I fili

Arianna Guidotto, in questa sua composizione, riscrive i personaggi shakespeariani di Marina e Innogene, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

* * *

Era una nenia ipnotica; un olezzo stantio catturava il profumo della pioggia battente sulle pareti.

Le vene rigonfie sulle dita adunche; chiazze tiepide sporcavano la pelle incartapecorita, il respiro rotto della fiamma nel camino non riusciva a scansare quel gelo innaturale. Un freddo dello stesso sapore della polvere di secoli, millenni. La stessa consistenza algida del liquido amniotico in cui danzava l’universo non ancora formato.

“C’era una volta…”

Le unghie ingiallite volteggiavano veloci e abili, tessevano figure con l’ago lucente. La vecchia dagli occhi cisposi si fermò un istante.

“Vorrei che non fosse tutto così semplice, così scontato; non possiamo accontentarci sempre del solito lieto fine.”, il filo blu le si afflosciò tra le nocche.

La sorella senza volgere lo sguardo annuì tra i fulgori aranciati del fuoco; la finestra cigolò lasciando trapelare la sinfonia fluida delle nuvole, l’olezzo di erba zuppa di tempesta.

“Cambiare direzione a metà dell’opera potrebbe disgregare il tessuto”; rispose l’altra circondata da ghirigori lanosi.

La terza sorella stava muta, un po’ discosta osservava il soffitto picchiettato dal temporale.

“Meritano di più, meritano di vedere, di saggiare il destino in tutte le sue sfumature, scoprire le possibilità nascoste nell’anima”; sussurrò metallica la prima voce, gli occhi sbarrati.

C’erano una volta le tre Parche, Signore del Destino, Figlie della Notte. Abbandonate in una torre ripida e dimessa, avvolte nello scialle dell’eterna vecchiaia.

C’erano una volta tre sorelle cieche che intessevano opere mirabolanti, brulicanti di vita. Di morte.

La prima arrotolava i fili al fuso, spaghi palpitanti di migliaia di corpi, generazioni di uomini in balia dell’esistere.

La seconda ne intrecciava gli sguardi, le ore, i respiri.

La terza acquattata in un cantuccio con la sua forbice ammiccante nel buio, era pronta a spargere la quiete dell’immobilità perenne.

“C’era una volta una figlia nata in simbiosi con la morte, sovrastata da saette e nubi spesse,

C’era una volta Marina, che ammaliava gli uomini con il suo candore; fino a quando un giorno decise di fare ritorno al luogo che aveva ascoltato il suo vagito. Le sirene l’accolsero tra loro; tranciarono le sue gambe, le diedero un intruglio denso contenente l’essenza del mare. Per tre giorni e tre notti il suo corpo fu cavalcato dai fremiti, crampi lancinanti. Squama dopo squama, stilettata dopo stilettata una magnifica coda emerse dal suo stesso sangue. Il grido della fanciulla squassò le profondità degli abissi…”

MARINA

Il profumo ruvido
Dei granelli di sabbia,
incrostano le ciglia
mi avvolgono in un refolo spinoso,
Respiro il sole pungente
Un brivido gelato
Un soffio
Solitudine.
Qui, sullo scoglio aguzzo,
spuma frizzante
schiaffeggia il mio volto;
arrotolo una ciocca tra le dita
il mare ha tinto di blu i capelli,
profumano di alghe
la mia voce è il fruscio di una conchiglia
affonda lentamente,
elegante.
Hanno amputato le mie gambe
Belle, tornite
Martoriate dal destino,
In cambio di una coda.
Ho barattato i miei sospiri
Per il canto maledetto e suadente
Delle sirene.
Ho scelto la leggerezza di una bollicina
La violenza irriverente del buio
Che macchia lo sciabordio
Quando il cielo si veste di pioggia
Ed Eolo scatena la sua furia.
Ascolto il rollio della tua nave
Riconosco quello sguardo umido,
gli stessi occhi che mi spinsero lontano
tra braccia sconosciute
quattordici anni fa.
Sono io, Marina.
Ho scelto di annegare i ricordi.
Sei così emaciato, consumato
Pericle.
Intravedo la tua anima
Sotto la pelle ormai evanescente,
so che puoi vedermi
non fingere più.
Qui su questa nuda pietra
Guardami,
Stringi le mie dita gelide
Sono tua figlia.
Vieni con me,
il fondale tracima di colori
sfumature
bellezza
silenzio.
Seguimi
Dimentichiamo le assenze.
Chiudi le palpebre
Il tuo viso diventa sempre più blu
Come la mia chioma
Ascolto i tuoi battiti assopirsi
Sorridi
I tuoi pensieri si affievoliscono
Spegnendosi nell’abisso muto
Abbracciami.
E resta con me, papà
per sempre.

“È uno scempio!”

La seconda sorella si rizzò sulle gambe sottili scagliandosi sulla prima, afferrandola per la gola.

 E Strinse. Ma l’altra, dimenandosi, riuscì a rifugiarsi dietro la terza sorella apparentemente indifferente.

“Non osare…” il volto incavato si deformò in un ghigno;

“Non posso più stare a questo gioco, l’ira degli dei si abbatterà su di noi, terza sorella aiutami!”

“La forbice è ben affilata” bisbigliò quest’ultima.

“Gli dei non ci fermeranno” tuonò la prima, “le donne non saranno più solo delle belle statuine da ammirare; possiamo incoronarle eroine e spogliare uomini e dei della loro superbia”.

“Moriremo tutte e con noi l’umanità” singhiozzò la tessitrice di destini.

“C’era una volta una principessa divorata dalla fiamma di Amore. E proprio per questo il sadico padre la rinchiuse in una torre; la giovane rinunciò alla luce del sole. La reclusione diluiva il ticchettio delle ore, dei giorni. Ma il tempo scioglieva le voci sedimentate in angoli reconditi della sua anima. Erano bisbigli insinuanti, melliflui. “Innogene, la bambola incantevole di Cimbelino. Innogene la moglie senza macchia…”

Ma era davvero così? Era lei quella fanciulla trasformata in burattino da un vortice di sguardi? Lei chi era? 

Il grido della vendetta avviluppava la sua mente, offuscandola…”

INNOGENE

Fluidi vermigli scivolano sul pavimento, schizzi rossi, un caleidoscopio di sangue sulle pareti.
C’è qualcosa che luccica, una scintilla dorata in questa polla dal fetore penetrante.
È il nostro anello, amore; ha abbandonato il tuo anulare inerte.
Riesco a percepire il baluginio nero delle tue pupille, mi osservi attraverso una patina che s’ispessisce di minuto in minuto.
Rigiro questo pugnale algido con queste mani impregnate di te, gocce vermiglie colano lungo i miei polsi cerei. Non sento più nulla, il respiro è immobile.
Ho dovuto farlo, Postumo, il tuo amore succhiava la mia vita giorno dopo giorno, impallidiva le mie guance, divorava la mia fame di vita.
La tua passione era così incombente da uccidermi. Mi riempiva fino ad implodere. Per questo ho scelto di rubarti la prossima aurora.
Volevo essere libera, volevo svincolarti da questa magica illusione. Perché io non sono perfetta e pura! E non voglio esserlo. Non mi conosco ancora e ho intenzione di scoprirmi poco alla volta.
Sei così bello nel tuo candore marmoreo. Uno squarcio slabbrato avvolge il tuo collo come un manto regale; le tue labbra socchiuse sembrano volermi parlare, ma è solo la lama argentea della luna a intagliare inganni.
Chissà cosa sognavi, la tua fronte è ancora corrucciata. Forse pensavi al nostro matrimonio, alla tua bella sposa ricoperta di bianco, i fiori odorosi sul petto.

Forse ti amavo, Postumo, ma ho scelto di dimenticarci per imparare ad amare me, a mettermi al primo posto. Una donna che non conosce se stessa, che non si vuol bene non può essere amata a sua volta. Oggi finalmente ho infranto le immagini fasulle dei vostri sguardi.
I tuoi.
Quelli di mio padre. che adesso giace sulla pozza delle sue stesse vene squarciate.
Ho distrutto la vostra incantevole fanciulla. La vostra Innogene.
Non sono l’innocente, l’angelica, la casta.
Sono umana.
E voglio vivere al ritmo dei miei palpiti impazziti, sulla melodia tumultuosa del domani.
Addio Postumo.
Addio Innogene.

Il buio invase la torre, le fiamme nel camino spirarono tra la cenere. Le sorelle si strinsero con le braccia ossute, piangevano lacrime pesanti come gli anni.

Aghi e fili riposavano sull’impiantito di pietre sconnesse. Sul tessuto accanto ai piedi nudi rilucevano colori nuovi. Erano vividi, violenti. Erano vivi e anche gli dei ne avrebbero gioito, forse.

Un rumore metallico sfiorò l’oscurità pastosa.

Un taglio netto, il fruscio dei fili spezzati.

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