L’austera Divina Commedia dantesca e il dramma comico shakespeariano La bisbetica domata sembrerebbero non avere nulla in comune. Tuttavia, la tradizione che compara Dante e Shakespeare è cospicua. Accostare due autori solo all’apparenza così lontani è una tendenza che dal romanticismo si fa strada fino al modernismo inglese. Vittoria Seia parte da questa intuizione per tracciare la sua riscrittura.
“And take the Comedy as a whole, you can compare it to nothing but the entire dramatic work of Shakespeare. The comparison of the Vita Nuova with the Sonnets is another, and interesting, occupation. Dante and Shakespeare divide the modern world between them; there is no third.”[1]
T.S. Eliot
La causa è chiara: l’universalità del linguaggio dei due autori.
Nella rappresentazione teatrale alla quale “lord” Sly assiste è presente un personaggio dalle sembianze quasi infernali. Non si tratta né di Cerbero né di Caronte, ma di un mostro ben peggiore: una donna irriverente.
La primogenita dell’onorevole Battista (un anziano cittadino di Padova), Caterina Minola è inavvicinabile, non c’è uomo che abbia saputo corteggiarla, ma soprattutto domarla. L’atteggiamento scorbutico e sgradevole di Caterina è opposto al dolce temperamento della bella Bianca, la secondogenita, che è corteggiata da numerosi uomini che in ogni modo cercano di conquistarla. Per evitare che Caterina rimanesse nubile in età avanzata, il buon vecchio Battista decide di non concedere Bianca in sposa a nessuno prima del matrimonio della sorella.
La decisione del padre è ciò che fa scaturire l’intreccio. Mentre i pretendenti di Bianca si impegnano in una serie di travestimenti e inganni per conquistare la giovane e ottenere la benedizione di Battista, giunge da Verona un personaggio particolare: Petruccio. È in cerca di una ricca dote e Caterina fa proprio al caso suo.
Il gentiluomo veronese, con il suo carattere deciso e intraprendente, si propone di sposare la bisbetica, nonostante la sua fama di donna intrattabile e ribelle. La sua determinazione è accompagnata da un piano ben preciso: domare il carattere di Caterina attraverso metodi tanto eccentrici quanto follia.
Petruccio, con la sua tattica di comportamento opposto alle aspettative di Caterina, la sfida in modi imprevedibili, vietandole cibo e conforto, fino a quando la donna non si arrende. Questo processo di “domare la bisbetica” diventa il cuore della narrazione, ponendo al centro il confronto tra due personalità forti e testarde.
Domata la bisbetica, la commedia si conclude con un lungo monologo della docile Caterina che esorta le donne ad obbedire ed ascoltare i propri mariti.
Ci sono diverse letture di questo finale inaspettato. Suscita un particolare interesse la versione secondo la quale Caterina in realtà non è davvero sedotta, né tantomeno domata; infatti, nonostante le sue affermazioni sembrino dimostrare una reale devozione nei confronti del marito, il suo monologo conclusivo potrebbe essere l’ennesima prova dell’arguzia di Caterina che finge di piegarsi alla società per non soccombere ad essa.
Il personaggio sociale della bisbetica, che Shakespeare mette in scena, vive ancora una volta nella letteratura attraverso la riscrittura.
Il suo tentativo di sopravvivenza ora la condanna tra le anime degli iracondi, immersa nello Stige, nel quinto cerchio dell’inferno. Si dispera fino ad attirare l’attenzione del viaggiatore più conosciuto della terra e degli astri: Dante Alighieri. Il quale venuto a conoscenza della storia di Caterina, comprende sia le motivazioni che l’hanno spinta a mettere in atto il suo stratagemma, sia il tormento che ora la conduce al rimpianto per le sue azioni. Pur riconoscendo l’adeguata condanna che le è stata inflitta, non può fare a meno di provare compassione per la sua condizione, cogliendo la complessità della sua posizione e la sofferenza che ne deriva.
Giunti alle rive della Palude amara,
vedemmo l’ombre in brago percuotersi,
nella notte eterna, menzognera.
Un corpo ignudo emerse nello Stige[1];
purpureo e livido come un mostro,
ai piedi del maestro tra le piagge grige[2].
Mi volsi allora a lui con viso destro,
cominciai: «O tu che piangi con dolore,
perché tra queste anime vai mesto?»
Quella interrompendo il suo furore,
«Sono Caterina, la prima nata
dal gentil Battista pieno d’onore.
Culla d’arti nella bella Lombardia;
et io, Minola di Padua fui,
fior nel giardino della grande Italia[3].
Poiché sempre irata e bisbetica fui
a lungo senza chi mi corteggiasse restai;
diversamente da Bianca, che piacque altrui.
Perché avessi per prima io sposo;
senza il mio volere un patto fece[4]
quel padre, che maledissi a fondo.
Quei uomini vili e senza pace
accolsero, per dote e non per cuore,
la proposta di quel che anche qui giace.
Il più folle fu Petruccio ingannatore,
giunto da l’antica Verona[5] augusta,
in cerca di ricchezza non colse il fiore.
Allora il vil uomo mi sedusse
e a forza mi condusse ad esser domata,
ma solo nelle vesti tale mi ridusse.
Mi spinse al giuoco, e io restai muta.
Lui, di natura folle e in mente crudo;
mi rese ancora più viva ed arguta.
Ma non mutai, nel mio spirito rigido,
il matrimonio parve solo un velo
che copriva l’odio, ma non il grido.
Ma sotto questa scorza d’amore,
l’animo mio non venne mai piegato,
né tolto fu del tutto il suo vigore.
Se tanto fui da lor mortificato,
credendo di potermi riplasmare,
ogni lor sforzo resta condannato.
Nel petto porto l’ira a riposare,
memoria viva d’ogni torto vano,
che ancor mi brucia e torna a tormentare».
Terminò il suo parlar, ed io risposi:
«Ammattita da l’ombra del tormento
sei ferita dal colpo che tu opposi.
Insolente nel sogno del creato
quel prodigio[6] or nello Stige sanguina
la menzogna ha celato il suo lamento.
Or paghi il fio d’esser Caterina,
anche se innocente nel mondo terrestre,
ancor oggi vivi la tua rovina».
Bibliografia:
T.S. Eliot, The Complete Prose of T. S. Eliot: The Critical Edition Vol. 3: Literature, Politics, Belief, 1927-1929, Johns Hopkins University press, 2015, Dante, p.723.
William Shakespeare, La bisbetica domata, (Classici della letteratura europea) William Shakespeare, John Jowett (editor), William Montgomery (editor), Gary Taylor (editor), Stanley Wells (editor), Franco Marenco (editor) – Tutte le opere. Vol. 2: Le Commedie., Bompiani, 2017.
Dante Alighieri, La Divina Commedia, La Nuova Italia, 1982.
[1] Dopo l’inospitale accoglienza del mostruoso Pluto, e dopo aver assistito alla particolare giostra degli avari e dei prodighi Dante e Virgilio proseguono interrogandosi sulla Fortuna e sulla sua particolare natura. Fino a raggiungere il quinto cerchio dove c’è una vena d’acqua che sgorga dalla roccia e si immette in un fossato. I due poeti seguono il corso d’acqua che si impaluda nello Stige. Il pantano ospita malauguratamente gli accidiosi che sospirando fanno ribollire le acque e gli iracondi che immersi invengono l’uno contro l’altro con morsi e percosse che li rendono lividi.
Noi ricidemo il cerchio all’altra riva/sovr’una fonte, che bolle e riversa/per un fossato, che da lei deriva.//L’acqua era buia assai vie più che persa;/e noi in compagnia dell’onde bige,/entrammo giù per una via diversa.//Una palude fa, ch’à nome Stige,/questo tristo ruscel, quand’è disceso/al piè delle maligne piaggie grige.// Et io, che di mirar mi stava atteso,/vidi gente fangose in quel pantano,/ignude tutte, e con sembiante offeso.//Questi si percotean non pur con mano;/ma con la testa e col petto e co’ piedi,/troncandosi coi denti a brano a brano.// Lo buon Maestro disse: Figlio, or vedi/l’anime di color, cui vinse l’ ira:/et anco vo’, che tu per certo credi,//che sotto l’acqua è gente che sospira,/e fanno pullular quest’acqua al summo,/come l’occhio ti dice unque s’aggira.
Dante Alighieri, La Divina Commedia, (Inferno, Canto VII, vv.100-120).
[2] Alighieri, Inferno, Canto VII, v. 108.
[3] To see fair Padua, nursery of arts,/I am arrived fore fruitful Lombardy,/The pleasant garden of great Italy,
(William Shakespeare, La bisbetica domata, atto I, Scena I, vv. 1-3).
[4] Shakespeare, La bisbetica domata, Atto I, Scena I,vv. 48-54.
[5] tell me now, sweet friend, what happy gale/blows you to Padua here from old Verona?
Shakespeare, La bisbetica domata, atto I, scena II, vv. 47-48.
[6] Shakespeare, La bisbetica domata, atto V, scena II, v. 188.
[1] trad: E prendendo in considerazione la Commedia come un intero, puoi metterla a confronto con nulla se non l’intero lavoro drammaturgico di Shakespeare. Il confronto della Vita Nuova con i Sonetti, è un altro elemento interessante. Dante e Shakespeare dividono il mondo moderno tra di loro; non ce n’è un terzo.
T.S. Eliot, The Complete Prose of T. S. Eliot: The Critical Edition Vol. 3: Literature, Politics, Belief, 1927-1929, Johns Hopkins University press, 2015, Dante, p.723.