Archivi categoria: Riscritture

Alcibiade a Socrate

Beatrice Di Ciancia riscrive il discorso di Alcibiade nel Simposio rivolto a Socrate, in forma epistolare. Un’ipotetica ventiseiesima Eroide, aggiunta a quelle delle eroine abbandonate dai loro innamorati, dell’opera di Ovidio, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Questa potrebbe essere l’epistola XXII, quella di Alcibiade, il cui amore viene rifiutato da Socrate. Alcibiade non capisce il motivo del rifiuto e non accetta il semplice silenzio dell’amato: decide così di usare la scrittura come unico mezzo di comunicazione”.

*

Devo parlare, anche se la mia passione è già abbastanza nota e il mio amore appare ormai più evidente di quanto vorrei. Avrei preferito restasse nascosto, ma chi sarebbe in grado di nascondere un fuoco, che viene tradito dal suo stesso bagliore? Non sarei stato in grado di trattenermi oltre. Ti scrivo perché dal nostro ultimo incontro sono passate settimane e tu fuggi ai miei sguardi. Spero quindi che con questa lettera potrò toccare e smuovere anche solo la parte più in superficie del tuo cuore.

     Ho sentito della vittoria di Agatone, mi hanno detto che ha organizzato un banchetto a casa sua per festeggiare, c’erano le personalità più influenti della nostra città: tu ovviamente sarai stato il primo a ricevere l’invito. Avrei voluto condividere la sua gioia, ma non sono stato invitato. Probabilmente non sono degno dei vostri discorsi.
Sapevo che ti avrei trovato lì e infatti stavo quasi per raggiungervi, così da complimentarmi con il mio amico, e soprattutto per poter avere un’occasione per parlarti.
Ma non l’ho fatto, non ce l’ho fatta. Sono rimasto in casa, solo, la mia unica compagnia è il fiasco di vino che ho ancora davanti, ma presto anche questa compagnia mi sarà insufficiente.
Dicono che il vino faccia dire sempre la verità, quindi utilizzerò questa scusa per soddisfare un mio bisogno, la mia necessità di comunicare con te, di sapere cosa c’è nella tua testa e nel tuo cuore.
Tuttavia, la franchezza nel parlare è sempre stata una mia abilità che pensavo apprezzassi e mai come ora, intendo sfruttarla. 

     So che i discorsi di voi uomini di filosofia spesso vertono sull’Eros, voi fate encomi sull’Amore e credete di saperne i misteri e le origini. Quello che so io sull’Eros me l’hai insegnato proprio tu: saranno anche irrazionali i miei pensieri, ma per me Eros sei proprio tu. Quando ascolto le parole di Pericle, o di qualsiasi altro retore a noi contemporaneo o antico non provo niente. La mia anima non è scossa, non sente nulla. Quando ascolto te invece, rimango ogni volta sconvolto: il mio cuore si ferma di fronte ai tuoi discorsi e le lacrime sgorgano dai miei occhi. Dimmi se questo non è vero amore.
Tu sei come un musico, Socrate, ma non hai nemmeno bisogno di strumenti musicali per sedurre, a te bastano le parole.
Sai bene anche tu che solo davanti a te ho provato vergogna: io, amante perfetto, data la mia giovane età e la mia bellezza, non mi faccio sottomettere da nulla se non dalle tue parole.
Tu, Socrate, sei come una di quelle statuette che raffigurano i satiri, una di quelle che si trovano nelle botteghe degli scultori o degli artigiani, che quando si aprono mostrano al loro interno immagini di dei. Tu assomigli a un sileno per aspetto fisico ma soprattutto per il tuo intelletto, nessuno lo può negare. 
I tuoi discorsi hanno la capacità di sconvolgere gli animi di chiunque ascolti.

     Io sono l’unico che ti conosce davvero: io so che dietro al tuo carattere severo ma scherzoso alle spalle della gente, sempre in cerca di bei giovani, si nasconde un uomo insicuro, a tratti altezzoso, che non sa guardare oltre il viso o il denaro che possiede un bel giovane. Tu trascorri la tua vita fra le gente, la lasci ammaliata per poi prendertene gioco.
Altri giovani sono rimasti bruciati dalla loro stessa passione non ricambiata da te, ma io credevo di poterti cambiare, maestro. Sentivo che con me riuscivi a mostrare i tuoi lati più intimi e speravo di poter significare qualcosa anche io nella tua vita.
Credevo seriamente che tu fossi preso dalla mia bellezza, ho creduto fosse una fortuna per me avere un tale fascino e speravo che condividendo la vita con te, avresti condiviso la tua saggezza con me. Quello che ricercavo era il miglioramento della mia persona, divenire ottimo grazie a te.

     Ma ai tuoi occhi non valgo nulla. Disprezzi la bellezza esteriore e mi neghi l’accesso alla tua sapienza. Evidentemente la bellezza che tanto ricerchi è bellezza di altro genere, che forse io non posso offrire.
Ma perché mi allontani? Perché quella sera, nel momento in cui le luci si sono spente e io ti ho confidato che tu per me eri l’amante perfetto e che avrei voluto concedermi a te, ti sei mostrato così rigido e non hai risposto nulla?
Tu così virtuoso, senza paure, capace di camminare scalzo sul ghiaccio nel più gelido degli inverni, non sai accettare il mio affetto sincero. Come fa il tuo animo ad essere sempre così rigido e intransigente?
Io detesto la schiavitù a cui si riducono gli amanti per l’oggetto del loro desiderio, ma il mio amore va oltre ogni forma di orgoglio.
Ti ho parlato da innamorato e credevo di meritarti, ma tu ti sei distaccato. Da quella sera ti comporti come se non fossimo nemmeno amici, nessuno sguardo, nessuna parola. Queste righe sono il mio ultimo mezzo per comunicare con te.

     Sarà forse una punizione questa? La mia unica colpa è stata quella di volgere a te tutte le mie forze, tutto il mio interesse, rifiutando le proposte di amanti ben più meritevoli. Inizio a comprendere il proverbio “l’ingenuo fanciullo non impara se non soffrendo”, ma mai avrei immaginato di essere io a soffrire. Ciò che più mi disturba è che più mi rifiuti, più accresce la mia passione per te: non trovo nessun conforto a questo mio dolore, se non quello che l’ebbrezza del vino mi concede per qualche ora al giorno.

     O degno di meraviglia, non ti avrei conosciuto se solo non mi fossi mai interessato alla vita politica di questa città, a entrambi molto cara! Avrei potuto trascorrere la mia gioventù nelle campagne dell’Attica: una vita semplice, umile, inconsapevole, forse ignorante, ma spensierata. Invece lo studio e le conoscenze mi hanno avvicinato ai tuoi insegnamenti, mi hanno fatto apprezzare ogni tua parola e sono giunto ad un punto in cui non posso più tornare indietro. Non posso cancellare quello che tu mi hai trasmesso, quello che tu mi dai.

     Quindi mio caro Socrate, ti chiedo una spiegazione dei tuoi rifiuti, visto che ormai non ho più alcun mezzo per esprimere il dolore che una passione così forte che è stata repressa, mi causa. Dimmi che non sono degno del tuo amore o del tuo rispetto ma dammi una motivazione valida; sarai forse tu una divinità con le sembianze di un umano, venuta tra noi solo farci comprendere la nostra ignoranza e le nostre carenze al cospetto degli dèi?
Non accetto che tu semplicemente rigetti le mie parole e non me fornisca altre. Non lasciarmi nel dubbio di non essere sufficiente per te, quando magari nascondi qualche altra futile scusa.
Forse solo abbandonando la vita terrena potrò trovare risposta, forse trovare pace insieme a te, perché ora qui non riesco a trovare alcun conforto.

Tuo, Alcibiade.

Bibliografia:
OVIDIO, Eroidi, A cura di Emanuela Salvadori, Milano, Garzanti, 2021
PLATONE, Simposio, Traduzione e commento di Matteo Nucci, Torino, Einaudi, 2014

Ultime lettere al di là del mare

Alessandro Santoni in questo suo racconto, seguendo lo schema narrativo della canzone “Stan” di Eminem, riscrive, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022, le ultime lettere tra Didone ed Enea, quest’ultimo in quanto giovane emigrato giunto in Italia.
Eminem – Stan (Long Version) ft. Dido – YouTube

“Solo puoi immaginare il dolore che provavo quando ti pensavo sul tuo gommone trasportato verso l’oblio e la morte dalle onde di quel mediterraneo diventato come un nuovo acheronte.”

*

Lettera 1 
Caro Enea,
Ti ho scritto, ma tu non mi hai ancora chiamato. Ti ho lasciato il mio numero al fondo di tutte le lettere che ti ho inviato, ma forse non ti sono mai arrivate. Probabilmente c’è stato un errore all’ufficio postale o qualcosa del genere. Forse, per via dell’emozione del nostro amore che fa tremare questa mia mano, ho scritto male il tuo indirizzo. 
Ma ora chi se ne frega. Come stai mio amore? Sono passati ormai un paio di mesi da quando, anche se contro la mia volontà, hai intrapreso il tuo fatidico viaggio per le misteriose acque del mediterraneo.  Com’è andata l’attraversata? Sei arrivato sano e salvo in Italia? Hai fatto richiesta d’asilo? Hai trovato lavoro? Oh… scusami per le troppe domande, ma sai, le emozioni e le ansie sono troppe e l’attesa di una tua risposta mi strugge.
Non sai quante notti insonni ho passato pensando al tuo viaggio. Solo puoi immaginare il dolore che provavo quando ti pensavo sul tuo gommone trasportato verso l’oblio e la morte dalle onde di quel mediterraneo diventato come un nuovo acheronte. Fu il nostro amore a salvarmi dalla disperazione e ancora oggi esso è per me come la luce di un faro per un naufrago disperso in un oceano di timori e paure.
Ripenso a noi ogni giorno ed ogni notte.
In attesa di una tua risposta, 

La tua fedele e innamorata Dido.

Lettera 2 
Caro Enea, non hai ancora risposto alle mie lettere. Non sono arrabbiata, so che sei sommerso dagli impegni. Sono solo molto triste e questo tuo silenzio mi sconforta.
In questi giorni volevo pure darti una bella notizia… sono incinta. Lo so che è una cosa splendida, ma la felicità fatica a fiorire nella situazione che sto vivendo. Qui è tutto uno schifo: mio padre sta cercando di programmare il mio matrimonio con qualche altra nobile famiglia e mio fratello mi tiene segregata in camera allontanando con la violenza ogni mio pretendente non desiderato.
Le uniche due cose a tenermi in vita e a darmi un po’ di conforto e speranza in questi giorni sono la presenza di mia sorella Anna e il tuo ricordo, che, come vedi ancora non mi abbandona. 
Ricordo ancora alla perfezione il nostro primo incontro: rifugiati nella stessa grotta sulla spiaggia, per sfuggire da un temporale, ci mettemmo a parlare per ore.
Mi parlavi della tua vita passata e della fuga dalla guerra. Mi parlavi dei tuoi progetti e dei tuoi sogni. Volevi volare lontano come il vento. Dicevi che l’Italia era il posto giusto per iniziare una nuova vita.
Il tuo volto si illuminava quando parlavi di ciò e quella luce, che compariva nei tuoi occhi, ben presto mi conquistò.
Il cielo non fece in tempo a smettere di piangere che tu e le tue parole mi avevate già catturata.
La tua voglia di libertà e la tua voglia di prendere in mano la tua vita, di costruire il tuo destino, mi fecero provare nel medesimo istante una sensazione di invidia e ammirazione indescrivibile. 
Oh… dovevo seguire le tue parole e la forza del nostro amore, invece, le mie radici e la mia terra, mi hanno tenuta ferma qua. Intrappolata in una gabbia dal quale non posso uscire.
Da quella spiaggia, però, tu sei partito, leggero come una foglia al vento, ed io ora resto qui come un albero impossibile da sradicare. 
Hai compito il tuo destino, anche senza di me.
In attesa di una tua risposta, 
La tua triste e sola Dido.

Lettera 3 
Caro signor-sono-troppo-impegnato-per-scriverti, 
la vita qua è una merda e tu peggiori tutto.
Ma la verità è che non ce l’ho neanche con te.  È con la mia lurida e sporca terra che sono arrabbiata. 
Sono disperata Enea e sto pensando di farla finita. Le mie lacrime bagnano queste poche righe che forse tu non riceverai mai.
Il nostro amore e soprattutto il suo frutto, che porto dentro al mio ventre, sono stati un enorme errore. 
Esso mi ha sedotta ed illusa. 
Esso mi ha dato la speranza di un futuro che non vivrò mai. 
Il mio matrimonio forzato ormai è alle porte e se si dovesse scoprire del mio bambino io verrei uccisa.
Preferisco fare di mano mia questo estremo gesto.
Credevo che il nostro amore potesse essere superiore a tutto, ma non è riuscito nemmeno a piegare il tuo desiderio di fuga e ora come potrà  vincere la mia morte? 
Tu per me, Enea, sei stato come la visione del cielo stellato. 
Tu eri bellissimo e unico, ma proprio come le stelle so benissimo di non poterti raggiungere… non più.
Tu sei l’unico uomo che ho mai amato e ti amerò per sempre.
Ma tu hai fatto il viaggio verso il tuo destino e ora sono sola senza te.
Ora sono sulla spiaggia del nostro incontro e del nostro addio.
Ora in mano il coltello che mi regalasti.
Ora le fredde lacrime mi lavano il viso.
 Ora la lama fredda.
Ora il caldo sangue.
Ora più niente.
Non più in attesa di una tua risposta,
La tua amata ma ormai lontana Dido.

Lettera di Enea
Mia amata Dido,
Avevo voglia di scriverti. Non ho potuto. Scusa.
Questi mesi sono stato parecchio faticosi. Lavoro ogni giorno 12 ore sotto il sole cocente per pochi euro, ma sono felice perché li sto mettendo da parte per noi e per il nostro futuro. Ma a parte la fatica del lavoro qui è tutto splendido. È tutto come lo sognavo, ma senza te, anche questa terra perde tutta la sua bellezza. 
Sai che neanch’io passo un solo momento senza pensare a te? Ogni notte, nella quale non riesco a dormire, vado sulla riva del mare e guardo all’orizzonte, verso te. Ed è lì che io ti immagino, sulla nostra spiaggia a fare lo stesso e così, ricerco il tuo sguardo.
Ho ricevuto la notizia del nostro bambino con estrema gioia. Qui potremmo regalargli una vita più giusta e felice, appena ti invierò i soldi per farti arrivare qua. 
Purtroppo, ho letto anche la tua situazione. Ti chiedo solo ancora un po’ di pazienza, ti giuro che riuscirò a portarti via di là. Riuscirò a sradicarti da quella tua terra. La situazione non mi rassicura, anche per il fatto che, ogni giorno, ricevo terribili notizie dal vostro paese tramite le lettere dei miei compagni di viaggio e dai giornali. In questi giorni, ad esempio, una notizia che mi ha scioccato è stata quella di una ragazza che si è tolta la vita sulla nostra spiaggia. Anche lei come te aveva un matrimonio forzato in programma. Anche lei era incinta. Si è uccisa con una sorta di pugnale, mentre teneva stretta a se una lettera, ma purtroppo l’acqua l’ha rovinata e non si capisce a chi fosse indirizzata.

Fammi leggere come si chiamava. Ah, sì il suo nome era…    Suono di una penna che cade… poi più niente.

Un Simposio a New York

Anna Gribaudo in questa sua composizione proietta il Simposio platonico nella New York dei roaring twenties, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Penso che sia per amore infatti che sono partito per la guerra […] perché l’amore ci spinge a proteggere chi amiamo. Inutile sottolineare che la guerra è quanto ci sia di più contrario all’amore. Adesso sembra però soltanto un lontano ricordo da lasciarsi alle spalle.” 

*

ARTHUR Negli ultimi tempi la vita qui a New York è cambiata notevolmente: l’economia non è mai stata così florida, e in tutti sembra albergare una gioia di vivere inarrestabile, una corsa al divertimento, alle distrazioni, che si traduce nei fatti in una corsa al benessere materiale. La città è sempre più rumorosa, il jazz più movimentato, e anche le nostre idee sono in fermento. Ho avuto modo di interrogarmi su di una questione poco pratica e più spirituale, per così dire, che volevo giusto proporvi, e  vi prego di soddisfare la mia curiosità, esprimendo il vostro parere in assoluta libertà.
Ebbene, la questione è questa: secondo voi come si può definire l’amore?”

FRANCIS/Fedro Si tratta di un tema in realtà molto pratico, praticamente all’ordine del giorno, mio caro Arthur, qualcosa che ci riguarda tutti. Ecco, se siete d’accordo inizierei io, che ho già una mia opinione a riguardo. Penso che l’amore sia il sentimento più potente che ci sia, ciò’ che fa sì che la nostra vita sia virtuosa e felice. Diciamocela tutta, uscire con voi signori nei locali è uno spasso, lavorare in ufficio con i colleghi è piacevole, ma queste singole attività di per sé non danno un valore compiuto all’esistenza, cosa che invece l’amore dà.
È una forza propulsiva, che ci muove costantemente all’azione, che ci fa agire al meglio: se nella borsa di Wall Street lavorassero tutti amanti e amati, le azioni sarebbero sempre in rialzo, perché quando amiamo puntiamo al meglio, ad essere la versione migliore di noi stessi.
Per amore si può giungere anche a morire. Penso che sia per amore infatti che sono partito per la guerra. Innanzitutto per amore della mia patria, anche se all’inizio pochi erano convinti delle ragioni dell’entrata in quel lontano bagno di sangue. Ma lo feci soprattutto per amore verso mia moglie e i miei figli, perché l’amore ci spinge a proteggere chi amiamo. Inutile sottolineare che la guerra è quanto ci sia di più contrario all’amore. Adesso sembra però soltanto un lontano ricordo da lasciarsi alle spalle.

PAUL/Pausania Ben detto, caro Francis. Condivido appieno la sua idea: la guerra genera orrore e devastazione, e quindi rimanda alla morte, mentre l’amore è sinonimo di vita, perché collegato alla procreazione.
Vorrei tuttavia aggiungere un particolare. Ritengo infatti che l’amore sia un sentimento assai complesso da definire,  essendoci vari tipi di amore. Anzi, probabilmente ne potrei definire due. Esiste da un lato un amore più volgare, che ci porta a cercare e ad apprezzare la bellezza dei corpi, quindi un sentimento legato all’attrazione fisica, all’aspetto esteriore di una persona. Questo tipo di amore è per sua natura fugace, perché la bellezza sfiorisce con lo scorrere del tempo, ed è anche occasionale, al quale si fa ricorso per soddisfare essenzialmente le pulsioni del corpo. Dall’altro lato esiste un amore celeste, spirituale, che ci porta a sentirci intimamente legati all’animo dell’altro, alla sua personalità, insomma al suo essere più profondo. Questo tipo di amore è destinato a durare più a lungo perché l’anima non sfigura come il corpo con gli anni, ma non è necessariamente superiore al primo, né viceversa. Entrambi questi amori sono necessari, ma penso stia ad ognuno capire ciò che pensa di meritare, ciò a cui aspira.

MARY Apprezzo molto il suo tono aperto al relativismo, perché a volte in discussioni simili emergono soluzioni forse troppo categoriche, come se la verità fosse una sola. Come ha detto, ognuno è libero di decidere ciò è meglio per sé. Mi collego a quanto ha detto esponendo la mia opinione adesso, sicuramente al passo coi tempi.
Se l’amore fosse un salotto mondano, sarebbe uno dei pochi luoghi in cui la donna è del tutto padrona di sé e non sottomessa all’uomo di turno. È dove invece di essere comandata detta le leggi, indirizza la conversazione, promuove nuovi incontri galanti. Allo stesso modo è padrona in amore, perché è lei che la quasi totalità delle volte si fa desiderare. Nella sfera amorosa è quella in cui a differenza di quella pubblica può essere libera, indipendente. In particolare, la donna è protagonista durante la seduzione, che altro non è che la premessa all’amore, la sua porta d’ingresso, il flirt per intenderci. Se quando la coppia è fissa allora iniziano i problemi, le gelosie, invece in questo momento ibrido il desiderio è la chiave di tutto. L’uomo desidera ciò che non ha, la donna all’altro capo della sala da ballo, intenta a fumare il sigaro, che con uno sguardo ammaliante ammicca nella sua direzione. L’uomo la desidera, ma lei lo fa impazzire, sparisce, ritorna con un amante, tutto per esasperarlo, vendicare la posizione subordinata nella quale il suo sesso è da tempo costretto. Con l’amore le donne possono riguadagnare insomma un ruolo, o per lo meno avere voce in capitolo.

HARRY/Aristofane Questa posizione è del tutto nuova per me, e penso abbia un fondo di verità. Pensandoci, in fin dei conti nel nostro Paese è stato recentemente introdotto il voto per il gentil sesso, segno che la vostra causa ha sicuramente molti sostenitori.
Per quanto mi  riguarda invece, sostengo che l’amore sia un po’ come la ricerca di un buon sigaro: si spende tanta fatica, attraverso tante brutte esperienze per arrivare finalmente a capire quale fa al caso nostro. Poi, una volta trovato, non se ne può più fare a meno. È destino quindi, e il nostro compito è ritrovare la metà perduta che ci è sempre appartenuta, nella nostra vita precedente forse, come se fossimo stati divisi da un’unità iniziale.
Se ci pensate bene questo spiegherebbe perchè, dopo aver parlato un po’ al bancone di un caffè con una persona, a volte si ha la sensazione di conoscersi da una vita. È infatti per questo motivo che siamo tutti alla ricerca di un posto dove stare bene, di braccia che ci accolgano come una casa, all’eterna ricerca di una perfezione originaria. Amore è quindi mancanza e conseguente ricerca della parte mancante, perché siamo in fin dei conti esseri incompleti, come una macchina senza il sedile per il passeggero, ovvero qualcuno che ci accompagni nel lungo viaggio della vita.

GARY Che immagine affascinante! Davvero suggestiva. Spiegherebbe molti racconti di storie d’amore durevoli e gratificanti, nati all’improvviso e durati una vita intera, un po’ come quelli che troviamo nelle pubblicità.
La mia idea  probabilmente è meno poetica a confronto. Ritengo infatti che l’amore sia amore di ciò che è bello, nuovo. Potremmo pensarla così: tutti ci siamo ritrovati negli ultimi tempi a comprare l’ultimo prodigio tecnico, la radio, insieme a  moltissimi vestiti, scarpe, perché aspiriamo al meglio. E questa nostra società ci fa desiderare sempre di più, ci avete mai fatto caso? I grandi magazzini sono sempre più imponenti, i cataloghi dei prodotti più lunghi, le rate alla portata di tutti. Dopo aver comprato un’auto se ne desidera subito un’altra, più costosa e più bella, che è appena stata prodotta, e poi un’altra ancora. È una corsa infinita, un desiderio inesauribile. Ebbene, allo stesso modo è l’amore.
Appena soddisfatto un desiderio, ecco che non ci basta più e ne nasce un altro. Questo può portare a non voler stare con una sola donna, ma a volerle un po’ tutte, anche se già impegnate. Anzi, soprattutto in questa evenienza. Funziona probabilmente come con gli alcolici al giorno d’oggi: secondo delle leggi discutibili, un po’ come quelle sul matrimonio, non si potrebbero consumare. È come se fosse stato sottratto l’oggetto del desiderio a un assetato, e questo non fa che fargli desiderare l’oggetto bramato ancora di più. Ecco spiegato il perché delle reputazioni di molti uomini (e anche di molte donne) dagli amori molteplici. Semplicemente si ama l’amore.

ARTHUR Forse avete tutti ragione o tutti torto, per fortuna non sta a noi deciderlo. Dal nostro piccolo dibattito è emerso che l’amore è un ripiego per alcuni, un’illusione per altri, un’abitudine per molti, una salvezza per qualcun altro, ma le cose stanno così: senza di esso la vita sarebbe più vuota, priva di significato. Innamorarsi può infatti cambiare il nostro destino. È un viaggio alla scoperta di sé stessi e dell’altro, fatto di burrasche, vento e tuoni, ma che non ha eguali in gioia e soddisfazione quando il cielo si fa luminoso.

La rivolta di Briseide

Gaia Garofali e Clara Vallauri, in questa composizione, riscrivono un’inedita Briseide in ribellione nei confronti di Achille. Il testo è stato sviluppato nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

 “L’elaborato seguente nasce per volontà di riscattare la figura di Briseide che si rende gradualmente conto di essersi innamorata di colui che l’aveva privata del proprio corpo, della propria famiglia e della propria libertà.  Finalmente la ragazza prende coscienza del proprio ruolo come sacerdotessa di Apollo e sente di meritare di più rispetto ad essere una schiava di un vanitoso Acheo.”

*

SCENA: Sera. Accampamento di Agamennone.

 ATTO PRIMO

 Briseide giace a terra, lo sguardo fisso su Euribate e Taltibio che sono ormai figure lontane.

BRISEIDE Queste lacrime che mi rigano il volto sono lo specchio della mia sofferenza.  Ma saranno le ultime, lo giuro, che io, Briseide, sacerdotessa del Dio Apollo verserò per un uomo così indegno.  In Lui credevo di aver ritrovato l’abbraccio di una madre, la protezione di un padre e la passione di un marito. Mi sbagliavo. Tutti vedono in lui un eroe, invece non è altro che una cinica macchina da guerra. Egli, infatti, si lancia in battaglia non per amore della sua patria, ma per decantare il suo primato in forza.  Chissà quante altre schiave come me si sono infatuate del proprio tormentatore, vedendo in lui una figura salvifica. Dobbiamo renderci conto della bassezza di essere bottino da guerra, futile merce di scambio. Il nostro carnefice non può essere l’unica salvezza che ci rimane. Dobbiamo trovare il modo di ribellarci a questa condizione umiliante, ma come? Non attraverso le armi perché, per via del loro burbero cuore non avremmo pari possibilità. Forse scappando alla ricerca di un futuro migliore?  Si, forse è la soluzione scappare, e affidarci ai numi celesti.

Briseide lentamente si alza e tende le braccia verso il cielo.

ATTO SECONDO

Mattina. Briseide dopo una notte insonne di preghiere rivolge l’ultima invocazione ad Apollo.

 BRISEIDE Io, come tua devotissima ancella, ti invoco, o Dio delle arti e della medicina, se mai hai sofferto pene d’amore, ascolta questo mio cuore lacerato, tanto distrutto quanto sincero.

Qualche dimesso singhiozzo interrompe la sua supplica.

BRISEIDE Come tu, o luminoso, non fosti ricambiato dall’amore carnale di Dafne, così io soffro per le menzogne di Achille che in realtà non ha mai corrisposto il mio sentimento. Infatti, fui la sua schiava e più volte a lui mi unii, ma scoprii di essere solo un suo effimero piacere. Ricordo con amarezza quelle volte in cui mi esortava con gentili parole ad uscire dalla tenda per poter accogliere il suo amato Patroclo. Ed io, in disparte, senza neppure una coperta per ripararmi dal freddo, con gli Achei che si facevano beffe di me, rimanevo ad attendere, per un tempo che sembrava essere infinito, il richiamo del mio carnefice. Adesso mi rendo conto di quanto vana e superflua fosse la mia vergogna di fronte alle urla dei combattenti: il vero disonore  è quello che mi arrecò Achille, preferendo la compagnia di Patroclo alla mia.

In nome di quel tormentato amore che lui stesso aveva vissuto e riconosciute le sofferenze della giovane fanciulla troiana, Apollo discese dal Parnaso, avvolto da una nube luminosa. Briseide, alla vista di cotanta luce fu costretta a coprirsi gli occhi.

APOLLO Mia fedele servitrice, i tuoi lamenti mi hanno commosso. Anche tu, come Criseide meriti la tua vendetta. Ai Greci non sono bastate le morti provocate dai miei dardi fatali.

BRISEIDE Sono grata della tua bontà d’animo e stupita della compassione che rivolgi verso un umile mortale.  O dio che porti l’arco d’argento, scaglia ancora una volta la tua ira contro questi tracotanti invasori. Presta particolare attenzione verso colui che ha preferito al profumo e alla morbidezza di una donna il sudore e il corpo d’acciaio di un uomo.

APOLLO Mia cara Briseide, ciò che mi chiedi è un’ardua impresa, poiché Achille dal piede veloce è stato immerso nello Stige dalla madre Teti. Tuttavia, il tallone non è il suo unico punto vulnerabile: egli si strugge per Patroclo come tu stessa notasti. Solo privandolo del suo amato compagno riusciremo a turbare l’imperturbabile figlio di Peleo. Ma tu, degna sacerdotessa di un dio clemente, non devi temere: verrai presto vendicata per affronto.  Al calar della sera una pestilenza di ratti invaderà l’accampamento greco e tu non dovrai far altro che cogliere il momento di confusione generale per scappare. Io ti aspetterò laddove sono attraccate le triremi nemiche. Adesso va, fanciulla dalla guancia graziosa, e non turbare oltre la tua anima. Chi ti ha offesa avrà quello che si merita. Le mie parole ti siano di conforto.

Queste furono le ultime parole del dio che se ne andò, portando con sé la sua immensa luce.

ATTO TERZO

Apollo mantiene la sua promessa e un’invasione di ratti ricopre il suolo fuori dalle mura della città, mentre Briseide attua la sua fuga.

BRISEIDE Il momento propizio è giunto, mentre gli occhi inorriditi degli stranieri sono occupati a fissare l’invasione delle bestie senza sapere come liberarsene, finalmente mi riprendo la mia libertà. Ecco il seduttore Achille, questa sarà l’ultima occasione per affrontarlo.

BRISEIDE Tu che ti credi superiore persino agli dei, voltati e guardami per l’ultima volta.

ACHILLE Come osi rivolgerti al tuo padrone ed amante con questo tono sprezzante. Non ho ancora trovato il modo di riscattare te, il mio bottino che mi spetta di diritto, da Agamennone.

BRISEIDE Non fingere che questa lontananza ti rattristi, stai indugiando perché preferisci startene disteso con il giovane Patroclo! E non provare a negarlo, è più che evidente.

ACHILLE Mia dolce Briseide, come puoi rivolgere proprio a me tali accuse? Io che ti ho accolto tra le mie braccia, quando, stremato, tornavo dai campi di battaglia. Tu confondi la compagnia del mio più fedele amico e compagno di armi, poiché sei accecata dalla gelosia. Torna in tenda e vai a ripararti dall’invasione.

BRISEIDE No, nelle vostre sudicie tende giammai ritornerò. Me ne vado, ancora una volta sottovalutate il potere di una sacerdotessa. Sono stata io ad invocare su di voi questa nuova sventura. Adesso che Ettore è morto ti credi invincibile, ma sappi che perirai sotto la rocca di Priamo, colpito in un punto che per te sarà fatale. Nello Stige raggiungerai le anime da te martoriate. Addio.

Nel momento in cui Achille stupefatto stava per replicare le parole della donna, sentì in lontananza la voce di Patroclo chiedere disperatamente aiuto. E Briseide sparì, inghiottita dal caos, compiaciuta dell’opera del divino Apollo.

ATTO QUARTO

Briseide arriva alle Triremi greche.

APOLLO Briseide, dalle guance purpuree, non hai più patria, né famiglia e sei stata coraggiosa a seguire le mie parole. Adesso non ti resta che venire sul Parnaso con me, lì potrai dimostrarmi la tua infinita gratitudine. Visto che ti sono venuto in soccorso per le tue sofferenze d’amore così tu mi appagherai, seminando attorno alla mia dimora un’infinità di allori che mi ricorderanno ogni giorno la mia amata Dafne. Ti dovrai prendere cura delle mie piante predilette e vivrai il resto della tua vita libera dal talamo nuziale.

Invincibile

Agnese Genta, in questo suo scritto, rielabora il celeberrimo mito degli androgini raccontato nel Simposio, concentrandosi sull’interiorità e sulla condizione di incompiutezza e confusione dell’essere rimasto dimezzato e paragonandola allo stato di incompletezza che caratterizza la natura umana. Il testo è stato sviluppato nel corso del seminario di Scritture del desiderio, svoltosi nell’ambito del corso di Letterature comparate, della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Perché a volte ci sentiamo incompleti, come se ci mancasse qualcosa, ma non sapessimo bene cosa? E qualunque cosa facciamo quella sensazione non passa. Sehnsucht, malinconia, desiderio, mancanza, un vuoto incolmabile e indefinibile. Questa riscrittura, sotto forma di introspezione, vuole essere una sorta di mito eziologico che risponde a tale domanda reinterpretando, anche con l’aggiunta di elementi innovativi di finzione narrativa, in chiave romantico – schopenhaueriana il mito degli androgini raccontato da Platone nel Simposio attraverso la maschera di Aristofane”.

*

Apro gli occhi.

Luce abbagliante. Luce, luce, luce e ancora luce. Basta.
Li richiudo.
Respiro. Una, due, tre volte. Più piano o mi mancherà l’aria.
Sono vivo, quindi.
Sono malamente appoggiato a qualcosa di duro e rovente. Dovrei provare a tastarlo per capire se sono in pericolo, ma ho paura a muovermi. Sono terrorizzato dalla possibilità di provarci e non riuscirci, di essere in qualche modo bloccato da qualcosa o da qualcuno.
Devo capire dove sono. Devo aprire gli occhi. Di nuovo. Non voglio.
Mi paralizza solamente percepire quella luminosità penetrante al di là delle palpebre. Mi lascia impaurito e tremante, con il torace che tutto d’un tratto sembra essere troppo debole per contenere il cuore, il sangue e tutti gli altri organi. Un nero luminescente e accecante, anche con gli occhi chiusi. È terribile, come se milioni di minuscoli aghi mi stessero trapassando gli occhi, la fronte, il cranio, fino ad arrivare al cervello.
Schiudo lentamente le palpebre facendo tremolare le ciglia un paio di volte prima di mettere finalmente a fuoco qualcosa oltre quel banco di luce. L’azzurro del cielo, il verde delle colline, il nero dei corvi che comunicano tra loro gracchiando. Riesco anche a sentire dei grilli. Una folata di vento solleva la polvere del terreno arido e mi solletica il naso in modo familiare.
Inspiro a fondo e tiro un sospiro di sollievo, ma nel farlo sento la pelle dell’addome tirare dolorosamente, come se fossi stato per giorni interi sotto il sole. Ma non lo sono stato, giusto? Respiro a fondo di nuovo. Ora riesco a percepire un punto preciso, proprio al centro del mio ventre, in cui tutto il dolore sembra convergere. Una cicatrice? Una cucitura? Mi sento rotto. So di essere rotto. Perché? Non guardare. Non guardare.
Apro del tutto gli occhi e li rivolgo verso l’alto per evitare di pensare allo stato del mio corpo. Il mio corpo. Non lo sento neanche più mio. Non lo sento e basta. Prima o poi dovrò farlo, dovrò identificare il problema e trovare una soluzione, ma per ora posso concedermi una manciata di secondi in più di beata ignoranza. Codardo.
La fonte di quella luce tanto opprimente era il sole. Solo il sole.
Perché non riesco a sopportare di vedere la luce del sole? Perché ne sono terrorizzato? Perché quando la fisso mi manca il respiro e mi sento svenire? Perché non riesco a muovermi? Perché sento un dolore lancinante in tutto il corpo, ma non sento le parti del mio corpo? Solo dolore. E soprattutto perché non riesco ad abbassare lo sguardo, e a provare a trovare una risposta a queste domande?
Sono bloccato, incapace di fare qualunque cosa che non sia fissare quel tunnel di un candore ipnotizzante e sentirmi morire. Ancora e ancora. Istante dopo istante. Senza morire mai effettivamente: una tortura infinita che riprende volta dopo volta sempre uguale a se stessa. Non riesco a pensare, non riesco a ricordare, non riesco a capire perché sono qui e non so cosa potrei fare dopo. Non riesco neanche più a sentire i grilli e i corvi o a vedere il cielo. Solo quel bianco, quell’urticante chiarore che mi svuota l’anima e lo stomaco, sempre che io ne abbia ancora uno. 
Non ne posso più. Chiudo gli occhi.
Perché quel puntino luminoso ha tanto potere su di me? Eppure è solo luce. È solo il sole. Così piccolo rispetto all’ imponente vetta della montagna che gli si staglia a fianco. Ecco dove sono accasciato: su una sporgenza rocciosa di quella stessa altura.
La luce. La montagna.
Volevo raggiungere il cielo.
Ecco perché sono qui.
Io non… Non mi sembra di essere caduto, però deve essere capitato.
Ora ricordo.
La sensazione della roccia fredda sulla punta delle dita. L’aria che diventava sempre più rarefatta. Il sole splendente nel cielo, più vicino a ogni passo. Prima o poi l’avrei toccato, ne ero sicuro. La stanchezza fisica che era in realtà solo una sensazione sfumata, sovrastata dal desiderio di raggiungere la vetta, di toccare il cielo, di chiacchierare con il sole, di dormire accanto alla luna e alle stelle. Quel fuoco che mi bruciava dentro, scintille scoppiettanti che mi esplodevano nel petto dandomi la forza di fare qualunque cosa. Mi sentivo invincibile. Ero invincibile.
Avevo lo sguardo fisso sull’obiettivo, i sensi annebbiati dall’ossessione di raggiungere quella sfera luminosa. Mi sembrava già di poter toccare le nuvole, di tastarne la soffice inconsistenza.
Poi all’improvviso quella luce familiare viene sovrastata da una del tutto sconosciuta che, in un secondo di violenza, cancella ogni cosa. Un lampo. Un fulmine a ciel sereno. Bianco. Il nulla.
Chiudo gli occhi. Un tuono romba in lontananza.
Strizzo gli occhi tanto da sentirli bruciare nella speranza di poter cancellare quel ricordo dalla mia mente.
Dopo il tuono cadevo in una voragine.
Via, via. Va’ via.
Era tutto buio.
Basta con tutto questo, basta frustrazione.
Urlavo, ma non usciva un suono.
Voglio tornare lì, sulla montagna, voglio scalare il cielo.
Volevo piangere, singhiozzare, disperarmi, tirare pugni, ma non riuscivo a fare nulla.
Una goccia gelida scende sul mio zigomo sinistro. Non è pioggia.
Così fragile nella mia impotenza.
Apro gli occhi per l’ennesima volta e capisco che è una lacrima, ma non sto piangendo. Una singola goccia salata.
Poi un taglio, un dolore allucinante ovunque.
Possibile che sia lì da prima? Il pianto di un morto, di qualcuno che non esiste più, e che ha provato ad ancorarsi con tutte le sue forze lì, nella coda dell’occhio.
Squarciato, mi sono sentito squarciato.
Se è davvero così allora questa piccola lacrima è tutto ciò che mi rimane di quello che ero. Come farei se la perdessi? Perderei anche me stesso? Resterei per sempre questo debole e inutile fantoccio?
Una persona divisa in due. Così, come se niente fosse.
Almeno il ricordo, almeno quello.
Aperto in metà, lasciato a sanguinare e poi buttato via come un giocattolo rotto.
Alzati! Per la miseria alzati! Sei ancora vivo, no? Fa’ qualcosa allora. Dimostralo!
In fondo sapevo di essere rotto.
Mi alzo di scatto e mi metto a sedere. Un brivido di disagio attraversa una ad una le mie vertebre.
Prima invece …
La lacrima inizia a scorrere velocemente lungo la guancia.
… ero …
No, non andare!
… felice, …
Mi tocco il mento per cercare di raccoglierla, ma non c’è già più.
… ero …
Cade a terra.
… completo.

Rimango ipnotizzato a fissare quella minuscola chiazza di colore più scuro che si asciuga per un lasso di tempo che non riesco a definire. Poi non rimane più nulla.
Ma nulla di cosa? A cosa stavo pensando prima? Non ricordo. Perché sto fissando il terreno? Non lo so. È strano: per quanto mi sforzi non riesco a ricordare niente di specifico. Quando ci provo tutti i miei pensieri si interrompono e non mi rimane una sola idea in mente.
Forse sono rimasto qui troppo a lungo e mi sono preso un’insolazione.
Devo proprio alzarmi e trovare un posto in cui ripararmi da questo sole cocente, sono quasi ustionato. Chissà come mai non mi sono spostato prima.
Faccio leva con la mano sulla roccia che ho a fianco e mi alzo in piedi piegando le gambe, ma non appena provo a muovere un passo perdo l’equilibrio, scivolo all’indietro e finisco di nuovo per terra alzando un nuvolone di polvere e insetti.
Ci riprovo: stesso risultato. È come se mi mancasse un appoggio da qualche parte.
Probabilmente l’insolazione è una questione molto più grave di quanto non pensassi.
Provo a gattonare per spostarmi e sembra funzionare meglio, anche se di tanto in tanto perdo ancora l’equilibrio e finisco per strisciare. Anche muovendomi lentamente sento comunque un dolore diffuso in tutto il corpo che non accenna a diminuire.
Ma cosa diamine mi è successo? Non può essere solo l’insolazione, forse sono caduto e mi sono fatto male da qualche parte. Appena al sicuro devo controllare di non avere ferite o ossa rotte.
Mentre mi sposto a fatica noto che, ben presto, il sole cocente non sarà più un problema dato che sta per tramontare. Fortunatamente poco dopo riesco a trovare un luogo riparato in cui passare la notte: una rientranza nella roccia circondata da una foresta di pini. Mi accascio contro la parete rocciosa e riprendo fiato con una certa difficoltà. L’odore del sottobosco mi inonda le narici e riesco a calmarmi. Rimango lì per minuti interi a sentire il mio stesso respiro, con la mente sgombra e incapace di formulare un qualunque pensiero.
Distendo per bene le gambe e inizio a ispezionare il mio corpo: i piedi, le caviglie, le gambe, le ginocchia, le cosce, l’inguine, i fianchi, il ventre. Porto la mano sul petto e la lascio così per qualche momento, la osservo alzarsi e abbassarsi. Passo alle spalle e al collo, poi alla schiena, alle natiche e infine alle braccia. Provo a muovere i gomiti, i polsi, le dita. Tasto la nuca, sposto le dita dietro alle orecchie, tra i capelli, sulla fronte: non è più calda. Le palpebre, le guance, il naso, le labbra, il mento. Sembra essere tutto a posto, non ho alcuna ragione per non riuscire a camminare.
E allora perché sento di non stare bene? Come se avessi un buco nero da qualche parte nelle viscere, un tarlo che striscia nello stomaco e divora piccole parti di me lasciandosi dietro solo dei cunicoli cavi. E più divora più vuole divorare. Ci sono cavità del mio animo che non pensavo esistessero e ora pulsano, bramando di essere riempite. Potrò mai colmarle? E se non potessi? È davvero possibile sopravvivere, vivere così? Ma come può mancarmi qualcosa? Non posso avere nostalgia di qualcosa che non c’è mai stato, sono sempre stato così. E se invece non lo fossi stato? Non posso esserne certo se non riesco a ricordare nient’altro. Presumo di essere nato, di essere stato creato intero, ma se non lo fossi stato? Chi o cosa sarei a quel punto? Se prima fossi stato un uccello e avessi perso le ali, o un serpente e avessi perso la coda? Mi passo la mano sulle scapole e poi sulla parte bassa della schiena. Nessun fantasma. Ormai il sole è tramontato. Gattono, questa volta con più sicurezza, fino a una radura vicina e cerco due rami abbastanza resistenti che possano fungere da sostegno. Ne trovo uno per terra e ne stacco uno da un pino aiutandomi con l’altro. Li spoglio di alcuni rametti e degli aghi e, appoggiandomi a un tronco, con l’aiuto dei miei nuovi bastoni, riesco a stare in piedi. La mia schiena è quasi incollata all’albero a causa della resina e le mie gambe stanno tremando, ma ci devo provare. Mi stacco dal tronco, sento i muscoli cedere, però mi faccio forza e, tenendo la presa salda, sposto uno dei bastoni più avanti e lo seguo con il piede. Barcollo un po’, ma riesco a non perdere l’equilibrio. Lentamente e con fatica riesco finalmente a camminare. Non dovrebbe essere così difficile, non dovrei sentirmi così inadeguato nel mio stesso corpo. È quasi del tutto buio quando riesco a ritrovare la ormai familiare rientranza nella roccia. Appena la riconosco cado in ginocchio sfinito e getto i bastoni lì vicino, mi trascino nel punto più nascosto e riparato e mi corico per terra. Lo sento ancora. Quel vuoto senza nome. È quasi insopportabile. Non appena penso di essermene liberato, non appena penso di aver portato a termine quello che volevo fare, ritorna, uguale a prima. Sono riuscito a camminare, non perfettamente, ma migliorerò, che altro può mancarmi ancora? La soddisfazione per essere riuscito a fare quello che volevo fare da tutto il pomeriggio è durata un secondo, giusto il tempo di riprendere fiato, poi sono tornato a sentirmi angosciato. Condannato alla frustrazione e al dolore in eterno. Vorrei solo poter capire questa sensazione in qualche modo, dargli un senso, un’origine, una soluzione, ma non riesco. Inizio a respirare sempre più affannosamente, poi comincio a prendere a pugni la terra, tiro calci contro la roccia, mi copro la faccia di polvere, urlo disperato singhiozzando. Continuo con questa scarica di violenza irrazionale finché, stremato, sporco e ferito, non mi raggomitolo su me stesso, portandomi le ginocchia al petto e appoggiandovi sopra la testa. Mi stringo più forte che posso sperando che la resina che ho ancora addosso riesca a incollare tutto me stesso, a riempire tutti i buchi.
Mi addormento tremando. Sogno di essere sulla cima di una montagna, e per un attimo sono di nuovo invincibile.

Un dio ci ha reso monchi, continuamente alla ricerca di ciò che ci manca, e una lacrima caduta ci ha fatto dimenticare tutto, ci ha reso ignari di ciò che davvero desideriamo. Quindi spesso ci sentiamo frustrati, inadeguati, insufficienti a noi stessi e senza possibilità di uscita da questo stato, proprio come il nostro androgino. Tuttavia, esiste il mondo notturno dei sogni in cui, per un momento infinito, torniamo a essere perfetti, non mancanti di nulla, soddisfatti di noi stessi. Invincibili.

Bibliografia
Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2000
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Giorgio Brianese, Torino, Einaudi, 2013


Amore e Psiche

Viviana Zanirato riscrive la favola apuleiana di Amore e Psiche prendendosi la libertà di cambiarne parzialmente gli avvenimenti, nel corso di un seminario di Scritture del desiderio, svoltosi nell’ambito del corso di Letterature comparate, della Prof.ssa Chiara Lombardi, a.s 2021/2022

“Con questa riscrittura creativa ho provato ad immaginare come sarebbe potuta andare la storia di Amore e Psiche, raccontata ne Le Metamorfosi di Apuleio, se Amore non si fosse accidentalmente innamorato della fanciulla. Sappiamo da Apuleio che Amore e Psiche alla fine del racconto hanno una figlia, Edonè (Voluttà); anche in questa versione Psiche ha una figlia, che però prende il nome di Sofia, in greco “saggezza”, proprio per il desiderio della giovane che è allo stesso tempo romantico e di conoscenza. L’estetica del principe sposo di Psiche è liberamente ispirata alla figura di Leopardi. In tutto il testo infine si possono cogliere tracce della tradizione greca”.

*

C’era una volta un antico regno governato da un re saggio e giusto. Egli, pur desiderandolo con tutte le sue forze, non ebbe mai un erede maschio; al suo posto tuttavia, gli dèi gli concessero tre figlie femmine, che eccellevano in bellezza e grazia. Le due sorelle maggiori erano molto lodate con parole umane dal popolo per la loro bellezza, ma la minore, di nome Psiche, aveva una bellezza considerata divina, e per questo motivo le lodi non potevano che essere tessute con parole divine. La bellezza di Psiche viaggiò in lungo e in largo, e arrivò fino alle orecchie della dea della bellezza, Afrodite, che fu subito estremamente gelosa della giovane rivale e decise di mandare suo figlio, Amore, a compiere la sua vendetta: la fanciulla bellissima si sarebbe dovuta innamorare di un un uomo dall’aspetto mostruoso.
Amore, figlio devoto, eseguì senza indugio gli ordini della madre e una notte, mentre Psiche era addormentata nel suo letto, si intrufolò nelle stanze della fanciulla armato delle sue frecce che sciolgono le membra; vedendola addormentata, si trovò a pensare anche lui che fosse di una bellezza divina, e si soffermò per un momento ad ammirala, ma ben presto si riprese e svolse diligentemente il compito a lui assegnato.
Il giorno seguente la bella Psiche, durante una passeggiata vicino al castello con le sue dame, si imbatté in un uomo sicuramente non di bell’aspetto: egli era infatti pallido, stempiato, basso, esile e sicuramente anche di salute cagionevole.
Le dame, inorridite da quella vista, esortarono la fanciulla a proseguire la sua passeggiata senza neanche avvicinarsi all’uomo, ma Psiche fu subito sicura di aver visto in quell’uomo di aver visto qualcosa oltre il suo aspetto fisico, e di nascosto dalle dame riuscì a intavolare con lui un breve colloquio e a ottenere dall’uomo un appuntamento per la sera successiva.
I due si incontrarono quindi in gran segreto, unica complice e sentinella la vecchia nutrice di Psiche per la quale la fanciulla era un libro aperto e aveva subito capito che qualcosa in lei non andasse, per cui si era fatta raccontare tutto e di conseguenza si era fatta più o meno involontariamente coinvolgere nella storia.
In tal modo i due giovani poterono trascorrere del tempo insieme e finalmente conoscersi meglio; l’uomo era già a conoscenza delle origini reali di Psiche e aveva sentito parlare della sua bellezza, ed era proprio per questo motivo che era giunto nel regno: per chiederla in sposa.
Spiegò infatti alla giovane di essere anch’egli un principe, proveniente da un regno lontano, e di essere venuto da lei con la speranza di un matrimonio, ma aspettandosi un suo rifiuto poiché, anche se ricchissimo e di nobili origini, era di brutto aspetto: sapeva infatti per esperienza diretta quanto le persone, e in particolare le giovani fanciulle, fossero superficiali e si limitassero all’apparenza; più volte infatti camminando per strada si era sentito criticato e giudicato da persone che, credendo di non essere sentite, elogiavano la sua ricchezza ma erano convinte che non avrebbe mai trovato l’amore proprio a causa del suo aspetto.
I due giovani trascorsero l’intera notte a parlare e a conoscersi, e il giorno seguente il giovane, incoraggiato da Psiche, si presentò alla corte del re per chiedere la mano della principessa.
Il re prese subito in considerazione il pretendente, dal momento che l’alleanza con il regno del principe gli avrebbe fatto molto comodo, ma allo stesso tempo era combattuto, perché per nulla al mondo avrebbe imposto alla sua figlia più bella un tale marito, soprattutto se ella non era la prima a desiderarlo.
Padre e figlia quindi ebbero un breve colloquio, e il padre si mostrò sinceramente stupito nel vedere la figlia, che avrebbe potuto avere davvero chiunque, entusiasta di sposare un uomo di tale aspetto; subito si trovò a giustificare l’entusiasmo della figlia con la ricchezza senza pari del futuro marito, deluso in cuor suo credendo di aver cresciuto una figlia tanto venale e ignorando quanto i sentimenti della figlia fossero invece puri.
Il matrimonio tra i giovani si svolse con grandi e numerose celebrazioni una settimana dopo il consenso del re, e Psiche si trovò a salutare per sempre la sua famiglia e il suo regno per andare a vivere in quello del nuovo marito, felice e follemente innamorata. Giunta nel nuovo regno, i suoi nuovi sudditi rimasero a bocca aperta quando videro il loro principe tornato con una principessa bella quanto una dea, e ben presto cominciarono ad osannarla anche loro come tale.
Questa reazione causò una nuova ondata di ira nel cuore della dea Afrodite, la quale notò infastidita che il suo piano non aveva funzionato, e che inoltre la fanciulla appariva addirittura ben felice e innamorata di quell’uomo dall’aspetto orribile.
Afrodite decise quindi di intervenire lei stessa, e sotto le spoglie di una vecchia mendicante si recò al palazzo della giovane coppia. Lì pronunciò una serie di incantesimi e sortilegi con il fine di non permettere a Psiche di superare i confini del castello, poi inviò un oracolo in sogno alla fanciulla per avvisarla che, se mai fosse uscita dalle mura, l’avrebbe colta una malattia terribile che l’avrebbe potuta addirittura uccidere.
Nonostante l’avvertimento, per tre volte Psiche tentò di uscire dal castello, e per tre volte cadde malata e costretta a letto per intere settimane, il novello sposo come unico conforto in quella situazione; fu proprio in quei momenti che, vedendo la bellissima moglie nelle condizioni terribili in cui solo un malato sa essere, il giovane cominciò ad innamorarsi profondamente della persona che lei effettivamente era, e non più solo della sua tanto famosa quanto veritiera bellezza.
Data questa condizione di malattia e di costrizione all’interno delle mura, il principe decise di far ampliare la biblioteca del castello per la sua sposa, ed esortò Psiche a non tentare più di uscire dal castello in modo fisico, ma di volare fuori di lì con la fantasia per andare nei boschi, nelle città, nelle valli e in tutti i numerosi luoghi narrati nei libri.
La biblioteca era il luogo prediletto del principe, e molti tra i medici che lo seguivano per la sua salute cagionevole sostenevano che fosse stata proprio questa sua passione per la lettura, che lo accompagnava fin dall’infanzia, a renderlo così poco piacevole alla vista: passava infatti ore ricurvo sui libri a leggere e studiare, nella penombra della biblioteca, e passavano giornate intere senza che si ricordasse anche solo di uscirne per le azioni più banali, come i pasti.
Ripresasi dall’ultima malattia, che le era risultata quasi fatale, Psiche decise di seguire il consiglio del marito: lei non era mai stata un’appassionata di letteratura, anzi: fin da bambina l’avevano caldamente esortata a interessarsi poco o nulla di libri, per potersi concentrare meglio su ciò di cui una fanciulla ha davvero la necessità di sapere, come l’apprendere il modo in cui trovare marito, le tecniche per curare la sua bionda chioma lucente al meglio e come porsi risultare sempre gradevole alla presenza di uomini senza mai dover aprir bocca.
Tra Psiche e la biblioteca fu un vero e proprio colpo di fulmine: nonostante l’approccio iniziale fosse abbastanza timido, una volta incoraggiata dal marito la fanciulla cominciò a leggere e non si fermò più: in pochi mesi aveva finito di leggere tutti i numerosissimi volumi presenti nella biblioteca del marito, e la sera i due coniugi presero l’abitudine di discutere lungamente prima di andare a dormire dei temi più alti.
Il tempo trascorso nella biblioteca insieme al marito aveva abbellito la mente della fanciulla, ma aveva intaccato la sua bellezza; ora chi la vedeva all’interno delle mura del castello pensava sempre che fosse molto bella, ma non veniva più paragonata alla dea della bellezza stessa.
Afrodite allora, lieta che il suo piano avesse finalmente funzionato e non più invidiosa della ragazza, decise di togliere il sortilegio che limitava Psiche nelle mura del castello, e avvisò la fanciulla con lo stesso metodo della prima volta.
Nonostante la ritrovata libertà, Psiche non uscì subito dal castello: erano infatti ormai trascorsi anni e lei insieme al suo consorte erano diventati i sovrani del loro regno, per cui erano entrambi occupatissimi ad amministrare i possedimenti e curare i sudditi al meglio.
Il loro regno viene ancora oggi ricordato con grande ammirazione e nostalgia: non si era mai visto un regno tanto prospero e felice, e molti attribuirono tali caratteristiche alla cultura dei sovrani, che era sconfinata e che giorno dopo giorno si accresceva e aggiornava con nuovi studi su qualsiasi tema: questo desiderio di conoscenza aveva reso i due sovrani i più illuminati di tutti i tempi.
La coppia ebbe anche una figlia, Sofia, bella come la madre e anch’ella con una cultura considerevole; il fatto che fosse femmina infatti non aveva impedito ai genitori di fornirle un’istruzione completa, e anche se furono criticati non se ne curarono.
Fu proprio Sofia a succedere ai genitori quando essi furono troppo anziani per occuparsi del regno e decisero di trascorrere il resto delle loro vite in viaggio, per conoscere persone e culture provenienti da tutto il mondo, e per vedere con i propri occhi quegli stessi luoghi descritti con dovizia di dettagli e letti nei libri, che avevano impegnato la maggior parte dei loro lunghi pomeriggi.



Destino Funesto

Beatrice Ruggiero, in questa sua composizione, rielabora in una prospettiva inedita l’infelice storia di Hel, rivista qui dal punto di vista della stessa dea. Il testo è stato sviluppato nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi. 

Il seguente elaborato nasce dalla volontà di riscattare una figura complessa all’interno della mitologia norrena; si parla infatti di Hel, dea dei morti senza onore, posta a tale ruolo da Odino poiché parte dei tre figli del male. Nonostante la terribile condizione che il destino le ha riservato, ella si dispera per la sorte dei propri fratelli, motivo per cui nel testo tesse loro lacrime e lodi. Qui mi pongo umilmente da sua portavoce.

*

Figlia del fuoco
fui costretta alla romba
del gelido vento
che soffia nell’ombra,
or domino il ghiaccio
e la sorte dei morti
che non per onore
da me sono accolti.
Tra tutti coloro
che m’han conosciuta
uno tra gli altri
m’ha assai meno temuta,
non per inganno
né per sua colpa
costui al mio cospetto
si ritrova la tomba.
Dyggvi fu ‘l nome
quando ancor il rintrono
dei passi suoi vivi
risuonava sul suolo:
nubile allor
accettai la sua mano,
divenne consorte
del mio lato umano.
Così io, di fatti,
fui costretta dal fato
metà così bella
da lasciar senza fiato;
tuttavia l’altra parte
del mio povero volto
rappresenta con carne
l’altra faccia del mondo.

Nacqui da Loki,
dio ancor conosciuto:
agli dèi inganna gli occhi,
all’uomo offre aiuto;
purtroppo di questo
in pochi si accorgono
concentrati su quello
che fu il suo tramonto.
Egli ai mortali
diede attrezzi d’ingegno
ma ‘l sol male si vide
nonostante l’impegno;
fu però da noi figli
che Odino si avvide
ci tolse dal nido
e poi ci divise.
Al fratello mio lupo,
di Fenrir che ha il nome,
infatti il futuro
riservava più onore:
lui vincerà il padre
dell’uomo che a me
venne e cui Hermodhr
far tornare richiese.
Fratello mio cane,
a me ti han disgiunto
ti han con le catene
a Lyngi rinchiuso,
ma verrà il gran giorno
che paura assai incute,
sconfitto al tuo ritorno
sarà il dio delle rune.

Purtroppo fratello
sarà già perduta
la speranza di vita
che ti era stata preclusa:
Vidhar di spada
sarà infatti lesto
e del sangue versato
pagherai subito il prezzo.
Dolore mi invade
per tale destino,
ma non sol per te
si riversa il mio grido:
infatti il mio sangue
non ha solo Fenrir,
vi è Jǫrmungandranche
tra noi maledetti.
Serpente di forma
cresce nel fondo
del mondo dell’acqua
dove giace pensando
a Ragnarok, quando
morente sul suolo
vedrà lo spavaldo
morir del suo siero.
Quest’ultimo, infatti,
quando Odino lo chiese
lo scagliò giù nel mare
dove ancor oggi cresce.
Questa è la storia
del fato dei miei
poiché nostra natura
allor non piacque agli dèi.

Bibliografia
Snorri Sturluson, Edda, a cura di G. Dolfini, Milano, Adelphi Edizioni, 2019

Novembre 2015

Vittorio Punzo, in questo suo testo di finzione, prova a guardare dagli occhi di una giovane lavoratrice parigina, morta nell’attentato al Bataclan di Parigi nel Novembre del 2015, la realtà prima e dopo il proiettile che la colpisce allo stomaco. Nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi, il testo comprende citazioni e riscritture dei testi inseriti nelle fonti in calce al racconto.

La riscrittura è un tentativo, forse fin troppo presuntuoso, di ricordare e caratterizzare una vita, tra le tante, persa nell’attacco del 2015 al Bataclan di Parigi, evento ricorrente per modalità e motivi in luoghi e tempi vari.
Ho volutamente sbilanciato il tempo del racconto a prima dello sparo: la narrazione quasi surreale mi serviva per alcuni motivi: 1) la ragazza ha un presentimento 2) ha un particolare rapporto con la nostalgia 3) Il suo umore è instabile, è incinta.
Nella parte centrale ho pensato che se la convenzione vuole che prima di un evento tragico succeda qualcosa di bello, la ragazza avrebbe potuto semplicemente desiderare-immaginare una cosa bella senza però ottenerla.
Le ultime 1000 battute sono dedicate a un pensare ostinato e metaforico sul proiettile nello stomaco. Cambio il tempo della narrazione, uso il presente, tutta la prima parte del racconto assume la forma di un ricordo racchiuso nell’istante dello sparo. In questo, forse, risuona l’incipit di Underworld di Don De Lillo.
La ragazza è stata colpita, adesso si sente quasi utile, non prova rabbia, forse addirittura, con freddo raziocinio, è felice che la sua vita e quella che si portava in grembo non saranno (più) partecipi alla corsa umana, da ora in poi la vita che portava in grembo resterà immobile nel nulla oscuro della non-nascita, in quel buco nero della pre-origine. I freschi ciuffi d’erba sono un’immagine sostitutiva della nascita che non avverrà mai, dunque simbolo di serenità.

*

Mi travestivo spesso, mi piaceva farlo. Quando mettevo addosso un travestimento diverso ogni cosa appariva cambiata, colorata di una nuova tonalità più calda o tendente al violaceo, meno satura o più in rilievo, più esposta, talvolta meglio definita. Poche volte la realtà mi appariva ombrosa o sfocata, quando succedeva scattavano in me degli strani turbamenti. Queste evocazioni turbinanti e confuse non duravano mai che qualche secondo; spesso, la mia breve incertezza circa il luogo in cui mi trovavo non staccava l’una dall’altra le diverse supposizioni di cui essa era fatta. Non meglio di quando, scegliendo una fragranza, non riusciamo ad isolare le varietà proposte dal venditore e finiamo per immaginare profumi che non esistono. Ma avendo riascoltato un po’ l’una un po’ l’altra, come fossero lontane decadi di anni tra loro, le camere dove avevo abitato nella mia vita, come i travestimenti che avevo adottato, finivo per ricordarmele tutte durante le lunghe fantasticherie che seguivano il risveglio. Una delle quali era la camera d’inverno dove, quando si è coricati, si ficca la testa in un nido messo insieme con le cose più disparate, un angolo del guanciale, l’estremità delle coperte, il capo d’uno scialle, il bordo del letto, un numero di Charlie Hebdo, cementati infine tra loro con la tecnica del dis-ordine costruttivo. E poiché in casa mia quel quindici novembre il fuoco è rimasto spento tutto il giorno, ho deciso di uscire prima del tempo per cercare qualcosa di buono in città.

Qualcosa di buono, di notte a Parigi sui bulevard, prima del lavoro è: mangiare cibo da strada oppure bere birra calda. Qualcosa di buono è incrociare un amico. Ma qualcosa di buono è anche vedere propria madre svegliarsi, cosa non verosimile sul bulevard. Qualcosa di buono e sapere i propri genitori smetterla di lottare per un pezzo di terra o per il potere. Qualcosa di buono è sapere che la vita su questo mondo continua anche senza una promessa radicale volta a eliminare chi ha categorie di pensiero diverse dalle tue. Qualcosa di buono, l’ho accarezzato, saresti tu, e lui ha risposto con una botta. Allora ho pensato:

Vi fu un tempo remoto
in cui nulla era:
non sabbia né mare
né gelide onde.
Non c’era la terra
Né la volta del cielo;
ma voragine immane
e non c’era erba.

Avevo fame. L’orologio della farmacia segnava le 7, ero nell’XI arrondissement e nel freddo novembrino, avevo ricordi insoliti: fantasticavo, fuori luogo, e vedevo me bambina. Avevo un’ora prima del lavoro e strani pensieri per la testa. Così il tempo si è accavallato e incastrato nella sua stessa morsa, i miei vestiti si sono sovrapposti e ora passato e futuro prendevano le sembianze di un unico succoso boccone. Morsicavo del pane asciutto mentre camminavo sul bulevard. Ho guardato i miei passi fino al 50 di bulevard Voltaire. Poi ho guardato l’ingresso, un ingresso per nulla singolare, e mi è venuta voglia di descriverlo come l’ingresso a uno dei mondi paralleli che ho trovato nelle narrazioni mitiche. Ne avrei parlato con qualcuno molto volentieri, avevo un’improvvisa voglia di sprofondare nelle parole, con un qualunque vicino ad ascoltarmi mentre dicevo una qualsiasi cosa stravagante; oppure immagina, gli avrei detto, zero lotte, nessuna proprietà terriera o di credenza. Nessun disadattamento sociale. Nessun occidente, nessun oriente. Nessun Niflheimr, non un Muspellheir. Nessun gigante protestante, pentecostale, cristiano, islamista. Nessuna modernità, nessuna madre delle certezze. Solo energie, senza gravità, solo una fredda era di Plank e questo ingresso al teatro per nulla singolare.

Il mio lavoro al teatro è indicare alle persone il loro posto: “In fondo a destra”, “Il suo posto è a sinistra”. “Ecco questo è il suo posto, signore”. Io sono la prima che vede chiunque entri nel teatro, ero la prima che chiunque trovava all’ingresso. Accoglievo, per prima, anche un esercito.

Accoglievo anche giganti con i fucili e la lana in faccia. Dopo essermi vestita e aver fatto il mio lavoro, iniziato il concerto: c’era musica. La stessa musica che si suona in altri mille posti così. Poi c’è stato un fragore incomprensibile. Il pavimento dell’atrio aspettava le mie stanze, i miei travestimenti, le mie intimità. Le aspettava non senza il mio sangue. Quei giganti con le armi intarsiate di legno hanno voluto me come primo dono prezioso per una nuova umanità. Non pensavo di essere così importante, eppure sono stata la prima. Ero, e ora sono lì, travestita delle stesse origini dell’universo, una voragine immane mi separa il lembo destro dal lembo sinistro di carne, il centro è bollente se provo a poggiarvi il dito e mi accorgo che una scissione nucleare imminente sta accadendo sotto la mia falange; la spina la sento che è rigida come il ghiaccio, quando il sangue caldo toccherà la vertebra ialina vedrò, vedranno, il paradiso al centro del mio corpo. Vi fu un tempo remoto, in cui nulla era non sabbia non mare non gelide onde. Non c’era la terra, né il firmamento, ma una voragine immane dove la mia vita è iniziata, dove un’altra stava crescendo e ora al suo posto crescevano lenti e freschi ciuffi d’erba.

Bibliografia
J. Baggott, Origini. La storia scientifica della creazione, tr. it. di I. C. Blum, Adelphi, Milano, 2017
G. Génette, Figure III, tr. it. di L. Zecchi, Einaudi, Torino, 1986
M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Dalla Parte di Swann,  tr. it. di G. Raboni, Mondadori, Milano, 1983:128
S. Sturluson, Edda, a cura di G. Dolfini, Adelphi, Milano, 1975:52,53

Storia del Re Supremo e della sua Creazione

Ilaria Elmo, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva la Creazione divina, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

La mia riscrittura propone una rivisitazione delle origini bibliche in chiave fantastica. Infatti il suo contenuto aggiunge un tocco di magia e d’incanto modernizzando il tema stesso e avvicinandolo alle nuove generazioni.

*

C’era una volta, prima che tutto nascesse, un essere talmente potente da non poter essere comparato a nessun altro. La sua bellezza era impareggiabile, così come la sua bontà e il suo senso di giustizia. Nel corso dei secoli avrebbe avuto diversi nomi, e, perciò noi lo chiameremo semplicemente Re Supremo.

Il Re Supremo viveva in uno splendido castello, al di sopra di tutto l’Universo. Egli poteva avere qualunque cosa desiderasse, ma dopo un po’ di anni iniziò ad annoiarsi, a causa della solitudine. Nonostante non gli mancasse nulla all’interno della sua maestosa dimora, sotto di essa c’era il vuoto assoluto; perciò il Re supremo decise di creare un mondo gradevole da osservare in cui potesse esserci vita.

Egli compì la sua opera in sei giorni. Nell’arco della settimana si rese conto che la vista dal suo castello era sempre più bella e affascinante: poteva osservare le stelle luccicanti nel cielo e le acque scintillanti sulla Terra. Con il passare del tempo la terra acquistava vita e bellezza in ogni dove. I fiori e le piante presero vita e diedero tocchi di colore magnifici. C’erano rose, gigli, alberi da frutto e tutto ciò che si potesse immaginare. La terra acquistava sempre più l’aspetto di un’opera d’arte dalle mille sfumature. Dopo aver creato le piante, il Re Supremo decise di creare gli animali, perché popolassero il pianeta. Dato però che le apparenze possono ingannare è necessario specificare che sotto la magnificenza della Terra si nascondevano mille pericoli, e gli esseri che la popolavano dovevano lottare per la propria sopravvivenza.

Nonostante il Re Supremo avesse alleviato la propria solitudine popolando la Terra, non era ancora pienamente soddisfatto, quindi decise di creare gli esseri umani. Essi erano diversi dagli altri animali che popolavano il pianeta, al di sotto del castello: erano stati creati ad immagine e somiglianza del Re Supremo. Egli era talmente affezionato agli esseri umani che decise di farli vivere con sé al castello; questo per evitare loro di affrontare i pericoli della Terra sottostante. Gli uomini potevano usufruire di tutti i divertimenti presenti nella dimora del Re Supremo; l’unico divieto che egli pose loro era quello di non avventurarsi all’interno della Biblioteca Infinita: essa conteneva tutto il Sapere dell’Universo.

I mesi passarono e gli uomini, insieme al Re supremo, si divertirono tantissimo. Passavano le giornate ballando, cantando e sognando ad occhi aperti. Tutto sembrava perfetto. Ma la fine di quell’idillio si avvicinava a grandi passi.

Una notte, una ragazza di nome Eva, fece un sogno diverso dagli altri: sentiva il suo corpo muoversi senza che lei lo volesse e poteva vedere tutto al di fuori di esso. Vide sé stessa alzarsi dal letto senza alcun rumore e, con la massima circospezione, dirigersi lentamente verso la Biblioteca Infinita. Al suo risveglio provò sollievo nel constatare che si era trattato solo di un sogno e cercò di passare la giornata senza pensarci troppo. La notte seguente però il sogno si ripeté e così quella successiva. Il terzo giorno Eva non poté più fare finta di niente e, questa volta per davvero, si diresse verso la Biblioteca Infinita, per poi farvi ingresso. Al suo interno si perse, talmente tanti erano i volumi in essa contenuti. La giovane iniziò a leggerli, uno dopo l’altro; non poteva smettere.

Il Re Supremo aveva anche la capacità di essere a conoscenza di tutto ciò che accadeva all’interno delle mura del castello. Vedendo ciò che Eva aveva compiuto, la convocò urgentemente e le chiese spiegazioni. La giovane, non avendo altra scelta, raccontò al Re Supremo dei suoi sogni, verso cui non era riuscita ad opporsi. Egli, dopo aver ascoltato le parole di Eva, si adirò immensamente e per punirla condannò tutto il genere umano a vivere sulla Terra, tanto bella quanto piena di pericoli, per l’Eternità.

Bibliografia
La Bibbia, Nuova versione dai testi antichi,1° edizione settembre 2014, Genesi,Edizioni San Paolo, Milano

Chi è come Dio?

Alice Giambrone, in questa sua riscrittura, racconta la creazione tramite gli occhi di un artista, il quale assume il ruolo del dio che modella la propria opera d’arte, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi. 

È la voce di Michelangelo Buonarroti a narrare la creazione, nello specifico di una delle sue opere d’arte più illustri: il Mosè del monumento funebre per la tomba di Papa Giulio II. La figura dell’artista si sovrappone così alla figura del dio artigiano, che plasma il creato. Narrando il processo di scultura che accompagna i pensieri dell’artista, la riscrittura vuole raccontare il passaggio dalla materia informe alla creatura, che pare prendere vita.[1]

*

[…] he formed thee, O man,
Dust of the ground, and in thy nostrils breathed
The breath of life; in his own image he
Created thee, in the image of God
Express, and thou becam’st a living soul[2].
J. Milton, Paradise Lost

L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi[3].

Quando ricevetti l’incarico di creare, scelsi personalmente la materia prima da cui avrei estratto una forma nuova e, il giorno in cui giunsi nella Città Eterna, unico e indistinto era l’aspetto del marmo da me selezionato, un ammasso di venature discordi, mole informe e confusa, nient’altro che peso inerte[4]. Tenevo dinanzi solo un blocco: un embrione immaturo confuso della creatura non era ancora visibile[5].

Studiai la natura senza forma che in sé racchiudeva potenzialità infinite di immagini. Con le mani in un fremito posi lo scalpello sulla materia da plasmare, alzai il braccio reggendo il martello e posai un primo colpo deciso. La natura vibrò appena sotto il segno del mio gesto.

E vidi che era cosa buona[6].

Spinsi lo scalpello più a fondo e smussai l’ammasso informe, distinguendone le parti e separandone le venature marmoree, fino a quando cominciò a identificarsi una forma più umana, ma ancora mal rifinita, un abbozzo d’uomo.

E fu sera e fu mattina[7] per molti mesi, mentre con l’uso del martello e dello scalpello lasciavo l’aria scorrere tra le membra e gli arti di una nuova vita.

Separai il marmo dall’esistenza che vi giaceva insita, levando l’eccesso di materia, poiché l’immagine già era dentro, non dovevo che spogliarla, sollevare un velo, spesso, pesante. Sotto quel peso l’aria, che è nulla, prendeva forma. Diventava viva[8].

Lo osservai. L’uomo assumeva una posizione seduta, con una gamba più piegata dell’altra come fosse in procinto di alzarsi in piedi, la veste gli ricadeva adagiandosi sulle ginocchia. Definii delle tavole sotto il suo braccio, le levigai, le studiai con cura, e vidi che era cosa buona.

E fu sera e fu mattina lungo numerosi mesi, durante i quali il mio estro dai torti pensieri[9] non si concedeva pace alcuna.

Quando lo scalpello giunse più in alto, nella mole marmorea che mutava la sua forma, delineai la barba in movimento, fluida, intrecciata alle dita affusolate, prolungamento delle braccia dai muscoli tonici e le vene prominenti.

Scolpii il volto accigliato, dallo sguardo altero, le labbra serrate e gli occhi irosi negli incavi bui delle orbite che conferivano alle forme un’espressione d’importanza.

Anche se l’immagine diveniva via via più reale, il marmo racchiudeva porosità, venature, striature caotiche, celava in sé un potenziale infinito di creazioni. Quell’ordine apparente che gli attribuivo non era che esteriore, poiché dentro di sé conteneva un disordine di particelle nell’attesa di essere portate alla luce dal luogo indefinito nel quale risiedevano, che un anno non sarebbe stato abbastanza tempo per giungere al suo fondo[10].

Soffiai sul marmo un alito di vita[11]: con le lime sfregavo i lineamenti del profeta, arrotondavo le ginocchia, delineavo i gomiti, ammorbidivo le articolazioni delle dita. E vidi che era cosa buona. Si disegnò quella figura d’uomo che, dalla stazza imponente, mi sedeva dinanzi con portamento fiero.

Restai a guardare l’immagine che avevo fabbricato, che era un uomo, non più marmo: tanta era l’arte, che l’arte non si vedeva[12].

Il profeta sedeva immobile, come ad attendere.

Anche io rimasi in attesa, aspettando che lui si alzasse, che proferisse verbo al suo Creatore. Eppure, egli tacque. Passai una mano sulla statua per sentire se fosse carne, ed ebbi la sensazione che le dita affondassero nei suoi muscoli, che le sue vene pulsassero sotto ai miei pollici[13]. Fu solo una parvenza.

Allora lo chiamai per nome, a gran voce, così che egli si potesse voltare e mi potesse guardare negli occhi. Tuttavia, egli rimase statuario.

Sentii l’esasperazione crescere in me: guardavo quelle membra umane alle quali avevo dato forma, dalle umane venature e dalle umane sembianze, e non sapevo come donare loro moto, o verbo. Brandii il martello. – Mosè, perché non parli?[14]


[1] “Chi [è] come Dio?”: etimologia del nome Michele (riferito all’Arcangelo), dall’ebraico מִיכָאֵל (Mikha’el), mi (“chi”), kha (“come”) ed El (“Dio”). Da qui deriva il nome dell’illustre artista rinascimentale Michelangelo Buonarroti. Aa. Vv. (1997) Nuovo Dizionario Enciclopedico Illustrato della Bibbia, Piemme, Fossano (CN) 2005, p. 660.

[2] Oh uomo, a te diede forma, polvere della terra, / e nelle tue narici soffiò un alito di vita; / ti creò a propria immagine, / e così fosti un’anima vivente. Paradiso Perduto, libro VII, vv. 524-528.

[3] In nova fert animus mutatas dicere formas corpora, Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 1-2.

[4] Unus erat toto naturae vultus in orbe, / quem dixere Chaos, rudis indigestaque moles […] Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 6-9

[5] Milton, J., Paradise Lost, VII, vv. 277-278.

[6] Genesi, I.

[7] Genesi, I.

[8] Mastrocola P., L’amore prima di noi, Pigmalione.

[9] Esiodo, Teogonia, v. 168.

[10] Esiodo, Teogonia, vv. 736-741.

[11] Genesi, II.

[12] Ars adeo latet arte sua, Ovidio, Metamorfosi, X, v. 252.

[13] Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 254-255, 256-257, 289.

[14] Secondo una leggenda, compiuta la sua famosa opera in marmo per il complesso statuario della tomba di Giulio II, Michelangelo si rivolse verso il Mosè, il quale era tanto realistico da parere vivo eppur muto, ed esclamò “Perché non parli?” percuotendogli il ginocchio con il martello, in un gesto di esasperazione. Non vi è traccia di fratture intenzionali a conferma della leggenda.

Bibliografia
Aa. Vv. Nuovo Dizionario Enciclopedico Illustrato della Bibbia, Piemme, Fossano, 2005
Cricco G. e Di Teodoro F. P., Itinerario nell’arte, Dal Gotico Internazionale al Manierismo, Zanichelli, Bologna, 2016
Esiodo, Teogonia, tr. it. di P. Mureddu, BUR Rizzoli, Milano 2020
Mastrocola P, L’amore prima di noi. Pigmalione, Einaudi, Torino 2016
Milton J., Paradise Lost, tr. it. di R. Sanesi, Mondadori, Cles, 2016
Ovidio, Metamorfosi, tr. it. di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino 2015
Genesi, Edizioni Dehoniane, Bologna 2006