Macbeth arriva al Regio di Torino

Una recensione di Valentina Cabutto

Macbeth di Verdi con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Chiara Muti al Regio di Torino, febbraio 2026

Immaginate di essere un generale in guerra. Immaginate che ritornando da una battaglia, delle streghe vi predicano che diventerete Re, e che dopo di voi lo diventeranno i figli di un generale vostro amico. Immaginate che vostra moglie vi spinga ad uccidere l’attuale Re in carica, per prendere il potere il prima possibile. Immaginate che i sensi di colpa vi catturino in una spirale infernale, da cui non riuscirete più ad uscire.

Se siete riusciti ad immaginarlo, allora benvenuti nella mente di Macbeth.

Opera di Shakespeare, messa in musica da Verdi, e diretta da Riccardo Muti: quella andata in scena a febbraio 2026 al Teatro Regio di Torino è una triade che delude solo perché, dopo il IV atto, finisce.

In un’atmosfera tetra e cupa, perfettamente resa dalle scenografie utilizzate, si snoda la storia di Macbeth e di Lady Macbeth, tanto ambiziosi quanto incapaci di reggere il peso delle loro azioni. I due uccidono il Re Duncano al fine di diventare i nuovi sovrani il prima possibile, come predetto dalle streghe a Macbeth. Queste avevano però anche predetto l’ascesa al trono dei figli di Bancuo, altro generale scozzese. Iniziano quindi una serie di piani e di delitti per cercare di mantenere il potere ottenuto con il sangue. Tuttavia, per quanto le loro azioni li rendano vicino (almeno all’inizio della storia), alla ricchezza e alla grandezza, man mano  li allontano dalla serenità e dalla sanità mentale, portando Macbeth a vedere dovunque il fantasma di Duncan, e la moglie Lady Macbeth a girare sonnambula per il castello, ripercorrendo nel sonno le atrocità commesse.

La sete di potere che aleggia nell’aria fin dall’apertura del sipario si fa man mano più concreta, e con essa l’impossibilità per i due coniugi di tornare indietro, di redimersi, di pentirsi, e di vivere una vita dignitosa e corretta. Con il susseguirsi degli atti si percepisce la tragicità della vicenda, che porta devastazione e dolore non solo ai sovrani, ma anche a popolo stesso, che vive nell’ombra e nel terrore percependo un’oscura e misteriosa aura intorno alla corte che li governa.

Musicalmente parlando, l’opera di Verdi conferisce la stessa potenza ed importanza sia a pezzi solisti (come i vari interventi di Lady Macbeth sola in scena, immersa nei suoi pensieri), sia a pezzi in cui tutti i personaggi sono sulla scena (come quello che chiude il I atto, dove tutti i personaggi disperati raccontano la morte del re Duncano). Formidabile è stata l’esecuzione di musicisti, cantanti, e ballerini in scena, e, anche se appare riduttivo, “splendida” è stata la direzione del Maestro Riccardo Muti.

Alla fine dell’opera, ho compreso due cose. La prima, è che il tuo passato, se oscuro, troverà sempre un modo per tormentare e regolare i conti in sospeso. La seconda, è che non si può scherzare con il destino, rappresentato in questo caso dalle predizioni delle streghe, né tantomeno cercare di ingannarlo, perché vince sempre lui.

Valentina Cabutto

Cfr. la recensione Verdi l’oscuro: il Macbeth dei Muti a Torino | Il Giornale della Musica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.