Ultime lettere al di là del mare

Alessandro Santoni in questo suo racconto, seguendo lo schema narrativo della canzone “Stan” di Eminem, riscrive, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022, le ultime lettere tra Didone ed Enea, quest’ultimo in quanto giovane emigrato giunto in Italia.
Eminem – Stan (Long Version) ft. Dido – YouTube

“Solo puoi immaginare il dolore che provavo quando ti pensavo sul tuo gommone trasportato verso l’oblio e la morte dalle onde di quel mediterraneo diventato come un nuovo acheronte.”

*

Lettera 1 
Caro Enea,
Ti ho scritto, ma tu non mi hai ancora chiamato. Ti ho lasciato il mio numero al fondo di tutte le lettere che ti ho inviato, ma forse non ti sono mai arrivate. Probabilmente c’è stato un errore all’ufficio postale o qualcosa del genere. Forse, per via dell’emozione del nostro amore che fa tremare questa mia mano, ho scritto male il tuo indirizzo. 
Ma ora chi se ne frega. Come stai mio amore? Sono passati ormai un paio di mesi da quando, anche se contro la mia volontà, hai intrapreso il tuo fatidico viaggio per le misteriose acque del mediterraneo.  Com’è andata l’attraversata? Sei arrivato sano e salvo in Italia? Hai fatto richiesta d’asilo? Hai trovato lavoro? Oh… scusami per le troppe domande, ma sai, le emozioni e le ansie sono troppe e l’attesa di una tua risposta mi strugge.
Non sai quante notti insonni ho passato pensando al tuo viaggio. Solo puoi immaginare il dolore che provavo quando ti pensavo sul tuo gommone trasportato verso l’oblio e la morte dalle onde di quel mediterraneo diventato come un nuovo acheronte. Fu il nostro amore a salvarmi dalla disperazione e ancora oggi esso è per me come la luce di un faro per un naufrago disperso in un oceano di timori e paure.
Ripenso a noi ogni giorno ed ogni notte.
In attesa di una tua risposta, 

La tua fedele e innamorata Dido.

Lettera 2 
Caro Enea, non hai ancora risposto alle mie lettere. Non sono arrabbiata, so che sei sommerso dagli impegni. Sono solo molto triste e questo tuo silenzio mi sconforta.
In questi giorni volevo pure darti una bella notizia… sono incinta. Lo so che è una cosa splendida, ma la felicità fatica a fiorire nella situazione che sto vivendo. Qui è tutto uno schifo: mio padre sta cercando di programmare il mio matrimonio con qualche altra nobile famiglia e mio fratello mi tiene segregata in camera allontanando con la violenza ogni mio pretendente non desiderato.
Le uniche due cose a tenermi in vita e a darmi un po’ di conforto e speranza in questi giorni sono la presenza di mia sorella Anna e il tuo ricordo, che, come vedi ancora non mi abbandona. 
Ricordo ancora alla perfezione il nostro primo incontro: rifugiati nella stessa grotta sulla spiaggia, per sfuggire da un temporale, ci mettemmo a parlare per ore.
Mi parlavi della tua vita passata e della fuga dalla guerra. Mi parlavi dei tuoi progetti e dei tuoi sogni. Volevi volare lontano come il vento. Dicevi che l’Italia era il posto giusto per iniziare una nuova vita.
Il tuo volto si illuminava quando parlavi di ciò e quella luce, che compariva nei tuoi occhi, ben presto mi conquistò.
Il cielo non fece in tempo a smettere di piangere che tu e le tue parole mi avevate già catturata.
La tua voglia di libertà e la tua voglia di prendere in mano la tua vita, di costruire il tuo destino, mi fecero provare nel medesimo istante una sensazione di invidia e ammirazione indescrivibile. 
Oh… dovevo seguire le tue parole e la forza del nostro amore, invece, le mie radici e la mia terra, mi hanno tenuta ferma qua. Intrappolata in una gabbia dal quale non posso uscire.
Da quella spiaggia, però, tu sei partito, leggero come una foglia al vento, ed io ora resto qui come un albero impossibile da sradicare. 
Hai compito il tuo destino, anche senza di me.
In attesa di una tua risposta, 
La tua triste e sola Dido.

Lettera 3 
Caro signor-sono-troppo-impegnato-per-scriverti, 
la vita qua è una merda e tu peggiori tutto.
Ma la verità è che non ce l’ho neanche con te.  È con la mia lurida e sporca terra che sono arrabbiata. 
Sono disperata Enea e sto pensando di farla finita. Le mie lacrime bagnano queste poche righe che forse tu non riceverai mai.
Il nostro amore e soprattutto il suo frutto, che porto dentro al mio ventre, sono stati un enorme errore. 
Esso mi ha sedotta ed illusa. 
Esso mi ha dato la speranza di un futuro che non vivrò mai. 
Il mio matrimonio forzato ormai è alle porte e se si dovesse scoprire del mio bambino io verrei uccisa.
Preferisco fare di mano mia questo estremo gesto.
Credevo che il nostro amore potesse essere superiore a tutto, ma non è riuscito nemmeno a piegare il tuo desiderio di fuga e ora come potrà  vincere la mia morte? 
Tu per me, Enea, sei stato come la visione del cielo stellato. 
Tu eri bellissimo e unico, ma proprio come le stelle so benissimo di non poterti raggiungere… non più.
Tu sei l’unico uomo che ho mai amato e ti amerò per sempre.
Ma tu hai fatto il viaggio verso il tuo destino e ora sono sola senza te.
Ora sono sulla spiaggia del nostro incontro e del nostro addio.
Ora in mano il coltello che mi regalasti.
Ora le fredde lacrime mi lavano il viso.
 Ora la lama fredda.
Ora il caldo sangue.
Ora più niente.
Non più in attesa di una tua risposta,
La tua amata ma ormai lontana Dido.

Lettera di Enea
Mia amata Dido,
Avevo voglia di scriverti. Non ho potuto. Scusa.
Questi mesi sono stato parecchio faticosi. Lavoro ogni giorno 12 ore sotto il sole cocente per pochi euro, ma sono felice perché li sto mettendo da parte per noi e per il nostro futuro. Ma a parte la fatica del lavoro qui è tutto splendido. È tutto come lo sognavo, ma senza te, anche questa terra perde tutta la sua bellezza. 
Sai che neanch’io passo un solo momento senza pensare a te? Ogni notte, nella quale non riesco a dormire, vado sulla riva del mare e guardo all’orizzonte, verso te. Ed è lì che io ti immagino, sulla nostra spiaggia a fare lo stesso e così, ricerco il tuo sguardo.
Ho ricevuto la notizia del nostro bambino con estrema gioia. Qui potremmo regalargli una vita più giusta e felice, appena ti invierò i soldi per farti arrivare qua. 
Purtroppo, ho letto anche la tua situazione. Ti chiedo solo ancora un po’ di pazienza, ti giuro che riuscirò a portarti via di là. Riuscirò a sradicarti da quella tua terra. La situazione non mi rassicura, anche per il fatto che, ogni giorno, ricevo terribili notizie dal vostro paese tramite le lettere dei miei compagni di viaggio e dai giornali. In questi giorni, ad esempio, una notizia che mi ha scioccato è stata quella di una ragazza che si è tolta la vita sulla nostra spiaggia. Anche lei come te aveva un matrimonio forzato in programma. Anche lei era incinta. Si è uccisa con una sorta di pugnale, mentre teneva stretta a se una lettera, ma purtroppo l’acqua l’ha rovinata e non si capisce a chi fosse indirizzata.

Fammi leggere come si chiamava. Ah, sì il suo nome era…    Suono di una penna che cade… poi più niente.

La rivolta di Briseide

Gaia Garofali e Clara Vallauri, in questa composizione, riscrivono un’inedita Briseide in ribellione nei confronti di Achille. Il testo è stato sviluppato nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

 “L’elaborato seguente nasce per volontà di riscattare la figura di Briseide che si rende gradualmente conto di essersi innamorata di colui che l’aveva privata del proprio corpo, della propria famiglia e della propria libertà.  Finalmente la ragazza prende coscienza del proprio ruolo come sacerdotessa di Apollo e sente di meritare di più rispetto ad essere una schiava di un vanitoso Acheo.”

*

SCENA: Sera. Accampamento di Agamennone.

 ATTO PRIMO

 Briseide giace a terra, lo sguardo fisso su Euribate e Taltibio che sono ormai figure lontane.

BRISEIDE Queste lacrime che mi rigano il volto sono lo specchio della mia sofferenza.  Ma saranno le ultime, lo giuro, che io, Briseide, sacerdotessa del Dio Apollo verserò per un uomo così indegno.  In Lui credevo di aver ritrovato l’abbraccio di una madre, la protezione di un padre e la passione di un marito. Mi sbagliavo. Tutti vedono in lui un eroe, invece non è altro che una cinica macchina da guerra. Egli, infatti, si lancia in battaglia non per amore della sua patria, ma per decantare il suo primato in forza.  Chissà quante altre schiave come me si sono infatuate del proprio tormentatore, vedendo in lui una figura salvifica. Dobbiamo renderci conto della bassezza di essere bottino da guerra, futile merce di scambio. Il nostro carnefice non può essere l’unica salvezza che ci rimane. Dobbiamo trovare il modo di ribellarci a questa condizione umiliante, ma come? Non attraverso le armi perché, per via del loro burbero cuore non avremmo pari possibilità. Forse scappando alla ricerca di un futuro migliore?  Si, forse è la soluzione scappare, e affidarci ai numi celesti.

Briseide lentamente si alza e tende le braccia verso il cielo.

ATTO SECONDO

Mattina. Briseide dopo una notte insonne di preghiere rivolge l’ultima invocazione ad Apollo.

 BRISEIDE Io, come tua devotissima ancella, ti invoco, o Dio delle arti e della medicina, se mai hai sofferto pene d’amore, ascolta questo mio cuore lacerato, tanto distrutto quanto sincero.

Qualche dimesso singhiozzo interrompe la sua supplica.

BRISEIDE Come tu, o luminoso, non fosti ricambiato dall’amore carnale di Dafne, così io soffro per le menzogne di Achille che in realtà non ha mai corrisposto il mio sentimento. Infatti, fui la sua schiava e più volte a lui mi unii, ma scoprii di essere solo un suo effimero piacere. Ricordo con amarezza quelle volte in cui mi esortava con gentili parole ad uscire dalla tenda per poter accogliere il suo amato Patroclo. Ed io, in disparte, senza neppure una coperta per ripararmi dal freddo, con gli Achei che si facevano beffe di me, rimanevo ad attendere, per un tempo che sembrava essere infinito, il richiamo del mio carnefice. Adesso mi rendo conto di quanto vana e superflua fosse la mia vergogna di fronte alle urla dei combattenti: il vero disonore  è quello che mi arrecò Achille, preferendo la compagnia di Patroclo alla mia.

In nome di quel tormentato amore che lui stesso aveva vissuto e riconosciute le sofferenze della giovane fanciulla troiana, Apollo discese dal Parnaso, avvolto da una nube luminosa. Briseide, alla vista di cotanta luce fu costretta a coprirsi gli occhi.

APOLLO Mia fedele servitrice, i tuoi lamenti mi hanno commosso. Anche tu, come Criseide meriti la tua vendetta. Ai Greci non sono bastate le morti provocate dai miei dardi fatali.

BRISEIDE Sono grata della tua bontà d’animo e stupita della compassione che rivolgi verso un umile mortale.  O dio che porti l’arco d’argento, scaglia ancora una volta la tua ira contro questi tracotanti invasori. Presta particolare attenzione verso colui che ha preferito al profumo e alla morbidezza di una donna il sudore e il corpo d’acciaio di un uomo.

APOLLO Mia cara Briseide, ciò che mi chiedi è un’ardua impresa, poiché Achille dal piede veloce è stato immerso nello Stige dalla madre Teti. Tuttavia, il tallone non è il suo unico punto vulnerabile: egli si strugge per Patroclo come tu stessa notasti. Solo privandolo del suo amato compagno riusciremo a turbare l’imperturbabile figlio di Peleo. Ma tu, degna sacerdotessa di un dio clemente, non devi temere: verrai presto vendicata per affronto.  Al calar della sera una pestilenza di ratti invaderà l’accampamento greco e tu non dovrai far altro che cogliere il momento di confusione generale per scappare. Io ti aspetterò laddove sono attraccate le triremi nemiche. Adesso va, fanciulla dalla guancia graziosa, e non turbare oltre la tua anima. Chi ti ha offesa avrà quello che si merita. Le mie parole ti siano di conforto.

Queste furono le ultime parole del dio che se ne andò, portando con sé la sua immensa luce.

ATTO TERZO

Apollo mantiene la sua promessa e un’invasione di ratti ricopre il suolo fuori dalle mura della città, mentre Briseide attua la sua fuga.

BRISEIDE Il momento propizio è giunto, mentre gli occhi inorriditi degli stranieri sono occupati a fissare l’invasione delle bestie senza sapere come liberarsene, finalmente mi riprendo la mia libertà. Ecco il seduttore Achille, questa sarà l’ultima occasione per affrontarlo.

BRISEIDE Tu che ti credi superiore persino agli dei, voltati e guardami per l’ultima volta.

ACHILLE Come osi rivolgerti al tuo padrone ed amante con questo tono sprezzante. Non ho ancora trovato il modo di riscattare te, il mio bottino che mi spetta di diritto, da Agamennone.

BRISEIDE Non fingere che questa lontananza ti rattristi, stai indugiando perché preferisci startene disteso con il giovane Patroclo! E non provare a negarlo, è più che evidente.

ACHILLE Mia dolce Briseide, come puoi rivolgere proprio a me tali accuse? Io che ti ho accolto tra le mie braccia, quando, stremato, tornavo dai campi di battaglia. Tu confondi la compagnia del mio più fedele amico e compagno di armi, poiché sei accecata dalla gelosia. Torna in tenda e vai a ripararti dall’invasione.

BRISEIDE No, nelle vostre sudicie tende giammai ritornerò. Me ne vado, ancora una volta sottovalutate il potere di una sacerdotessa. Sono stata io ad invocare su di voi questa nuova sventura. Adesso che Ettore è morto ti credi invincibile, ma sappi che perirai sotto la rocca di Priamo, colpito in un punto che per te sarà fatale. Nello Stige raggiungerai le anime da te martoriate. Addio.

Nel momento in cui Achille stupefatto stava per replicare le parole della donna, sentì in lontananza la voce di Patroclo chiedere disperatamente aiuto. E Briseide sparì, inghiottita dal caos, compiaciuta dell’opera del divino Apollo.

ATTO QUARTO

Briseide arriva alle Triremi greche.

APOLLO Briseide, dalle guance purpuree, non hai più patria, né famiglia e sei stata coraggiosa a seguire le mie parole. Adesso non ti resta che venire sul Parnaso con me, lì potrai dimostrarmi la tua infinita gratitudine. Visto che ti sono venuto in soccorso per le tue sofferenze d’amore così tu mi appagherai, seminando attorno alla mia dimora un’infinità di allori che mi ricorderanno ogni giorno la mia amata Dafne. Ti dovrai prendere cura delle mie piante predilette e vivrai il resto della tua vita libera dal talamo nuziale.

Invincibile

Agnese Genta, in questo suo scritto, rielabora il celeberrimo mito degli androgini raccontato nel Simposio, concentrandosi sull’interiorità e sulla condizione di incompiutezza e confusione dell’essere rimasto dimezzato e paragonandola allo stato di incompletezza che caratterizza la natura umana. Il testo è stato sviluppato nel corso del seminario di Scritture del desiderio, svoltosi nell’ambito del corso di Letterature comparate, della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Perché a volte ci sentiamo incompleti, come se ci mancasse qualcosa, ma non sapessimo bene cosa? E qualunque cosa facciamo quella sensazione non passa. Sehnsucht, malinconia, desiderio, mancanza, un vuoto incolmabile e indefinibile. Questa riscrittura, sotto forma di introspezione, vuole essere una sorta di mito eziologico che risponde a tale domanda reinterpretando, anche con l’aggiunta di elementi innovativi di finzione narrativa, in chiave romantico – schopenhaueriana il mito degli androgini raccontato da Platone nel Simposio attraverso la maschera di Aristofane”.

*

Apro gli occhi.

Luce abbagliante. Luce, luce, luce e ancora luce. Basta.
Li richiudo.
Respiro. Una, due, tre volte. Più piano o mi mancherà l’aria.
Sono vivo, quindi.
Sono malamente appoggiato a qualcosa di duro e rovente. Dovrei provare a tastarlo per capire se sono in pericolo, ma ho paura a muovermi. Sono terrorizzato dalla possibilità di provarci e non riuscirci, di essere in qualche modo bloccato da qualcosa o da qualcuno.
Devo capire dove sono. Devo aprire gli occhi. Di nuovo. Non voglio.
Mi paralizza solamente percepire quella luminosità penetrante al di là delle palpebre. Mi lascia impaurito e tremante, con il torace che tutto d’un tratto sembra essere troppo debole per contenere il cuore, il sangue e tutti gli altri organi. Un nero luminescente e accecante, anche con gli occhi chiusi. È terribile, come se milioni di minuscoli aghi mi stessero trapassando gli occhi, la fronte, il cranio, fino ad arrivare al cervello.
Schiudo lentamente le palpebre facendo tremolare le ciglia un paio di volte prima di mettere finalmente a fuoco qualcosa oltre quel banco di luce. L’azzurro del cielo, il verde delle colline, il nero dei corvi che comunicano tra loro gracchiando. Riesco anche a sentire dei grilli. Una folata di vento solleva la polvere del terreno arido e mi solletica il naso in modo familiare.
Inspiro a fondo e tiro un sospiro di sollievo, ma nel farlo sento la pelle dell’addome tirare dolorosamente, come se fossi stato per giorni interi sotto il sole. Ma non lo sono stato, giusto? Respiro a fondo di nuovo. Ora riesco a percepire un punto preciso, proprio al centro del mio ventre, in cui tutto il dolore sembra convergere. Una cicatrice? Una cucitura? Mi sento rotto. So di essere rotto. Perché? Non guardare. Non guardare.
Apro del tutto gli occhi e li rivolgo verso l’alto per evitare di pensare allo stato del mio corpo. Il mio corpo. Non lo sento neanche più mio. Non lo sento e basta. Prima o poi dovrò farlo, dovrò identificare il problema e trovare una soluzione, ma per ora posso concedermi una manciata di secondi in più di beata ignoranza. Codardo.
La fonte di quella luce tanto opprimente era il sole. Solo il sole.
Perché non riesco a sopportare di vedere la luce del sole? Perché ne sono terrorizzato? Perché quando la fisso mi manca il respiro e mi sento svenire? Perché non riesco a muovermi? Perché sento un dolore lancinante in tutto il corpo, ma non sento le parti del mio corpo? Solo dolore. E soprattutto perché non riesco ad abbassare lo sguardo, e a provare a trovare una risposta a queste domande?
Sono bloccato, incapace di fare qualunque cosa che non sia fissare quel tunnel di un candore ipnotizzante e sentirmi morire. Ancora e ancora. Istante dopo istante. Senza morire mai effettivamente: una tortura infinita che riprende volta dopo volta sempre uguale a se stessa. Non riesco a pensare, non riesco a ricordare, non riesco a capire perché sono qui e non so cosa potrei fare dopo. Non riesco neanche più a sentire i grilli e i corvi o a vedere il cielo. Solo quel bianco, quell’urticante chiarore che mi svuota l’anima e lo stomaco, sempre che io ne abbia ancora uno. 
Non ne posso più. Chiudo gli occhi.
Perché quel puntino luminoso ha tanto potere su di me? Eppure è solo luce. È solo il sole. Così piccolo rispetto all’ imponente vetta della montagna che gli si staglia a fianco. Ecco dove sono accasciato: su una sporgenza rocciosa di quella stessa altura.
La luce. La montagna.
Volevo raggiungere il cielo.
Ecco perché sono qui.
Io non… Non mi sembra di essere caduto, però deve essere capitato.
Ora ricordo.
La sensazione della roccia fredda sulla punta delle dita. L’aria che diventava sempre più rarefatta. Il sole splendente nel cielo, più vicino a ogni passo. Prima o poi l’avrei toccato, ne ero sicuro. La stanchezza fisica che era in realtà solo una sensazione sfumata, sovrastata dal desiderio di raggiungere la vetta, di toccare il cielo, di chiacchierare con il sole, di dormire accanto alla luna e alle stelle. Quel fuoco che mi bruciava dentro, scintille scoppiettanti che mi esplodevano nel petto dandomi la forza di fare qualunque cosa. Mi sentivo invincibile. Ero invincibile.
Avevo lo sguardo fisso sull’obiettivo, i sensi annebbiati dall’ossessione di raggiungere quella sfera luminosa. Mi sembrava già di poter toccare le nuvole, di tastarne la soffice inconsistenza.
Poi all’improvviso quella luce familiare viene sovrastata da una del tutto sconosciuta che, in un secondo di violenza, cancella ogni cosa. Un lampo. Un fulmine a ciel sereno. Bianco. Il nulla.
Chiudo gli occhi. Un tuono romba in lontananza.
Strizzo gli occhi tanto da sentirli bruciare nella speranza di poter cancellare quel ricordo dalla mia mente.
Dopo il tuono cadevo in una voragine.
Via, via. Va’ via.
Era tutto buio.
Basta con tutto questo, basta frustrazione.
Urlavo, ma non usciva un suono.
Voglio tornare lì, sulla montagna, voglio scalare il cielo.
Volevo piangere, singhiozzare, disperarmi, tirare pugni, ma non riuscivo a fare nulla.
Una goccia gelida scende sul mio zigomo sinistro. Non è pioggia.
Così fragile nella mia impotenza.
Apro gli occhi per l’ennesima volta e capisco che è una lacrima, ma non sto piangendo. Una singola goccia salata.
Poi un taglio, un dolore allucinante ovunque.
Possibile che sia lì da prima? Il pianto di un morto, di qualcuno che non esiste più, e che ha provato ad ancorarsi con tutte le sue forze lì, nella coda dell’occhio.
Squarciato, mi sono sentito squarciato.
Se è davvero così allora questa piccola lacrima è tutto ciò che mi rimane di quello che ero. Come farei se la perdessi? Perderei anche me stesso? Resterei per sempre questo debole e inutile fantoccio?
Una persona divisa in due. Così, come se niente fosse.
Almeno il ricordo, almeno quello.
Aperto in metà, lasciato a sanguinare e poi buttato via come un giocattolo rotto.
Alzati! Per la miseria alzati! Sei ancora vivo, no? Fa’ qualcosa allora. Dimostralo!
In fondo sapevo di essere rotto.
Mi alzo di scatto e mi metto a sedere. Un brivido di disagio attraversa una ad una le mie vertebre.
Prima invece …
La lacrima inizia a scorrere velocemente lungo la guancia.
… ero …
No, non andare!
… felice, …
Mi tocco il mento per cercare di raccoglierla, ma non c’è già più.
… ero …
Cade a terra.
… completo.

Rimango ipnotizzato a fissare quella minuscola chiazza di colore più scuro che si asciuga per un lasso di tempo che non riesco a definire. Poi non rimane più nulla.
Ma nulla di cosa? A cosa stavo pensando prima? Non ricordo. Perché sto fissando il terreno? Non lo so. È strano: per quanto mi sforzi non riesco a ricordare niente di specifico. Quando ci provo tutti i miei pensieri si interrompono e non mi rimane una sola idea in mente.
Forse sono rimasto qui troppo a lungo e mi sono preso un’insolazione.
Devo proprio alzarmi e trovare un posto in cui ripararmi da questo sole cocente, sono quasi ustionato. Chissà come mai non mi sono spostato prima.
Faccio leva con la mano sulla roccia che ho a fianco e mi alzo in piedi piegando le gambe, ma non appena provo a muovere un passo perdo l’equilibrio, scivolo all’indietro e finisco di nuovo per terra alzando un nuvolone di polvere e insetti.
Ci riprovo: stesso risultato. È come se mi mancasse un appoggio da qualche parte.
Probabilmente l’insolazione è una questione molto più grave di quanto non pensassi.
Provo a gattonare per spostarmi e sembra funzionare meglio, anche se di tanto in tanto perdo ancora l’equilibrio e finisco per strisciare. Anche muovendomi lentamente sento comunque un dolore diffuso in tutto il corpo che non accenna a diminuire.
Ma cosa diamine mi è successo? Non può essere solo l’insolazione, forse sono caduto e mi sono fatto male da qualche parte. Appena al sicuro devo controllare di non avere ferite o ossa rotte.
Mentre mi sposto a fatica noto che, ben presto, il sole cocente non sarà più un problema dato che sta per tramontare. Fortunatamente poco dopo riesco a trovare un luogo riparato in cui passare la notte: una rientranza nella roccia circondata da una foresta di pini. Mi accascio contro la parete rocciosa e riprendo fiato con una certa difficoltà. L’odore del sottobosco mi inonda le narici e riesco a calmarmi. Rimango lì per minuti interi a sentire il mio stesso respiro, con la mente sgombra e incapace di formulare un qualunque pensiero.
Distendo per bene le gambe e inizio a ispezionare il mio corpo: i piedi, le caviglie, le gambe, le ginocchia, le cosce, l’inguine, i fianchi, il ventre. Porto la mano sul petto e la lascio così per qualche momento, la osservo alzarsi e abbassarsi. Passo alle spalle e al collo, poi alla schiena, alle natiche e infine alle braccia. Provo a muovere i gomiti, i polsi, le dita. Tasto la nuca, sposto le dita dietro alle orecchie, tra i capelli, sulla fronte: non è più calda. Le palpebre, le guance, il naso, le labbra, il mento. Sembra essere tutto a posto, non ho alcuna ragione per non riuscire a camminare.
E allora perché sento di non stare bene? Come se avessi un buco nero da qualche parte nelle viscere, un tarlo che striscia nello stomaco e divora piccole parti di me lasciandosi dietro solo dei cunicoli cavi. E più divora più vuole divorare. Ci sono cavità del mio animo che non pensavo esistessero e ora pulsano, bramando di essere riempite. Potrò mai colmarle? E se non potessi? È davvero possibile sopravvivere, vivere così? Ma come può mancarmi qualcosa? Non posso avere nostalgia di qualcosa che non c’è mai stato, sono sempre stato così. E se invece non lo fossi stato? Non posso esserne certo se non riesco a ricordare nient’altro. Presumo di essere nato, di essere stato creato intero, ma se non lo fossi stato? Chi o cosa sarei a quel punto? Se prima fossi stato un uccello e avessi perso le ali, o un serpente e avessi perso la coda? Mi passo la mano sulle scapole e poi sulla parte bassa della schiena. Nessun fantasma. Ormai il sole è tramontato. Gattono, questa volta con più sicurezza, fino a una radura vicina e cerco due rami abbastanza resistenti che possano fungere da sostegno. Ne trovo uno per terra e ne stacco uno da un pino aiutandomi con l’altro. Li spoglio di alcuni rametti e degli aghi e, appoggiandomi a un tronco, con l’aiuto dei miei nuovi bastoni, riesco a stare in piedi. La mia schiena è quasi incollata all’albero a causa della resina e le mie gambe stanno tremando, ma ci devo provare. Mi stacco dal tronco, sento i muscoli cedere, però mi faccio forza e, tenendo la presa salda, sposto uno dei bastoni più avanti e lo seguo con il piede. Barcollo un po’, ma riesco a non perdere l’equilibrio. Lentamente e con fatica riesco finalmente a camminare. Non dovrebbe essere così difficile, non dovrei sentirmi così inadeguato nel mio stesso corpo. È quasi del tutto buio quando riesco a ritrovare la ormai familiare rientranza nella roccia. Appena la riconosco cado in ginocchio sfinito e getto i bastoni lì vicino, mi trascino nel punto più nascosto e riparato e mi corico per terra. Lo sento ancora. Quel vuoto senza nome. È quasi insopportabile. Non appena penso di essermene liberato, non appena penso di aver portato a termine quello che volevo fare, ritorna, uguale a prima. Sono riuscito a camminare, non perfettamente, ma migliorerò, che altro può mancarmi ancora? La soddisfazione per essere riuscito a fare quello che volevo fare da tutto il pomeriggio è durata un secondo, giusto il tempo di riprendere fiato, poi sono tornato a sentirmi angosciato. Condannato alla frustrazione e al dolore in eterno. Vorrei solo poter capire questa sensazione in qualche modo, dargli un senso, un’origine, una soluzione, ma non riesco. Inizio a respirare sempre più affannosamente, poi comincio a prendere a pugni la terra, tiro calci contro la roccia, mi copro la faccia di polvere, urlo disperato singhiozzando. Continuo con questa scarica di violenza irrazionale finché, stremato, sporco e ferito, non mi raggomitolo su me stesso, portandomi le ginocchia al petto e appoggiandovi sopra la testa. Mi stringo più forte che posso sperando che la resina che ho ancora addosso riesca a incollare tutto me stesso, a riempire tutti i buchi.
Mi addormento tremando. Sogno di essere sulla cima di una montagna, e per un attimo sono di nuovo invincibile.

Un dio ci ha reso monchi, continuamente alla ricerca di ciò che ci manca, e una lacrima caduta ci ha fatto dimenticare tutto, ci ha reso ignari di ciò che davvero desideriamo. Quindi spesso ci sentiamo frustrati, inadeguati, insufficienti a noi stessi e senza possibilità di uscita da questo stato, proprio come il nostro androgino. Tuttavia, esiste il mondo notturno dei sogni in cui, per un momento infinito, torniamo a essere perfetti, non mancanti di nulla, soddisfatti di noi stessi. Invincibili.

Bibliografia
Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2000
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Giorgio Brianese, Torino, Einaudi, 2013


Amore e Psiche

Viviana Zanirato riscrive la favola apuleiana di Amore e Psiche prendendosi la libertà di cambiarne parzialmente gli avvenimenti, nel corso di un seminario di Scritture del desiderio, svoltosi nell’ambito del corso di Letterature comparate, della Prof.ssa Chiara Lombardi, a.s 2021/2022

“Con questa riscrittura creativa ho provato ad immaginare come sarebbe potuta andare la storia di Amore e Psiche, raccontata ne Le Metamorfosi di Apuleio, se Amore non si fosse accidentalmente innamorato della fanciulla. Sappiamo da Apuleio che Amore e Psiche alla fine del racconto hanno una figlia, Edonè (Voluttà); anche in questa versione Psiche ha una figlia, che però prende il nome di Sofia, in greco “saggezza”, proprio per il desiderio della giovane che è allo stesso tempo romantico e di conoscenza. L’estetica del principe sposo di Psiche è liberamente ispirata alla figura di Leopardi. In tutto il testo infine si possono cogliere tracce della tradizione greca”.

*

C’era una volta un antico regno governato da un re saggio e giusto. Egli, pur desiderandolo con tutte le sue forze, non ebbe mai un erede maschio; al suo posto tuttavia, gli dèi gli concessero tre figlie femmine, che eccellevano in bellezza e grazia. Le due sorelle maggiori erano molto lodate con parole umane dal popolo per la loro bellezza, ma la minore, di nome Psiche, aveva una bellezza considerata divina, e per questo motivo le lodi non potevano che essere tessute con parole divine. La bellezza di Psiche viaggiò in lungo e in largo, e arrivò fino alle orecchie della dea della bellezza, Afrodite, che fu subito estremamente gelosa della giovane rivale e decise di mandare suo figlio, Amore, a compiere la sua vendetta: la fanciulla bellissima si sarebbe dovuta innamorare di un un uomo dall’aspetto mostruoso.
Amore, figlio devoto, eseguì senza indugio gli ordini della madre e una notte, mentre Psiche era addormentata nel suo letto, si intrufolò nelle stanze della fanciulla armato delle sue frecce che sciolgono le membra; vedendola addormentata, si trovò a pensare anche lui che fosse di una bellezza divina, e si soffermò per un momento ad ammirala, ma ben presto si riprese e svolse diligentemente il compito a lui assegnato.
Il giorno seguente la bella Psiche, durante una passeggiata vicino al castello con le sue dame, si imbatté in un uomo sicuramente non di bell’aspetto: egli era infatti pallido, stempiato, basso, esile e sicuramente anche di salute cagionevole.
Le dame, inorridite da quella vista, esortarono la fanciulla a proseguire la sua passeggiata senza neanche avvicinarsi all’uomo, ma Psiche fu subito sicura di aver visto in quell’uomo di aver visto qualcosa oltre il suo aspetto fisico, e di nascosto dalle dame riuscì a intavolare con lui un breve colloquio e a ottenere dall’uomo un appuntamento per la sera successiva.
I due si incontrarono quindi in gran segreto, unica complice e sentinella la vecchia nutrice di Psiche per la quale la fanciulla era un libro aperto e aveva subito capito che qualcosa in lei non andasse, per cui si era fatta raccontare tutto e di conseguenza si era fatta più o meno involontariamente coinvolgere nella storia.
In tal modo i due giovani poterono trascorrere del tempo insieme e finalmente conoscersi meglio; l’uomo era già a conoscenza delle origini reali di Psiche e aveva sentito parlare della sua bellezza, ed era proprio per questo motivo che era giunto nel regno: per chiederla in sposa.
Spiegò infatti alla giovane di essere anch’egli un principe, proveniente da un regno lontano, e di essere venuto da lei con la speranza di un matrimonio, ma aspettandosi un suo rifiuto poiché, anche se ricchissimo e di nobili origini, era di brutto aspetto: sapeva infatti per esperienza diretta quanto le persone, e in particolare le giovani fanciulle, fossero superficiali e si limitassero all’apparenza; più volte infatti camminando per strada si era sentito criticato e giudicato da persone che, credendo di non essere sentite, elogiavano la sua ricchezza ma erano convinte che non avrebbe mai trovato l’amore proprio a causa del suo aspetto.
I due giovani trascorsero l’intera notte a parlare e a conoscersi, e il giorno seguente il giovane, incoraggiato da Psiche, si presentò alla corte del re per chiedere la mano della principessa.
Il re prese subito in considerazione il pretendente, dal momento che l’alleanza con il regno del principe gli avrebbe fatto molto comodo, ma allo stesso tempo era combattuto, perché per nulla al mondo avrebbe imposto alla sua figlia più bella un tale marito, soprattutto se ella non era la prima a desiderarlo.
Padre e figlia quindi ebbero un breve colloquio, e il padre si mostrò sinceramente stupito nel vedere la figlia, che avrebbe potuto avere davvero chiunque, entusiasta di sposare un uomo di tale aspetto; subito si trovò a giustificare l’entusiasmo della figlia con la ricchezza senza pari del futuro marito, deluso in cuor suo credendo di aver cresciuto una figlia tanto venale e ignorando quanto i sentimenti della figlia fossero invece puri.
Il matrimonio tra i giovani si svolse con grandi e numerose celebrazioni una settimana dopo il consenso del re, e Psiche si trovò a salutare per sempre la sua famiglia e il suo regno per andare a vivere in quello del nuovo marito, felice e follemente innamorata. Giunta nel nuovo regno, i suoi nuovi sudditi rimasero a bocca aperta quando videro il loro principe tornato con una principessa bella quanto una dea, e ben presto cominciarono ad osannarla anche loro come tale.
Questa reazione causò una nuova ondata di ira nel cuore della dea Afrodite, la quale notò infastidita che il suo piano non aveva funzionato, e che inoltre la fanciulla appariva addirittura ben felice e innamorata di quell’uomo dall’aspetto orribile.
Afrodite decise quindi di intervenire lei stessa, e sotto le spoglie di una vecchia mendicante si recò al palazzo della giovane coppia. Lì pronunciò una serie di incantesimi e sortilegi con il fine di non permettere a Psiche di superare i confini del castello, poi inviò un oracolo in sogno alla fanciulla per avvisarla che, se mai fosse uscita dalle mura, l’avrebbe colta una malattia terribile che l’avrebbe potuta addirittura uccidere.
Nonostante l’avvertimento, per tre volte Psiche tentò di uscire dal castello, e per tre volte cadde malata e costretta a letto per intere settimane, il novello sposo come unico conforto in quella situazione; fu proprio in quei momenti che, vedendo la bellissima moglie nelle condizioni terribili in cui solo un malato sa essere, il giovane cominciò ad innamorarsi profondamente della persona che lei effettivamente era, e non più solo della sua tanto famosa quanto veritiera bellezza.
Data questa condizione di malattia e di costrizione all’interno delle mura, il principe decise di far ampliare la biblioteca del castello per la sua sposa, ed esortò Psiche a non tentare più di uscire dal castello in modo fisico, ma di volare fuori di lì con la fantasia per andare nei boschi, nelle città, nelle valli e in tutti i numerosi luoghi narrati nei libri.
La biblioteca era il luogo prediletto del principe, e molti tra i medici che lo seguivano per la sua salute cagionevole sostenevano che fosse stata proprio questa sua passione per la lettura, che lo accompagnava fin dall’infanzia, a renderlo così poco piacevole alla vista: passava infatti ore ricurvo sui libri a leggere e studiare, nella penombra della biblioteca, e passavano giornate intere senza che si ricordasse anche solo di uscirne per le azioni più banali, come i pasti.
Ripresasi dall’ultima malattia, che le era risultata quasi fatale, Psiche decise di seguire il consiglio del marito: lei non era mai stata un’appassionata di letteratura, anzi: fin da bambina l’avevano caldamente esortata a interessarsi poco o nulla di libri, per potersi concentrare meglio su ciò di cui una fanciulla ha davvero la necessità di sapere, come l’apprendere il modo in cui trovare marito, le tecniche per curare la sua bionda chioma lucente al meglio e come porsi risultare sempre gradevole alla presenza di uomini senza mai dover aprir bocca.
Tra Psiche e la biblioteca fu un vero e proprio colpo di fulmine: nonostante l’approccio iniziale fosse abbastanza timido, una volta incoraggiata dal marito la fanciulla cominciò a leggere e non si fermò più: in pochi mesi aveva finito di leggere tutti i numerosissimi volumi presenti nella biblioteca del marito, e la sera i due coniugi presero l’abitudine di discutere lungamente prima di andare a dormire dei temi più alti.
Il tempo trascorso nella biblioteca insieme al marito aveva abbellito la mente della fanciulla, ma aveva intaccato la sua bellezza; ora chi la vedeva all’interno delle mura del castello pensava sempre che fosse molto bella, ma non veniva più paragonata alla dea della bellezza stessa.
Afrodite allora, lieta che il suo piano avesse finalmente funzionato e non più invidiosa della ragazza, decise di togliere il sortilegio che limitava Psiche nelle mura del castello, e avvisò la fanciulla con lo stesso metodo della prima volta.
Nonostante la ritrovata libertà, Psiche non uscì subito dal castello: erano infatti ormai trascorsi anni e lei insieme al suo consorte erano diventati i sovrani del loro regno, per cui erano entrambi occupatissimi ad amministrare i possedimenti e curare i sudditi al meglio.
Il loro regno viene ancora oggi ricordato con grande ammirazione e nostalgia: non si era mai visto un regno tanto prospero e felice, e molti attribuirono tali caratteristiche alla cultura dei sovrani, che era sconfinata e che giorno dopo giorno si accresceva e aggiornava con nuovi studi su qualsiasi tema: questo desiderio di conoscenza aveva reso i due sovrani i più illuminati di tutti i tempi.
La coppia ebbe anche una figlia, Sofia, bella come la madre e anch’ella con una cultura considerevole; il fatto che fosse femmina infatti non aveva impedito ai genitori di fornirle un’istruzione completa, e anche se furono criticati non se ne curarono.
Fu proprio Sofia a succedere ai genitori quando essi furono troppo anziani per occuparsi del regno e decisero di trascorrere il resto delle loro vite in viaggio, per conoscere persone e culture provenienti da tutto il mondo, e per vedere con i propri occhi quegli stessi luoghi descritti con dovizia di dettagli e letti nei libri, che avevano impegnato la maggior parte dei loro lunghi pomeriggi.



Corso Re Umberto – marciapiedi

Citato in
Segni sulla pietra, 1979, poi in AM, II: 848-849

Passo
In vari punti della città le lastre di pietra conservano le tracce delle incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Le lastre spezzate dalle bombe dirompenti sono state sostituite, ma sono state lasciate in sito quelle che erano state perforate dagli spezzoni incendiari. Questi ordigni erano prismi d’acciaio che venivano lanciati alla cieca dagli aerei, ed erano disegnati in modo da cadere verticalmente, con tale impeto da perforare tetti, solai e soffitti; alcuni di essi, caduti sui marciapiedi, hanno forato nettamente la pietra spessa dieci centimetri, come punzoni di trancia. È probabile che chi si prendesse la briga di sollevare i lastroni forati vi troverebbe sotto lo spezzone; due di queste forature, a pochi metri di distanza l’una dall’altra, si trovano ad esempio davanti al numero 9 bis di corso Re Umberto. Al vederle, tornano a mente le voci macabre che circolavano in tempo di guerra, di passanti che non avevano fatto a tempo a rifugiarsi, ed erano stati trafitti dalla testa ai piedi.

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Nell’Altrui mestiere, la raccolta pubblicata nel 1985 che conteneva gli articoli pubblicati su «La Stampa» a partire dal 1976, Primo Levi dà sfogo al suo caledoscopico talento di scrittore, compiendo invasioni di campo che lo portano a speculare su settori assai diversi dalla memorialistica e dalla chimica, di cui era ormai divenuto campione. Nelle pagine di questa raccolta è all’opera un talento poliedrico interessato alle manifestazioni della cultura in tutte le sue forme: dalla linguistica alla critica letteraria, dalla chimica alla biologia e all’entomologia, dalla geografia alla storia, il vagabondaggio del letterato curioso e chimico ormai in pensione segna una delle tappe di riflessione più interessanti del secondo Novecento. In particolare, possiamo vedere qui all’opera una tendenza archeologica: il tarlo metodologico di Levi sembra portarlo costantemente verso la pratica di scavo nel passato, specialmente in relazione alla sedimentazione delle parole, componendo un’assidua e originale ricerca (e ricomposizione) della loro storia perduta. Quasi come uno storico che interroga i segni lasciati dall’ineffabile flusso degli eventi che dietro di sé non lascia che disunite tracce da interrogare, il chimico-scrittore ragiona su quanto osserva e stende i propri testi offrendo ai suoi lettori i risultati delle sue elucubrazioni e ricostruzioni.

L’articolo da cui proviene l’estratto succitato, Segni sulla pietra, mantiene il suo nome anche dopo la conversione nella raccolta di saggi (a differenza di molti altri testi). Iniziando dapprima con un’attenta disamina della storia torinese che si può osservare sulle superfici pietrose e rocciose che occupano i lati delle strade cittadine, termina infine con la presa in considerazione dell’azione dirimente e deturpante della modernità su quella parte della facciata urbana di Torino che sembra essere lì da tempi immemori. Oggetto di osservazione privilegiato sono proprio i marciapiedi, le cui superfici lastricate che furono posizionate moltissimo tempo fa (in specie agli albori della città in epoca moderna), e resistono tutt’oggi, affiancati dai loro nuovi compagni in asfalto e cemento. «I marciapiedi della mia città (e, non ne dubito, quelli di qualsiasi altra città) sono pieni di sorprese» (Segni sulla pietra, 1979, poi in AM,II: 847), scrive esattamente: sono dunque pieni di segni da inventariare che possono essere fecondamente interrogati, tanto guardando al passato quanto immaginando il futuro. Così come noi oggi possiamo leggere le trame e gli avvicendamenti della Storia che proprio su questa parte del quadro urbano hanno lasciato la loro traccia, anche gli archeologi del futuro potranno infatti ritrovare quanto noi oggi lasciamo distrattamente e imprudentemente dietro di noi in seguito al nostro passaggio. Levi immagina che, nel futuro, tutte le scorie da noi depositate verranno ritrovate, saranno restituite dal sottosuolo e, come fossili, interrogate da appositi studiosi interessati a ricostruire le nostre abitudini, e non da meno tutto quello che fa parte della nostra quotidianità senza che noi ce ne accorgiamo, mentre nelle nostre frenetiche vite scalpicciamo su questi luoghi, lasciando traccia del nostro passaggio.

Uno splendido esempio di questa pratica è costituito proprio dall’analisi dei marciapiedi più antichi in cui il chimico-scrittore si cimenta nel suo articolo: in corso Re Umberto, non molto distante dalla sua abitazione, poteva infatti vedere una prova dovuta agli avvicendamenti storici che travolsero Torino durante la Seconda Guerra Mondiale. La città fu infatti bombardata e subì molti danni: la sua estetica venne sfregiata irrevocabilmente e, ancora oggi, è possibile vedere gli effetti di questo distruttivo strascico. Lo testimonia proprio il marciapiede all’angolo con corso Matteotti, alcune lastre del quale sono state fortemente danneggiate (e mai più riparate, quasi come se dovessero fungere da monito del brutale scompiglio in cui la città si trovò gettata nella metà del Novecento) dagli ordigni che vennero sganciati dal cielo torinese. Addirittura ricostruendo la fisionomia di tali armamenti, Levi focalizza quanto la loro azione debba essere stata devastante: la caduta di uno solo di loro, sganciata dalle flotte aeree in volo sopra le nubi, era in grado di spaccare una lastra di dura pietra viva in due, come un guscio di noce, frantumando la sua supposta inalterabile unità. E, ovviamente, di annientare qualunque essere umano che si fosse trovato sulla traiettoria dell’impatto: «Al vederle, tornano a mente le voci macabre che circolavano in tempo di guerra, di passanti che non avevano fatto a tempo a rifugiarsi, ed erano stati trafitti dalla testa ai piedi».

Goethe Institut

Citato in
Tornare a scuola, 1981, poi in AM, II: 822

Passo
Ho superato le barriere della timidezza e della pigrizia, ed a sessant’anni compiuti mi sono iscritto ai corsi di un istituto molto serio dove si insegna una lingua straniera che conosco male. Volevo conoscerla meglio, per pura curiosità intellettuale: ne avevo imparato gli elementi ad orecchio, in condizioni disagiate, e l’avevo poi usata per anni per ragioni di lavoro, badando al sodo, cioè a capire e a farmi capire, e trascurandone le singolarità, la grammatica e la sintassi.

Fonte: https://www.facebook.com/photo/?fbid=3757198284326557&set=gm.1335864760110502

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Manca, nell’estratto appena visto, una citazione letterale del famoso Goethe Institut di Torino (situato ancora oggi nella centralissima piazza San Carlo), e con essa una descrizione geocritica propriamente dicibile: con tatto e riservatezza, Levi parla soltanto sommariamente del luogo presso cui si reca per studiare, misteriosamente, «una lingua straniera che conosco male». Non lascia insomma alcuna informazione al suo lettore tramite cui si possa capire più precisamente di quale lingua e quale posto stia parlando; tutto ciò che sappiamo riguarda invece il posizionamento cronologico: siamo nel 1978, poco dopo il sessantesimo anno di età, a cinque anni dalla pensione e nel pieno di un periodo di fervente produzione letteraria.

Ancora più curioso è il rapporto di Levi con questa lingua misteriosa, che è proprio il tedesco: oltre che su libri e trattati consultati durante gli anni alla Facoltà di Chimica, l’aveva imparato in Lager, venendo a conoscenza di un’infinità di storpiature, variazioni dialettali, socio-culturali e geografiche che contribuivano a rendere il segreto del rizoma di questa lingua sempre più difficile da capire. Non ostante, dopo aver abbandonato i banchi scolastici da diversi anni, Levi sente questo irrefrenabile desiderio di consolidare ancora meglio quanto uno dei più bei episodi della storia del Novecento gli aveva lasciato in eredità.

Nell’articolo da cui estratto proviene, infatti, Levi si cimenta in una cronaca del suo apprendistato presso la prestigiosa scuola di lingue torinese: spiega che non è affatto facile imparare le fondamenta del tedesco a un’età così avanzata, specie avendo una grande e indistinta confusione in mente. Il tedesco di Auschwitz era infatti un grande caos: «i barbarici latrati dei tedeschi quando comandano» (come leggiamo ne I sommersi e salvati), la lingua da caserma buona per impartire rabbiosi ordini, i neologismi disumanizzanti che dovevano essere imparati a memoria, la brutalità di un codice comunicativo imposto a cui non si dava alternativa, lo stesso Lager-jargon evolutosi da questa variante del tedesco; tutto ciò fu quanto Levi dovette affrontare, a cui riuscì a sopravvivere, da cui riuscì a imparare.

Sì, perché Grande era la sua attenzione ai dettagli linguistici della vita del campo: troviamo traccia di questa sua attitudine nello stesso articolo, quando spiega di essere uno studente particolare poiché assai particolari erano state le condizioni in cui era venuto a contatto con la lingua oggetto di studio. A questo potremmo aggiungere anche la sua attenzione archeologica per le parole, il suo spiccato interesse per l’etimologia, e le potenzialità linguistiche che si nascondono dietro ad ogni parola, tanto in italiano quanto anche, ovviamente, in tedesco.

E il tedesco era per Levi anche la lingua del suo primo mestiere: il manuale del chimico Gattermann, il libro su cui si era formato, quello che ritroviamo citato nell’Esame di chimica in Se questo è un uomo e anche in quel suo interessantissimo testamento intellettuale che è La ricerca delle radici, era scritto nella lingua del Reich, e obbligava chiunque lo leggesse a masticare almeno un po’, almeno passivamente, quel codice linguistico in cui era stato scritto così tanto diverso dall’italiano. Tali insegnamenti gli sarebbero tornati utilissimi in età matura, durante i suoi viaggi di lavoro in Germania, quando doveva interloquire negli incontri con i clienti stranieri che si rivolgevano alla SIVA, l’azienda torinese per cui lavorava (tra cui la Bayer, la stessa casa farmaceutica che durante il Terzo Reich fu segretamente collusa con il nazismo; tra cui l’incontro con il dottor Meyer-Müller, uno dei suoi aguzzini nel Labor di Auschwitz).

Ma non è tutto: anche per svolgere il suo secondo mestiere questa lingua fu molto importante. Basta pensare a tutte le traduzioni delle liriche di Rilke (nel 1946) o di Heine, al carteggio con il traduttore tedesco di Se questo è un uomo, meticolosamente seguito parola per parola (negli anni Sessanta), alla mediazione della sua propria traduzione tedesca durante la trasposizione italiana della Notte dei girondini di Presser (1976; scritta in olandese in originale), alla citazione di Paul Celan nella Ricerca (nel 1981), alla traduzione del Processo di Kafka (nel 1983): tutte prove del fatto che, pur in un campo tanto diverso rispetto a quello della chimica, il rapporto di Levi con il tedesco fu fondamentale per permettergli di ampliare sempre più il suo bagaglio culturale, per conoscere da vicino e in prima persona nuovi libri, idee, concetti e persone, ma soprattutto la lingua e la letteratura di una cultura molto diversa da quelle che erano invece naturalmente sue.

Fino ad arrivare al capitolo Lettere di tedeschi nei Sommersi e i salvati, frutto della corrispondenza con tanti lettori tedeschi di Se questo è un uomo che portò all’elaborazione dell’intero ultimo volume; era uno sforzo pluriennale di comprendere tutti coloro che avevano partecipato alla catastrofe della deportazione e dello sterminio (o che vi avevano rinunciato). Per la realizzazione pratica del materiale di quel capitolo, infatti, la conoscenza del tedesco da parte di Levi fu necessaria: senza, non sarebbe forse riuscito a raggiungere un insight dalla potenza tanto straordinaria di permettergli di vedere le pieghe della Storia dagli occhi dei suoi interlocutori, che appunto gli scrivevano in tedesco, ai quali spesso lui stesso rispondeva parlando la loro lingua, quella che era stato obbligato ad apprendere ma che aveva scelto di riprendere e approfondire. Non mancano infatti nei suoi testi delle valide considerazioni che giustifichino quanto dietro al suo studio del tedesco ci fossero una passione genuina costantemente alimentata da una curiosità intellettuale frizzante e vispa, tanto forte da superare il trauma e parlare, ascoltare e comprendere ancora, anche fuori dai reticolati di filo spinato, la lingua degli oppressori.

Scuola Ebraica

Citato in
Potassio, SP, I: 898

Passo
Ci radunavamo nella palestra del “Talmud Thorà”, della Scuola della Legge, come orgogliosamente si chiamava la vetusta scuola elementare ebraica, e ci insegnavamo a vicenda a ritrovare nella Bibbia la giustizia e l’ingiustizia e la forza che abbatte l’ingiustizia: a riconoscere in Assuero e in Nabucodonosor i nuovi oppressori. Ma dov’era Kadosh Barukhù, “il Santo, Benedetto sia Egli”, colui che spezza le catene degli schiavi e sommerge i carri degli Egizi? Colui che aveva dettato la Legge a Mosè, ed ispirato i liberatori Ezra e Neemia, non ispirava più nessuno, il cielo sopra noi era silenzioso e vuoto: lasciava sterminare i ghetti polacchi, e lentamente, confusamente, si faceva strada in noi l’idea che eravamo soli, che non avevamo alleati su cui contare, né in terra né in cielo, che la forza di resistere avremmo dovuto trovarla in noi stessi.

Fonte: https://www.hakeillah.com/5_15_18.htm

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Tra tutti i racconti del Sistema periodico, Potassio è certamente uno di quelli che più risentono della Storia e del tempo in cui si inserisce la narrazione: nel corso di tutta la vicenda, diversi sono i riferimenti all’Europa, al mondo, e in particolare all’Italia di quegli anni, che stava vivendo l’anticamera della deportazione con le aspre e ingiuste leggi razziali. A Torino le differenze venivano fatte, tuttavia, quasi solo per quanto riguardava l’ossequioso e pedissequo rispetto delle regole, secondo come il regime voleva: c’era certo diffidenza che proveniva dai non ebrei, ma di certo Levi e i suoi compagni israeliti non venivano esiliati programmaticamente come succedeva laddove la morsa del razzismo strinse più ferocemente, esiliando gli ebrei dalla società e trattandoli come diversi, come subalterni. Per questo motivo la loro resistenza al Fascismo era nulla, era passiva, una sordida accettazione della situazione visto che non impediva poi così tanto che il quieto vivere potesse susseguirsi come di consueto.

Bisognava provvedere da sé a se stessi: e così fece la comunità ebraica locale, che, cavalcando l’iniziativa caldeggiata dai fratelli Artom, creò un’apposita scuola israelitica (nell’odierna piazzetta torinese dedicata a Levi, dove sorge oggi la sinagoga) in cui conversero i docenti (di scuola primaria e secondaria, ma anche universitari) che il regime andava scalzando delle loro posizioni pubbliche e lavorative. Così i giovani avrebbero ricevuto un’educazione rispettabile e corretta, e sarebbero loro stati trasmessi i valori della religione mosaica e dei padri fondatori, offrendo chiavi di interpretazione e comprensione di quanto stava accadendo. Non era un piano soltanto religioso, dunque, quello di Ennio ed Emanuele Artom, e con loro di tutta la comunità cittadina: quanto più reazionario, poiché nelle Sacre Scritture era possibile trovare una morale che offrisse sollievo, motivazione e che spiegasse come reagire alle oppressioni e ingiustificate discriminazioni che il popolo ebraico aveva sempre attratto a sé.

«Bisognava ricominciare dal niente “inventare” un nostro antifascismo, crearlo dal germe, dalle radici, dalle nostre radici. Cercavamo intorno a noi, e imboccavamo strade che portavano poco lontano. La Bibbia, Croce, la geometria, la fisica, ci apparivano fonti di certezza» (Potassio, SP, I: 898): e segue poi l’estratto succitato, in cui compare una galleria di nomi biblici che Levi e i suoi compagni tentano di ravvisare nei convolgimenti della storia a loro contemporanea. In questa maniera avrebbero forse potuto trovare dei numi tutelari che li aiutassero a decifrare le pieghe che quel tempo strano e pericoloso andava assumendo: con degli esempi che li aiutassero a riconoscere i paradigmi familiari del giusto e dello sbagliato, del buono e cattivo, pericoloso e amichevole, e che nel contempo provenissero dalla loro millenaria tradizione, quella che avevano dovuto imparare a memoria durante la loro giovinezza a cui ora potevano tentare di guardare alla ricerca di un appiglio.

Ma nulla sarebbe giunto da quella direzione, anzi i fatti stessi avrebbero contribuito ad aumentare il coefficiente della laicità di Levi, che ad Auschwitz avrebbe smesso una volta per tutte di credere in qualsiasi presenza superiore e provvidenziale: «il cielo sopra noi era silenzioso e vuoto», e qualsiasi presenza divina che potesse abitarlo e prestare aiuto alla specie umana non era lì per soccorrere nessuno. Avrebbe dovuto impegnarsi da sé, adoperarsi per riuscire a trovare una via per sopravvivere, per guardare il nazi-fascismo negli occhi con orgoglio e sicurezza, senza restarne fatalmente impietrito.

Via Massena – laboratorio

Citato in
Stagno, SP, I: 1000

Passo
Nonostante il parere d’Emilio, fu subito chiaro che le nostre forze non sarebbero bastate. Ci fu doloroso armolare una coppia di carpentieri, a cui Emilio prescrisse di costruire un’attrezzatura adatta a sradicare la cappa dai suoi ancoraggi senza smembrarla: questa cappa era insomma un simbolo, l’insegna di una professione e di una condizione, anzi di un’arte, e avrebbe dovuto essere depositata nel cortile intatta e nella sua interezza, per ritrovare nuova vita e utilità in un futuro per ora non precisato.
Fu costruita un’impalcatura, montato un paranco, tese funi di guida. Mentre Emilio ed io assistevamo dal cortile alla funerea cerimonia, la cappa uscì solenne dalla finestra, si librò ponderosa, si stagliò contro il cielo grigio di via Massena, venne abilmente agganciata alla catena del paranco, e la catena gemette e si spezzò. La cappa piombò per quattro piani ai nostri piedi, e si ridusse in schegge di legno e vetro; odorava ancora di eugenolo e d’acido piruvico, e con lei si ridusse in schegge ogni nostra volontà ed ardimento d’intraprendere.

Fonte: https://www.facebook.com/Torinopiemontevintage/photos/a.1511442105807240/2272509123033864/

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Il mestiere di chimico di Levi, lo sappiamo, fu tutt’altro che un lavoro da ufficio, piatto e noioso, specie nella prima parte della sua carriera professionale: furono molte le avventure che dovette compiere quando era un giovane diplomato che cercava un lavoro stabile per poter mantenere se stesso e sua moglie. L’estratto risale infatti agli anni del laboratorio creato in via Massena con l’Emilio del Sistema periodico (alias letterario del grande amico Alberto Salmoni), più in particolare al momento finale del suo smembramento, quando si deve trasportare via la simbolica cappa, «insegna di una professione e di una condizione, anzi di un’arte» (Stagno, SP, I: 998): si trattava, come leggiamo poche pagine prima, di una «grande cappa d’aspirazione di legno e vetro, nostro orgoglio e nostro unico presidio contro la morte per gas», e avrebbe dovuto essere conservata per il futuro.

Al contrario, però, durante lo smontaggio (il «compito più straziante», Stagno, SP, I: 1000) subisce un incidente fatale, che pregiudica l’umore dello smantellamento, quasi un rito di passaggio. La cappa era infatti uno dei primi e più importanti strumenti dei due chimici alle prime armi: uno degli acquisti fondamentali per la prima esperienza lavorativa che i due decidono di mettere su per far fronte alla penuria del Dopoguerra; ci troviamo cronologicamente sul finire degli anni Quaranta, quando Levi è già sposato e vive molte delle avventure raccontate nel resoconto della sua carriera di chimico-militante.

Di tutta le vicende ricordate e narrate nel Sistema periodico, questo è certo uno degli accadimenti più simbolici e sinistri: è l’episodio conclusivo del capitolo, l’ultima scheggia di memoria che chiude la catena dei ricordi legata all’elemento chimico dello stagno, così rappresentativo della carriera dei due giovani, che avevano ritagliato il proprio luogo di lavoro dalla casa dei genitori di Emilio, arrangiandosi alla meglio e trasfigurandone i locali secondo bisogno: «l’anticamera era un deposito di damigiane d’acido cloridrico concentrato, il fornello di cucina (fuori delle ore dei pasti) serviva a concentrare il cloruro stannoso in becher e beute da sei litri, e l’intero alloggio era invaso dai nostri fumi» (Stagno, SP, I: 997).

Vale la pena, per capire l’importanza dell’elemento e dunque della cappa in frantumi, ricordare le prime righe di questo racconto, che contiene una delle più lucide prese di coscienza (certo scritte dal Levi maturo, ma molto probabilmente rimuginate dalla sua stessa persona là e allora): «Vola, adesso: volevi essere libero e sei libero, volevi fare il chimico e fai il chimico. Orsù, grufola tra veleni, rossetti e stereo pollino; granula lo stagno, versa acido cloridrico, concentra, travasa e cristallizza, se non vuoi patire la fame, e la fame la conosci. Compera stagno e vendi cloruro stannoso» (Stagno, SP, I: 996). È un incoraggiamento retrospettivo che tocca i punti principali del rapporto di Levi con la chimica (e con le lezioni imparate nel praticarla), quali ad esempio il confronto diretto con la materia, la sua trasmutazione alla pari degli antichi e primigeni alchimisti, la caccia al guadagno per sopravvivere, il provvedere e il farsi da sé, l’arte di arrangiarsi, il dover rispondere in prima persona agli errori. Il racconto appassionato delle loro imprese testimonia oggi come la mansione fosse divertente per Levi, forse amara, ma certo più stimolante e coinvolgente del lavoro in fabbrica: per questo l’andare in mille pezzi della cappa è un suggello perfetto della vicenda, quasi un rito funerario della loro impresa. Sotto le sue ali i due giovani erano cresciuti, avevano segnato i loro primi veri guadagni, messo in pratica gli insegnamenti dell’apprendistato, trasmutato gli elementi e compreso la filosofia di quella chimica magistra vitae, appiedata e a misura d’uomo, quotidiana e piena di sfide e misteri.

Istituto di Fisica Sperimentale

Citato in
Potassio, SP, I: 900

Passo
L’interno dell’Istituto di Fisica Sperimentale era pieno di polvere e di fantasmi secolari. C’erano file di armadi a vetri zeppi di foglietti ingialliti e mangiati da topi e tarme: erano osservazioni di eclissi, registrazioni di terremoti, bollettini meteorologici bene addietro nel secolo scorso. Lungo la parete di un corridoio trovai una straordinaria tromba, lunga più di dieci metri, di cui nessuno sapeva più l’origine, lo scopo e l’uso: forse per annunciare il giorno del Giudizio, in cui tutto ciò che si asconde apparirà. C’era una eolipila in stile Secessione, una fontana di Erone, e tutta una fauna obsoleta e prolissa di aggeggi destinati da generazioni alle dimostrazioni in aula: una forma patetica ed ingenua di fisica minore, in cui conta più la coreografia del concetto.

Fonte: https://www.aspi.unimib.it/collections/entity/detail/444/ e Archivio Scientifico e Tecnologico ASTUT – Università degli Studi di Torino

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Potassio è tra i più famosi e citati racconti che compongono il Sistema periodico. È la cronaca degli anni dell’apprendistato chimico di Levi, in particolare all’indomani dell’avvento delle leggi razziali promosse dal regime fascista: il giovane studente di chimica, ebreo suo malgrado, non riesce a trovare nessun professore tramite cui poter davvero imparare qualcosa, fare gli esperimenti giusti, cimentarsi in compiti difficili per apprendere quanto più possibile durante un periodo tanto ricco di ispirazioni. Fuori dalle mura dell’Istituto di chimica, per parafrasare una definizione sempre dal Sistema periodico, la situazione era buia, ma ancor di più lo era in Europa: era il 1941 e la deportazione nazista aveva già preso inizio. Il quadro politico era raccapricciante: lo strapotere della Germania andava crescendo sempre di più, nella speranza di poter conquistare sempre più territori, a partire dalla Polonia. Gli ebrei italiani, nella fattispecie e quelli torinesi, erano però vittime di quella che Levi definisce “cecità volontaria”: continuavano a condurre le proprie esistenze regolarmente, non volevano essere vittime di preoccupazioni ingestibili, di cui nemmeno lontanamente avrebbero immaginato le conseguenze, e continuavano a vivere la propria vita senza curarsi di cosa succedeva in Europa. C’erano fonti che lo affermavano, certo, ma mancava il desiderio di conoscerle davvero, e di organizzarsi di conseguenza; mancava addirittura il desiderio di opporsi ad un regime tanto stretto quanto quello fascista, nonostante impedisse agli ebrei di vivere davvero al pari degli altri.

Anche il giovane Levi: completamente (e volutamente) ignaro delle possibili conseguenze che verso cui il suo destino lo avrebbe condotto, era preoccupato di trovare un buon lavoro che gli permettesse di guadagnare abbastanza da condurre una vita agiata, esattamente come giustificavano ai suoi occhi i modelli della piccola borghesia torinese, tra cui in particolare i suoi genitori. Per farlo, sapeva bene che doveva diventare un tecnico bravo e capace, e che quindi si sarebbe dovuto laureare con un’ottima votazione all’università. Suo malgrado, a causa delle leggi razziali nessun professore era intenzionato a prenderlo come proprio tesista. Ci sarebbe dunque stato il suo maestro?

Proprio l’Assistente (al secolo Nicolò Dallaporta): specializzato in astrofisica, “il regno dell’inconoscibile” come lo chiamava, iniziò Levi ad una disciplina quasi esoterica, di cui soltanto pochi adepti potevano intendersi davvero. Era insomma la figura esperita che il giovane assetato di sapere stava aspettando; e lo divenne ufficialmente – o quasi – quando propose a Primo di collaborare con lui. Così il discepolo poté avere accesso, in veste inconsueta, all’edificio in cui entrava soltanto come studente: l’Istituto di Fisica Sperimentale, dove l’Assistente aveva il suo microscopico ufficio (in realtà un ripostiglio riadattato), sarebbe stato il loro rifugio alle asperità della Storia che sconquassavano l’Europa, fuori da quelle spesse mura.

L’estratto sopracitato ne descrive l’interno più che l’esterno, e favorisce l’immagine di una gigantesca arca piena di utilissima strumentazione, seppur datata, arcaica e vetusta, piena di polvere e inutilizzata. Qualche pagina più avanti si legge la rassegna di un’incursione vera e propria alla ricerca del necessario: l’Assistente propose a Levi di verificare la parte chimica di una rivoluzionaria teoria fisica di cui era venuto a conoscenza; per farlo, avrebbe dovuto avviare una serie di esperimenti volti alla ricreazione e all’osservazione delle condizioni. Ancora una volta l’interno dell’edificio, sfiancato dai bombardamenti e impoverito dal regime autarchico che limitava i rifornimenti (siamo nel 1941), viene presentato come un catasto pieno di oggetti misteriosi e curiosi segnati dal passaggio del tempo, tra i quali il giovane chimico deve agilmente destreggiarsi per trovare ciò che gli serve per superare la prova: «Frugai invano il ventre dell’Istituto: trovai dozzine di ampolle etichettate, come Astolfo sulla Luna, centinaia di composti astrusi, altri vaghi sedimenti anonimi apparentemente non toccati da generazioni, ma sodio niente. Trovai invece una boccetta di potassio: il potassio è gemello del sodio, perciò me ne impadronii e ritornai al mio eremitaggio» (Potassio, SP, I: 903).

A questa descrizione segue un’appassionante cronaca dell’esperimento (con l’avvincente e genuina trattazione filosofica della distillazione) che termina in un elogio mascherato di quella «chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili» (Potassio, SP, I: 905) che Levi avrebbe praticato per tutta la vita. Pur sciocca e inutile agli occhi dell’Assistente, per il giovane Levi la rivelazione di quell’attimo fu letteralmente a base chimica: questa affascinante disciplina è un sapere esatto, preciso, necessario e fortemente morale (poiché dal comportamento degli elementi l’uomo può trarre importanti lezioni).

Mole Antonelliana – sinagoga

Citato in
Prefazione Ebrei a Torino, 1984, PS, II: 1559

Passo
Paradossalmente, la nostra storia di gente tranquilla e dimessa è connessa con quella del maggior monumento torinese, che dimesso non è, né conforme alla nostra indole: […] abbiamo corso il serio rischio di condividere con Alessandro Antonelli la responsabilità per la presenza, in pieno centro urbano, della Mole, spropositato punto esclamativo. Beninteso, anche noi, come tutti i torinesi, nutriamo per la Mole un certo amore, ma è un amore ironico e polemico, da cui non ci lasciamo accecare. La amiamo come si amano le pareti domestiche, ma sappiamo che è brutta, presuntuosa e poco funzionale; che ha comportato un pessimo uso del pubblico denaro; e che, dopo il ciclone del 1953 ed il restauro del 1961, sta su grazie ad una protesi metallica. Insomma, da un pezzo non ha più neppure diritto ad una menzione nel Guinness dei primati: non è più, come ci insegnavano a scuola, “la più alta costruzione in laterizi d’Europa”.

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Senz’altro curioso, il fatto che la Mole Antonelliana compaia soltanto di scorcio nelle opere di Levi lascia un dubbio a dir poco amletico dietro di sé: come è possibile che il chimico scrittore, affezionato così tanto alla società, non ne citi praticamente mai il simbolo più noto non solo in tutta Italia, ma anche in tutto il mondo? Una sua descrizione con un rilievo geocritico importante, come è invece per molti altri luoghi, è infatti assente: non c’è infatti un testo che ne descriva l’aspetto, le qualità, la storia o il significato se non quello da cui proviene l’estratto succitato.

Si tratta di una prefazione che Levi scrisse per il volume dedicato alla ricostruzione della comunità ebraica nostrana, di cui lui stesso faceva parte, di cui conosceva molti esponenti prima che la scellerata combutta di fascismo e il nazismo li spazzasse via. Troviamo in questo testo diverse somiglianze con il racconto iniziale del Sistema periodico, Argon, molto importante poiché aveva reso Levi uno degli storici e linguisti principali della comunità ebraica locale. In ambito amatoriale, s’intende: ma di certo alla comunità degli ebrei torinesi questa sua fortunata trattazione non deve essere sfuggita, e anzi deve averli appassionati sicuramente molto. La sua firma in chiusura della prefazione aggiunge infatti un valore determinante al libro: la storia della famiglia di Levi è molto simile a quella dei correligiosi locali, a cui i suoi parenti presero parte pur conservando la loro riservatezza; come nel racconto iniziale dell’autobiografia, la storia si intreccia con la lingua, che crea un precipitato unico sulla base del dialetto torinese unito alla lingua degli avi e della tradizione.

La Mole, in particolare, è intimamente intrecciata con la storia comunale di questa etnia: in seguito al 1848, quando Carlo Alberto firmò lo Statuto Albertino e sancì la libertà di culto per tutti i cittadini che professavano religioni non cattoliche, gli israeliti reclamarono un luogo di culto locale e acquistarono il terreno su cui sarebbe sorto, diretto dall’architetto Giuseppe Antonelli, l’edificio progettato che sarebbe divenuto il simbolo del capoluogo piemontese.

Noleggiamo chiaramente nella descrizione Levi, fortemente condita con un’ironia pungente: aldilà della superficie, oltre alle parole che riconoscono l’imponente costruzione architettonica che svetta nel cielo della città come uno dei suoi simboli più importanti e rappresentativi, leggiamo chiaramente che si tratta di un «amore ironico e polemico» da cui non bisogna farsi ingannare. Nelle parole di Levi, infatti, la costruzione viene paragonata ad uno «spropositato punto esclamativo», E gli aggettivi che la descrivono stridono fortemente con l’attaccamento paterno che dovrebbe invece raffigurare: Levi dice addirittura che è «brutta, presuntuosa e poco funzionale», e non nasconde il suo sollievo sottolineando come la storia della comunità ebraica locale si sia fortunatamente staccata dalla costruzione, figlia invece del «pessimo uso del pubblico denaro».

Con la cessione permessa da Carlo Alberto, sarebbero stati proprio fedeli israeliti a doversi occupare economicamente dei lavori di realizzazione e mantenimento dello stabile. Le spese sempre più ingenti e le continue riprogettazioni di Antonelli li costrinsero infatti, oltraggiati dall’insensibilità nei confronti delle loro richieste, a rinunciare alla proprietà e a chiedere la concessione di un altro luogo di culto il cui impiego fosse meno dispendioso. La Mole raggiungeva allora soltanto settanta metri di altezza: avrebbe raggiunto la sua attuale forma soltanto in seguito a continue rielaborazioni del progetto originale e un cantiere che durò quarant’anni (oltre ai lavori di ristrutturazione per riparare i danni contratti in seguito al ciclone che, negli anni Cinquanta, ne spezzò la punta).

Per loro fortuna, scrive Levi: «abbiamo corso il serio rischio di condividere con Alessandro Antonelli la responsabilità per la presenza, in pieno centro urbano, della Mole», certo bellissima per qualunque turista che visiti il centro storico, ma fortemente aliena rispetto al carattere dei fedeli che un tempo ne occuparono i locali – per un periodo assai breve – mentre recitavano le loro preghiere e celebravano le loro festività e funzioni religiose. «Paradossalmente, la nostra storia di gente tranquilla e dimessa è connessa con quella del maggior monumento torinese, che dimesso non è, né conforme alla nostra indole»: il suo giudizio è netto, tagliente e definitivo, oltre che coerente alla caratterizzazione che ritroviamo in diversi punti della sua opera in relazione all’ereditario credo religioso della sua famiglia, nobile e inerte come i gas che occupano i primi quadranti della tavola periodica di Mendeleev.

Il blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino