Marianna Pandolfo, in questa interpretazione di Tamerlano di C. Marlowe, vede il protagonista vittima di se stesso. É tutto un sogno. Il potere assoluto si svela come un’illusione di gloria e conquiste effimere. La brutalità del suo regno e la solitudine che ne deriva mostrano il vuoto della sua ascesa, nell’ottica del corso di Letterature comparate Storia e potere nella prima età moderna (Prof.ssa Chiara Lombardi).
“Partendo dalla tragedia Tamerlano il Grande di C. Marlowe, questo testo propone una rilettura del protagonista come un pastore sciita il cui sogno di potere assoluto si trasforma in un’illusione di gloria e conquista. Attraverso una riflessione sul contrasto tra ascesa e fragilità, si esplora il vuoto che segue il dominio, mettendo in discussione la natura del potere stesso. La figura di Tamerlano diventa simbolo di un desiderio distorto, della caducità della grandezza, e dell’illusione che bellezza, amore e gloria possano essere posseduti.”
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Ho immaginato Tamerlano, stanco dopo una giornata di lavoro faticosa, appisolarsi sotto le fronde di un albero, all’ombra dell’ultimo sole.
È stato tutto un sogno.
La vera natura di Tamerlano è sempre stata, e per sempre sarà, quella di un pastorello sciita. Sono arrivata a questa idea analizzando l’estrema esagerazione dei successi attribuiti al protagonista: Marlowe descrive l’ascesa di un uomo che, da semplice pastore, diventa il Signore del Mondo. Ho pensato allora che tutto potesse essere letto come un sogno, il desiderio smisurato di una persona semplice. Le sue gesta diventano il prodotto di un delirio, l’esagerazione di un’ambizione che serve a evadere dalla sua condizione reale.
La forza di Tamerlano appare effimera: le sue conquiste sono spettacolari, sì, ma cosa resta, oltre ai corpi martoriati?
Il suo animo sembra voler chiedere scusa per le proprie azioni, e questo lascia trapelare l’irrealtà di quanto è accaduto. È come se la brutalità immaginata lo stesse consumando e, al tempo stesso, gli stesse aprendo gli occhi — nel vero senso della parola.
Se tutto fosse stato davvero un sogno febbrile, generato dalla volontà di essere un condottiero invincibile, come sarebbe stato il suo risveglio?
Mi sono visto seduto su di un trono fatto di ombre, il mio capo era cinto da una corona di fuoco e davanti a me il mondo tremava: città cadenti, fiumi tinti di rosso, re incatenati.
Io ridevo, ridevo e il suono della mia voce rimbombava in tuoni che scuotevano perfino il cielo. Ho alzato il braccio, pronto per reclamare l’eternità, ma di colpo tutto ha cominciato a dissolversi, sgretolarsi, tutto aveva iniziato a farsi nebbia.
No, non svanite! Sono io a supplicarvi questa volta! Io vi ho forgiato con la mia volontà, siete mie!
Mie sono le stelle, miei sono i giorni e le notti. Mia è la storia che è stata battezzata col mio nome. Sono come la volpe, giusto?
Possiedo astuzia ma al contempo sono come il leone, corretto?Sono forte e potente ma con un’anima infida che sento mi abbia quasi corrotto nel profondo. Sento di aver ceduto alle sue lusinghe ed ora ecco il prezzo che pagherò:
Un regno fatto di ombre e una corona che ora è diventata cenere. Le mie gesta, che un tempo erano scolpite nel lucente marmo della gloria, ora si sciolgono come neve al sole e tutto
diventa solo un’eco dal gusto amaro. Le tentazioni del potere si sono travestite da serpi
velenose, si sono avvinghiate a me e mi hanno soffocato quel poco di umanità che avevo.
Sento di aver calpestato corpi, distrutto cuori e incendiato città, il sangue di coloro che sono stati vinti ha lasciato le impronte dei miei stivali sul terreno.Ma ora, nel buio di questo sogno, vedo solo una cosa: il nulla, il vuoto.
Il potere, una specie di droga che avvelena l’anima mi ha reso cieco e soprattutto sordo al grido di chi stava soffrendo. Ho davvero immaginato di essere un dio invincibile e immortale, ora mi sono accorto di essere, in realtà, solo un uomo e ancora peggio, prigioniero delle mie passioni. Avevo sete, ma non di acqua, bensì di conquista. Un fuoco dentro che mi divorava ha deciso di bruciare ogni traccia di pietà. Sento di aver sacrificato tutto per la gloria e ora
vedo che è un’illusione, un miraggio ingannevole. Pensavo di avere un’intera teoria sulla natura umana, pensavo che sarebbe bastato incutere timore e rendere tutto così maestoso e tremendo.
Questa “meravigliosa architettura del mondo” che avevo creato, ora dov’è?
Mi sento in salita, ancora, oltre la conoscenza infinita.
Perché? Sono forse come quel Sisifo di cui avevo sentito parlare?
Io non sono un uomo qualunque, non mi merito di vivere unacondizione umana qualsiasi. Ho fatto tanti sforzi, mi è stato donato questo compito e io, banalmente, ho ridotto tutto il mio tempo al raggiungimento di una cima che non mi basta nemmeno più, ad una corona che non riesco più a prendere in mano. Il mio nome è disperso nel nulla, è un’eco che si ritrae e viene inghiottito senza pietà. Il cielo si è spezzato, lacerato, come i corpi che ho visto morire. L’abisso ha mangiato tutto e lascia spazio alla realtà. Sento che il mio respiro si fa greve, il mio corpo si fa pesante, sento le mie dita ruvide e callose.
Era un sogno, soltanto un sogno!Ora mi ricordo, era una spada, una parola: erano due lame affilate con cui ho deciso di incidere il mio destino e dunque la mia rovina.
Ricordo una donna, Zenocrate. Ora eco lontano, un amore mai vissuto, un fantasma del mio cuore. Era bella, bellissima, e la sua bellezza faceva da faro nella notte della mia guerra che ai miei occhi somigliava a un’oasi di pace in un deserto di sangue.
L’ho inseguita, come si fa con un’ombra, senza però afferrarla mai, e ora, al mio risveglio, mi rendo conto della mia follia.
È stata una grande confusione, era desiderio o realtà?
Sono solo ora, circondato dalle mie pecore che nemmeno riesco a contare più perché il buio le ha divorate. L’unica cosa che conta sono le mie pecore e invece il sonno mi ha rapito e portato lontano da esse. Non dovevo addormentarmi! Ora sono perduto per sempre! E se non le riporterò tutte a casa sane e salve sarò morto per davvero.
Mi guardo intorno per l’ultima volta, prima di alzarmi: nessun trono, nessuna gloria. Solo io, un pastore, un ragazzo addormentato sotto il cielo impassibile. Un tempo ero re dei re, ora di
nuovo un’ombra senza peso.
“[…] What is beauty, saith my sufferings, then?”
[…] Che cos’è la bellezza, dice la mia sofferenza, allora?La bellezza è un miraggio, un inganno proprio come il potere, come l’amore che ho inseguito. La bellezza è la fragilità di un fiore, la brevità di un respiro ma con la consapevolezza che tutto svanisce, proprio come questo sogno. Ho cercato di imprigionarla, la bellezza del potere del mio regno, era come un tesoro per me, ma ora so che la bellezza è libera. Non si piega,
nemmeno alla volontà di un re e non si lascia incatenare dalle ambizioni, soprattutto quelle umane. La mia sofferenza mostra l’illusione di ciò che è stato, mi mostra che ho tentato di afferrare con forza la bellezza e che però essa non si conquista: si contempla!
Ora mi alzo e mi incammino verso un futuro che non vedo, è incerto, ma con la speranza di trovare un perdono e di riscattare, almeno in parte, i miei errori del passato, seppur esser stati solo un sogno, sento di averli commessi comunque.
Sono già in cammino, mi sento un pellegrino! Sono alla ricerca di una verità, una verità mia, che mi sembra di aver smarrito nel labirinto intricato dei miei sogni. Troverò la pace, proprio quella pace che mi sembra di aver negato agli altri e a me stesso.
Bibliografia:
- C. Marlowe, Tamerlano I e II, Adelphi, Milano, 1989.