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Inter Caetera

Jules Lee Artom, in questa produzione, riporta un dialogo immaginario ispirato alla prima novella della quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, nell’ottica del corso di Letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura prende le movenze dalle argomentazioni, volte a Tancredi dalla figlia Ghismonda, intorno alla fallacia e l’ingiustizia della repressione sistematica: l’egida al negativo, di quelle figure che dovrebbero essere garanti della giustizia e del benessere collettivo, diventa qui il focus della narrazione. Il racconto è teso a suscitare nei lettori una riflessione personale sulle ambiguità, le contraddizioni e le strategie subdole che soventemente si insinuano nelle vite di ognuno, su qualsiasi piano di rilevanza e derivanti dalle più disparate tipologie di fonti. La forma quindi si avvicina a quella dei racconti distopici, dove un esempio di fiction esasperatamente tragica spesso manifesta la volontà e la speranza di una possibile resistenza o la coltivazione di uno spirito antitetico alle diverse sfumature di ‘servitù volontaria’”.

*

«Ieri mattina ho sentito un tonfo assordante, come di un mobile che cade e si spacca a terra, provenire dalla camera di Ghismonda. Ricordo chiaramente la sensazione di disagio che si versava liquida sulla mia schiena, carezzandone le vertebre: era una sensazione nauseabonda, una paura acre, al sapore di bile; tutto proveniva, con il rumore, da quella stanza, come se già sapessi…»

«Per ciò mi sono alzata e, senza pensare, ho corso. Corso come una madre dalla sua creatura, corso come chi corre nella propria casa incendiata. Ho corso e sono crollata, perché, dall’altro lato del corridoio, una stanza oscura era piena delle urla della mia bambina, ed un muro coperto del suo sangue, così, come il suo viso. Aveva gli occhi gialli, la pelle bianca, delle macchie livide sul corpo, un grumo di bava rappresa e perdeva s-s-sa…»

«Vorrei solo accarezzarla. Vorrei aver avuto la forza di stringerla forte e dirle che tutto sarebbe andato bene, calmarla, e invece sono rimasta a disperarmi piangendo, rannicchiata sotto lo stipite della porta, mentre la mia povera bambina si dimenava.
Danzava in centro alla stanza bianca, le tende azzurre l’accompagnavano come le carezze degli spiriti in un sodalizio appena stretto, un patto di complicità, un rito di passaggio già ormai troppo lontano da me, che invece nella mia vile umanità non potevo che guardare.
Danzava in preda alle convulsioni, schizzando i muri attorno con gli arti disarticolati che lanciava a prendere il poco di mondo che le sarebbe rimasto. Danzava e gridava, gridava un’argomentazione di odio e vendetta, per cui aveva eletto il suo stesso corpo a martire.
“…Avere il monopolio sulla vita delle persone non è sufficiente, Tancredi, vero? Ma non capisci? Non capisci che così non potrai avere nessuno?

Non puoi alienare un corpo morto.

Hai fatto quel che dovevi fare: mi hai rinchiusa nella stessa cella che mi sono creata. Ed io non ho visto. Sono cresciuta con te, come tutti. Tutti ormai da generazioni conoscono le tue infide perfidie sin dalla nascita. Prima ancora di parlare, prima ancora, abbiamo imparato a confidarci con te, a-a dirti i nostri segreti, a-a farci servi un giorno alla volta, quindici ore al giorno. Io non ti ho seguito, un movente alla condanna: perché ho evaso per un’ora la rete di manipolazioni che mi hai intessuto addosso per più di vent’anni, una camicia di forza cucita senza mani…”
Ogni tanto la vedevo fermarsi, a volte si sdraiava, vomitava grumi nerastri sul tappeto e sul parquet. Altre, mentre si piegava verso il pavimento, emetteva suoni gutturali e imprecazioni, alternate da grida agghiaccianti. E le labbra diventavano livide e crespe. E la pelle glauca. Orribile, orribile visione.
E lei malediceva, malediceva tutto. Malediceva il veleno e poi lo ringraziava piangendo, implorava che la finisse e poi che prolungasse l’agonia, chiedeva follia e pretendeva lucidità. Chiamavo, ma nessuno accorse a soccorrerla, perché lei aveva commesso un crimine. Era un rifiuto ormai, un rifiuto agonizzante in preda alle convulsioni. Ed io stavo lì, a guardarla, impotente.»

«Brancolavo assieme ai discorsi deliranti di mia figlia, che bene era ormai già dentro alla follia da comporre tali teorie. Farneticava di “una realtà surrogata in cui tutto si configura apparenza, una proiezione del mondo, una falsificazione, un cosmo di sensi di colpa, una società della vergogna…”.
Le giuro, ufficiale, che queste erano sue congetture, sue macchinazioni, le riporto per il verbale di decesso e nulla più. Non che io creda che…
Ad ogni modo, proseguo a raccontarle. Lo faccio per il bene collettivo, in cui credo perché si crede alla realtà, e nulla più.
Come dicevo, Ghismonda delirava, e nel suo delirio deplorava Tancredi come non si addice ad un mezzo necessario al nostro benessere e alla nostra civiltà, diceva: “Cancro! Cellula infetta!”, oppure: ”Bias della coscienza! Forma di assoggettamento endemico! Forma di obbedienza incivile!”.
E continuava
“…Poi mi sono accorta di cos’era la mia vita abituale. ʻ Io sono una ruota del carro, e giro e giro o qualcosa mi fa girare ʼ ripetevo ogni mattina a colazione, ogni giorno. Principio di una serie di riproposte: mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo a pieno, le notizie, di tutti. Era un’esistenza di menzogna, asservimento, alienazione, condivisa da tutti e osannata. Era un inganno vile con cui un tiranno ci ha assoggettati. Il dramma delle bestie da soma, un anacronismo contro natura di tutti i nostri istinti: ripiegati, forzati, inscatolati e spediti, come merce di scambio, su vie commerciali larghe e affollate dalle uniche maschere ancora esistenti, perché per gli altri non c’è più maschera che possa celare segreti ancora non svelati. Ombre, ombre tutt’intorno, ombre pesanti, ombre di piombo, vischiose, sudicie, tossiche mani di pece – che soffocano i peccatori sbagliati – dei detentori del destino, delle le parche di questo mondo estenuato e senza Dio e senza Dike. I demagoghi della repubblica mentale che oggi si è instaurata sono burattinai con fili invisibili, impercettibili, inconsistenti, velenosi come virus buttati nei pozzi dei più mentre loro si ubriacano nell’ebrezza dello schiavismo autocompiacente. E noi non siamo più che burattini senza speranza, in coma su un palco di cui non vedremo mai strapparsi il cielo di carta. Guardandomi attorno, ho visto gli altri come me, ed ho capito che non ci sarebbe stata alcuna speranza di fuggire da questa voliera, un giorno.
E io l’ho capito adesso, solo adesso, dopo vent’anni di privazioni intellettuali, nella stessa condizione di quegli individui che tanto acutamente descrive Etienne nel suo saggio. Ho lasciato che mi picchiassero con le mie stesse mani, che mi prendessero a calci con i miei stessi piedi, che mi spiassero con i miei stessi occhi, che mi tradissero con le mie stesse parole. Quante volte tu stesso, spaventoso ordigno infernale, mi hai forzato con sotterfugi e raggiri, oppure con leve emotive e minacce, quante volte? Io lo consideravo normale, ho cominciato inconsciamente ad applicare il tuo paradigma di manipolazione mentale verso il prossimo, reiterando io stessa questo meccanismo ch’è nato nel buio del baratro oltre alla morale. Non negare che sia questo il tuo impiego.
L’ho capito adesso e nell’unico luogo possibile: quella finestra d’interferenza che vive tra la vertiginosa profondità dell’illusione impostaci dalla tua democraticità e la concretezza della tua sottile violenza, laddove il trauma permette di destarsi e contemplare con distacco la realtà delle cose. Hai commesso un errore senza il quale avrei potuto continuare a dormire nel tuo sogno sino al sopraggiungere della morte, come quasi tutti attorno a me.
Ma perché? Perché doveva andare così? Non eri forse tu a disegnarmi prospettive di libertà e felicità? Non eri tu a dirmi che avrei sempre dovuto continuare a ricercarla, quella libertà? Liberi: se la natura ci ha creati tali, la fortuna ci ha resi inevitabilmente schiavi. Ho volato un giorno soltanto, perché volevo provare, e tu mi hai punita, nel modo peggiore mi hai tarpato le ali, ebbene, ho deciso di condividere la mia sorte con la sua: morirò anche io come tu hai deciso di ammazzare Guiscardo.
E continuerò a volare, volerò lo stesso con il mio amato, come con lui andrò sottoterra dopo aver assunto quest’unica parte di lui in mio possesso, affinché me la possa portare nella tomba.”
Dicendo così, ha inghiottito un foglietto di carta con una scritta che non sono riuscita a leggere e un’immagine che non sono riuscita a vedere. Poi ha cessato di parlare, chiudendosi nel baccano della solitudine e del pianto, finché non sono arrivate le ultime, brutali, conseguenze della tossina. Dopodiché, ha smesso di respirare.
Questo è tutto quel che so di ciò che è successo: mia figlia si è uccisa per colpa di una scappatella.»

Jules Lee Artom

Un moderno frate Cipolla: inganno e seduzione dei Social ai danni dell’homo digitalis

Tommaso Civerchia, in questa sua composizione in versi danteschi, riscrive il personaggio di Frate Cipolla del Decameron boccacciano ponendo sotto la lente di ingrandimento un tema cruciale del nostro tempo: la manipolazione della realtà nel mondo digitale e dei Social Media. Lo fa nell’ottica del corso di Letterature comparate, Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (prof.ssa Chiara Lombardi).

Tra i versi della presente riscrittura, il frate Cipolla del Decameron boccacciano assume la forma oltremodo stravagante del risultato degli oramai decenni di progresso digitale nel campo dei Social. E’ questo nuovo fra’ Cipolla, abilissimo affabulatore, il precipuo responsabile dell’eterno inganno perpetrato ai danni dei giovani – e non solo – utenti: quei certaldesi i cui tratti il Boccaccio non aveva descritto in termini propriamente positivi, divengono ora nient’altro che esseri amorfi e acritici che soprav-vivono” al solo scopo di inseguire il “Dio delle Apparenze” (si pensi ai montaliani “scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”). Il triste risultato di tale condotta delle masse è quel baratro dell’omologazione che Dante aveva prefigurato con grande acume nel III canto del suo Inferno. Da qui l’idea di tentare di scrivere in terzine dantesche.

*

Si dice di retorica un maestro
lui fosse, indubbiamente, e al nuovo sole,
destatosi con quel suo far sinistro,

lui studia come con le sue parole
poter viziare quei suoi gran concetti,
al fine di ottener quel che lui vuole.

E gli ingannati son que’ figlioletti,
però che ‘l duca lor si tien nascosto
e vuol così si faccian per lui oggetti.

Tal sciame in mare è così composto
che arduo è pur discernere quel segno
che degli uman convien che sia disposto

a far così d’ognuno gran disegno:
dell’uomo sta nell’estro maraviglia,
nei flutti perso è certo meno degno.

E molto a fra’ Cipolla egli assomiglia
al punto che qualcuno giurerebbe
che fosser di medesima famiglia.

Con nome “Rete” si dice che crebbe,
per i più edotti “Internet” si chiama;
per tutti, è indubbio, “Social” basterebbe.

Con gran potere di parola brama di
dare forma a viaggi immaginari da
rendere realtà ora cosa grama.

Del nostro Fra’ Cipolla i mezzi vari
non son di certo storie od orazioni
ma foto di paesaggi straordinari,

splendore di perfette abitazioni,
degni corpi plastici di Adone,
famiglie come nei più bei cartoni.

Lettore mio, ora prendi posizione:
non è che tutto ciò pe’ certaldesi
sia diventato nuova religione?

Non noti come loro vivan tesi
a questo, meglio, il prossimo modello
da seguire per questo e pochi mesi?

Non credi tu, lettor, che sia più bello
mangiare, bere, leggere, dormire,
piuttosto che piegare quel cervello,

che certo ci è toccato di nutrire,
a queste artificiali costruzioni
che fanno noi scordar come sentire?

Non credi, mio lettor, sian soluzioni,
che valgono poi poco – a ben vedere,
al general svilir delle passioni?

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Cosa scriverebbe una lettrice del Trecento a Boccaccio?

Anna Milanesio, in questa sua composizione, riscrive i proemi del Decameron di Boccaccio e dei Canterbury Tales, nell’ottica del corso di letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Per questa riscrittura mi sono basata principalmente sui temi trattati nei prologhi e sulla rappresentazione di alcuni dei personaggi femminili tra i più innovativi. Ho inventato il personaggio di Ellen, una giovane domestica contemporanea a Boccaccio, che ha una grande passione per la lettura e mi sono immaginata che cosa scriverebbe se potesse inviargli una lettera.
Le donne del suo rango non godono del diritto all’istruzione, ma lei, spinta dalla passione e dalla curiosità, ha imparato a leggere da sola: di giorno, mentre faceva le pulizie, origliava le lezioni dei figli dei padroni e di notte, al lume di candela, tentava di leggere i libri presi dall’ampia biblioteca della villa. Metteva in pratica ciò che aveva ascoltato e le lettere che inizialmente apparivano sconnesse e slegate fra loro, dopo un po’di pratica iniziavano a unirsi formando parole di senso compiuto.  
Tra i suoi sogni di bambina c’era quello scrivere libri che parlano di donne ed emancipazione, per poter essere la voce di tutte quelle che come lei non hanno nessuna possibilità di riscatto.”

*

Ellen, reduce da una lunga e intensa giornata di lavoro, decide di uscire e per concedersi un breve momento di svago in questa fresca e umida serata primaverile, si reca nel suo posto preferito, dove è solita andare quando necessita di riflettere per ritrovare la propria pace interiore.

Prima di uscire si dà una sistemata, va in bagno e lo specchio le restituisce l’immagine di un volto stanco e stremato, ha solo 18 anni ma pare averne molti di più: i capelli una volta morbidi e di un biondo luminoso sembrano aver perso tutta la loro vitalità, sono ora crespi e del colore della cenere, anche gli occhi spenti sono segnati da borse scure.

Decide di indossare degli stivali robusti perché sembra che da un momento all’altro possa inaspettatamente iniziare a piovere, come è tipico che succeda in questo periodo.

Inizia a incamminarsi e dopo essersi arrampicata tra dei piccoli sentieri tortuosi che attraversano il bosco, ecco che arriva alla meta. In cima alla collina c’è una quercia millenaria, sotto cui si siede per osservare tutta Firenze che lentamente si spegne e si prepara alla notte, le radici fungono da cuscino e si sente avvolta dai rami come se fosse un caloroso abbraccio materno. Apre l’usurata borsa di tela che ha portato con sé e tira fuori due volumi i cui titoli sono “Decameron” e “Canterbury Tales”. Li ha visti appoggiati sul tavolo in salotto, appartengono al precettore dei bambini e non ha saputo resistere alla tentazione di sfogliarli: sin dalle prime righe ne è rimasta così affascinata che ha deciso di “prenderli in prestito”.

Prosegue con la lettura e quando i pensieri iniziano a farsi contorti sente il bisogno di dargli una forma e riordinarli, vorrebbe avere accanto i due scrittori così da poter dialogare e discutere con loro, apre dunque il suo diario nella prima pagina bianca e inizia a scrivere:

“Caro Boccaccio, mi sembra di ritrovarmi in un locus amoenus: i primi raggi del sole primaverile ancora deboli cercano timidamente di penetrare nella mia pelle e un piacevole calore si diffonde in tutto al corpo, dalla punta delle dita a quella dei capelli. L’erba sotto i miei piedi è così verde e soffice che sembra un tappeto, una brezza leggera mi spettina i capelli e trasporta con sé il dolce profumo dei fiori appena sbocciati, nel culmine della loro bellezza e fioritura. Il canto degli uccelli, lo scorrere del ruscello e il ronzio delle api che volano da un fiore all’altro trasportando il nettare si armonizzano, creando una sinfonia unica. Divento improvvisamente consapevole che è arrivata le primavera, con tutta la sua forza ed energia, ma mentre la natura segue il suo corso imperturbabile e continua a fiorire, l’ordine sociale è spezzato dalla peste: la vita del mondo prosegue, mentre la società fiorentina crolla. La ciclicità della natura alimenta nell’uomo una forma di speranza: l’illusione di poter rinascere a ogni primavera, sfuggendo all’idea di un tempo lineare e senza ritorno. È il vano tentativo di esercitare un controllo sul divenire, eppure il tempo dell’esistenza umana resta irrimediabilmente contrapposto a quello delle stagioni.

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L’antologia de <La Morza>, da Giovanni da Certaldo curata e raccolta

Elisa Maisa, attraverso questa rivisitazione, tenta di dare un tocco di creatività alla già di per sè geniale cornice boccacciana, attraverso una racconto quadro che indaga il fenomeno salentino della Taranta, nell’ottica del corso di Letterature Comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi).

In questa mia rivisitazione ho tentato di enfatizzare il ruolo chiave ricoperto dalle donne nella narrazione boccacesca, sottolineandone la vitalità. La centralità della parola e dell’ascolto, inoltre, si è rivelata un aspetto cruciale della mia composizione, intorno alla quale ha preso forma l’intera vicenda. Attraverso il personaggio di Nunzia, infatti, il lettore riscopre se stesso empatizzando con la protagonista, la cui lotta interiore si trasforma in una catarsi che non libera solo il corpo, ma anche l’anima.

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Graziosissime donne, io non voglio per me alcuna lode. Dopo lungo peregrinare, errando e vagando alla ricerca di esperienze dalle quali attingere racconti da narrare, mi ritrovai improvvisamente forestiere della vita e questo racconto è semplice trascrizione di ciò che ho udito e vissuto.
In qualità di attento, veritiero e fedelissimo ascoltatore (anziché narratore), mi accingo a riportare per iscritto questa raccolta di trame, tessute e intrecciate dalla cosiddetta “Morza”, meglio conosciuta come “la Tarantata”.

Morza la Tarantata fu vergine, giovane e onesta donna, di bell’aspetto a dai graziosi e gentili modi; la quale fu tristemente conosciuta a Galatina, piccola cittadina dell’entroterra salentino, per essere stata consumata irrimediabilmente dal morso della taranta.

Questo morbo ancestrale, infatti, colpí esclusivamente giovani donne, tuttavia non venne trasmesso per contatto come avvenne, invece, per la feroce pestilenza che colpì la mia Firenze: ogni giovane ragazza fu punta dalla propria Taranta e portó nel sangue un veleno solo suo.

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