Verrà la morte e avrà i miei occhi

Sara Staiti Sellitto, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva la figura di Loki dell’Edda, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.  

In questa riscrittura ho cercato di rendere la sofferenza di Loki, incatenato in una grotta dopo la morte di Baldr. A dargli la forza per resistere sono il suo forte desiderio di vendetta nei confronti degli dèi che lo hanno punito e una profezia rivelata a Ódhinn.

*

Tic.

Una goccia mi brucia il viso e mi riga la guancia come una lacrima di veleno.

Tic.

Un’altra. Il dolore deve avermi stordito a tal punto che ho perso conoscenza; succede spesso ormai. A poco a poco riprendo i sensi, stringo i denti cercando di sopportare il dolore e non urlare; tendo i muscoli e stringo i pugni, le unghie conficcate nei palmi. Mentre mi divincolo in preda alla disperazione le catene mi graffiano i polsi e rivoli di sangue scorrono lungo le braccia incrostate di sangue rappreso e terra. È passato molto tempo da quando Thórr e Skadhi mi hanno legato a queste rocce, qui, in questa caverna buia; all’inizio contavo i giorni del mio supplizio per mantenere almeno un barlume di lucidità, ma qui attorno a me è tutto così buio che ho finito per perdere la cognizione del tempo. Ormai la vista del sole è solo un vago e lontano ricordo.

Tic.

Mia moglie, Sigyn, non c’è: il veleno ha corroso la ciotola che si ostina a voler tenere sopra la mia testa e appena se ne accorta è corsa a cercarne un’altra. Anche nella disgrazia mi è rimasta fedele, ma temo che non sarà così ancora per molto e che presto sarà costretta a cedere: le tremano le braccia e le gambe mentre tiene alzata la ciotola, ogni giorno mi sembra di scorgere sul suo viso ingrigito, un tempo candido e roseo , una nuova ruga, segno del tempo che scorre implacabile ma anche della fatica a cui si sottopone.

Tic.

Mi lascio sfuggire un gemito soffocato che diventa presto un urlo, un urlo di disperazione, sì, ma anche di rabbia. Il mio corpo è scosso da violenti fremiti e così la terra, che comincia a tremare con fragore tutto attorno a me. Mi divincolo, tiro le catene con tutta la forza che mi è rimasta nel corpo per cercare di sfuggire a quelle gocce di fuoco che cadono dalla bocca del serpente ma è tutto inutile, non riesco a liberarmi. Almeno per ora.

Tic.

Il bruciore mi toglie il fiato; le lacrime mi bruciano la gola, ma cerco di ricacciarle indietro, come ho fatto quella volta. Le immagini di quel giorno tornano a susseguirsi vivide nella mia mente, ogni volta è come se rivivessi la loro morte, la morte dei miei poveri figli. Nelle orecchie mi risuonano ancora i latrati di Váli e le urla strazianti di Narvi, la carne dilaniata strappata con forza dal suo esile corpo, il sangue che cola insieme a brandelli di carne viva masticata dalle fauci di Váli, mentre loro stavano lì, diritti, a godersi il macabro spettacolo con la soddisfazione dipinta sul volto. Gli dèi Asi sono i colpevoli della loro morte e della mia tortura: hanno voluto punirmi per la scomparsa del loro amato Baldr che probabilmente tutti staranno piangendo in questo momento e continueranno a farlo. Tutti tranne me. Anzi, se avessi la possibilità di tornare indietro, pur sapendo quale punizione mi attende, lo farei uccidere di nuovo, tutto purché loro soffrano. E soffriranno ancora, lo so.

Tic.

So della profezia rivelata a Ódhinn. Pensava di non essere visto mentre si recava furtivo dalla veggente per conoscere gli avvenimenti passati e soprattutto quelli futuri, ma non poteva sfuggire al dio degli inganni e, prendendo le sembianze del suo corvo Huginn, l’ho seguito fino all’antro oscuro che era la sede della vecchia. Non entrai, rimasi all’ingresso della grotta per evitare che lei potesse accorgersi della mia presenza e ascoltai. La lontananza non mi permise di afferrare tutte le sue parole, ma quello che sentii fu sufficiente: parlò della fine del mondo, la fine che attendeva gli dèi Asi e la battaglia che avrebbero combattuto contro le forze del male. Tra loro c’ero anche io. E mentre loro ora si affannano cercando di causare tra i mortali infinite guerre per riempire la Valhöll di un esercito  sempre più numeroso, io trovo una consolazione per le mie pene nella consapevolezza che prima o poi tutto questo finirà e potrò vendicarmi. Me li immagino, tutti quei valorosi guerrieri, che si addestrano strenuamente e si abbuffano di carne e met, ignari di essere solo delle misere pedine in mano a dèi a cui si affidano e che pregano.

Tic.

Mi consola il pensiero della resa dei conti e la speranza che quel momento arrivi presto. Li affronterò e restituirò loro tutto il dolore che mi hanno causato, ucciderò i loro stessi figli di fronte ai loro occhi, mi trasformerò in lupo e li divorerò lentamente perché sentano il dolore di ogni singolo nervo lacerato, di ogni singolo osso spezzato mentre affondo le fauci nel sangue caldo e allora sarò io a godere della loro morte. Ucciderò Frigg proprio davanti a Odhinn, riesco quasi a percepire la sua rabbia mentre si rende conto di averla persa per mano mia, e poi Thórr e ancora Niördhr e poi Freyr e poi…

Tic.

Il veleno mi scorre lungo il corpo, il fragore della terra che trema copre le mie grida. Sigyr è via da un po’ ormai, sicuramente sta per tornare. Sì, sarà di certo sulla via del ritorno, pronta a soffrire ancora una volta insieme a me. Sì, eccola, sento rumore di passi, si sta avvicinando. Mi sembra che qualcosa si stia muovendo nell’oscurità, diretta verso di me. Ma perché non mi ha ancora raggiunto? Quanto manca? Perché ci sta mettendo tanto? Mi si annebbia la vista, mi pulsa la testa e le orecchie iniziano a ronzare, gli arti mi si irrigidiscono e a poco a poco smetto di agitarmi, la testa mi cade all’indietro.

Tic.                                                 

Tic.

Tic.

Bibliografia

S. Sturluson, Edda, a cura di G. Dolfini, Milano, Adelphi edizioni, 2019

Sconosciuto multiforme

Veronica Fenoglio, in questa sua composizione, riscrive e commenta in un’inedita prospettiva la nascita del mondo dal caos, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi. 

L’ uomo, animale pensante dotato di un naturale istinto per la speculazione, si è da sempre interrogato sull’origine delle cose. Questa sua indagine costante ha generato una moltitudine di interpretazioni la cui esposizione è stata poi affidata alle narrazioni. Da questi racconti emerge spesso l’idea che tutto si sia originato da uno stato primordiale definito comunemente ‘caos’: termine che assume differenti connotazioni a seconda della cultura a cui si fa riferimento.
La riscrittura vuole presentarsi come un’interrogazione ontologica che il Caos compie su se stesso. Attraverso l’analisi delle varie definizioni che gli sono state attribuite nel tempo, egli si domanda se una di esse potrà mai aiutarlo a capire cosa è veramente.
Un Caos triste, sconosciuto a se stesso, che si indaga alla ricerca del proprio nome e del proprio io in un lamento eterno senza risposta.

*

In principio c’ero io?

Mi manifestai all’improvviso e fui assimilato all’inizio di ogni cosa. Non so come mi originai, né perché.

Subito, senza far nulla e senza che avessi nemmeno il tempo di accorgermi della mia esistenza, fui temuto poiché io ero il Prima. Apparivo spaventoso perché fa paura ciò che non si conosce: molti furono i tentativi di definirmi per far scomparire quella terribile sensazione di incertezza e timore.

Mentre cercavo di capire cosa in me scatenasse quella reazione, una verità straziante mi si presentò dinnanzi: nemmeno io sapevo cosa fossi realmente.

Mi accorsi di non aver memoria né storia. Non sapevo dove trovare risposta.

Una paura prepotente si impossessò di me da quel momento: il terrore di non poter mai conoscere la mia identità, il significato di questa mia esistenza.

Ancora adesso voglio disperatamente trovare un senso a ciò che sono.

Neppure il mio nome posso dare per certo. Troppi me ne sono stati dati, nati guardandomi con il terrore negli occhi e caduti davanti ad altri ritenuti più veri.

In principio,

Mi chiamarono voragine.

Videro in me una caduta eterna, inesorabile sprofondo, vertigine immensa. Mi trovo ai confini di ciò che esiste, esattamente nel mezzo, poiché il mio abisso si genera quando ciò che è si interrompe. E lì inizia il precipizio che sono io. Ha un limite la profondità del mio essere? Sono forse finito? Come posso essere certo della mia infinità?

Poi,

Mi chiamarono buio.

Mi venne assegnato questo nome perché mi trovo dove luce non può essere. Sono oscurità nera, intensa, spaventosa perché al suo interno nulla si riconosce più, tutto si perde e diventa indefinito. Eppure al mio interno tutto permane nella sua forma originaria e aspetta solo di essere scrutato. Più che assenza di luce, non sono forse assenza di sguardo capace di cogliere il contenuto del mio essere? Non sono semplicemente incomprensibile entità a coloro che vivono di luce?

In seguito,

Mi chiamarono disordine

Fui descritto come moto infrenabile e mancanza di stabilità. Dove io sono non c’è posto per alcun ordine, la confusione è sovrana. Mi definirono come un insieme di elementi fuori posto ma come potevano esserlo elementi che ancora un luogo fisso non avevano?  Non sono piuttosto governato da un ordine diverso in questa mia diversa realtà?

Ancora,

Mi chiamarono nulla.

Pensarono a me come un’assenza totale, come ciò che non è. Eppure questa visione di me porta in se stessa un paradosso insolubile: come posso essere vuoto assoluto se da me si è originato tutto ciò che esiste? Non sono piuttosto il tutto non ancora manifestato?

Poi,

Mi chiamarono caos.

Videro che in me nessun principio è valido, nessuna regola può essere rispettata. Ciò mi rende ancor più imprevedibile e terrificante. Sono confusione totale, assenza di punti di riferimento. Ma una realtà in cui domina il caso può dirsi priva di leggi? Il dominio del caso non è esso stesso un punto fermo, una caratteristica peculiare e permanente del mio essere?

Infine,

Mi chiamarono ignoto.

Si arresero alla mia incomprensibilità. Divenni inspiegabile ai loro occhi e decisero di smettere di cercare un modo per definirmi. Utilizzarono semplicemente la negazione: “non-noto”. Mi descrissero con immagini che sono negazione di altre o sottrazione di altro e non giunsero mai ad assegnarmi un qualsiasi statuto netto che non fosse rappresentato da un contrasto. Esisto dunque solo per negazione di ciò che è conosciuto? Significa forse che non c’è modo per conoscermi?

La domanda vive con me. Il mio tempo continua, la mia indagine prosegue.

Sono solo questo? Sono tutto questo?

Non comprendo chi io sia, e mi domando se mai riuscirò ad avere risposta.

Affranto, rimango sconosciuto a me stesso.

Non trovo specchio che mi rifletta, non trovo idea che mi comprenda, non trovo nome che mi rappresenti.

Qui il file commentato.

Muri nel mare

Rossella Cutuli, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva la nascita del mondo, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi. 

La mia riscrittura è incentrata sulle origini, non tanto del mondo bensì della sua bellezza in cui la vera forza creatrice e al contempo distruttrice è la Natura. Ispirata in parte alla Genesi e in parte alle Metamorfosi, non preclude un discorso scientifico. L’origine qui viene narrata dal punto di vista di un non-corpo che dalla propria immobilità coglie il più impercettibile dei movimenti. La narrazione è infatti affidata a un coro millenario, a dei faraglioni in mezzo al mare. Anche se non è esplicitato, i faraglioni in questione sono quelli di Acitrezza, in Sicilia, un luogo che è stato di ispirazione per tanti artisti e poeti, non soltanto Verga ma anche lo stesso Ovidio nell’episodio di Aci e Galatea (Met. 13).

*

Siamo nati più volte, senza mai morire.
Eravamo qui quando il Sole non esisteva,
e la Luna non esisteva e le Pleiadi non pulsavano
e il Mare non rumoreggiava.
Quando tutto era niente[1],
solo vuoto di liquide tenebre
s’accresceva nei suoi bordi frastagliati.

Eravamo qui prima di Poseidone
quando le unioni erano sterili
mortali o immortali che fossero.
Poi dai vortici d’argento fu disegnata
una bellezza sovrana,
essa creò i colori da un fiore
ornamento profumato per i suoi capelli,
ne creò un altro ancora più colorato del primo
da quello nacque un uccello
fu così che venne al mondo la bellezza, l’ineffabile, il sublime,
la facoltà dell’essere umani.

Di noi fece alte cime più divine del Parnaso,
qui nacquero le ninfe dalla bella chioma
qui cominciò il canto,
l’eco delle storie antiche[2]

Polifemo[3]ci scaraventò contro Odisseo ché l’aveva accecato[4].
Fummo sommersi dai diluvi[5],
a lungo non sentimmo il respiro del vento,
diventammo la casa e il riparo del ramingo Caino[6]
quando dio ci dimenticò nel tartaro,
ma svettammo ancora grazie alla forza sottomarina dell’Etna,
e ci rivestì della sua lava.
Accadde allora che Caino fu ucciso da un Re avido,
poi da un padre geloso
e infine per amore della Bellissima
ci abbandonò espiando.

Non apparteniamo a nessuna dinastia,
non siamo figli di alcun dio.
Eppure, molti furono i poeti che per noi narrarono
non demmo loro muse e ispirazioni
ma motivi e ambientazioni
da Omero a Verga, e a chicchessia
sorsero parole, immagini e personaggi
Odisseo, i Malavoglia, Aci e Galatea

«Aci era figlio di Fauno e una ninfa nata in riva al Simeto:
delizia grande di suo padre e di sua madre,
ma ancor più grande per me; l’unico che a sé mi abbia legata.
bello, aveva appena compiuto sedici anni
e un’ombra di peluria gli ombreggiava le tenere guance.
Senza fine io spasimavo per lui, il Ciclope per me».[7]



E qui, nel blu dello Ionio, restiamo immobili nella forma maestosa
cesellata dai venti,
con lo sguardo fisso da giganti e l’udito di roccia,
senza merito, né gloria
da cinquecentomila anni e più.
Non proviamo pena, né languore
le nostre ossa sono pietra
delle lacrime però abbiamo il sale.
Col tempo anche noi ci siamo evoluti,
a tal punto che il nostro orecchio, che orecchio non è,
riesce a udire i pensieri più remoti
e il nostro sguardo, che sguardo non è,
può vedere al di là dei corpi,
fino all’anima e ai sogni che si distendono oltre l’orizzonte.

Le anime dei vivi con i loro desideri e le loro paure
tracciano strade inarcate dal buio alla luce,
noi sappiamo tutto ciò che dall’anima si stacca e cosa vi è penetrato.
Anime il cui corpo cambia
e cambiando muove passi leggeri
lungo un cammino in eterna creazione,
un cammino circolare irto di fine e inizi.

-Una danza commovente per noi immobili-.

Con l’aiuto del vento, assorbiamo la polvere della loro memoria
perché ci chiedono verità e poesia
ma un solo nostro sospiro scatenerebbe cataclismi.
Soltanto quando tutto il rumore cessa nella quiete,
e terminano gli schiamazzi,
le urla dei mercanti di pesce, i pianti dei bambini,
quando l’intero Ionio è pace
e il sole è già calato con la stessa lentezza di una palpebra che s’abbandona nel sonno;
è allora che, nel silenzio dell’etere,
noi rispondiamo, non con parole funeste,
ma sul palco dei sogni,
è così che ripaghiamo i nostri dispensatori di storie
poiché esse ci svelano la verità.
Col tempo le storie sono diventate per noi ciò che per i pesci è l’acqua: l’essenziale.
Alla fine, secondo l’ordine del caos dove tutto va e viene, le lasciamo andare.
È la nostra unica legge. Il nostro unico movimento.
Ma qualcosa di quelle storie resta in noi, nella nostra immortalità.
La chiamano legge del tempo.
Noi sappiamo poco del tempo,
esso passa e non passa,
i vecchi ritornano bambini e i morti rinascono.
Ecco, tutto ciò che sappiamo.

Uomini e donne ci raggiungono a nuoto dall’Isola dei Ciclopi.
I più coraggiosi si arrampicano sul nostro crinale di grigia roccia scura
e alcuni, desiderosi di belle imprese,
colmi di meraviglia e angoscia chiedono:

«Il mondo è stato tutto questo?»

Non fanno in tempo a finir la domanda che il mondo è già cambiato.
C’è sempre una voce che vuole raccontare,
dire cosa è stato e cosa sarà.

Ecco, tutto ciò che sappiamo.

Tuttavia,
per gran parte della gente noi non esistiamo.
Scogli. Muri nel mare.
Questo siamo per quelli che arrivano e non si fermano,
che passano senza ascoltare, ci girano attorno e ci evitano.

Siamo fatti di atomi, e un atomo funziona come un animale?

D’altronde anche per noi è impossibile non comunicare.
Ed è evocando le loro emozioni che comunichiamo
ciò che a parole non possiamo.
Non è forse vero che pensano di essere fatti della stessa materia delle stelle,
ignorando o scordando che tutto è della stessa materia delle stelle?

L’immobilità è la nostra condanna,
ci differenzia da quegli esseri in eterno movimento.
Portatori universali di anime.

Esiste un ”noi” e un ”voi”
malgrado fossimo già uniti in quel nucleo caldo e denso,
in un tempo in cui non esisteva ancora il tempo;
prima che lo scoppio del più grande evento creativo avesse inizio,
sì, chiamatelo Genesi o Big bang[8].

Se potessimo vi invidieremmo
la morte e la possibilità di ricominciare
non è che noi siamo immortali e voi no, niente affatto.
Dopo ogni morte si ritorna alla vita, ed è ciò che noi chiamiamo immortalità.
In noi, cose della natura, adulatori di storie,
c’è la chiave di lettura del linguaggio dell’universo;
in voi la voce.
La nostra missione è portare il messaggio e mostrare la strada
spesso entrambi falliamo.
Non era questo ciò che volevamo
ma a noi non è concesso volere qualcosa.
Essere muti portavoce di ciò che immaginiamo sia la realtà è il nostro mestiere.

Noi, voi, siamo l’universo.
Ditelo, siamo l’universo.


[1] Ovidio, Metamorfosi, I, 1-20.

[2] Cfr. Esiodo, Teogonia.

[3] Ciclope della mitologia greca citato da vari autori antichi: Omero, Teocrito, Euripide, Ovidio, Virgilio.

[4] Odissea, IX, 480-486. La scena dell’accecamento di Polifemo e del lancio di massi da parte del Ciclope trova un parallelismo nel gigante presente nella novella Sindbad il marinaio, nella raccolta Le mille e una notte.

[5] Riferimento al Diluvio Universale di Genesi, 6, 13 ssg.; Ovidio ne parla invece nel mito di Deucalione e Pirra (Metamorfosi, I, 313-415) e ritorna anche nella mitologia babilonese (cfr. l’Epopea di Gilgameš).

[6] Caino appare in Genesi, 4,1-15).

[7] È il riferimento all’episodio di Aci e Galateanarrato in Ovidio, Metamorfosi, XIII, 738- 897.

[8] Cfr. S. W. Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri-Breve storia del tempo, Bur, Milano, 1988.

Bibliografia
Bibbia, Genesi, in La Bibbia di Gerusalemme, Dehoniane, Bologna, 1974
Esiodo, Teogonia, a cura di G. Arrighetti, Rizzoli, Milano, 1984
S. W. Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri-Breve storia del tempo, Bur, Milano, 1988
Omero, Odissea, a cura di R. Calzecchi Onesti, Einaudi, Torino, 2014
Ovidio, Metamorfosi, a cura di G. Rosati, BUR, Milano, 2003
N. K. Sandars (a cura di), L’epopea di Gilgameš, tr. it. di A. Passi, Adelphi, Milano, 1986

Riscrittura Proteiforme: “Disseboperciambo”

Fabio Angelo Bisceglie, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva i drammi shakespeariani Cimbelino e Pericle unitamente all’Odissea e alle novelle del Decamerone, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Trattasi di Riscrittura Proteiforme dal nome “Disseboperciambo” riproposto dai tratti del ridisegno in copertina, da lui realizzato: ecco un ibrido testuale, plasmato e ri-cucito su scampoli testuali di diversa provenienza il quale rappresenta le cuciture tra i diversi testi e generi.

*

Prologo
Un Giovane stava rovistando nella posta quando all’improvviso, tra la pubblicità emerse una busta rosa, con una scrittina in rosso, che diceva: “solo-(sé) hai coraggio, saluti Nessuno”. Curioso, senza perdere tempo, mentre correva in casa, aprì la busta e al suo interno trovò un biglietto, una USB e degli auricolari. Entrato in casa, sedutosi su un sofà, lesse il biglietto che diceva: Da ascoltare sola-mente se.. UH.. E.. S’É B?
Sconcertato dalla cripticità, si lanciò sul PC ed inserì la chiavetta…sul desktop comparve una cartella con su scritto “G”, che a sua volta, cliccandoci, portava ad un file (traccia audio) intitolato “Es-senza”. Inquietato dalla situazione, prese lentamente gli auricolari dalla busta e, dopo qualche tentennamento, decise di ascoltare la traccia…chiuse gli occhi per concentrarsi: non sentiva Nessuno, il silenzio gli accecava l’udito… quando ad un certo punto, gli parve di udire delle voci, erano come lontanissime, si trattava di voci femminili, anzi no, forse maschili…non capiva, le voci erano ibridate si mescolavano ma ad un tratto gli parve di riconoscerle.

Le Es-senze[in coro].
Un non luogo, dov’é… Dove sei? Oppure, anche sette, otto. Ove la cosa cade oppure H-ade, noi siamo.. si amo! Es-senze, ed invochiamo Dea G……per…

[Il Giovane sta ascoltando due voci, che si definiscono Essenze e che stanno invocando una sorta di Dea dal nome G. Aprí gli occhi, cercando il volume per alzarlo un po’, ma si accorge che il PC è spento. Toglie gli auricolari e le voci continuano a parlare…].

Un Es-senza
Di’ le pene più tristi senza mostrare il tuo sdegno per le mosche mortali, questo è il figlio che mai ho veduto, che non ha fatto altro che giustizia, quando sono morto era ancora nel grembo. Tu che sei il padre degli orfani, dovevi salvaguardarlo dai terrestri.

L’altra Es-senza
Mi strapparono il figlio dal corpo, in acque piangendo tra i nemici. La sua fanciulla seppe intuire il suo grande valore; però concedesti che il suo cuore puro venisse colpito, ricolmato di sciocca gelosia ed anche oggetto di scherno.

Le Es-senze[in coro].
Per questo motivo noi discendiamo dal cielo, il nostro figliolo ha snudato la spada, apri la porta al duro cristallo, benigno guarda e sospendi questo sdegno in favore di una stirpe d’onore, che tu stesso però colpisti con grande potenza. Le sue miserie pietose rimuovi, dacci soccorso almeno per ripicca.

Dea G
Voi che abitate le regioni basse, non oltraggiate la nostra pazienza, osate denunciare l’onnipotente? Povere ombre in esilio, ritornate alle lande fiorite senza crucciarvi dei casi mortali. Spetta a noi prenderci cura, non a voi. Do sventure a coloro che più amo, il dono quand’è inritardo più sarà goduto. Quindi, ecco il messaggio da porgli nell’animo: La più bella e dolce giace qui, la migliore che appassì nella primavera dei suoi anni, era la figlia del re; una morte orrenda, un martirio. Per l’orgoglio venne inghiottita dalla terra mentre il cielo si scagliava furioso sui litorali, giorno dopo giorno, per allagare il terreno che aveva osato tanto. Ora andate, cessate il frastuono o perderò la pazienza.

[Il Giovane si sveglia di soprassalto, e, sconvolto da ciò che ha sognato, si mette subito a pregare].

Il Giovane
Ti pregherò da lontano in parole di miele, io mi inchino a te che sei di coloro che possiedono il cielo. Sii misericordioso, non darmi queste sciagure.

[Ad un tratto, durante l’orazione, una voce di donna interviene nelle sue preghiere: è la Dea AN].

Dea AN
Alzati! Ehi, dico a te! Su! Caro ospite lascia che io ti guidi dove si radunano le mie vergini vestali e racconta a loro i tuoi sconforti, rivela come hai perduto tua moglie e tua figlia, dai voce alle tue pene; ricorda le tue sventure in mio onore e sarai felice te lo garantisco. Svegliati, su! Narra ciò che il sogno t’a suggerito.

[Il vecchio Gower apre gli occhi, ancora gonfi dalla sbronza notturna, sbracato su una poltrona di una casa di piacere. Non ricorda nulla di ciò che accadde, forse non sa neppure lui stesso chi fosse. Ha come un sentore che deve fare qualcosa. Un gatto gli salta sulla pancia e dei grilli saltano sul bordo della finestra ed in lontananza gli sembra di vedere un infante che gioca davanti al camino].

Il Gatto
Allora, che aspetti l’invito? Non vorrai mica svignartela?

I Grilli
No No, tranquillo vedrai che farà il suo compito…

L’Infante
La dea D-an si é raccomandata, di seguirla..

[Gower a questo punto pensa di stare poco bene: un gatto, dei grilli ed un’infante che parlano, tutto questo gli sembra molto strano. Preso dall’angoscia, scappa, si getta in strada e corre a tutta forza fino al mercato di D-an, dove decide di metter qualcosa sullo stomaco].

Gower
Così dopo la colazione, mi sentirò meglio…

[Si siede per un attimo a prendere fiato vicino alla fontana, quando ad un certo punto, colto da un impeto come se non fosse padrone di sé stesso, ovvero qualcosa lo muove come un burattino, con uno slancio capace solo ad giovane, salta sul ciglio della fontana ed inizia ad invitare i passanti, che stanno nei paraggi ad ascoltarlo].

Gower
Signore e signori.. – no, fermi! Non mi ascoltate, non credete alle mie parole – [è come parlato, cercava con forza di opporsi]. Scusatemi eccomi, oggi è una giornata un po così, comunque ascoltatemi, perché ho qualcosa d’importante da dirvi, io diro solo quello che gli autori celesti riterranno opportuno che io dica, ne più ne meno. – Stai zitto!

[La gente incuriosita dalla stravaganza che il vecchio suscita, si ferma e guarda].

Gower
Shh! Silenzio! Allora: Oh! disse: Oh, guardando verso il ciel…

[Rimane come ipnotizzato verso il vuoto, poi guardo la folla, attonito]

Gower
Perché io.. [con un tono femminile], sono nata cosi sciancata… mum? Oh, non m’avessero mai generata! Ho camminato come donna, come uomo per una notte intera… vorrei solo appoggiarmi qui e dormire, posso?

[Socchiudendo gli occhi, si lascia cadere perdendo conoscenza. Nello stesso istante una donna apre gli occhi e esce dal suo sonno].

La Donna
Ma che razza di roba stavo sognando, un uomo vecchio ed ubriacone. [Disorientata, non sa in che luogo si trova, a prima vista, sembra di essere in un specie di grotta bianca, moltoluminosa, apparentemente senza vie d’uscita] Ma dove sono? [S’accorge che affianco a lei sul suo letto c’é un altro corpo. Tirando un grido cerca di scendere dal letto ma non può, è come pietrificata]Un uomo insanguinato! [Spera di trovarsi in un brutto sogno] Sto tremando dalla paura e sono purtroppo sveglia sia dentro che fuori. Oh dio, dov’é la sua testa! [Si accorge che il corpo è caduco, e che i vestiti che indossa gli ricordano il suo amato]Ma certo, queste sono le sue mani, i suoi piedi e la sua pelle… [Impazzita di dolore singhiozzando cade su di lui, e con parole di dolore chiede spiegazioni al defunto, fino a perdere i sensi].

[Quando si risveglia, si trova altrove, spalanca gli occhi, ma non vede altro che buio. È come immersa negli abissi dove nessun raggio di sole può arrivare, nel regno dei meta-pesci ed i meta-carne].

Lo Zoppo
Tiresia…

Tiresia
Si, dimmi mio caro, stavo sognando di una donna che aveva lo sposo senza testa.

[Il timbro di Tiresia è come sentir cantar un coro all’unisono, chi gli parla è il suo aiutante detto Lo Zoppo, il quale lo segue ovunque per via della sua cecità; essi sono esseri proteiformi, mutano d’aspetto e di voce ad ogni passo, nessuno sa quale volto o voce abbiano. Essi si sono fermati per un riposo vicino ad un uomo cosparso di mele nel deserto].

Tiresia
Che cosa ha fatto quest’uomo?

Lo Zoppo
Ha ingannato e quasi portato alla morte degli innocenti..

[La parola innocenti rimane come sospesa in volo, mentre tutto il resto diviene silenzioso, l’uomo legato al palo riapre gli occhi, cercando di vedere da dove provenissero le voci, ma purtroppo non scorge nessuno, al di là del ronzio dei tafani, che pregustano la loro futura pietanza. L’uomo appeso al palo, continua ad avere allucinazioni sonore, però questa volta è un voce di fanculla a parlare].

La Fanciulla
Non si conveniva sepoltura men degna che d’oro a cosi fatto cuore.

[L’uomo riapre nuovamente gli occhi cercando invano: non c’è nessuno al suo capezzale].

L’Uomo
Andate via, spiriti! [Gridando].

La Fanciulla
Ah dolcissimo albergo di tutti i miei piacerei, maledetta sia la crudeltà che colui che con gli occhi della fronte or mi ti fa vedere!

[L’uomo ormai non patisce più alcun dolore, ascolta le parole, che per ragioni sconosciute, qualcosa gli sussurrano all’orecchio. Dopo qualche istante egli muore, e la fanciulla continua a parlare].

La Fanciulla
O molto amato cuore, ogni mio ufficio verso di te è fornito.

[Nel frattempo in un altro luogo, un signore spagnolo, stanco per la dura giornata, riposa, appoggiato ad un albero nei pressi di un mercato].

La Fanciulla
Né più altro mi resta a fare se non di venire con la mia anima a fare alla tua comp…

[Un boato interrompe il sonno dello spagnolo, infrangendo così il sogno in cui la voce della fanciulla sta parlando. Si guarda intorno preoccupato, per carpire che cosa succede e vede che un vecchio che di solito cantava storie, era caduto nella fontana, aiutato a rialzarsi si mise nuovamente a cantare].

Il Vecchietto
Venghino signori verghino questa notte al Gowhere Dream, un appuntamento da non perdere, con la nostra vergine speciale…fidatevi del vecchio Gower.

[Il signor spagnolo cerca di riprendere il sogno da dove l’ha lasciato, purtroppo senza riuscirci, allora decide di alzarsi e di andare a sentire le parole di quel folle, che nonostante la caduta continua a sbraitare senza alcun riserbo…].

Bibliografia
Omero, Odissea, a cura di R. Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi; i libri o i passi indicati: V; IX; X; XI 333-384.

G. Boccaccio, Decameron, a cura di V. Branca, Torino, Einaudi: Proemio, Introduzione gen.; II, 9; Introduzione alla IV giornata; IV, 1.

W. Shakespeare, Pericle, principe di Tiro, in Willliam Shakespeare. Tutte le opere, vol. 4, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani

W. Shakespeare, Cimbelino, in Willliam Shakespeare. Tutte le opere, vol. 4, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani

Letterature comparate, a cura di F. de Cristofaro,  Roma, Carocci; Cap. III – V

«Un itinerario lunghissimo, imprevedibile e assurdo»: una lettura cosmogonica de La tregua di P. Levi

Lezione del dott. Mattia Cravero (Università degli Studi di Torino) nell’ottica del corso Scritture delle origini. II. Dal Rinascimento a Leopardi, Letterature Comparate B, mod. 2, prof.ssa Chiara Lombardi.

La presentazione in .pdf è disponibile qui; per il video in differita è possibile utilizzare Webex o YouTube.

Corso di Laurea in Culture e Letterature del Mondo Moderno
Dipartimento di Studi Umanistici
Università degli Studi di Torino

Mattia Cravero (mattia.cravero@unito.it) è dottorando in Comparatistica (XXXIV° ciclo) presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo progetto di ricerca analizza i miti delle origini (letterari, biblici, scientifici e fantascientifici) presenti nell’opera di Primo Levi, a cui ha dedicato diversi saggi (tra cui «Acqua per cancellare / Acqua feroce sogno / Acqua impossibile per rifarsi mondo»: Primo Levi e tre casi di intertestualità, «Status Quaestionis», 2018; «Nel mondo delle cose che mutano»: racconto metaforico e mito metamorfico tra Ovidio e Primo Levi, in Innesti. Primo Levi e i libri altrui, a cura di R. Gordon e G. Cinelli, Peter Lang, Berna, 2020). Partecipa attivamente ai convegni universitari come organizzatore e come relatore; è membro della redazione e revisore in doppio cieco per «CoSMo». Oltre all’opera di Levi, si interessa di ricezione moderna e contemporanea del classico e di riscritture (Contro la guerra. L’Iliade riscritta da noi, con C. Lombardi, Mimesis-AlboVersorio, 2017).

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Dal bianco e nero all’arcobaleno

Agata Scarsi, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva la nascita dell’arcobaleno, abbinandola a tavole da lei realizzate, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Una rivisitazione di fantasia del mito delle origini, in endecasillabi, su modello soprattutto ovidiano ma senza escludere altri echi, con l’arcobaleno per protagonista: la luce bianca sostituisce la condizione indistinta primordiale, fino alla scissione, improvvisa, nei sette colori che dà origine all’Universo. L’arcobaleno come simbolo di bellezza, di mistero, di grandezza, e quindi del sublime, nonché, in definitiva, come metafora dell’amore all’origine della vita.

*

Gefjun, la dea

Valeria Pellegrini, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva l’Edda di Snorri Sturluson, nell’ottica del corso Scritture delle origini. I miti e la scienza, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Questa riscrittura nasce da un desiderio di immaginazione, da un piccolo viaggio intrapreso oltre le pagine di un libro. Gefjun è una dea che perde la sua immortalità nel momento in cui viene dimenticata dagli uomini e racconta la sua fine attraverso una sorta di epitaffio ispirato all’Antologia di Spoon River.

*

I miei occhi e questo buio.
Sono seppellita tra le insenature,
sono seppellita tra le onde.
Non sento le carezze,
e il peso di una promessa
e le preghiere e i sospiri.
Intreccio ghirlande con fili di nulla.
Può morire una dea?

I miei occhi e questo sangue.
Sono Gefjun,
la dea,
la giullaressa,
la donna dimenticata,
la madre dei tori.
La mia storia giace sul fondo del lago Mälaren.
Non sentite il canto?

I miei occhi e questa bugia.
Re Gylfi volle ricompensarmi;
“per i tuoi capelli color corallo”, disse
“per la tua pelle di alabastro”, sussurrò.
Mi diede la terra e io creai un mondo
fatto di acqua,
di abissi e solitudine.
Non prova dolore una dea?

I miei occhi e questa rabbia.
Un tempo conobbi un gigante,
ebbi dei figli da lui,
li trasformai in tori e li aggiogai all’aratro.
Così forti che la terra si staccò,
così vivi che l’acqua affiorò.
Forse sono io stessa quel lago.
Non ascoltate la voce?

I miei occhi e questo freddo.
Sono morta in sconfinate notti;
morta, quando gli uomini mi dimenticarono;
morta, quando l’ultima supplica divenne sussurro.
Una volta splendevo,
adesso sono seppellita qui
sul fondo del lago Mälaren
Voi conoscete l’amore?

Bibliografia
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, a cura di Fernanda Pivano, Einaudi, 2014
Snorri Sturluson, Edda, a cura di Giorgio Dolfini, Milano, Adelphi edizioni, 2019

Amleto e Ofelia: due volti di una stessa follia

In questa sua composizione, Giulia Cearini intende rappresentare i personaggi di Amleto e Ofelia come un doppio l’uno dell’altro, specularmente, simili a due facce di una stessa medaglia. Si cercherà di avvalorare questa tesi compiendo un percorso, iniziando dall’analisi inerente l’impiego della follia in Shakespeare, analizzando il fool shakespeariano (spesso portatore di verità), passando poi per gli studi di Jaques Lacan relativi al concetto di desiderio, per giungere infine all’analisi della morte dei due personaggi, sinonimi e contrari fino alla fine, modelli della dualità uomo/donna al momento del loro abbandono della vita.

Giulia Amelia Cearini (giulia.cearini@edu.unito.it) studia Culture Moderne Comparate presso l’Università degli studi di Torino. Si è laureata in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo nell’a.a. 2016 con una tesi in Tecniche Audiovisive dal titolo “Oltre il muro: la metafora nelle animazioni di Gerald Scarfe per il film Pink Floyd The Wall”.

*

This nothing’s more than matter
Laertes
Amleto, Atto IV, Scena 5

1. Amleto e Ofelia: «Il pazzo finto e la vera pazza»[1]

Nelle opere di Shakespeare figura ricorrente è quella del pazzo, il fool scespiriano, sicuramente  attinta da epoche antiche. Lo statuto della follia è stato fonte di numerosi dibattiti ed il suo progredire nella storia ha seguito una serie di mutamenti, oscillando tra due estremi: «in parte corruzione dell’anima, in parte profonda esperienza dello spirito, poiché solo attraverso la follia si può giungere ad esplorare l’estremo confine della natura umana»[2].  Lungi dall’addentrarci, in questa sede, in uno studio sulle origini del concetto di follia, risulta sicuramente emblematico il fatto che nel corso della storia il pazzo avesse una sorta di corsia preferenziale nella definizione della verità, come detentore di uno sguardo che, esulando dalla realtà, potesse scorgere la vera natura delle cose. Numerosi e disparati sono i personaggi folli che si possono ritrovare in Shakespeare, motivo per cui diviene necessaria una breve digressione etimologica a tal merito. Nel saggio di Vanna Gentili Il fool in Shakespeare e nel teatro elisabettiano[3] l’autrice compie una distinzione tra il Natural Fool, passivo, ovvero l’idiota per natura (vedasi i due becchini dell’ultimo atto di Amleto, definiti clown, nell’inglese antico bifolco ma anche buffone[4]) e l’attivo Artificial Fool, ossia «colui che professionalmente si finge idiota per divertire, per intrattenere oppure per smascherare la realtà nascosta dietro l’apparenza o la vera follia insita nella saggezza»[5] (esempio emblematico è il Matto che diventa alter ego di Re Lear[6]). Si passa così da «chi agisce a chi è agito»[7]. Questa distinzione è fondamentale per inserire Amleto nella categoria di Artificial Fool. Per esacerbare il marcio che ormai risiede in Danimarca Amleto sfrutta la recita della follia, penetra la realtà con l’immaginazione[8], inganna, intrappola, si fa regista dei suoi piani attraverso il mezzo della follia, che è solo simulata. Più che un folle lo potremmo definire un abile attore.

HAMLET:
That I essentially am not in madness, but mad in craft[9]

In merito a queste affermazioni quindi, Amleto è un finto pazzo che attraverso l’uso della follia cerca di far emergere verità che sono a lui già rivelate. La capacità di scrutare nelle pieghe menzognere dell’anima, avvicinandosi al ruolo del folle  incarnato in epoca greca, potrebbe essere invece attribuito a Ofelia, la vera pazza. La perdita della sua ragione non si riconduce solo alla perdita del padre (unico motivo, secondo Claudio, della sofferenza della giovane[10]) bensì, come possiamo evincere dai significati delle canzoni da lei cantate, solo apparentemente prive di senso, anche alla perdita del suo oggetto d’amore,  Amleto stesso.

OPHELIA
How should I your true love know
From another one?
By his cockle hat and staff,
And his sandal shoon[11]

Colei che è così profondamente legata ad Amleto è la prima vittima della sua finzione. Nella sua follia, priva di infingimenti, Ofelia, pur non ricercando la verità, è colei che della verità diventa testimone. Come nella definizione di Foucault nel suo intervento La follia e la società, Ofelia diventa personaggio portatore di verità ingenuo, come il buffone della corte medievale, che non per questo fa venir meno la sua ragione d’essere. La sua parola è «parola marginale: una parola che era sufficientemente importante da essere ascoltata, ma che era sufficientemente svalutata e disarmata da non avere nessuno degli effetti abituali della parola ordinaria»[12]. Amleto e Ofelia così «si confrontano e definiscono a vicenda»[13].

2. Il desiderio e la sua interpretazione: i desideri di Amleto e Ofelia a confronto

Nel seminario di Jaques Lacan Il desiderio e la sua interpretazione, Lacan si sofferma sulla definizione freudiana del rapporto tra Edipo e Amleto. La correlazione di questi due personaggi ci è nota ad oggi con questa definizione:

Nello stesso terreno dell’Edipo Re, si radica un’altra grande creazione tragica, l’Amleto di Shakespeare. Ma nella mutata elaborazione della medesima materia si rivela tutta la differenza nella vita psichica di due periodi di civiltà tanto distanti tra loro, il secolare progredire della rimozione nella vita affettiva dell’umanità. Nell’Edipo, l’infantile fantasia di desiderio che lo sorregge viene tratta alla luce e realizzata come nel sogno; nell’Amleto permane rimossa e veniamo a sapere della sua esistenza – in modo simile a quel che si verifica in una nevrosi – soltanto attraverso gli effetti inibitori che ne derivano. [14]

Punto di partenza per questa analisi è il concetto di desiderio: desiderio compiuto per Edipo, desiderio rimosso per Amleto. Laddove la tragedia dell’Edipo Re viene concepita come una ‘tragedia del destino’, per Amleto si definisce una ‘tragedia del desiderio’. Lacan completa così «la triade del complesso edipico con un quarto personaggio che è l’incarnazione dell’oggetto del desiderio della madre»[15]. Non più, quindi, il desiderio ‘per’ la madre come avviene nell’Edipo Re, ma il desiderio ‘della’ madre. La differenza essenziale tra animale e uomo risiede nel fatto che il primo ha bisogni, il secondo ha desideri. Il desiderio è quindi l’effetto di un meccanismo che umanizza l’essere vivente quando nasce e che attraversa un circuito: il bisogno del neonato, che necessita della cura dell’altro per la sopravvivenza, tendenzialmente la madre, e una richiesta ovvero «cosa desidera mia madre da me?». Identificandosi con la madre, il bambino assume il desiderio della madre come proprio. In quanto tale, secondo Lacan, il nostro desiderio è sempre e solo desiderio del desiderio dell’Altro. Una volta messo in chiaro questo concetto bisogna capire il motivo di indugio nell’uccidere lo zio secondo l’interpretazione lacaniana. Lo psicanalista dà due motivazioni che interpretano questa abulia: la prima è che Amleto rimane legato al desiderio di sua madre, la seconda è che quest’ultimo dipende sempre dal tempo altrui.

Amleto non riesce a staccarsi dal desiderio della madre, per seguire il proprio desiderio e agire in accordo con esso, e fa dipendere il proprio atto dal tempo degli altri. Il suo momento di autenticità, dice Lacan, è durante il funerale di Ofelia. Inizialmente era l’oggetto su cui trovava sostegno, dopo di che la identifica come la genitrice e in tal modo come veicolo di tutti i peccati, come la madre di Amleto.

Lacan spiega questo aspetto come la distruzione dell’oggetto che viene recuperato nel quadro narcisistico del soggetto. La voracità pulsionale della madre fa di lei un soggetto che trae godimento dal soddisfacimento diretto di un bisogno. Questo fa sentire Amleto come un oggetto di desiderio trascurato, secondo il modo in cui Lacan presenta i fatti nel suo decimo seminario. Inizialmente per Amleto l’oggetto di desiderio è Ofelia, non la madre. La perdita di Ofelia è necessaria perché Amleto si risvegli. Nel momento stesso in cui Ofelia diventa un oggetto impossibile, torna ad essere per Amleto l’oggetto di passione che gli permette di riprendere il proprio desiderio. ‘Sono io, Amleto il danese’, dice davanti alla sua tomba. Eccolo dunque come soggetto diviso di fronte al proprio oggetto “a”. Solo in questo modo può portare il lutto per la morte del padre.[16]

L’indecisione continua di Amleto viene rappresentata nel famoso monologo  «Essere o non essere? ». La ‘questio’ che qui si pone è agire o non agire? Vivere o morire? Accettare stoicamente le pene dell’animo umano o scegliere una via all’apparenza più dolce e semplice? L’indecisione è così forte che per un momento l’abbandono della vita è una soluzione rispetto a compiere l’omicidio che gli viene chiesto. Alla fine di questo monologo giunge proprio Ofelia, e la furia di Amleto si scatena su di lei. Un approccio drasticamente differente da quello delle dichiarazioni di tenero corteggiatore, di cui lei si ricorda bene «parole composte da un respiro così dolce da renderli più ricchi»[17]. E’ in questo momento che Ofelia perde il suo statuto di oggetto di desiderio e diventa il transfer rappresentativo della madre, che la sostituisce nell’immaginario inconscio di Amleto.

Questo è ciò che è riscontrato nella lunga trattazione di Lacan sulle Sette lezioni su Amleto. Nella seguente analisi tenterò di ribaltare i ruoli tra il protagonista e Ofelia, da un Amleto soggetto ad Amleto oggetto del desiderio. E’ possibile che la reazione violenta di quest’ultimo, proprio in seguito al suo colloquio con Ofelia all’inizio del Terzo Atto, sia l’origine della spaccatura del senno di Ofelia? Già in quel momento, la coscienza di lei subisce un trauma che porterà alla sua morte? Che la morte del padre Polonio sia solo un’ultima spinta a cadere nel lago, ma non il motivo stesso per cui lei si è arrampicata? Se alla fine della prima scena del Terzo Atto Ofelia non eseguisse solo un giudizio sulla perdita della ragione di Amleto ma l’anticipazione del suo futuro.

OPHELIA:
And I, of ladies most deject and wretched,
That sucked the honey of his music vows,
Now see that noble and most sovereign reason
Like sweet bells jangled, out of tune and harsh;
That unmatched form and feature of blown youth
Blasted with ecstasy. Oh, woe is me,
T’ have seen what I have seen, see what I see![18]

Sicuramente, in confronto ad Amleto, Ofelia è una creatura più fragile. Ad Amleto, a partire da Freud, non si nega la sua tempra, non è «una natura troppo pura, nobile, estremamente virtuosa, ma senza la forza d’animo che caratterizzava l’eroe»[19], come lo definisce Goethe. Il Principe di Danimarca è in grado di agire, uccidere, gli manca la capacità di compiere la vendetta ordinatagli dal padre per i motivi appena citati, ma nonostante il momento di debolezza del suo «Essere o non essere», decide di vivere. Forse Ofelia, invece, decide di mettere fine alla sua vita per  quel che Lancan definisce la logica della manque-à- être[20]. L’impossibilità di colmare quella mancanza a cui tutti, secondo Lacan, tendiamo è ciò che porta Ofelia a recidere la sua vita, diventando un soggetto patologico qualora le venga a mancare l’oggetto del desiderio.

In quanto manque-à- être, il soggetto è anche desiderio di raggiungere ciò che gli permetterebbe di essere, è aspirazione dell’essere che gli manca. Ecco che il soggetto è una mancanza a essere e, al tempo stesso, è desiderio di raggiungere/ricercare ciò che gli garantirebbe consistenza, ciò che, appunto, gli darebbe essere. Il soggetto è nella sua dimensione strutturata quando assume il suo desiderio come la cosa più propria che possiede, come la verità della sua vita. Questa incessante ricerca del soggetto verso l’essere di cui manca è destinata a non compiersi. Essa è votata all’infinito in quanto non esiste, secondo Lacan un oggetto di desiderio in grado di colmare il desiderio stesso. Il desiderio non si fa possedere dal soggetto, è erratico, lo trascende.[21]

Forse è stata la rimozione stessa dei desideri infantili ad impedire ad Amleto di compiere, alla fine del suo monologo, lo stesso atto che avrebbe poi compiuto Ofelia alla fine dell’opera. Il suo gesto estremo potrà compiersi solo dopo la morte e il funerale di Ofelia,  poiché tali avvenimenti introducono e collocano in primo piano la mancanza del sapere riguardo alla vita stessa e alla possibilità di padroneggiarla. Una mancanza che solamente adesso Amleto può assumere su di sé, svincolandosi da ogni calcolo e dalla ricerca di una garanzia ultima riguardo a ciò che deve compiere.

3. Le due morti a confronto: morte virile e morte femminea

Uno specchio è ciò che rivela un’immagine simile a quella reale ma al contempo rovesciata e distorta: quale opposto è più radicato nel genere umano che non l’opposizione tra uomo e donna? Un tutto e un uno al contempo.

La fine di Amleto avviene durante un duello, un incontro di spade, antico richiamo di scontro di virilità. La spada in sé è simbolo fallico e di forza. Il personaggio di Amleto però si può definire anche: «un soggetto liminare, principe tragico e buffone impertinente, vendicatore imperioso e inerte perdigiorno, campione di virilità dalle profonde rifrazioni femminili»[22]. Se il personaggio di Amleto è così polimorfo, è giusto attendersi che riponga in sé attributi sia maschili che femminili, a maggior riprova di campione universale.

Diverso è il discorso di Ofelia, la cui essenza è profondamente femminile, senza lasciare adito ad altre componenti. La sua morte, secondo il filosofo Gustave Bachelard, è il simbolo della morte femminile.

L’acqua è la patria sia delle ninfe viventi che delle ninfe morte. L’acqua è il vero elemento della morte femminile. Nella prima scena tra Amleto e Ofelia, Amleto – seguendo in ciò la regola della preparazione letteraria del suicidio – come se egli fosse un indovino che predice il destino, esce dalla sua profonda fantasticheria mormorando: «Ecco la bella Ofelia! Ninfa, nelle tue preghiere, ricordati di tutti i miei peccati» (Amleto, atto III, sc. 1). Da allora, Ofelia è destinata a morire per i peccati altrui, ella deve morire nel fiume, dolcemente, senza clamore[23]

L’acqua è elemento femminile perché riconduce alle acque del grembo materno, alle lacrime a cui l’emotività della donna ha più facile accesso. Sicuramente il tragico episodio del 1579, dove Katherine Hamlett, una giovane donna di Stratford (città natale di William Shakspeare) annega accidentalmente nel fiume Avon può avere ispirato la morte di Ofelia nel dramma, postulando il suo annegare nel lago come riconducibile a simbolo della maternità, vale a dire la chiave stessa del conflitto psicanalitico di cui abbiamo appena trattato. Amleto e Ofelia sono dunque i due opposti vertici di vita e morte di cui è costellato l’intero dramma. Si rispecchiano eternamente nelle comuni acque di una follia che è «Un nulla, che dice tutto»[24].


[1]Marenco. F, William Shakespeare – Tutte le Opere- Le Tragedie,  Bompiani, Firenze, 2018, p. 727

[2]Guidorizzi. G, Ai confini dell’anima – I greci e la follia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010, p. 11

[3] Gentili. V, Il fool in Shakespeare e nel teatro elisabettiano, in Shakespeare e Jonson: il teatro elisabettiano oggi, Officina, Roma, 1979

[4] Marenco. F, op.cit, p. 2878

[5] Fagioli.A, Storia del fool, http://alessandrafagioli.com/storia-del-fool/

[6] Marenco. F, op.cit, p. 2878

[7] Fagioli.A, Storia del fool, http://alessandrafagioli.com/storia-del-fool/

[8] Marenco. F, op.cit, p.726

[9] “AMLETO: Che io non sono pazzo veramente, ma pazzo ad arte”,  Ivi. p. 918, Amleto, Atto III-Scena 4

[10] Ivi. p.2876

[11] “OFELIA:Come farei a riconoscere fra i tanti il mio vero amore?Dalla conchiglia sul cappello, dai sandali e bordone”, Ivi. p.936, Amleto, Atto IV, Scena 5

[12] Foucault. M, La follia e la società. 1978, in “Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. 1978 –1985. Etica dell’esistenza, etica, politica”, a cura di Pandolfi A., Feltrinelli, Milano, 1998, pp. 74

[13] Marenco. F, op.cit, pp. 727

[14] FREUD. S, L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Boringhieri, Torino 1966, p. 271

[15] Lacan.J, A cura di Di Ciacca. A Il seminario – Libro VI Il desiderio e la sua interpretazione, Einaudi Editore, Torino, 2016

[16] Focchi.M, Psicoterapia,società, https://www.marcofocchi.com/di-cosa-si-parla/cosa-impedisce-lazione, 17 Giugno 2014

[17] Marenco. F, op.cit, Amleto Atto III, Scena I, p.860

[18] “OFELIA: E io, delle donne la più mesta e sventurata, che succhiavo il miele delle sue armoniose promesse, ora vedo quella nobile ragione sovrana dissonare come tante campane che rintoccano stonate, quella incomparabile forma e figura di fiorente giovinezza consumata dalla demenza. Misera me, aver visto ciò che ho visto, vedere ciò che vedo”, F.Marenco, op.cit,  p. 865, Atto III, Scena 1

[19] Goethe. J.W, Wilhelm Meisters Lehrjahre, 1795, vol.IV, cap.XIII

[20] “Le désire est un rapport d’ être à manque. Ce manque est manque d’ être. Ce n’est pas manque de ceci ou de cela, mais manque d’ être par quoi l’ être existe. L’ être vient à exister en fonction même de ce manque”, Lacan.J, Le Séminaire, Livre II, Le moi dans la théorie de Freud et dans la technique de la psychanalyse, Seuil, Parigi, 1978, p.261

[21] Squeo. F, L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza, Bibliotheka Edizioni, Roma, 2017, p.22

[22] Marenco. F, op.cit, p. 727

[23] Bachelard. G, L’eau et les rêves. Essai sur l’imagination de la matière, Libraire José Corti,Parigi, 1942, p.100

[24] Marenco. F, op.cit, Atto IV, Scena 5, p. 949

Bibliografia

Bachelard. G, (1942), L’eau et les rêves. Essai sur l’imagination de la matière. Parigi, Libraire José Corti.

Fagioli.A, Storia del fool, http://alessandrafagioli.com/storia-del-fool/

Focchi.M, (2014) Psicoterapia,società, https://www.marcofocchi.com/di-cosa-si-parla/cosa-impedisce-lazione

Foucault. M, La follia e la società. (1978), in “Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste. Etica dell’esistenza, etica, politica”, a cura di Pandolfi A., Milano, Feltrinelli, 1998.

FREUD. S, (1966), L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Torino, Boringhieri.

Gentili. V, (1979), Il fool in Shakespeare e nel teatro elisabettiano, in Shakespeare e Jonson: il teatro elisabettiano oggi, Roma, Officina.

Goethe. J.W, (1795), Wilhelm Meisters Lehrjahre, vol. IV.

Guidorizzi. G, (2010),  Ai confini dell’anima – I greci e la follia, Milano, Raffaello Cortina Editore.

Lacan.J, (1978), Le Séminaire, Livre II, Le moi dans la théorie de Freud et dans la technique de la psychanalyse, Seuil, Parigi.

Lacan.J ,a cura di Di Ciacca.A,(2016),  Il seminario – Libro VI Il desiderio e la sua interpretazione, Torino, Einaudi Editore.

Shakespeare.W, a cura di Marenco. F, (2018), William Shakespeare – Tutte le Opere- Le Tragedie, Firenze, Bompiani.

Squeo. F, (2017), L’altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza, Roma, Bibliotheka Edizioni.

Don Leo e il bivio impossibile

Claudio Saleri, laureato in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo alla Cattolica di Brescia, ha frequentato il corso di Giornalismo a Stampa, Radiotelevisivo e Multimediale. È iscritto all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti della Lombardia e collabora con il Giornale di Brescia. Frequenta il corso di Culture Moderne Comparate presso l’Università degli Studi di Torino.

In questo suo articolo si concentra sul topos di Ercole al bivio nella contemporaneità, passando per la figura amletica di Don Leo, protagonista di “Bruciare tutto” di Walter Siti.

*

La storia della letteratura è costellata da storie di amori impossibili. Le hanno raccontate Omero e Shakespeare, poi ancora Flaubert e Tolstoj; la lista è troppo lunga per essere riportata qui. Esiste poi un altro tipo di rapporti erotici che va oltre a quello dell’amore impossibile, ne supera l’immanenza; è quello in cui Eros e dannazione si intersecano fino a diventare un binomio inscindibile: come non pensare ad Inferno V, ad un amore che trascende le candide parvenze stilnovistiche e si configura come desiderio travolgente e divoratore, che non può che condurre i due inseparabili amanti all’eterna sofferenza. Nel celeberrimo trittico di terzine legato dall’anafora “amore” (Inferno V, vv. 100-108) questa connotazione della passione erotica è evidente, l’amore “al cor gentil ratto s’apprende”, non nasce da una scelta consapevole, “a nullo amato amar perdona”, si impossessa con violenza del “lago del cor” (Inferno I, v. 20),(1) della parte più profonda dell’essere umano, e non l’abbandona più.

Don Leo convive con il desiderio, cerca di resistervi per tutta la vita aggrappandosi alla fede in un Dio che ad un certo punto smetterà di rispondergli, e alla fine anche lui non potrà che rimanere consumato dall’amore per Andrea. Mentalmente, spiritualmente, e corporalmente; nell’ardore delle fiamme distruttrici (e purificatrici?). Walter Siti ha scelto di andare oltre gli amori impossibili per concentrarsi su un tabù, sposo della dannazione per eccellenza, specialmente oggi.(2) Ha scelto di parlare di pedofilia, ha voluto mettere il dito in una piaga ancora sanguinolenta per la Chiesa, che l’ha coperta di una macchia difficile da tergere. Una macchia che ha cominciato a prendere forma all’inizio del ventunesimo secolo, con un’inchiesta avviata dal Boston Globe.Quest’ultima ha segnato soltanto il primo passo di una presa di conoscenza da parte dell’opinione pubblica di un lato oscuro (e ben celato, per la verità) della Chiesa Cattolica, poi dimostratosi un fenomeno diffuso a livello mondiale, insinuatosi nelle molteplici diramazioni dell’istituzione ecclesiastica. Un cancro metastatico al punto da diventare uno dei cavalli di battaglia della propaganda anticlericale, oltre che oggetto di numerosi studi in ambito psicanalitico e non. C’è chi, come il filosofo e sociologo Slavoj Žižek, sostiene che la pedofilia sia iscritta nell’identità stessa della Santa Madre Chiesa. Secondo lui il fenomeno è impresso nel suo funzionamento come istituzione socio-simbolica, il che non riguarderebbe quindi l’inconscio privato degli individui, bensì quello dell’istituzione stessa, nella forma di un ritorno del rimosso sotto forma di perversione, causato dalla transvalutazione valoriale della negazione di ogni pratica sessuale nel corpo dei sacerdoti. Žižek attua un parallelismo con i riti sessualizzati del nonnismo nell’esercito, che proprio come la Chiesa si pronuncia pubblicamente contro i rapporti omoerotici, ma nei fatti ne garantisce la perpetuazione in nome di un accordo sociale non scritto.(3) Un’effettiva condanna di queste pratiche dovrebbe smuovere attivamente la regione sotterranea che le cela, invece vengono brutalmente attaccate e bollate come oscenità esterne all’istituzione.(4) Secondo Žižek è proprio l’atteggiamento difensivo adottato dalla Chiesa che conferma l’appartenenza dei crimini alla sua identità istituzionale: la tendenza a minimizzare e isolare i casi, a liquidare le accuse come scandalismo e propaganda anticattolica, le ritrattazioni condizionali.(5) Le posizioni adottate dai due attuali pontefici, ovvero il papa emerito Benedetto XVI e il successore Francesco, seppur differiscano per qualche sfumatura, sono accomunate da questa tendenza di fondo. Bergoglio scende dal podio e si unisce ai contestatori, invocando l’ira divina sui colpevoli;(6) Ratzinger invece sostiene apertamente la natura alloctona di questo male diffusosi nella Chiesa, stigmatizzandolo come figlio dell’esaltazione della libertà sessuale del Sessantotto, che avrebbe visto la nascita di lobby omosessuali nelle diocesi e nei seminari.(7)

Pierre Dalla Vigna si sofferma sull’interessante tematica dell’iconografia cattolica e della sessualizzazione delle opere d’arte, che ritroviamo a più riprese anche nel romanzo di Siti: don Leo ha una fobia per le immagini sacre che lo ha sempre portato a disprezzare la storia dell’arte, ha paura che i piccoli e paffuti corpi dipinti possano risvegliare i suoi appetiti sessuali:

[…] la sua ignoranza in storia dell’arte dipende dal fatto che temeva di incontrarne il corpo perfino dipinto. (Runge, magnifico ruffiano; Spierincks e il suo sileno nudo tra piccini anch’essi nudi che lo legano con tralci d’edera.)(8)

E ancora:

Leo non aveva anticorpi, per questo le lumeggiature dei putti dagli affreschi della cattedrale, e i residui di cromia sui pomelli delle guance negli altorilievi, furono liberi di germinare indisturbati. La storia dell’arte cominciò a fargli paura: la Camera degli sposi a Mantova da sotto in su, gli amorini con le frecce intorno a Venere Pandemia, una lotta di angioletti nelle pagine del Seicento bolognese. Li rivedeva la notte, a occhi e libri chiusi: i san Giovanni elastici che dimostravano dai tre ai dodici anni, come se il corpo non li avesse ancorati a questa terra.(9)

Dalla Vigna sottolinea il contrasto tra la severa condanna della sessualità al di fuori dall’ambito matrimoniale da parte della Chiesa e l’estrema libertà d’azione concessa agli artisti occidentali nelle rappresentazioni sacre, forse dovuta all’impossibilità di una rappresentazione autentica del divino. L’esempio paradigmatico ce lo offre tutta l’iconografia su san Sebastiano: nonostante sia divenuto martire in età matura, sin dal Quattrocento siamo abituati a vederlo rappresentato come un giovane seminudo legato a un palo, che sprigiona un erotismo inconfessabile.(10) Dopo Botticelli sarà Giovanni Antonio Bazzi ad accentuarne l’aspetto efebico, in Saraceni il santo è semisdraiato in evidente orgasmo, con una freccia all’inguine che arrossa il tessuto che copre la pudenda; ma l’elenco potrebbe continuare: da Perugino a Raffaello, da Rubens a Guido Reni e via dicendo.(11)

Don Leo conosce solo un modo per resistere al desiderio e (quindi) al peccato, ovvero avere fede in Dio, affidarsi a lui e invocarne la pietà e il perdono. Spesso nei suoi pensieri torna alla sua debolezza, alla sua inettitudine: senza un aiuto dall’alto si sente incapace di far fronte alle difficoltà della vita, alle insidie grottesche che spesso questa gli pone dinnanzi. Per ciò, quando Dio smette di rispondergli dall’alto dei cieli, l’unico atto di libertà che può compiere per resistere alla tentazione erotica è quello di sparire definitivamente, annientando la sua volontà, perché il desiderio fa parte di lui e non può reprimerlo, non con le sue forze almeno. Nonostante la suggestiva simbologia connessa all’immagine del fuoco, la morte di Leo ha poco di estetico, è soltanto l’unica alternativa che sente di avere quando capisce di non avere la forza interiore di vivere, quella forza che ha sempre cercato all’esterno e che poi gli viene improvvisamente a mancare. Non ha scelta, è come un treno che non può fermarsi e finisce inevitabilmente col deragliare. È il bandolo della matassa dopo Nietzsche, dopo che “Dio è morto”. Coloro che hanno sempre cercato Dio al di fuori di sé sono rimasti soli, in un universo stupido (e quindi anche crudele). È il buco nel cielo di carta pirandelliano, di cui parla Anselmo Paleari ne “Il fu Mattia Pascal”:

Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.»

«Non saprei» risposi, stringendomi ne le spalle.

«Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.»

«E perché?»

«Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.»(12)

Al netto della caduta dei “lanternoni”, della secolarizzazione, la sfida dell’Homo postmoderno è quella di trovare dei valori in cui credere in un orizzonte nichilista. Non volgendosi all’indietro, riutilizzando impropriamente i vecchi ideali ormai decostruiti, cercando di rimettere insieme i cocci, le macerie lasciate dalla storia; ma costruendone di “nuovi”, che pur nella loro relatività in quanto figli di un mondo in cui tutto è frammentato, abbiano un che di universale, non quello in cui tutti devono credere, ma quello in cui l’io deve credere.

La personalità di don Leo è un fragile castello di carte tenuto insieme dalla fede. Dopo che il cielo di carta si è bucato, dopo la morte di Dio, non può che arrivare il momento del to be or not to be. L’uomo creato dal Dio cristiano porta con sé l’immagine del suo creatore, sente in sé stesso l’ispirazione al comportamento orientato alla carità. Dio ha deciso di conferirgli la libertà di scegliere se compiersi come sua creatura o meno, allontanando la voce del male.(13) Il dovere permanente della Chiesa è quello di scrutare i segni dei tempi e dei luoghi nella storia che indicano la volontà di Dio. Tutto ha origine nel principio, nella Genesi: Dio sa ciò che è bene e ciò che è male, l’uomo no e gli è proibito di cibarsi del frutto dell’albero della conoscenza. Lo Spirito Santo, terza persona della Trinità e dono tra i doni di Dio, è prima di tutto pneuma heghemonikón, ovvero “spirito che guida”. Il discernimento è la prima operazione dello Spirito nell’essere umano, è un dono che viene dall’alto e che si unisce all’anima del cristiano: come tale va quindi desiderato e invocato. Non è una virtù posseduta dall’uomo, ma un’elargizione dell’amore di Dio, l’uomo deve far sì che lo Spirito possa agire in lui, lasciandosi guidare.(14)

Dopo la morte di Dio allora? Come discernere tra il bene il male, tra la virtù e il vizio? Don Leo è il protagonista di una tragedia contemporanea, nell’eterna attesa di un Deus ex machina che non arriverà mai, come in Beckett. Nell’epoca postmoderna si è giunti all’aporia del topos di Ercole al bivio, ovvero di quel momento decisivo in cui l’eroe si trova a dover scegliere tra l’invitante strada del Vizio e quella impervia della Virtù, narrazione che da una favola moralistica del sofista Prodico è diventata un tema ricorrente nelle arti (si pensi alla tela di Annibale Carracci, o alle opere di Raffaello e Tiziano)(15). Don Leo sembra alle soglie di un bivio in cui è possibile distinguere tra il bene e il male. È il dramma del contemporaneo: Ercole, seppur tentato dai piaceri del vizio, sa distinguerlo dalla virtù ed è libero di scegliere quale strada intraprendere. Il protagonista di Siti invece, seppur cerchi di agire rettamente soffocando il desiderio, “provoca” la morte di Andrea, che non accetta il suo rifiuto e si uccide. Michela Marzano nella sua recensione per “Repubblica” critica aspramente l’autore per questa scelta:

Che cosa suggerisce allora Siti in Bruciare tutto? Che è meglio dannarsi l’anima facendo sesso con un bambino che istigare a un suicidio?(16)

Il punto forse non è questo. Il punto è che in un mondo dove Dio non c’è i confini tra il giusto e lo sbagliato sfumano nella “zona grigia”(17) di cui parlava Primo Levi; e a volte, i risvolti possono essere tragici.

Bauman fa un discorso simile, seppur restando sul piano dell’immanenza, e in “Modernità liquida”cita una versione apocrifa di Lion Feuchtwanger dell’episodio dell’Odissea in cui Ulisse restituisce le sembianze umane ai marinai trasformati in porci dalla maga Circe. Elpenore, il primo a tornare umano, inveisce così contro il suo salvatore:

Vuoi tornare ad affliggerci e tormentarci, desideri ancora esporre i nostri corpi ai pericoli e costringere i nostri cuori a prendere sempre nuove decisioni? Com’ero felice; potevo sguazzare nel fango e crogiolarmi al sole; potevo trangugiare e ingozzarmi, grugnire e stridere, ed ero libero da pensieri e dubbi.(18)

L’età moderna ha invocato a gran voce la libertà, ma ben presto ci si è accorti che la coercizione sociale è la forza emancipatrice e la sola speranza di libertà che risparmi una “perpetua agonia di indecisione correlata a uno stato di incertezza”(19). I modelli imposti dalle pressioni sociali risparmiano la fatica di assumersi responsabilità e sostenere pressioni. Non solo non c’è contraddizione tra dipendenza e liberazione, ma la seconda, nella visione di Bauman, non esiste senza la prima. “Le regole possono dare o sottrarre autorità; l’anomia ha un effetto esclusivamente esautorante”.(20)

Quando però ogni speranza di totalità svanisce, con la modernità liquida, l’essere umano non è più caratterizzato (come in passato) dalla società, l’agenda dell’emancipazione è stata estinta e i grandi valori veicolati dalle istituzioni hanno perso il loro potere.

Note


(1) D. Alighieri, La Divina Commedia, a cura di G. Petrocchi, Bur, Milano 1989.

(2) W. Siti, Bruciare tutto, Bur, Milano 2017.

(3) S. Žižek, Pedofilia. Il segreto sessuale della Chiesa, Mimesis, Milano 2019, p.69.

(4) Ibidem, p. 75.

(5) Ibidem, p. 52.

(6) Francesco, benedetto XVI, Non fate male a uno solo di questi piccoli. La voce di Pietro contro la pedofilia, Cantagalli, Siena 2019, p. 102.

(7) Ibidem, pp. 33-58.

(8) Siti, Bruciare tutto, p. 172.

(9) Ibidem, p. 175.

(10) Žižek, Pedofilia, p. 29.

(11) Ibidem, pp. 31-32.

(12) L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, a cura di Campailla Sergio, Newton Compton Editori, Roma 2015, p. 132.

(13) E. Bianchi, L’arte di scegliere, San Paolo, Milano 2018, pp. 15-16.

(14) Ibidem, pp. 45-48.

(15) E. Panofsky, Ercole al bivio e altri materiali iconografici dell’Antichità tornati in vita nell’età moderna, a cura di Ferrando Monica, Quaderni Quodlibet, Quodlibet, 2010.

(16) https://www.repubblica.it/cultura/2017/04/13/news/pedofilia_walter_siti-162874167/

(17) P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 2007, p. 24.

(18) Z. Bauman, Modernità liquida, Editori Laterza, Roma 2011, p. 6.

(19) Ibidem, p. 9.

(20) Ivi.

Bibliografia

Alighieri Dante, La Divina Commedia, a cura di Petrocchi Giorgio, Bur, Milano 1989.

Bauman zygmunt, Modernità liquida, Editori Laterza, Roma 2011.

Bianchi Enzo, L’arte di scegliere, San Paolo, Milano 2018.

Francesco, benedetto XVI, Non fate male a uno solo di questi piccoli. La voce di Pietro contro la pedofilia, Cantagalli, Siena 2019.

Levi Primo, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 2007.

Panofsky Erwin, Ercole al bivio e altri materiali iconografici dell’Antichità tornati in vita nell’età moderna, a cura di Ferrando Monica, Quaderni Quodlibet, Quodlibet, 2010.

Pirandello Luigi, Il fu mattia Pascal, a cura di Campailla Sergio, Newton Compton Editori, Roma 2015.

Siti Walter, Bruciare Tutto, Bur, Milano 2017.

Slavoj Zizek, Pedofilia. Il segreto sessuale della Chiesa, Mimesis, Milano 2019.

Sitografia

https://www.repubblica.it/cultura/2017/04/13/news/pedofilia_walter_siti-162874167/

Il blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino