di Giorgio Giuffrè
In questa lettura si propone un’analisi comparativa delle eterogenee opzioni estetiche e ideologiche perseguite da Pier Paolo Pasolini e Dario Fo dinanzi al profondo mutamento del teatro italiano degli anni Sessanta, con particolare enfasi sul rapporto tra gesto e parola, testo fisso e testo mobile.
☙
1. Introduzione
Il vento di novità che soffiava nel Sessantotto, oltre a costituire uno snodo decisivo della storia politica e culturale del secolo scorso, contribuì alla vivacizzazione dello spazio letterario e, in particolar modo, del teatro, che agli occhi di molti risultava arenato su posizioni retrive e talvolta ritenuto un «hobby sonnacchioso di ricchi borghesi o via didattica al socialismo benpensante secondo l’ispirazione dei teatri stabili».[1] Infatti, proprio in questo clima di profonda trasformazione dell’industria culturale, dentro e fuori i convenzionali schemi dell’ideologia, si sviluppa il grande dibattito intorno al rinnovamento del teatro, a cui prenderanno parte sia Dario Fo che Pier Paolo Pasolini con posizioni decisamente antitetiche, tanto da un punto di vista teorico, quanto nella proposta drammatica. I prodromi della rimodellazione della scena teatrale si possono rintracciare fin dalle celebri giornate di Palermo che diedero vita alla variegata e disomogenea esperienza della Neoavanguardia, la cui sperimentazione teatrale assume già vettorialmente le caratteristiche proprie del Nuovo Teatro, quali la valorizzazione del gesto, della componente orale della parola e dell’interdisciplinarità artistica.[2] Tuttavia, come ben sottolinea Orecchia, i postulati neoavanguardisti – e questo è un problema comune anche alle avanguardie storiche – si tengono a distanza da un confronto reale con la scena, dando vita a «una scrittura per il teatro che intende rompere le convenzioni ma fatica a confrontarsi con il linguaggio teatrale, le sue tradizioni e, per questo, tenta un’azione che risulta velleitaria, astratta, di corto respiro».[3] Bisogna attendere il 1965, e in particolar modo la celebre inchiesta curata da Marisa Rusconi sugli scrittori e il teatro, perché inizi a prendere corpo quel prisma di possibilità che a breve si sarebbe configurato come Nuovo Teatro italiano, e che, minando alla negazione del modello egemone, avrebbe portato sulle scene di tutto il Paese l’irrimediabile opposizionetra testo-centristi e spettacolisti.[4]
Continua la lettura di Pasolini e Fo al crocevia del Sessantotto. La parola e il gesto per un “Nuovo Teatro” →