Tommaso Civerchia, in questa sua composizione in versi danteschi, riscrive il personaggio di Frate Cipolla del Decameron boccacciano ponendo sotto la lente di ingrandimento un tema cruciale del nostro tempo: la manipolazione della realtà nel mondo digitale e dei Social Media. Lo fa nell’ottica del corso di Letterature comparate, Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (prof.ssa Chiara Lombardi).
Tra i versi della presente riscrittura, il frate Cipolla del Decameron boccacciano assume la forma oltremodo stravagante del risultato degli oramai decenni di progresso digitale nel campo dei Social. E’ questo nuovo fra’ Cipolla, abilissimo affabulatore, il precipuo responsabile dell’eterno inganno perpetrato ai danni dei giovani – e non solo – utenti: quei certaldesi i cui tratti il Boccaccio non aveva descritto in termini propriamente positivi, divengono ora nient’altro che esseri amorfi e acritici che soprav-vivono” al solo scopo di inseguire il “Dio delle Apparenze” (si pensi ai montaliani “scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”). Il triste risultato di tale condotta delle masse è quel baratro dell’omologazione che Dante aveva prefigurato con grande acume nel III canto del suo Inferno. Da qui l’idea di tentare di scrivere in terzine dantesche.
*
Si dice di retorica un maestro
lui fosse, indubbiamente, e al nuovo sole,
destatosi con quel suo far sinistro,
lui studia come con le sue parole
poter viziare quei suoi gran concetti,
al fine di ottener quel che lui vuole.
E gli ingannati son que’ figlioletti,
però che ‘l duca lor si tien nascosto
e vuol così si faccian per lui oggetti.
Tal sciame in mare è così composto
che arduo è pur discernere quel segno
che degli uman convien che sia disposto
a far così d’ognuno gran disegno:
dell’uomo sta nell’estro maraviglia,
nei flutti perso è certo meno degno.
E molto a fra’ Cipolla egli assomiglia
al punto che qualcuno giurerebbe
che fosser di medesima famiglia.
Con nome “Rete” si dice che crebbe,
per i più edotti “Internet” si chiama;
per tutti, è indubbio, “Social” basterebbe.
Con gran potere di parola brama di
dare forma a viaggi immaginari da
rendere realtà ora cosa grama.
Del nostro Fra’ Cipolla i mezzi vari
non son di certo storie od orazioni
ma foto di paesaggi straordinari,
splendore di perfette abitazioni,
degni corpi plastici di Adone,
famiglie come nei più bei cartoni.
Lettore mio, ora prendi posizione:
non è che tutto ciò pe’ certaldesi
sia diventato nuova religione?
Non noti come loro vivan tesi
a questo, meglio, il prossimo modello
da seguire per questo e pochi mesi?
Non credi tu, lettor, che sia più bello
mangiare, bere, leggere, dormire,
piuttosto che piegare quel cervello,
che certo ci è toccato di nutrire,
a queste artificiali costruzioni
che fanno noi scordar come sentire?
Non credi, mio lettor, sian soluzioni,
che valgono poi poco – a ben vedere,
al general svilir delle passioni?
Così lo ‘ngannator ci fa cadere
in questa grande bevanda di fiele
e facci quella lautamente bere,
come quel frate vendeva al fedele
d’un pappagallo la penna leggera
per più divin pennuto Gabriele
e i certaldesi in fila con la cera
mostravansi a tal punto affascinati
che credevan la cosa certo vera.
Puoi ben veder lettor che consigliati
gli uomini da truccate parole,
da sempre essi paion rinfrancati
di quel che giornalmente loro duole:
quel vivere da contadini gramo,
que’ pasti troppo magri per lor prole.
E’ gran Disperazione – esca all’amo –
allor Colei che rende noi servetti
del grande ’mperadore che cerchiamo.
Non credi tu, lettor, che sotto a’ tetti,
ciascun recluso dentro sua sventura,
gli uomini sian tutti men perfetti
eppure intero ognuno in sua natura
conservi quel rizoma de ‘ntelletto
che Padre porse ognun con magna cura?
In parentali mani v’è grilletto,
giacchè lor debbon scegliere che fare:
se spingere lor figli sul carretto,
se metterli da subito in rio mare
di que’ interessi oscuri del mercato
che son montagne ardue da scalare;
se scorza fare dell’esterno strato
de’ corpicino che nasce indifeso
e presto da ciascun lato è insidiato.
Non solo da finzion l’utente è leso,
quel fra’ Cipolla che “Social” chiamiamo,
s’industria a far sparir quel tempo speso:
de’ poche ore di cui disponiamo
disfarci noi sogliam piacevolmente;
con trucco ed illusion dimentichiamo
che ‘l tempo che ci è dato è poco o niente
ma questo noi vogliamo trascurare
ponendo a tal pensier quasi mai mente.
Ma quanti, con te voglio ragionare,
son quelli che s’avvedono del male
che ascoso se ne sta dietro all’altare?
Ov’è quello Pizzini Biagio il quale,
insieme con quel suo amico Giovanni,
intese la menzogna celestiale
come nient’altro che dei loro inganni
la giusta punizione ed appropriata
in quanto avean al frate inflitto affanni?
Allor forse una cosa l’ho afferrata:
piuttosto che de “Social” noi burlarsi,
noi tutti con coscienza sì ostentata,
a quel rio Fra’ Cipolla abbandonarsi
noi preferiam di molto; e a lui che viene?
Di senno e di ragion che son scomparsi
lui ben s’avvede e sa che ciò conviene
al suo infernal progetto e distruttivo
e beffar noi lasciamo a lui per bene.
Eppure io di dirvi non son schivo,
e prego la memoria ancor m’assista,
che quando lui passò da feto a vivo,
e questo penso in nascita consista,
già s’auspicava che per lui lo mondo
ne divenisse loco di conquista
di libertà nel senso più profondo:
poter raggiunger sempre più novelle
e dirsi di ciascuna esperti a fondo.
Diffida mio lettor di cose belle
di cui tu puo’ disporre in un istante: da
lungi sembran d’oro anche le stelle
ma prova a porre lente a tal sembiante
e dirmi tu potrai che non prezioso
è ‘l material che fa lume splendente,
bensì quel manto misero, ferroso
reagisce con sostanze più svariate,
fornendo luce senza mai riposo.
A questo ingannator menti votate
s’illudono d’aver poi larga schiera
d’amici che, allorchè da Mal tentate,
dal pelago lor traggan cosa intera.
Invero, quando ‘l mare è periglioso,
quand’ecco che imperversa la bufera,
è raro che di quel frate borioso
la virtuale comunità poi accorra,
o ancora che dimostrisi curioso
alcuno di traguardo oppur zavorra,
s’è vero ch’è qual onda vita umana
e cresta sempre cavo poi soccorra.
Allor caro lettor ciascuna frana
di quelle convinzion che fanno luce al
nostro viver quieto in questa tana.
T’affido allora quel che ancor traluce
di nostra umanità che a terra giace
che sia di buon auspicio se conduce
noi verso vita autentica e verace.
E cresci come ortica sulla strada,
nel mezzo de’ geranio che più piace,
la qual non sa che arriverà om cui spiace.
Bibliografia:
La presente riscrittura si ispira al contenuto narrativo della sopraccitata novella del Decameron. La scelta delle rime e la struttura metrica pertengono invece al modello della Commedia.
Nello specifico:
-Boccaccio, Giovanni. Decameron. A cura di Vittore Branca, Einaudi, 1992.
-Dante Alighieri. La Commedia secondo l’antica vulgata. A cura di Giorgio Petrocchi, Le Lettere, 1994.
Altri testi consultati:
-Han, Byung-Chul. L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017.
–Han, Byung-Chul. La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite, Einaudi, 2021.
-Gaber, Giorgio. La libertà non è star sopra un albero. A cura di Valentina Pattavina, Einaudi, 2003.
-Haidt, Jonathan. La generazione ansiosa: Come i social hanno rovinato i nostri figli. Rizzoli, 2024.