di Francesco Scibetta
La rubrica:
“Palestra di critica” è una rubrica che vuole offrire la possibilità agli studenti e ai redattori del blog di confrontarsi con le metodologie della critica letteraria. Le possibilità della prassi critiche verranno poste non come interpretazioni o come risposte, ma come domande. Ogni domanda numerata corrisponde infatti a un metodo presentato nel manuale Letterature comparate (Carocci, 2020):
- Macromorfologia
- La dimensione culturale dei testi
- Il dialogo intertestuale
- La letteratura e le altre arti
A queste si potranno aggiungere domande a scelta del curatore dell’intervista, non numerate. Infine, verranno scelti testi e autori ipercontemporanei, per interfacciarsi con testi privi di bibliografia secondaria. Allo stesso tempo, attraverso questa scelta, sarà possibile promuovere la letteratura contemporanea di ricerca presso un pubblico che non sempre ne è del tutto avvertito.

Intervista
1) Lei spesso, anche in Storia di un’amicizia, ha rivendicato una letteratura che venga da uno “stato di grazia”, e che quindi sia istintiva, che venga dalla necessità di scrivere. Questo suo libro, nella sua materia narrativa e nella sua struttura, è di certo quello in cui si sente più forte la necessità di raccontare non solo per il gusto di raccontare ma anche perché si conservi qualcosa. Che cosa, di questa bella storia, vorrebbe che venisse ricordato dai lettori?
Beh, che venisse ricordato il libro. Uno scrive un libro per esistere anche dopo la propria morte. Questo qui è un libro doppio in un certo senso: perché parla di Celati e fa sopravvivere – cosa che magari succedesse nella realtà – almeno un po’ della sua anima, delle sue caratteristiche di essere umano, prima ancora che di scrittore. E poi ci sono di mezzo anch’io e anch’io spero che un pochino della mia anima in questo libro sopravviva. Per anima io intendo la mente, l’essere umano in quanto essere pensante, ecco. E anche questo giro di amici con cui abbiamo legato, con cui abbiamo fatto una rivista e altre cose, anche questo spero che un po’ sopravviva, cioè che lasci – mi viene da dire – una piccola lezione. Come se avessimo detto: ecco così si sta al mondo. E se venissero gli extraterrestri potrebbero farsi un po’ un’idea – se la terra fosse tutta cancellata – di che cos’era questa vita umana. In questo caso la vita di un giro di amici tra cui Celati brillava, era un po’ l’apice, la punta dell’iceberg.
2) È interessante il rapporto che in Storia di un’amicizia c’è tra il ritratto di una stagione letteraria – che è anche ovviamente una stagione di vita – e una scrittura che invece è una proposta contemporanea. Diceva, che sarebbe bello se rimanesse questo modo di raccontare e di vivere: ed è come se nella scrittura si tramandasse un certo modo di vivere la letteratura e la vita. Penso che questa sia una lezione che possa essere letta anche nella contemporaneità. A breve uscirà Il grande mantenuto di Alberto Ravasio, che è un po’ una declinazione contemporanea del vostro piacere di raccontare. Lei pensa che la vostra lezione di letteratura e di vita possa essere recuperata oggi, o veniva dall’ambiente culturale e sociale e dalle amicizie di quel periodo?
Ha fatto bene a citare Alberto Ravasio, che non ha fatto in tempo a conoscere Celati, e che scrive in un modo molto diverso da me, da Celati, da Ugo Cornia e dagli altri amici. Ognuno di noi scrive in maniera diversa, sia come argomenti che come modo di scrivere. Tutti hanno un elemento – forse è ciò che ci accomuna – di una leggerissima, impalpabile, comicità: il piacere inarrestabile di dire cose appena un po’ buffe. Però Ravasio che appunto non ha conosciuto Celati, ma che conosceva la collana di Quodlibet in cui tanti di noi hanno pubblicato, io lo ammiro molto e l’ho sentito molto vicino pur essendo diverso. Proprio questa è la differenza tra noi e i gruppi d’avanguardia che erano dei gruppi quasi militari, dove più o meno tutti facevano le stesse cose credo, almeno questa è l’idea che mi sono fatto io. Il nostro è come se fosse uno spargimento di semi che nascono poi in luoghi diversi, in città diverse, con retroterra culturali diversi per ogni persona e quindi generano dei frutti anche leggermente diversi. Più asprigni certe volte come è per esempio Ravasio che è al limite del satirico; altri invece hanno un modo di scrivere più liscio, più conciliante con il mondo, però c’è sempre questo piccolo sorriso che gira tra tutti; quindi, non è assolutamente un gruppo militaresco d’avanguardia che si è formato intorno a Celati, ma è un’area territoriale diversificata e però tutta imparentata, come se ci fossero elementi del DNA comuni.

3) Questa è un’altra cosa che spesso si incontra quando si parla del «Semplice» nella ricerca accademica: come se fosse un’avanguardia dopo le avanguardie. Lei invece ha sempre rivendicato più che altro una tradizione, un’aria di famiglia, che una volta lei ha chiamato «La linea della disobbedienza».
Si, noi ci siamo sempre divertiti. Nelle riunioni che facevamo a Modena, a San Carlo, per fare il Semplice, ci divertivamo. Erano pomeriggi bellissimi e c’era una fraternità in persone anche profondamente diverse, questo l’ho già detto ma lo ripeto. Ed è un aspetto che poi negli scritti si riflette, un modo non pesante di scrivere e raccontare: questa è la prima cosa.
Poi certo io sono convinto – l’ho detto varie volte quando mi è capitato – che nella letteratura italiana la cosa più bella sia la tradizione diciamo buffa. Non direi proprio comica, il comico è qualcosa di più intenso. Pensi a questi meravigliosi libri: il Decameron è tutta una serie di vicende buffe, con qualcuna malinconica certo, ma è un libro prima di tutto irridente. Tutte le mogli scopano, tutti i mariti sono cornuti o scopano anche loro, i preti pure. Tutto è un andare contro le regole che allora la società aveva, perché era una società cristiana. E poi se si continua pensi a tutto il poema cavalleresco che è una meraviglia. Ha prodotto alcuni libri, l’Orlando Furioso, l’Orlando Innamorato, il Morgante, che sono tutti buffi, perché trasformano la materia cavalleresca che era l’epica dell’Europa, in un gioco leggermente buffo. Solo in Italia è stato fatto. E poi si può continuare, adesso non voglio fare una lezione di storia della letteratura, ma anche prendendo – l’ho già detto varie volte – Manzoni, il suo maggiore piacere nel descrivere i personaggi è quello per Don Abbondio, che è un personaggio buffo, o comunque irregolare. È un prete che in fondo non crede e non vive da prete. Poi l’opera buffa. E anche nel Novecento le cose che secondo me sono le più riuscite, che amo di più, sono proprio quelle di chi un po’ irride alle regole del proprio tempo, e questo è un principio generale che in tutti questi scrittori, in questa aria di famiglia che lei cita, c’è ed è forse il cromosoma comune, ritorno a dire, nella diversità però più estrema.
Una delle sue tante mediazioni editoriali è stata un’edizione delle Satire di Ariosto per Il Saggiatore (2021). Era presente in quel volume un’introduzione in cui le ri-raccontava le Satire e la vita di Ariosto. Mi sembra che questa operazione sia in qualche modo simile a Storia di un’amicizia.
È molto vero. Effettivamente le Satire sono testi che Ariosto non ha pubblicato in vita, perché altrimenti il Cardinale o il Duca di Ferrara lo cazziavano, perché prende in giro tutto questo mondo di corse, che era quello che gli dava da campare. E allora, prima di tutto, le Satire, sono più difficili da leggere per un lettore medio rispetto all’Orlando furioso che – se uno si abitua al verso – si legge come andare in treno. Mentre le Satire sono più complesse, hanno rimandi a personaggi dell’epoca che, se non sa chi sono, uno si perde. E allora le ho volute anche ri-raccontare, proprio con quell’affetto che ho avuto anche per Celati in questo libro. Con tutto l’affetto che ho per Ariosto ho voluto raccontare i suoi casi di vita: i suoi viaggi a Roma, i pericoli di essere ucciso dal Papa, eccetera. Sono racconti bellissimi che sono sparsi nelle Satire e io ho voluto ri-raccontarli per la lingua di oggi. In questo è vero, ho fatto un’operazione simile un po’ tra i due autori, Celati e Ariosto.
4) Mi permetta una domanda un po’ sciocca ma sempre divertente che facciamo agli ospiti di questa rubrica, in quanto studenti di comparatistica. Se Storia di un’amicizia fosse un’opera di un’altra arte, che cosa sarebbe?
Il cinema è la grande, grandissima arte del Novecento e ancora lo è. Al cinema ci va la parrucchiera – tanto per dire uno stereotipo – e anche il coltissimo. Il cinema è proprio l’arte che è alla portata di tutti. C’è chi poi capisce una cosa e chi un’altra. Mentre la letteratura si è un po’ ristretta ai colti nel corso del Novecento. Ci sono anche poi i libri per i non colti, certo, il romanzo poliziesco, ad esempio, è quello che si è più diffuso. Io credo che sia un genere molto più popolare proprio perché è più facile da leggere, è più vicino.
Quindi magari se questo libro potesse essere trasposto in cinema, in film, e ci fosse poi un grande regista che lo fa, sarebbe una bella cosa. Non riesco a pensare che venga tradotto in una scultura, non saprei come potrebbe venire o, non lo so, in musica. Chissà, forse un compositore bravo potrebbe prendere ispirazione, però diventa una traduzione così distante. Il cinema invece è sempre un genere narrativo e quindi è più vicino, forse.
Di certo non una scultura ma a modo suo questo libro è un piccolo monumento.
Lo spero, Però vede che lei usa la parola monumento in forma metaforica, perché è il libro come se fosse un monumento. Ma diverso è dire “si trasforma in monumento”. Invece nel cinema non sarebbe una metafora, sarebbe proprio un ri-racconto.
