M, Il figlio del secolo

Una recensione di Giorgio Lusso

Se c’è un’opera, un po’ spessa, lo ammetto, ma che a oggi vale veramente la pena di conoscere per farsi un quadro generale, eppure abbastanza completo, delle trasformazioni sociali e politiche che hanno investito l’Italia del primo dopoguerra, questa è quasi sicuramente l’opera di Scurati. Quale modo migliore di vedere l’Italia se non con gli occhi del fautore della distruzione della democrazia che c’era nella Nazione, e con gli sguardi delle principali figure che gli erano intorno? La “sporca dozzina”, i fascisti della prima ora, Dùmini, Volpi, Rossi, Arpinati, Farinaci, Balbo, ma anche Margherita Sarfatti, Giolitti, d’Annunzio, Facta, e Matteotti. Il ritratto di Mussolini, “l’Uomo del Secolo”.

Mussolini era poco alto, con la fronte spaziosa e una precoce calvizie, sicuramente non l’ideale estetico di superuomo d’annunziano, che avrebbe dovuto riunire la nazione sotto la propria egida. Lo stesso d’Annunzio, tralasciando il lato estetico, non vedeva affatto di buon occhio Mussolini, lo considerava un debole, uno sprovveduto, un codardo. Col senno di poi, questo è quello che emerge principalmente della figura di Mussolini. Senza scrupoli, estremamente incoerente con sé stesso e con gli altri, con il principale obiettivo di diventare il capo della nazione, il Duce, appunto, soppiantando la figura dello stesso Re, Duce supremo.

Con la fondazione dei Fasci di combattimento il 23 marzo 1919, l’obiettivo era riunire in una milizia armata tutta la “feccia” delle trincee, gli arditi, persone che una volta finito il clima di violenza della guerra, non riuscivano a rimettersi in società, perché con le armi avevano trovato un vero scopo. Persone violentissime, che non si facevano problema alcuno nel perseguitare una determinata categoria di lavoratori, persone comuni, arrivando dunque alla tortura fisica, psicologica e infine all’omicidio. Persone che avevano bisogno di un capo, Mussolini. Mussolini era ben consapevole della distanza tra sé e il manipolo che stava riunendo. Si è sempre elevato moralmente rispetto a loro, conosceva la loro fame di violenza. Sapeva anche molto bene che loro non agivano per un ideale, ma agivano per una soddisfazione personale di violenza (va da sé che se non erano in strada a bastonare la gente, erano in osteria a ubriacarsi), al contrario di Mussolini. Fervente socialista, la violenta macchina che stava andando a creare era parte di un più grande atto di vendetta nei confronti degli ex compagni. Infatti, riuniti i Fasci, venne diffuso il manifesto programmatico, che, sorprendentemente, era assolutamente inquadrabile proprio nel socialismo rivoluzionario, lo stesso che Mussolini era arrivato a detestare a tal punto. Terre per i contadini, riduzioni salariali, stravolgimento rivoluzionario “dal basso” dello Stato, questi erano i principi più evidenti della nuova formazione, ma allora perché perseguire la violenza? Prima di tutto per il principio rivoluzionario, ma non solo, ovviamente. L’odio verso il Partito socialista viene anche nei confronti del loro immobilismo. I vertici socialisti aspettavano la rivoluzione. Data la condizione economica, politica e sociale disastrosa del primo dopoguerra, condizione che giovava allo stesso Partito, la rivoluzione sarebbe diventata un atto spontaneo, che sarebbe sicuramente arrivato, ma non si sapeva né dove né quando, era noto solo il perché. E i Fasci di combattimento, all’inizio, sembravano il braccio armato della rivoluzione, contro l’immobilismo socialista e per il vero riassetto (totalitario, naturalmente) dello Stato.

Le cose iniziano a mutare davvero quando Mussolini vede concretamente la possibilità di diventare capo del governo. I Fasci iniziarono a darsi un assetto più capillare, nominando i Ras, i capi locali, e iniziarono a colpire non più unicamente le Case del popolo, le sedi del PSI, ma anche gli operai stessi che occupavano le fabbriche o i contadini che si rifiutavano di lavorare per il mezzadro. Da queste mosse, ne è derivato un flusso pressoché costante di finanziamenti da parte di grandi capitalisti, capi industriali, proprietari terrieri, proprio per finanziare la violenza fascista, contro gli scioperi operai e la fermezza contadina, che poteva gravare sul guadagno proprio di questi grandi. Il tutto, aggravato ormai da una congenita paura borghese della rivoluzione socialista, lo spettro di un ribaltamento radicale degli assetti statali e dei privilegi che la borghesia lavoratrice si è guadagnata, con le dovute contraddizioni.

Rivoluzione, che negli anni del Biennio rosso sembrava effettivamente a un passo. La FIAT, il più grande stabilimento produttivo della Penisola, era occupata per più giorni a settimana, così come gli altri grandi stabilimenti del triangolo industriale. Tocca aprire una parentesi, che le sommosse operaie e contadine, così come la risposta squadrista, sono stati un fenomeno relegati soprattutto al centro-nord Italia, il meridione ha subito passivamente anche il futuro avvento della dittatura. Insomma, bastava che i vertici di partito annunciassero semplicemente l’avvenuta rivoluzione, che le industrie, le manifatture, gli stabilimenti agricoli più grandi d’Italia erano già occupati, i lavoratori pronti all’immobilismo e i contadini già in armi. Ma, anche oggi, la rivoluzione avverrà domani.

 Ed è qui che si presentò la più grande “rivoluzione” interna a Mussolini: la rivoluzione doveva farsi di destra. Qui si denota la debolezza del Duce di fronte al potere. Anni di battaglie socialiste, per i lavoratori, i contadini, contro lo strapotere, la Confindustria, i liberali, lo Stato, la Monarchia, il cristianesimo. Ideali tutti appartenuti a uno dei più influenti giornalisti dell’epoca (dopo la cacciata da direttore de l’”Avanti!”, Mussolini fonderà il suo personale giornale-megafono, “Il Popolo d’Italia”), andati in fumo in pochi mesi, per la fama di denaro e di potere, per la debolezza e l’opportunismo verso coloro che sono sempre stati dello schieramento parlamentare opposto al suo. Apparentemente, era diventato la bestia, figlia del capitalismo, che lui stesso ha sempre cercato di domare. Il denaro apparentemente fa miracoli.

La “Marcia su Roma”, a questo punto, era solo una formalità. La popolarità di Mussolini cresceva, ormai chiunque non fosse socialista, più o meno direttamente era diventato fascista. Dopo che Giolitti, nelle elezioni del maggio 1921, decise di ammettere i fascisti nel Blocco Nazionale, schieramento guidato dai liberali di prim’ora, con l’obiettivo di contenere la popolarità del movimento, che nel novembre dello stesso anno si farà Partito Nazionale Fascista, avvenne il madornale errore di legittimare e istituzionalizzare la violenza squadrista, perché i toni mutarono solo apparentemente. I fascisti erano al governo, con i popolari e i liberali. I socialisti, però, mantennero il nome di primo partito della Camera, perché di fatto la loro popolarità non era più mutevole. La Marcia, nell’ottobre 1922, avvenne con l’obiettivo finale di avere Mussolini come capo del governo insieme a cinque ministeri (i più importanti, interni, esteri, finanze, grazia e giustizia, colonie). La riunione dei diversi squadroni di milizie armate fasciste, in vari luoghi intorno alla capitale, aveva il compito di entrare in Roma e pretendere il potere, come una sorta di colpo di stato. Con la fondamentale differenza che Mussolini prevedeva già il disastro. Le milizie fasciste erano neanche lontanamente paragonabili alle truppe del Regio esercito, a presidio della capitale. Ordine di Mussolini, non doveva assolutamente avvenire lo scontro con l’esercito, sarebbe stato un massacro. Ma Mussolini, pronto a fuggire sulla frontiera svizzera, prevedendo l’arresto, venne convocato dal Re e incaricato della formazione del governo, il più lungo della storia d’Italia, ventun anni, lui, figlio di fabbro, l’uomo più giovane a ricoprire questo incarico nella storia d’Italia, fregiato del titolo di “Eccellenza”. Il perché di questa decisione è un mistero irrisolto. Prima o poi Mussolini avrebbe acquisito il potere, data la sua crescente popolarità, ma il Re aveva l’ultima parola sull’autorizzare lo stato d’assedio per Roma, e quindi garantire alle truppe regie di reagire alla marciata fascista. Infine, non lo autorizzò. Timore della guerra civile, timore dello scontro dinastico con il Duca d’Aosta, ci sono diverse opinioni, ma solo il Re stesso sapeva il perché.

Fino a giungere a una delle pagine più drammatiche della nostra storia recente, il delitto Matteotti. Giacomo Matteotti era un parlamentare socialista del Partito Unitario, quindi un po’ più cauto riguardo le istanze rivoluzionare, segretario dello stesso partito, antifascista prima ancora che il termine fosse coniato. Per tutto il suo incarico parlamentare, dopo le elezioni del 1924 con più di due terzi della Camera ai fascisti, fu in prima linea nello smascherare tutte le contraddizioni fasciste. Il sentore delle elezioni truccate, agevolate dalla stessa legge elettorale, la legge Acerbo, che garantiva i due terzi del Parlamento alla lista che ottenesse la maggioranza relativa dei voti, nonché il perseguimento della violenza squadrista nonostante la presa di potere. Matteotti iniziò a diventare veramente scomodo per il fascismo quando mise le mani su un fascicolo segreto, che riguardava degli accordi tra il governo e una multinazionale americana, la Sinclair Oil, per la gestione dei pozzi petroliferi del Paese. L’ombra dello scandalo di corruzione avrebbe potuto vanificare la rivoluzione fascista sotto lo scontento dello stesso popolo che ha aiutato Mussolini a salire a Palazzo Chigi. Ed è qui che la violenza raggiunge il suo apice. Amerigo Dumini, uno dei volti più violenti dello squadrismo, su pressione di Cesare “Cesarino” Rossi, braccio destro di Mussolini e suo consigliere politico, forma una banda che il 10 giugno 1924 rapisce il deputato socialista e ne provocherà la morte per accoltellamento. Sfregeranno il cadavere, e lo seppelliranno poco fuori Roma.

Mussolini finge sdegno. Incentiva le ricerche di Matteotti, che la stampa dà ancora per rapito, non si ipotizza subito la morte o l’uccisione. Il cadavere verrà trovato in agosto, dopo due mesi di ricerche. il Duce ha già fatto arrestare i suoi stessi cadetti fascisti che si sono macchiati del delitto e ha allontanato Rossi dalla sua posizione, per ripulirsi la coscienza. Ma ormai le voci dietro alla diretta responsabilità del capo del governo per questo omicidio sono veramente forti. Le opposizioni si separano dalla Camera per ritirarsi presso il colle dell’Aventino, come la plebe romana fece contro il patriziato, aiutando inesorabilmente la caduta della democrazia in Italia.

Mussolini il 3 gennaio 1925 va in parlamento, e pronuncia uno dei suoi discorsi più raccapriccianti e spaventosi. Qui, il Duce si prende la responsabilità politica, morale e storica di tutto quello che è accaduto da quando il fascismo è al governo, quindi, indirettamente, anche del delitto, e sfida i parlamentari ad alzarsi e accusarlo direttamente riguardo Matteotti. Nessuno si alza.

Il fascismo è un errore della Storia. Nasce dalle ceneri di un popolo che di ceneri ne avrebbe dovute avere solo da piangere, non da vendicare. Nasce dagli esclusi, da coloro che dopo la guerra non avevano più uno scopo nella vita. Nasce dall’insoddisfazione popolare, non tanto dalla “vittoria mutilata”, quanto dalla fame, dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla paura della rivoluzione socialista. Tutto questo è agghiacciante, proprio perché di straordinaria attualità. Un’opposizione incapace di rispondere con tono a un potere dispotico che strumentalizza le norme democratiche per demolire le stesse pian piano. Mussolini stesso lo diceva: “O si è col fascismo o si è antifascisti, non esiste via di mezzo”, o si è amici dello Stato o si è nemici. Parafrasando lo storico Alessandro Barbero, mai nella Storia ci fu un periodo in cui era più chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi. Sono libri come questo che devono aiutarci a sciogliere questo enigma. I fascisti erano e sono i cattivi, non bisogna avere alcuna paura di affermarlo. Sostenere qualunque formazione che si rifà ai “valori” fascisti per pura convenienza personale ed egoismo, significa vanificare il sacrificio di decine di migliaia di partigiani che sono morti per permettere a me di scrivere questo brano e a voi di leggerlo, perché il fascismo sarà anche morto, ma politicamente. Ideologicamente, è indistruttibile, come tutte le altre idee.

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