Davanti al sentimento pericoloso

Carla Doglio, in questo suo scritto, rielabora Le relazioni pericolose di Laclos, raccontando ciò che il testo non dice. La riscrittura è stata sviluppata nel corso del seminario di Scritture del desiderio, svoltosi nell’ambito del corso di Letterature comparate, della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022.

“Il romanzo di Laclos non si dilunga sul modo in cui si sono conosciuti la Marchesa di Merteuil e il Visconte di Valmont, per questo ho pensato di raccontare il loro primo incontro. I due personaggi inventati, ai quali si rivolgono i protagonisti, sono immaginariamente due esponenti della stessa società borghese parigina, alla quale appartengono Merteuil e Valmont. Narrando un incontro remoto, ho ritenuto lecito introdurre comparse nuove che non compaiono nel romanzo originale di Laclos”.

*

Lettera dalla Marchesa di Merteuil alla Presidentessa di ***.
Mia cara, è trascorso un po’ di tempo dalla nostra ultima corrispondenza; vi scrivo, per giustificare questa mia prolungata assenza. 
Non voglio sembrare scortese iniziando presto a raccontarvi i fatti che mi sono accaduti, ma sento un bisogno irrefrenabile di aprirvi il mio cuore.
Ho trascorso delle giornate assolutamente squisite in compagnia del mio nuovo conoscente: il visconte di Valmont. 
Desidero raccontarvi tutto l’episodio dal suo primo sviluppo, partendo dai nostri primi sguardi scambiati. Mi trovavo al Palazzo de Tuilleries, in compagnia della contessa di Fillon, quando ho notato che un giovane dall’aspetto molto gradevole, rivolgeva lo sguardo nella nostra direzione più di quanto non succeda quando si è privi di interesse.
Trovando molto apprezzabile questo giovane, dall’aspetto, decisi di ricambiare i suoi sguardi, unendoci una punta di malizia che, come voi ben sapete, è la mia virtù principale. Nel frattempo, la pièce teatrale proseguiva e sembrava non finire mai; non ricordo né l’opera che si stesse rappresentando e tanto meno di cosa parlasse. Questo nostro gioco di sguardi potrebbe essere durato un attimo come un’eternità. é curioso notare come, per chi sappia leggere tra le righe, uno sguardo significhi tutto. Capivo già quali fossero le sue intenzioni, mi sembrava addirittura di conoscerlo, allorché non sapevo nemmeno il suo nome; non so se dal mio racconto si percepisca la profondità di questo scambio ma mi sentivo addirittura scompigliata.
Come voi ben sapete, le mie conquiste sono sempre il frutto di una lunga preparazione con maestranza quasi direttoriale; in questo caso è stato diverso, il destino ci ha teso le mani e ne abbiamo afferrata una a testa. é stato proprio così che mi sono sentita, come se una mano esterna mi prendesse con estrema dolcezza e mi trasportasse verso Valmont. Tutta la dolcezza di quella presa traspariva dai dolci occhi del mio nuovo e tenero amico.
La contessa di Fillon, diversamente da me, era stata rapita dallo spettacolo messo in scena, non si era resa conto di tutto il nostro giochetto e del mio nuovo amico. Mi sorprende sempre vedere come certe persone si lascino incantare da spettacoli tanto sciocchi e banali, un’esibizione di pura illusione; io ho sempre preferito creare il mio spettacolo, la mia messa in scena, giocando con l’universo della seduzione senza mai conoscere l’amore vero. Questa, mia cara, è la regola secondo la quale seleziono le mie conquiste. 
Il momento in cui il mio coinvolgimento ha raggiunto il suo apice, è stato a fine spettacolo, quando ci siamo finalmente presentati. Da parte di entrambi, un’attenzione quasi cronometrica ci ha permesso di giungere all’uscita nello stesso istante. A quel punto, i nostri sguardi si sono ancora una volta incrociati, portandoci, questa volta, ad uno scambio diretto. Come lo vogliono le regole in queste circostanze, è stato lui a salutarmi e a presentarsi. Quanta gioia si è impossessata di me, al secondo stesso in cui ho conosciuto il nome di questo curioso personaggio. D’altronde, un nome alquanto nobile: Visconte di Valmont. 
Non credo mi fosse mai capitato, prima di allora, di provare una così forte eccitazione all’idea di frequentare questo singolare seduttore; Io stessa mi sono resa conto di non riuscire a contenere il rossore che si impadroniva delle mie guance.
Come avrete sicuramente intuito, la nostra serata non si è conclusa con un freddo saluto, mi sono congedata dalla contessa di Fillon e ho trascorso alcune ore con Valmont. La sua personalità non ha deluso le mie aspettative, semmai le ha superate. 
Abbiamo avuto modo di acuire la nostra conoscenza con successivi incontri, l’ho anche invitato nel mio castello di ***, dove i nostri desideri sono stati appagati. Da quel giorno, la frequenza e l’ardore con il quale ricerca le mie attenzioni, è irrefrenabile. La nostra corrispondenza è delle più vivaci. Pensate che, da qualche giorno, passo una prima metà della giornata ad aspettare la sua lettera ed una seconda a rispondere. 
Per un primo momento, ho pensato di potermi comportare come in precedenza e che il nome di Valmont, si sarebbe potuto aggiungere alla lista delle mie sedotte vittime.
Non saprei ulteriormente nascondervi il mio turbamento, sono anni che condivido con voi tutte le mie conquiste amorose e conoscete il mio motto “Amoreggiare soltanto con coloro che intendi respingere”. Tuttavia, recentemente, mi sono resa conto di provare, nei confronti di Valmont, tutt’altro che forza di repulsione; durante i nostri incontri cerco di mantenere un profilo di freddezza, in linea con la mia reputazione, ma sento un calore interno divampare come non mi era mai capitato. Una parte di me conosce il rischio di questi legami fondati sul sentimento pericoloso; allo stesso tempo, non saprei farne a meno. La sola idea di interrompere la relazione che si sta instaurando tra di noi, comporta una sofferenza straziante e un senso di vertigine che mi sono del tutto nuovi. 
Cara amica, credetemi, il mio cuore palpita di contrarietà, da un lato gioisco della mia nuova conquista, dall’altra non posso che preoccuparmi per l’intensità del sentimento irrefrenabile che provo.
Ditemi, ve ne prego, quello che fareste al mio posto, quello che pensate. Mi rimetto a voi, nella speranza di ricevere qualcuno dei vostri preziosi consigli; siete l’unica della quale mi possa fidare, nella situazione di sconfitta vergognosa in cui temo di sprofondare.
Conoscete i sentimenti che mi legano a voi in un’amicizia che spero essere eterna, addio.
Parigi, 14 luglio 17**.

Lettre du Vicomte de Valmont à la Marquise de ***.
Ma chère Marquise, vous ne pouvez imaginer avec quelle joie, je me permet de vous informer des faits qui se sont produits peu de temps en arrière. 
Cependant, je considère bien malhonnête de commencer à vous raconter mon histoire, sans avant avoir pris de vos nouvelles. L’on m’avait annoncé que votre santé n’était pas des meilleures, si cela est vrai, j’en suis profondément affecté. Je suis sûr que les bonnes nouvelles que vous apportent cette lettre, pourront diminuer vos indispositions de santé.
Comme nous avions si minutieusement programmé, notre plan qui avait comme but de manipuler les sentiments de la marquise de Merteuil, a marché comme sur des roulettes. Ma conquête a été d’une simplicité presque gênante. En connaissant la réputation de cette femme, jamais je n’aurais pensé pouvoir la séduire avec un banal jeu de regards.
En réalité, je me trouve obligé de reconnaître en vous, toute la connaissance du monde féminin et c’est grâce à vos astuces que notre plan a pu joindre au but aussi rapidement. 
À présent, je ne peux me retenir davantage et je me vois obligé de vous raconter de quelle manière j’ai vécu ces dernières journées, en compagnie de notre jeune ingénue.
Nous nous trouvions au Palais des Tuileries, la Marquise était en compagnie de la comtesse de Fillon. Dès le premier instant où nos regards se sont croisés, elle n’est pas arrivée à détacher ses yeux des miens. Après avoir passé des heures interminables à l’observer avec malice, j’ai trouvé l’occasion pour enfin me présenter et faire sa connaissance. Vous auriez dû voir quels efforts elle devait faire pour chercher à maintenir sa froideur et son tempérament, ne réussissant pas à cacher son excitation. C’était surtout à cause de la rougeur qui envahissait ses joues, que je comprenais quelles étaient ses réelles pensées. Je décidais de profiter de la situation en l’invitant à faire une promenade le long de la Seine. Déjà de la façon dont nous conduisions la conversation, il était évident que nous avions un grand intérêt à affiner notre connaissance. J’ajouterais même que j’ai trouvé plutôt agréable et divertissant, passer du temps en sa compagnie. Il s’agissait d’une conversation piquante et un peu malicieuse qui m’a beaucoup délecté. 
Le moment où j’ai éprouvé le plus grand divertissement, est durant les journées qui ont suivi notre première rencontre. Si vous aviez pu voir la manière presque obsessive dans laquelle, notre pauvre marquise, recherchait mes attentions, je ne sais vous dire combien nous aurions pu rire ensemble. J’en étais presque gêné pour elle. Elle répondait à mes lettres avec une rapidité jamais vue, on aurait dit qu’elle n’avait rien d’autre à faire. Et dans ces mots, je retrouvais toute sa volonté de me revoir, qu’elle essayait vainement de cacher.
Considérez qu’elle a même été jusqu’à m’inviter dans son Château de *** , qu’elle surnomme son Temple de l’amour, le lieu où elle conduit ces amants.  C’est à ce moment là que j’ai pu posséder en toute intimité son corps, en profitant de son ingénuité pour assouvir mon désir. Elle s’est livrée à moi précipitamment et n’arrivait plus à se retenir; en ce précis instant, elle a perdu toute ombre de froideur (qui, par coutume, précède toujours son nom et sa réputation). Je n’ai pas l’intention de m’étendre sur ce sujet, ma bonne éducation me porte à connaitre quelles sont les limites que les bonnes manières ne veulent pas que nous dépassions. Il ne serait pas convenable de vous parler davantage de notre intime liaison et de la façon dont nous avons passé ces heures.
Ma chère amie, il faut admettre que les mœurs de la société et le contentement du désir, ne marchent pas main dans la main.
J’admets que je suis encore étonné de la facilité avec laquelle, la marquise s’est livrée à moi. J’ai surement dû lui sembler bienveillant et respectable (comme j’ai toujours chercher de paraître devant les yeux de la bonne société à laquelle nous appartenons). Elle ne se doute sûrement pas du piège que nous lui avons tendu, mais je crains qu’elle comprenne le danger du sentiment d’amour qui la possède. J’ai été informé par mes sources, que tout son entourage est boulversé par ses comportements: elle alterne des moments de joie folle (quand nous sommes ensemble) et d’autres de profonde angoisse, terrifiée par le nouveau sentiment qui ne lui offre aucun répit. 
Adieu, ma belle amie, je suis fort pressé; je dois rejoindre notre jeune Marquise qui attend avec impatience mon arrivée et je ne peux pas la décevoir. En ce qui concerne votre santé, je vous invite à nouveau à m’informer sur votre condition. Je renouvelle ma profonde affection pour vous, en espérant nous rencontrer au plus tôt; L’envie de jouir avec vous du bon achèvement du plan, est pour moi chaque minute plus forte. Je suis sûr que quand nous commencerons à en rire, une force inconnue ne nous permettra pas de cesser et ce sera un de ces moments merveilleux que seule votre compagnie m’offre. 
Avec tendresse, votre vicomte.
De… ce 25 juin 17**. 

BIBLIOGRAFIA
P. A. F. Choderlos de Laclos, Les liaisons dangereuses, Sodis, Parigi, 2013.

AL PRIMO SQUILLO

Maria Giraudo con questo lavoro riscrive Un amore di Dino Buzzati da un’inedita prospettiva contemporanea e irriverente, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

Il seguente elaborato nasce dalla riscrittura del personaggio di Antonio Dorigo, protagonista di Un amore di Dino Buzzati, trasportato ai giorni nostri nei panni di Carlo Bertozzi, un uomo mediocre sotto ogni aspetto. Egli desidera evadere dalla sua quotidianità e per farlo si serve degli incontri telefonici con Eva, giovane donna, impiegata in un “centralino-per-soli-uomini”.
Segue il racconto di alcune telefonate tra i due “amanti” che condurranno man mano alla scoperta da parte di Bertozzi di una situazione inaspettata dal gusto amaro.

*

Venerdì. 15:30. Ancora niente.
Pazienza, non ci pensare. Forse dovresti comprarlo quel tappeto di lana color panna, a Lucia piace
15:42. Tutto tace.
Non ti importa, lo sai che non ti importa. Penso che una chiamata alla dottoressa la dovresti fare, mi pare che la chiazza sulla mano di mamma sia cresciuta ancora.
15:53. Sempre nulla.
Fattene una ragione. Pensa piuttosto a finire di redigere i documenti, altrimenti sì che saranno grane.

Squilla il telefono.
Calma, con nonchalances: tira su e dì il tuo cognome, come sempre.

“Ragionier Bertozzi”.
“Carlo?”
Deglutisce. La voce gli scorre dalla bocca nella faringe, gli brucia nell’esofago come un liquore di qualità.

“Eva, finalmente. Quasi che mi preoccupavo”
“No tesoro, ho solo fatto tardi: ho trovato coda alla cassa”
“Torni da fare la spesa?”
“Sì, ho trovato il vino, quello che ti piace. Fermo. Pensavo che se non torni tardi, questa sera possiamo berlo insieme. Ho anche comprato della frutta fresca: fragole”
“Cos’è, sei venuta stupida forse? Vuoi ammazzarmi? O sei solo demente?”
“Carlo…” 
“Fragole, Eva? Sei seria? Come fai a non ricordare?”
“Oh, giusto, le fragole no. Facciamo albicocche allora?”
“Mh. Va bene, sì, certo. Ho ancora i conteggi da finire, cerco di sbrigarmi”
Silenzio dall’altro capo. E poi:
“Hai lavorato molto? Devi essere stanco, cosa posso fare per te?”

La telefonata si concluse sette minuti dopo. Bertozzi si ritenne soddisfatto. Bel lavoro continuava a ripetersi, mentre accendeva un cubano. Bel lavoro.
Cercò di rimettersi ai conti, era molto più concentrato, come al solito dopo quelle telefonate. 
Le telefonate. Ormai era un costume per lui: mercoledì e venerdì, alle 15,10, puntuali. A parte oggi. Quella là cominciava a prenderlo sottogamba. Ah, ma gliene avrebbe fatto passare la voglia lui. Ai ragionieri non piace scherzare, tutti lo sanno. Ma queste ragazzette poco si interessano alle convenzioni, infatti, era anche per questo che lui risultava a tutte così poco attraente: lui sulle convenzioni ci aveva costruito il suo castello. 

Si erano messi d’accordo per “vedersi” la sera stessa, alle nove e mezzo, ma lui sapeva già che avrebbe fatto tardi, lei non lo avrebbe aspettato. D’altronde, un uomo come lui, così ricercato e pieno di impegni, non poteva certo sprecare nemmeno un’ora con quelle come Eva, lo sapeva benissimo. Tuttavia, aveva comunque accettato l’impegno, perché metti mai che d’improvviso si liberasse, tipo che riceveva una telefonata da Poetti che diceva che il cliente aveva disdetto all’ultimo. “Carlo, l’abbiamo perso. Tutto saltato, tutto saltato! Ci stavi ancora lavorando? Lascia perdere, è perso, è perso!”. O magari iniziava a venir giù di brutto la pioggia -che in realtà era plausibile, dato che era tutto il giorno che minacciava pioggia- e tutte le strade si allagavano, non si poteva più circolare e al telegiornale delle 20:00 annunciavano codice rosso, la regione chiedeva lo stato d’emergenza e a tutti i cittadini era consigliato di non uscire nemmeno dalle camere da letto l’indomani. In tal caso il direttore l’avrebbe chiamato, sempre che prendeva ancora il telefono, e gli avrebbe annunciato la chiusura dell’ufficio per il giorno dopo. “Senta Bertozzi, non so se ha avuto tempo per vedere il TG, so che ha da fare lei…”. O magari era un gran terremoto, tipo quello del ’71 a Tarquinia, ma pure peggio, che apriva una voragine enorme al centro dell’ufficio stesso, così che fosse dichiarato inagibile e allora lui, ormai chiaramente senza lavoro, poteva liberamente andarsene e farsi consolare dalle tiepide braccia di Eva. 
Beh, plausibile, chiaro.
In tal caso, allora sì, sarebbe arrivato all’appuntamento a casa di Eva, magari anche con qualche decina di minuti di anticipo. Doveva portare qualcosa? Magari sì, eh. Insomma, andava pur sempre ad un appuntamento con una donna. Donnina, in verità. Eva è molto giovane. Non è che l’avesse ancora molto vista, ma da quello che gli aveva detto Antonella di lei era molto, molto giovane, per non parlare della sua voce al telefono: così appariva ancora più giovanissima. Però non valeva la pena che comprasse qualcosa, d’altronde lei mica era da premiare, con quello scivolone sulle fragole. Lo sapeva! Lo sapeva. Lo sapeva? Sì, sicuro che lo sapeva. E lo faceva apposta, per farlo arrabbiare. Lui sa di essere molto più attraente quando si arrabbia, ha un certo je ne sais quoi e, sicuro, lei l’aveva avvertito. Sì, lei è una che queste cose le avverte, eccome, e l’aveva fatto apposta. Per provocarlo.
Quella poco di buono.

Venerdì. 17:45.
Ora di tornare a casa dopo una scintillante giornata lavorativa. In realtà sarebbe dovuto rimanere ancora almeno una mezz’ora per finire di scrivere il rapporto sull’affare che gli aveva affibbiato Carmine Poetti, dell’ufficio accanto. Aveva già molto lavoro di suo e quello scansafatiche doveva appioppargliene altro ancora. L’aveva sempre detto che quello non aveva voglia di fare niente, sin da quando aveva messo piede in ufficio per la prima volta, gli era bastato uno sguardo: erano le 14:30 e quello stava mangiando delle melanzane per pranzo e nell’intero ufficio si era diffuso un odore disgustoso di fritto, ma nessuno osava dirgli nulla perché quello lavorava lì già da dodici anni. Roba da matti. Prese un appunto mentale: riferire al direttore lo scarico di lavoro (a mie spese) di Poetti e la sua nullafacenza.

Mentre passa in mezzo alla folla di gente in fila per addentrarsi nella bocca della metropolitana, si domanda se mai fra tutte quelle persone ce ne sia una che risponde al nome della prima peccatrice della cristianità. Chissà se lei è lì. Chissà se lo sta guardando, se sa chi sia e lo segue e lo ammira. O magari cambia strada perché la sua vista la disgusta, perché gli uomini rispettabili non cercano sulle pagine gialle il numero di un centralino per soli uomini. 
Questa ignoranza lo soffoca, si sente come un bambino relegato in un’altra stanza quando alla televisione danno un film vietato ai minori di dodici anni. Tuttavia, è l’ignoranza stessa a spingerlo a volerne sempre di più, perché quel bambino, escluso dal salotto, in camera sua gioca a “fare Sherlock Holmes” e cerca di risolvere l’enigma della Sfinge: chi è Eva?

Venerdì. 18:02.
Quattro fermate e scende dalla metropolitana. Si dirige in Via Primo Levi e inserisce le chiavi nella toppa del 5b, apre la porta e…
Buon compleanno papà!”
I bambini gli saltano al collo, mentre Lucia, sua moglie, gli dà un bacio svelto:
“Bentornato, amore. Sei stanco? I bambini avrebbero qualcosa per te”
“Guarda papà l’abbiamo fatta per te!” Dice il maggiore mentre la più piccola porta al papà una torta tutta storta di pan di Spagna con una glassa verde acido sopra.
“Carina. Fatemi togliere il cappotto”
La serata prosegue come una tipica serata a casa Bertozzi: ognuno per i fatti suoi.

Venerdì. 23:30
56 anni e rifugiarsi in bagno come un ragazzino di 15 che ha appena trovato una copia di Playboy. Bertozzi non si sente molto diverso da lui: adesso si trova in bagno con il telefono aziendale nella mano destra a comporre il numero del telefono aziendale di Eva.
Gli risponde lo smistamento chiamate: “Resti in attesa”.
In attesa. Bertozzi è in attesa da quando ha telefonato la prima volta. Un’attesa logorante, vorace, sembra sbranarlo vivo. Un’attesa che sa non avrà mai fine. Non andrà mai all’appuntamento con Eva: loro concordano sempre di incontrarsi, ma quegli appuntamenti sono vuoti, privi di indirizzi, privi di indicazioni per riconoscersi una volta giunti. Un’attesa così stressante che Bertozzi ha pensato più volte di lasciar perdere. Questo non è vivere: essere costantemente sull’attenti, temere il giudizio di chi passa davanti al suo ufficio mentre sbriga le sue chiamate. Temere che Lucia lo venga a sapere, come non lo sa, ma lo teme. Temere che un giorno incontrerà Eva e scoprirà che non rispecchia affatto le sue fantasie, che è troppo alta o bionda o ha gli occhi storti. 
Alla fine comunque Eva prende la chiamata.
“Carlo, è tardi”
“Avevo bisogno di sentirti. Oggi è ancora il mio compleanno”
“Sei a casa tua?”
“Sì”
“Vuoi ancora giocare a far finta? Cosa vuoi che mi inventi questa volta? Che tornata a casa dal lavoro ho spolverato? O magari che mentre aspettavo che tornassi anche tu ho cucinato il tiramisù, perché so che lo adori, e ho preso anche le candeline con il numero 40 sopra, così che una volta a casa potessimo festeggiare insieme?”
Carlo ascoltava inebetito, non si aspettava questo atteggiamento da parte di Eva.
“Non ho mai avuto clienti come te: tutti quanti non vedono l’ora di arrivare al dunque, mentre tu ti trastulli in queste chiacchiere, con questo far finta di avere una vita insieme. Non sei stanco?”
“E cosa dovrei fare secondo te, sentiamo”
“Penso che non dovresti più chiamare”
“Non vuoi che ti chiami più?”
“Certo che voglio che mi chiami, a me conviene che tu continui a farlo, ma non dovresti. Penso che tu non voglia telefonare a me, penso che tu voglia solo qualcuno con cui parlare, qualcuno che ti ascolti, e li hai! Hai una vita, hai dei figli e una famiglia. Hai una bella moglie che a te ci tiene. Smettila di ingannare tutti quanti, te compreso. Buonanotte Carlo, buon compleanno”.
E la chiamata si chiude.

Martedì. 11,45.
Non è ancora il giorno. Nonostante ciò, Bertozzi sente come un formicolio che pervade tutto il corpo, l’unico modo che conosce di alleviare questo fastidio è alzare il braccio, afferrare la cornetta e comporre il numero del centralino di Eva. Lo sa perché prova spesso questa sensazione durante la settimana.

Il telefono squilla. A lungo. Sembra quasi che dall’altro lato non ci sia nessuno, o che abbia chiamato qualcuno di molto lontano e il segnale ci mette molto a raggiungere l’altro capo. Questa situazione lo fa sorridere: stesse anche chiamando qualcuno di molto lontano il prezzo della chiamata sarebbe uguale.

Dall’altro lato prendono la chiamata
“Sì?”
Qualcosa non torna.
“Pronto? Eva?”
Una risatina. “Tesoro, non so chi sia Eva, ma se lo desideri puoi anche chiamarmi così”
A Carlo prende il panico. “Pronto? Pronto! Chi sei? Dov’è Eva?”
“E datti una calmata! Va bene, allora, io sono Eva. Con chi parlo? Cosa posso fare per te?”
Carlo riattacca. Non gli era mai capitata una situazione simile -e dire che è da un po’ che chiama il centralino e prima di sentire Eva aveva telefonato a molte altre donne. Ma qualcosa questa volta non gli sembrava giusto, non era convinto da quella voce molto più bassa e matura di quella di Eva. Ritelefona. ‘Stavolta l’attesa è brevissima. La donna dall’altro lato sembra scocciata.
“Sì?!”
“Lucia?”
Nessuno risponde. Hanno buttato giù.

BIBLIOGRAFIA

D. Buzzati. Un amore. Milano, Mondadori editore, 2015.
J. W. Goethe. Le affinità elettive. Milano, Feltrinelli editore, 2021.
B. Luhrmann (Regia). Moulin Rouge [Film]. 2001.
V. Nabokov. Lolita. Milano, Adelphi, 1996.




L’autorialità polimorfica

Dall’aedo all’algoritmo

Convegno annuale dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura

L’Aquila, 24-26 novembre 2022

Compalit » L’autorialità polimorfica. Dall’aedo all’algoritmo

Il tema

Nel racconto La vita privata (The Private Life, 1893), Henry James raffigura uno scrittore sdoppiato fra un io diurno brillante e mondano, e un io notturno che lavora nel silenzio e nel buio assoluti, concentrato fino a raggiungere quello spossessamento di sé che già Platone nello Ione attribuiva agli aedi. L’autore sarebbe dunque un altro spettrale, un fantasma che corrisponde all’io profondo, contrapposto da Proust all’io di superficie, e considerato la vera origine della scrittura.

L’autorialità è una nozione cruciale dell’estetica non solo letteraria, che ha conosciuto innumerevoli metamorfosi: morti e resurrezioni, negazioni ed espansioni. Nella cultura contemporanea si percepisce a riguardo una tensione marcata fra spinte contrastanti. Da un lato si afferma sempre più una visione forte e quasi sacralizzata dell’autorialità: basta pensare ai festival letterari, alle case degli artisti allestite e visitate con feticismo maniacale, ai film biografici, e a tante strategie di marketing editoriale; fenomeni che sembrano andare in direzione contraria rispetto alla teoria critica, che da tempo nega ogni corrispondenza diretta tra biografia e scrittura e ogni idea forte di soggettività. L’autore sembra aver preso il posto del genere letterario, in quanto istanza che legittima e inquadra il testo: la scelta dell’anonimato o dello pseudonimo (il caso Elena Ferrante) è una chiara reazione a questa tirannia. Dall’altro lato la rivoluzione digitale ha da tempo trasformato le nozioni di testo e di autorialità, rendendole più fluide e frammentarie. Si diffondono sempre di più pratiche che scompaginano l’idea romantica di originalità, su cui si è imbastita a suo tempo l’estetica dell’autorialismo: il remix, il cut and paste, la fan fiction; pratiche che sono state affrontate da saggi importanti come Uncreative Writing di Kenneth Goldsmith e Unoriginal Genius di Marjorie Perloff. In questo panorama intermediale, la creatività consiste sempre più nell’attingere da uno smisurato archivio culturale, per poi rimontarlo liberamente in combinazioni sempre più ardite.

Fra questi due estremi, il ritorno della nozione forte di soggettività autoriale e la sua decostruzione nelle nuove tecnologie, c’è uno spazio intermedio e ibrido sicuramente ancora tutto da esplorare, che include, per fare solo qualche esempio: la sfida all’autorialità di stampo occidentale da parte delle culture meticce nate della decolonizzazione; il recupero dell’autorialità forte nelle culture subalterne a fine di rivendicazione e autoaffermazione; la decostruzione dell’autorialità da parte del pensiero queer con la nozione di performativo; la metamorfosi dell’autorialità nella pratiche intermediali; la messa in discussione del canone attraverso il recupero di figure sotterranee e subalterne; le pratiche sempre più diffuse di autorialità doppia o multipla.

Il Convegno Compalit 2022 mira a indagare il polimorfismo dell’autorialità, innanzitutto sul piano storico: dall’oralità dell’epica antica, così lontana dalla visione moderna, alle prime affermazioni della funzione-autore nell’ellenismo; dalla prassi medievale, più variegata e articolata di quanto si creda, alle varie strategie di stilizzazione dell’io autoriale (il self-fashioning) nell’età moderna che conosce svariate fasi cruciali, dal Rinascimento all’epoca vittoriana e al Modernismo.  Altrettanto articolata è anche la riflessione teorica sull’autore, che include concezioni estetiche (dal sublime al camp), codificazioni narratologiche, e ribaltamenti in chiave femminista e postcoloniale.  L’autorialità polimorfica trova un’espressione particolarmente significativa nel fenomeno dei talenti doppi e plurimi (quanto cambia l’immagine di un autore attraverso i diversi linguaggi in cui si esprime, visivo, verbale, musicale?), e nelle dinamiche intermediali, soprattutto in arti composite e collettive come il cinema, la serialità televisiva, l’opera lirica. In questa chiave ci occuperemo anche di pratiche in cui l’autorialità non è ancora ben riconosciuta e legittimata: la recitazione, la performance, la traduzione, la sceneggiatura, l’editing. Infine, assieme a Compalit Scuola il convegno affronterà come la riflessione sull’autorialità possa incidere sull’insegnamento e sulle nuove configurazioni della didattica, attraverso una ridefinizione delle nozioni di classico e dei metodi di lettura.

Le linee di ricerca

Le sessioni parallele del convegno sono articolate lungo sei linee di ricerca, di cui una è stata concepita in collaborazione con Compalit Scuola al fine di promuovere una riflessione più articolata sui problemi dell’autorialità nell’insegnamento scolastico. Per chi volesse inoltrare un intervento, è necessario conformarsi alle linee-guida. Non saranno infatti accettate proposte che non abbiano un’evidente pertinenza rispetto al tema del convegno e a tali indicazioni. Altrettanto cogente ai fini della selezione sarà l’impianto autenticamente teorico-comparatistico del progetto, attestato dall’abstract e anche dal profilo bio-bibliografico del proponente. Le proposte potranno partire anche da casi specifici, ma che dovranno essere dotati di valore generale, richiamando un quadro teorico-metodologico chiaro e originale.

 N.B.: Le proposte di intervento vanno inviate solo ai/alle coordinatori/coordinatrici dell’ambito a cui si intende partecipare.

1. Metamorfosi teoriche e storiche dell’autorialità

Coordinato da: Stefano Ercolino(stefano.ercolino@unive.it), Daniele Giglioli (daniele.giglioli@unitn.it), Donata Meneghelli(donata.meneghelli3@unibo.it)

Quella di autore tende ormai ad essere una nozione irriflessa, data per scontata e soprattutto schiacciata su alcuni assunti estetici e culturali che datano dalla modernità e che vengono assolutizzati o indebitamente generalizzati. Mentre invece una serie di mutamenti storici (dall’invenzione della stampa al tramonto della società di corte fino all’emergere delle questioni connesse al diritto d’autore, per citarne solo alcuni) ha ripetutamente modificato lo statuto, il ruolo, la funzione dell’autore in relazione ai testi.

La parola “autore” non ha sempre avuto lo stesso significato, non ha sempre rimandato a una stessa concezione e a uno stesso insieme di pratiche.  Ancora nei dizionari del ’600 essa veniva connessa non tanto al fatto di aver scritto ma di aver pubblicato. Per non parlare della sua ricchissima filiera etimologica: autore da augere, far crescere, suscitare, il che implica sia il “dar inizio” (accezione moderna: l’autore come “causa prima” dell’opera), sia il conferire sviluppo, svolgimento, amplificazione a qualcosa di già presente (accezione antica: autore come allievo delle Muse figlie della Memoria, conservatore e accrescitore di un patrimonio tradizionale). Giace al cuore del suo concetto la tensione, che può essere sia cooperazione (aspetto che curiosamente accomuna tanto la sua concezione antica quanto quella contemporanea) sia competizione (l’idea moderna di originalità del soggetto individuale che non ammette niente di significativo prima di sé). La storia dell’autore, insomma, è una storia fatta di trasformazioni, ma anche di sopravvivenze, di slittamenti, di inaspettati ritorni.

Il panel raccoglierà interventi interessati a riflettere su questo ordine di problemi, con particolare – ma non esclusiva – attenzione a:

  • le trasformazioni storiche della nozione di autore;
  • le diverse pratiche dell’autorialità e i diversi quadri istituzionali all’interno dei quali essa ha trovato posto;
  • i termini i cui la critica, la teoria letteraria, l’estetica hanno concettualizzato il ruolo e la figura dell’autore;
  • la nozione di autore in diversi ambiti disciplinari (filologia, storia del libro…)
  • la dialettica tra concezioni dell’autore e corpus letterario eletto esplicitamente o implicitamente a modello di riferimento (particolari generi, la produzione letteraria di particolari epoche e/o aree geo-culturali, ecc.).

Si raccomanda in special modo di non concentrarsi unicamente sull’epoca moderna e contemporanea, in quanto la ricchezza della nozione può emergere solo a partire dall’ampiezza del suo spettro semantico e del suo impiego pragmatico.

2. Autorialità decentrata, marginale, queer

Coordinato da: Serena Guarracino(serena.guarracino@univaq.it), Attilio Scuderi (atscu@tin.it), Fabio Vittorini(fabio.vittorini@iulm.it)

Mentre la teoria letteraria si confrontava con presunte morti e resurrezioni inattese della figura autoriale, movimenti come il femminismo, la teoria queer e la critica post- e decoloniale hanno riscritto i confini dei canoni letterari e culturali.  Questo ha avuto conseguenze rilevanti sulle morfologie dell’autorialità sia per la ricezione della tradizione che per la produzione contemporanea, ampliando la portata di quello che nel 1990 Kobena Mercer, in riferimento all’arte “nera”, ha chiamato “l’onere della rappresentazione”.

La spinta ad ampliare il campo di studi includendo soggettività non rappresentate dai “dead white males” del canone occidentale in parte ha replicato, piuttosto che decostruito, la centralità della figura autoriale, grazie anche ad un panorama contemporaneo che celebra una “differenza” prima di tutto di autrici/autori/autor*, ossia dei corpi prima che delle produzioni artistiche. E tuttavia, nelle strettoie imposte da un mercato culturale globale in cui la figura autoriale è parte di un’ampia strategia di marketing, la portata politica di queste autorialità (de)centrate non può dirsi completamente disinnescata; al contrario, questa si dimostra rilevante tanto per la dimensione del contemporaneo quanto in prospettiva diacronica. È infatti possibile rileggere oggi la dimensione storica dell’autorialità utilizzando il paradigma del decentramento delle scritture marginali, “minori”, spesso censurate, che nel corso delle pratiche letterarie hanno costituito il costante contrappunto ai fenomeni di canonizzazione: dai bachtiniani generi serio-comici dell’antico e del medioevo alle scritture censurate, maschili e femminili, del libertinismo moderno; dalle prime forme di scrittura collettiva settecentesche ad alcune scritture testimoniali della schiavitù e della tratta atlantica, fino all’autrice/autore “debole” dei sistemi di comunicazione di massa ottocenteschi.

Sia nella revisione del canone che nella produzione contemporanea, quindi, emergono soggettività che lavorano “in contrappunto” (secondo una nota espressione di Edward Said), occupando con corporeità eccentriche e antiegemoniche l’attuale panorama intermediale in modalità che sarebbero state impensabili meno di un secolo fa. E se la questione della rappresentatività rischia di appiattirsi negli incasellamenti della “identity politics”, una visione performativa dell’autorialità permette l’assunzione anche temporanea di un essenzialismo strategico per mettere a tema questioni affatto risolte in un mondo ancora profondamente diseguale.

In tale quadro ricco e complesso, il panel intende sollecitare interventi su come questi movimenti di pensiero hanno influito sulle forme dell’autorialità. Le proposte potranno muoversi, in via non esclusiva, partendo dai seguenti temi:

– Ampliare e/o decostruire: archeologia culturale e nuovi canoni

– Mettere in scena la figura autoriale: autorialità e teorie della performance

– Autorialità e autorevolezza dei corpi queer

– Soggetti eccentrici: femminismi, libertinismi e questione del genere

– L’intellettuale pubblico come autorialità intermediale

– Postcolonialismo, intersezionalità e la razzializzazione del corpo autoriale

3. L’autorialità disseminata nei media

Coordinato da: Massimo Fusillo(massimo.fusillo@gmail.com), Mirko Lino (mirko.lino@univaq.it), Luca Zenobi (luca.zenobi@univaq.it)

L’autorialità si è sempre configurata in modo diverso a seconda dei media e delle arti, ed il confronto fra le diverse declinazioni mediali è significativo in ogni epoca e in ogni contesto culturale. Gli ecosistemi narrativi, i transmedia storytelling, l’immersività di esperienze videoludiche, sono tutti fenomeni che spingono al riposizionamento del concetto di autorialità nella rete dei media contemporanei – un concetto messo già in crisi in epoca moderna dall’ingresso nel mondo della letteratura e delle arti dei mezzi di comunicazione di massa. L’ampio utilizzo di nuove terminologie che delineano i modelli della media autorialità – Game Designer, Showrunner, Transmedia Mentor, ecc. – testimonia questa trasformazione.

All’interno di un contesto dinamico e in transizione, la nozione di autorialità svolge, dunque, una rilevante funzione epistemologica, con cui interpretare il senso profondo delle forme di produzione e ricezione.

Il panel intende indagare le declinazioni dell’autorialità all’interno di diverse prassi artistiche e mediali, prestando attenzione alla persistenza della visione letteraria del concetto o al discostamento da essa. Per inquadrare l’eterogeneità di stimoli che intervengono in questo dibattito, si sollecita l’invio di proposte che si focalizzino, tra gli altri, sui seguenti aspetti:

  • La definizione dell’autorialità nel sistema delle arti e dei media, spaziando dalla letteratura al cinema, dalla televisione alle arti visive, fino a forme storicamente considerate ‘marginali’ (es. comic novel e videogame);
  • I modelli di autorialità nel complesso panorama delle narrazioni mediali (es. storyworld transmediali, ecosistemi narrativi);
  • L’autorialità nei processi di adattamento, non solo dal testo letterario a quello filmico, ma anche nelle derivazioni da più media;
  • La dimensione autoriale nei testi interattivi (remix, mash-up e altre forme di manipolazione), in relazione agli schemi narrativi pianificati da algoritmi;
  • L’autorialità transmediale, attraverso l’utilizzo di diversi linguaggi, canali e prassi mediali (Tv show, blog, post sui social media, siti web, ecc.);
  • L’autorialità non-umana, ovvero la riflessione sulla validità delle categorie storicizzate dell’autorialità davanti a romanzi e audiovisivi e altri prodotti artistici creati da Intelligenze Artificiali (I.A.).
4. Talenti doppi e plurimi

Coordinato da: Stefania Rimini(s.rimini@unict.it), Maria Rizzarelli(m.rizzarelli@unict.it), Beatrice Seligardi (bseligardi@uniss.it)

 La categoria ermeneutica del “doppio talento”, tesa a indagare le interferenze tra codici differenti messe in atto da chi si è cimentato, all’interno della propria produzione artistica, in due media diversi con una continuità significativa, sembra a prima vista recuperare un intendimento forte di autorialità, intesa sia nei termini biografici della personalità artistica che si è espressa attraverso mezzi differenti, sia in quelli di un’intenzionalità creatrice che travalica i confini della singola opera, permeando più attestazioni che trovano, nella figura centrale dell’autore/autrice, un punto comune di unione e di orientamento all’interpretazione.

Non è un caso che la nozione di “doppio talento” sia stata applicata, primariamente, mettendo al centro la forma autoriale per antonomasia, ossia quella letteraria, con un’attenzione che è stata rivolta, perlopiù, a interferenze con la musica o con le arti figurative e alla «doppia vocazione» creativa degli scrittori-pittori (si veda il saggio di Michele Cometa, che è fra i primi ad aver tentato la strada di una mappatura teorica) o a casi specifici considerati di riferimento per una particolare tradizione – uno su tutti, l’esempio di Pier Paolo Pasolini –, dialogando soprattutto con forme artistiche in cui una nozione forte di autorialità risulta preponderante nell’intendimento stesso dello studio della disciplina (pittura e cinema d’autore su tutte).

Ma cosa accade se si cerca di ampliare lo sguardo in direzione interdisciplinare, includendo anche pratiche artistiche che esulano da quelle più tradizionali (performance, fotografia, graphic novel, cinema sperimentale, cinema mainstream, arte digitale ecc.) e che spesso sono portatrici di forme autoriali a loro volta più ibride e partecipative? In che modo la nozione di autorialità può trasformarsi alla luce di un “talento plurimo”, in cui anche la dimensione di genere può indurre alla creazione di spazi alternativi e ad una ridefinizione del ruolo dell’autore/autrice?

Scopo di questo panel sarà dunque quello di riflettere sull’autorialità del “doppio talento” verso un suo possibile e ulteriore intendimento “plurimo”, partendo sì dalla letteratura, ma ponendola in dialogo con le altre arti sulla base anche delle contemporanee prospettive sull’intermedialità e sulla transmedialità. Verranno accolti contributi tesi a ragionare sia sul fronte teorico-metodologico, sia su casi di studi che dovranno essere necessariamente declinati in un’ottica fortemente comparatistica, che metta in luce, nell’analisi dei testi letterari e non, una proposta teorica di riferimento.

5. L’autorialità sommersa: teatro, traduzione, lavoro editoriale, ghostwriting

Coordinato da: Angela Albanese(angela.albanese@unimore.it), Doriana Legge(dorianalegge@gmail.com), Mattia Petricola(mattia.petricola@gmail.com), Niccolò Scaffai (niccolo.scaffai@unisi.it)

Nel campo culturale (arte, letteratura, produzione) è stata e continua a essere decisiva la funzione di attori e attrici, traduttori e traduttrici, editor, ghost writer; nel complesso, si può dire che tali figure esprimano una autorialità sommersa. Il panel si articolerà principalmente in questi settori:

  • Il lavoro di attori e attrici è stato a lungo assimilato a quello di interpreti di un testo, ma nel ricordo di spettatrici e spettatori la firma attoriale è chiaramente e sempre riconoscibile come autonoma rispetto a quella dell’autore. È un vizio storico che ci fa giudicare come capolavori quelli della letteratura drammatica ottocentesca, ma impedisce spesso di riferirsi con gli stessi termini all’Otello di Tommaso Salvini, al Saul di Gustavo Modena, alla Maria Stuarda di Adelaide Ristori, alla Fedra di Rachel, all’Amleto di Sarah Bernhardt o a quello di Edmund Kean. I cosiddetti interpreti realizzano qualcosa che va al di là dell’azione indicata dal testo: c’è chi ha parlato di poesia dell’attore (Taviani, 1991), chi di attore creatore (Meldolesi, 1996), ma già Wagner (1849) individuava nell’attore di genio la sostanza stessa dell’arte teatrale. Rispetto a queste linee di riflessione, ed estendendo il terreno di indagine a diversi contesti storici e geografici, si sollecitano contributi sulle diverse declinazioni di autorialità sommersa nell’ambito teatrale e sulle modalità attraverso le quali la creazione attoriale può rendersi indipendente da quella letteraria.
  • Nel 1959 Renato Poggioli intitolava The Added Artificer un importante saggio sul tradurre (apparso nel volume collettaneo On Translation): un titolo emblematico per ribadire l’idea del traduttore come artefice aggiunto all’artefice. C’è chi si è spinto anche oltre, rivendicando persino un’esclusiva autorialità dell’opera tradotta, espressione anche della poetica e dello stile di chi traduce. Eppure la storia della traduzione ci ha consegnato esempi eclatanti di identità autoriali nascoste, specie fra le traduttrici: si pensi a Lucia Morpurgo Rodocanachi, traduttrice fantasma di Montale, Vittorini, Gadda, Sbarbaro, che si servivano delle sue traduzioni come prima bozza di lavori poi rifiniti e firmati solo da loro. La questione dell’invisibilità delle traduttrici e dei traduttori e della loro reclamata autorialità si scontra ancora, e a maggior ragione nell’epoca del digitale, con una prassi spesso riluttante a riconoscere il diritto d’autore, una retribuzione non forfettaria, il controllo sulle correzioni, la presenza del proprio nome in copertina. I contributi potranno riguardare, tra l’altro: poetiche della traduzione, riflessioni sul genere; autorialità, traduzioni collaborative, traduzioni automatiche; autorialità ed etica della traduzione; rapporto giuridico di traduttrici e traduttori con le case editrici; storia della traduzione e autorialità: mondo classico, Medioevo, Umanesimo.
  • È rimasta spesso sommersa anche una forma di autorialità legata al lavoro editoriale. Collaboratori e consulenti delle case editrici hanno svolto una funzione che è andata spesso ben oltre il semplice incarico di revisione, contribuendo invece a orientare le scelte degli autori. Non sempre a questa funzione corrisponde il riconoscimento di un ruolo intellettuale, in particolare quando le mansioni editoriali sono state svolte dalle donne; in certi casi, infatti, a lasciare sottotraccia o a rimuovere l’autorialità ha concorso anche il genere. Questo tipo di autorialità ‘per procura’ è stata esercitata anche da scrittori e scrittrici che hanno lavorato presso le redazioni: si pensi, nel contesto italiano, al contributo di Calvino e N. Ginzburg alle edizioni Einaudi. D’altra parte, in tradizioni come quella statunitense sono diventate famose, proprio per il loro ruolo, figure quali Maxwell E. Perkins (editor di Hemingway e Fitzgerald) o Gordon Lish (editor di Carver). Oggi il lavoro dell’editor incide in modo sempre più pervasivo sulla scrittura degli autori, modellandone lo stile. Il panel potrà includere proposte che riguardano: il rapporto tra autori o autrici e i loro editor; la collaborazione di un autore alla preparazione o revisione dell’opera altrui; l’influenza degli editor sullo stile letterario; lo studio di paratesti editoriali; la riflessione sul gender in rapporto all’anonimato editoriale.
  • Last but not least, vi è poi una forma di autorialità che consiste proprio nel rimanere intenzionalmente sommersa. Le professioni in cui si esercita giocano proprio con la semantica dell’in/visibilità: ghostwriter, scrittore ombra, scrittore fantasma, écrivain fantôme. Se oggi associamo queste pratiche principalmente alle opere di personalità della politica, dello sport, dello spettacolo e della musica pop, l’esplorazione dell’autorialità fantasma copre in realtà una casistica più estesa, sincronicamente e diacronicamente. Si pensi ad esempio a come, fino ad un passato molto recente, autrici e autori-ombra siano stati spesso definiti con spregio razzista attraverso l’espressione nègre littéraire. O a come gli scritti di Alexandre Dumas padre siano stati di frequente il risultato di un lavoro collettivo non molto dissimile da quello portato avanti nelle botteghe artistiche del Rinascimento. Si dà inoltre il caso opposto di autrici o autori (tra i più celebri, H.P. Lovecraft) le cui opere complete oggi includono lavori da loro scritti come ghostwriter per conto di altri. Le proposte potranno contemplare argomenti quali: il ghostwritingcome forma di autorialità; le rappresentazioni dei rapporti tra autrici/autori e scrittori/scrittrici fantasmi (come, ad esempio, dei film L’autre Dumas, diretto da S. Nebbou, e The Ghost Writer, diretto da R. Polanski).
6. L’autorialità in classe (in collaborazione con Compalit Scuola)

Coordinatori/coordinatrici: Emanuela Bandini (emanuela.bandini@unimi.it), Federico Bertoni(federico.bertoni@unibo.it), Orsetta Innocenti(orsetta.innocenti@virgilio.it)

L’autorialità letteraria e artistica è uno dei nodi nevralgici della didattica, scolastica come universitaria, dei saperi letterari e umanistici. La ricerca e la didattica universitarie tendono negli ultimi anni a riarticolare questo concetto (talora seguendo anche mode critiche di diverso fondamento) attraverso forme di decostruzione del canone e di ridiscussione dei meccanismi creativi (estetiche della ricezione, gender studies, estetiche delle arti, riflessione sul contemporaneo); nell’esperienza della scuola ricerca e pratica didattica sembrano invece e ancora, molto se non troppo, bloccate sul modello di un’autorialità intesa in senso positivistico e ottocentesco.

Il panel, a partire dal legame costituzionalmente centrale e non scindibile tra livelli formativi, in un’ottica di sempre maggiore integrazione e scambio tra esperienze scolastiche e universitarie (tra ricerca, scientifica e didattica, sia nell’università sia nella scuola, per affrontare i mutamenti dirompenti se non violenti del presente), intende porre un insieme di domande che hanno una ricaduta fondamentale sull’esperienza culturale degli studenti e delle studentesse così come dei e delle docenti. Quanto l’insegnamento letterario e umanistico nelle classi scolastiche è aperto a una declinazione che superi la didattica basata sugli Auctores (che diventano quasi il controcanto ‘obbligato’ di un sistema letterario basato su contesti prevalentemente nazionali), spesso ancora privilegiata rispetto ad approcci che mettano al centro l’opera letteraria, collocata sia nel suo contesto storico-culturale che in quello delle sue molteplici letture e ricezioni?

Che ruolo ha l’autorialità al femminile e la dimensione della polimorfia e della differenza di genere nel percorso di trasmissione dell’esperienza letteraria; ovvero quanti studenti e quante studentesse apprendono in classe, per fare degli esempi, dell’omosessualità di Leopardi, della scrittura declinata al femminile, o delle reali esperienze biografiche e culturali di molti autori e molte autrici al di fuori della pruderie di una consolidata mitologia del genio creatore che continua a persistere più o meno sotto traccia?

Che funzione e che ruolo ha (può/deve avere) l’autorialità del docente, inteso come intellettuale, lettore e interprete non solo dei testi letterari, ma anche – soprattutto? – della concreta realtà socioculturale e relazionale in cui opera, che, con la sua professionalità, attraverso quel processo che Federigo Enriques ha definito “insegnamento dinamico”, costruisce una cornice di senso nella quale progressivamente includere il piacere dell’incontro con i testi, e quello della pratica del leggere, la costruzione delle competenze di interpretazione e analisi? E ancora: quale è il ruolo autoriale dei e delle docenti nel momento in cui, dentro il sistema chiuso della classe, caratterizzato da regole più o meno inespresse o espresse, ma comunque condivise, si pongono come colui o colei che, per il fatto stesso di essere ‘in cattedra’, veicola un approccio, un modello, la scelta di un’opera, un canone, dotandole ipso facto di un’aura in nome di questa stessa autorialità di ruolo riconosciuta (dal sistema educativo così come dal sistema classe)?

Come si dialoga su questo tema con una generazione che è abituata, anche compulsivamente, a meccanismi immersivi e immediati di ricezione estetica e cognizione nei quali autore e fruitore si fondono e confondono? Come si lavora con lo studente/la studentessa per stimolare la sua autorialità dall’aspetto più immediato e basilare (l’elaborazione e la stesura di ‘testi’ dalle molteplici funzioni – elaborati, verifiche, testi funzionali) a quello più complesso e raffinato (scrittura argomentativa e creativa, scrittura biografica); per giungere infine a quel riconoscimento ermeneutico dell’autore inteso come alterità radicale (della sua lingua, del contesto storico da cui proviene, della sua concezione del mondo) prima ancora che come amico e compagno di viaggio?

Le linee di ricerca possono comprendere (senza alcuna intenzione di esaustività):

  • la centralità/decentramento del concetto d’autore nello studio dei testi e della storia della letteratura;
  • la persistenza/accantonamento del biografismo nella manualistica e nella prassi didattica;
  • l’autorappresentazione degli insegnanti nelle scritture dedicate alla rappresentazione del mondo scolastico;
  • la percezione del docente come auctor nella rappresentazione mediatica e nel dibattito sulla scuola;
  • il concetto di autorialità del e della docente che si muove in un presunto canone (o percepito come tale);
  • l’influsso di un sempre maggiore impulso a una generica tecnologizzazione della didattica sulla percezione del ruolo autoriale del/la docente;
  • la dialettica tra libertà di insegnamento e la cornice di un Esame di stato che vede nella prova scritta di italiano l’unica nazionale e identica per tutti gli indirizzi;
  • il concetto di autorialità dello studente e della studentessa, così come quello di autorialità polifonica della classe come gruppo.

Adesione al convegno: modalità operative

1) Proposta comunicazioni per le sessioni parallele

Per partecipare al convegno è necessario inviare, entro il 1 giugno 2022, una proposta di intervento solo ai coordinatori di sezione (vedi sopra). La proposta deve contenere le seguenti informazioni: a) Titolo dell’intervento; b) Abstract di lunghezza compresa tra le 1000 e le 2000 battute (spazi inclusi); c) Breve profilo biobibliografico (max10 righe); d) Indicazione dell’ambito a cui si desidera aderire; e) Iscrizione all’Associazione (già avvenuta negli anni passati oppure nuova richiesta: vedi punto 2). Il Comitato scientifico vaglierà l’effettiva pertinenza delle proposte rispetto all’argomento e all’articolazione del convegno.

Le proposte dovranno riguardare da vicino le sei linee di ricerca sopra elencate, sviluppando riflessioni di carattere teorico e/o analisi testuali in chiave teorico-comparata. Le comunicazioni potranno muoversi in prospettiva interdisciplinare, interdiscorsiva o intermediale, e su uno scacchiere geografico esteso alle culture extraeuropee e postcoloniali. Per agevolare la partecipazione e lo scambio di idee, sono ammesse comunicazioni anche in inglese o in francese.

La durata delle comunicazioni sarà tassativamente contenuta entro i 15 minuti.

È peraltro indispensabile che ogni partecipante garantisca la sua presenza almeno fino al termine della sessione, per poter partecipare alla discussione. Il mancato rispetto di tali condizioni comporta l’esclusione d’ufficio dell’intervento ai fini della successiva pubblicazione degli atti.

2) Borse di studio

Quest’anno verranno messe a disposizione 6 borse di studio del valore di 500 euro ciascuna per studiose e studiosi non strutturate/i al fine di coprire i costi di partecipazione al convegno. I borsisti verranno selezionati da parte del Direttivo di Compalit in seguito all’accettazione del paper da parte dei coordinatori di sezione. Chi volesse usufruire di tale opportunità dovrà farne esplicita richiesta al momento dell’invio della proposta.

3) Iscrizione all’Associazione

La possibilità di tenere una comunicazione nella sede del convegno è subordinata all’iscrizione all’Associazione per gli Studi di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. All’atto della proposta, sarà necessario precisare se l’iscrizione all’Associazione è stata compiuta negli anni passati (e dunque si procederà al rinnovo per l’anno in corso) o se invece avverrà per la prima volta in occasione di questo convegno. In tal caso, andrà contestualmente compilata una motivata richiesta di iscrizione che contenga una sintetica descrizione della propria attività di ricerca, indirizzata al Presidente dell’Associazione (massimo.fusillo@gmail.com).

Il contributo per le nuove adesioni e per i rinnovi è fissato in 70 euro per gli strutturati (ricercatori, professori associati e ordinari in Italia e/o assimilabili all’estero), e in 35 euro per tutti gli altri (dottorandi, borsisti, assegnisti, contrattisti, ricercatori indipendenti, insegnanti di scuola in Italia e/o assimilabili all’estero). Il contributo dovrà essere versato con congruo anticipo rispetto alla data del convegno, in modo da poter avere traccia delle operazioni, tramite bonifico bancario (le istruzioni per l’iscrizione e i dati bancari sono reperibili qui: http://www.compalit.it/iscrizione/).

4) Definizione del programma e pubblicazione degli atti

La pubblicazione del programma definitivo del convegno è prevista per il mese di settembre 2022.

I paper approvati e presentati al convegno saranno successivamente selezionati secondo il meccanismo della peer-review per essere pubblicati. Se ne richiederà pertanto l’invio in tempo utile perché i curatori, congiuntamente al Comitato direttivo e alla redazione editoriale, possano allestire con cura le operazioni di lettura e valutazione, presumibilmente intorno a marzo-aprile 2023 (nella sede del convegno verrà comunicata con precisione la data ultima per la consegna dei saggi e le modalità di pubblicazione).

A causa dell’emergenza sanitaria attualmente in corso, al momento si prevede lo svolgimento del convegno in modalità mista, con la possibilità di partecipare sia in presenza che in via telematica. Ulteriori aggiornamenti verranno dati in occasione della pubblicazione del programma.

Comitato scientifico

Angela Albanese, Emanuela Bandini, Federico Bertoni, Stefano Ercolino, Massimo Fusillo, Daniele Giglioli, Serena Guarracino, Orsetta Innocenti, Doriana Legge, Mirko Lino, Donata Meneghelli, Mattia Petricola, Stefania Rimini, Maria Rizzarelli, Niccolò Scaffai, Attilio Scuderi, Beatrice Seligardi, Fabio Vittorini, Luca Zenobi

Comitato organizzativo

Massimo Fusillo, Serena Guarracino, Doriana Legge, Mirko Lino, Mattia Petricola, Luca Zenobi

Vado… ma dove?

Marta Diotallevi, in questo lavoro, riscrive in un’edita prospettiva la lettera di Didone tratta dalle Eroidi di Ovidio, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Lo avesse fatto un uomo sarebbe stato un gran furbo però, vero? Rideremmo e gli faremmo pure i complimenti. Bravo, bravo. Invece lo ha fatto una donna che si è dimostrata un po’ meno ingenua e un po’ più scaltra, un po’ più forte e un po’ meno misera”.

*

Personaggi:
Direttore d’orchestra
Direttore artistico
Professor d’orchestra della sezione archi
Didone
Osmida
Enea

Scena. Stanza di un teatro. Pomeriggio tardo. I personaggi sono intenti a imbastire l’allestimento dell’opera la “Didone abbandonata” (1747) di Niccolò Jommelli e Pietro Metastasio e si confrontano sull’aria finale di Didone “Ah che dissi infelice!”. Affrontando delle difficoltà interpretative, il gruppo inizia una discussione sulla figura di Didone e sul tema dell’amore.

(Didone canta l’aria “Ah che dissi infelice!”)
“Ah che dissi, infelice! A qual eccesso mi trasse il mio furore?
Oh Dio, cresce l’orrore! Ovunque io miro,
mi vien la morte e lo spavento in faccia:
trema la reggia e di cader minaccia.
Selene, Osmida! Ah! tutti,
tutti cedeste alla mia sorte infida:
non v’è chi mi soccorra, o chi m’uccida.
Vado… Ma dove? Oh Dio! Resto… Ma poi… Che fo?
Dunque morir dovrò
senza trovar pietà?
E v’è tanta viltà nel petto mio?
No no, si mora; e l’infedele Enea
abbia nel mio destino
un augurio funesto al suo cammino.
Precipiti Cartago,
arda la reggia; e sia
il cenere di lei la tomba mia.”

Direttore d’orchestra    No! No! Così non va!

Direttore artistico    Cielo, non ne posso più.

Direttore d’orchestra    Cos’è? Una puntata di Febbre d’amore? Per fare una cosa fatta a metà io non la faccio. Né tanto meno ci metto la faccia, chiaro?

Direttore artistico    Si ma tra un po’ più che la Didone abbandonata facciamo la Didone sfiancata!

Didone    No dai, rifacciamola un’ultima volta. Ci sono quasi, devo solo concentrarmi meglio.

Professor d’orchestra    Ma non è questione… è che ce ne manca un pezzo.

Enea    Ma più d’uno direi!

Professor d’orchestra (rivolgendosi a Didone)    E’ quel Vado ma dove? che non funziona. Va bene tutto, va bene calarsi nella parte, lo sconforto,… ma lei un’idea di quello che sta facendo ce la deve avere? Se no facciamo prima ad andarcene tutti a casa e tanti saluti!

Osmida    Ma non credo che Didone non sapesse cosa fare. Penso che già lo avesse deciso che si sarebbe fatta fuori e tanti saluti a Enea.

Enea    Ma va! È Enea l’unico che sapeva cosa fare.

Osmida    Infatti! Lui sa di doversene andare. E Didone sa che troverà un’altra e che, anche se nessuno lo amerà mai quanto lei, Enea sarà felice. Ma lei si chiede: e io? Adesso? Cioè lui se ne va via, ma io? Dove vado senza di lui?

Enea    Ma perché vuole supplicarmi di restare!

Osmida    Ma cosa stai dicendo! Didone dice Non ti permetterò di restare. Anzi di fatto si accolla l’incarico di cacciarlo in mare senza che si spezzi il collo tra un’onda e l’altra. Che razza di sconsiderato. La poveretta gli chiede solo di aspettare un po’, giusto che il mare si calmi e che lei si abitui all’idea dell’abbandono.

Direttore artistico    Non tutti sono egoriferiti come te Enea.

Osmida    Va beh non ci allarghiamo! Anche Enea ha il suo destino insomma.

Direttore artistico    Ma guardala! Prima fa la paladina della giustizia poi però getta subito la mano.

Direttore d’orchestra    Si dice lanciare il sasso e nascondere la mano.

Direttore artistico    Si dice vivi e lascia vivere una buona volta!

Professor d’orchestra    Ma non parlerei di abbandono… Quanto più di partenza. Il centro di questo amore sta nel viaggio. Nasce da un viaggio! Didone gli chiede Dove scappi? Vedete che è un amore sempre con la valigia in mano, pronto a partire pronto in ogni momento ad andare da un’altra parte?

Didone    Ma assolutamente no! Io direi proprio che la pianta in asso lì per lì, senza neanche pensarci due volte. Si immagina sua moglie che una mattina si sveglia e le dice: “Caro mi spiace ma questa sera non ci sono per cena perchè devo compiere il mio destino.” Saluti e baci e non la vede mai più. Il viaggio sarebbe più sereno se lui fosse meno crudele con lei e aspettasse. Ma Enea vuole andare in mezzo a una tempesta che se non mancassero le rane sarebbe come fare un salto in Magnolia!

(Direttore artistico canticchiando e facendo il verso all’aria “Già si desta la tempesta!”)

“Già si desta la tempesta,
ai nemici venti e l’onde,
io ti chiamo su le sponde
e tu resti in mezzo al mar.”

Direttore d’orchestra    Qualcuno spenga il jukebox per favore!” (Poi rivolgendosi al direttore artistico) “Ci provi gusto ad essere insopportabile? Come avrai fatto a sposarti sarà sempre un mistero.

Direttore artistico    Diciamo che per amore ho viaggiato poco e non ho mai abbandonato mia moglie. Siamo una coppia semplice. Ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca… per cui ogni tanto cedo su delle piccole cosucce, ma solo per farla felice.

Direttore d’orchestra    Ah capito! Ecco il trucco di un amore duraturo! Sua moglie comanda e lei fa il bravo cagnolino. Altro che prendere il mare in tempesta! Ma non si vergogni. Probabilmente deve solo chiedere il permesso per guardare la partita? Poi una volta raggiunta la maggiore età magari potrà vendere anche i film con il bollino giallo.

Direttore artistico (indispettito)    Che ridere. Ma non si preoccupi che chi la fa l’aspetti.

Professor d’orchestra:    Per favore basta! Che non voglio stare qui fino a domani!

Osmida    “Però per me non si può neanche esagerare quel Vado ma dove? Vado? Resto? si rischia di cadere troppo nel lamento.

Enea    “Oh per carità! Ci manca solo un’altra Bridget Jones!

Professor d’orchestra    Ma secondo me non sarebbe neanche così male…D’altronde quello di Didone era il canto di un bianco cigno. È una preghiera fittizia. Sa che quello che chiede non si può realizzare, le sue richieste non porteranno a nessun effetto, nessun cambiamento. Enea partirà comunque per quanto lei si sforzi.

(Direttore artistico cantando)
When I am laid in earth,
May my wrongs create
No trouble in thy breast;
Remember me, But ah!
Forget my fate.

Didone    No ecco, Purcell e Dido and Aeneas lasciamoli perdere. Mi va bene tutto e sicuramente è un  eccezionale esempio di lamento. Non lo metto in dubbio e non mi permetterei mai. Ma se fatico a interpretare questa versione credo che una del genere non saprei neanche da che parte prenderla.

Enea    Si direi che Il lamento di Arianna 2 la vendetta lo facciamo la prossima volta.

Direttore d’orchestra    Che cafoni. Anche io ce l’avrei visto bene su di lei. Certo con un po’ di esercizio. Non è poi sbagliato vederci una supplica. Una donna che vuole riscrivere la storia dal suo punto di vista.

Direttore artistico    Non la dipinga come una santa però! Le cerca tutte per farlo restare. Cavolo dice di essere addirittura incinta e che Enea sarebbe stato l’assassino suo e di una vita non ancora venuta alla luce! Cioè mi sembra che la ragazza si sia un po’ spinta oltre.

Didone    Ma si sa che in amore non ci sono regole. Certo questo è giocare davvero sporco, ma mentire è poi sempre un male? Se Enea si fosse sciolto sentendo questo annuncio e non fosse partito, che male avrebbe fatto? Si sarebbe solo dimostrato un brav’uomo e un buon padre. O se partendo avesse incontrato la morte e questa bugia gli avesse salvato la vita? Nessuno avrebbe detto nulla e magari avremmo pure ringraziato Didone perché lo avrebbe salvato.

Enea    Ma stiamo scherzando? In amore se c’è una sola cosa fondamentale è l’onestà, la fiducia totale e reciproca. Non si può tollerare una cosa del genere. Se la mettiamo così allora dico che Enea ha fatto bene ad abbandonare una pazza del genere!

Osmida    Lo avesse fatto un uomo sarebbe stato un gran furbo però, vero? Rideremmo e gli faremmo pure i complimenti. Bravo, bravo. Invece lo ha fatto una donna che si è dimostrata un po’ meno ingenua e un po’ più scaltra, un po’ più forte e un po’ meno misera.

Direttore artistico    Sapete chi è un’altra donna forte e indipendente?
Mia moglie! Quindi visto che non stiamo combinando niente di che e si è fatta una cert’ora, io andrei a cena o al posto di Didone l’unico abbandonato sarò io.

Su Medea e l’immortalità

Sofia Crea, in questa composizione, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022, riscrive il dialogo del Simposio tra Socrate e Diotima sul desiderio di immortalità degli uomini, portando a esempio la storia di Medea.

“E appunto in questa maniera ogni cosa mortale si mette in salvo, ossia non già con l’essere sempre in tutto il medesimo, come ciò che è divino, ma con il lasciare in luogo di quello che se ne va o che invecchia, qualcos’altro che è giovane e simile a lui”.
(PLATONE, Simposio, 207 E – 208 C)

*

SOCRATE       Ma quindi, o Diotima, tu sostieni che nella ricerca degli uomini di essere immortali, la generazione possa, in parte, assolvere a tale spinta?

DIOTIMA       Certamente. La brama dell’immortalità è insita nella natura mortale, e per soddisfare tale desiderio l’uomo fa in modo di lasciare dopo di sé un altro essere che gli somigli, affinché possa mettersi in salvo.

SOCRATE       Solo così è possibile che ciò avvenga? La gloria conferita dalla memoria viene realizzata solo tramite il partorire, come dicesti tu, di nuovi esseri, per coloro la cui fecondità risiede nel corpo, o di saggezza e virtù, per i gravidi nell’anima? Non altre possibili soluzioni vengono offerte all’uomo?

DIOTIMA      Forse tu non credi che ciò non sia abbastanza? Non è forse vero che padri anziani abbiano fatto affidamento sui figlioli più giovani e robusti di loro per la sopravvivenza della dinastia? Non hanno forse, grandi poeti, lasciato ai posteri le opere frutto dei loro anni migliori acciocché queste vivano per sempre nella mente di coloro che le leggono? Non hanno forse recato vanto alla poetessa di Lesbo i suoi versi, lei a cui la bellezza non è stata data, ma il cui nome è da tutti conosciuto per le sue parole? Non ti sembra vero tutto quanto da me detto?

SOCRATE       Assolutamente.

DIOTIMA       Riconosci, allora, o Socrate, che quanto mi hai chiesto non sia già sufficiente? Hai detto bene che concordi con me ma vedo in te la scintilla del dubbio. Codesta scintilla io voglio spegnere perché tu ti senta fermamente convinto che ciò che ho detto non sia altro che la Verità.

SOCRATE       [A parte] E avendo parlato la straniera di Mantinea si fermò un attimo, come a voler raccogliere i propri pensieri.

DIOTIMA      Due sono le cose che ho intenzione di portare alla tua attenzione, o Socrate, e spero che queste ti persuadano. Come già affermato da me, agli uomini è concesso di mantenere vivo il loro ricordo per mezzo della generazione. Si prenda ora il primo caso, quello dato dalla fecondità nel corpo, e a dimostrazione di quanto detto porterò l’esempio della figlia di Eete, re della Colchide, che concesse i suoi favori a Giasone e dalla loro unione due figli furono generati. A tutti è noto il triste destino di Medea, lasciata dall’amato, il quale nessuno scrupolo si fece nell’abbandonare la moglie e i figli per sposare la figlia di Creonte. Quale altro mezzo aveva, l’innamorata, per far pagare all’ignobile ingrato la colpa commessa, lei che aveva tradito il padre e abbandonato la patria per seguirlo? Bastarono forse le terribili minacce? Di certo, la rabbia e passione tradita non furono placati solo con lo sfogo verbale, o questo è ciò che credi, o sapiente Socrate?

SOCRATE       Non lo credo.

DIOTIMA       Fai bene, perché questo non è ciò che accadde. L’amore della fanciulla, così come ardeva di desiderio per Giasone quando questi con lei rimase, di furore bruciava al momento dell’abbandono; scacciata dal palazzo di Esone e esiliata, a lungo si tormentò la povera infelice, divisa dalla passione che ancora nutriva per l’infedele e il desiderio di vendetta. A lungo maledisse la sua bocca menzognera, struggendosi giorno e notte. A quale gesto estremo arrivò, dunque, la povera scellerata? Si limitò all’uccisione di colei che aveva profanato il suo talamo? O andò oltre? A dimostrazione di quanto detto da me precedentemente, la giovane donna, guardando i figli, rivedeva nei loro volti la somiglianza con l’uomo tanto odiato. Nei due fanciulli Giasone aveva lasciato una parte di sé e la furia che ormai dominava la madre era tale da farle dimenticare l’affetto che provava per i due innocenti, colpevoli solo di essere nati da un padre tanto vile. Dominata dalla passione, e dopo un lungo conflitto interiore, la fanciulla di un crimine tremendo si macchiò: l’uccisione dei giovani figli.

SOCRATE       Credevo che tale delitto fosse rivolto alla privazione del padre dei suoi figlioli; non li ha forse uccisi per minare l’affetto paterno?

DIOTIMA      A quale fine? O Socrate, tu dimentichi ciò che io prima precisai. Il giovane non solo la moglie abbandonò, ma con essa anche la propria prole. Dell’amore di un genitore affettuoso tu parli? No, non di questo si trattò. Come potrebbe averne sofferto colui che per primo rese orfani i due fanciulli? Orfani di padre, giacché abbandonarli non è forse uguale ad averli lasciati se fosse morto? Uguale no, perché quello che fece fu peggio: non per causa superiore a lui se ne separò, ma per sua volontà. E non fu sempre lui che spinse, con la sua crudele dipartita, la moglie folle di dolore al culmine della vendetta? Non fu anche la sua mano di traditore a compiere, complice, ciò che ogni genitore dovrebbe rifuggire? No. Non per questo fine il misfatto venne compiuto. La figlia di Eete pensava a ben altro motivo quando premeditò l’infanticidio: non all’affetto paterno mirava, quanto alla brama di immortalità che domina ogni mortale. Uccidendogli l’unica prole, non solo si slegava dal comune possesso che la legava al perfido marito, possesso che era stato frutto di lieto tempo per lei ormai passato, ma si assicurava che questi non avesse più una discendenza. Sicché, quando escogitava la vendetta che più dolore avrebbe arrecato a colui che era colpevole della sua sofferenza, non pensò di porre fine alla vita dell’ingrato, consapevole che più danno gli avrebbe procurato se fosse morto senza la consolazione di una dinastia che ne avrebbe portato avanti la memoria.

SOCRATE       Codesto il movente? Questa la fiamma che animò la sua follia? Certamente ciò che dici è il Vero, o donna di Mantinea, ma non sono del tutto persuaso. Non dicesti che due erano le cose che volevi porre dinnanzi alla mia diffidenza?

DIOTIMA      E’ così, o Socrate. Ma devi lasciarmi il tempo di creare un discorso che tale si possa chiamare, e per fare ciò ho bisogno di riorganizzare le mie idee. Per suffragare quanto da me detto, affinché possa convincere e liberare te dal demone del dubbio, la mia orazione deve essere tanto completa quanto ben strutturata. Ora, ero rimasta alla fine della possibilità di Giasone di avere il proprio nome portato avanti dalla progenie. Questa, dunque, la fine della prima parte di avvaloramento del mio discorso. La seconda parte si discosta leggermente dalla via inizialmente intrapresa ma non temere, cercherò di essere il più coincisa e chiara possibile. Tu, però, non allontanare la mente dalle mie parole: segui attentamente ciò che ho da dire e non indugiare in altre riflessioni. Abbiamo detto che la morte è temuta dagli uomini se ad essa non si accompagna la consapevolezza che una parte di loro rimarrà indietro. Prima parlammo della generazione dei corpi fecondi, ma abbiamo anche nominato la fecondità nell’anima.

DIOTIMA      E qui la parte insidiosa. Uccidendo gli unici discendenti del marito, lei, che era diventata madre nello stesso tempo in cui lui divenne padre, si privò pure della stirpe. Doppio fu il suo sacrifico: non solo uccise i figlioli a lei cari, ma rinunciò anche lei stessa alla possibilità di immortalità di cui voleva privare il marito. Tale era la sua follia! Tale il suo dolore! Tuttavia, non devi pensare, o SOCRATE    , che compì questo gesto senza la totale guida della ragione: la giovane madre era consapevole di quanto stesse lasciando per punire il perfido amato e, nonostante ciò, scelse comunque di farlo. Sapeva che pur privandosi del frutto della generazione data dalla fecondità del suo corpo, la sua memoria non si sarebbe cancellata con esso: le rimaneva, infatti, la consolazione che in molti avrebbero raccontato la sua storia. Diversi sarebbero stati coloro che, gravidi nell’anima, avrebbero partorito versi per narrare le sue gesta. Non conosciamo noi il suo destino? Non eri già a conoscenza della colpa di cui si macchiò, prima ancora che te ne parlassi, o Socrate?

DIOTIMA       Ecco dunque conclusa la mia orazione. I due punti che avrebbero avvalorato la mia tesi li ho illustrati, e con ciò spero di averti convinto.

SOCRATE       [A parte] Questo disse la sapiente Diotima, e ne fui persuaso.

Alcibiade a Socrate

Beatrice Di Ciancia riscrive il discorso di Alcibiade nel Simposio rivolto a Socrate, in forma epistolare. Un’ipotetica ventiseiesima Eroide, aggiunta a quelle delle eroine abbandonate dai loro innamorati, dell’opera di Ovidio, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Questa potrebbe essere l’epistola XXII, quella di Alcibiade, il cui amore viene rifiutato da Socrate. Alcibiade non capisce il motivo del rifiuto e non accetta il semplice silenzio dell’amato: decide così di usare la scrittura come unico mezzo di comunicazione”.

*

Devo parlare, anche se la mia passione è già abbastanza nota e il mio amore appare ormai più evidente di quanto vorrei. Avrei preferito restasse nascosto, ma chi sarebbe in grado di nascondere un fuoco, che viene tradito dal suo stesso bagliore? Non sarei stato in grado di trattenermi oltre. Ti scrivo perché dal nostro ultimo incontro sono passate settimane e tu fuggi ai miei sguardi. Spero quindi che con questa lettera potrò toccare e smuovere anche solo la parte più in superficie del tuo cuore.

     Ho sentito della vittoria di Agatone, mi hanno detto che ha organizzato un banchetto a casa sua per festeggiare, c’erano le personalità più influenti della nostra città: tu ovviamente sarai stato il primo a ricevere l’invito. Avrei voluto condividere la sua gioia, ma non sono stato invitato. Probabilmente non sono degno dei vostri discorsi.
Sapevo che ti avrei trovato lì e infatti stavo quasi per raggiungervi, così da complimentarmi con il mio amico, e soprattutto per poter avere un’occasione per parlarti.
Ma non l’ho fatto, non ce l’ho fatta. Sono rimasto in casa, solo, la mia unica compagnia è il fiasco di vino che ho ancora davanti, ma presto anche questa compagnia mi sarà insufficiente.
Dicono che il vino faccia dire sempre la verità, quindi utilizzerò questa scusa per soddisfare un mio bisogno, la mia necessità di comunicare con te, di sapere cosa c’è nella tua testa e nel tuo cuore.
Tuttavia, la franchezza nel parlare è sempre stata una mia abilità che pensavo apprezzassi e mai come ora, intendo sfruttarla. 

     So che i discorsi di voi uomini di filosofia spesso vertono sull’Eros, voi fate encomi sull’Amore e credete di saperne i misteri e le origini. Quello che so io sull’Eros me l’hai insegnato proprio tu: saranno anche irrazionali i miei pensieri, ma per me Eros sei proprio tu. Quando ascolto le parole di Pericle, o di qualsiasi altro retore a noi contemporaneo o antico non provo niente. La mia anima non è scossa, non sente nulla. Quando ascolto te invece, rimango ogni volta sconvolto: il mio cuore si ferma di fronte ai tuoi discorsi e le lacrime sgorgano dai miei occhi. Dimmi se questo non è vero amore.
Tu sei come un musico, Socrate, ma non hai nemmeno bisogno di strumenti musicali per sedurre, a te bastano le parole.
Sai bene anche tu che solo davanti a te ho provato vergogna: io, amante perfetto, data la mia giovane età e la mia bellezza, non mi faccio sottomettere da nulla se non dalle tue parole.
Tu, Socrate, sei come una di quelle statuette che raffigurano i satiri, una di quelle che si trovano nelle botteghe degli scultori o degli artigiani, che quando si aprono mostrano al loro interno immagini di dei. Tu assomigli a un sileno per aspetto fisico ma soprattutto per il tuo intelletto, nessuno lo può negare. 
I tuoi discorsi hanno la capacità di sconvolgere gli animi di chiunque ascolti.

     Io sono l’unico che ti conosce davvero: io so che dietro al tuo carattere severo ma scherzoso alle spalle della gente, sempre in cerca di bei giovani, si nasconde un uomo insicuro, a tratti altezzoso, che non sa guardare oltre il viso o il denaro che possiede un bel giovane. Tu trascorri la tua vita fra le gente, la lasci ammaliata per poi prendertene gioco.
Altri giovani sono rimasti bruciati dalla loro stessa passione non ricambiata da te, ma io credevo di poterti cambiare, maestro. Sentivo che con me riuscivi a mostrare i tuoi lati più intimi e speravo di poter significare qualcosa anche io nella tua vita.
Credevo seriamente che tu fossi preso dalla mia bellezza, ho creduto fosse una fortuna per me avere un tale fascino e speravo che condividendo la vita con te, avresti condiviso la tua saggezza con me. Quello che ricercavo era il miglioramento della mia persona, divenire ottimo grazie a te.

     Ma ai tuoi occhi non valgo nulla. Disprezzi la bellezza esteriore e mi neghi l’accesso alla tua sapienza. Evidentemente la bellezza che tanto ricerchi è bellezza di altro genere, che forse io non posso offrire.
Ma perché mi allontani? Perché quella sera, nel momento in cui le luci si sono spente e io ti ho confidato che tu per me eri l’amante perfetto e che avrei voluto concedermi a te, ti sei mostrato così rigido e non hai risposto nulla?
Tu così virtuoso, senza paure, capace di camminare scalzo sul ghiaccio nel più gelido degli inverni, non sai accettare il mio affetto sincero. Come fa il tuo animo ad essere sempre così rigido e intransigente?
Io detesto la schiavitù a cui si riducono gli amanti per l’oggetto del loro desiderio, ma il mio amore va oltre ogni forma di orgoglio.
Ti ho parlato da innamorato e credevo di meritarti, ma tu ti sei distaccato. Da quella sera ti comporti come se non fossimo nemmeno amici, nessuno sguardo, nessuna parola. Queste righe sono il mio ultimo mezzo per comunicare con te.

     Sarà forse una punizione questa? La mia unica colpa è stata quella di volgere a te tutte le mie forze, tutto il mio interesse, rifiutando le proposte di amanti ben più meritevoli. Inizio a comprendere il proverbio “l’ingenuo fanciullo non impara se non soffrendo”, ma mai avrei immaginato di essere io a soffrire. Ciò che più mi disturba è che più mi rifiuti, più accresce la mia passione per te: non trovo nessun conforto a questo mio dolore, se non quello che l’ebbrezza del vino mi concede per qualche ora al giorno.

     O degno di meraviglia, non ti avrei conosciuto se solo non mi fossi mai interessato alla vita politica di questa città, a entrambi molto cara! Avrei potuto trascorrere la mia gioventù nelle campagne dell’Attica: una vita semplice, umile, inconsapevole, forse ignorante, ma spensierata. Invece lo studio e le conoscenze mi hanno avvicinato ai tuoi insegnamenti, mi hanno fatto apprezzare ogni tua parola e sono giunto ad un punto in cui non posso più tornare indietro. Non posso cancellare quello che tu mi hai trasmesso, quello che tu mi dai.

     Quindi mio caro Socrate, ti chiedo una spiegazione dei tuoi rifiuti, visto che ormai non ho più alcun mezzo per esprimere il dolore che una passione così forte che è stata repressa, mi causa. Dimmi che non sono degno del tuo amore o del tuo rispetto ma dammi una motivazione valida; sarai forse tu una divinità con le sembianze di un umano, venuta tra noi solo farci comprendere la nostra ignoranza e le nostre carenze al cospetto degli dèi?
Non accetto che tu semplicemente rigetti le mie parole e non me fornisca altre. Non lasciarmi nel dubbio di non essere sufficiente per te, quando magari nascondi qualche altra futile scusa.
Forse solo abbandonando la vita terrena potrò trovare risposta, forse trovare pace insieme a te, perché ora qui non riesco a trovare alcun conforto.

Tuo, Alcibiade.

Bibliografia:
OVIDIO, Eroidi, A cura di Emanuela Salvadori, Milano, Garzanti, 2021
PLATONE, Simposio, Traduzione e commento di Matteo Nucci, Torino, Einaudi, 2014

Ultime lettere al di là del mare

Alessandro Santoni in questo suo racconto, seguendo lo schema narrativo della canzone “Stan” di Eminem, riscrive, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022, le ultime lettere tra Didone ed Enea, quest’ultimo in quanto giovane emigrato giunto in Italia.
Eminem – Stan (Long Version) ft. Dido – YouTube

“Solo puoi immaginare il dolore che provavo quando ti pensavo sul tuo gommone trasportato verso l’oblio e la morte dalle onde di quel mediterraneo diventato come un nuovo acheronte.”

*

Lettera 1 
Caro Enea,
Ti ho scritto, ma tu non mi hai ancora chiamato. Ti ho lasciato il mio numero al fondo di tutte le lettere che ti ho inviato, ma forse non ti sono mai arrivate. Probabilmente c’è stato un errore all’ufficio postale o qualcosa del genere. Forse, per via dell’emozione del nostro amore che fa tremare questa mia mano, ho scritto male il tuo indirizzo. 
Ma ora chi se ne frega. Come stai mio amore? Sono passati ormai un paio di mesi da quando, anche se contro la mia volontà, hai intrapreso il tuo fatidico viaggio per le misteriose acque del mediterraneo.  Com’è andata l’attraversata? Sei arrivato sano e salvo in Italia? Hai fatto richiesta d’asilo? Hai trovato lavoro? Oh… scusami per le troppe domande, ma sai, le emozioni e le ansie sono troppe e l’attesa di una tua risposta mi strugge.
Non sai quante notti insonni ho passato pensando al tuo viaggio. Solo puoi immaginare il dolore che provavo quando ti pensavo sul tuo gommone trasportato verso l’oblio e la morte dalle onde di quel mediterraneo diventato come un nuovo acheronte. Fu il nostro amore a salvarmi dalla disperazione e ancora oggi esso è per me come la luce di un faro per un naufrago disperso in un oceano di timori e paure.
Ripenso a noi ogni giorno ed ogni notte.
In attesa di una tua risposta, 

La tua fedele e innamorata Dido.

Lettera 2 
Caro Enea, non hai ancora risposto alle mie lettere. Non sono arrabbiata, so che sei sommerso dagli impegni. Sono solo molto triste e questo tuo silenzio mi sconforta.
In questi giorni volevo pure darti una bella notizia… sono incinta. Lo so che è una cosa splendida, ma la felicità fatica a fiorire nella situazione che sto vivendo. Qui è tutto uno schifo: mio padre sta cercando di programmare il mio matrimonio con qualche altra nobile famiglia e mio fratello mi tiene segregata in camera allontanando con la violenza ogni mio pretendente non desiderato.
Le uniche due cose a tenermi in vita e a darmi un po’ di conforto e speranza in questi giorni sono la presenza di mia sorella Anna e il tuo ricordo, che, come vedi ancora non mi abbandona. 
Ricordo ancora alla perfezione il nostro primo incontro: rifugiati nella stessa grotta sulla spiaggia, per sfuggire da un temporale, ci mettemmo a parlare per ore.
Mi parlavi della tua vita passata e della fuga dalla guerra. Mi parlavi dei tuoi progetti e dei tuoi sogni. Volevi volare lontano come il vento. Dicevi che l’Italia era il posto giusto per iniziare una nuova vita.
Il tuo volto si illuminava quando parlavi di ciò e quella luce, che compariva nei tuoi occhi, ben presto mi conquistò.
Il cielo non fece in tempo a smettere di piangere che tu e le tue parole mi avevate già catturata.
La tua voglia di libertà e la tua voglia di prendere in mano la tua vita, di costruire il tuo destino, mi fecero provare nel medesimo istante una sensazione di invidia e ammirazione indescrivibile. 
Oh… dovevo seguire le tue parole e la forza del nostro amore, invece, le mie radici e la mia terra, mi hanno tenuta ferma qua. Intrappolata in una gabbia dal quale non posso uscire.
Da quella spiaggia, però, tu sei partito, leggero come una foglia al vento, ed io ora resto qui come un albero impossibile da sradicare. 
Hai compito il tuo destino, anche senza di me.
In attesa di una tua risposta, 
La tua triste e sola Dido.

Lettera 3 
Caro signor-sono-troppo-impegnato-per-scriverti, 
la vita qua è una merda e tu peggiori tutto.
Ma la verità è che non ce l’ho neanche con te.  È con la mia lurida e sporca terra che sono arrabbiata. 
Sono disperata Enea e sto pensando di farla finita. Le mie lacrime bagnano queste poche righe che forse tu non riceverai mai.
Il nostro amore e soprattutto il suo frutto, che porto dentro al mio ventre, sono stati un enorme errore. 
Esso mi ha sedotta ed illusa. 
Esso mi ha dato la speranza di un futuro che non vivrò mai. 
Il mio matrimonio forzato ormai è alle porte e se si dovesse scoprire del mio bambino io verrei uccisa.
Preferisco fare di mano mia questo estremo gesto.
Credevo che il nostro amore potesse essere superiore a tutto, ma non è riuscito nemmeno a piegare il tuo desiderio di fuga e ora come potrà  vincere la mia morte? 
Tu per me, Enea, sei stato come la visione del cielo stellato. 
Tu eri bellissimo e unico, ma proprio come le stelle so benissimo di non poterti raggiungere… non più.
Tu sei l’unico uomo che ho mai amato e ti amerò per sempre.
Ma tu hai fatto il viaggio verso il tuo destino e ora sono sola senza te.
Ora sono sulla spiaggia del nostro incontro e del nostro addio.
Ora in mano il coltello che mi regalasti.
Ora le fredde lacrime mi lavano il viso.
 Ora la lama fredda.
Ora il caldo sangue.
Ora più niente.
Non più in attesa di una tua risposta,
La tua amata ma ormai lontana Dido.

Lettera di Enea
Mia amata Dido,
Avevo voglia di scriverti. Non ho potuto. Scusa.
Questi mesi sono stato parecchio faticosi. Lavoro ogni giorno 12 ore sotto il sole cocente per pochi euro, ma sono felice perché li sto mettendo da parte per noi e per il nostro futuro. Ma a parte la fatica del lavoro qui è tutto splendido. È tutto come lo sognavo, ma senza te, anche questa terra perde tutta la sua bellezza. 
Sai che neanch’io passo un solo momento senza pensare a te? Ogni notte, nella quale non riesco a dormire, vado sulla riva del mare e guardo all’orizzonte, verso te. Ed è lì che io ti immagino, sulla nostra spiaggia a fare lo stesso e così, ricerco il tuo sguardo.
Ho ricevuto la notizia del nostro bambino con estrema gioia. Qui potremmo regalargli una vita più giusta e felice, appena ti invierò i soldi per farti arrivare qua. 
Purtroppo, ho letto anche la tua situazione. Ti chiedo solo ancora un po’ di pazienza, ti giuro che riuscirò a portarti via di là. Riuscirò a sradicarti da quella tua terra. La situazione non mi rassicura, anche per il fatto che, ogni giorno, ricevo terribili notizie dal vostro paese tramite le lettere dei miei compagni di viaggio e dai giornali. In questi giorni, ad esempio, una notizia che mi ha scioccato è stata quella di una ragazza che si è tolta la vita sulla nostra spiaggia. Anche lei come te aveva un matrimonio forzato in programma. Anche lei era incinta. Si è uccisa con una sorta di pugnale, mentre teneva stretta a se una lettera, ma purtroppo l’acqua l’ha rovinata e non si capisce a chi fosse indirizzata.

Fammi leggere come si chiamava. Ah, sì il suo nome era…    Suono di una penna che cade… poi più niente.

Un Simposio a New York

Anna Gribaudo in questa sua composizione proietta il Simposio platonico nella New York dei roaring twenties, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Penso che sia per amore infatti che sono partito per la guerra […] perché l’amore ci spinge a proteggere chi amiamo. Inutile sottolineare che la guerra è quanto ci sia di più contrario all’amore. Adesso sembra però soltanto un lontano ricordo da lasciarsi alle spalle.” 

*

ARTHUR Negli ultimi tempi la vita qui a New York è cambiata notevolmente: l’economia non è mai stata così florida, e in tutti sembra albergare una gioia di vivere inarrestabile, una corsa al divertimento, alle distrazioni, che si traduce nei fatti in una corsa al benessere materiale. La città è sempre più rumorosa, il jazz più movimentato, e anche le nostre idee sono in fermento. Ho avuto modo di interrogarmi su di una questione poco pratica e più spirituale, per così dire, che volevo giusto proporvi, e  vi prego di soddisfare la mia curiosità, esprimendo il vostro parere in assoluta libertà.
Ebbene, la questione è questa: secondo voi come si può definire l’amore?”

FRANCIS/Fedro Si tratta di un tema in realtà molto pratico, praticamente all’ordine del giorno, mio caro Arthur, qualcosa che ci riguarda tutti. Ecco, se siete d’accordo inizierei io, che ho già una mia opinione a riguardo. Penso che l’amore sia il sentimento più potente che ci sia, ciò’ che fa sì che la nostra vita sia virtuosa e felice. Diciamocela tutta, uscire con voi signori nei locali è uno spasso, lavorare in ufficio con i colleghi è piacevole, ma queste singole attività di per sé non danno un valore compiuto all’esistenza, cosa che invece l’amore dà.
È una forza propulsiva, che ci muove costantemente all’azione, che ci fa agire al meglio: se nella borsa di Wall Street lavorassero tutti amanti e amati, le azioni sarebbero sempre in rialzo, perché quando amiamo puntiamo al meglio, ad essere la versione migliore di noi stessi.
Per amore si può giungere anche a morire. Penso che sia per amore infatti che sono partito per la guerra. Innanzitutto per amore della mia patria, anche se all’inizio pochi erano convinti delle ragioni dell’entrata in quel lontano bagno di sangue. Ma lo feci soprattutto per amore verso mia moglie e i miei figli, perché l’amore ci spinge a proteggere chi amiamo. Inutile sottolineare che la guerra è quanto ci sia di più contrario all’amore. Adesso sembra però soltanto un lontano ricordo da lasciarsi alle spalle.

PAUL/Pausania Ben detto, caro Francis. Condivido appieno la sua idea: la guerra genera orrore e devastazione, e quindi rimanda alla morte, mentre l’amore è sinonimo di vita, perché collegato alla procreazione.
Vorrei tuttavia aggiungere un particolare. Ritengo infatti che l’amore sia un sentimento assai complesso da definire,  essendoci vari tipi di amore. Anzi, probabilmente ne potrei definire due. Esiste da un lato un amore più volgare, che ci porta a cercare e ad apprezzare la bellezza dei corpi, quindi un sentimento legato all’attrazione fisica, all’aspetto esteriore di una persona. Questo tipo di amore è per sua natura fugace, perché la bellezza sfiorisce con lo scorrere del tempo, ed è anche occasionale, al quale si fa ricorso per soddisfare essenzialmente le pulsioni del corpo. Dall’altro lato esiste un amore celeste, spirituale, che ci porta a sentirci intimamente legati all’animo dell’altro, alla sua personalità, insomma al suo essere più profondo. Questo tipo di amore è destinato a durare più a lungo perché l’anima non sfigura come il corpo con gli anni, ma non è necessariamente superiore al primo, né viceversa. Entrambi questi amori sono necessari, ma penso stia ad ognuno capire ciò che pensa di meritare, ciò a cui aspira.

MARY Apprezzo molto il suo tono aperto al relativismo, perché a volte in discussioni simili emergono soluzioni forse troppo categoriche, come se la verità fosse una sola. Come ha detto, ognuno è libero di decidere ciò è meglio per sé. Mi collego a quanto ha detto esponendo la mia opinione adesso, sicuramente al passo coi tempi.
Se l’amore fosse un salotto mondano, sarebbe uno dei pochi luoghi in cui la donna è del tutto padrona di sé e non sottomessa all’uomo di turno. È dove invece di essere comandata detta le leggi, indirizza la conversazione, promuove nuovi incontri galanti. Allo stesso modo è padrona in amore, perché è lei che la quasi totalità delle volte si fa desiderare. Nella sfera amorosa è quella in cui a differenza di quella pubblica può essere libera, indipendente. In particolare, la donna è protagonista durante la seduzione, che altro non è che la premessa all’amore, la sua porta d’ingresso, il flirt per intenderci. Se quando la coppia è fissa allora iniziano i problemi, le gelosie, invece in questo momento ibrido il desiderio è la chiave di tutto. L’uomo desidera ciò che non ha, la donna all’altro capo della sala da ballo, intenta a fumare il sigaro, che con uno sguardo ammaliante ammicca nella sua direzione. L’uomo la desidera, ma lei lo fa impazzire, sparisce, ritorna con un amante, tutto per esasperarlo, vendicare la posizione subordinata nella quale il suo sesso è da tempo costretto. Con l’amore le donne possono riguadagnare insomma un ruolo, o per lo meno avere voce in capitolo.

HARRY/Aristofane Questa posizione è del tutto nuova per me, e penso abbia un fondo di verità. Pensandoci, in fin dei conti nel nostro Paese è stato recentemente introdotto il voto per il gentil sesso, segno che la vostra causa ha sicuramente molti sostenitori.
Per quanto mi  riguarda invece, sostengo che l’amore sia un po’ come la ricerca di un buon sigaro: si spende tanta fatica, attraverso tante brutte esperienze per arrivare finalmente a capire quale fa al caso nostro. Poi, una volta trovato, non se ne può più fare a meno. È destino quindi, e il nostro compito è ritrovare la metà perduta che ci è sempre appartenuta, nella nostra vita precedente forse, come se fossimo stati divisi da un’unità iniziale.
Se ci pensate bene questo spiegherebbe perchè, dopo aver parlato un po’ al bancone di un caffè con una persona, a volte si ha la sensazione di conoscersi da una vita. È infatti per questo motivo che siamo tutti alla ricerca di un posto dove stare bene, di braccia che ci accolgano come una casa, all’eterna ricerca di una perfezione originaria. Amore è quindi mancanza e conseguente ricerca della parte mancante, perché siamo in fin dei conti esseri incompleti, come una macchina senza il sedile per il passeggero, ovvero qualcuno che ci accompagni nel lungo viaggio della vita.

GARY Che immagine affascinante! Davvero suggestiva. Spiegherebbe molti racconti di storie d’amore durevoli e gratificanti, nati all’improvviso e durati una vita intera, un po’ come quelli che troviamo nelle pubblicità.
La mia idea  probabilmente è meno poetica a confronto. Ritengo infatti che l’amore sia amore di ciò che è bello, nuovo. Potremmo pensarla così: tutti ci siamo ritrovati negli ultimi tempi a comprare l’ultimo prodigio tecnico, la radio, insieme a  moltissimi vestiti, scarpe, perché aspiriamo al meglio. E questa nostra società ci fa desiderare sempre di più, ci avete mai fatto caso? I grandi magazzini sono sempre più imponenti, i cataloghi dei prodotti più lunghi, le rate alla portata di tutti. Dopo aver comprato un’auto se ne desidera subito un’altra, più costosa e più bella, che è appena stata prodotta, e poi un’altra ancora. È una corsa infinita, un desiderio inesauribile. Ebbene, allo stesso modo è l’amore.
Appena soddisfatto un desiderio, ecco che non ci basta più e ne nasce un altro. Questo può portare a non voler stare con una sola donna, ma a volerle un po’ tutte, anche se già impegnate. Anzi, soprattutto in questa evenienza. Funziona probabilmente come con gli alcolici al giorno d’oggi: secondo delle leggi discutibili, un po’ come quelle sul matrimonio, non si potrebbero consumare. È come se fosse stato sottratto l’oggetto del desiderio a un assetato, e questo non fa che fargli desiderare l’oggetto bramato ancora di più. Ecco spiegato il perché delle reputazioni di molti uomini (e anche di molte donne) dagli amori molteplici. Semplicemente si ama l’amore.

ARTHUR Forse avete tutti ragione o tutti torto, per fortuna non sta a noi deciderlo. Dal nostro piccolo dibattito è emerso che l’amore è un ripiego per alcuni, un’illusione per altri, un’abitudine per molti, una salvezza per qualcun altro, ma le cose stanno così: senza di esso la vita sarebbe più vuota, priva di significato. Innamorarsi può infatti cambiare il nostro destino. È un viaggio alla scoperta di sé stessi e dell’altro, fatto di burrasche, vento e tuoni, ma che non ha eguali in gioia e soddisfazione quando il cielo si fa luminoso.

La rivolta di Briseide

Gaia Garofali e Clara Vallauri, in questa composizione, riscrivono un’inedita Briseide in ribellione nei confronti di Achille. Il testo è stato sviluppato nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

 “L’elaborato seguente nasce per volontà di riscattare la figura di Briseide che si rende gradualmente conto di essersi innamorata di colui che l’aveva privata del proprio corpo, della propria famiglia e della propria libertà.  Finalmente la ragazza prende coscienza del proprio ruolo come sacerdotessa di Apollo e sente di meritare di più rispetto ad essere una schiava di un vanitoso Acheo.”

*

SCENA: Sera. Accampamento di Agamennone.

 ATTO PRIMO

 Briseide giace a terra, lo sguardo fisso su Euribate e Taltibio che sono ormai figure lontane.

BRISEIDE Queste lacrime che mi rigano il volto sono lo specchio della mia sofferenza.  Ma saranno le ultime, lo giuro, che io, Briseide, sacerdotessa del Dio Apollo verserò per un uomo così indegno.  In Lui credevo di aver ritrovato l’abbraccio di una madre, la protezione di un padre e la passione di un marito. Mi sbagliavo. Tutti vedono in lui un eroe, invece non è altro che una cinica macchina da guerra. Egli, infatti, si lancia in battaglia non per amore della sua patria, ma per decantare il suo primato in forza.  Chissà quante altre schiave come me si sono infatuate del proprio tormentatore, vedendo in lui una figura salvifica. Dobbiamo renderci conto della bassezza di essere bottino da guerra, futile merce di scambio. Il nostro carnefice non può essere l’unica salvezza che ci rimane. Dobbiamo trovare il modo di ribellarci a questa condizione umiliante, ma come? Non attraverso le armi perché, per via del loro burbero cuore non avremmo pari possibilità. Forse scappando alla ricerca di un futuro migliore?  Si, forse è la soluzione scappare, e affidarci ai numi celesti.

Briseide lentamente si alza e tende le braccia verso il cielo.

ATTO SECONDO

Mattina. Briseide dopo una notte insonne di preghiere rivolge l’ultima invocazione ad Apollo.

 BRISEIDE Io, come tua devotissima ancella, ti invoco, o Dio delle arti e della medicina, se mai hai sofferto pene d’amore, ascolta questo mio cuore lacerato, tanto distrutto quanto sincero.

Qualche dimesso singhiozzo interrompe la sua supplica.

BRISEIDE Come tu, o luminoso, non fosti ricambiato dall’amore carnale di Dafne, così io soffro per le menzogne di Achille che in realtà non ha mai corrisposto il mio sentimento. Infatti, fui la sua schiava e più volte a lui mi unii, ma scoprii di essere solo un suo effimero piacere. Ricordo con amarezza quelle volte in cui mi esortava con gentili parole ad uscire dalla tenda per poter accogliere il suo amato Patroclo. Ed io, in disparte, senza neppure una coperta per ripararmi dal freddo, con gli Achei che si facevano beffe di me, rimanevo ad attendere, per un tempo che sembrava essere infinito, il richiamo del mio carnefice. Adesso mi rendo conto di quanto vana e superflua fosse la mia vergogna di fronte alle urla dei combattenti: il vero disonore  è quello che mi arrecò Achille, preferendo la compagnia di Patroclo alla mia.

In nome di quel tormentato amore che lui stesso aveva vissuto e riconosciute le sofferenze della giovane fanciulla troiana, Apollo discese dal Parnaso, avvolto da una nube luminosa. Briseide, alla vista di cotanta luce fu costretta a coprirsi gli occhi.

APOLLO Mia fedele servitrice, i tuoi lamenti mi hanno commosso. Anche tu, come Criseide meriti la tua vendetta. Ai Greci non sono bastate le morti provocate dai miei dardi fatali.

BRISEIDE Sono grata della tua bontà d’animo e stupita della compassione che rivolgi verso un umile mortale.  O dio che porti l’arco d’argento, scaglia ancora una volta la tua ira contro questi tracotanti invasori. Presta particolare attenzione verso colui che ha preferito al profumo e alla morbidezza di una donna il sudore e il corpo d’acciaio di un uomo.

APOLLO Mia cara Briseide, ciò che mi chiedi è un’ardua impresa, poiché Achille dal piede veloce è stato immerso nello Stige dalla madre Teti. Tuttavia, il tallone non è il suo unico punto vulnerabile: egli si strugge per Patroclo come tu stessa notasti. Solo privandolo del suo amato compagno riusciremo a turbare l’imperturbabile figlio di Peleo. Ma tu, degna sacerdotessa di un dio clemente, non devi temere: verrai presto vendicata per affronto.  Al calar della sera una pestilenza di ratti invaderà l’accampamento greco e tu non dovrai far altro che cogliere il momento di confusione generale per scappare. Io ti aspetterò laddove sono attraccate le triremi nemiche. Adesso va, fanciulla dalla guancia graziosa, e non turbare oltre la tua anima. Chi ti ha offesa avrà quello che si merita. Le mie parole ti siano di conforto.

Queste furono le ultime parole del dio che se ne andò, portando con sé la sua immensa luce.

ATTO TERZO

Apollo mantiene la sua promessa e un’invasione di ratti ricopre il suolo fuori dalle mura della città, mentre Briseide attua la sua fuga.

BRISEIDE Il momento propizio è giunto, mentre gli occhi inorriditi degli stranieri sono occupati a fissare l’invasione delle bestie senza sapere come liberarsene, finalmente mi riprendo la mia libertà. Ecco il seduttore Achille, questa sarà l’ultima occasione per affrontarlo.

BRISEIDE Tu che ti credi superiore persino agli dei, voltati e guardami per l’ultima volta.

ACHILLE Come osi rivolgerti al tuo padrone ed amante con questo tono sprezzante. Non ho ancora trovato il modo di riscattare te, il mio bottino che mi spetta di diritto, da Agamennone.

BRISEIDE Non fingere che questa lontananza ti rattristi, stai indugiando perché preferisci startene disteso con il giovane Patroclo! E non provare a negarlo, è più che evidente.

ACHILLE Mia dolce Briseide, come puoi rivolgere proprio a me tali accuse? Io che ti ho accolto tra le mie braccia, quando, stremato, tornavo dai campi di battaglia. Tu confondi la compagnia del mio più fedele amico e compagno di armi, poiché sei accecata dalla gelosia. Torna in tenda e vai a ripararti dall’invasione.

BRISEIDE No, nelle vostre sudicie tende giammai ritornerò. Me ne vado, ancora una volta sottovalutate il potere di una sacerdotessa. Sono stata io ad invocare su di voi questa nuova sventura. Adesso che Ettore è morto ti credi invincibile, ma sappi che perirai sotto la rocca di Priamo, colpito in un punto che per te sarà fatale. Nello Stige raggiungerai le anime da te martoriate. Addio.

Nel momento in cui Achille stupefatto stava per replicare le parole della donna, sentì in lontananza la voce di Patroclo chiedere disperatamente aiuto. E Briseide sparì, inghiottita dal caos, compiaciuta dell’opera del divino Apollo.

ATTO QUARTO

Briseide arriva alle Triremi greche.

APOLLO Briseide, dalle guance purpuree, non hai più patria, né famiglia e sei stata coraggiosa a seguire le mie parole. Adesso non ti resta che venire sul Parnaso con me, lì potrai dimostrarmi la tua infinita gratitudine. Visto che ti sono venuto in soccorso per le tue sofferenze d’amore così tu mi appagherai, seminando attorno alla mia dimora un’infinità di allori che mi ricorderanno ogni giorno la mia amata Dafne. Ti dovrai prendere cura delle mie piante predilette e vivrai il resto della tua vita libera dal talamo nuziale.

Il blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino