Archivi tag: lettura critica unito

La luce accecante: le riflessioni sulla storia di Nietzsche e Tolstoj

di Antonio Bolognesi

In questo contributo critico, Antonio Bolognesi esamina le riflessioni sulla storia di Nietzsche e Tolstoj attraverso una metafora che le accomuna: la luce accecante.

1. Introduzione

Il presente lavoro propone un confronto critico tra la visione della storia di Friedrich Nietzsche (1844-1900) e di Lev Tolstoj (1828-1910), adottando come chiave di lettura la metafora della luce accecante, da loro adoperata rispettivamente in due opere pubblicate nel medesimo torno di tempo: Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874) e Guerra e pace (1869). A una prima parte intesa a fornire un breve excursus sull’evoluzione dell’immagine nella letteratura occidentale seguirà una seconda, più lunga, in cui essa servirà da filo rosso per uno sguardo comparato sui testi. L’obiettivo dell’analisi sarà individuare alcune analogie e differenze nella riflessione dei due autori sulla storia e sulla storiografia coeva, prendendo in considerazione il retroterra culturale comune e le successive evoluzioni del loro pensiero.

Continua la lettura di La luce accecante: le riflessioni sulla storia di Nietzsche e Tolstoj

Pasolini e Fo al crocevia del Sessantotto. La parola e il gesto per un “Nuovo Teatro”

di Giorgio Giuffrè

In questa lettura si propone un’analisi comparativa delle eterogenee opzioni estetiche e ideologiche perseguite da Pier Paolo Pasolini e Dario Fo dinanzi al profondo mutamento del teatro italiano degli anni Sessanta, con particolare enfasi sul rapporto tra gesto e parola, testo fisso e testo mobile.

1. Introduzione

Il vento di novità che soffiava nel Sessantotto, oltre a costituire uno snodo decisivo della storia politica e culturale del secolo scorso, contribuì alla vivacizzazione dello spazio letterario e, in particolar modo, del teatro, che agli occhi di molti risultava arenato su posizioni retrive e talvolta ritenuto un «hobby sonnacchioso di ricchi borghesi o via didattica al socialismo benpensante secondo l’ispirazione dei teatri stabili».[1] Infatti, proprio in questo clima di profonda trasformazione dell’industria culturale, dentro e fuori i convenzionali schemi dell’ideologia, si sviluppa il grande dibattito intorno al rinnovamento del teatro, a cui prenderanno parte sia Dario Fo che Pier Paolo Pasolini con posizioni decisamente antitetiche, tanto da un punto di vista teorico, quanto nella proposta drammatica. I prodromi della rimodellazione della scena teatrale si possono rintracciare fin dalle celebri giornate di Palermo che diedero vita alla variegata e disomogenea esperienza della Neoavanguardia, la cui sperimentazione teatrale assume già vettorialmente le caratteristiche proprie del Nuovo Teatro, quali la valorizzazione del gesto, della componente orale della parola e dell’interdisciplinarità artistica.[2] Tuttavia, come ben sottolinea Orecchia, i postulati neoavanguardisti – e questo è un problema comune anche alle avanguardie storiche –  si tengono a distanza da un confronto reale con la scena, dando vita a «una scrittura per il teatro che intende rompere le convenzioni ma fatica a confrontarsi con il linguaggio teatrale, le sue tradizioni e, per questo, tenta un’azione che risulta velleitaria, astratta, di corto respiro».[3] Bisogna attendere il 1965, e in particolar modo la celebre inchiesta curata da Marisa Rusconi sugli scrittori e il teatro, perché inizi a prendere corpo quel prisma di possibilità che a breve si sarebbe configurato come Nuovo Teatro italiano, e che, minando alla negazione del modello egemone, avrebbe portato sulle scene di tutto il Paese l’irrimediabile opposizionetra testo-centristi e spettacolisti.[4]

Continua la lettura di Pasolini e Fo al crocevia del Sessantotto. La parola e il gesto per un “Nuovo Teatro”