«Mezzo disgustato, mezzo voyeur»: Primo Levi e l’ékphrasis di Aracne

Pur dovendo principalmente al mestiere di chimico e alla sua educazione liceale gran parte dell’ispirazione che gli permise di scrivere per quarant’anni (1), Primo Levi non fu completamente indifferente o estraneo all’arte. Lui stesso, in realtà, confessò le sue lacune nella Prefazione della Ricerca delle radici, quando si trovò ad osservare i risultati del dénouement (biografico-)letterario richiestogli dall’esperimento (2):

E ci sono infine, beninteso, lacune anche piú grosse, vuoti senza fondo, che sono vuoti miei, di una cultura autogestita, sbilanciata, faziosa, domenicale ed anche violentata: niente di musica, niente di figurativo, poco o niente dell’universo del sentimento. Tant’è, non potevo fingere di essere chi non sono. (RR: XI)

Indubbiamente curiosa come affermazione: poche pagine prima Levi si era giustappunto cimentato in un’ékphrasis estremamente importante, dalla quale si apprende un’informazione preziosa non soltanto per poter comprendere meglio la sua forma mentis ma – ancora più importante – per essere in grado di identificare l’intricato sfondo di stimoli provenienti dal suo lauto bagaglio culturale. Tramite una similitudine, invero, egli iconizza se stesso nell’atto di rovistare nella propria mente, intento a decidere quali autori far confluire nel volume:

A metà cammino mi sono sentito nudo, e in possesso delle opposte impressioni dell’esibizionista, che nudo ci sta bene, e del paziente sul lettino in attesa che il chirurgo gli apra la pancia; anzi, in atto di aprirmela io stesso, come Maometto nella nona bolgia e nell’illustrazione del Doré, in cui del resto il compiacimento masochistico del dannato è vistoso. (RR: IX)

Gustave Doré, partic. di Illustrazione 55 – Inferno – Canto XXVIII

“Amongst the works which struck (and stuck) forcefully in Levi’s poetic memory is the lavishly illustrated edition of the Divina Commedia with engravings by Gustave Doré” (Usher 2004: 101). La reminiscenza dell’incisione diventa un paradigma espressivo per Levi, che, memore dell’iconografia studiata durante il liceo o consultata durante l’infanzia (3), decide di esprimersi citando un’immagine proveniente da un’opera figurativa estremamente famosa nella storia della cultura italiana, sicuro che ogni suo lettore possa concretizzare istantaneamente grazie ai versi della Commedia (4). Dante si conferma, anche in questa sede, «dolcissimo padre» (Calcagno 2000): grazie alla conoscenza delle sue rime e alla perizia del lavoro di Doré, il chimico-scrittore riprende i passi del «dolce pedagogo» (Purg., 12, 3) per muovere i propri, staccandosi da lui ed avviandosi sul proprio sentiero. Ciononostante, «Non si può […] dire che l’arte o la descrizione di opere d’arte abbiano un’importanza decisiva nella narrativa e nella saggistica di Levi, il quale, fedele alla sua formazione classica, non attribuisce molta importanza a questo aspetto della cultura e dell’espressione umana; la sua sensibilità estetica si dirige invece verso il “mondo delle forme”, sia naturali che artificiali – gli insetti e gli oggetti tecnologici –, dimostrando così che la propria attenzione al bello è in stretto rapporto con gli interessi scientifici» (Belpoliti 2015: 199). Doré potrebbe sembrare un’eccezione, ma le parole di Belpoliti sono senz’altro corrette: la sua presenza nell’opera leviana non è così importante da risultare imprescindibile.

Purtuttavia, essa rimane di fatto una traccia da seguire, che, se interrogata correttamente, scopre dinnanzi a sé una coerenza trasversale, curiosa ed interessante all’interno dell’opera leviana. C’è, invero, un altro caso di ékphrasis fedelmente modellata sulle incisioni dell’artista francese: l’articolo Paura dei ragni, dell’Altrui mestiere (5), in cui Levi torna a citare le illustrazioni della Commedia (6), è un condensato di reminiscenze, ragionamenti ed ammissioni in cui l’incisione di Aracne viene chiamata in causa:

Quanto alla mia personale e tenue fobia, essa ha un atto di nascita. È l’incisione di Gustavo Doré che illustra Aracne nel canto XII del Purgatorio, con cui sono venuto a collisione a bambino. La fanciulla che aveva osato sfidare Minerva nell’arte del tessere è punita con una trasfigurazione immonda: nel disegno è «già mezza ragna», ed è genialmente rappresentata stravolta, coi seni prosperosi dove ci si aspetterebbe di vedere la schiena, e dalla schiena le sono spuntate sei zampe nodose, pelose, dolorose: sei, che con le braccia umane che si torcono disperate fanno otto. In ginocchio davanti al nuovo mostro, Dante sembra ne stia contemplando gli inguini, mezzo disgustato, mezzo voyeur. (AM: 721-722)

Gustave Doré, Illustrazione 93 – Purgatorio – Canto XII

Dopo aver citato Doré, Levi offre la sua ékphrasis: il commento ha un tono avvincente e mette in risalto la simbologia della scena in cui si rappresentano i versi di Dante (7). Addirittura sembra esserci, nelle parole di Levi, un picco di empatia: «dolorosamente» la fanciulla si sta trasformando, quasi come se chi osserva potesse sentire lo stridio prodotto dalla spasimante contrazione del suo corpo. La scena, comunque, si connota per il suo possibile significato erotico, fomentato dal punto su cui sembra posarsi il curioso sguardo del sommo poeta, che Doré rappresenta intento ad osservare il processo metamorfico. Anche gli erogeni «seni prosperosi» sono parte integrante della raffigurazione, di cui Levi non manca di cogliere il tono voyeuristico, facendosi voyeur del voyeur, irretito come Dante dal mutamento in atto. In realtà, il fiorentino non fa alcuna menzione dell’anatomia di Aracne, anzi sembra sviluppare per lei, più che disgusto, empatia: «sì vedea io te / già mezza ragna, trista in su li stracci / de l’opera che mal per te si fé» (8). Al corrente della sua storia, non poté che inserirla nella cornice dei superbi: la fanciulla «era così esperta nell’arte della tessitura che nemmeno Atena poteva competere con lei. Quando le mostrarono un mantello dove Aracne aveva intessuto scene d’amore tra gli olimpi, Atena lo scrutò attentamente per scoprirvi degli errori, e non trovandone alcuno lo lacerò furibonda. Quando Aracne, avvilita e atterrita, si impiccò a una trave, Atena la trasformò in un ragno (l’insetto che più le è inviso) e tramutò la corda in una ragnatela; Aracne vi si arrampicò salvandosi la vita» (Graves 1983: 54). Così venne trasformata, per analogia alla sua arte, in un ragno (anzi, ‘ragna’), dando nascita alla specie degli aracnidi. Questa versione del mito, la più diffusa, è quella raccontata da Ovidio, fonte comune sia di Dante sia – probabilmente – di Levi: mentre nel caso del primo questo rapporto intertestuale è pressoché fuor di dubbio, per il secondo l’onomastica divina è il solo dato che possa indicare la mitologia da cui la storia è stata attinta (9).

 

La figura dell’esperta tessitrice ritorna, citata letteralmente, nell’omonima poesia di Levi, in cui impersona l’io lirico. Qui la sua presenza è icastica (10): lei sola rappresenta per antonomasia tutta la sua specie, ed in particolare il sesso femminile, a cui il chimico-scrittore-poeta dà voce immedesimandovisi. Così, «Animals are one of the most interesting and all-pervading presences in Levi, often appearing at climactic or clinching moments, in his writing about Auschwitz and indeed in all his other works. They are present as metaphors, models and myths – in other words as language – but also as real presences, vivid objects of observation and interest, tools for understanding behaviour» (Belpoliti e Gordon 2007: 52). Lo si vede chiaramente nella poesia del 29 ottobre 1981, anch’essa «frutto di una curiosità insoddisfatta» (CI: 158) che fino ai suoi ultimi anni Levi tenterà di sanare:

Mi tesserò un’altra tela,

Pazienza. Ho pazienza lunga e mente corta,

Otto gambe e cent’occhi,

Ma mille fiere mammelle,

E non mi piace il digiuno

E mi piacciono le mosche e i maschi.

Riposerò quattro giorni, sette,

Rintanata dentro il mio buco,

Finché mi sentirò l’addome gravido

Di buon filo vischioso lucente,

E mi tesserò un’altra tela, conforme

A quella che tu passante hai lacerata,

Conforme al progetto impresso

Sul nastro minimo della mia memoria.

Mi siederò nel centro

E aspetterò che un maschio venga,

Sospettoso ma ubriaco di voglia,

A riempirmi ad un tempo

Lo stomaco e la matrice.

Feroce ed alacre, appena sia fatto buio,

Presto presto, nodo su nodo,

Mi tesserò un’altra tela. (AOI: 567)

«Lo sguardo che Levi getta sul mondo animale è quello di un cannocchiale rovesciato sul mondo umano: attraverso le peculiarità, gli aspetti biologici e i comportamenti degli animali intervistati, lo scrittore riesce a descrivere per contrasto il nostro mondo» (Belpoliti 2015: 253). Aracne diventa una valida chiave di accesso al mondo degli animali che Levi, sicuramente interessato al loro valore simbolico, sfrutta: «La cognizione scientifica gli permetteva di riconoscerne la natura e la storicità, di intenderli, di dialogare con loro. Nulla era inerte nel mondo per lui, nulla senza senso» (Mila 1997: 144).

Già dal 1976, 10 aprile, il chimico-scrittore aveva concentrato quella sua «tendenza di “naturalista”, di osservatore del mondo intorno a me» (Levi 1997: 96) (11) sui ragni: nell’articolo Lo scrittore e gli animali (poi confluito nell’Altrui mestiere sotto il nome di Romanzi dettati dai grilli, AM: 648-653), si era cimentato nell’analisi di questa specie, che definiva come «inesauribile sorgente di meraviglia, di meditazioni, di stimoli e di brividi» (AM: 651). Le lenti di questo caleidoscopio emotivo saranno quelle che si consolideranno nella meditazione sull’incisione di Doré e che lo accompagneranno nel corso di tutta la sua parabola letteraria, fino alla morte. Dunque «Il ragno è uno degli animali ambivalenti di Levi, ed è l’unico di cui dichiara di aver ribrezzo. […] è ammirato in quanto costruttore di ragnatele […] è anche l’immagine della morte» (Belpoliti 2015: 245), e soprattutto, come ben dimostra la poesia succitata, dell’éros, non alieno alla scena di Doré ed evidente nell’ékphrasis leviana. Se si considerano da vicino i termini impiegati nella descrizione delle membra, in particolare, sembra quasi di rivedere l’ombra della cruenta ed impudente contorsione di Aracne così come l’aveva vista il torinese, con ben evidenti i fuochi principali: le «otto gambe», le «fiere mammelle», l’«addome gravido», la libidinosa «voglia» che ubriaca ed il desiderio di «riempirmi ad un tempo / Lo stomaco e la matrice» (12).

Infine, «Tutti i motivi elaborati negli articoli e nelle citazioni sono compendiati nell’ultima storia naturale di Primo Levi, dedicata appunto a una ragna (al femminile) e pubblicata su “Airone” nel maggio del 1987» (Belpoliti 1997: 200), nella rubrica «Zoo immaginario. Le storie naturali di Primo Levi». Amori sulla tela (PS: 1685-1687) fa parte di quella «series of humorous dialogues and poems written in the final period of Levi’s life, in which animals and other organisms (bacteria, seagulls, giraffes, spiders, moles, mice, snails, etc.) are given voice to narrate and describe their lives and habitats» (Cicioni 2007: 145). Anche nell’ultimo periodo della sua vita Levi continua ad esercitare il suo occhio di naturalista, canalizzandolo tramite la sua dote letteraria e offrendo al lettore un prodotto utile e divertente. Qui veste i panni di un giornalista che, recatosi presso una «signora ragna», inizia a conversare con l’insetto. Dopo averle chiesto di spiegare perché stia sempre a testa in giù ed averla interrogata sull’arte della tessitura, giunge al punto saliente e la interroga circa la riproduzione ed i comportamenti di coppia:

Ora mi dica: corrono certe voci sul suo comportamento, diciamo cosí, matrimoniale … solo voci, intendiamoci, io personalmente non ho mai visto niente di riprovevole, ma sa bene, la gente mormora …

Lei vuole alludere al fatto che il maschio noi ce lo mangiamo? E tutto qui? Ma sicuro, ma certo. È una specie di balletto; i nostri maschi sono magrolini, timidi e deboli, neppure tanto bravi a farsi una tela come si deve. Quando sentono crescere il desiderio si avventurano sulle nostre tele, passo passo, incerti, esitanti, perché sanno anche loro come può andare a finire. Noi li aspettiamo: non prendiamo iniziative, il gioco è chiaro per tutte e due le parti. A noi femmine i maschi piacciono come le mosche se non di piú. Ci piacciono in tutti i sensi della parola, come mariti (ma soltanto per il minimo tempo indispensabile) e come alimento. Una volta che hanno adempiuto alla loro funzione per noi perdono ogni attrattiva salvo quella della carne fresca, e cosí, in un colpo solo, ci riempiono lo stomaco e la matrice. (PS: 1686)

Ritorna sulla scena il tema che monopolizzava la poesia Aracne, di cui questo dialogo-racconto è progene indiscusso. Forse, in filigrana, è ancora possibile scorgere quel curioso desiderio di comprensione che l’ékphrasis di Doré aveva innescato (13): i toni diventano qui molto più partecipati, più sciolti e colloquiali rispetto alle prime domande, invece più formali e contenute. Lo conferma la penultima battuta, prima dei saluti, in cui l’intervistatore si sbilancia in un’osservazione personale e leggermente irriverente, considerando e commentando la soluzione di alcuni ragni maschi che, per evitare di essere mangiati, saziano la fame delle loro compagne offrendo loro prede preparate in precedenza: «Mi sembra un sistema ingegnoso, e tutto compreso rientra in una certa logica. Anch’io, al loro posto, farei cosí, ma capisce, mia moglie ha meno appetito e un carattere piú mite; e poi i nostri matrimoni durano a lungo, a noi sembrerebbe un peccato accontentarsi di una copula sola» (PS: 1687). I costumi sessuali degli aracnidi esercitavano un fascino su di Levi già da Lo scrittore e gli animali, in cui affermava che erano «pieni di un loro tenebroso significato, che destano risonanze sorde nel profondo delle nostre coscienze di civilizzati» (AM: 651); ma non c’è da temere un giudizio negativo da parte sua, giacché più tardi, in Paura dei ragni, «ricorda ai lettori (e a se stesso) che “l’animale non può essere oggetto di giudizi morali, ‘ché di natura è frutto / ogni nostra vaghezza’; e tanto meno dovremmo essere tentati di esportare i nostri criteri morali umani ad animali tanto lontani da noi come gli artropodi” [AM: 719]» (Belpoliti 2015: 245). Un monito sincero, espresso con un prezioso rimando al leopardiano Passero solitario, che rivela quanto possano essere fragili i nostri tentativi di comprensione di ciò che è ‘altro’ rispetto a noi.

 

Note

(1) Le citazioni della bibliografia relativa a Levi ricorrono secondo i seguenti acronimi, succeduti dai due punti ed il numero delle pagine: AOI = Ad ora incerta, AM = L’altrui mestiere. Queste opere sono raccolte, rispettivamente nel secondo e nel terzo, in due dei tre volumi einaudiani delle Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino, rispettivamente 1988 e 1990. Esclusa da queste edizioni è RR = La ricerca delle radici. Antologia personale, Einaudi, Torino, 1981. Cito con PS la sezione Pagine sparse 1947-1987 del secondo volume di Primo Levi, Opere, a cura di Marco Belpoliti, 2 voll., Einaudi, Torino, 2016, pp. 1278-1782; con CI, invece, Primo Levi. Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino, 1997.

(2) «Nel 1980 Giulio Bollati propone ad alcuni scrittori dell’Einaudi di realizzare ognuno una propria antologia di letture destinata ai giovani che dovrebbe trovar posto nella collana “Letture per la scuola media”. […] Nel progetto iniziale, sottoposto a Primo Levi, Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Paolo Volponi e altri, il libro doveva essere composto di letture fortemente personalizzate: una proposta di scritti associata a un ritratto dello scrittore contemporaneo. / Il contratto per l’Antologia personale – questo il titolo provvisorio, che sarà poi adottato come sottotitolo – viene siglato nel giugno del 1980 e la consegna è prevista nel dicembre dello stesso anno. Subito dopo l’estate Levi, seguito da Guido Davico Bonino, suo editor, completa il suo lavoro e lo sottopone a Bollati accompagnandolo con una lettera conservata nell’Archivio Einaudi che, almeno nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto costituire la premessa al volume» (Levi 2016: 1785, vol. 2).

(3) Ian Thomson, uno dei biografi di Levi, rivela che Primo ebbe in eredità dallo zio Enrico, fratello del padre, un’edizione antiquaria della Commedia, corredata appunto dalle illustrazioni di Doré (Thomson 2002: 22). Segnatamente, com’è ben risaputo, lo studio di Dante fu fondamentale negli anni del liceo; lo affermò Levi nel 1985, parlando di Se questo è un uomo: «avevo davvero un bisogno patologico di scriverlo, trovai dentro di me una sorta di “programma”. E si trattava di quella stessa letteratura che avevo studiato piú o meno con riluttanza, di quel Dante che ero stato costretto a leggere alla scuola superiore, dei classici italiani e cosí via» (CI: 66).

(4) «Già veggia, per mezzul perdere o lulla, / com’io vidi un, così non si pertugia, / rotto dal mento infin dove si trulla. / Tra le gambe pendevan le minugia; / la corata pareva e ‘l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia. / Mentre che tutto in lui veder m’attacco, / guardommi, e con le man s’aperse il petto, / dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco! / vedi come storpiato è Maometto!» (Inf., 28, 22-31).

(5) Questa raccolta di articoli, pubblicata da Einaudi nel 1985, comprende «I testi di Levi comparsi tra il 1976 e il 1984 su “La Stampa”» (Levi 2016: 1820, vol. 2). Questi formano un compatto gruppo di elzeviri, come se «lo scrittore, a partire dalla fine degli anni Settanta, avesse tarato la propria scrittura su una particolare lunghezza d’onda, in modo tale che quasi tutti gli scritti pubblicati su “La Stampa” si collocassero in una banda d’oscillazione compresa tra un aspetto piú enciclopedico e uno piú narrativo» (Levi 2016: 1821, vol. 2), tipico di questa tipologia giornalistica.

(6) La datazione delle opere di Levi è di fondamentale importanza: se la Ricerca delle radici venne messa appunto tra il giugno ed il dicembre del 1980, l’edizione delle incisioni di Doré deve essere stata consultata sicuramente prima della lettera all’editore di cui dà notizia Belpoliti (Levi 2016: 1785, vol. 2), sottoscritta al 2 settembre 1980. Alcuni mesi dopo, il 17 maggio 1981, Levi scrisse Paura dei ragni (AM: 718-722), in cui citò la raffigurazione della metamorfosi di Aracne; in ottobre scrisse l’omonima poesia (AOI: 567), per verbalizzarla poi nel dialogo-racconto Amori sulla tela (PS: 1685-1687) il 9 novembre 1986. Dunque la rivisitazione del volume di Doré durante l’assemblaggio della Ricerca è di fondamentale importanza: senza di esso, forse, Levi non sarebbe incappato nell’incisione della «ragna» e non avrebbe prodotto questo compatto ed originale insieme di testi dedicati agli aracnidi.

(7) «O folle Aragne, sì vedea io te / già mezza ragna, trista in su li stracci / de l’opera che mal per te si fé» (Purg., 12, 43-45).

(8) Ben diverso è invece per Ovidio, che ne descrive la metamorfosi corporea con minuzia: secondo il suo racconto, Minerva asperse Aracne «con un succo d’ erbe / infernali, e subito, al tocco del funesto intruglio, / i capelli svaniscono, e con essi naso e orecchie, / la testa rimpicciolisce, tutto il corpo si riduce; / dai fianchi al posto delle gambe spuntano esili dita, / il resto è pancia: ma di qui essa rimette il suo filo / e, da ragno, torna a tessere tele come una volta» (Met., 6, 139-145; l’edizione di riferimento d’ora in poi è Ovidio 2009).

(9) In realtà, anche Virgilio, nelle Georgiche (4, 246-247), cita il mito di Aracne; non si può dunque esser pienamente certi riguardo a quale delle due lezioni Levi tenesse presente. Come nota Rosati, «Per il mito di Aracne (nome greco che significa “ragno”) non abbiamo riferimenti letterari anteriori all’età augustea ma il cenno ellittico di Virgilio, Geor. IV 246-7 (invisa Mineruae / laxos in foribus suspendit aranea cassis) è sufficiente a provare la sua notorietà nella cultura latina del I sec. a.C., cui sarà stato consegnato dalla letteratura greca d’età ellenistica (alla quale riconduce il gusto dell’eziologia […]). […] La fortuna di Aracne in età moderna si deve in ogni caso a Ovidio» (Ovidio 2009: 243).

(10) Nella sua minuta riscrittura del mito Levi sembra ricordarsi della lezione eziologica di Ovidio, che racconta del tentato suicidio di Aracne dopo l’ira della dea: «L’infelice non resse e di slancio si pose in un cappio. / Pallade ne ebbe pietà nel vederla appesa e la sostenne: / «Vivi, infame» le disse, «ma resta appesa, e l’identica / pena, affinché tu non stia in pace per il futuro, / tocchi alla tua stirpe e a tutti i tuoi discendenti!» (Met., 6, 134-138).

(11) Ricordo anche le parole di Belpoliti riguardo al rapporto tra animali e scrittura leviana: «In Levi il mestiere di scrittore è legato a una doppia vocazione: quella imposta dal caso della vita, il Lager, e quella cercata fin da ragazzo, il mondo degli animali; tanto da farci pensare che il mestiere di chimico, fonte dichiarata di molti suoi libri, non sia in realtà che una sottospecie del mestiere di naturalista, un naturalista che tratta gli elementi chimici come animali e gli animali come elementi chimici» (Belpoliti 1997: 190).

(12) Tengo comunque a ricordare che al di là della questione erotica analizzata in questa sede e della componente finzionale nei testi di Levi, era la ragnatela ciò che destava la sua ammirazione: lo conferma l’articolo Il segreto del ragno, del 9 novembre 1986 (PS: 1647-1649), in cui «lo scrittore passa da un argomento autobiografico a un tema chimico e scientifico, per chiudere con una riflessione naturalistica sui ragni ingegnosi» (Levi 2016: 1850, vol. 2). È proprio nel comprendere l’«industriosità del ragno» (Belpoliti 2015: 247) che lascia uno dei suoi commenti-ammonimenti più belli: parlando della ragnatela, osserva che «Nessun chimico è ancora riuscito a riprodurre un procedimento cosí elegante, semplice e pulito. Abbiamo sorpassato e violentato la natura in molti campi, ma dalla natura abbiamo ancora parecchio da imparare» (PS: 1649).

(13) Questo è il meccanismo di un rapporto intertestuale ed intersemiotico molto simile, che Rosati definisce nel suo commento alle Metamorfosi, 6 e che potrebbe ritrovarsi anche nei testi di Levi dedicati ai ragni e ad Aracne: «L’ékphrasis, infatti, in quanto lettura e interpretazione di un prodotto artistico (e sua traduzione da un medium espressivo a un altro, quello poetico, che entra in competizione a sua volta), costituisce spesso l’occasione per una riflessione, un rispecchiamento che l’opera descritta riverbera su quella che la contiene al suo interno» (Ovidio 2009: 245).

 

Bibliografia

Belpoliti, Marco (1997) “Animali”, in Riga 13. Primo Levi, a cura di Marco Belpoliti, Marcos y Marcos, Milano, pp. 157-209

Id. (a cura di) (1997) Primo Levi. Conversazioni e interviste 1963-1987, Einaudi, Torino

Id. (2015) Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda, Milano, 2015, PDF e-book

Belpoliti, Marco e Gordon, Robert S. C. (2007) “Primo Levi’s holocaust vocabularies”, in The Cambridge Companion to Primo Levi, a cura di Robert S. C. Gordon, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 51-66

Calcagno, Giorgio (2000) “Dante dolcissimo padre”, in Al di qua del bene e del male, a cura di Enrico Mattioda, FrancoAngeli, Milano, pp. 167-174

Cicioni, Mirna (2007) “Primo Levi’s humour”, in The Cambridge Companion to Primo Levi, a cura di Robert S. C. Gordon, Cambridge University Press, Cambridge, 2007, pp. 137-154

Graves, Robert (1983) I miti greci, Longanesi, Milano, PDF e-book

Levi, Primo (1987-1990), Opere, 3 voll., a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino

Id. (1997) “Conversazione con Alberto Gozzi”, in Riga 13. Primo Levi, a cura di Marco Belpoliti, Marcos y Marcos, Milano, pp. 91-101

Id. (2016) Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino, 2 voll., 2016

Mila, Massimo (1997) “Il sapiente con la chiave a stella”, Riga 13. Primo Levi, a cura di Marco Belpoliti, Marcos y Marcos, Milano, in pp. 144-145

Ovidio (2009) Metamorfosi, vol. 3 – libri VI e VI, a cura di Giampiero Rosati, tr. it. di Gioachino Chiarini, Mondadori – Lorenzo Valla, Milano

Thomson, Ian (2002) Primo Levi. A life, Picador, New York

Usher, Jonathan (2004) “«Libertinage»: Programmatic and Promiscuous Quotation in Primo Levi”, in Primo Levi: The Austere Humanist, a cura di Joseph Farrell, Peter Lang, Berna, pp. 91–116

Le traduzioni in arte delle “Città invisibili” di Calvino

L’articolo vuole mettere in luce il legame profondo che spesso si crea tra arte e letteratura. Viene qui preso in esame Le città invisibili di Italo Calvino, raccolta di racconti a cui si sono ispirati diversi artisti da tutto il mondo, traendone opere e progetti artistici. 

***

Nel 2006, in Calvino, Francesca Serra scrive che Le città invisibili vanta “due ingredienti che ne hanno fatto negli ultimi decenni un oggetto di largo consumo aforistico, da formula epigrafica buona per molti usi” (1). Gli ingredienti di cui parla Serra sono visionarietà e sogno, elementi che Calvino raccoglie dalle intense letture del Milione di Marco Polo nel 1960. Questi sono i semi da cui, poco alla volta, dopo una lenta germinazione, nascerà poi Le città invisibili, libro pubblicato in Italia nel novembre del 1972.

A distanza di quarantacinque anni quest’opera ha continuato ad ispirare ininterrottamente poeti, architetti, studiosi e artisti.

La città come elemento narrativo ha sempre avuto un ruolo importante nell’opera di Calvino. In molti suoi lavori la presenza di una città diviene quasi personaggio vivo. In La formica argentina e Nuvola di smog, ad esempio, la città è quel luogo in cui “si annida la figura del crollo e brulica il logoro nella sua forma biologica più inestirpabile e insensata” (2), per dirlo con le parole di Serra. In Giornata d’uno scrutatore è fondamentale la figura della “città-bubbone” incastonata nella “città-sana”. Una cosa simile accade in altri racconti, ad esempio in Avventura di una bagnante e L’avventura di un poeta, dove il paese assume le fattezze di un personaggio descritto nei minimi particolari e in dettagli confusi, a cui è affidato il compito di riportare a galla quella antica lotta, sempre presente in Calvino, tra la “città infera” e la “città cristallina”.

Lo stesso Calvino racconta che Le città invisibili non è un libro nato tutto in una volta, ma è nato per “accumulazione”:

Così mi sono portato dietro questo libro delle città negli ultimi anni, scrivendo saltuariamente, un pezzetto per volta, passando attraverso fasi diverse. Per qualche tempo mi veniva da immaginare solo città tristi e per qualche tempo solo città contente; c’è stato un periodo in cui paragonavo le città al cielo stellato, e in un altro periodo invece mi veniva sempre da parlare della spazzatura che dilaga fuori dalle città ogni giorno. Era diventato un po’ come un diario che seguiva i miei umori e le mie riflessioni; tutto finiva per trasformarsi in immagini di città: i libri che leggevo, le esposizioni d’arte che visitavo, le discussioni con gli amici (3).

L’autore, quindi, finiva per trasformare ogni aspetto del quotidiano in una città dalle strane forme e governata da dinamiche fuori dal comune. Tutto ciò che muove il racconto è l’idea di mettere al centro l’immagine di “una città interamente dedicata a una cosa sola […], che conosce un solo modo di essere. Si costruisce una situazione perfettamente blindata, per il gusto di mandarla all’aria con qualche evento o arrivo inatteso” (4). Il nodo fondamentale è questo: portare gli eventi e i fenomeni narrativi ad una esagerazione e amplificazione tale da renderli visibili. Nella quarta delle sue Lezioni americane, quella sulla visualità, l’autore spiega proprio questo concetto. Suddivide il processo immaginativo in due tipologie: il primo tipo di processo è quello che parte dalla parola e arriva all’immagine ed è caratteristico della lettura; il secondo processo segue la strada a ritroso, quindi parte dall’immagine e arriva all’espressione verbale, ed è tipicamente ciò che avviene nel cinema. Nella creazione dei suoi lavori Calvino solitamente percorre la seconda strada: parte dall’immagine visuale e da questa produce il racconto: “Sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé” (5). E ancora si sofferma sull’importanza della componente immaginativa, elemento fondamentale del processo creativo specificamente umano:

Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini (6).

Tutto il processo narrativo e immaginativo messo in piedi da Calvino funziona perfettamente, tanto che nella mente di alcuni lettori questi fenomeni divengono così nitidamente visibili e definiti da avere bisogno di essere espressi in altre e nuove forme. Questi lettori particolarmente recettivi percorrono a ritroso lo stesso percorso creativo dell’autore: partono dai racconti delle città e giungono, attraverso il processo immaginativo, alla creazione della propria opera d’arte. Il legame che si crea tra il libro e l’arte diviene intuitivamente esplicito rileggendo le parole di una delle tante conferenze tenute da Calvino in diverse università americane: “Il mio libro si apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste dalle città infelici” (7).

“Immagini” e ‘prendere forma’: sono parole che con grande semplicità rimandano alla dimensione artistica. A questa caratteristica del libro di Calvino si sono agganciati gli artisti Karina Puente e Colleen Corradi Brannigan, che si sono lasciati trasportare dalla forza immaginativa dei racconti dello scrittore, ne hanno tratto ispirazione e hanno ricreato le città invisibili calviniane in una nuovo forma, tutt’altro che invisibile.

Karina Puente è un architetto che vive a Lima. Amante di libri, disegno e città, ha deciso di unire insieme le sue passioni e di dedicarsi ad un particolare progetto: “55 invisible cities project”. L’artista-archietto estrapola dalla raccolta di Calvino le descrizioni delle città che la ispirano maggiormente e ne ricrea la complessità in disegni surreali. Per dar forma alle sue illustrazioni Puente non usa solo il disegno, ma lavora con diversi tipi di materiale cartaceo e matite, che poi ritaglia, sovrappone, mischia insieme su diversi strati per dare profondità all’opera.

Zirma, Karina Puente
Isidora, Karina Puente

Anche Colleen Corradi Brannigan dedica un’ampia fetta della sua vita artistica alle città invisibili. L’artista si avvicina all’opera calviniana molto lentamente, scoprendo il piacere di dare forma alle Città dopo molti anni di espozioni e lavori artistici di altra e varia fattura. La rivista spagnola «Suma+», che si occupa prettamente di matematica e materie scientifiche, ha definito “Straordinario il modo in cui Corradi interpreta le Città di Calvino incorporandone gli aspetti matematici di alcune di esse: la caratteristica urbana primordiale di Trude; la riproduzione di quello che in matematica si chiama inversione geometrica in Valdrada; la configurazione frattale tridimensionale di Pentesilea; la superficie elicoidale di Olinda” (8). Visitando la sua pagina internet  si possono trovare – e acquistare – tutte le sue opere. Colleen Corradi Brannigan realizza sculture, litografie, acquerelli, grafiche, olii e acrilici, donando alle Città una vasta gamma di forme di espressione.

Fillide, acrilico, Colleen Corradi Brannigan
Tecla, scultura, Colleen Corradi Brannigan

Sono tuttavia molti gli artisti che si sono lasciati ispirare dalla lettura de Le Città invisibili: da ogni parte del mondo e in stili completamente diversi e personalissimi, hanno provato a rendere in forma visuale le descrizioni delle città immaginate da Calvino. Questo a dimostrazione del fatto che le parole e le immagini, fuse assieme, creano una rete di connessioni e condivisione che travalica i confini geografici, sociali e artistici.

Zenobia

Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benchè posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.

Zenobia, Maria Monsonet
Zenobia, Colleen Corradi Brannigan
Karina Puente

Despina

In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare. Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli,pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancora slegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti,alle merci d’oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversa bandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pian terreno, ognuna con una donna che si pettina.Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui busto pendono otri e bisacce di frutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa a una lunga carovana che lo porta via dal deserto del mare, verso oasi d’acqua dolce all’ombra seghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrelle su cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po’ del velo e un po’ fuori dal velo. Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.

Despina, litografia, Colleen Corradi Brannigan
Despina, Ricardo Bonacho
Despina, Karina Puente

Ottavia

Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città – ragnatela. C’è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c’è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s’intravede più in basso il fondo del burrone. Questa è la base della città: una rete che serve da passaggio e da sostegno.Tutto il resto, invece d’elevarsi sopra, sta appeso sotto: scale di corda, amache, case fatte a sacco, attaccapanni, terrazzi come navicelle, otri d’acqua, becchi del gas,girarrosti, cesti appesi a spaghi, montacarichi, docce, trapezi e anelli per i giochi,teleferiche, lampadari, vasi con piante dal fogliame pendulo.Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge. ma non posso più chiamarla con un nome, né ricordare come potevo darle un nome che significa tutt’altro.

Ottavia, Maria Monsonet
Ottavia, Eda Akaltun
Ottavia, Rebecca Chappell
Ottavia, acquerello, Colleen Corradi Brannigan

Note

(1) Francesca Serra, Calvino, p. 329, Salerno, Roma, 2006.

(2) Ivi. p. 324.

(3) Italo Calvino, Le città invisibili, p. VI, Mondadori, Milano, 2016 (Einaudi, 1972).

(4) Francesca Serra, Calvino, cit., p.322.

(5) Italo Calvino, Lezioni americane, p. 90, Mondadori, Milano, 2016 (Garzanti, 1988).

(6) Italo Calvino, Lezioni americane, cit., p 94.

(7) Italo Calvino, Le città invisibili, cit., p. X

(8) http://www.cittainvisibili.com/

Bibliografia e sitografia

Calvino Italo, Le città invisibili, Mondadori, Milano, 2016 (Einaudi, 1972).

Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori, Milano, 2016 (Garzanti, 1988).

Serra Francesca, Calvino, p. 329, Salerno, Roma, 2006.

http://www.cittainvisibili.com/

Pigmalione, o apologia di una giovane sposa

La seguente composizione, scritta da Valentina Monateri,  racconta la storia ed il rapporto tra Pigmalione e la Statua di cui è caduto innamorato. Quest’opera è frutto di un progetto sulle riscritture di opere classiche come Le Metamorfosi e L’Iliade.

***

STATUA:
Ero l’arte che nell’arte si cela.
Ora sono donna e carne vera.
Dice sempre che l’arte è come me:
Viva un bel giorno, senza un perché.
Lui mi istruisce e mi spiega la vita,
È convinto di avermi capita,
Di conoscere la donna perfetta,
Colei che ha pace, lei che aspetta.
Lui pensa: “Tu sei lì che aspetti me”,
E davvero son corpo appoggiato
– Come mobilia nella grande casa –
Per anni e anni io ho pensato
Di essere la più felice sposa.
Passo scalza sul freddo pavimento
E leggo i romanzi che mi ha dato,
Amo le eroine che son fantasia
E giorno per giorno sento lui dire
Che il mio corpo è pura poesia.
Io sto qui e aspetto il Natale
– Qui leggo i romantici inglesi –
Non so bene cosa desiderare,
Forse giorni pieni di avventura…
Ma si sa, son stupida, un po’ lenta
– Io ho il cervello in pietra dura –
Dice: “Se istruita, sarai contenta”.

PIGMALIONE:
Guardatela lì: sempre si lamenta.
Rientrato a casa trovo te, sposa,
Che premurosa dovresti soltanto
Accogliermi e assistermi in casa.
Non chiedo molto, dopotutto, dài,
Son gentiluomo a tutti gli effetti,
Non chiedo molto dopotutto, sai,
Ho aperto la tua mente ai concetti.

STATUA:
Tu fai l’errore di credermi tua,
Caro, tu non conosci la vera Natura:
Tu credi ch’io sia una tua creatura.
Come Creatore dalla tua altura
Ti sei illuso di dar forma alla vita
-Diversa da ciò che hai tra le dita-
Così diversa da ciò che tu credi,
Così imprevedibili e segreti
Sono tutti i suoi movimenti.
È stata un’illusione pensare
Che ciò che è e ha ragionamento
Veramente si potesse educare,
Che ciò che ama e ha turbamento
Non desideri amore e amare.
Ma lo sai: la vita tu non l’hai compresa,
Nonostante tu abbia tanto letto.
Siamo qui noi due, moglie e marito
Già legati nel connubio perfetto,
Eppure ti dico caro, quest’anno,
Quando qui noi vivremo il Natale,
Fissando le stelle, gli dei che vanno,
Io oserò poter desiderare.
Al cielo per commuoverli ardita
Esprimerò il segreto desiderio:
Forse per la mia forma di vita
– Imparando da te, senza criterio –
Chiederò una nuova forma,
Forse chiederò un nuovo amore
E farò ciò che sfugge alla ragione.
Tu questo non lo avevi previsto,
Tu hai osato crederti un dio,
Tu hai osato poter pretendere
La pura potenza della bellezza.
Ma ora la bellezza ti insegna
Che non tutto è poi prevedibile;
Ora la pura e bella forma dice,
A te che apri la mia fantasia,
Che esiste il caos dopo l’armonia.
La verità è che è poco sacro
Amare una cosa, un simulacro,
E desiderare l’inanimato.
Creatore hai confuso i confini
Di tutta la tua enorme distesa,
Come se proprio tu non lo sapessi
Fino a dove la terra è stesa
E fino a dove arriva il mare,
Quanto in là la vita può arrivare,
E dove regna solo l’irreale.

PIGMALIONE:
È così che si rimprovera un “dio”?
Così ci si inizia a insuperbire?
La tua forma è quanto amo io,
E questo è facile da capire,
Ma amo anche questa donna distruttiva,
Io amo colei che è prova viva
Di una vita vissuta come sogno,
Rara come i frutti di cotogno.0
Sì, io voglio tutti i tuoi turbamenti
E voglio la verità della cosa
Perfetta e unica che tu sei,
Voglio l’ordine dei tuoi sentimenti.

STATUA:
Io credo tu sogni l’impossibile,
Io credo, sai, sia irraggiungibile,
La meta che stavamo cercando.
Conosci la forma che mi stai dando,
Mentre io, vedi, la voglio creare:
Ami la donna che è qui a parlare,
Mentre io la sto ancora scoprendo.
Allora, per risolvere, ti chiedo
Per Natale mi farai un regalo:
Che questa terra che posso essere
Resti sempre pura e intoccata,
Che nessuna pianta sia calpestata,
Così che tu impari a capire
Come guardare una sponda fiorire,
Così che tu impari a credere
In una terra solo da vivere.

Alle “Soglie del visibile”: intersezioni fra letteratura e fotografia

Centro Studi Arti della Modernità | Centre for Comparative Modernisms organizza la Conferenza Internazionale “Borders of the Visible. Intersections between Literature and Photography”, che si terrà nei giorni di mercoledì 15, giovedì 16, venerdì 17 e sabato 18 novembre a Torino, tra il Palazzo del Rettorato, il Circolo dei Lettori, Palazzo Badini e la Cavallerizza Reale. Il programma dettagliato, con indicazione di orari e sedi di svolgimento degli interventi, è reperibile al seguente link:

http://centroartidellamodernita.it/wp-content/uploads/2012/11/CSAM-Borders-of-the-Visible-Programme-20-Oct-2017.pdf.

Per informazioni scrivere a info@centroartidellamodernita.it.

Riscrivendo Shakespeare: i Sonnets dalla poesia al teatro

Qui allegato il file contenente il prodotto finale del seminario Riscritture dell’a. a. 2017-2018, incentrato sul tema La bellezza in Shakespeare: Venus and Adonis, The Sonnets: fonti e confronti nell’ottica del corso Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

seminario Riscritture – Sonnets di Shakespeare

Le Metamorfosi di Ovidio e la riscrittura del mito

Qui allegato il file contenente il prodotto finale del seminario Riscritture dell’a. a. 2016-2017, incentrato sul tema Narrazioni delle origini: le Metamorfosi di Ovidio e le loro riscritture nell’ottica del corso Letterature comparate B, mod. 2, prof.ssa Chiara Lombardi.

seminario Riscritture – Metamorfosi di Ovidio

“Continuare a imparare”: intervista a Salvatore Renna

Salvatore Renna, dottorando presso le Università di Bologna e dell’Aquila, ci racconta “gioie e dolori” dell’accesso in dottorato.

***

Dove stai seguendo il tuo corso di dottorato? Trovi che ci siano differenze tra i programmi di dottorato dei diversi atenei italiani?

Sto seguendo il mio dottorato in Letterature comparate tra l’Università di Bologna e l’Università dell’Aquila. Non credo ci siano notevoli differenze tra i diversi dottorati in Italia. Mentre queste sono enormi rispetto ad altri paesi non solo europei ma anche rispetto agli Stati Uniti (durata, attività didattiche ecc. ecc.), tra i corsi di dottorato italiani le diversità si giocano tutte sui corsi offerti ai dottorandi dall’Università (molto spesso ad hoc, come l’insegnamento di lingue straniere specificatamente per l’ambito accademico o corsi di scrittura scientifica), la quantità di ore obbligatorie da spendere in missioni di ricerca (essenzialmente convegni) o corsi di laurea magistrale da seguire, e obblighi di consegna intermedi di capitoli della tesi (in alcuni dottorati bisogna, per esempio, ultimare il primo capitolo entro il primo anno, in altri il secondo capitolo entro il secondo anno mentre altri ancora non hanno alcuna consegna sino alla definitiva chiusura della tesi).

Quali sono le differenze rispetto ad un corso di laurea magistrale?

Le differenze sono molte e profonde. In primis le ore di didattica sono, con le menzionate differenze, infintamente inferiori a quelle di qualsiasi corso di laurea: la maggior parte del lavoro consiste nello sviluppo del proprio progetto di ricerca, condotto per la gran parte in solitaria. Non mancano certo incontri, spesso di altissimo livello: lezioni da parte di docenti della propria facoltà e di altre Università solo per i dottorandi e convegni a cui, solitamente, non si partecipa durante i corsi di laurea. Queste sono occasioni importanti soprattutto per quanto riguarda la metodologia della ricerca: offrono spunti, prospettive diverse e allargano orizzonti che rimarrebbero ristretti se si lavorasse unicamente in una torre d’avorio. Al contempo, però, il grosso della ricerca va compiuto da soli con l’aiuto del proprio tutor e, a differenza degli esami universitari, la ricerca della bibliografia, il suo studio e il continuo aggiornamento sono lasciati interamente ai dottorandi: da studenti si cerca di diventare studiosi.

Che cosa ti ha spinto a fare domanda?

Innanzitutto una grandissima passione: questa dev’essere sempre il primo motore, perché altrimenti la quantità di lavoro diventa difficilmente gestibile e forse lo studio in sé perde di senso e qualità. L’idea di continuare a studiare e approfondire mi stimolava molto e un corso di dottorato mi sembrava l’occasione migliore per provare a farlo.

Secondo quali criteri hai scelto il tuo corso di dottorato?

In base a due elementi: le linee di ricerca dell’Università e il tutor. Le prime, solitamente pubblicate nei bandi, sono importanti per capire non solo se il proprio progetto possa interessare e quindi essere accettato, ma anche per lavorare in un ambiente stimolante a arricchente. In questo senso è anche molto importante immaginare un possibile tutor che abbia compiuto studi su ambiti perlomeno vicini a quello in cui si pensa di lavorare e che possa ragionevolmente seguire la ricerca. Il dialogo e il rapporto col docente di riferimento sono infatti tra i fattori più importanti per la propria crescita intellettuale e per compiere un buon lavoro nei tre anni.

Come prepararsi per l’esame d’accesso?

Essendo il dottorato in letterature comparate e critica letteraria, ho cercato di prepararmi su testi abbastanza generali, in modo da poter aver un discreto quadro generale su cui orientarmi in sede d’esame. A posteriori posso però dire che il un buon 80% delle competenze utilizzate nell’esame le avevo acquisite durante i 5 anni di corsi universitari.

In che cosa consisteva l’esame?

L’esame consisteva di uno scritto e un orale. Il primo era di carattere piuttosto generale e permetteva a tutti, nonostante le diverse specializzazioni, di poter avere qualcosa di sensato da dire. Superato lo scritto da circa il 15% dei partecipanti, l’orale verteva maggiormente sul progetto di ricerca. La commissione valutava generalmente il suo grado di innovazione, se fosse un argomento su cui si aveva già una certa consuetudine (spesso sono infatti proseguimenti di studi iniziati con la tesi magistrale) e quanto si fosse preparati sulla bibliografia, oltre al grado di motivazione nel presentare il progetto e nell’intenzione di proseguire la ricerca. L’ultima parte dell’esame consisteva in un breve accertamento della conoscenza di una lingua straniera, scelta dal candidato (inglese, francese, tedesco o spagnolo).

Avevi esperienze pregresse di pubblicazioni o collaborazioni di valore scientifico?

No, mi ero laureato da circa due mesi e non avevo ancora alcuna esperienza di pubblicazione scientifica.

Quali aspettative nutri su questo dottorato?

A costo di risultar banale, credo che l’aspirazione più grande sia quella di continuare a imparare e conoscere: senza questa profonda e sincera curiosità credo che nessuna ricerca autentica sia possibile e si corra invece il rischio di un’erudizione fine a sé stessa. Oltre a ciò, spero di condividere il più possibile- con docenti più esperti, colleghi e studenti- i miei studi e le mie idee: insieme alla curiosità, sono il dialogo continuo e la condivisione del sapere a stimolare e a dare senso a un percorso di questo tipo.

E per il futuro?

Domanda difficile, ma credo che continuare a studiare cercando di comprendere in profondità, mettere in comune idee e punti di vista ed essere a mia volta spinto in territori inesplorati potrebbero essere le componenti adatte per essere felici vivendo immersi nella letteratura (e non solo, come la buona comparatistica insegna).

Recalling Warwick: l’esperienza di Barbara

Barbara, neolaureata in Culture Moderne Comparate, racconta il suo Erasmus a Warwick, cittadina situata nel cuore dell’Inghilterra.

***

Barbara, Anna, Annagiulia e Luca a Warwick

In questi giorni post laurea di noia e di domande, mi sono messa a fare pulizie in camera mia. Tra i cumuli di polvere e gli scontrini della panetteria ho trovato due cose: il mio “dossier dell’Erasmus”, una busta piena di tutta la carta che ho portato dall’Inghilterra, e il mio diario di quei giorni. In realtà sapevo benissimo dove fossero entrambe le cose, ma la maggior parte del tempo fingo non esistano per paura di quello che rappresentano.

Continua la lettura di Recalling Warwick: l’esperienza di Barbara

In viaggio con Ryszard: la mia esperienza in Polonia

Quando all’alba del terzo anno di triennale decisi di lanciarmi e fare richiesta per l’Erasmus stilai una breve lista dei posti papabili. Mi prefissai di fare un po’ di ordine prima d’inoltrarmi nel mondo della mobilità internazionale, ma credo di aver saputo fin dal principio che la meta prescelta doveva in qualche modo inserirsi con coerenza nella storia delle mie passioni (od ossessioni, nel mio caso la distinzione è molto labile). A primeggiare nella lista s’è imposto subito un nome: Varsavia.

Fin dagli anni del liceo ho nutrito un sincero amore per le culture slave, coronato da numerosi viaggi in quelle terre. Della Polonia conoscevo Cracovia, ma non Varsavia: in effetti la capitale polacca me l’ero figurata solo attraverso i libri -e nella fattispecie assumeva il più delle volte le fattezze del ghetto: in tal senso è testimonianza irrinunciabile il diario di Mary Berg, pubblicato da Einaudi col titolo Il ghetto di Varsavia. Diario (1939-1944).

Nel corso poi dei miei studi universitari la Polonia ha sempre fatto prepotentemente capolino, dalla scoperta di Wisława Szymborska attraverso l’avanguardia teatrale di Jerzy Grotowski fino alle affascinanti prese dirette sulla realtà di Ryszard Kapuśiński. È stato proprio questi, con l’abilità propria di chi pratica il proprio mestiere con un profondo surplus d’emotività e passione, ad avermi insinuato il dubbio che forse, proprio per la tortuosità della loro storia, i polacchi sono naturalmente votati alla narrazione, spesso introversa ma sorprendentemente verace.

Che poi ero ben cosciente delle perplessità diffuse tra i più sull’”attrattività” del clima, sul tenore di vita e sulla desolazione della facies urbana -e ammetto di averci rimuginato sopra anche io: in fin dei conti l’Est Europa lo avevo frequentato da semplice turista, in qualche modo stuzzicata dall’immota lontananza di quei Paesi eppur così vicini a noi.

Poi in quei giorni di vaglio ripresi in mano Il cinico non è adatto a questo mestiere: conversazioni sul buon giornalismo, sempre di Kapuśiński, e sulla scorta d’inevitabili associazioni ecco davanti a me il biglietto d’andata: il pregiudizio non è adatto a questo viaggio. Ho pensato che vivermi per sei mesi quell’Est mi avrebbe permesso di vedere se, rimosso dallo spazio vagamente “esotico” in cui lo avevo collocato, avrebbe acquisito volto e voce diversi. Me ne convinsi, e Varsavia rimase la prima della lista.

L’APPRODO A VARSAVIA

Il punto fondamentale da cui partire per affrontare la Polonia è smantellare tutta l’accozzaglia di preconcetti, quasi superstizioni che vi orbitano attorno. Là non sono tutti inclini all’alcolismo, non si soffre un freddo subpolare e l’atmosfera non è (sempre) grigia e opprimente. Varsavia si trova nel voivodato (provincia) della Masovia, nella parte centro-orientale del paese, sorge in riva alla Vistola ed è spesso coperta di neve: questo fa sì che il clima sia tendenzialmente rigido, ma ovunque i luoghi al chiuso sono riscaldatissimi. Questa discrepanza tra il dentro e il fuori in realtà costituisce un vantaggio: le traversate all’aperto diventano molto più sopportabili in prospettiva della tappa al chiuso. Anche i mezzi pubblici (incredibilmente efficienti e puntuali) sono dotati di riscaldamento. Muoversi, quindi, non è impossibile e certamente non si rischia l’ibernazione.

Essendo partita a settembre per fare poi ritorno a febbraio mi ero ben equipaggiata contro il freddo, ma ben presto si capisce che un abbigliamento “a cipolla” è il più funzionale e così vestirsi la mattina diventa molto più semplice. I mesi di settembre e ottobre poi sono ottimali per recarsi a Varsavia, quando l’”autunno dorato” (złota jesień) trasforma Parc Łasienki in una festa di caldi colori, accarezzati anche da temperature piacevoli.

Sicuramente non si può rimanere indifferenti di fronte alle file di piccoli empori 24h che vendono alcolici. Sul fatto che i polacchi amino la vodka e che sia vanto nazionale ci sono pochi dubbi, ma questo non cancellò lo stupore dal mio viso quando, appena entrata nello studentato in cui avrei alloggiato, la signora delle pulizie mi offrì un bicchierino di vodka alla nocciola. E se sei italiano, ancor meglio: i polacchi nutrono una spiccatissima simpatia per il nostro popolo. Basti pensare che Bona Sforza, figlia di Gian Galeazzo e Isabella d’Aragona, fu regina di Polonia dal 1518 al 1556 e introdusse nella cucina polacca il mazzetto di odori composto di sedano, porro, prezzemolo e carota da utilizzare per il brodo. Lo chiamano włoszcyzna, “roba italiana”…e non c’è pasto polacco senza un poco di brodo o zuppa. Mi accorsi dunque molto rapidamente che in quanto studentessa italiana godevo di qualche occhiata d’approvazione in più (ma ero anche oggetto di grandissime aspettative, ben presto deluse, sulle mie doti culinarie…).

DALL’UNIVERSITÀ AI PIEROGI

Prima ancora di gettarsi per le varie ulicach della città avanza imperterrito lo scoglio più grande: la lingua. Notoriamente ostico e a primo impatto ben poco comunicativo, il polacco va saputo almeno pronunciare, altrimenti diventa difficile anche solo dire il nome della fermata del tram a cui si deve scendere. Il dramma aumenta quando ci si accorge (e ciò accade subito) che solo gli under 30 parlano inglese. La stragrande maggioranza della popolazione non ne sa neanche una parola, e non bisogna farsi troppe illusioni in merito: di fronte allo straniero non si sforzeranno di farsi capire. Ricorrere ai gesti diventa inevitabile, e di solito nei negozi funziona: nelle banche e nelle poste è bene munirsi di dizionarietto.

Nelle Università la musica cambia decisamente. Lo studente Erasmus è seguito per mano dall’inizio alla fine (in inglese, naturalmente). Lo zelo e l’operosità delle segreterie e dei servizi universitari in genere mi ha sbalordito, soprattutto perché in Italia la trafila si è rivelata lunghissima e farraginosa tanto prima quanto dopo la partenza. I corsi (tenuti in inglese) hanno temi e argomenti molto specifici, lasciando dunque ampio spazio all’approfondimento e alla ricerca. Ciò è facilitato inoltre dal metodo di valutazione, dall’impronta molto anglosassone: lo studente è tenuto a seguire le lezioni, spesso seminariali, e vengono esaminati man mano che i corsi vanno avanti attraverso la scrittura di papers, relazioni orali e lavori di gruppo (di solito durante la sessione d’esame bisogna solo sostenere un test a domande aperte o a crocette). Ho trovato questo metodo molto valido e produttivo, perché lo studente partecipa attivamente e non dimenticherà ciò su cui ha lavorato.

Da queste prime tiepide aperture per me è stato un dischiudersi di mondi inattesi, e non solo tra le mura di scuola. Per vivere in questi Paesi la chiave è la curiosità –e allora ti torna in mente che in effetti Chopin, Marie Curie e Copernico erano nati in Polonia e vedrai che nel centro di Varsavia c’è un museo dedicato a ciascuno di loro; scopri che l’arte contemporanea è uno dei cardini dell’espressività polacca; sonderai l’universo ebraico nel maestoso museo POLIN; ti accorgerai che oltre a patate e crauti si mangiano i pierogi (ravioli tipici ripieni di carne, funghi o formaggio)…e dovrai ammettere che sono parecchio buoni.

“PATRIA MIA! TU SEI COME LA SALUTE…”

L’aspetto economico si rivela essere fin dall’inizio il più vantaggioso. La moneta in vigore è lo złoty, il cui valore equivale approssimativamente a un quarto di euro. Ecco dunque che tutto diventa molto più accessibile rispetto all’Italia, dagli affitti alla spesa al supermercato fino alla vita notturna. Anche da questo punto di vista la Polonia non si è rivelata deludente: di locali ce ne sono moltissimi, caratterizzati tutti da un’impronta molto occidentale, e questo mette in luce un aspetto fondamentale della Weltanshauung polacca: la loro visione di noi. Dagli anni dell’Indipendenza a questa parte i polacchi hanno sempre dovuto confrontarsi con la spinta all’omologazione e l’insopprimibile attaccamento alla loro identità, da sempre tacitata e messa a repentaglio (e riecheggiano qui le sconsolate parole di Adam Mickiewicz, maestro della poesia romantica: «Patria mia! tu sei come la salute/Quanto ti si deve apprezzare, può solo testimoniarlo/Chi ti ha persa. Oggi la bellezza tua nei suoi ornamenti tutti/Vedo e descrivo, poiché a te anelo»). Infatti a livello di concezione di abbigliamento, vita sociale, impostazione della cultura giovanile la Polonia cerca sempre più di affiancarsi ai Paesi centrali, come a voler cercare un riscatto laddove le dinamiche storiche non l’hanno concesso. Ma quello polacco è anche un popolo estremamente leale con se stesso, innamorato della propria cultura e tuttavia ancora coperto dei lividi della Storia: la loro proverbiale ruvidità e lo smodato rigore delle loro istituzioni si sono costituite nel tempo come baluardi di difesa, e questo rapidamente conduce alla diffidenza verso lo straniero se non proprio all’astio. Ecco perché la generazione più giovane mostra un’apertura diversa: non ha fatto esperienza diretta della dominazione, di un socialismo non troppo reale e di mortificazioni ancora brucianti. Vi è una sorta di schizofrenia nel cuore polacco e ne è specchio riflettente la stessa conformazione del territorio: a città rigogliosamente rimessesi in piedi come Cracovia, Varsavia, Danzica, Breslavia e Poznan si affiancano i melanconici massicci dei monti Tatra, il buio di tanti paesi ancora arretrati e depressioni vallive con paludi, torbiere e foreste. Viaggiare in Polonia, dunque, diventa fondamentale per toccare con mano questo stato di cose -e visti i prezzi e la comodità dei mezzi con cui si può farlo, diventa d’obbligo almeno provarci.

(RI)SCOPRIRE L’EST EUROPA

Per capire Varsavia e la Polonia tutta bisogna dare una spallata ai pregiudizi. Questo compito spetta specialmente al viaggiatore che intende vincere l’ultimo resto d’irrazionale e sceglie consapevolmente di esperire la forza immensa di questo Paese. La sua capitale è generosa, seppur facilmente suscettibile; la sua anima storica e culturale è protetta con cura dagli abitanti, per i quali la Polonia vive soprattutto dentro di loro. Ho riflettuto spesso, in quei brevissimi giorni di luce a Varsavia, sulle antinomie di questa nazione, efficiente ed irrisolta insieme: ma si può giungere ad una coerenza, quando si è appena risorti dalle proprie ceneri?

In definitiva, l’opinione formata direttamente sul campo butta giù ogni barriera, perché alla fine per la maggior parte delle persone (anche noi più a Ovest) il mondo reale finisce sulla soglia di casa. Ogni resistenza, quando si tratta di “intraprendere” il mondo, dovrebbe essere acquietata. La Polonia mi ha convinto più che mai di questo –e il mio viaggio si è chiuso di nuovo con la saggezza di Kapuśiński: «Il nostro mondo, in apparenza globale, in fin dei conti non è che un pianeta con migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai».

Continua la lettura di In viaggio con Ryszard: la mia esperienza in Polonia

Il blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino