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❧ SEGNALE 17 “Il piacere dell’annientamento. Cesare Pavese, i ‘Dialoghi con Leucò’ e il mito classico” Salvatore Renna

Ben prima degli studi di biopoetica, che in anni recenti hanno indagato l’importanza della narrazione per l’Homo Sapiens e che hanno chiarito come i “i fossili della letteratura (se non proprio della narrazione tout court) in fondo ce li abbiamo e sono i miti” (Cometa 2017, 62), Pavese interpreta la comunicazione mitica quale costante della storia: l’uomo della prima metà del Novecento non è in fondo così diverso da quello dei millenni precedenti, ed è proprio il linguaggio mitico l’elemento che permette di rendere manifesta questa continuità.

Salvatore Renna, Il piacere dell’annientamento. Cesare Pavese, i Dialoghi con Leucò e il mito classico, Quodlibet, Macerata 2026, p. 13.

Questo studio è dedicato all’uso del mito nell’opera Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.
Partendo dalle prospettive della classical reception e della critica tematica, Renna restituisce al mito la sua centralità nell’opera pavesiana per dimostrare come l’autore faccia parte di una tradizione modernista che usa il classico come una lingua su cui costruire un sentire comune, tanto al livello dei contenuti quanto a livello formale. L’utilità di questa ricerca per chi si avvicina agli studi di comparatistica risiede anche nel fatto che il saggio indaga il mito in Pavese nella sua forma di “linguaggio originario, non riducibile a semplice repertorio narrativo, bensì inteso come forma primigenia di conoscenza, capace di toccare ciò che nell’essere umano precede la storia e continua a interrogarla”.

❧ SEGNALE 16 “Auerbach contro Bachtin. Il serio, il comico e la teoria del romanzo” Marco Fontana

Le svolte letterarie occorse nel XIX secolo costituiscono delle soglie storico-estetiche decisive per Auerbach e Bachtin, e le loro teorie presentano punti nodali quando ragionano sulle caratteristiche che hanno permesso al romanzo ottocentesco di emanciparsi dalle regole della divisione stilistica. Il punto più importante che interessa il nostro paragone risiede nel fatto che l’egemonia del novel viene concepita dai due critici in maniera opposta dal punto di vista politico: per il primo è una conquista assoluta e un segno di emancipazione; per il secondo è il riflesso di un irrigidimento ideologico. Il romanzo moderno, allora, è il miglior banco di prova per verificare tale contrasto: solo il «genere dei nomi propri» riesce infatti a far crollare gerarchie di lunga durata e a far collidere il serio con il comico in maniera inedita lasciandosi alle spalle alcuni tratti del romance. Se il divario tra Auerbach e Bachtin era facilmente misurabile nel Don Chisciotte, nel territorio del novel il contrasto si fa più sfumato perché, abbandonando le trame tradizionali, questa forma fa a meno di topoi plurisecolari e pone «la verità in relazione all’esperienza individuale». Dal momento in cui la contingenza e la particolarità ipotecano il contenuto delle storie, gli eccessi romanzeschi diminuiscono lasciando spazio alla sfera del quotidiano e il novel, di conseguenza, può finalmente fare a meno dell’eroe, del picaro, dell’eccezione – tutti elementi che potevano tendere a un trattamento comico. In questo scenario, dal punto di vista sociologico, il personaggio-tipo è di estrazione borghese: è una singolarità permeata dal contesto circostante e soggetta ai meccanismi del sociale. Il paradigma cambia in modo radicale e «la conquista del potere da parte della borghesia conduce a una modificazione del valore funzionale del nuovo nel processo artistico»: individualismo, mercato e secolarizzazione determinano il mondo di quella borghesia che trova un riflesso nel novel, la forma che si rivelerà più adatta a raccontarla. Questo processo conduce necessariamente all’elaborazione e all’uso di nuovi strumenti critici, come dimostrano le teorie letterarie di Auerbach e Bachtin.

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Tuttavia, l’inappartenenza delle teorie di Auerbach e Bachtin alla nostra logica può costituire ancora oggi un contravveleno all’astoricità diffusa del postmoderno, al suo sterile presentismo: il senso storico, la visione d’insieme e la compresenza ponderata di estensione argomentativa e compattezza interna dei loro saggi sono infatti quanto li rende estranei e inattuali rispetto alla nostra epoca. Da un lato, la vasta gittata della teoria di Bachtin riesce a eludere i rischi di parcellizzazione dei cultural studies perché ha la capacità di raccordare i diversi campi del sapere «in un disegno sostanzialmente unitario»; in Auerbach, invece, prende forma quello storicismo radicale che, unito alla disciplina filologica, diventa garanzia di un giudizio situato e pronto a svilupparsi dialetticamente, pronto quindi a passare dal certum al verum senza disperdersi nella cattiva infinità del dato, nel puro specialismo. Questi sono alcuni dei motivi che portano a vedere nel metodo di Auerbach e Bachtin un gesto a cui oggi, forse, possiamo solo tendere perché sembra non appartenere più al nostro tempo: quello, cioè, di provare a ricucire la lacerazione tra idea e contesto empirico per inseguire una totalità. Sono discorsi, i loro, che hanno la forza di stabilire costantemente un patto inscindibile tra critica e teoria: i giudizi, le scelte di campo e le indicazioni della prima sono sempre accompagnati e corroborati dalla riflessione della seconda. Solo un gesto simile permette di generare un sapere critico in grado di stabilire nessi, di cogliere relazioni dialettiche tra forme di pensiero, e permette, quindi, di offrire una teoria del romanzo capace di contenere al proprio interno anche una teoria della modernità.

M. Fontana, Auerbach contro Bachtin. Il serio, il comico e la teoria del romanzo, Firenze, Editpress, 2025

Questo studio fa dialogare a distanza due tra i più noti critici letterari del Novecento, i creatori di quelle che sono forse le ultime teorie universali del romanzo ad aver attraversato lo scetticismo di fine secolo mantenendo indenne, o quasi, la propria fortuna. A partire dalla nozione di comico – fondante per Bachtin, rifiutata da Auerbach – Fontana ne illumina le differenze di metodo e di conclusioni. Ma non mancano nemmeno tratti in comune: Auerbach e Bachtin sono due eredi dell’idealismo storicista, due esuli politici – uno dall’URSS, l’altro dalla Germania nazista – e, non a caso, due tra i fondatori delle letterature comparate per come le intendiamo oggi. Da questo testo uno studente di letterature comparate potrà ricavare non solo alcune chiavi di lettura di questi grandi pensatori, e – come mostra il secondo estratto – qualche spunto metodologico per la contemporaneità, ma anche un ottimo esempio di uno studio ermeneutico della teoria letteraria.

Il volume è il primo della nuova collana “Campi di forze. Collana di letteratura italiana, critica letteraria e letterature comparate” edita da Editpress (Firenze) con la direzione di Mimmo Cangiano, Davide Dalmas e Beatrice Manetti, che si propone di offrire “un dialogo tra diverse generazioni di studiose e studiosi, comprese le più giovani, e con i classici della critica e della teoria della letteratura, offrendosi come spazio di confronto e di conflitto fra i metodi più tradizionali e quelli più recenti”.

Marco Fontana è dottore di ricerca e cultore della materia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha studiato il rapporto tra la borghesia e il romanzo nel “lungo Ottocento”.

❧ SEGNALE 15 “Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile” Franco Moretti

“Però, intendiamoci, qui non si tratta di trovare i momenti in cui la tragedia parla della
guerra civile, o la mette addirittura in scena: quelli si capiscono da sé; quel che è interessante è comprendere come la tragedia rappresenti la guerra civile attraverso qualcosa che guerra civile non è. Perché, sia chiaro, nell’Orestea non c’è nessuna guerra civile: se ne parla, perché la tragedia agisce da forma simbolica della guerra civile. È il concetto che Panofsky riprende da Cassirer, ponendolo alla base del grande saggio sulla prospettiva […]. Nel nostro caso: «un particolare contenuto spirituale [ovvero una specifica idea della guerra civile] viene connesso ad un concreto segno sensibile [la guerra entro la famiglia] e intimamente identificato con questo».

La famiglia in guerra come segno della guerra civile. Ma, chiaramente, due fratelli che si uccidono tra loro rappresentano il fenomeno, gigantesco, di una società che si scinde e si stermina da un’angolatura molto particolare, in cui certi aspetti vengono posti in rilievo, ed altri no. Ad emergere è insomma una specifica idea della guerra civile, non la guerra civile tout court. Una forma simbolica non è solo «simbolica» di qualcosa che le preesiste, è in primo luogo una forma, che riordina quei materiali conferendo loro un significato nuovo; e del resto il teatro – un manipolo di attori, su quattro assi, per qualche ora – non può non stilizzare, e anzi ridurre ciò che rappresenta. Ma qui, come sempre nell’arte, less is more: ridurre significa stabilire delle priorità, delle connessioni; significa capire. Della guerra civile parlano storici, teorici della politica, studiosi di cose militari e altri ancora; ma in nessun altro ambito di discorso ha essa assunto la centralità e la forza che ha nella tragedia. È per questo che vale la pena studiarla”

F. Moretti, Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile, Torino: Einaudi 2025, pp. 23-24.

Per gli studi di comparatistica, il nuovo saggio di Moretti è significativo principalmente dal punto di vista del metodo. Moretti riesce in un’impresa difficile. La ricerca è ambiziosa, ricca di quegli spazi bianchi tra un paragrafo e l’altro, di quelle frasi senza verbo tipiche del suo stile che sembrano rispondere ad alcune questioni mentre sollevano molte domande, ma con il grande pregio di modellizzare in prospettiva comparata la forma tragica (e la sua eredità classica) nella modernità europea. Con un’illuminante lettura degli studi di Loraux sull’Atene classica, Moretti discute il paradigma tragedia-guerra civile rintracciando nell’amplissimo corpus analizzato alcuni elementi formali che necessitano un’attenzione critica specifica.
L’analisi dei puns in Hamlet, al capitolo Larvatus prodeo, mostra quanto sia fecondo l’incontro tra studi culturali e critica formale. Questo modo di procedere permette di analizzare il nesso tra parola e azione, decisivo nella costruzione tragica e, come la critica ha da tempo riconosciuto, carico di implicazioni “in senso lato” politiche (p. 147). Queste implicazioni sono molte, probabilmente anche più di quelle considerate da Moretti ma l’importante per il critico è rilevarle testualmente, attraverso un close reading serratissimo, pensato per far emergere, a livello formale, il legame tra ‘bello’ e ‘terribile’ che fa necessariamente parte della storia della letteratura. O, per usare le sue parole, per scavare fino alle “radici insanguinate della nostra autonomia estetica” (p. 178).

❧ SEGNALE 14 “Autrici oltre i canoni. Arendt, Beauvoir, Ginzburg, Sontag, Ernaux” a cura di Clotilde Bertoni

“Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Natalia Ginzburg, Susan Sontag e Annie Ernaux: cinque autrici tanto diverse quanto tutte capaci di esercitare una funzione di rottura, di incarnare in modi a volte eretici, sempre potentemente originali, il ruolo controverso, da tempo in crisi, dell’intellettuale moderno”

C. Bertoni, “Autrici oltre i canoni”, Roma: Carocci, 2025.

Questa curatela di Bertoni è dedicata ai vari volti dell’engagement e a quanto viva rimanga, oggi come sempre, l’esigenza dell’attività critica, culturale, intellettuale.

❧ SEGNALE 13 “Italo Calvino e gli anni Cinquanta. Stile, racconto, ideologia” Margherita Martinengo

“Nel 1980, in occasione della pubblicazione della traduzione in inglese del ciclo degli ‘Antenati’, Italo Calvino ricorda come nei primi anni Cinquanta la doverosa occupazione per un intellettuale “engagé”, quale lui era a tutti gli effetti in quel periodo, consistesse nella scrittura di un ‘vero-romanzo-realistico-rispecchiante-i-problemi-della-società-italiana’.
L’espressione è contraddistinta da un’ironia concessa all’autore dal distacco temporale. Questo studio nasce dall’intento di analizzare la reazione di Calvino a quell’imperativo e le soluzioni narrative che elabora per farvi fronte.”

M. Martinengo, Italo Calvino e gli anni Cinquanta, Milano: Mimesis, 2025

Student* di teoria della letteratura e critica letteraria possono apprendere dal volume di Martinengo l’analisi degli stili nella letteratura italiana contemporanea e approfondire l’opera di Calvino.