Marianna Pandolfo, in questa interpretazione di Tamerlano di C. Marlowe, vede il protagonista vittima di se stesso. É tutto un sogno. Il potere assoluto si svela come un’illusione di gloria e conquiste effimere. La brutalità del suo regno e la solitudine che ne deriva mostrano il vuoto della sua ascesa, nell’ottica del corso di Letterature comparate Storia e potere nella prima età moderna (Prof.ssa Chiara Lombardi).
“Partendo dalla tragedia Tamerlano il Grande di C. Marlowe, questo testo propone una rilettura del protagonista come un pastore sciita il cui sogno di potere assoluto si trasforma in un’illusione di gloria e conquista. Attraverso una riflessione sul contrasto tra ascesa e fragilità, si esplora il vuoto che segue il dominio, mettendo in discussione la natura del potere stesso. La figura di Tamerlano diventa simbolo di un desiderio distorto, della caducità della grandezza, e dell’illusione che bellezza, amore e gloria possano essere posseduti.”
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Ho immaginato Tamerlano, stanco dopo una giornata di lavoro faticosa, appisolarsi sotto le fronde di un albero, all’ombra dell’ultimo sole.
È stato tutto un sogno.
La vera natura di Tamerlano è sempre stata, e per sempre sarà, quella di un pastorello sciita. Sono arrivata a questa idea analizzando l’estrema esagerazione dei successi attribuiti al protagonista: Marlowe descrive l’ascesa di un uomo che, da semplice pastore, diventa il Signore del Mondo. Ho pensato allora che tutto potesse essere letto come un sogno, il desiderio smisurato di una persona semplice. Le sue gesta diventano il prodotto di un delirio, l’esagerazione di un’ambizione che serve a evadere dalla sua condizione reale.
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