Cosa scriverebbe una lettrice del Trecento a Boccaccio?

Anna Milanesio, in questa sua composizione, riscrive i proemi del Decameron di Boccaccio e dei Canterbury Tales, nell’ottica del corso di letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Per questa riscrittura mi sono basata principalmente sui temi trattati nei prologhi e sulla rappresentazione di alcuni dei personaggi femminili tra i più innovativi. Ho inventato il personaggio di Ellen, una giovane domestica contemporanea a Boccaccio, che ha una grande passione per la lettura e mi sono immaginata che cosa scriverebbe se potesse inviargli una lettera.
Le donne del suo rango non godono del diritto all’istruzione, ma lei, spinta dalla passione e dalla curiosità, ha imparato a leggere da sola: di giorno, mentre faceva le pulizie, origliava le lezioni dei figli dei padroni e di notte, al lume di candela, tentava di leggere i libri presi dall’ampia biblioteca della villa. Metteva in pratica ciò che aveva ascoltato e le lettere che inizialmente apparivano sconnesse e slegate fra loro, dopo un po’di pratica iniziavano a unirsi formando parole di senso compiuto.  
Tra i suoi sogni di bambina c’era quello scrivere libri che parlano di donne ed emancipazione, per poter essere la voce di tutte quelle che come lei non hanno nessuna possibilità di riscatto.”

*

Ellen, reduce da una lunga e intensa giornata di lavoro, decide di uscire e per concedersi un breve momento di svago in questa fresca e umida serata primaverile, si reca nel suo posto preferito, dove è solita andare quando necessita di riflettere per ritrovare la propria pace interiore.

Prima di uscire si dà una sistemata, va in bagno e lo specchio le restituisce l’immagine di un volto stanco e stremato, ha solo 18 anni ma pare averne molti di più: i capelli una volta morbidi e di un biondo luminoso sembrano aver perso tutta la loro vitalità, sono ora crespi e del colore della cenere, anche gli occhi spenti sono segnati da borse scure.

Decide di indossare degli stivali robusti perché sembra che da un momento all’altro possa inaspettatamente iniziare a piovere, come è tipico che succeda in questo periodo.

Inizia a incamminarsi e dopo essersi arrampicata tra dei piccoli sentieri tortuosi che attraversano il bosco, ecco che arriva alla meta. In cima alla collina c’è una quercia millenaria, sotto cui si siede per osservare tutta Firenze che lentamente si spegne e si prepara alla notte, le radici fungono da cuscino e si sente avvolta dai rami come se fosse un caloroso abbraccio materno. Apre l’usurata borsa di tela che ha portato con sé e tira fuori due volumi i cui titoli sono “Decameron” e “Canterbury Tales”. Li ha visti appoggiati sul tavolo in salotto, appartengono al precettore dei bambini e non ha saputo resistere alla tentazione di sfogliarli: sin dalle prime righe ne è rimasta così affascinata che ha deciso di “prenderli in prestito”.

Prosegue con la lettura e quando i pensieri iniziano a farsi contorti sente il bisogno di dargli una forma e riordinarli, vorrebbe avere accanto i due scrittori così da poter dialogare e discutere con loro, apre dunque il suo diario nella prima pagina bianca e inizia a scrivere:

“Caro Boccaccio, mi sembra di ritrovarmi in un locus amoenus: i primi raggi del sole primaverile ancora deboli cercano timidamente di penetrare nella mia pelle e un piacevole calore si diffonde in tutto al corpo, dalla punta delle dita a quella dei capelli. L’erba sotto i miei piedi è così verde e soffice che sembra un tappeto, una brezza leggera mi spettina i capelli e trasporta con sé il dolce profumo dei fiori appena sbocciati, nel culmine della loro bellezza e fioritura. Il canto degli uccelli, lo scorrere del ruscello e il ronzio delle api che volano da un fiore all’altro trasportando il nettare si armonizzano, creando una sinfonia unica. Divento improvvisamente consapevole che è arrivata le primavera, con tutta la sua forza ed energia, ma mentre la natura segue il suo corso imperturbabile e continua a fiorire, l’ordine sociale è spezzato dalla peste: la vita del mondo prosegue, mentre la società fiorentina crolla. La ciclicità della natura alimenta nell’uomo una forma di speranza: l’illusione di poter rinascere a ogni primavera, sfuggendo all’idea di un tempo lineare e senza ritorno. È il vano tentativo di esercitare un controllo sul divenire, eppure il tempo dell’esistenza umana resta irrimediabilmente contrapposto a quello delle stagioni.


Proprio come ho letto nel suo “collega” Chaucer, oh messer Boccaccio, anche nelle terre del Nord la dolce pioggia d’aprile risveglia i cuori. Ma se per gli Inglesi questa è una spinta a mettersi in viaggio, a me non è concesso altro pellegrinaggio se non quello tra le pagine del vostro libro.
In questo scenario, aprile diventa un mese crudele: costringe alla vita e obbliga le radici a germogliare in un mondo ormai arido e privo di senso. Rompendo l’oblio del torpore e dell’indifferenza, esso risveglia desideri e ricordi dolorosi; infatti seguendo il risveglio della natura, sono germogliati anche i miei desideri.
Ho incontrato questa mattina il messo che spesso viene a rilasciare lettere nella nostra villa e nel momento in cui me ne ha consegnata una, le nostre mani si sono sfiorate e gli sguardi si sono incrociati per un attimo: il mondo intorno è svanito e il tempo si è fermato all’improvviso, come se noi fossimo il centro di tutto. Mi sono sentita le guance in fiamme, un calore che scalda da dentro, i battiti accelerati e il corpo tutto un fremito, come se avessi corso ininterrottamente senza sosta o fossi attraversata da una scossa che toglie il respiro.
Voi ci descrivete come se fossimo fragili vasi di cristallo, parlate dei nostri petti che nascondono fiamme, ma il nostro fuoco brucia più del vostro, sapete cosa significa nutrire un vero e proprio incendio tra queste mura, dove l’unico suono è il ronzio del fuso, il lamento dei carri dei morti che solcano la via di Santa Maria Novella o il rumore delle stoviglie che una volta impilate, aspettano di essere lavate?
Ci hanno sempre insegnato che dobbiamo reprimere i nostri voleri per sottostare a quelli degli uomini, siamo le loro ombre e non ci è concesso esprimere opinioni, dobbiamo obbedire ed essere accondiscendenti. Tuttavia più il desiderio viene represso e più una volta liberato si scatena con maggiore forza, in quanto donne non ci è concesso desiderare, viene considerato un peccato, un qualcosa di cui vergognarsi. Ma con le tue novelle tu sei uno dei primi a parlarne così apertamente, il desiderio è legittimo in quanto pulsione naturale che non può essere placata e permette di passare dall’inerzia alla vita.
Credi però che delle storie possano bastare quando ad animare i nostri petti sono dei desideri incommensurabili, che non hanno fine e non possono essere placati? La letteratura è davvero una medicina sufficiente contro il dolore reale? Essa non è solo intrattenimento, ma è occupare uno spazio nel mondo e deve offrire esempi per agire, come fanno le protagoniste delle vostre storie.
Per esempio Zinevra interpreta un ruolo maschile: si taglia i capelli e si veste da uomo, sotto queste spoglie si imbarca come marinaio e viaggia per il Mediterraneo fino ad arrivare ad Alessandria d’Egitto, dove entra al servizio del Sultano. Anche Alatiel mostra una spiccata virtù d’intelligenza e astuzia nel pronunciare un’orazione che, stravolgendo i fatti, mette in evidenza la tutela della propria castità: il finale, privo di intenti moralistici, è dichiaratamente malizioso ed esalta la capacità della protagonista di manipolare la realtà.
Allo stesso modo Chaucher offre dei ritratti di donne che sfidano ogni convenzione sociale, per esempio descrive una priora che ha dei bellissimi occhi grigi, una piccola bocca rossa, naso e fronte bellamente ariosa, tonaca elegante, un rosario di corallo colorato e una spilla con il motto “Amor vincit omnia”.
Anche la donna di Bath indossa calze di colore rosso e scarpe di modello raffinato. Per lei le pene d’amore non sono motivo di sofferenza ma di ironia, ella ha accumulato molte esperienze portando in chiesa cinque mariti, infatti non cerca conforto nel silenzio della lettura e non ha bisogno di essere consolata da un libro…”
Inizia improvvisamente a sentire delle gocce di acqua cadere sulla testa e un penetrante odore di terra bagnata le invade le narici, il temporale sta arrivando e la luce è sempre più fioca, ciò significa che è arrivato il momento di tornare a casa. Chiude il suo diario, lo rimette nella borsa insieme ai libri, si alza e accompagnata dalle sue riflessioni, inizia a incamminarsi per i sentieri: proseguirà domani con le letture.

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