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“Il mio gatto postmoderno”: frammentazione, metafora e mito in ‘Il mio gatto Jugoslavia’ di Pajtim Statovci

di Guglielmo Ferroni

In questa ‘lettura’ Guglielmo Ferroni analizza, attraverso gli studi sulla scrittura storica di Hayden White, il modo in cui Pajtim Statovci utilizza espedienti retorici come metafora e frammentazione nel suo primo romanzo Il mio gatto Jugoslavia

Introduzione

“Quando incontrai il gatto per la prima volta, fu qualcosa di sconvolgente, come vedere i corpi di cento splendidi uomini tutti insieme…”[1]. Quella che sembra una frase à la Bulgakov de Il maestro e Margherita[2] o, perché no, un estratto della “sciarada gattesca” di Burroughs[3] è invece l’incipit del romanzo d’esordio dell’autore kosovaro-finlandese Pajtim Statovci (1990). Pubblicato in Finlandia nel 2014 con titolo Kissani Jugoslavia, è stato tradotto in italiano nel 2016 presso Frassinelli con il titolo L’ultimo parallelo dell’anima; titolo falsamente evocativo e mossa commerciale allo stesso tempo, come indicava già nel 2017 Nicola Rainò[4]. Il romanzo dell’autore è stato ritradotto dallo stesso Rainò nel 2024 e pubblicato da Sellerio con un titolo (finalmente) letterale, Il mio gatto Jugoslavia. Sellerio aveva già pubblicato gli altri due romanzi di Statovci, Le transizioni (2020) e Gli invisibili (2021), tradotti e curati sempre da Rainò.

Accolto con grande calore in Finlandia nel 2014 e altrettanto in Italia dopo il grande successo dei romanzi pubblicati a partire dal 2020, Il mio gatto Jugoslavia è un libro difficile da classificare: una sorta di romanzo storico-(auto)biografico con due punti di vista ben distinti, affiancati da alcuni elementi surreali e fantastici (in primis il gatto parlante-gay-tabagista); un insieme di “forme” che mi induce ad evitare quella “violazione” del testo che si genera quando si vogliono applicare categorizzazioni troppo nette[5], e mi spinge a definirlo con la generica etichetta di romanzo postmoderno[6]. Ritengo tuttavia che l’opera tratti in modo innovativo e curioso il tema della Storia, specialmente del trauma personale dei personaggi, attraverso visioni frammentate che si riflettono sulla narrazione e attraverso un discorso simbolico e mitico. Questi aspetti, visti attraverso la lente fornita da alcuni saggi di un accademico come Hayden White, potrebbero condurci a un apprezzamento maggiore del romanzo, e ci porteranno a distinguere tre “modalità” principali con cui Statovci parla del passato, pubblico e privato, dei suoi personaggi.

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