Nata dal mare

Stefania Albanese, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

L’idea di adattare la storia del Pericle shakespeariano a una realtà così vicina ai nostri giorni, come quella dei migranti, nasce dal continuo ascolto di battaglie e norme che coinvolgo vite altrui, su cui la politica europea lavora già da parecchi anni, con corsi e ricorsi, con alti e bassi.

*

Il mare si agitava mentre rifletteva la luce della luna sopra le nostre teste. Già da 4 giorni sedevamo su quel barcone, in attesa che qualcuno ci venisse a salvare. Non era la notte ideale per viaggiare fino all’Italia, e la mia anima non era rilassata. Mi chiedevo quando e se saremmo arrivati, cosa ci avrebbe cambiato la vita, come ci avrebbero accolto, cosa ci avrebbero dato da mangiare dopo una vita di povere diete occasionali, dove ci avrebbero fatto riposare dopo notti insonne.

Sul traghetto dormivano quasi tutti, invece io preferivo guardare le stelle e pensare che loro fossero più fortunate di me: si accendono, vivono a lungo e poi si spengono, non soffrono, non hanno sentimenti, non sono mai sole, non vengono deluse, non devono lavorare per sopravvivere, non hanno responsabilità; il loro compito è solo illuminare l’universo.

Ricordo benissimo il momento in cui notai di non essere l’unico pensieroso durante la traversata: una ragazza dai lunghi capelli neri quanto l’oscurità e gli occhi celesti quanto il cielo a mezzogiorno in estate stava fissando l’acqua scorrere sotto di noi, e lacrime le bagnavano il viso. Riconobbi subito mia moglie: teneva in braccio nostra figlia, Marina, partorita nel Mediterraneo solo due giorni prima.

Taisa non era mai stata d’accordo a partire e lasciare la nostra Siria per cercare fortuna in Europa; avrebbe piuttosto preferito morire in guerra, o essere stuprata probabilmente, ma entro il confine di casa, e questo non gliel’avrei mai permesso, io, Pericle, professore siriano di letteratura costretto, dal desiderio di un futuro migliore, a perdere tutto, compreso l’amore della propria moglie. Casa, parenti, gioielli, lavoro, in cambio della speranza di riottenere tutto ciò, altrove. Quando ci imbarcammo, non sapevamo nemmeno se ci saremmo fermati in Italia o se avremmo proseguito per la Francia o Spagna, ogni posto era indifferente quanto sconosciuto per noi, volevamo soltanto garantire un’adeguata infanzia alla nascitura. Solo su questo eravamo d’accordo.

Già dalla partenza, aveva smesso di parlare con tutti per isolarsi e trovare una sorta di pace interiore; decise di non rivolgermi la parola nemmeno quando diede alla luce quella creatura dalla pelle quasi più scura della nostra e dagli occhi chiari come quelli della madre. Ricordo alla perfezione quel giorno, potevano essere circa le nove di un mercoledì sera: ero usuale contare i tramonti e le albe per non perdere la cognizione del tempo e cercavo di fare lo stesso con il passare delle ore. L’unico gesto, da parte di quella che consideravo l’unica donna che avrei potuto amare più della mia terra natale, fu uno sguardo fuggitivo accompagnato da un sorriso imbevuto di lacrime. Stringeva Marina in segno di totale appartenenza, nonostante sapesse bene che quel dono era stato destinato a me quanto a lei, creato da entrambi, che le fosse piaciuto o no.

Tenendola in braccio, mi accorsi che sembrava un angelo, nata nel momento sbagliato. Le sussurrai solo “mite possa essere la tua vita! Perché più burrascosa nascita mai ebbe bambina; quieta e gentile sia la tua esistenza, perché hai avuto il più rude benvenuto a questo mondo”, e chiusi gli occhi, avvicinando le mie labbra alle sue morbide guance, e la mia Marina subito s’addormentò. La osservavo come se non mi fossi trovato davanti mai altro infante, e pensavo“Hai avuto nascita nel più gran frastuono che fuoco, aria, acqua, terra e cielo potessero fare. Taisa stava riposando, e io potei godermi la mia bambina, in mezzo alle decine di sguardi curiosi e congratulazioni. Tutti erano preoccupati, io in primis, per una nascita durante un simil viaggio, eppure non fummo né i primi, né gli ultimi, a dare alla luce una creatura in un contesto così disperato. Al contrario, potemmo considerarci fortunati, dato che, spesso, si nasce morti oppure si muore subito dopo il parto per il freddo e la mancanza di igiene. No, a Marina non successe nulla di tutto ciò, era forte lei, proprio come il suo papà; era come se fosse stata già preparata ad affrontare e vivere i suoi primi giorni in mezzo a quasi cento uomini e donne, all’aria aperta, su una barca umile e stretta, rinunciando all’affetto materno dopo poco più di 48 ore dalla sua comparsa.

Taisa morì davanti ai miei occhi, esattamente nel momento in cui mi accorsi di lei al vegliar della luna. Girò lo sguardo verso me, sembrava arrabbiata, delusa, e stava frignando; lasciò Marina nelle mani di una donna, Licorida si chiamava se la memoria non m’inganna, sua confidente fin dalla partenza. Era una nutrice, conosceva qualsiasi cosa a proposito di neonati e come crescerli, quindi mia moglie non poteva scegliere individuo migliore, lì sopra, a cui affidare la sua piccola prima di gettarsi in mare, e non uscirne più.

Quando la vidi tuffarsi, fui sconvolto: non era un tuffo professionale, si trattava di un tuffo a peso morto, di fronte all’acqua, senza un minimo di esitazione. Voleva morire, non nuotare nel bel mezzo del Mediterraneo. Accorsi alla soglia del gommone per affacciarmi dal punto in cui era caduta, ma non scorgevo nessuna traccia nelle profondità. Iniziai a urlare e prepararmi per soccorrerla, quando vidi un cadavere risalire in superficie. Era talmente magra e vestita di stracci che galleggiava. Ritenni opportuno buttare un ultimo grido di disperazione, sconfitta, perdita, e lasciare la mia sposa lì dove aveva deciso di morire, senza riportarla a bordo, sarebbe stato tutto inutile. Il mare ha ancora il sapore delle sue lacrime.

Il mezzo che ci trasportava tirava dritto, e pian piano il corpo divenne solo un miraggio. Alcuni passeggeri continuarono a dormire, non comprendendo ciò che fosse accaduto; altri si svegliarono per venire in mio aiuto, futilmente; altri ancora non sapevano che fare o dire e si tennero in disparte; però dagli sguardi di tutti si evinceva pena, compassione e sorpresa verso me e la mia bambina, ancora nelle mani di Licorida, la quale continuava a bagnare le guance di Marina dormiente. Ancora ringrazio Dio per non averle permesso di assistere al suicidio di sua madre. Forse, non avrei voluto assisterci nemmeno io, nonostante sia tuttora ancora convinto che lei stesse aspettando, per farlo, solamente l’attimo in cui io sarei stato a guardarla. Ho sempre interpretato il gesto come un’ultima manifestazione di stanchezza, rabbia, insoddisfazione, delusione, con un pizzico di vendetta nei miei confronti, per averla trascinata attraverso quel destino non richiesto, tradita. Ripresi Marina dalle mani della donna, e le dissi “fin dall’inizio ciò che hai perso è più di quanto potrà ripagare ogni tuo guadagno in questa vita”, promettendole che le avrei fatto trovare la felicità, un giorno.

Il viaggio durò poco più di una settimana, mi sentivo più solo che mai. La mancanza di Taisa si fece sentire fin dall’attimo in cui realizzai di dover invecchiare senza lei accanto. Inoltre, ero l’unico punto di riferimento di mia figlia, e non avevo di certo latte materno da assicurarle per i suoi primi mesi di vita, tanto meno una culla diversa dalle mie braccia, o abbastanza acqua pulita per lavarla. Non nego che tante volte ho pensato di mollare tutto, seguire le orme di mia moglie, però mi bastava rivolgere lo sguardo a quelle manine che mi toccavano, per vergognarmi delle mie fantasie così sbagliate e vigliacche.

Sbarcammo un sabato mattina nel porto di Lampedusa, con il sole coperto da diverse nuvole ammassate sui nostri capi. Mi sentivo esausto ed entusiasta allo stesso tempo, stanco del viaggio ed eccitato per la nuova avventura che ci aspettava. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, quella non poteva essere una bella giornata: arrivati nel centro raccolta immigrati, trattati come un gregge di pecore maledette, ci fecero sedere a terra, nell’attesa del numero preciso di stranieri che l’Italia avrebbe potuto accogliere al momento. Ringrazio Marina per avermi aiutato, con i suoi sorrisi, a non scoraggiarmi e perdere la speranza, mai.

L’esito arrivò solo dopo due ore circa: non si trattava di una buona novella. La nostra, a quanto pare, non era l’unica imbarcazione migrante ad essere giunta, in quei giorni, a quel porto; eravamo all’incirca un migliaio di extracomunitari, arrivati da ogni parte d’Africa e Medio Oriente, i quali lottavano e speravano per e in uno tra quei 200 posti disponibili all’interno della penisola. Di conseguenza, le possibilità che io rimanessi in Italia erano davvero minime, considerando che priorità assoluta spettava a donne e bambini. Gli altri sarebbero stati liberi di tornare a casa, oppure risalire nuovamente a bordo delle onde, in direzione di un’altra costa europea.

L’afflizione e perturbazione iniziarono a intasare la mia mente. Una voce, dal fondo della stanza in cui giacevamo, ordinò a tutte le madri, accompagnate da un infante o adolescente, di avvicinarsi alla porta d’uscita, perché sarebbero state smistate nelle varie regioni italiane. Il secondo turno fu quello delle donne senza figli, costrette a separarsi dai propri mariti o compagni. Il terzo non fu di certo il mio. Vidi, di sfuggita, Licorida che si incamminava, mentre alzava la mano per salutarmi; non mi aveva mai abbandonato durante il viaggio, era sempre stata al fianco del mio lutto e del mio cuore divenuto debole.

Tre guardie passeggiavano tra la folla silenziosa, con le mani incrociate dietro la schiena, fissandoci a uno a uno per controllare che nessuna avesse disobbedito pur di rimanere al fianco del proprio uomo. Uno degli agenti mi si fermò di fronte, quasi commovendosi alla scena di un povero padre che stringeva al petto una creatura con una settimana di vita. Non osai degnarlo di sguardo, sapevo già che avrei dovuto dire addio, a quel punto, a Marina. In un inglese comprensibile, mi disse: “Signore, ci deve lasciare suo figlio; in quanto minorenne, ha la precedenza a ricevere cure sanitarie e un’educazione adeguata nel nostro Paese. Ci penseremo noi a lui”. In una lingua altrettanto capibile, alzando la testa, risposi: “Mia figlia è una bambina, si chiama Marina, perché nata in mare, ed è tutto ciò che mi rimane e affido a voi”. Drizzai in piedi per consegnargli il mio unico tesoro e feci appena in tempo a mormorarle nell’orecchio qualcosa come “ora Dio volga a te il suo migliore sguardo”, per vedere l’ufficiale girarsi e dirigersi verso il corridoio che portava all’esterno. Scoppiai nel mio ultimo pianto disperato e rassegnato.

Non potevo permettermi di ribellarmi, controbattere; probabilmente, era quella la scelta giusta per lei. Pochi minuti dopo, lo stesso uomo rientrò nel nostro tugurio per annunciare che solo i 41 più giovani del genere maschile sarebbero stati selezionati. Ricordai di aver festeggiato da poco i miei 39 anni, e di ragazzi tra i 18 e i 38 ne erano presenti molti più di quaranta. Dissi “addio” al sogno italiano. Noi, futuri “uomini d’Europa”, fummo caricati come bestie su vari pulmini, poco più grandi degli scuolabus che ero abituato a veder passare ogni mattina fuori dal viale di casa, prima che iniziasse la guerra siriana, pieno di bambini allegri, rumorosi e spensierati; la differenza è che, a bordo del mio, all’appello, solo adulti sventurati, silenziosi e preoccupati. La direzione? Lo scalo da dove saremmo ripartiti in vista della Spagna, Francia o del Portogallo. Ci divisero in tre gruppi di equa dimensione, prima di farci salire e annunciare quella che fu definita la “nostra prossima patria”. A me, toccò il Paese della paella e di Gaudì.

Ho vissuto vent’anni in Spagna, lavorando come insegnante di lingue mediorientali e traduttore dal siriano all’inglese e spagnolo e viceversa. Una scarsa, ma accettabile, conoscenza della lingua locale mi ha salvato dalla miseria. Decisi di non risposarmi e tanto meno avere rapporti con altre donne; il mio pensiero sempre rivolto a dove stesse mia figlia, il mio sguardo costantemente alto tra le stelle per mia moglie. “Come reagirebbe se la cercassi?”, “Mi potrà mai riconoscere come padre?”, mi domandavo la sera, quando mi coricavo, solo con i miei pensieri. Chissà quante cose avremmo fatto in 20 anni; quante volte l’avrei accompagnata a fare compere, quante volte saremmo andati al cinema, quante volte ci saremmo addormentati insieme, quante volte avremmo passeggiato al mare, quante volte saremmo passati sotto le luminarie natalizie braccio sotto braccio, se non me l’avessero tolta dalle mani. Tutte queste domande hanno portato a un’unica conclusione per il mio cuore tormentato: trovarla. Ed è così che è iniziata la seconda avventura che vi narro e che mi vede coinvolto da un paio di settimane.

Per arrivare in Italia, questa volta, sono riuscito a permettermi un aereo da Madrid, non più un barcone umiliante. Dopo ricerche su ricerche, chiamate su chiamate, di cui non sto qui a descrivervene i dettagli, ho scoperto che Marina vive in Puglia, in un paesino nella provincia di Brindisi, adottata fin dall’età di 1 mese da una famiglia meridionale che non riusciva ad avere figli, con il sogno di crescerne almeno uno. Cosa più importante: all’anagrafe, avevano conservato il nome di Marina, partorita dal mare, comunicato dalla casa-famiglia occupatasi di lei nei suoi primi 30 giorni circa in Italia e dell’adozione. Mi era arrivata anche una sua foto all’età di 10 anni: capelli scuri e occhi azzurri. La commozione era più che scontata vedendo quanto somigliasse a Taisa, nel sorriso, nell’espressione, nella forma delle labbra. Ho subito pensato che non avesse preso nulla dai miei geni, tranne il naso forse, e la cosa peggiore è che non ricorderà, al momento, nemmeno la mia presenza o quella della madre, tantomeno avrà una nostra immagine, né cartacea né mentale.

Mia figlia, sangue del mio sangue, ha il diritto di conoscere la sua storia e il suo vero padre, quello biologico; non ho intenzione di prendere il posto dei genitori che l’hanno cresciuta e amata come fosse stata concepita da loro; voglio solo avere un posto nel suo cuore, nella sua vita, e instaurare un rapporto con lei, farle sapere che io ci sono, esisto.

Mi sento così agitato mentre, seduto sulla panchina di un parco nel suo paesino, penso a quando riuscirò a incontrarla, a quando capirò dove abita. Purtroppo, il suo indirizzo è un’informazione protetta dalla privacy anche per me; ottenere i nomi di battesimo dei due genitori adottivi è stato già un grande aiuto. Singhiozzo, e mi rendo conto di quanto sia inevitabile piagnucolare ogni volta che penso a lei, alla famiglia che avremmo potuto formare, io, Marina e Taisa. Singhiozzo, e ascolto il vento che soffia tra gli alberi che mi circondano, mi perdo nel tramonto che sta per giungere e nei bambini che giocano a calcio a qualche metro da me, quando una palla arriva sotto la panchina dove siedo. Mi piego per prenderla, mi rialzo asciugandomi le lacrime con la manica del cappotto e vedo un bambino di circa 6 anni che mi osserva. Gli sorrido e restituisco la palla, però lui mi chiede perché piango.

Mi rendo conto che sono giorni che non spiccico parola, che non apro bocca, non avendo contatti umani con persone con cui discutere ed esprimersi, da quando mi son messo in ricerca in Italia. Rispondo che piango perché mi manca una bambina bella e gioiosa come lui, strappatami dalle mani tanti anni fa. In lontananza, sento una voce femminile che urla “Giacomo, torna qui e non importunare il signore!”. Ha gli occhiali da sole e un cappello su dei capelli legati. Si tratta di una ragazza alta e snella, la quale si fa spazio tra gli altri bambini per giungere a me e Giacomo.

“Mi scusi, è senza pudore e vergogna”, si giustifica. “Figurati, mi ha fatto piacere avere una conversazione di due battute con lui. Non mi chiedevano perché piangessi da non so quanto tempo…”, le rispondo, guardandola in viso e cercando di scorgere i suoi lineamenti. “E come mai piange?”, domanda, mentre Giacomo torna a giocare senza salutare e la ragazza mi si siede accanto.

“Sto cercando mia figlia naturale da un bel po’, dopo 20 anni di totale assenza costretta”, confido. “E perché ha aspettato così tanto?”; sembra incuriosita.

“Veniamo dalla Siria; nacque durante la traversata per l’Italia, e sua madre si suicidò in mare. Arrivati a destinazione, scoprii che non c’era posto per me in questo Paese, quindi dovetti abbandonarla a chi di dovere e riprendere il viaggio per la Spagna. Nonostante non abbia avuto in mente nient’altro che lei, in questi anni non mi sono mai mosso da casa per cercarla, anche se ho sempre provato ad avere sue notizie. Mai nulla di tanto rilevante da potermi mettere in moto, fino a poco tempo fa, quando ho preso la decisione di avventurarmi in quello che spero sia il successo più grande della mia vita”, riepilogo.

Sono riuscito a strapparle appena un sorriso, che si interrompe per chiedermi come si chiami questa ragazza ora. “Marina”, rispondo. La vedo togliersi occhiali e copricapo, slegarsi i capelli, porgermi la sua carta d’identità. Leggo “Marina” affiancato da un cognome italiano che non riesco nemmeno a pronunciare. La tessera mi cade dalle mani e alzo la testa: ho bisogno di esaminare attentamente il colore dei suoi occhi, la forma delle sue labbra, il suo naso, e tutto ciò che potrebbe portarmi a credere che sto parlando con mia figlia. Tiro fuori dalla tasca la foto di 10 anni addietro e gliela pongo delicatamente sulle mani sudate; è agitata e incredula quanto me. La guarda per un paio di secondi, per poi farmi affondare in un suo abbraccio, il più vero e caloroso mai ricevuto.

“Sono 20 anni che mi chiedo come sia, ora, il mio vero papà e perché non sia ancora venuto a bussare alla porta di casa”. Si ritrae per mostrarmi un’immagine consumata dal portafoglio. A essere ritratta è una scena così dolce, da poter fare il giro del mondo: c’è un tale di colore che tiene in braccio una bambina in fasce e le avvicina le labbra come per parlarle, e di fronte ce n’è un altro, bianco, con cappello e divisa, dritto in piedi a qualche centimetro dai due, mentre pone la mano all’altro uomo, vestito di pantaloni strappati e camicia bagnata, per strappare via la neonata. E poi c’è una seconda fotografia, che mostra una bambina con qualche giorno di vita che piange e strilla in mano a un agente. E ancora un’altra, dove un signore sui quaranta ha la testa bassa e cammina goffo tra altri uomini, tutti abbastanza sporchi e sconsolati; sembrano aver perso tutto, compresa la motivazione per esistere.

Queste immagini, in vent’anni, sono diventate simbolo di immigrazione, di non-accoglienza, di abbandono, di perdita, virali in Italia, e io non lo sapevo. Così come non sapevo che mia figlia sognasse, un giorno, di ritornare a trovarsi tra le braccia del suo primo padre; che condividevamo lo stesso sogno.

Siamo sicuri sia sul mare?

Alberto Falcomer, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Un matrimonio a cui andare, un ospite non preventivato e delle fantasiose indicazioni geografiche. Cosa può succedere se Pericle, Ulisse e Paolo di Tarso si incontrano a bordo di una nave?

*

Personaggi

Pericle         principe di Tiro
Ulisse         re di Itaca
Paolo di Tarso     scrittore e teologo
Venditore

[Porto di Itaca, sulla nave Pericle attende impaziente l’arrivo di Ulisse]

PERICLE
Lungi da me essere lamentoso sia chiaro, chissà cosa gli avrà detto la moglie dopo vent’anni, però se uno dice otto e mezza puntuali, l’altro arriva alle otto e mezza. Son cinque giorni di navigazione se già partiamo col piede sbagliato. Oltretutto il matrimonio mi costerà una fortuna tra regali e viaggio, [tra sé] e meno male che non c’è mia moglie. 

Bah speriamo solo non crei troppo scompiglio.

[Entra Ulisse trafelato e ansimante.]

ULISSE
Ehiiii grandissimo! Com’è?

PERICLE
Allora. Anzitutto piano con le parole, siamo due personalità di rilievo e questo è un luogo pubblico, un po’ di educazione mi sembra il minimo. Secondo: (indica l’orologio a meridiana) otto e cinquanta.

ULISSE
Seeeh capirai, venti minuti. Ti ricordo che per tornare a casa ci ho messo diec…

PERICLE
Va bene, va bene dai. Sali su e non perdiamo altro tempo prezioso

ULISSE
Avrei solo una richiesta da fare

PERICLE
E sarebbe?

ULISSE
Ma niente di che per la verità, ti darebbe fastidio se portassi il mio cane Argo? Per fare un po’ di compagnia

PERICLE
Scusa ma non era morto appena dopo il tuo arrivo? 

ULISSE
Infatti, l’ho imbalsamato. Penelope non mi è sembrata molto entusiasta e mi ha chiesto di portarlo con me

PERICLE
Capito… [riflette], ma sì fallo salire.

ULISSE
Forza! Portatelo su!

PERICLE
[Vede Argo salire] Ah, hai capito la bestiola, quanto pesa?

ULISSE
Sarà sui quaranta-cinquanta chili.

PERICLE
Ma adesso? Dopo averlo impagliato?

ULISSE
Eh già, ho chiesto di metterci un po’ piombo, almeno lo usiamo come fermaporta quando fa caldo

PERICLE
E se per caso avessi cambiato idea…

ULISSE
No

PERICLE
Capito… Mollare gli ormeggi! Si fa rotta verso la Boemia!

[Escono]

[Mare aperto, Ulisse e Pericle sul castello di poppa, Paolo entra dalla porta centrale]

PAOLO
Mi scuserete se passo per indiscreto, ma mentre eravamo nel porto mi parso di sentire che ci dirigevamo verso la Boemia, ho ragione?

ULISSE
E ora chi sarebbe costui? Chi abbiamo imbarcato?

PERICLE
Giusto! Non vi avevo ancora presentati, quale miglior occasione. Caro Paolo, sei al cospetto di Ulisse, re di Itaca, eroe delle Guerre di Ilio.

PAOLO
Quale onore maestà [goffamente].

ULISSE
A cosa dobbiamo la sua presenza?

PERICLE
L’ho accolto non più di una settimana fa nei pressi del Pireo, cercava un’imbarcazione che lo portasse ad ovest, ho offerto un posto e ha accettato senza neanche sapere la destinazione.

PAOLO
Esattamente….

ULISSE
Ah, Atene! Che luogo meraviglioso, ogni volta scopri qualcosa di nuovo, te l’ho mai detto di quella volta con Menelao…

PERICLE
Ma lascialo parlare!

PAOLO
Esattamente, però ora che ho sentito la destinazione volevo dei chiarimenti su…

ULISSE
Un momento, mi permetta prima una domanda, come mai va verso ovest?

PAOLO
Principalmente per lavoro, faccio lo scrittore.

ULISSE
Ma poteva dirlo subito! Siamo sulla stessa barca sa? [Paolo lo guarda perplesso] No no, non questa barca. Intendevo metaforicamente, ho un passato da cantastorie davvero notevole mi creda. Pensi che una volta presso i Feaci…

PERICLE
Sì sì ce la racconti poi un’altra volta dai. Paolo avevi una domanda per noi due vero?

PAOLO
Sì, era più che altro un dubbio, dovete arrivare in Boemia da quanto ho capito. Siete al corrente che in Boemia non c’è il mare vero?

[Ulisse e Pericle si guardano, guardano Paolo, si guardano di nuovo e rispondo imbarazzati]

PERICLE+ULISSE
Beh… Certo! Ci mancherebbe altro!

PAOLO
Ah, molto bene, ho avuto per un po’ questo cruccio, scusate il disturbo.

PERICLE
Figurati.

PAOLO
Torno a scrivere, ci vediamo dopo [Esce dal centro]

ULISSE
[rivolto a bassa voce a Pericle]Come sarebbe “la Boemia non è sul mare”?

PERICLE
Cosa ne so io scusami, io mi sono attenuto alle indicazioni di Polissene, l’hai ricevuta anche tu la pergamena di invito.

ULISSE
Se l’ho ricevuta? Mi sono trovato sulla soglia di casa una ventina di pagine di racconto sulla storia tra suo figlio Florizel e Perdita e tutta la storia antecedente, ben scritto per carità, ma c’era veramente bisogno? Sai che spesa tra pergamene e copisti.

PERICLE
Gli aveva pure dato un titolo se non sbaglio.

ULISSE
Sì, “Il racconto dell’inverno” o simile, ma dubito sia diventato così bravo da scriverlo lui di suo pugno, l’ho visto tenere una penna d’oca in mano qualche volta e non mi era parso certo un drago.

PERICLE
Senti ricontrolliamo la pergamena, ce l’hai sottomano per caso?

ULISSE
Aspetta un attimo… [cerca dentro una cassa] Eccola. Lasciando da parte tutta la storia dovrebbe esserci a metà un descrizione.

PERICLE
Anche molto bella se non sbaglio.

ULISSE
Trovata. Ci sono poche righe in cui si parla di un nobile di Sicilia che porta in salvo Perdita, e sbarca su una spiaggia boema.

PERICLE
Quindi abbiamo opzioni totalmente opposte, di chi ci dobbiamo fidare?

ULISSE
Io non avrei molti. E se Paolo di ci stesse dicendo la verità? chissà per conto di chi o cosa scrive. Meglio non fidarsi troppo.

PERICLE
Non prendiamo decisioni affrettate. Il prossimo porto è a qualche giorno di navigazione, dobbiamo assolutamente cercare informazioni.

[Porto di Ragusa, Entrano Ulisse Pericle e Paolo.]

PERICLE
Eccoci a Ragusa, finalmente una meritata pausa, se non vi dispiace mi separo da voi per un po’, ho una ricerca piuttosto importante da fare.

ULISSE
Vai pure, anzi mi dai l’occasione di conversare con il nostro ospite

PERICLE
A più tardi allora [Esce]

ULISSE
Dunque caro Paolo, volevo prima di tutto scusarmi con te per il mio comportamento sulla nave, mi aspettavo di tutto fuorché qualcun altro sulla barca

PAOLO
Un po’ ti comprendo. Purtroppo il mestiere non mi consente di vivere nell’agio, anzi non smetterò mai di ringraziarvi per il favore.

ULISSE
Ecco a proposito del mestiere, avrei una domanda da farti.

PAOLO
Ti ascolto.

ULISSE
Volevo solo sapere, così per curiosità, per chi lavori?

PAOLO
Eh… Domanda complicata, per farti capire di ti dico per molte persone il mio datore di lavoro neanche esiste.

ULISSE
Sarebbe a dire?

PAOLO
Non so che rapporto tu abbia con il divino o comunque con il sovrannaturale

ULISSE
Ti direi alti, mooolto alti e bassi, mooolto bassi.

PAOLO
Capito, immagina come se fossi in missione per conto di Dio

ULISSE
[preoccupato] Sei forse una qualche creatura dell’olimpo? Sai ho qualche contro in sospeso lassù.

PAOLO
Stai tranquillo, sono una persona vera. Te la faccio breve, mi sono successe un sacco di cose, persecuzioni, cadute da cavallo, cecità, concili e potrei continuare ancora, che mi hanno portato a diffondere la parola di questo dio.

ULISSE
E come si chiamerebbe questo dio?

PAOLO
Dio.

ULISSE
Ah proprio così? Dio e basta.

PAOLO
Esattamente.

ULISSE
Sarete ben strani voi… E comunque per lavoro scrivi.

PAOLO
Sì, mi definisco scrittore perché non saprei cos’altro dire di me, “profeta” mi sembra un po’ eccessivo, però forse pure “scrittore” è troppo, visto che scrivo quasi solo lettere.

ULISSE
Lettere di che tipo, eh? Furbacchione.

PAOLO
[ride] No, non sono per delle spasimanti in giro per il mondo, scrivo alle comunità che visito, c’è molto poco di romantico, se così vogliamo definirlo.

ULISSE
Sarà… Ehi! Guarda, ecco Pericle! Credo abbia trovato ciò che stava cercando.

[Ulisse e Paolo si avvicinano a Pericle che sta discutendo con un venditore]

PERICLE
Come sarebbe a dire che non ha una mappa dei porti della Boemia, tutto questo è inammissibile, inaccettabile!

VENDITORE
Sono desolato signore, non possediamo una carta di questo tipo, ma è sicuro che la Boemia abbia dei porti?

PERICLE
Stia attento a quello che dice! Mi ha preso forse per uno sprovveduto?

PAOLO
Calmi, calmi. Qual è il problema?

PERICLE
Questo sedicente venditore di carte mi sta dicendo di non possedere nemmeno una carta della Boemia.

VENDITORE
Mi permetta di dire che non è proprio corretto.

PERICLE
In che senso?

VENDITORE
Lei mi ha chiesto una mappa DEI PORTI della Boemia, non una carta DELLA Boemia.

PERICLE
Adesso fa anche lo spiritoso.

VENDITORE
No, sono semplicemente molto rigoroso

PERICLE
Le ripeto, stia molto attento…

ULISSE
Sì sì, non facciamone una questione di stato. Ci dia una mappa DELLA Boemia.

VENDITORE
Richieste particolari? Mappa fisica? Politica? Tematica? Commestibile?

PERICLE
Una qualsiasi basta che ce la faccia vedere, suvvia!

VENDITORE
Ecco qua

[I quattro guardano attentamente]

VENDITORE
Come vi dicevo, non ci sono porti perché non c’è il mare.

PAOLO
[Rivolto a Ulisse e Pericle] Ma ragazzi, posso chiamarvi ragazzi vero? Ve l’avevo già detta qualche giorno fa questa cosa

ULISSE
Avevamo le nostre fonti, mica ci siamo affidati al primo che passava.

PERICLE
Nientemeno che l’invito al matrimonio per la precisone.

PAOLO
Posso leggerlo?

PERICLE
L’ho portato qui con me, prendi pure.

PAOLO
Vediamo… Interessante, una descrizione precisa ma allo stesso tempo favoleggiante di un regno dove la vita rinasce e i regnanti sono in armonia con il loro popolo, mi sembra evidente si tratta di una descrizione idealizzata.

ULISSE
Come sarebbe a dire?

PAOLO
Ma sì, il re avrà voluto dare una certa immagine del suo regno, una sorta di mossa pubblicitaria e mi sa che con voi due ci è riuscito alla perfezione.

ULISSE
E che bisogno c’era di mettere pure il mare.

PAOLO
Beh sai, un meraviglioso castello affacciato sulle rive di un mare cristallino fa sempre una migliore impressione, di uno arroccato su un colle o nel mezzo di una foresta. Colui che ha scritto tutto questo ha davvero un’abilità sopraffina.

PERICLE
Vorrei proprio sapere chi è questo scrittore. Non esiterò a dirgliene quattro il prima possibile a questo bardo dei miei stivali.

PAOLO
Se non capite la poesia…

ULISSE
Magari la prossima si degna di consegnare un dépliant invece di rischiare di farci vagare a zonzo per il mare. E dire che di viaggi senza meta sono praticamente un esperto; pensate che una volta in Sicilia…

PERICLE
Senti concentriamoci sulle cose da fare. Temo che ci sarà un bel po’ di strada imprevista da fare una volta sbarcati, torniamo subito alla nave, dobbiamo riprendere il mare il più in fretta possibile. 

[Escono]


Intervista a Patrick Kingsley

Federica Bassignana, per la sua tesi di laurea magistrale (Oltre i confini. Il reportage narrativo tra letteratura e giornalismo, relatrice: prof.ssa Chiara Lombardi. discussa il 26/11/2019, 110/110L), intervista il giornalista Patrick Kingsley, autore di The New Odyssey: The Story of Europe’s Refugee Crisis (Guardian Books, 2016). L’intervista ha ricevuto l’approvazione ai fini della ricerca dal New York Times Management Departement.

* * *

Patrick Kingsley (Londra, 1989) è attualmente giornalista del «New York Times» come corrispondente per gli affari internazionali ed è stato precedentemente giornalista per il «Guardian», che lo ha nominato nel 2015 il primo corrispondente di migrazione. Per conto del celebre quotidiano britannico è stato corrispondente da Il Cairo, Istanbul, ha seguito il traffico di esseri umani dalla Libia all’Egitto, dalla Turchia al Niger e insieme al collega David Hearst ha condotto l’ultima intervista a Mohamed Morsi come presidente d’Egitto prima della sua destituzione nel 2013.  Per lo spessore delle sue inchieste e la meticolosità dei suoi reportage, nel 2015 Kingsley è stato nominato giornalista dell’anno per gli affari esteri in occasione dei British Journalism Awards; tra i numerosi premi, gli è stato conferito il Frontline Club Award nel 2013 per il suo reportage Killing in Cairo – the full story of the Republican Guards’ club shootings[1]. Nel 2012 viene pubblicato il suo primo libro How to be Danish[2], un viaggio di esplorazione nel cuore della cultura danese e nel 2016, in seguito alla sua esperienza di corrispondente di migrazione per il «Guardian», racconta la storia della contemporanea crisi dei rifugiati in Europa in The New Odyssey[3], su cui verte la seguente intervista. 

The title of your book is The New Odyssey. The Story of Europe’s refugee crisis. What’s the reason that led you to compare the classic epic to the contemporary European migration crisis?      
There are two main reasons: the first reason is that the journey that Odysseus goes on from a war, torn apart Asia minor, trough dangerous adventures in the east of the Mediterranean towards Greece. It is obviously very similar to the journey that lot of refugees are making in 2015 and indeed continue to make today. Refugees are leaving from Turkey not too far actually from where Troy was supposed to have been built a thousand of years ago. They are attempting to get to a Greek island not unlike Odysseus was trying to reach the Greek Island Ithaca. And the second reason is an editorial reason: by framing migrants as Greek heroes I hope someone shift the narrative about who these people are or why they are moving. In certain sections of public opinion migrants are often considered bad and problematic, but I wanted to show how in another light what they are doing is heroic.

Aeneas, as well as Odysseus, has fled the war but he is fulfilling his destiny of setting up a new dynasty, finding a new home, rather than going back home as Odysseus. Why did you decide to change the first chosen title The New Aeneid to The New Odyssey?

I would have called The New Aeneid if more people in the English-speaking world had heard of the Aeneid. As I said in the book and as you repeat in your question, Aeneas is more a refugee than Odysseus because Aeneas is fleeing his home in search of a new one whereas Odysseus is fleeing a warzone in order to go back home. Instead of that, the reason why I didn’t call The New Aeneid but The New Odyssey is that not many people have heard of The Aeneid but they have heard of The Odyssey because it is more famous in the English speaking world.

To what extent Aeneas and Odysseus represent the refugee experience and how? You said that central narrative in The Aeneid is about a refugee called Aeneas. Is Odysseus then, in your opinion, a different symbol of the migration experience?

Aeneas and Odysseus are both on the move and they shared the travel experiences –  tough experiences –  but one of them, Odysseus, is going home, and the other, Aeneas, is leaving home and trying to find a new one, and that is much more comparable to the contemporary migrants experience. I don’t think Odysseus journey has a particularly close contemporary comparison, maybe you might compare Odysseus’ journey home to a migrant in Libya who decides, instead of going to Italy, to go back home but going back through the Sahara desert is just as dangerous as trying to go through the Sahara in the first place, and trying to get to Libya. So maybe one might compare their experience: an African migrant experience trying to get back to Nigeria or Senegal to Odysseus and his journey back to Ithaca, but I don’t think it is a particularly close resembles.

Your reporting is based on a thematic focus, rather than one geographical location. What are the pros and cons of this specific focus?

I think it does look at themes that make me to go to specific geographic locations like Libya, Egypt, Niger, Greece, Italy, Turkey and I would hope that by exploring themes you do actually get a good sense about placing and about the environment in which people are coming from and do some moving through.

Your text is a narrative report about travel and emigration, offering its readers a clear and detailed full experience of nowadays emigration. What’s the book genesis? 

I was the migration correspondent for “The Guardian” and I had the opportunity to see the refugee crisis of 2015/16 and I was able to travel through several countries: from Sahara to Niger, from Sweden, to Turkey, from Italy to Greece.  In the end for the book I choose 17 countries but in the course of my report I poorly went to 24/25 and during my reporting, I felt that I had the privilege to see the crisis in more detail than most other people. I wanted to be able to put all the things that I have learnt in a single narrative that hopefully might open some people’s eyes to a more new understanding of why people are on the move and how they move in the first place, and it was an attempt to use all the things that I have learnt to help enhance public discuss.

Your book moves from report to literature, using prose’s characteristics while fulfilling the facts and the reality though Hashem al-Soukis’s story. Is there any editorial aim behind this choice? Or does it specifically want to show a connection between one single life to a universal common destiny?

This decision to use a little more literally  form of writing for Hashem al-Soukis’ storywas just an attempt to make it more vivid and engrossing and to make you feel like you are there with him, and by writing not only in a factual way but in a way that was written like a novel. I hoped that a reader might be able to identify more with him slightly more because the journalistic prose might be more alienating to the reader than the more fluid and warm-hearted literary style.


[1] Patrick Kingsley, Killing in Cairo – the full story of the Republican Guards’ club shootings, The Guardian, 18 luglio 2013.

[2] Patrick Kingsley, How to be Danish, Marble Arch Press, New York, 2014.

[3] Patrick Kingsley, The New Odyssey. The story of Europe’s refugee crisis, Guardian Books and Faber & Faber, Londra, 2016.

La voce del mare

Elena Biafora, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

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Le vicende che spingon gli umani a viaggiare per navi sull’onde io sorveglio ed osservo silente. Molte cose che altri non sanno io conosco e conduco: i viaggi, le imprese e le guerre che su concave navi i mortali han vissuto sull’acque profonde, la virtù degli eroi che remando han cercato la sorte, la patria, l’onore. Io non guardo ciò ch’altri han deciso, ma occhio vigile sono di ciò che sui flutti miei muove. Sono autore del loro destino, sono forza che agisce e travolge e che guida le umane vicende con la legge che a giustezza tende.

Sono io che trascino sul fondo o sostengo, che oriento sapiente il cammino di quanti affidano all’onde le strade del proprio destino. Molti di loro osservai succedersi nel tempo, e te eroe tra gli altri notai, che cercavi la tua strada muovendo sulle vie che apro agli uomini, percorrendo i liquidi ponti che per me si dischiudono tra terre lontane; e ti osservai viaggiare a lungo, cercando fortuna, sperando e disperando della tua sorte. Ho seguito da presso il tuo andare: sono l’acqua che batti coi remi, sono il fiato che gonfia le vele, la distesa che solchi ignaro delle vie che disegno per te. Ed un giorno lasciata la terra che ti diede i natali giocavi col destino una sfida mortale, sperando ambizioso in un premio che non si poteva accettare.

Così andavi muovendo; ma non t’era destino di far ritorno in patria. Hai tanto da apprendere ancora, e lungo è il tuo viaggio da fare. Alzai, innanzi al legno veloce, il muro d’una tempesta, e la tua via fu perduta. La nave che viaggia sicura, sospinta da venti sereni, diventa ben piccola cosa se l’acqua mia cupa l’avvolge. La sferza feroce dei flutti si abbatte e sconquassa il fasciame, disfatta la nave, in un grido comune echeggiano uomini e onde.  Difendila, adesso, la vita che or ora eri pronto a lasciare, contendila agli aspri marosi che altri non lascia scampare. Solleva la testa dall’onda che abbatte con furia mai stanca; da giovane principe ch’eri, uomo ritorni alla sponda.

Così giungesti a Pentapoli privato dei compagni tuoi cari, convinto che disperazione e solitudine soli a te s’addicessero. Ma, pagato il prezzo dovuto, ti resi un dono smarrito che mille volte t’avrebbe ricompensato del danno che avevi subito. La tua armatura, eroe, riemerse dalla nera profondità del mio abisso, ché onore ti desse e speranza, e insieme con quella amore, la mano della nobile Thaisa. 

Celebrate che furon le nozze, volle il fato che insieme alla sposa e a ciò che di più prezioso per voi ella custodiva, decidesti, per non perdere il regno, sull’agile nave di intraprendere nuovo periglio.

Ma le mie insidie e le trame che per gli eroi intreccio ancora dovevi conoscere, giovane eroe, che molti prima di te patirono, cercando il ritorno. Sono l’onda che schianta e che infrange, che trascina nel vortice al fondo, che si chiude su quello che fu.

Altra prova dovesti affrontare, furiosa tempesta, ché in quella la tua creatura poté la luce vedere sull’ampie mie onde, Marina nata dalla tempesta, ultimo dono della donna che infine a me ho richiamato. E, una vita per una vita, onorasti la bella Thaisa, la piangesti e, circondata di doni preziosi, la consegnasti infine ai miei flutti, che del suo sonno furon la culla.

Tu di pianto riempisti la notte biasimando e ingiuriando il destino, ché solo ostile finora a te s’era mostrato, e condannando il naufragio, tra le onde me accusasti di dar lutto agli inermi mortali, ritenendo l’alta tempesta esser per l’uomo il peggiore dei mali.

Dal dolore consunto e provato, verso Tarso volgesti la prora, ov’ha luogo la regale dimora cui un tempo giovasti non poco. Se memoria di ciò che hanno avuto lascia un segno nei cuori mortali, qui un rifugio fidato speravi trovare per la creatura che con te conducevi.

Ma come lepre che, stanca, s’appressa a una tana vicina, e accoglienza cercando morte invece vi trova, ché d’una serpe era dimora, così tu, eroe, nella casa che un tempo era amica hai lasciato la figlia adorata, ma l’invida nel cuore covata alla bimba fatale sarà.

Quando ivi, già volti tre lustri, per riunirti alla figlia tornasti, non la dolce sua figura ti accolse ma freddo e vuoto sepolcro, e per la vita anzitempo spezzata piangesti lacrime amare.

Della sorte accusasti le trame, ché del regno, di moglie e di figlia crudelmente t’aveva privato. Ma tu non conosci, mortale, i miei piani, che non ti è dato ancora scoprire; non comprendi le vie del destino che ho già scritto e voluto per te.

Io la sposa per te ho custodito, son io sono l’acqua che l’ha trasportata sulle creste veloci dell’onde, perché in tempo giungesse al lido dove vita per lei rifiorì. Nelle mani la posi del solo che poteva venirle in soccorso: Cerimone di Efeso era il suo nome, e con antiche magie e miracolosi unguenti nuovo giorno le diede, riaccese di luce i suoi occhi. E la giovane Marina perduta non era, ma rapita, ostacolata dalla sua stessa virtù, fonte d’invidia. Sulle mie acque fu condotta a Mitilene, ov’era destino vi ritrovaste. 

E lasciato di nuovo ogni porto sicuro, a lungo vagasti per l’acque profonde, invano cercando scampo alla pena infinita del cuore. E non mi sfuggì, mentre navigavi, la tua solitudine, conobbi il dolore della tua perdita, che muta ti rese la lingua e instancabili gli occhi, incapaci di trovare riposo.  Così ti osservavo viaggiare, e silenzioso guidavo i tuoi remi sospingendo l’agile legno verso giorni di nuova speranza.

La figliuola che avevi perduta, della quale piangesti la sorte, ti riabbraccia e l’affanno consola, ma non è ancora paga la sorte. Non ancora ti è dato fermarti, nuovamente riprende il tuo viaggio. Ti trasporto con corso sicuro dove il cuore avrà balzo gioioso: quella donna che amasti e perdesti in quel giorno di aspra tempesta, che vedovo padre ti rese, ora viva le braccia ti tende. Incredibile a dirsi la gioia quando persa speranza riaccende, e riporta nel cuore una fiamma che vivida arde e divampa.

Ora lascia gli affanni e i dolori che han segnato quel tempo lontano; ciò che ha tolto ti rende il destino: tu sei padre, marito, sovrano.

Questo il mio ruolo nella tua storia, questo quello che ho scelto di agire. Questo il compito del mio inferire nelle vicende mortali. Privare e restituire, reclamare e concedere, confrontar gli eroi con la mia possa, ché ciò che conta è l’ardire dell’uomo, la costanza che impegna nel viaggio; è il mio dorso quel banco di prova che le forze misura ed allena. Non abbiate timor nei marosi di smarrirvi e di provar pena, se quell’onda che abbatte e rivolta vi riporta più forti a voi stessi. Questa è la prova, il cammino di chi si vuole con me misurare, di chi non teme di mettersi in viaggio per trovare se stesso sul Mare.

Cymbeline, king of Britain

Francesca Caprioli, studentessa del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi, a. a. 2019-2020, riscrive in forma di fumetto il Cymbelin di Shakespeare.

Il testo base che ho utilizzato è il dramma romanzesco di Shakespeare: Cymbelin, King of Britain, in particolare tutte le scene dell’atto I e le scene I e II dell’atto II.

Per la mia riscrittura ho pensato ad un fumetto che potesse narrare le parti più importanti di queste scene dell’opera, con un linguaggio semplice e veloce, usando “il tu”, invece che “il lei” o “il voi” proprio per rendere più conversativo, informale – quasi quotidiano – il messaggio tra opera e lettore.

Secondo me è proprio attraverso le immagini del fumetto che si può accedere all’opera in modo piuttosto diretto. Infatti, ho scelto questa tecnica pensando anche al pubblico dei “più piccoli”, affinché questo tipo di opere possano essere conosciute anche da loro. Per la realizzazione delle scene del fumetto ho tratto le immagini da una rappresentazione teatrale dell’opera (Shakespeare’s Cymbeline- 2016, LOSALYVSTUDIO1), poi le ho cartoonizzate tramite il filtro di un’applicazione e, infine, le ho inserite in apposite slides, corredandole di vignette e didascalie.


Francesca Caprioli

I fili

Arianna Guidotto, in questa sua composizione, riscrive i personaggi shakespeariani di Marina e Innogene, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

* * *

Era una nenia ipnotica; un olezzo stantio catturava il profumo della pioggia battente sulle pareti.

Le vene rigonfie sulle dita adunche; chiazze tiepide sporcavano la pelle incartapecorita, il respiro rotto della fiamma nel camino non riusciva a scansare quel gelo innaturale. Un freddo dello stesso sapore della polvere di secoli, millenni. La stessa consistenza algida del liquido amniotico in cui danzava l’universo non ancora formato.

“C’era una volta…”

Le unghie ingiallite volteggiavano veloci e abili, tessevano figure con l’ago lucente. La vecchia dagli occhi cisposi si fermò un istante.

“Vorrei che non fosse tutto così semplice, così scontato; non possiamo accontentarci sempre del solito lieto fine.”, il filo blu le si afflosciò tra le nocche.

La sorella senza volgere lo sguardo annuì tra i fulgori aranciati del fuoco; la finestra cigolò lasciando trapelare la sinfonia fluida delle nuvole, l’olezzo di erba zuppa di tempesta.

“Cambiare direzione a metà dell’opera potrebbe disgregare il tessuto”; rispose l’altra circondata da ghirigori lanosi.

La terza sorella stava muta, un po’ discosta osservava il soffitto picchiettato dal temporale.

“Meritano di più, meritano di vedere, di saggiare il destino in tutte le sue sfumature, scoprire le possibilità nascoste nell’anima”; sussurrò metallica la prima voce, gli occhi sbarrati.

C’erano una volta le tre Parche, Signore del Destino, Figlie della Notte. Abbandonate in una torre ripida e dimessa, avvolte nello scialle dell’eterna vecchiaia.

C’erano una volta tre sorelle cieche che intessevano opere mirabolanti, brulicanti di vita. Di morte.

La prima arrotolava i fili al fuso, spaghi palpitanti di migliaia di corpi, generazioni di uomini in balia dell’esistere.

La seconda ne intrecciava gli sguardi, le ore, i respiri.

La terza acquattata in un cantuccio con la sua forbice ammiccante nel buio, era pronta a spargere la quiete dell’immobilità perenne.

“C’era una volta una figlia nata in simbiosi con la morte, sovrastata da saette e nubi spesse,

C’era una volta Marina, che ammaliava gli uomini con il suo candore; fino a quando un giorno decise di fare ritorno al luogo che aveva ascoltato il suo vagito. Le sirene l’accolsero tra loro; tranciarono le sue gambe, le diedero un intruglio denso contenente l’essenza del mare. Per tre giorni e tre notti il suo corpo fu cavalcato dai fremiti, crampi lancinanti. Squama dopo squama, stilettata dopo stilettata una magnifica coda emerse dal suo stesso sangue. Il grido della fanciulla squassò le profondità degli abissi…”

MARINA

Il profumo ruvido
Dei granelli di sabbia,
incrostano le ciglia
mi avvolgono in un refolo spinoso,
Respiro il sole pungente
Un brivido gelato
Un soffio
Solitudine.
Qui, sullo scoglio aguzzo,
spuma frizzante
schiaffeggia il mio volto;
arrotolo una ciocca tra le dita
il mare ha tinto di blu i capelli,
profumano di alghe
la mia voce è il fruscio di una conchiglia
affonda lentamente,
elegante.
Hanno amputato le mie gambe
Belle, tornite
Martoriate dal destino,
In cambio di una coda.
Ho barattato i miei sospiri
Per il canto maledetto e suadente
Delle sirene.
Ho scelto la leggerezza di una bollicina
La violenza irriverente del buio
Che macchia lo sciabordio
Quando il cielo si veste di pioggia
Ed Eolo scatena la sua furia.
Ascolto il rollio della tua nave
Riconosco quello sguardo umido,
gli stessi occhi che mi spinsero lontano
tra braccia sconosciute
quattordici anni fa.
Sono io, Marina.
Ho scelto di annegare i ricordi.
Sei così emaciato, consumato
Pericle.
Intravedo la tua anima
Sotto la pelle ormai evanescente,
so che puoi vedermi
non fingere più.
Qui su questa nuda pietra
Guardami,
Stringi le mie dita gelide
Sono tua figlia.
Vieni con me,
il fondale tracima di colori
sfumature
bellezza
silenzio.
Seguimi
Dimentichiamo le assenze.
Chiudi le palpebre
Il tuo viso diventa sempre più blu
Come la mia chioma
Ascolto i tuoi battiti assopirsi
Sorridi
I tuoi pensieri si affievoliscono
Spegnendosi nell’abisso muto
Abbracciami.
E resta con me, papà
per sempre.

“È uno scempio!”

La seconda sorella si rizzò sulle gambe sottili scagliandosi sulla prima, afferrandola per la gola.

 E Strinse. Ma l’altra, dimenandosi, riuscì a rifugiarsi dietro la terza sorella apparentemente indifferente.

“Non osare…” il volto incavato si deformò in un ghigno;

“Non posso più stare a questo gioco, l’ira degli dei si abbatterà su di noi, terza sorella aiutami!”

“La forbice è ben affilata” bisbigliò quest’ultima.

“Gli dei non ci fermeranno” tuonò la prima, “le donne non saranno più solo delle belle statuine da ammirare; possiamo incoronarle eroine e spogliare uomini e dei della loro superbia”.

“Moriremo tutte e con noi l’umanità” singhiozzò la tessitrice di destini.

“C’era una volta una principessa divorata dalla fiamma di Amore. E proprio per questo il sadico padre la rinchiuse in una torre; la giovane rinunciò alla luce del sole. La reclusione diluiva il ticchettio delle ore, dei giorni. Ma il tempo scioglieva le voci sedimentate in angoli reconditi della sua anima. Erano bisbigli insinuanti, melliflui. “Innogene, la bambola incantevole di Cimbelino. Innogene la moglie senza macchia…”

Ma era davvero così? Era lei quella fanciulla trasformata in burattino da un vortice di sguardi? Lei chi era? 

Il grido della vendetta avviluppava la sua mente, offuscandola…”

INNOGENE

Fluidi vermigli scivolano sul pavimento, schizzi rossi, un caleidoscopio di sangue sulle pareti.
C’è qualcosa che luccica, una scintilla dorata in questa polla dal fetore penetrante.
È il nostro anello, amore; ha abbandonato il tuo anulare inerte.
Riesco a percepire il baluginio nero delle tue pupille, mi osservi attraverso una patina che s’ispessisce di minuto in minuto.
Rigiro questo pugnale algido con queste mani impregnate di te, gocce vermiglie colano lungo i miei polsi cerei. Non sento più nulla, il respiro è immobile.
Ho dovuto farlo, Postumo, il tuo amore succhiava la mia vita giorno dopo giorno, impallidiva le mie guance, divorava la mia fame di vita.
La tua passione era così incombente da uccidermi. Mi riempiva fino ad implodere. Per questo ho scelto di rubarti la prossima aurora.
Volevo essere libera, volevo svincolarti da questa magica illusione. Perché io non sono perfetta e pura! E non voglio esserlo. Non mi conosco ancora e ho intenzione di scoprirmi poco alla volta.
Sei così bello nel tuo candore marmoreo. Uno squarcio slabbrato avvolge il tuo collo come un manto regale; le tue labbra socchiuse sembrano volermi parlare, ma è solo la lama argentea della luna a intagliare inganni.
Chissà cosa sognavi, la tua fronte è ancora corrucciata. Forse pensavi al nostro matrimonio, alla tua bella sposa ricoperta di bianco, i fiori odorosi sul petto.

Forse ti amavo, Postumo, ma ho scelto di dimenticarci per imparare ad amare me, a mettermi al primo posto. Una donna che non conosce se stessa, che non si vuol bene non può essere amata a sua volta. Oggi finalmente ho infranto le immagini fasulle dei vostri sguardi.
I tuoi.
Quelli di mio padre. che adesso giace sulla pozza delle sue stesse vene squarciate.
Ho distrutto la vostra incantevole fanciulla. La vostra Innogene.
Non sono l’innocente, l’angelica, la casta.
Sono umana.
E voglio vivere al ritmo dei miei palpiti impazziti, sulla melodia tumultuosa del domani.
Addio Postumo.
Addio Innogene.

Il buio invase la torre, le fiamme nel camino spirarono tra la cenere. Le sorelle si strinsero con le braccia ossute, piangevano lacrime pesanti come gli anni.

Aghi e fili riposavano sull’impiantito di pietre sconnesse. Sul tessuto accanto ai piedi nudi rilucevano colori nuovi. Erano vividi, violenti. Erano vivi e anche gli dei ne avrebbero gioito, forse.

Un rumore metallico sfiorò l’oscurità pastosa.

Un taglio netto, il fruscio dei fili spezzati.

Topos e tema: una distinzione teorica. Incontro con Guido Paduano

Giovedì 15 febbraio si è tenuto nella Sala Lauree della Scuola di Scienze Umanistiche un incontro con Guido Paduano, Professore Emerito di filologia classica e di letterature comparate all’Università di Pisa. Paduano si è distinto nel corso della sua lunga carriera accademica per varie traduzioni e commenti ad opere della classicità greca e latina, oltre che studi in ambito musicale e di teoria della letteratura (due suoi libri a riguardo sono: La nascita dell’eroe. Achille, Odisseo, Enea: le origini della cultura occidentale (2008) e Il testo e il mondo. Elementi di teoria della letteratura (2013) ). Il discorso di Paduano, per la sua tematica, si intreccia, sin dall’introduzione del professor R. Gilodi, alla fondamentale opera di E. R. Curtius, Letteratura europea e Medioevo latino (1948), pubblicata in traduzione italiana soltanto nel 1992, in cui l’autore aveva dimostrato la continuità della letteratura europea dall’antichità greca e romana al ‘700 attraverso la persistenza di alcuni topoi fondamentali.

La tesi di Paduano viene immediatamente esplicitata: la distinzione, o meglio, opposizione tra topos e tema è “teorica” in quanto appartenente più al linguaggio metacritico che ad una realtà effettiva. Essi sarebbero, infatti, più vicini di quanto si sia soliti pensare. Entrambi sono legati al fenomeno dell’intertestualità e caratterizzati dalla ricorsività di un’unità fondamentale all’interno di macrotesti appartenenti ad una sola cultura oppure a culture ed epoche totalmente diversi. Il tema (parola nata in ambito musicale attorno al 1830 e legata da un rapporto definitorio a “variazione”) però viene generalmente visto come un’unità mobile e metamorfica; invece il topos, termine preso in prestito alla retorica classica, è in genere associato ad un’idea di staticità, di forte stereotipizzazione, di fissità. L’opposizione così posta si riflette perfettamente nelle recensioni all’opera di Curtius, che subì alcune critiche, pagando, secondo Paduano, la “cattiva fama” del topos, ovvero la sua supposta rigidità. Le critiche sorsero principalmente proprio dall’aver scelto il topos come concetto portante del libro, ad esempio sostenendo che gran parte dell’erudizione dell’opera mostra semplicemente che “a commonplace remained a commonplace”, oltre al fatto di essersi concentrato più sui fenomeni di persistenza piuttosto che su quelli di mutamento, di innovazione. In verità, nota Paduano, già Roberto Antonelli, nella prefazione all’edizione italiana del volume, contraddice questa visione attribuendo al metodo topologico di Curtius la capacità di entrare nella dialettica “testo-sistema”, indirizzando quindi la fruizione di Letteratura europea verso la critica tematica.

Paduano definisce dunque il topos “un tema di cui si parla male” e la sua opposizione con il tema come frutto di un’analisi viziata dal “pregiudizio” di valore, cioè da un giudizio che precede l’analisi contestuale. Al contrario Paduano propone una definizione che lega le due categorie secondo rapporti differenti: definisce il topos come “un tema in un certo senso abortito”, cioè che non ha trovato una creatività capace di rigenerarlo (un non-evento, una creatività non intervenuta) e il tema invece come un topos che “si afferma attraverso le sue mutazioni”, un terremoto di valori che spesso porta allo stravolgimento, alla vera e propria “esplosione di un senso nuovo”. Ed illustra questa seconda idea attraverso tre esempi letterari di altissimo livello, tre topoi che, a partire dalla loro origine antica, subiscono nel corso della storia stimolanti e imprevedibili trasformazioni, e che dimostrano una vitalità che contraddice la comune visione immobilistica e sterile di questa categoria. Il primo di questi esempi è il topos dell’insufficienza del tempo amoroso che troviamo per la prima volta nell’Odissea (la notte, prolungata da Atena, in cui Odisseo e Penelope, ricongiunti, si raccontano a vicenda gli anni trascorsi) e che viene ricreato e rielaborato finemente nel Romeo and Juliet shakespeariano, nel contesto della separazione degli amanti al sorgere del sole. Nell’opera esso si manifesta attraverso un interessante scambio delle parti: Giulietta nega l’evidenza dell’alba che sopraggiunge (affermando che il canto dell’allodola è invece il canto notturno dell’usignolo), Romeo l’asseconda, ed infine Giulietta ribalta quanto detto in precedenza, comprendendo la pericolosità della loro situazione, e lo congeda. In Romeo e Giulietta questo topos dell’alba demonizzata “si scontra”, inoltre, con un altro topos, anch’esso molto antico e di valenza quasi antropologica: quello dell’opposizione luce-buio, secondo cui la luce (e il giorno) è associata al polo della positività, della vita, mentre il buio (e la notte) a quello della negatività, della morte e del disvalore. Lo scambio che avviene nella scena della separazione degli amanti viene infatti anticipato e contraddetto da un passo in cui Romeo definisce Giulietta come “un sole”, che lui invita a sorgere scacciando la luna invidiosa.

Il secondo topos trattato è quello, invece, del “dialogo con se stessi” nel racconto Lenz di Georg Büchner, un topos antico quanto l’Iliade, che però nella sua formulazione originaria presupponeva la fondamentale unitarietà del soggetto in cui avviene il monologo interiore. Al contrario, nel personaggio di Lenz, poeta folle, viene sancita l’impossibilità di questa unità proprio dall’incapacità stessa di avviare questa comunicazione con se stesso e dalla conseguente affermazione del soggetto come entità frammentaria e scissa.

Infine, Paduano ha trattato l’antico topos della “natura che ride”, ovvero della natura che riflette lo stato d’animo dell’uomo, la sua letizia, e la sua profonda trasformazione nel III atto del Parsifal di Wagner. Nel Parsifal il riso assume più di una connotazione: è risata denigratoria quella di Kundry, la donna che ride di Gesù sulla Croce, e che per questo verrà punita con una maledizione secolare, quella di non poter piangere. Solo dopo un lungo percorso di redenzione Kundry riuscirà di nuovo a erompere nel pianto, in contemporanea alla rinascita della natura nell’incantesimo del Venerdì Santo. Le parole di Parsifal saranno: “Tu piangi, vedi! il prato ride”. In questo caso, a differenza dell’originaria declinazione del topos, la natura e l’uomo hanno due manifestazioni opposte, eppure coincidenti ad un livello più profondo.

Gli spunti di riflessione suscitati dalle considerazioni di Paduano sono molti. Le operazioni della comparatistica, così come lo studio dei topoi attraverso i secoli e le letterature, non devono limitarsi esclusivamente ai rapporti di discendenza genetica tra i testi, all’automatismo dell’imitatio. E allo stesso tempo non si può ritenere come frutto di coincidenza o caso tutto ciò che non può essere ricondotto alla filiera genetica, come non si può ricondurlo al modello degli archetipi junghiani, strutture che, secondo Paduano, non possono servire alla critica letteraria, in quanto distruttive di ogni differenziazione e significato. Ciò che invece dev’essere indagato è, analizzando singolo testo per singolo testo, come in diverse circostanze storiche siano state stimolate risposte simili, dando vita a interessanti parallelismi, e privilegiando nello studio i fenomeni di ricreazione autonoma rispetto alla semplice meccanicità dell’imitatio o aemulatio. Ciò che rende un testo un capolavoro non è, infatti, la sterile ripetizione di pattern letterari precedenti, di topoi, bensì l’elemento di novità, di scarto, di originalità, così come emerge dagli esempi letterari citati. Una delle linee di accesso più interessanti a questo aspetto, come suggerito dal professor Gilodi in commento alle tesi di Paduano, è stato forse proprio quel “senso dell’individuale” in relazione all’opera letteraria, in cui per “individuale” si intende “unico nella sua irrepetibilità”, assunto dal circolo protoromantico di Jena come cifra del loro pensiero nonché come essenza della poesia moderna rispetto a quella antica.

Dire la morte. Forme della consolatoria in Italia tra Tre e Cinquecento

L’Università di Torino organizza il Convegno di studi “Dire la morte. Forme della consolatoria in Italia tra Tre e Cinquecento”, che si terrà giovedì 15 e venerdì 16 marzo a Torino, nel Palazzo del Rettorato in Via Giuseppe Verdi 8. Questo seminario intende indagare le forme plurali del discorso consolatorio che si sviluppa dopo Petrarca e attraversa il Cinquecento italiano.

La locandina e il programma del Convegno, con l’indicazione di orari e sedi degli interventi, sono consultabili al link:

https://www.facebook.com/DirelamorteTO/?hc_ref=ARTtX4dJlqzZHI4hMPtjfFdNnEiDkFBEeo21fL5RkvZsmEb2vl3mJd2E2tWXWtwNj8o.

Pasolini Pittore

Il breve articolo di Federico Masci segue sommariamente parte del percorso artistico pasoliniano, soffermandosi su alcuni tratti della sua produzione pittorica, nel tentativo di stabilire costanti con altre modalità d’espressione.

* * *

Potrei anche tornare alla stupenda fase
della pittura…..
Sento già i cinque o sei
miei colori amati profumare acuti
tra la ragia e la colla
dei telai appena pronti…..”

P. P. Pasolini, La ricerca di una casa, in Poesia in forma di rosa

P.P. Pasolini, Autoritratto col fiore in bocca (1947)

Tra le varie suggestioni che contribuiscono a definire la magmatica tensione produttiva di Pasolini, risalta, con ingenua e limpida evidenza, la pittura. Questa è intesa non solo come lucido interesse e saldo punto di confronto con una certa parte della storia dell’Arte italiana, ma anche, più in particolare, come una costante abitudine a prodursi “tecnicamente” nell’attività pittorica, parallelamente alle altre espressioni artistiche (poesia, cinema, narrativa).

Le prime acerbe esperienze si collocano durante l’infanzia (inizia a disegnare ancora prima di comporre versi), ma è solo all’università di Bologna che, tramite l’incontro fondamentale con Roberto Longhi, questa sotterranea “vocazione” assume un aspetto più definito.

Le lezioni e le ricerche dell’illustre critico d’arte, che allora spaziavano dai fatti di Masolino e Masaccio a Piero della Francesca, dalla pittura duecentesca e trecentesca al Caravaggio, furono quasi un’illuminazione per il giovane e timido studente friulano: “...Allora, in quell’inverno bolognese di guerra, egli è stato semplicemente la Rivelazione.1; egli esprime la sua gratitudine e precisa i termini di questa decisiva influenza in una sua recensione per il volume Da Cimabue a Morandi, curato da Contini, che antologizza gli scritti del vecchio professore.

Le sue “meravigliose capacità istrioniche”2, le sue “gioiellerie severe”3, consumate nelle anguste aule di via Zamboni, corrispondono in toto con un “lucido, umile ascetismo di osservatore del moto delle forme”4.

Ciò che Pasolini filtra dalla lezione Longhiana è proprio un tentativo di approccio, privo di utopie o terrorismi progressisti, ad una storia dell’Arte che in sé e per sé si realizza come struttura ed evoluzione delle forme che la reggono e la compongono, secondo una rigida logica interna.

Un’evoluzione da intendere in senso “puramente critico, vitale, concreto della parola”, 5in completa coincidenza con l’aspetto che la realtà assume nella visione dei pittori lungo i secoli, e nella quale verità critica e verità sempre si accompagnano.

Quasi contemporaneamente a questa riconosciuta filiazione, si avviano i primi consapevoli esperimenti pittorici pasoliniani, i quali presentano disegni a inchiostro, bozzetti di figure che ritraggono la vita quotidiana della gioventù con la netta e semplice evidenza, dal sapore pascoliano, di una realtà familiare, tenera, a tratti idillica.

“Ragazzo che legge”, 1942.

“Ragazza di San Vito”, 1943.

“Donna nel canneto”

A distanza di qualche anno, ecco altri tentativi che risentono dell’influenza dei paesaggi alla De Pisis, o a una verificata ammirazione per alcune opere di Bonnard.

“Autoritratto con la vecchia sciarpa” 1946

“Casarsa”

Forse meno visibile, ma comunque estremamente importante, l’effetto che la frequentazione della bottega longhiana e la conseguente formazione artistica hanno sul Pasolini narratore puro, cioè il cineasta.

In veste di regista, Pasolini abilmente recupera e utilizza questa sensibilità per strutturare formalmente le scene, a favore dunque di una scenografica visibilità, arricchendola di connessioni con la più importante cultura pittorica italiana. A partire dalla sua prima prova, Accattone, del 1961, Pasolini riconosce proprio l’influenza di Masaccio (“Mentre lo giravo il solo autore al quale ho pensato è stato Masaccio”6), che sembra tradursi in un’ansia di figurativa e austera sacralità tale da non poter che produrre scene virginali, vivide e epiche, nel senso di “epicità naturale,che si lega alle cose, ai fatti, ai personaggi7.

Il mondo pre-borghese di Accattone, quindi, immerso in una congèrie epica-mitica-fantastica, sconta i suoi debiti con una certa tradizione figurativa e vorrebbe, nelle intenzioni dell’autore, porsi in opposizione al contesto a tratti liricizzato e soggettivo, a tratti pseudo-naturalistico, del neorealismo, di cui comunque può essere considerato un ambiguo prodotto.

Come Accattone è tutto “sottoproletariato”, Mamma Roma, dedicata a Longhi,(1962) è quasi “piccolo borghese”. Se da una parte baraccopoli e rovine dominano lo spazio , dall’altra si stagliano all’orizzonte caseggiati, si sentono rumori di Tv e radio provenire da lontano. In quest’ultima fatica si segue l’itinerario che il vecchio sottoproletariato percorre, icasticamente rappresentato dal rapporto tra Bruna e il figlio Ettore ,quando inizia a trasformarsi in piccola borghesia, in una piccola borghesia meschina, fascista, conformista. Anche qui si staglia netta (in particolare nella scena finale del film, dove viene ripresa la morte del giovane Ettore) una precisa parentela artistica che però lo stesso Pasolini duramente corregge invece di suggerire, riferendosi agli erronei tentativi di individuazione da parte di alcuni critici:

Ma non hanno occhi questi critici? Non vedono che bianco e nero così essenziali e fortemente chiaroscurati della cella grigia dove Ettore [canottiera bianca e faccia scura] è disteso sul letto di contenzione, richiama pittori vissuti e operanti molti decenni prima del Mantegna? O che se mai si potrebbe parlare di un’assurda e squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio?… 8

Per quanto riguarda La Ricotta (1963), invece, una simile vocazione,viva in un senso felicemente costruttivo, arriva a opporsi al disordine cialtronesco e buffonesco che presiede l’organizzazione delle riprese per un fantomatico film sulla passione di Cristo. In mezzo al folleggiare delle comparse, alle ciniche considerazioni di un falso regista, impersonato da Orson Welles, che terminano nella recita di una poesia tra le più conosciute ed eloquenti di Pasolini (“Io sono una forza del passato…”) si stagliano, monumentalmente, scene dalla cristallina e diretta ascendenza artistica; che letteralmente ricalcano opere di Rosso Pontormo e di Rosso Fiorentino.

Immagine dal film “La Ricotta”- “Deposizione ”, Rosso Pontormo (1525-1528)

Immagine dal film “La Ricotta”- “Deposizione di Cristo” di Rosso Fiorentino ( 1521)

Il materiale che invece appare nella messa in scena del Vangelo secondo Matteo viene utilizzato con una diversa funzione, utile al raggiungimento di una distanza “critica”. Nel tentativo di non proporre solo una ricostruzione storica per via cinematografica, Pasolini, in un intervista dove gli si chiede di ripercorrere l’itinerario dei suoi riferimenti estetici ,afferma di aver ricercato la “massima sincerità”, e di averlo fatto evitando programmaticamente la sistemazione delle scene come quadri: “Uno di questi momenti di sincerità era evitare la ricostruzione di quadri, in tutto il Vangelo non c’è mai un quadro ricostruito.9 Tuttavia, poco dopo, confessa che nella creazione del film risulta comunque essere determinante il rapporto con una certa cultura pittorica, perché “ io studiavo a Bologna col professor Longhi, dovevo laurearmi con lui, quindi l’elemento pittorico per me è un elemento molto importante della mia cultura” 10 e ancora: “ non potevo dimenticarmi di conoscere e quindi amare, addirittura venerare, i pittori dell’Umanesimo, del Rinascimento o del Trecento italiano, non lo potevo dimenticare”.11

Se quindi, questo confronto da una parte apre ai pregiudizi e alle problematiche di un certo tipo di rappresentazione estetizzante, dall’altra è anche un punto di riferimento imprescindibile per raffinare e definire in maniera polemica un atmosfera non documentaria, tutta giocata sul “gusto”, sullo sfumato pastiche di stili che suggerisce un epoca, piuttosto che visibilmente (e falsamente) restaurarla. 

Più che continuare su questa linea, adesso, dopo aver parzialmente evidenziato la ricezione della dimensione artistica in una parte dell’opera pasoliniana, andrebbero evidenziati gli ultimi risultati, tra il ritratto e l’informale, in cui si realizza il lavoro pittorico. L’ultimo Pasolini, audacemente, non cessa di sintetizzare da un empito vitale un continuo tentativo di espressione, di tradizionalmente collaudata sperimentazione, sulle forme, per le forme, dalle forme. Questa sorta di eccitazione, causa e conseguenza del pericoloso cortocircuito comunicativo che sembra permeare i rivolgimenti amaramente confessionali in cui si esaurisce la sua più tarda produzione poetica, può trovare un incerto corrispettivo nelle tele che le sono coeve. Ecco infatti , da contrapporre alla pacata omogeneità delle prove giovanili, la scelta intrepida di materiali e tecniche, tutti elementi in un primo momento sfruttati, poi abbandonati e ripresi dopo almeno trent’anni ( dagli anni’40 agli anni’70).

Invece di utilizzare matite o chine, dipinge con la colla, caratterizza volti e immagini con dita macchiate direttamente dal colore, si ritrae e ritrae anche nuovi amici, amori e antichi maestri (Laura Betti, Ninetto Davoli, Roberto Longhi) ,punteggiando e schizzando in libertà, a volte sfruttando sacchi e cellophane:

Anche trent’anni fa mi creavo delle difficoltà materiali. Per la maggior parte i disegni di quel periodo li ho fatti col polpastrello sporcato di colore direttamente dal tubetto, sul cellophan; oppure disegnavo direttamente col tubetto, spremendolo. Quanto ai quadri veri e propri, li dipingevo su tela di sacco, lasciata il più possibile ruvida e piena di buchi, con della collaccia e del gesso passati malamente sopra. Eppure non si può dire che fossi (e eventualmente sia) un pittore materico. Mi interessa più la «composizione» — coi suoi contorni — che la materia. Ma riesco a fare le forme che voglio io, coi contorni che voglio io, solo se la materia è difficile, impossibile; e soprattutto se, in qualche modo, è «preziosa». 12

“Pali e reti del Safòn”,1970,tecnica mista su carta

“Ritratto di Roberto Longhi”,1975, pastello su carta

“Ninetto e Laura”, 1975

L’ingenuità ambiziosa con cui tenta di reinventare e ridefinire praticamente il linguaggio pittorico che dovrà usare risulta comunque coerente con la tensione sperimentale (e sotterraneamente distruttiva nei confronti di strumenti già acquisiti) della sua poetica:”Solo l’idea di fare qualcosa di tradizionale mi dà la nausea, mi fa stare letteralmente male”.13 La quale, in lungo e in largo, (come ha peculiarmente osservato Walter Siti nella curatela per i meridiani mondadori) attraversa e sorregge tutti gli sforzi Pasoliniani, rammentando, se vista “dall’alto”, una mostruosa progettualità: “Perché realizzare un opera quando è così bello sognarla soltanto?”.14

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NOTE

Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Garzanti, Milano, 2016, cit. p.331.

Ibidem, p.335.

Ibidem.

Ibidem.

Ibidem, p.334.

Pier Paolo Pasolini, Marxismo e Cristianesimo, in Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, 1999, cit. p. 809.

Ibidem.

8  Vie Nuove, n. 40, a. XVII, 4 ottobre 1962, ora in Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere, cit., p. 198.

Pier Paolo Pasolini, Pasolini su Pasolini in Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, 1999, cit. p. 1338.

10 Ibidem.

11 Ibidem.

12 Achille Bonito Oliva, Giuseppe Zigaina, Disegni e Pitture di Pier Paolo Pasolini, 1984, Balance Rief SA, Basilea .

13 Ibidem.

14 Citazione tratta dal film “Il Decameron”, 1971.

BIBLIOGRAFIA

Achille Bonito Oliva, Giuseppe Zigaina, Disegni e Pitture di Pier Paolo Pasolini, Balance Rief SA, Basilea, 1984.

Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Garzanti, Milano, 2016.

Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano, 1999.

Filling Shakespeare in: una e più postille al Romeo e Giulietta

Qui allegato il file contenente il prodotto finale del seminario Riscritture dell’a. a. 2017-2018, incentrato sul tema La bellezza in Shakespeare: Romeo and Juliet nell’ottica del corso Letterature comparate B, mod. 2, prof.ssa Chiara Lombardi.

seminario Riscritture – Romeo and Juliet di Shakespeare

Il blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino