciò che perso mi è stato ridato. Solo nell’assenza dei miei affetti ho capito quanto in realtà loro erano importanti per me, ho così iniziato un lento cammino di redenzione. Questo è stato osservato e ammirato dai cieli, e le mie donne sono ora di nuovo con me. Ho un solo rimpianto, ma dedicherò la mia vita a distruggere con la parola quei dolori dell’animo che hanno portato via un angelo. Amore mi ha tolta una gioia della vita ma il ri-trovare tutti quegli affetti persi è come vederli di nuovo nascere, ogni nuova vita porta con sé novità. Altra conoscenza che mi permetterà di essere migliore per voi.

Pensa come il dialogo crei Amore
E come la rabbia ponga il limite
Per la decisione nata in testa.

Bibliografia
William Shakespeare, Winter’s Tale, Independently published, 2019

The Rhymes of Prince

Letizia Scozzi, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.  

La riscrittura tratta della vicenda di Pericle, principe di Tiro, e nasce dalla passione per la poesia in rima: in particolare di quella baciata, forse un po’ infantile è vero, semplice, ma proprio per questo rende tutta la sua bellezza e la sua emotività.

*

Prologo
Il primo a parlare è John Gower nel racconto
E la mia funzione è fare un resoconto;
Shakespeare mi ha richiamato dalla mia cenere
Per deliziare tutti, con questo genere.
Qui comincio a narrare,
Di un padre e di una figlia pare
Peccaminosi perché uniti
Da sentimenti proibiti.
Incesto si chiama il crimine
Causato dalla travolgente libidine.
Tutto questo è nascosto da un indovinello
Che se svelato, alla principessa porta un sanguinario anello.
Ma ora lascio a voi giudicare
Visto che la favola deve iniziare.

Atto I
Entra Pericle principe di Tiro,
Colui che ha visto dei suoi rivali il ritiro
Per la mano della figlia del re Antioco,
Desideroso di risolvere un enigma demoniaco.
Nessuno lo risolve tranne il nostro valoroso:
Ma l’esito di morte sarà comunque doloroso.
Per sfuggire al verdetto ritorna nella sua terra,
Ma non essendo sicuro, l’idea afferra
Di sfuggirle per un’altra località.
Nomina Elicano reggente della città
E si reca a Tarso, da Dionisa e Cleone
Per poi tornare in patria da leone.

Atto II
Una tempesta sorprende il protagonista,
Ma lei altruista,
Gli fa raggiungere le spiagge di Pentapoli,
In premio la figlia del re al vincitore degli scapoli.
Pericle ne approfitta
E trionfa senza sconfitta:
A lui viene così donata la principessa
La sua mano come promessa.
Ma facciamo un passo a ritroso:
Ricordate di Antioco e la figlia il legame amoroso?
La mano divina li ha puniti:
Con la morte li ha assaliti.
Il popolo vuole affidare ad Elicano la corona
Ma il consigliere rifiuta e l’idea abbandona
Solo se il patto viene rispettato,
cioè giunta la notizia della morte del re adorato
Allora prenderà il comando:
Manda una pattuglia per notizie buone sperando.

Atto III
A Pentapoli arriva la notizia della spedizione spinta
E Pericle si rimette in viaggio per Tiro con Taisa incinta.
Ma ahimè, un’altra tempesta è in agguato
Così non permette al duo di essere accontentato.
Nasce la creatura del grembo materno,
Però alla donna dona l’inverno.
Il re addolorato, getta in mare l’amata
Per calmare degli dei la collera armata.
Così Marina, è il nome della figlia del mare
E che Pericle porta a Tarso per salvare.
Il destino con Taisa è tuttavia premuroso
La sua cassa approda ad Efeso con fare misterioso;
Trovata dal vecchio mago Cerimone
Rivive grazie alla sua prodigiosa applicazione.
Una volta risvegliata, smarrita
Crede che il suo amato sia defunto: così ferita
Decide di rimanere ad Efeso e sacerdotessa diventare
Nel tempio di Diana per avanti andare.
Pericle lascia Marina a Cleone e Dionisa
E poi parte per Tiro che avvisa.

Atto IV
Il tempo scorre, non ci si accorge del suo sfuggire:
Marina, fanciulla così bella, invidiato è il suo apparire.
La figlia di Cleone e Dionisa è detta carina,
Ma la bellezza è cosa più di Marina.
Questo, più di tutti, Dionisa non lo accetta
E organizza la strategia perfetta.
Fatto chiamare Leonino, un suo servitore
Lo incarica di essere il suo uccisore.
Ma il suo piano fallisce,
Il valletto la sua azione non finisce
Perché la fanciulla viene rapita dai pirati
E portata a Mitilene al bordello degli affamati.
Poiché la giovinetta è assai virtuosa,
Mantiene la sua innocenza preziosa
Grazie all’arte del cantare, del suonare
Ma soprattutto del parlare.
Pericle finiti i suoi viaggi,
E dopo aver visto molti paesaggi,
Torna a Tarso per riprendere la sua erede.
Ma di una menzogna si fida e Pericle cede.
Così per il dolore afflitto,
Riprende la ricerca della figlia su un nuovo tragitto.

Atto V
Dopo varie traversate, ebbene,
La sorte porta il vecchio Pericle a Mitilene.
Marina che qui si trova,
Ha il titolo di colei che gli animi rinnova.
Così Lisimaco, sovrano di Mitilene, presenta
Marina a Pericle, così di rincuorarlo tenta.
Il principe di Tiro non vuole abusare della ragazza
E pertanto vuole raccontare la sua storia pazza.
Di conseguenza anche Marina espone le sue vicende
Ed è così che il legame padre e figlia si riprende.
La dea Diana appare a Pericle in sogno
E gli rivela il suo bisogno:
Lo invita a recarsi al suo tempio
Per dimostrargli di carità un esempio.
Infatti lì incontra la sua cara moglie
E con molto stupore lo accoglie.
Ora la famiglia è riunita
E la felicità è di nuovo sentita!

Epilogo
E di nuovo l’ultimo a parlare è colui che è stato il primo
E le conclusioni vi esprimo.
Le vicende di Pericle, Taisa e Marina avete vissuto
Con peripezie e ostacoli ma con un fine benvenuto.
Conosceste personaggi come Elicano e Cerimone,
Con lealtà e conoscenza, hanno contribuito alla soluzione.
La notizia del tradimento di Dionisa e Cleone fu divulgata
E in Pericle accese una vendetta affamata:
Così nel loro palazzo furono bruciati
E per l’eternità rimarranno dannati.
Allora lo spettacolo è compiuto
A voi ogni ringraziamento è dovuto.

Bibliografia
William Shakespeare, Pericles-Prince of Tyre (Pericle- Principe di Tiro), Bompiani, 2019

Ricorderò sempre quei momenti felici

Lucrezia Cimino, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Partendo da fatti realmente accaduti ho deciso di trasportare l’opera di Shakespeare in un’altra epoca per sottolinearne l’attualità e la forza emotiva. 

*

A nonna Agata,
ai tuoi insegnamenti e alle tue letture.

Giravo per la biblioteca in cerca di un libro ma non riuscivo a trovarlo, eppure era lì, doveva esserci, semplicemente ancora non l’avevo trovato.
Mi addentravo tra i corridoi ombrosi, una volta illuminati dai grandi lampadari che pendevano dal soffitto dando luce ad un mosaico di pagine vive e allo stesso tempo silenziose.
Come era stata bella quella biblioteca negli anni passati, prima delle bombe, della cenere, della desolazione.
Mi muovevo lentamente tra uno scaffale ribaltato e un masso caduto dal soffitto in quel luogo ormai freddo, bianco, solo, abbandonato. Camminavo e mi venivano in mente i racconti di mia nonna “Sai Federico, passavo molto tempo in biblioteca da ragazza, mi ci portava mio padre quando lavorava qui. Mi piaceva sfogliare quei grandi libroni pieni di polvere, mi sentivo parte di una storia più grande di me, mi sentivo parte di quel mondo passato che tanto mi affascinava e allora mi sedevo per terra, incrociavo le gambe e leggevo per ore. Una volta all’anno, poi, rileggevo un libro che mi piaceva tanto, un dramma di Shakespeare, il Pericle, te ne ho parlato, ti ricordi?”.
Oh, nonna, se solo fossi qui, se solo quegli inglesi non ci avessero bombardati, se solo tu e nonno fosse stati a casa con noi, quella sera, se solo…

Ero nel mio letto quella notte, come tutte le notti, come tutti. Ero nel mio letto e leggevo uno dei libri che mi avevi portato nonna, leggevo Moby Dick, me lo avevi regalato per il mio decimo compleanno “Così impari bene l’inglese, Federico, abbiamo fatto molta pratica insieme e penso che tu questo possa riuscire a leggerlo da solo”. Leggevo e ad un tratto sentii l’allarme bomba risuonare forte per le vie della città. Guardai fuori dalla finestra: le finestre iniziarono ad illuminarsi a momenti alterni, mi ricordavano le luci del nostro albero di Natale. Mia madre mi chiamò con voce tremante. Mi infilai le pantofole e una vestaglia e corsi verso la camera dei miei genitori. Li trovai in corridoio, stavano parlando, mio padre teneva stretta la mano di mia mamma, ricordo che se la portò vicino al cuore e poi la baciò dolcemente, mi guardò, si avvicinò a me e mi disse: “Federico, prenditi cura della mamma, io vado a cercare i nonni”. La mamma mi prese per un braccio e mi trascinò giù per le scale correndo, facendosi strada tra tutte le altre anime private dal sonno che come zombie cercavano di correre più velocemente possibile per raggiungere un luogo sicuro.
Nelle strade dominava il caos: l’allarme continuava a suonare forte e pungente, la gente urlava, i bambini piangevano, le mamme correvano stringendo al petto neonati spaventati.
Correndo passammo davanti alla mia scuola, al parco, al ristorante dove la domenica andavamo sempre a festeggiare dopo la messa e tutti quei luoghi, quei luoghi conosciuti e noti ai miei occhi, mi sembravano in quel momento così diversi, così distanti, come se non li avessi mai visti. Eravamo quasi arrivati al punto di ritrovo quando, in lontananza, sentimmo il rumore degli aerei, ci fermammo, dirigendo lo sguardo verso il cielo scuro ed ecco che vedemmo arrivare gli aerei del RAF: sganciavano bombe su di noi, sulle nostre case, sulla nostra città. Ci buttammo per terra in un vicolo buio, mia madre mi coperse il viso con il suo corpo continuando a ripetermi che sarebbe andato tutto bene, di non preoccuparmi, che presto sarebbe tutto finito. Avevo paura e stringevo le mani sulle orecchie per allontanare almeno un po’ quel terribile rumore, ma i miei occhi non potevano fare a meno di vedere la nostra città ardere indifesa sotto quelle fiamme rosse.

Ricordo di essermi svegliato con la testa appoggiata al petto di mia madre. Avevo gli occhi stanchi e pesanti. Ricordo ancora il suo viso, i suoi occhi dolci pieni di lacrime che mi guardavano amorevolmente, incapaci di darmi spiegazioni. Mi guardai in giro e tutto quel rumore, quel calore, quel rosso, non c’erano più. Era tutto silenzioso, terribilmente silenzioso. Dai tetti salivano al cielo alte colonne di fumo, l’aria era grigia e pesante.
“Mamma, dov’è papa?” le chiesi, con un filo di voce. “Papà sta bene, non ti preoccupare tesoro mio, arriverà presto”.
Passarono dei giorni difficili, eravamo tutti sotto choc per quel che era successo, ci avevano colpiti dritti al cuore e queste ferite sono dure da curare.
Papà era distrutto, non ferito, questo no, ma distrutto dalla perdita che quelle bombe gli avevano causato. Me lo dissero solo dopo qualche giorno: “Vedi Federico, l’altra sera nonno e nonna non sono venuti con noi, erano lontani dal nostro punto di ritrovo e sono andati a rifugiarsi vicino alla biblioteca. Ecco Fede, la biblioteca ora non c’è più”. Mia madre scoppiò a piangere e a malapena riuscì a finire la frase. Ero un bambino sveglio, capii subito cosa volesse dire.

Così, ripensando a quella notte, giravo nella biblioteca, o per meglio dire, in quel che ne restava. Cercavo quel libro di cui tanto mi avevi parlato nonna, volevi tanto che lo leggessi ma io avevo sempre preferito altro e così ti promettevo che sì, che un giorno l’avrei letto, “tanto c’è tempo”, te lo dicevo sempre. Mi tormentavo di domande mentre con la mia torcia in mano rovistavo tra le macerie e cercavo di ricordare le tue parole.
“Sai Federico, la prima volta in cui ho letto il Pericle fu per il mio sedicesimo compleanno, me lo aveva regalato il mio papà. Ci eravamo appena trasferiti in Italia da Bristol perché mio padre aveva trovato un lavoro qui a Torino. Insieme al pacchetto c’era un bigliettino: Cara Agata, spero che questo libro possa emozionarti quanto ha emozionato me, che possa insegnarti ad apprezzare l’amore nelle sue più svariate forme, che possa insegnarti a non perdere mai la speranza perché un giorno, chissà, potresti sempre ritrovare quello che da tempo temevi di aver perduto. Con affetto, il tuo papà. Ho sempre amato questo libro, il momento dell’incontro tra Pericle e Marina è uno dei miei preferiti di sempre, mi ricorda un po’ la storia di me e di mio padre, tornato a casa dopo molti anni, avendomi lasciata molto piccola sola con mia madre. Ecco vedi, mi porto sempre questo foglietto dietro con le parole che mio padre scrisse nella prima pagina del libro:

Call’d Marina for I was born at sea.
At sea! what mother.
My mother was the daughter of a king;
Who died the minute I was born,
As my good nurse Lychorida hath oft
Deliver’d weeping.
Oh, stop there a little!
This is the rarest dream that e’er dull sleep
Did mock sad fools withal: this cannot be:
My daughter’s buried.

Per giorni sono tornato dentro a quella biblioteca distrutta, stavo lì dalle prime luci del mattino fino alle ultime della sera per trovare quel libro che per te era stato così importante e che io, stupidamente, egoisticamente, non avevo mai voluto leggere. Mia madre era molto preoccupata “E se dovesse crollare? Non è sicuro Federico, ti prego non ci tornare più, non possiamo perdere anche te”. “Sì mamma, va bene mamma”. Non ero mai stato un bambino molto obbediente ma non volevo più vedere soffrire la mamma e non ci tornai più.

Crebbi e me ne andai da Torino per fare degli studi in Inghilterra, lì avevano da poco aperto un’ottima scuola di legge e di stare in Italia, dopo la morte dei miei genitori, proprio non ne avevo più voglia.
Ero arrivato da poco a Londra quando, camminando per strada in cerca di un ufficio postale, vidi un cartellone: “Pericles, Prynce of Tyre. 6th September 1958. Shakespeare Memorial Theatre, Stratford”. Mi tolsi gli occhiali, passai le lenti tra le mani e il bordo della camicia per pulirli, li indossai di nuovo e riguardai il cartellone: Pericle, l’eroe di mia nonna, rappresentato qui, domani.
Non ci potevo credere: erano passati quindici anni dall’ultima volta in cui avevo pensato a quel libro. Eccitato corsi al teatro per comprare il mio biglietto e tornando a casa mi sembrava di volare, di camminare due metri sopra terra. Passai il pomeriggio in un bar a bere e ascoltare le storie degli altri, come uno spettatore invisibile ai loro occhi.
La mattina dopo mi svegliai molto presto, comprai una copia del The Guardian nell’edicola sotto il mio appartamento e con il giornale sottobraccio decisi di recarmi in biblioteca in cerca del mio libro, dopo tanto tempo non era un caso quell’annuncio: dovevo leggerlo.
“Excuse me, I’m looking for a book.” “Yes, sir. What’s the title?” “Pericles, by William Shakespeare. Can I borrow it?”.
Uscii dalla biblioteca soddisfatto per il mio inglese e per la riuscita della mia visita alla biblioteca. Mi sedetti su una panchina nel parco di fronte alla biblioteca: tenevo il libro tra le mani con dolcezza e delicatezza, come se fosse lui stesso, nella sua forma rigida e rettangolare, ciò che di più dolce e caro mi restava di mia nonna. Rimasi a contemplare quella copertina per ore e venni destato dal suono del campanile che segnava le cinque: era ora di andare.
Con il libro in mano andai verso il teatro, entrai, mi sedetti al mio posto e aspettai, osservando ogni centimetro di quel luogo, ogni dettaglio della sceneggiatura, dei vestiti. Rimasi lì seduto in silenzio a godere di quello spettacolo senza perdermene neanche un secondo, mi sembrava di non sbattere neanche le palpebre per paura di lasciarmi sfuggire qualcosa.
Finita la rappresentazione il teatro, tornato rumoroso dopo il silenzio attento della platea nel corso del dramma, iniziava a svuotarsi lentamente e io, io non riuscivo a trovare la forza di alzarmi dalla mia poltrona. Fui costretto ad alzarmi qualche minuto dopo per la gentile richiesta di un giovanetto dai capelli rossi, così me ne andai e camminai tutta la sera per la città senza meta.

“Nonna, io da grande voglio fare lo scrittore, e non uno scrittore qualunque, voglio essere importante come questi che ci sono qui, come questi sugli scaffali che tu ami tanto. Posso farlo, vero nonna?”.
Quante volte te l’ho detto non lo so, neanche riesco a ricordarmelo; però era vero, nonna, volevo diventare uno scrittore e lo sono diventato, per te.

Tornato a casa dopo lo spettacolo, quella sera, ero in preda a sentimenti contrastanti, mai provati prima: ero euforico e allo stesso tempo triste, ero vivo e allo stesso tempo mi sentivo distante dal mio corpo, ero io e non ero nessuno.
Lessi con eccitazione il libro, lo divorai in poco più di un’ora, lo posai sul comodino e mi addormentai. Ricordo di aver fatto dei sogni strani: io ero capitano di una nave che naufragava e proprio quando stavo per annegare, caduto in acqua dopo la forte tempesta, ecco che magicamente mi ritrovavo su un’isola, a sposare una donna che non avevo mai conosciuto, a cercare una figlia che non avevo mai avuto. Mi svegliai sudato, il mio petto si muoveva rapidamente, avevo la bocca asciutta e le mani bagnate. Mi alzai, bevvi un bicchiere d’acqua e mi sedetti sulla poltrona del soggiorno.
Quanta potenza questo libro, quanta passione, quanto dolore, quanta speranza, quanta vita… Quante cose mi ero perso negli anni, quante cose che tu nonna avevi cercato di insegnarmi ma che io, testardo, non ascoltavo, convinto di poter conoscere tutto leggendo altre cose, pensando che il passato, che una storia così lontana, non potesse insegnarmi niente.
Mi vestii, presi un caffè in un bar vicino a casa e andai a comprare carta, inchiostro e bianchetto liquido per la mia macchina da scrivere e rincasai.
Scrissi per vari giorni, fermandomi a stento per mangiare, bere e dormire qualche ora, la maggior parte delle quali appoggiato sulla scrivania con la testa sul braccio destro e la mano appoggiata alla tastiera. Scrissi come non avevo mai fatto, scrissi come non facevo da tempo, ispirato e guidato da un qualcosa più grande di me. Scrissi per giorni, nonna, scrissi per te, per me, per quello che questo libro era riuscito a fare: collegarci anche se eravamo così lontani, riunirci da luoghi distanti, farci vivere ancora per un po’ nello stesso momento.

Bibliografia
William Shakespeare, Pericle, Principe di Tiro, tr. it. di Alessandro Serpieri, Garzanti, Milano, 2016

Il dono di Marina

Alice Moretto, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod.1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Accettare la verità quando da essa si vorrebbe fuggire, imparare a guardare il mondo da una diversa prospettiva. Queste le più grandi sfide che l’instancabile Pericle, alla fine, deve superare.

*

Con le mani appoggiate sul legno freddo e duro della poppa della mia nave, scrutavo l’orizzonte ancora scuro, si scorgeva solo una tenue luce, che indicava l’alba imminente. Chiusi gli occhi e inspirai a fondo, nel tentativo di calmare il tremolio che sentivo nel petto. A poche ore da quel momento avrei finalmente potuto conoscere mia figlia Marina, affidata ai fedeli Cleone e Dionisa, sovrani di Tarso, tanto tempo addietro.
Mi abbandonai ai pensieri e iniziai a ricordare la notte in cui nacque Marina.
Io e la mia amata moglie Taisa, figlia di Re Simonide, ci eravamo da poco imbarcati in direzione della mia terra madre, Tiro, poiché io dovevo tornare a ricoprire la mia carica di sovrano dopo un lungo periodo di assenza.
La tempesta ci investì senza preavviso e senza pietà, il vento e la pioggia sferzavano la nave e i marinai con la forza di fruste e rasoi, e il cielo tuonava con rabbia inaudita.
Quella notte la furia degli Dei sembrava provocata da un dolore intimo e profondo. A causa di questa furia la mia dolce Taisa, già incinta, entrò in travaglio e diede alla luce una bambina, chiamata Marina poiché nata tra le onde del mare.
La gioia più grande fu accompagnata dal più grande dolore: Taisa morì dopo il parto. Sollecitato dai miei marinai, fui costretto ad abbandonare il suo corpo al mare.
Il peso della vita mi crollò addosso come un forte macigno che ruzzola giù dal fianco di una montagna. Le poche forze che mi erano rimaste le ricavavo dal viso sereno della mia dolce, piccola Marina. Mentre la guardavo, ricordai una vecchia leggenda che circolava tra gli uomini di mare. La leggenda recitava che i nati sotto il segno della tempesta e delle grandi onde, sono portatori di male in questo mondo, poiché nascono dall’ira e dalla paura. Sorrisi ricordando le parole dei marinai e continuai a guardare il viso della piccola, convinto che una creatura così pura non potesse portare che bontà e amore.
Quando la tempesta si placò, fui costretto a lasciare la mia amata figlia ancora in fasce a Tarso, per paura delle conseguenze di una traversata in mare tanto lunga.

Ridestandomi dal torpore dei ricordi lontani, che mi avevano gelato il cuore in un dolore ormai tanto famigliare, scorsi il profilo della terra di Tarso e il mio cuore iniziò nuovamente a tremare al pensiero di essere tanto vicino alla mia Marina.

L’accoglienza di Dionisa e Cleone fu diversa da ciò che mi aspettavo. Nei loro occhi c’era una luce differente da quella che ricordavo, ma, preso dai miei sentimenti, non me ne curai.
Quando chiesi loro di condurmi da Marina, il loro volto mutò. Si fece duro, addolorato e arrabbiato al tempo stesso. Iniziai a provare emozioni confuse.
Mi condussero in una bella sala del loro palazzo, adibita ad accogliere ospiti e intrattenere conversazioni. I sovrani di Tarso mi fecero accomodare, poi si accomodarono di fronte a me.
Trovai il loro comportamento bizzarro, non mi spiegavo perché dover intrattenere una conversazione prima ancora di farmi vedere mia figlia, ne avremmo avuto l’occasione a tempo debito.
Non appena Dionisa iniziò a parlare, iniziai a capire i motivi del loro strano comportamento dal momento del mio arrivo. “Pericle,” mi disse, “Marina non è qui.” Un dolore lancinante mi pervase il petto. Cleone colse i segni della mia agitazione e mi interruppe prima che potessi dire qualsiasi cosa: “Pericle, la storia che sto per raccontarti non ti aggraderà, ti chiedo però di credermi perché non c’è menzogna nelle mie parole né cattiveria nelle mie intenzioni. Io e mia moglie Dionisa abbiamo cresciuto Marina come si conviene a una principessa, educandola alla pari della nostra dolce figliola nelle arti e nelle buone maniere. Per tanti anni l’abbiamo ritenuta una bambina gentile, affettuosa e sincera. Abbiamo faticato e tardato a vedere la verità anche di fronte all’evidenza. Durante gli anni sono accaduti episodi insoliti a palazzo. Abbiamo recluso e allontanato molti servi, poiché abbiamo sempre creduto alle parole di Marina che li accusava di piccoli furti o ingiustizie. Abbiamo creduto alle parole di Marina persino quando ha accusato la sua povera nutrice, Licorida,” Cleone si interruppe, la voce spezzata dall’emozione, poi riprese a parlare. “oh, povera Licorida, che destino infausto le hanno riservato gli Dei, giustiziata per un atto da lei mai commesso!” Cleone interruppe nuovamente il racconto, il senso di colpa che gli attanagliava lo sguardo. Si passò una mano sul volto e riprese: “come dicevo, abbiamo creduto a tua figlia Marina anche nel momento in cui ha accusato Licorida di un atto così increscioso che non riesco a farne parola. Licorida ha perso la vita a causa delle parole di Marina.” Una sensazione di calore iniziò a farsi largo nel mio stomaco, mi imposi di stare calmo e dissi, tagliando le parole tra i denti: “state dando della bugiarda a Marina, figlia di Taisa da Pentapoli e Pericle da Tiro?” mi resi conto di essermi alzato in piedi solamente quando Dionisa mi chiese di sedermi. “per favore, grande Pericle,” mi disse, “ascolta ciò che dobbiamo dirti.” Mi sedetti, dopodiché Cleone riprese a parlare: “la prima ad accorgersi che Marina spesso proferiva il falso è stata la nostra dolce figlia, che è stata punita severamente, poiché io e mia moglie abbiamo per lungo tempo creduto che fosse vittima di gelosia nei confronti delle meravigliose doti di Marina. Marina infatti, sa cucire molto bene e sa cantare, ma la sua più grande dote è quella di raccontare storie. Le racconta così bene da ipnotizzare gli ascoltatori, facendoli allontanare dalla realtà. Da quando ha iniziato a parlare abbiamo creduto che avesse il dono della Parola. Ci siamo accorti troppo tardi, purtroppo, che utilizza questo grande dono in segno del male, per esaudire i suoi capricci e i suoi desideri, manipolando la realtà al fine di raggiungere i suoi scopi.”
Quando Cleone smise di parlare, sentivo la rabbia che mi esplodeva da ogni parte del corpo. Dal petto, dalla pancia, dalla bocca e persino dalle dita. “Esigo sapere dove si trova mia figlia, vili bugiardi!” esplosi, ero nuovamente scattato in piedi, i pugni stretti lungo i fianchi e la mascella serrata. Dionisa si ritrasse sulla sedia, spaventata dalla mia reazione. Cleone al contrario si alzò e guardandomi negli occhi, come se volesse farmi capire che non aveva paura della mia ira, ripose: “Nel momento in cui abbiamo appreso la sua natura, abbiamo deciso di tenerla in prigione fino al momento in cui saresti arrivato. Marina è allora scappata, corrompendo un gruppo di pirati e imbarcandosi con loro. Stando alle ultime notizie che ci sono giunte si trova ora a Mitilene.”
Di ciò che feci dopo l’incontro con Cleone e Dionisa mi rimangono solamente ricordi confusi. Ricordo però chiaramente ciò che provai: rabbia, per non aver trovato mia figlia dalle persone a cui avevo affidato la sua vita. Rabbia, nei confronti dei sovrani di Tarso di cui mi fidavo e che mi avevano tradito e proferito menzogne.
Cercavo di scacciare il pensiero di quella vecchia leggenda di marinai che mi raccontarono tempo addietro e mi concentrai sul ricordo sbiadito del dolce viso di Marina.

Mi diressi verso Mitilene senza esitare, risoluto più che mai a ritrovare mia figlia. Durante il viaggio da Tarso a Mitilene la rabbia lasciò spazio al dolore e alla delusione, le speranze di trovare la mia bambina perduta erano poche e io sentivo il peso della solitudine.
Il dolore era così incombente che mi rifugiai dentro me stesso, smettendo di parlare e chiudendo qualsiasi tipo di comunicazione. Mi curavo così poco di tutto ciò che non fosse la mia sofferenza che mi vestii di un saio e mi lasciai crescere barba e capelli.

Arrivato a Mitilene incontrai il suo governatore, Lisimaco, a cui chiesi se conoscesse una giovane donna di nome Marina, arrivata da qualche tempo in città. Egli mi indirizzò presso un bordello, di cui, diceva, la padrona portava il nome di Marina. Stentavo a credere che una creatura pura come ero convinto potesse essere mia figlia avesse un simile ruolo, ma essendo quella l’unica fievole speranza che avevo mi diressi verso quel posto accompagnato dal gentile Lisimaco.
Nel momento esatto in cui vidi per la prima volta la giovane donna non ebbi alcun dubbio: era Marina. Mia figlia aveva le sembianze di sua madre Taisa alla sua età. La sofferenza provata fino a quel momento mi abbandonò, sostituita da gioia e gratitudine. Ricordo che mi tremavano le mani e mi si inumidirono gli occhi, un sorriso genuino mi pervase il volto.
Mi presi qualche momento per osservarla. Aveva gli stessi occhi azzurri della madre, gli stessi capelli corvini, le stesse mani eleganti e affusolate. Eppure qualcosa in lei era completamente diverso. I suoi occhi erano vitrei, non caldi e profondi come quelli della madre. L’espressione enigmatica ricordava una maschera che non lasciava trasparire l’orizzonte dei suoi pensieri.
“Oh, caro Lisimaco, quale piacere!” esclamò la ragazza quando vide il governatore, illuminandosi in un sorriso sorpreso. Si rivolgeva a lui come una donna innamorata, eppure non si scorgeva passione nel suo sguardo.
Lisimaco le rispose in tono cordiale e mi introdusse a lei. Marina mi guardò, studiò il mio volto stanco e il mio umile saio, come per calcolare quanto denaro avrei potuto fruttare alla sua attività. Mi parlò  in fretta, senza calore, menzionando qualcosa su qualcuna delle sue ragazze, prima di rivolgere nuovamente la sua attenzione a Lisimaco.
“Marina..” dissi, la voce ridotta a un sussurro. “Marina.. mia figlia. Ti ho trovata.”
Marina mi guardò, fissò il suo sguardo duro nei miei occhi, sospirò e scoppiò in una risata amara. “pensa che ironia” disse, “mi è stato raccontato tutta la vita che mio padre era un sovrano! Il grande principe di Tiro! E adesso un vecchio straccione viene a reclamarmi come figlia sua! Non credo che tu sia mio padre, anche se lo fossi, non ti riconoscerei come tale.”
Le sue parole furono taglienti quanto lame, più difficili da ascoltare della notizia della morte della mia amata.
“Marina, io mi chiamo Pericle, sono principe di Tiro. Sei stata partorita nel ventre del Mediterraneo, tra l’impetuosità di una tempesta. Durante la stessa tempesta tua madre ha perso la vita. Ti ho dovuta affidare ai sovrani di Tarso poiché eri ancora un’infante e non avresti avuto possibilità di superare un viaggio per mare.” Queste le uniche parole che riuscii a pronunciare, avvilito.
“Oh, padre! Padre! Quanto tempo ho aspettato questo momento, tutta la vita ho sperato di potermi rifugiare tra le tue braccia forti. Tante volte mi sono fatta raccontare dalla mia dolce nutrice Licordia la storia della notte in cui nacqui. Oh padre!” Marina si accasciò ai miei piedi, le mani a coprire il suo volto.
Le sue parole insinuarono dentro di me il seme del dubbio. La giovane donna aveva cambiato idea riconoscendomi come padre non appena avuta la conferma di essere figlia di un sovrano. Aveva inoltre nominato la nutrice, definendola dolce, eppure io conoscevo la storia della sua fine. Le parole di Cleone e Dionisa mi tornarono nitide in mente e decisi di chiedere a Marina come fosse arrivata a Militene.
“Oh, padre,” disse Marina “sapessi come mi trattavano a Tarso! Dionisa e suo marito Cleone hanno cercato di uccidermi, essendo la donna invidiosa delle mie innumerevoli doti. Fortunatamente, riuscii a scappare prima che ciò accadesse.”
Nel mio cuore era subentrata la conferma più dolorosa. Mi resi conto che Marina era figlia della tempesta e come tale era venuta al mondo per recare dolore e frustrazione. Utilizzava il suo dono prestigioso per ottenere un tornaconto personale, senza mai pensare al bene del prossimo. Era molto abile e avrebbe ingannato e raggirato tante anime nella sua vita, ma agli occhi di suo padre, il suo intento appariva cristallino.
“Marina, io ti conosco. Della tua buona madre e del tuo saggio padre non hai ereditato nulla, sei figlia della tempesta e come tale porti dentro l’avidità e la crudeltà del mare arrabbiato. Io qui ti saluto e con immenso rammarico ti volto le spalle.” Furono le parole più dolorose della mia vita, eppure le pronunciai con la consapevolezza della verità sulle spalle.
Tornai alla mia imbarcazione, pronto a salpare e lasciarmi per sempre alle spalle Mitilene e la tanto ricercata Marina.
Marina mi seguì fino al porto, a tratti implorandomi a tratti maledicendomi. Sapevo in cuor mio che aveva visto in me la possibilità di avere una vita più ricca e dignitosa, non aveva riconosciuto un padre. Salii sulla nave addolorato e deluso, ma convinto della mia posizione.

La ragazza continuò a correre anche nel momento il cui la nave fu salpata. Continuò a correre persino quando non c’era più terra sotto i suoi piedi e cadde, inghiottita dal blu del mare.
Fu l’ultima volta che vidi Marina, figlia mia quanto figlia della tempesta. In quel momento capii che non poteva essere in alcun altro modo, lei era tornata al suo elemento e non avrebbe più potuto ferire nessuno.

Volsi gli occhi all’orizzonte, più stanco e addolorato di quanto non fossi mai stato.
In quel momento ancora non sapevo che il mio viaggio mi avrebbe portato al tempio di Diana, dove avrei ritrovato il dono più prezioso: l’amore di Taisa.



Bibliografia:
William Shakespeare, Pricle, Principe di Tiro, Milano, Bompiani, 2019

Rami di quercia

Barbara Bo, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva i quattro drammi romanzeschi di Shakespeare, nell’ottica dei corsi I drammi romanzeschi di Shakespeare I e II: Pericle, Cimbelino, Il racconto d’inverno e La tempesta, Letterature Comparate B, modd. 1 e 2, prof.ssa Chiara Lombardi.   

Innogene, Guiderio, Arvirago, Antonio e Sebastiano si trovano in un giardino immaginario e simbolico, di carattere onirico, dove sono portati a riflettere sul rapporto fraterno dalla visione di due bambini.

*

Una rondine scendeva planando dolcemente verso il prato illuminato dal sole. All’ombra di una grossa quercia due bambini si riposavano appoggiati alle radici come tra le braccia affettuose di una madre; parole gentili sussurrate attraverso le foglie risvegliavano le risa dei bambini. Innogene si avvicinò attirata dal campanellio lieve ma, più gli andava incontro, più l’albero risultava lontano, irraggiungibile; si voltò verso i fratelli: “Guiderio! Arvirago! Venite a vedere!”.

Mentre i due giovani si avvicinavano il suono si insinuò dentro di loro dove trovò il ricordo di sé stesso e riportò alla mente un tremore incontrollato e la richiesta esigente di un sospiro. Sorridendo, Guiderio affermò: “Sono fratelli! Se anche non avessero gli stessi capelli del colore del grano, se anche nei loro occhi non ci fosse memoria del medesimo bacio materno e dello stesso sorriso paterno, si riconoscerebbe comunque che quelle risa nascono dalla necessità di tutti i fratelli di volersi bene, tanto che paia non conoscano nient’altro.”

“Forse uno dei due ride, sì, ma solo per nascondere le sue vere intenzioni” interruppe un uomo, detto Antonio, avvicinatosi, il capo chino, in volto un’espressione priva di tenerezza. “Non c’è nulla di più facile che ingannare un fratello che vive per dare fiducia: se mio fratello fosse disteso accanto a me sotto quell’albero, con ogni sorriso luminoso io tramerei un piano brillante, e, con l’ausilio del caso, arriverebbe il momento in cui il suo affetto diverrebbe il mio guadagno, e il mio inganno il suo difetto.”

Quelle gelide parole provocarono in Innogene un’emozione tale da farla tremare: “O crudele straniero! Come si può leggere sulle labbra di quell’angelo, che ora sta lì, correndo felice dietro al fratellino più piccolo, una simile oscurità d’animo? Il fanciullino non scappa per terrore, affatto, scappa per un gioco che gli insegna a vedere la differenza fra compagno e nemico.”

Un secondo uomo si avvicinò ad Antonio, ridendo alle parole della ragazza: “Compagno tu dici? A me sembra che la corsa intrapresa da quel bimbo non sia diversa da quella che intraprende un condannato a morte di fronte al boia. Fratello può essere anche colui che ti ispira ribrezzo: non si combatte con lui per primo per l’affetto dei genitori? Io, Sebastiano, non esiterei a uccidere mio fratello per il potere, e così potrebbe fare quel pargoletto in futuro. Certo, ora corre e gioisce, ma le risa svaniscono quando devono affrontare il passare del tempo come un disegno sulla sabbia al vento”.

Arvirago rispose infervorato: “Cosa significa potere? Potente è la malattia che consuma il corpo, potente è la tempesta che distrugge la foresta. Ma entrambe hanno fine, sono contingenti, sono destinate alla sconfitta. Il legame fraterno, invece, non può terminare, esso è, per sua stessa natura, punto di partenza assoluto perché nasce con il primo respiro di una persona ed è quindi indissolubilmente legato alla vita.”

Le parole di Arvirago furono interrotte da un leggero tonfo e dal pianto cristallino di uno dei due bimbi che, dopo essere caduto a terra, si abbracciava il ginocchio offeso, singhiozzando dolcemente. Il fratello gli corse incontro e gli si sedette vicino: agli angoli degli occhi gli luccicavano delle lacrime che minacciavano di cadere, ma gli angoli della bocca erano rivolti verso l’alto in un sorriso di conforto.

Innogene rispose guardando la quercia perché la vista dei suoi interlocutori non reggeva il confronto con la tenerezza dell’abbraccio sotto la quercia: “Non si può fingere quel dispiacere. Un ginocchio sbucciato significa sia un graffio nella carne sia uno strattone per chi, come quel bambino che ora stringe e cerca di consolare il fratellino, sente nel sangue il dovere di proteggere più forte di qualunque altro istinto. È un obbligo che proviene da una promessa fra una madre e la natura: ella con il dolore del parto si assicura che il suo bambino sarà nel mondo amato da qualcuno e in cambio la natura lascia la stessa impronta sui figli dello stesso seno.” Si girò verso Arvirago e Guiderio. “Per questo un fratello è capace di riconoscerne un altro senza il bisogno di alcuna prova: sotto la pelle io riconosco questi miei fratelli al di là di ogni travestimento, tant’è che se dovessi scordare i loro nomi, identificherei il loro dolore come mio.”

I tre si scambiarono a loro volta un abbraccio, ignorando gli altri due uomini che li fissavano con aria sprezzante. Sebastiano disse quasi ridendo: “Non sono figlio unico, ma l’unica persona che sento di dover proteggere sono io. Si nasce soli, e così si vive: non vi è nessuna somiglianza fra gli uomini, siamo tutti stranieri che viaggiano nel mondo, e se pensate che vi siano dei legami intrinsechi che permangono al di sopra di tutto, siete degli illusi che cercano di trovare una goccia di acqua dolce nel mare”.

Innogene, le cui convinzioni non erano affatto messe in dubbio da quelle parole ostili, rispose tranquilla: “Se tu avessi ragione, e i sentimenti fra quei due bambini fossero un’illusione, perché mai adesso uno starebbe cercando di consolare l’altro come se la sua vita dipendesse da questo? Con i sorrisi, con le smorfie volte a provocare il riso? E guarda come si prepara a raccontare una storia che potrà sicuramente distrarre dal dolore e risollevare l’umore! E ascolta come, non sentendo di aver fatto abbastanza decide di cantare questa filastrocca che ora non può far altro che scaldare anche il tuo cuore gelido!”

La voce angelica del fanciullo li avvolse, accompagnata dal vento che frusciava attraverso le foglie; il racconto cavalcava il vento e riempiva di meraviglia i presenti. Il bimbo cantava di due rami che, provenendo dallo stesso albero si misero a giocare e giocando crebbero grandi e forti, fino a staccarsi per girare il mondo. Il bambino tornò a ridere, complice la memoria labile propria della sua età, e intraprese un nuovo gioco con il fratello.

Antonio non riuscì ad accogliere il sentimento lieto che li circondava, forse perché risvegliava una mancanza dentro di sé. Invece che sorridere, si mostrò irritato e ancora sostenne: “Si potesse rappresentare meglio l’illusione rispetto a ciò che è davanti ai miei occhi! Canzoni, affetti, giochi, favole… Tutti esempi di ciò che gli sciocchi credono sia importante quando sono troppo deboli per inseguire il potere e controllare chi è così sciocco da non farlo. Chi pensa solo a sé, lasciandosi alle spalle anche i vincoli familiari, vedrà che niente di buono vale la pena di essere condiviso, se non per necessità o convenienza!” Fece allora un cenno a Sebastiano che annuiva concorde.

Innogene, che aveva perso nuovamente il sorriso, parlò in un impeto di compassione: “Il mio cuore piange per voi che non avete mai amato un fratello! Il fato non vi ha mai mostrato il vostro difetto? O forse, non potete capire per stoltezza di cuore o di mente? O forse ancora il vostro animo non è abbastanza nobile da conoscere un così nobile amore, e di questo mi dispiaccio e prego che possa cambiare.” Arvirago si mosse verso la sorella: “Innogene cara, non sprecare il tuo pianto per questi uomini che non riuscirebbero a riconoscere la verità neanche se fosse una montagna sul loro cammino, vieni, calmati. In quanto a voi, penso che mia sorella abbia ragione: il più umile degli schiavi giudica suo fratello come il più prezioso dei tesori se il suo animo è abbastanza virtuoso da consentirglielo. Voi, al contrario, siete consumati dall’egoismo e nulla potrà mai cambiare la vostra opinione. Forse un giorno incontrerete i vostri fratelli, e doverli affrontare vi costringerà a testimoniare le vostre vite corrotte dall’odio, più che inebriate dall’affetto. Arrivederci.” Così dicendo i due fratelli si voltarono e iniziarono a camminare.

Innogene, però, ebbe un ultimo atto di esitazione, si fermò e tornò sui suoi passi per dare un abbraccio ad Antonio e Sebastiano: “Vi regalo questo abbraccio in quanto nel mio cuore risuona la speranza che come un bosco, che in autunno cambia il suo colore, anche voi possiate un giorno cambiare. A presto.” Si ricongiunse quindi ai due uomini poco lontani, andandosene con loro.

I bambini si erano infine addormentati, le loro gambe intrecciate come radici della quercia che li ricopriva con
le sue foglie.

Bibliografia
W. Shakespeare, Cimbelino, in Id., Tutte le opere. IV – Tragicommedie, drammi romanzeschi, sonetti, poemi, poesie occasionali, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani, 2019.

W. Shakespeare, La tempesta, ibidem.