❧ SEGNALE 15 “Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile” Franco Moretti

“Però, intendiamoci, qui non si tratta di trovare i momenti in cui la tragedia parla della
guerra civile, o la mette addirittura in scena: quelli si capiscono da sé; quel che è interessante è comprendere come la tragedia rappresenti la guerra civile attraverso qualcosa che guerra civile non è. Perché, sia chiaro, nell’Orestea non c’è nessuna guerra civile: se ne parla, perché la tragedia agisce da forma simbolica della guerra civile. È il concetto che Panofsky riprende da Cassirer, ponendolo alla base del grande saggio sulla prospettiva […]. Nel nostro caso: «un particolare contenuto spirituale [ovvero una specifica idea della guerra civile] viene connesso ad un concreto segno sensibile [la guerra entro la famiglia] e intimamente identificato con questo».

La famiglia in guerra come segno della guerra civile. Ma, chiaramente, due fratelli che si uccidono tra loro rappresentano il fenomeno, gigantesco, di una società che si scinde e si stermina da un’angolatura molto particolare, in cui certi aspetti vengono posti in rilievo, ed altri no. Ad emergere è insomma una specifica idea della guerra civile, non la guerra civile tout court. Una forma simbolica non è solo «simbolica» di qualcosa che le preesiste, è in primo luogo una forma, che riordina quei materiali conferendo loro un significato nuovo; e del resto il teatro – un manipolo di attori, su quattro assi, per qualche ora – non può non stilizzare, e anzi ridurre ciò che rappresenta. Ma qui, come sempre nell’arte, less is more: ridurre significa stabilire delle priorità, delle connessioni; significa capire. Della guerra civile parlano storici, teorici della politica, studiosi di cose militari e altri ancora; ma in nessun altro ambito di discorso ha essa assunto la centralità e la forza che ha nella tragedia. È per questo che vale la pena studiarla”

F. Moretti, Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile, Torino: Einaudi 2025, pp. 23-24.

Per gli studi di comparatistica, il nuovo saggio di Moretti è significativo principalmente dal punto di vista del metodo. Moretti riesce in un’impresa difficile. La ricerca è ambiziosa, ricca di quegli spazi bianchi tra un paragrafo e l’altro, di quelle frasi senza verbo tipiche del suo stile che sembrano rispondere ad alcune questioni mentre sollevano molte domande, ma con il grande pregio di modellizzare in prospettiva comparata la forma tragica (e la sua eredità classica) nella modernità europea. Con un’illuminante lettura degli studi di Loraux sull’Atene classica, Moretti discute il paradigma tragedia-guerra civile rintracciando nell’amplissimo corpus analizzato alcuni elementi formali che necessitano un’attenzione critica specifica.
L’analisi dei puns in Hamlet, al capitolo Larvatus prodeo, mostra quanto sia fecondo l’incontro tra studi culturali e critica formale. Questo modo di procedere permette di analizzare il nesso tra parola e azione, decisivo nella costruzione tragica e, come la critica ha da tempo riconosciuto, carico di implicazioni “in senso lato” politiche (p. 147). Queste implicazioni sono molte, probabilmente anche più di quelle considerate da Moretti ma l’importante per il critico è rilevarle testualmente, attraverso un close reading serratissimo, pensato per far emergere, a livello formale, il legame tra ‘bello’ e ‘terribile’ che fa necessariamente parte della storia della letteratura. O, per usare le sue parole, per scavare fino alle “radici insanguinate della nostra autonomia estetica” (p. 178).

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