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❧ SEGNALE 16 “Auerbach contro Bachtin. Il serio, il comico e la teoria del romanzo” Marco Fontana

Le svolte letterarie occorse nel XIX secolo costituiscono delle soglie storico-estetiche decisive per Auerbach e Bachtin, e le loro teorie presentano punti nodali quando ragionano sulle caratteristiche che hanno permesso al romanzo ottocentesco di emanciparsi dalle regole della divisione stilistica. Il punto più importante che interessa il nostro paragone risiede nel fatto che l’egemonia del novel viene concepita dai due critici in maniera opposta dal punto di vista politico: per il primo è una conquista assoluta e un segno di emancipazione; per il secondo è il riflesso di un irrigidimento ideologico. Il romanzo moderno, allora, è il miglior banco di prova per verificare tale contrasto: solo il «genere dei nomi propri» riesce infatti a far crollare gerarchie di lunga durata e a far collidere il serio con il comico in maniera inedita lasciandosi alle spalle alcuni tratti del romance. Se il divario tra Auerbach e Bachtin era facilmente misurabile nel Don Chisciotte, nel territorio del novel il contrasto si fa più sfumato perché, abbandonando le trame tradizionali, questa forma fa a meno di topoi plurisecolari e pone «la verità in relazione all’esperienza individuale». Dal momento in cui la contingenza e la particolarità ipotecano il contenuto delle storie, gli eccessi romanzeschi diminuiscono lasciando spazio alla sfera del quotidiano e il novel, di conseguenza, può finalmente fare a meno dell’eroe, del picaro, dell’eccezione – tutti elementi che potevano tendere a un trattamento comico. In questo scenario, dal punto di vista sociologico, il personaggio-tipo è di estrazione borghese: è una singolarità permeata dal contesto circostante e soggetta ai meccanismi del sociale. Il paradigma cambia in modo radicale e «la conquista del potere da parte della borghesia conduce a una modificazione del valore funzionale del nuovo nel processo artistico»: individualismo, mercato e secolarizzazione determinano il mondo di quella borghesia che trova un riflesso nel novel, la forma che si rivelerà più adatta a raccontarla. Questo processo conduce necessariamente all’elaborazione e all’uso di nuovi strumenti critici, come dimostrano le teorie letterarie di Auerbach e Bachtin.

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Tuttavia, l’inappartenenza delle teorie di Auerbach e Bachtin alla nostra logica può costituire ancora oggi un contravveleno all’astoricità diffusa del postmoderno, al suo sterile presentismo: il senso storico, la visione d’insieme e la compresenza ponderata di estensione argomentativa e compattezza interna dei loro saggi sono infatti quanto li rende estranei e inattuali rispetto alla nostra epoca. Da un lato, la vasta gittata della teoria di Bachtin riesce a eludere i rischi di parcellizzazione dei cultural studies perché ha la capacità di raccordare i diversi campi del sapere «in un disegno sostanzialmente unitario»; in Auerbach, invece, prende forma quello storicismo radicale che, unito alla disciplina filologica, diventa garanzia di un giudizio situato e pronto a svilupparsi dialetticamente, pronto quindi a passare dal certum al verum senza disperdersi nella cattiva infinità del dato, nel puro specialismo. Questi sono alcuni dei motivi che portano a vedere nel metodo di Auerbach e Bachtin un gesto a cui oggi, forse, possiamo solo tendere perché sembra non appartenere più al nostro tempo: quello, cioè, di provare a ricucire la lacerazione tra idea e contesto empirico per inseguire una totalità. Sono discorsi, i loro, che hanno la forza di stabilire costantemente un patto inscindibile tra critica e teoria: i giudizi, le scelte di campo e le indicazioni della prima sono sempre accompagnati e corroborati dalla riflessione della seconda. Solo un gesto simile permette di generare un sapere critico in grado di stabilire nessi, di cogliere relazioni dialettiche tra forme di pensiero, e permette, quindi, di offrire una teoria del romanzo capace di contenere al proprio interno anche una teoria della modernità.

M. Fontana, Auerbach contro Bachtin. Il serio, il comico e la teoria del romanzo, Firenze, Editpress, 2025

Questo studio fa dialogare a distanza due tra i più noti critici letterari del Novecento, i creatori di quelle che sono forse le ultime teorie universali del romanzo ad aver attraversato lo scetticismo di fine secolo mantenendo indenne, o quasi, la propria fortuna. A partire dalla nozione di comico – fondante per Bachtin, rifiutata da Auerbach – Fontana ne illumina le differenze di metodo e di conclusioni. Ma non mancano nemmeno tratti in comune: Auerbach e Bachtin sono due eredi dell’idealismo storicista, due esuli politici – uno dall’URSS, l’altro dalla Germania nazista – e, non a caso, due tra i fondatori delle letterature comparate per come le intendiamo oggi. Da questo testo uno studente di letterature comparate potrà ricavare non solo alcune chiavi di lettura di questi grandi pensatori, e – come mostra il secondo estratto – qualche spunto metodologico per la contemporaneità, ma anche un ottimo esempio di uno studio ermeneutico della teoria letteraria.

Il volume è il primo della nuova collana “Campi di forze. Collana di letteratura italiana, critica letteraria e letterature comparate” edita da Editpress (Firenze) con la direzione di Mimmo Cangiano, Davide Dalmas e Beatrice Manetti, che si propone di offrire “un dialogo tra diverse generazioni di studiose e studiosi, comprese le più giovani, e con i classici della critica e della teoria della letteratura, offrendosi come spazio di confronto e di conflitto fra i metodi più tradizionali e quelli più recenti”.

Marco Fontana è dottore di ricerca e cultore della materia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha studiato il rapporto tra la borghesia e il romanzo nel “lungo Ottocento”.

Determinismo e milieu.

Un confronto fra l’Assommoir di Zola e Guerra e Pace di Tolstoj

di Saverio Pagliasso

Questa lettura propone un breve confronto fra l‘Assommoir di Zola e Guerra e Pace di Tolstoj in merito ai concetti letterari di determinismo e milieu

“Che significa tutto ciò? Per quale ragione ciò è avvenuto? Che cosa ha obbligato quegli uomini a incendiar le case e a uccidere i loro simili? Quali sono le cause di questi avvenimenti? Quale forza ha obbligato gli uomini ad agire in tal modo?”[1] Con tale interrogativo, nelle battute iniziali del ponderoso epilogo a Guerra e Pace, Tolstoj riassume l’enigma che anima, in maniera più o meno velata, l’intera vicenda narrata nel romanzo, ovvero le ragioni per cui il genere umano sia giunto a fare guerra a se stesso e a provocare immani disgrazie e infelicità. Si tratta di un quesito di interesse certamente storico, ma anche sociale, culturale e, per certi versi, “scientifico”, in quanto ogni capacità morale e intellettuale dell’uomo deve essere messa in campo per trovarvi una risposta soddisfacente.

Tale desiderio di verità, mutatis mutandis, è riscontrabile anche nell’attività letteraria degli autori del movimento del Naturalismo, a partire da uno dei suoi massimi esponenti, Émile Zola. All’interno del monumentale ciclo di romanzi dei Rougon-Macquart, lo scrittore francese si propone infatti in modo esplicito di indagare le ragioni scientifiche che conducono l’individuo ad evolversi e  ad agire in un certo modo, al di là della propria volontà individuale. Pertanto, pur con i dovuti e necessari distinguo (a cominciare dal dato tecnico che Tolstoj non fu mai accostato esplicitamente ai naturalisti), ciò che si effettuerà in questa sede sarà un confronto diretto fra Guerra e Pace e uno dei più noti lavori di Zola, l’Assommoir, al fine di rilevare concezioni, aspirazioni e nuclei di pensiero affini tra i due noti ed emblematici scrittori dell’Ottocento.

È forse utile, innanzitutto, richiamare alcune importanti riflessioni condotte da Zola in Le Roman Experimental, volume che fornisce una sorta di motivazione primaria e supporto concettuale al proprio lavoro di romanziere:

Eh bien! En revenant au roman, nous voyons également que le romancier est fait d’un observateur et d’un expérimentateur. […] Le romancier part à la recherche d’une vérité. […] Tout ce qu’on peut dire, c’est qu’il y a un déterminisme absolu pour tous les phénomènes humains. […] L’homme n’est pas seul, il vit dans une société, dans un milieu sociale, et dès lors pour nous, romanciers, ce milieu sociale modifie sans cesse les phénomènes. Même notre grande étude est là, dans le travail réciproque de la société sur l’individu et de l’individu sur la société.[2]

Per l’autore francese, singolo individuo e società si rapportano fra loro e si influenzano a vicenda, secondo regole scientifiche e necessarie che è compito di chi scrive indagare, per mezzo di un minuzioso e articolato lavoro di ricerca condotto sul campo. In tale impianto teorico, a svolgere un ruolo di primo piano è la nozione di “determinismo”, secondo la quale l’essere umano non sarebbe realmente dotato di libertà e autonomia nelle sue scelte di vita, ma apparirebbe, al contrario, spinto verso inevitabili azioni e scelte dal milieu sociale, economico e culturale in cui esso vive. Come in un vero e proprio esperimento, dunque, lo scrittore analizza i dati di partenza in suo possesso, vi inserisce la vita concreta dei personaggi e procede, infine, all’osservazione tecnica dell’evoluzione di questi ultimi, ipotizzando però già con un buon grado di sicurezza la dinamica del percorso.

Una simile visione dell’agire umano, peculiare del movimento naturalista, può tuttavia venire in parte paragonata alla filosofia di vita tolstoiana. Come rileva Barnhart,[3] la riflessione storica di Tolstoj si concentra in modo precipuo sulla volontà personale dell’individuo di determinare il proprio agire, ma l’autore giunge infine alla conclusione che essa non sia altro che un’illusione: ogni uomo, infatti, è condizionato dai vincoli necessari di spazio, tempo e causalità che lo circondano. Lo scrittore russo, al pari di Zola, sembra farsi qui anch’egli scienziato per analizzare il millenario quesito della libertà umana. Citando nuovamente dall’epilogo di Guerra e Pace: “Il problema consiste in ciò, che, guardando l’uomo come un oggetto di osservazione da qualsiasi lato – teologico, storico, etico, filosofico – noi troviamo una legge generale di necessità alla quale egli soggiace al pari di tutto ciò che esiste. Guardandolo invece di dentro a noi stessi, come ciò di cui abbiamo coscienza, noi ci sentiamo liberi.”[4] Solo un impulso intimo alla coscienza, quindi, rende il genere umano convinto di possedere un principio di autonomia, che si rivela però fallace tanto sul piano multiforme delle masse popolari, quanto su quello alto e nobile dei grandi condottieri; questi ultimi, in particolare, vengono trascinati dalla catena degli eventi esterni allo stesso modo dell’ultimo dei contadini o dei soldati del loro esercito.

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