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Cinque personaggi in cerca di risposta

Letizia Baldioli immagina, attraverso lo stratagemma del sogno, che una lettrice si ritrovi ad ascoltare pazientemente le confessioni, talvolta disperate, dei personaggi del Macbeth. In questo modo cerca di far conoscere loro il punto di vista di una persona esterna alle vicende, sollevandoli umanamente dal peso della tradizione letteraria, nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Io lo ascoltai attentamente, poi passai ad ascoltare tutti gli altri, parola per parola, per poi essere sicura di poter prendere la decisione più giusta. Chi fu tra loro il vero colpevole? Certamente tutti a loro modo lo furono, ma chi innescò il meccanismo del male, del sangue e dell’omicidio?”

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Una ragazza prima di andare a dormire scorge sul comodino della sorella l’opera shakespeariana Macbeth. Una volta addormentata verrà catapultata in una pagina di quel libro dove incontrerà cinque personaggi i quali, uno alla volta, racconteranno la loro versione dei fatti accaduti nell’opera letteraria seduti su una poltroncina di velluto blu. Il racconto si trasformerà in una vera e propria seduta di psicoanalisi in cui i personaggi si sfogheranno liberamente senza mai essere interrotti dalla giovane. Sarà lei che, alla fine delle sedute, dovrà decidere in modo oggettivo chi tra loro sia il più colpevole tra tutti.

CINQUE PERSONAGGI IN CERCA DI RISPOSTA

Ieri notte ho fatto un sogno. Vagavo per un sentiero senza conoscere la mia destinazione. Ero sola. Il cielo si era fatto bianco, a pensarci bene tutto attorno a me pareva come ammantato di neve. Gli alberi, i cespugli, le colline sembravano disegni a matita su un foglio. Alla fine del sentiero, una casa. La porta era aperta. Decisi di entrare. Seduti ad un tavolo si trovavano cinque figure. Un uomo, una donna e tre… in verità non capì subito cosa fossero, forse delle figure femminili, ma diamine avevano la barba lunga fino alle ginocchia! Non si erano accorti del mio arrivo, parlavano o meglio litigavano incolpandosi a vicenda. Ero convinta che non mi potessero vedere, ma poi la donna si girò di scatto verso di me. Mi guardò per un istante e gridò: «Ho la soluzione!». Io ero la loro soluzione o almeno la sua. «Raccontiamole tutto, uno alla volta. Lei sarà il nostro giudice, lei deciderà chi tra noi si è macchiato di una colpa maggiore». «Io giudice? Di cosa? Ma poi… voi chi siete?». «Chi siamo noi?!» esclamò l’uomo alzandosi precipitosamente dalla sedia, che cadde a terra per la sua furia. Li riguardai attentamente, mi concentrai sui loro volti, esaminai i loro sguardi cercando di scrutarne qualche particolare a me familiare ma… nulla. Allora l’uomo esclamò «Shakespeare in persona ci ha creati, la sua mente ci ha ideato, la sua penna ci ha dato la vita. Macbeth è il mio nome, signore di Glamis, di Cawdor e re di Scozia». Allora capì. Prima di andare a dormire mi ero voltata verso il letto di mia sorella, sul suo comodino avevo notato una sfilza di libri impilati uno sull’altro. Su uno di essi, quello dalla copertina rossa, la scritta: Macbeth, di William Shakespeare. Sì, era andata proprio così. Il cervello gioca strani scherzi, è proprio vero. Avevo letto il titolo di quel libro e, una volta addormentata, la mia mente mi ci aveva catapultato all’interno. Ecco perché tutto ero bianco e nero, bidimensionale. Io mi trovavo esattamente dentro alle memorabili pagine del Macbeth. «Se tu sei Macbeth, allora lei…» dissi indicando la donna «dovrebbe essere lady Macbeth, e loro le tre streghe». L’uomo mi fece un cenno di approvazione con la testa. Conoscevo la trama, ma avendo letto l’opera del grande Shakespeare una sola volta e diversi anni addietro, avevo bisogno che la mia memoria letteraria venisse rinfrescata. «Meglio così» disse Macbeth che aveva partecipato segretamente al mio ragionamento. «Un giudice neutrale è proprio quello che ci serve!» e, prendendomi la mano, mi accompagnò a sedere. Improvvisante apparve una poltroncina. Se fosse sempre stata lì o meno non me lo chiesi, d’altronde era pur sempre un sogno. Ed ecco che su quella seduta blu, uno alla volta, i personaggi dell’opera si misero comodi. Macbeth in particolare attirò la mia attenzione. Appoggiò i piedi su uno sgabello di velluto trapuntato e mise entrambe le mani dietro la testa. Fissò per un momento il vuoto e, come un vero paziente pronto a sfogarsi con il suo terapista, cominciò a parlare. Io lo ascoltai attentamente, poi passai ad ascoltare tutti gli altri, parola per parola, per poi essere sicura di poter prendere la decisione più giusta. Chi fu tra loro il vero colpevole? Certamente tutti a loro modo lo furono, ma chi innescò il meccanismo del male, del sangue e dell’omicidio?

 MACBETH:

«Io sono un tiranno, un assassino. È colpa di quelle streghe, loro non dicevano tutta la verità, o meglio, la dicevano, ma a modo loro, ingannandomi. Le loro profezie erano tutto ciò che io desideravo sentirmi dire. La loro colpa è stata quella di aver dato voce alle mie ambizioni, la mia di averle ascoltate. E anche tu, grande Shakespeare, avresti potuto far sì che le profezie di quelle streghe fossero come quelle degli antichi oracoli. “Tu diventerai re” e allora ecco che, come per magia, mi sarei ritrovato sul trono e invece no, troppo semplice… Eh no perché quel William Shakespeare era convinto, ma cosa dico, era CER-TO che fosse l’uomo il creatore del proprio destino. Beh allora ripensandoci è colpa mia. Oh si è tutta colpa mia, se solo non avessi dato retta alle parole delle streghe e se non mi fossi fatto manipolare da quella donna. Ma aspetta, allora è anche colpa loro. Quella Lady Macbeth mi disse: mostrati come il fiore, innocente, ma sii …»

LADY MACBETH:

«… la serpe che esso nasconde. Sì, gli dissi proprio così, testuali parole» rispose lei con un tono svogliato, come se quella storia l’avesse sentita troppe volte. «Ah quella lettera, è proprio vero, la lettera mi fece rinascere. Tutte le mie fantasie e le mie ambizioni più segrete stavano per realizzarsi. Ma poi ecco che re Duncan decise di nominare suo figlio Malcolm come erede e allora i miei occhi, alla notizia, si irrorarono di sangue, il mio cuore palpitò sempre più velocemente a causa della rabbia e le mie mani si chiusero a pugno tanto che le mie unghie si conficcarono nella carne. Una cosa era certa: Macbeth sarebbe diventato re. Ma ecco, un ostacolo si presentò sul mio cammino.  Il nuovo principino o re Duncan potresti pensare tu, ma… no, eh no mia cara, lui sarebbe stato facile da togliere di mezzo. Il mio problema? Beh, quello aveva un altro nome: Macbeth. Mio marito, un uomo ambizioso, ma giusto, desideroso di potere tuttavia inetto. Sapevo già che per convincerlo dell’efficacia del mio piano avrei dovuto mettere in piedi un bel discorsetto. Così feci. Se avessi fatto tutto questo per lui? Certo che no. Sì, lui avrebbe regnato sul trono di Scozia, ma io… non più moglie di Macbeth, non più signora di Glamis, bensì regina. Una vera corona avrebbe potuto finalmente essere posta sulla mia testa regale. Io, donna, ero convinta di potermi comportare come un vero re. Io ero l’uomo, io ero il coraggio, io ero la mente, lui? Le mie braccia, la mia marionetta. Uno strumento nelle mie mani. Il piano di uccidere re Duncan e di far cadere la colpa sulle guardie era il mio. Era giunto il tempo di essere l’uomo che avevo sempre sognato, di rimboccarmi le maniche e agire da uomo.»

MACBETH:

«Agire, continuò a dirmi di agire, ma commettere un delitto sarebbe davvero stata l’unica soluzione? Duncan era un re ed era mio cugino. Un uomo buono che amava i suoi sudditi. Unico sprone al mio disegno fu l’ambizione, supportata dalla bramosia focosa di mia moglie. La sua alimentò la mia.» Poi, da sdraiato qual era sulla poltroncina, si alzò di scatto e si voltò verso di me. «Un pugnale. Un pugnale fu l’ultima cosa che vidi prima di compiere il fatto. Una fatale visione percettibile al tatto come alla vista o forse solo un pugnale della mente? Questo bisognerebbe chiederlo a quel Shakespeare. Oh, continuavo a vederlo, era uguale al pugnale che stavo per sguainare, uguale eppure diverso. Prima avrei compiuto l’omicidio e prima tutto sarebbe finito. E così io lo uccisi. Sono un assassino. Ma poi…oh, ma poi sentì una voce. Macbeth non dormirai più. Queste parole cominciarono a rimbombare senza pietà nella mia testa, poi il mio sguardo si posò sulle mie mani. Rosse come il…». Si fermò un momento e si corresse «sì, rosse di sangue, sangue reale, sangue fraterno. Vidi solo quelle mani, nient’altro. Le mani di un omicida, di un traditore.»

LADY MACBETH

«Le mie mani erano come le sue. Le guardai bene e mi accorsi che, diamine, non era riuscito a portare a termine il mio piano. I pugnali avrebbero dovuto rimanere in quella stanza e i corpi delle guardie essere sporcati di rosso, solo così la colpa sarebbe ricaduta di loro. Ma lui no, non era stato capace di mettere a punto il mio diabolico progetto. I pugnali li teneva stretti tra le sue mani. L’ho sempre pensato, peccava di coraggio.» disse convinta.  «E così dovetti farlo io al posto suo. Che codardo, lui non voleva neppure rientrarci in quella stanza. Macbeth aveva paura, restò immobile come una statua di cera, lì, con lo sguardo fisso nel vuoto. Cercai di fargli capire che quel sangue sarebbe andato via con l’acqua, ma lui niente, non ne voleva sapere e restava a fissare intensamente le sue mani. Continuò a ripetere che neppure tutta l’acqua del grande oceano avrebbe potuto lavare quel sangue e che quelle mani avrebbero insanguinato tutti i mari del mondo. Io, le mie, non le fissai. Lui si disperava mentre io, sommessamente, sorridevo soddisfatta.»

MACBETH

Macbeth si guardò attorno e solo dopo aver constatato che fossimo soli, mi disse di avvicinarmi a lui e bisbigliò: «Ora ti confesso un segreto. Piena di scorpioni era la mia mente. Ero re, ma non mi bastava più ormai. Mi ero trasformato in una persona nuova che non avevo mai conosciuto fino ad allora e che, tutto sommato, non avrei mai voluto conoscere. Ero stato corrotto dal male e non si poteva più tornare indietro. Mi ricordai all’improvviso le parole delle profetiche sorelle. Si rivolsero a Banquo chiamandolo padre di re. Uccidere era diventata ormai l’unica soluzione ai miei problemi. Banquo e suo figlio avrebbero dovuto morire. Oh, non avrei mai pensato che tali fantasie potessero tormentare tanto la mia mente di brav’uomo e invece… non riuscivo a pensare ad altro. Morte, sangue, omicidio. Fu come se non avessi più il controllo di me stesso. Davvero simili pensieri potevano nascere nella mia mente? Dov’era finito il Macbeth puro di cuore che conoscevo bene?» l’uomo tacque per un momento, si coprì il volto con le mani e cercò di rispondere a quelle domande. «Semplicemente, non esisteva più. Ed ecco la metamorfosi del personaggio che gli studiosi amano tanto. Si dice che Shakespeare avesse creato il personaggio “umano” ma spero che le persone del tuo mondo non siano come me. Banquo era morto. Suo figlio era riuscito a scappare. Eppure io continuai a vedere l’uomo che un tempo chiamavo amico. Non ero pazzo, c’era davvero. Al banchetto reale continuava a fissarmi. Aveva la faccia nera per il sangue che si era mischiato alla terra umida del bosco in cui era stato ucciso dai miei uomini. Mi fissava. Perché mi fissavi?». Gridò talmente forte guardando verso il cielo che il sole per la paura tramontò prima del tempo. Poi, una volta calmatosi, continuò la sua storia. «Gli ordinai di andarsene. Le sue ossa ormai erano senza midollo e il suo sangue gelido come l’inverno. Gli occhi dei presenti allora si posarono su di me, mi guardarono come si guarda un povero pazzo. Sangue chiama sangue. Quella stessa notte decisi di andare dalle sorelle fatali. Ero deciso a sapere coi mezzi peggiori il peggio.»

LE TRE STREGHE

«Macbeth non verrà mai sconfitto, finché il grande bosco di Birnam non avanzerà verso l’alto colle di Dunsinane contro di lui. Sii sanguinario, audace e risoluto. Nessuno nato da donna potrà mai ucciderti. Queste le nostre profezie. Noi dicemmo la verità, nient’altro che la verità. Parole chiare ma ingannevoli. Frasi precise ma confuse. Il bello è il brutto e il brutto è il bello. Shakespeare ci battezzò con queste parole. Noi siamo ambigue di natura. Siamo donne con la barba, questo dice tutto. Siamo la verità e la menzogna. La gloria e la sciagura. Siamo? E se non fossimo? Nulla di reale, solo un finto prodotto della mente. Noi, voce delle fantasie più oscure e delle ambizioni di Macbeth. Solo una voce o qualcosa di più? Il soprannaturale è reale? Perché William ci ha dato una forma? Credeva forse nei fantasmi? D’altronde anche nel suo Hamlet ha dato parola ad un fantasma, non è così? Se non fosse stato per le paure di quel Giacomo I, che accusava streghe e demoni di complottare contro di lui, Shakespeare non ci avrebbe mai create. La colpa di tutte le sciagure non è nostra, lo capisci o no? Non per influenzarti nel tuo giudizio, ma per noi l’unico colpevole qui è Macbeth. Soltanto sua è la colpa. È stato lui a decidere e a disegnare una volta per tutte il proprio destino. Il brutto è il bello e il bello è il brutto. Ma in questa storia di bello c’è ben poco. Praticamente nulla». Aggiunsero di aver provato a far ragionare Shakespeare, di avergli ripetuto spesso che, se le avesse fatte parlare in quel modo tanto ambiguo, nessuno le avrebbe prese seriamente ma, a quanto pare, qualcuno lo ha fatto. Povero Macbeth!

LADY MACBETH

«La situazione di mio marito peggiorò di giorno in giorno. Precipitò quando venne a conoscenza della partenza di Mac Duff per l’Inghilterra. Appresa la notizia, digrignò i denti e le sue mani strinsero sempre più forte la sua tunica che per poco non si strappò. Lui diventò rabbia, tirannia, vendetta. Gli scorpioni nella sua mente si triplicarono. La ragione la perse completamente. Decise di assalire di sorpresa il castello in cui la moglie e i figli di MacDuff vivevano e di ucciderli selvaggiamente. L’onesto Macbeth ormai era morto. Ma perché si comportava così?». La donna si alzò precipitosamente dalla poltroncina e uscì dalla casa correndo. Io la aspettai. L’aspettai per molto. Poi tornò da me. I suoi occhi erano lucidi, come se avesse appena finito di piangere. Numerose lacrime scesero dai quei suoi occhi che, a guardarli bene, erano profondamente cambiati. Non più colmi di sangue o di smania di potere e morte. No, non più. Senso di colpa, sì, era questa la parola giusta. Si mise di nuovo seduta. Mi fissò e ricominciò a parlare. «La colpa era mia. Io l’ho corrotto e portato verso il male e il male pesa sulle nostre coscienze molto più del bene. E io lo so per certo. Diventai ossessionata dalle mie mani, sulle quali il sangue era onnipresente. Non sarebbe mai andato via. La mia condanna, il mio castigo mi avrebbe perseguitato a vita. Vita… morte… l’inferno è buio. Vergona mia signora, vergogna! Un soldato che ha paura? Chi avrebbe mai pensato che in quell’ uomo ci fosse così tanto sangue? Le mie mani non sarebbero mai più tornate pulite. Se solo non avessi dato retta ai miei desideri e se non avessi bramato così intensamente il potere. Io spinsi Macbeth ad uccidere, ma per cosa e per chi? Solo per me stessa! Che egoista sono stata. Stupida ambizione, sciocco potere. Shakespeare inizialmente scrisse un finale diverso per la mia storia. Sarei dovuta essere imprigionata a lungo per poi essere uccisa dal mio stesso marito, ormai anziano.  Guardai l’autore del mio personaggio e una lacrima scese sulla mia guancia. Stetti a fissarlo, gli presi la mano e lui mi sorrise. Cancellò tutto e ricominciò daccapo. Avrei dovuto farlo io, avrei fortemente voluto farlo io. Mi pentì per tutto ciò che avevo compiuto, volevo solo smettere di esistere e farlo subito. Essere o non essere? Mi gettai in un fiume e con la testa rivolta verso il cielo, lo guardai. Tutto si fece buio. Le stelle non splendevano più, la civetta cantò un’ultima volta. Era tutto finito. L’incubo era finito. Me ne andai pentita.»

MACBETH

«Morta. La vita non è che un’ombra che cammina. La vita non significa nulla. Non avrei mai pensato di poter pronunciare parole simili. Ma lo credevo davvero. Uccidere diventò per me qualcosa di meccanico come se la mia coscienza si fosse logorata quasi del tutto. Sarebbe dovuta morire prima o poi, non è così? La strage della famiglia di MacDuff la cambiò nel profondo. Duncan fu meno uomo di quella donna e quei bambini? Proprio non la capì. Fu lei a escogitare il piano diabolico che ci avrebbe condotto sul trono di Scozia. Con lei iniziò tutto, la nostra ascesa e… il mio tracollo. Adesso mi è chiaro! Si è uccisa spinta dal senso di colpa che la stava logorando lentamente dentro. È andata esattamente così. Dopo la sua morte mi giunse notizia del ritorno di Malcolm e MacDuff. Tornarono con quasi diecimila uomini. Paura? Nessuna paura! Avevo dimenticato il sapore che aveva la paura. Passato era il tempo in cui mi sarei raggelato per un grido notturno». Mentre continuava a parlare, lo osservai attentamente. Il suo sguardo era vuoto, quasi alienato. Era lì davanti a me eppure sembrava completamente assente. Appoggiai i gomiti sulle mie ginocchia e con le mani mi tenevo la testa. Stetti ancora ad ascoltarlo. «Secondo la profezia, né Malcolm né MacDuff avrebbero potuto sconfiggermi. Io non sarei stato sconfitto finché il bosco di Birnam non fosse avanzato, eppure venni annientato: il bosco avanzò verso di noi e MacDuff mi uccise. Il sole mi aveva stancato. Vieni rovina!»»

LE TRE STREGHE

«Sì, gli abbiamo detto così, o meglio, è stato Shakespeare a suggerirci di farlo. Macbeth non sapeva che MacDuff non fosse nato da donna ma dal ventre di costei. Avrebbe potuto benissimo ucciderlo. Ma non si aspettava neppure che il bosco si sarebbe mosso per davvero grazie all’esercito di Malcolm. Macbeth sarebbe stato sconfitto. Davvero astuto il nostro Shakespeare. Povero Macbeth! Oltre al danno, la beffa».

Tutti avevano parlato. Ognuno aveva detto la propria. Ora toccava a me. Li richiamai tutti nella stanza. Si sedettero attorno al tavolo che magicamente ricomparve. Avevo cercato di ascoltare tutti con assoluta attenzione, senza distrarmi mai. Camminai avanti e indietro per la stanza, cercando di prendere la decisione più giusta. Poi capì e mi fermai. «Ho la risposta alla vostra domanda!» esclamai soddisfatta di me stessa. «Il responsabile di tutte le vostre disavventure è solo uno. Lui è…», ma la sveglia suonò e io riaprì gli occhi. «Shakespeare. La colpa è solo sua!», urlai talmente forte che persino mia sorella si alzò di soprassalto. Quel libro era ancora sul suo comodino. Lo guardai e sorrisi. Non osai pensare a cosa potesse essere accaduto in quella stanza dopo la mia scomparsa. Ma una cosa era certa, quei personaggi si erano sinceramente sfogati con me e le loro coscienze da quel momento sarebbero state un po’ più leggere. Benché nessuno avesse beneficiato della mia risposta, i loro cuori si erano pacificati nella certezza dell’ascolto. E allora il mio, alla fine, l’avevo fatto.

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Bibliografia selezionata:

Macbeth di William Shakespeare, Feltrinelli 2013

Film Macbeth di Justin Kurzel (2015)

Delitto

Giulia Repetto, in queste due lettere, riscrive il romanzo Delitto e castigo trattando il tema della coscienza in relazione all’attuale conflitto tra Ucraina e Russia, nell’ottica del corso diLetterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Se avessi voluto aspettare che tutti fossero diventati intelligenti, sarebbe passato troppo tempo… Poi ho capito anche che questo momento non sarebbe arrivato mai, che gli uomini non cambieranno mai e che nessuno riuscirà a trasformarli e che tentar di migliorarli sarebbe fatica sprecata!” (F. Dostoevskij, Delitto e castigo)

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Rodion Romanovič Raskol’nikov

                                                                                                                       Mariupol, 18 marzo 2022

              Sof’ja Semënovna Marmeladova

Cara Sonja,

come stai? Come stanno tuo padre, Katerina Ivanovna e i bambini? Alla fine i soldi sono bastati a comprare le scarpine a Pòletschka e a Lènja? Quelle che avevano erano tutte a pezzi. Hai avuto notizie di mia sorella e di mia madre? Dì a Dunja di non stare in pensiero per me.

In questo momento mi trovo nella regione della Priazovia, nella città di Mariupol. È una bella giornata, ma la polvere della devastazione offusca l’occhio del cielo e quelli che un tempo erano tranquilli sobborghi e villaggi sono diventati cumuli di macerie. Nella desolazione della guerra la desolazione della natura: gli alberi sono spogli, nelle aiuole delle piazze spuntano qua e là, piegati su loro stessi, degli esili fili d’erba e l’acqua fredda e sporca del fiume Kal’mius trasporta i detriti delle case. Oltre al vociare dei soldati e al rumore dei caccia militare, ogni tanto si sente il latrato di qualche cane in lontananza. Mi manca sentire il canto degli uccelli. Il bubbolio della guerra mi accompagna anche nel sonno; non ricordo più quale pace può esserci nel silenzio. Sonja, mia cara, anche l’odore qui è quello della guerra, della guerra e della morte, un odore che punge il naso ma a cui ormai sono abituato. Aguzzando lo sguardo riesco ancora a scorgere due colonne di fumo nero che provengono dal teatro cittadino che abbiamo bombardato ieri. Il posto è spaventoso, ma in compenso tranquillo. Il fuoco ucraino è cessato da qualche ora: i nemici stanno sicuramente piangendo i loro morti.

Non piangere Sonečka, tutto ciò è necessario. Credi che Licurgo, Solone, Maometto e Napoleone si siano fatti qualche scrupolo? E Putin? Non è forse la stessa cosa? Perché dovrei preoccuparmene io, io che eseguo solo gli ordini, io che contribuisco alla grandezza della mia patria? Dopotutto non sono anch’io un grande uomo? Io non voglio essere un uomo ordinario; voglio essere un uomo straordinario. Mentre i primi si limitano a conservare il mondo e ad aumentarlo numericamente, i secondi lo muovono e lo conducono verso la meta. Ricordi cosa avevo scritto in quel mio articoletto? Gli uomini si suddividono in due categorie: la categoria inferiore, quella degli uomini ordinari, che è composta di materiali che servono unicamente a procreare individui simili a loro, e quella degli uomini veri e propri, che hanno il dono o la capacità di dire nel loro ambiente una parola nuova. Alla prima categoria appartengono quegli uomini conservatori e morigerati che vivono nell’obbedienza, la quale per loro non è una cosa umiliante, mentre alla seconda categoria appartengono i sovvertitori, coloro che, per attuare la propria idea, si autorizzano in animo loro a passare oltre il sangue senza scrupoli di coscienza. L’uomo straordinario ha un suo diritto personale di permettere alla propria coscienza di superare certi scogli. Perché allora dovrei farmi fermare da certi ostacoli morali? Sì, ho ucciso in questa guerra, ma erano tutti soldati ucraini, nemici. Era necessario, capisci?

Tuttavia proprio questa mattina è successo qualcosa a cui non riesco a smettere di pensare da tutto il giorno. Devi sapere che qui il servizio più penoso tocca alla vedetta posta sul confine, compito che la scorsa notte è toccato a me. Avevo quasi finito il mio turno quando all’improvviso, al primo chiarore dell’alba, la tranquillità fu rotta. Ho sentito un lieve fruscio provenire da dietro un arbusto. Mi sono avvicinato con il cuore che batteva all’impazzata. Ero convinto fosse una spia ucraina, invece era solo un’anziana. Il suo volto mi è rimasto sorprendentemente impresso: era solcato da rughe profonde, accentuate dalla polvere che vi si era insinuata, e anche i capelli grigi erano ricoperti dal fango e dalla sporcizia. Gli zigomi impressionantemente sporgenti, accentuati dall’eccessiva magrezza del viso, e la pelle olivastra, macchiata da ore di esposizione ai raggi solari, non facevano che accentuare l’età avanzata della donna. I vestiti erano di ottima fattura, ma logori e strappati, e, nonostante la temperatura non fosse molto bassa, si stringeva stretta stretta in uno scialle rosso impreziosito da ricami dorati che riflettevano la luce del sole. Era molto bassa, rattrappita, accartocciata su se stessa, evidentemente consumata dalla guerra. Non si è accorta subito della mia presenza. Sono rimasto a guardarla cercare qualcosa tra i cespugli per quello che mi è parso un lasso di tempo infinito, indeciso sul da farsi. Quando si è voltata i suoi occhi color ghiaccio, incorniciati da folte sopracciglia, mi hanno colto alla sprovvista. Vi ho letto la paura. Poi la morte. L’ho uccisa, Sonja. So cosa starai pensando mentre leggi queste parole: era solo una povera innocente. La guerra è spietata Sonja, ma tu cosa puoi saperne? Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque altro. Poco importa se siano soldati o no; sono pur sempre nemici. I grandi uomini non si fermano davanti al sangue, neppure dinanzi a quello degli innocenti.

Ti confesso però che la mente mi gioca brutti scherzi: ogni volta che chiudo gli occhi mi sembra di rivedere il suo volto. Non so perché mi abbia colpito in questo modo. Era solo una donna qualunque, una vita come le altre, eppure provo pietà nei suoi confronti e soffro quando penso a lei. Dopotutto la sofferenza è l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Credo che gli uomini veramente grandi debbono provare su questa terra una grande tristezza.

Ora devo salutarti perché la Russia ha bisogno di me. Aspetto tue notizie.

Con affetto,

                     Rodja

Castigo

Rodion Romanovič Raskol’nikov

              Sof’ja Semënovna Marmeladova

Mia cara Sonečka,

sono passati giorni dall’ultima lettera che ti ho scritto, ma non ho ricevuto tue notizie. Probabilmente non l’avranno nemmeno spedita e forse è meglio così perché la tua anima è troppo innocente e candida per essere macchiata dalle mie colpe. Non so perché mi sia preso la briga di procurarmi carta e penna per scriverti queste ultime parole dal momento che so già che non riceverai mai questa lettera. Nonostante ciò, anche solo scrivere il tuo nome mi fa sentire più vicino a te. Sonja, tu sei la mia luce in un abisso di ombre che ormai mi ha ingoiato.

Nella mia solitudine l’unica cosa che mi conforta è rileggere l’undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, quello della resurrezione di Lazzaro, perché mi ricorda quando fosti tu a leggermelo. Ho tutto chiaramente impresso nella memoria: la stanza giallastra e sudicia, il Nuovo Testamento tutto consumato, il canale che si intravedeva dalle finestre e il mozzicone di una candela che con la sua luce calda sembrava voler illuminare solamente il tuo volto, l’unica cosa degna di essere rischiarata in quella miseria.

In questo momento non saprei dirti dove mi trovo con esattezza; l’unica cosa che so è che sono in una cella russa. Sì, hai capito bene: russa, non ucraina. Ti chiederai come ci sono finito… ti accontento subito: era passata una settimana da quando avevo ucciso la vecchia e da allora la mia coscienza aveva iniziato a farsi ogni giorno sempre più pesante. Ormai il peso si era fatto insostenibile e, in un attimo di follia, sono fuggito senza una meta né un obiettivo. Non volevo scappare dalla guerra, o almeno non consciamente. Volevo scappare dai miei pensieri, dalla mia coscienza, forse addirittura da me stesso. Sapevo solo che dovevo allontanarmi da lì, ma mentre lo facevo i miei pensieri mi inseguivano e anche se provavo a correre più velocemente, loro tenevano il passo con me. Vedendo che era tutto inutile, stremato dalla corsa disperata, mi sono lasciato cadere al suolo nella leggera stanchezza del mezzogiorno. Da qual momento i miei ricordi sono confusi: ho sentito delle persone sopraggiungere di corsa, delle voci, qualcuno mi ha sollevato di peso e mi ha trasportato fino a qui. In Russia non siamo molto clementi con i disertori, quindi non so perché non mi abbiamo giustiziato subito, ma so che la fine è dietro l’angolo. Anche in questo momento riesco a percepire il respiro della Morte sul mio collo. È dietro di me, la sento, aspetta solo di potermi trascinare all’inferno con lei. Forse sarebbe stato meglio se mi avessero sparato subito, almeno mi sarei risparmiato tutto ciò. Essere rinchiuso in questo buco da solo con i miei pensieri mi sta facendo impazzire. Vivo in un perenne stato febbrile a cui alterno brevi momenti di lucidità, come questo. I secondi scorrono lenti come ore e ho perso completamente la cognizione del tempo. Non riesco a mangiare, non riesco a dormire, in alcuni momenti mi sembra di non riuscire nemmeno a respirare perché un peso mi schiaccia il cuore e mi lascia senza fiato. Ogni volta che chiudo gli occhi vedo il volto di quella vecchia e vi riconosco quello di tutte le altre persone che ho ucciso. Ogni notte in sogno rivivo quel momento e mi risveglio madido di sudore e con il cuore in gola.

La scorsa notte, dopo essermi destato di soprassalto, attraverso una minuscola feritoia, l’unica che c’è, ho intravisto una luna piena e rossa come mai ne ho viste in vita mia e davanti a quello spettacolo della natura per la prima volta dopo molti mesi ho provato una sensazione di pace. I raggi lunari si facevano strada attraverso le sbarre della piccola finestrella illuminando soffusamente lo spazio circostante la mia branda. Il silenzio sembrava assoluto, ma aguzzando meglio le orecchie si riuscivano a udire in lontananza i colpi dei bombardamenti. La brezza primaverile della notte sembrava avvolgermi e per un attimo ho dimenticato la mia condizione, ma quando ho abbassato lo sguardo un urlo spontaneo mi è sorto direttamente dalle profondità dell’animo. Le mie mani erano macchiate del sangue della vecchia e di tutte quelle persone, soldati e civili, che avevo assassinato. Reso pazzo dalla disperazione ho provato a lavarlo via, ma nulla sembrava funzionare, anzi più provavo a sfregarlo più la macchia rossa sembrava allagarsi e l’odore metallico del sangue entrarmi nelle narici. Dopo quelle che mi sono parse ore, stremato e sconfitto, sono ricaduto in un sonno tormentato. Al mattino tutto era svanito, ma il cuscino era ancora bagnato dalle mie lacrime. Quel sangue c’era davvero? Era un effetto ottico provocato dalla luce lunare? O me lo sono immaginato? Credo che la pazzia si stia impossessando della mia mente. O forse sono già completamente impazzito e non me ne rendo conto.

La carta è quasi finita quindi devo concludere questa lettera. Da’ a mia madre e a Dunja un bacio da parte mia e promettimi che ogni tanto passerai a trovarle e che ti occuperai di loro se necessario. Abbraccia Razumichin e digli che è stato un buon amico e che lo ammiro molto: è sempre stato tutto che volevo diventare e che mi illudevo di essere. Quanto a te, Sonja, ti ho voluto molto bene. Spero che conserverai per sempre quell’innocenza così pura che mi ha colpito di te. Non piangere per me, non me lo merito.

Addio Sonja         

Rodja

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Bibliografia selezionata:

F. Dostoevskij., Delitto e castigo, a cura di D. Rebecchini, Feltrinelli, 2013

W. Shakespeare, Macbeth, in Tutte le opere. Vol. 1: Le tragedie, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani, 2015

Memorie Familiari

Gabriele Torres, in questo suo racconto breve, vuole approfondire il concetto di un meccanismo della coscienza alquanto peculiare: l’amnesia dissociativa causata da esperienze traumatiche, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Tutto mi sembrava così surreale, non poteva essere andata veramente così, ma ad un tratto vidi quello che confermò le mie colpe”

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In quel periodo facevo un sogno ricorrente.
Mi attirava verso di lui, sembrava predire il mio futuro. Mi sentivo come il coraggioso Odisseo mentre udiva il canto delle sirene. Percepivo una cosa crescere dentro di me che mi spingeva a compiere il fatto.
Pazzo, penserà lei, dottore, ma è questo quello che sono? I pazzi non ragionano, io, invece, ero ben cosciente di quello che volevo.
Dove mi trovo lo so per certo, ma credo di non comprenderne il motivo. La avverto, non stia così vicino, sono un tipo nervoso.
Credo che debba sapere come sono arrivato qui, così presterà molta attenzione la prossima volta, sempre se non scapperà come tutti gli altri.
Mi svegliai in una capanna di legno, come quelle che si vedono di tanto in tanto nei film. Non era in ottimo stato, c’erano molti spifferi e il pavimento mancava di qualche asse di legno. Il camino e una coperta logora mi tenevano abbastanza al caldo. Non ricordo come io sia arrivato in quel posto e nemmeno che giorno fosse.
Un uomo possente, dalla faccia buona e con una folta barba, se ne stava seduto vicino al camino, intento a intagliare una statuetta, che a prima vista mi sembrò raffigurare un lupo.
Il mio risveglio deve averlo distratto, perché si fece scappare il coltellino dalle mani provocandosi un taglietto al pollice. «Ben svegliato», mi disse succhiandosi il sangue dalla ferita, «spero che non ti prenda un malanno, sai, con questo freddo; il mio nome è Russell».
«Dove mi trovo? Come sono finito in questo posto?», dissi mormorando. Non doveva avermi capito, perché mi lanciò un’occhiata confusa.
«Non mangi da tanto, devi avere fame, prendi pure pane e formaggio, li ho presi ieri in città». Annuii.
Dovevo essermi tagliato la lingua in qualche modo, perché notai un retrogusto ferroso. «Mi chiamo Kurt», dissi strappando un boccone di pane.
«Ci troviamo nel bel mezzo del bosco, ti ho trovato svenuto nella neve, per poco non ci rimanevi secco, chissà come sei finito qui».
«La ringrazio, mia moglie sarà molto preoccupata», percepii un’aria tranquilla, diversa rispetto alla tensione di un secondo prima.
«Ha una moglie? Deve essere molto in ansia; hai dormito per tutto il giorno».
«Si chiama Wendy, abbiamo una bambina piccola, spero non le stia creando troppi problemi»
Ritornato alla sua statuetta sembrò farsi più curioso, «Wendy, che bel nome, mia figlia si chiamava così».
«Si chiamava? Le è successo qualcosa?»
Il volto di Russell sembrò prendere un’espressione cupa, «Un incidente».
Non aggiunse altro.
L’atmosfera si era fatta di colpo pesante. Una folata di vento entrava dagli spifferi delle vecchie finestre, «Hai bisogno di un’altra coperta?», le mie mani cominciavano a tremare, decisi di accettare.
«Quindi, come sei finito nel bel mezzo del nulla?», riprese Russell spezzando il silenzio imbarazzante.
La mia sicurezza cominciò a vacillare, «Ho ricordi molto vaghi; non ricordo perché mi sono addentrato nel bosco, l’ultima cosa di cui sono sicuro è di essere uscito di casa, poi…tutto nero».
«Beh allora vedrò di accompagnarti al più presto; a proposito, dove hai detto di abitare?», il mio ospite si stava facendo curioso, ma io non sapevo rispondere alle sue domande.
«Vicino al mare, è l’unica cosa che ricordo, d’estate ci andavo insieme a Wendy e al nostro cane Ros. Ma da quando è nata la bambina e Ros è morto non siamo più andati».
«Davvero non ricordi altro?» la faccia dell’uomo si fece più cupa, dentro di lui, forse, pensava che qualcosa non andasse, e a lungo andare non aveva torto.
Continuai a mangiare, Russell mi osservava un po’ sospettoso, ma dopo un po’ parve perdere interesse.
«Sai, andavamo spesso al lago tutti insieme» riprese l’uomo, «A Wendy piaceva tanto, si divertiva come una matta, correva di qua e di là senza nessun pensiero, pensa che una volta, quando c’era anche mia moglie, cadde in acqua e tornò da noi zuppa fino alla punta dei piedi, che risate». Il suo volto si era fatto nostalgico, a tal punto da far scendere una lacrima sulle sue guance massicce.
«E adesso, cosa resta…il nulla». La nostalgia che arieggiava per la stanza si trasformò molto velocemente in malinconia e tristezza.
«Mi dispiace tanto…posso chiederti com’è successo?»
Asciugandosi la lacrima con la manica del suo pesante maglione cominciò a raccontare «Ripensandoci, sembrava proprio un bel giorno, uno di quelli in cui sei spensierato, da stare sdraiato al sole bevendo qualcosa. Viaggiavamo verso l’oceano; sai, Wendy non l’aveva mai visto e mi chiedeva da giorni di portarla, saremmo rimasti lì qualche giorno, quindi avevo la macchina carica di tutte le provviste», mentre raccontava vedevo i suoi occhi diventare lucidi, «Ero tornato la sera prima da una battuta di caccia, quindi mi sentivo un po’ stanco, ma era il suo compleanno e non so quante volte me l’avesse chiesto, quindi decisi di accontentarla e di portarla comunque il giorno dopo. Mentre eravamo per strada…», si interruppe per asciugarsi ancora le lacrime, «Una macchina che arrivava dall’altra corsia ci ha incrociati, erano in quattro, sembravano tutti ubriachi, anche il guidatore. Mi vennero addosso. Nel giro di qualche secondo i freni della mia macchina si sono bloccati e siamo precipitati nel burrone. Al mio risveglio, trovai mia moglie e mia figlia morte, nessuna traccia dei soccorsi».
«Mi dispiace». Questa è l’unica cosa che riuscì a dire, l’aria si era fatta pesante come un macigno.
«Proprio crudele la vita, la mia piccola se ne è andata troppo presto, non ha nemmeno visto l’oceano» riprese Russell asciugando ancora le lacrime. «Delle volte è come se nulla avesse più senso. Sai, senza loro…delle volte ho pensato alla via più semplice, ma in quei momenti ricordo quello che diceva mia moglie e subito mi pento; uccidersi sarebbe come fare del male alla sua memoria; a proposito, lei si chiamava Alice».
Volevo dire qualcosa, ma le parole sembravano morirmi in bocca. Sentì un’ondata di calore crescente, e un lamento, quasi come un pianto, veniva dall’altra stanza. «Lo senti anche tu, Russell?», i suoi occhi pieni di lacrime si curvarono in un’espressione confusa, «Sento cosa?».
«Non senti anche tu questo rumore?»,
«No, non sento nulla, sarà qualche animale rimasto fuori in mezzo alla neve».
Ero sicuro che non fosse così, ma non ci feci caso.
«Kurt, da quanto state insieme, tu e Wendy?» disse Russell spezzando ancora una volta l’atmosfera pesante della stanza.
«Da dieci anni, più o meno; ricordo ancora il nostro primo bacio, è stato bellissimo, da quel giorno la mia vita è cambiata, in meglio ovviamente. Prima di incontrarla ero un tipo molto nervoso, ma stare con lei mi ha cambiato profondamente».
«Se posso chiedere…come vi siete conosciuti?»
«Ho un negozio di strumenti musicali, lei era una mia cliente. Un giorno mi sono fatto coraggio e le ho chiesto di uscire. Mi sentivo come un adolescente al suo primo appuntamento».
Un rumore, ora più simile ad un flauto continuava a crescere; «Un flauto?», stavo pensando a voce alta.
«Un flauto? Che flauto?» chiese Russell confuso.
«Non lo senti anche tu? Il suono di un flauto…l’avrò solo immaginato, sai, Wendy suona il flauto. Lei è una musicista, suona per l’orchestra di…Boston. Ecco ora ricordo! Io abito a Boston!». Quell’euforia deve avermi dato alla testa, mi sentivo strano, il flauto non si fermava, continuava a suonare e il suo volume aumentava ogni secondo che passava.
Sembrava vero, come se lei stesse suonando accanto a me in quel momento.
Chiesi di andare in bagno, il sapore di sangue e formaggio che avevo in bocca si sostituì con un gusto di vomito improvviso. Cominciai a stare ancora peggio, il flauto si faceva sempre più forte e a questo ora si aggiungeva lo strano pianto che avevo sentito prima. Non credevo potesse peggiorare, stavo cominciando ad impazzire.
I rumori si fermarono improvvisamente…o almeno, per il momento sembrava così.
Dopo aver vomitato, uscii dal bagno, l’uomo pareva preoccupato per la mia salute «Vuoi che ti porti in ospedale?», dissentii, volevo solamente tornare a casa per il momento.
«Tranquillo, mi passerà, sono sicuro che Wendy mi saprà dare un’aggiustata»; gli chiesi, dunque, di riportarmi a casa. La macchina era molto grande, un classico modello americano, pensai. I copertoni erano grandi quasi come metà del mio corpo e la tappezzeria, se pur l’esterno lasciasse un po’ a desiderare, appariva lucida, come se fosse stata rinnovata da poco.
«Ti piace?» chiese Russell quasi in cerca di una mia approvazione. Annuii solamente, non volevo dare un mio parere, non avevo le forze per affrontare un classico discorso su motori e cose del genere.
Acceso il motore, Russell accese la radio, lo facevo più un tipo da black metal; invece, sintonizzò il segnale con una stazione di musica classica. Se non fosse stato per il forte mal di testa che mi tormentava, sarei scoppiato a ridere.
«Dunque, hai ricordato dove abiti?» domandò accendendo il motore.
«Non ricordo perfettamente la via, ma dovrei abitare vicino al mare. La mattina, mentre bevo il mio tè, mi affaccio dalla finestra del mio salotto, dove guardo i bambini giocare al parco. C’è un’insegna davanti l’entrata…ma cosa c’era scritto…ah ecco! Victory Road! Abito vicino al parco di Victory Road. È li che qualche volta porto Judy a fare una passeggiata».
Russell mise in moto e cominciò a percorrere la larga strada.
Fu un viaggio abbastanza silenzioso, nessuno dei due sapeva più cosa dire e, probabilmente, visto il mio evidente malessere, Russell credeva di disturbarmi parlando.
Il paesaggio, ai lati della strada grigia e poco asfaltata, appariva molto vario. Da numerosi boschi, si passava a lunghe distese di verde, fiumi e paesaggi naturalistici spettacolari, qualche monumento strano vicino ai paesi della provincia e molti autostoppisti. Non ci fermammo a nessuna stazione di servizio, il viaggio durò un paio di ore. Pensavo a come potessi essere arrivato fino a casa di Russell, ma soprattutto, perché mi ero avventurato da solo nel bosco.
Arrivammo a Boston, Russell diceva di aver lavorato in una falegnameria qui in città, ma che poi l’aria frenetica e inquinata lo avevano portato ad allontanarsi e a trasferirsi nella capanna assieme alla sua famiglia. Fortunatamente, diceva, Alice lo supportava in ogni sua decisione, anche la più strana e folle.
«La mia casa non era così prima» disse Russell ricordando ancora i momenti passati, «Non era così malconcia, fuori era pieno di fiori di tutti i tipi, Alice si occupava di curarli tutti i giorni. Poi, ho mandato tutto in malora da quando Alice e Wendy sono morte».
Qualche minuto dopo, arrivammo al parco di Victory Road. I ricordi cominciavano a riaffiorare, i pomeriggi con mia moglie e mia figlia al parco, il nostro cane che giocava felice in giro. Riuscivo quasi a sentirle ridere.
«Parco di Victory Road, eccoci qua. Riesci a vedere la tua casa da qui?» disse Russell interrompendo il flusso dei ricordi.
«Scendo dalla macchina, magari riesco a vedere meglio», dopo essermi sgranchito le gambe cominciai a fare un giro cercando di ricordare la veduta esatta dalla mia casa. Arrivato al cartello “Parco di Victory Road – ingresso ovest”, riuscii finalmente a trovare la finestra del mio appartamento. «Eccola là! È quel palazzo rosso, la finestra che dà sul mio salotto dovrebbe essere l’ultima a sinistra del terzo piano».
«Bene dunque!», esclamò l’uomo mettendo in moto l’auto, «Andiamo subito, così potrai finalmente riabbracciare la tua famiglia!».
Salii in macchina in fretta e furia, non vedevo l’ora di tornare a casa, di abbracciare Wendy e Judy.
Arrivai alla porta. Suonai al campanello. Nessuno rispose.
«Che strano…manco da casa da giorni e non c’è nessuno ad aspettarmi». Magari, pensai, Wendy è andata a comprare qualcosa per la bambina e tornerà a breve.
Suonai in portineria, dove trovai Saul, il custode. Aprii la porta ed entrai, mi salutò come al solito, con un cenno della testa.
Presa la chiave, salii in fretta per le scale, non avevo alcuna voglia di aspettare che l’ascensore si liberasse. Arrivai al terzo piano con il fiatone, ma non importava, la mia famiglia era solo ad una porta di distanza.
Avvicinai la mia mano per aprirla. I rumori, che fino a quel momento sembravano scomparsi, ripresero con l’intensità di cento motori a scoppio. Toccare la porta della mia casa, aveva come risvegliato quegli orribili fastidi, e adesso sembravano più reali che mai. Il perché di quella sorta di allucinazioni, non lo scoprì fino a quando non spalancai la porta.
Visione di morte e una puzza insopportabile apparvero davanti ai miei occhi. Non riuscii a trattenere le lacrime…erano loro.
Wendy e Judy giacevano senza vita in salotto, massacrate. Erano diventate irriconoscibili.
«Ma cosa…» esclamò Russell impaurito dalla scena.
Ero davanti alla sala tinta di rosso, come paralizzato, i loro capelli strappati, i volti scavati dai colpi ricevuti. «Wendy, Judy, chi vi ha fatto questo?» provavo un’enorme sensazione di vuoto.
I rumori, sempre più forti, cominciarono a tramutarsi in voci, «È tutta colpa tua!», la voce era quella di mia moglie, ne sono sicuro.
«Wendy, sei tu? Chi vi ha fatto questo!».
Il pianto continuava a martellarmi nella testa, non avevo mai provato una cosa del genere. Un castigo portato dalla morte, questo era. La voce che mi accusava di quelle colpe sembrò prendere forma, e presto prese le sembianze di Wendy.
«Sei stato tu!» riprese lo spirito mentre cominciava a piangere, «Ma come, hai dimenticato quello che ci hai fatto? Avevi promesso di proteggerci per sempre, e alla fine, è stata proprio la tua la mano che ci ha fatto del male».
Rimasi impietrito, non riuscivo a credere a cosa stesse succedendo. I miei occhi cominciarono a riempirsi di lacrime.
«Hai ucciso prima tua figlia e poi me», riprese Wendy.
Tutto mi sembrava così surreale, non poteva essere andata veramente così, ma ad un tratto vidi quello che confermò le mie colpe. Un giocattolo, la trottola di mia figlia, stava ai piedi dei due cadaveri insanguinati. Fu a quel punto che la mia memoria riprese a funzionare correttamente.
«Sono stato io», ripresi girandomi verso Russell, che appariva sconvolto da quello che vedeva. «Le ho uccise colpendole con quel giocattolo. Poi sono scappato via, per nascondermi, e sono finito nel bosco».
Russell mi guardava con gli occhi iniettati di sangue «Come hai potuto! Mi hai mentito per tutto questo tempo!».
«No, non ti ho mentito, amo la mia famiglia, ma ho avuto i miei motivi, i miei sogni».
«I tuoi sogni? Ma cosa dici! Sei un malato! Tu mi hai mentito e hai cercato di ingannarmi con la storia dell’amnesia, e io ti ho creduto pure, credevo che fossi una brava persona». Non cercai nemmeno di fermarlo, il suo ragionamento aveva senso, dopotutto. Fingevo di non ricordare, alla fine era meglio che credesse così, non avrebbe mai capito le mie ragioni. Era in preda alla rabbia più assoluta. Si avvicinò a me e cominciò a picchiarmi.
Saul arrivò alla porta, non era solo. Mandò qualcuno a chiamare la polizia mentre cercava di separare il bestione da me.
Russell finalmente si fermò, non avevo mai visto uno sguardo così colmo di odio. Cominciò a raccontare il fatto. Io rimanevo lì a guardare il vuoto con la faccia insanguinata. Non provavo nulla.
Poco dopo arrivarono due poliziotti, diedi un ultimo sguardo ai corpi, sorrisi, poi mi portarono via.
Perché quella faccia dottore, crede anche lei che io sia pazzo?
Non è così. Io ho visto, ho sognato tutto quello che potevo fare.
Perché allora sprecare la mia opportunità. Avevo così tanto potere su di loro, perché non dimostrarlo allora, perché non dimostrare che ero superiore. Suvvia, perché mi guarda così? Non mi capisce?

*

Riflessi

Beatrice Robaldo parte dall’idea e dall’immagine visiva del rispecchiamento, fonte di contatto intimo e profonda conoscenza, per sviluppare un racconto dove i protagonisti sono evocazioni di sentimenti, riflessi emozionali legati al desiderio che cadono l’uno nell’altro e possono accogliere indistintamente le esperienze personali dei lettori, nell’ambito del seminario Scritture del desiderio, legato al corso di Letterature comparate B, 2021/20221, Prof.ssa Chiara Lombardi.

“Quel mondo non sapeva guardare i riflessi, non vedeva la bellezza nell’unione, era insofferente al dolore, ingenuamente, egoisticamente, pericolosamente insofferente al dolore, quel mondo vedeva tutta l’aria che separava l’acqua e il cielo e aveva deciso di riempirla, con la morfina.”

*

*

Cosa può essere più superficiale di uno specchio che riflette? Cosa più fragile, mutevole, inafferrabile di un riflesso, si chiese accarezzando il cielo con le dita, che già scompariva in milioni di rughe ondulanti. Sembrava quasi che l’acqua aggrottasse la fronte ogni volta che lei cercava di toccare le sue nuvole. Amava guardare il cielo riflesso nell’acqua, lí ogni distanza si annullava, ogni affanno si spegneva, il cielo era nell’acqua e l’acqua nel cielo, non li separava neppure un granello d’aria, il loro abbraccio era troppo stretto. Forse non erano neanche più abbracciati, erano solo insieme, così insieme da essere uno. 
Che riflesso bugiardo, che riflesso eterno.
Un passo indietro dalla riva, continuava a guardarli. 
Si passò le dita sul viso e questa volta ciò che incontrarono non si deformò, non sparí, al contrario, solida, fredda, ruvida, si fece sentire in tutta la sua materialità, in tutta la sua presenza. 
Aveva ormai imparato la differenza fra le cose della vita, differenza che si esauriva essenzialmente nella contrapposizione fra ciò che si sente e ciò che si tocca. Ciò che si sente non può essere ne stretto ne toccato, eppure è vero il contrario, ciò che si tocca può essere sentito. Lei ad esempio lo sentiva, il peso della sua maschera tra le dita, il peso sul suo volto, sul suo cuore. Ma quel mondo, il suo mondo, sembrava non essere capace di sentire. Forse non gli piaceva, ascoltare. 
C’era un altro aspetto del mondo che aveva imparato a conoscere: il mondo era insofferente al dolore, così insofferente da cercare ossessivamente un modo per esserne indifferente. E anche per il dolore le cure erano due, una che si poteva sentire, l’amore – forse quella non l’avrebbe mai conosciuta – e una che si poteva toccare, la morfina. Facile capire quale aveva preferito il mondo. 
Ah, che mondo strano, pensò facendo un passo verso la riva.
Quel mondo non sapeva guardare i riflessi, non vedeva la bellezza nell’unione, era insofferente al dolore, ingenuamente, egoisticamente, pericolosamente insofferente al dolore, quel mondo vedeva tutta l’aria che separava l’acqua e il cielo e aveva deciso di riempirla, con la morfina. Che mondo strano. Chissà quanti cieli e quante acque c’erano stati prima che il mondo avesse smesso di guardare i riflessi, di sentire, di ascoltare… Prima che avesse avuto troppa paura di essere.
Si tolse la maschera e trattenne il respiro. Quella maschera non le permetteva di stare bene, le impediva di respirare morfina e questo significava non essere anestetizzati al dolore. Avrebbe potuto farlo, un piccolo sospiro e anche lei sarebbe diventata indifferente, avrebbe guardato il cielo dal basso e non avrebbe più sentito il peso della mancanza, della lontananza. Sarebbe stato normale, l’indifferenza sarebbe diventata normale. Non essere significava stare bene. 
Trattenne il respiro e fece un ultimo passo avanti. Guardò il suo riflesso nell’acqua, nel cielo, il suo volto nudo, il suo essere. Perderlo, perdersi, la terrorizzava.
Ma essere era così difficile, così dannatamente difficile.
Era davvero?
L’acqua si increspò, il volto sembrò cambiare le sue sembianze.
Si era persa?
Morfina nell’aria, un mondo senza amore, un’anima senza amore.
Si sarebbe mai ritrovata?
Altrove.
Il cielo si rannuvolò, si fece sempre più buio, l’acqua si ghiacciò, divenne dura, scintillante, divenne uno specchio. Era buio, ma riusciva a vedersi, aveva gli occhi chiusi, ma riusciva a specchiarsi. E come al solito non andava bene. Era buio e non andava bene. Era buio. Lei non andava bene.
Gli diede un pugno, non gli era rimasto neanche un briciolo di forze, le aveva risucchiate tutte, le aveva buttate, sprecate, ne era soffocata, e il braccio, quel braccio molle di un corpo molle, mosso da una mente molle, molle e debole, si alzò con una violenza isterica, insulsa e impattò contro la superficie piatta e fredda, fredda del vetro e spaccò in mille pezzi, un milione di schegge e quelle piccole piccole si conficcarono ovunque, sotto le unghie, sotto la pelle, sotto le ciglia. Scorreva l’acqua, era rossa, rossa come il sangue che si ostinava a passare, nelle vene, nel cuore, negli occhi, sanguinavano gli occhi e i polmoni e le mani e i capelli ne erano incrostati. Tirò i capelli, li tirò forte e il vetro si ruppe di nuovo, urlò e il vetro si ruppe ancora, stette immobile e le schegge si conficcarono più a fondo, respirò, e loro andarono più giù, sempre più giù e ancora e ancora. Ancora e ancora. Il petto era un pozzo, un pozzo stretto stretto. Si dimenò, era caduta in un pozzo. Non c’era aria, non c’erano appigli, ma l’aria doveva passare di lì, doveva uscire dal pozzo, ma non poteva, perché lei occupava tutto lo spazio, si stava togliendo l’aria da sola. Il pozzo cercò dolorosamente di aumentare le sue dimensioni e la pelle si stirò innaturalmente. Vide le pareti deformarsi nel buio, innervate dal dolore le fibre risplendevano. Vide il colore del dolore e desiderò di essere cieca, poi ne sentì il rumore e desiderò di essere sorda, poi il sapore e desiderò di non sentire mai più un gusto, poi la consistenza e desiderò che le mani diventassero insensibili – come facevano a non esserlo con tutto quel sangue, con tutte quelle ferite? – poi lo sentì di nuovo, non era un suono, non un colore non un gusto, non lo sentì con le orecchie non con gli occhi non con la lingua, lo sentì e basta e desiderò di non avere un cuore, mai più, di essere abbastanza grossa per non far passare l’aria, mai più. Ma lei era piccola, piccola e insulsa, piccola e inutile, piccola e debole, piccola e isterica, piccola e disgraziata e un filo d’aria passò lo stesso, un filo più sottile dello stelo di una margherita di campo fu abbastanza per squarciarla. Era una margherita, una margherita rossa, squarciata dalla terra e stritolata in un pugno. Strinse i pugni e le lenzuola si strinsero, ballavano, bianche, bianche macchiate di rosso le lenzuola ballavano e si stringevano, sulla bocca, attorno al collo. Ne fece una corda per fuggire, la tirò e poi se ne aggrappò, saltò fuori aggrappandosi alle lenzuola  e quelle sostennero il peso del suo corpo, strette intorno al collo le lenzuola sostenevano il suo corpo, sempre più strette le impedivano di cadere, sempre più strette le impedivano di respirare. 
Il buio avvolgeva ancora ogni cosa, mentre il mondo riposava lei precipitava. 
Lui invece era ancora in bilico, sull’orlo di un precipizio, cercando di non fare ciò che sapeva di non dover fare, guardare giù. 
Chissà perché sapere non è mai sufficiente.
Era giunto il momento del giorno in cui ogni attività rallentava il suo corso, si faceva più distesa e meno frenetica, il cielo aveva smesso di cambiare pelle e sonnecchiava placido, in quel blu profondo che non avrebbe chiuso i suoi mille occhi ancora per un po’. Le onde della strada si infrangevano sempre più rade alle finestre incappucciate. Le poche auto si sentivano arrivare da lontano, il rumore nasceva, impercettibile, si avvicinava, cullante, passava, deciso e poi sempre più sospirante, sempre più lontano. I singhiozzi dei cani erano radi, ancor di più i brontolii degli aerei, il respiro dell’aria costante e ritmato, rotto soltanto da qualche sospiro profondo di vento. La notte era un corpo dalla fisiologia comune, si agitava mollemente, ma non abbastanza per svegliarsi. Era viva, stanca, serena, addormentata, altrove. Anche lui avrebbe voluto essere altrove, ma non era ancora il momento, inutile mettersi a letto ora, il nervoso avrebbe reso l’attesa oltre che noiosa insopportabile e aveva imparato a muoversi con attenzione quando si ritrovava in equilibro. Sapeva che restare immobili non esimeva dal cadere, come sapeva anche di non esserci mai stato davvero, in equilibrio, di non esserne mai stato capace, ma in quei momenti, quelli in cui riusciva a sincronizzare i suoi respiri con quelli del mondo – e solo di notte c’era abbastanza silenzio per poterlo fare – cadere non faceva male, era più semplice e più rasserenante di tentare di mantenersi in equilibrio. All’improvviso sentì un piagnucolio, un gemito provenire dalla boscaglia e si ritrovò a chiedersi se fossero gli animali ad essere più umani di notte o gli uomini ad essere più animali, il risultato in ogni caso era stato lo stesso, la vicinanza. Quel piccolo verso, così caldo e umido, gli scivolò sulla schiena. Un brivido alla volta la mancanza gli ricordò la sua presenza. Eccola, la goccia, il soffio d’aria, la spinta, l’onda. La vicinanza. Una vicinanza fittizia, insufficiente, irraggiungibile. Cadere ricominciò a fare male. 

Le urla dei grilli coprivano i respiri della notte, impossibile cercare di seguirli. Ora tutto stonava, non un’auto, non un aereo, non un cane. Soltanto urla e silenzio, urla e silenzio. Il volto sereno della notte rimaneva imperturbato, sereno, altrove. Anche lui era finito altrove, ma il suo cielo era diverso, il suo cielo non aveva stelle.
Un cielo senza stelle, un cielo di sabbia, un cielo soffocante. 
Scorreva sotto le dita senza fare rumore, era pelle, seta, le corde dell’arpa, i crini biondi di un cavallo senza padrone, scorreva e graffiava, graffiava i polpastrelli incappucciati da calli invecchiati sotto entusiasmo e frustrazione, graffiava senza fare male, le mani non facevano mai male, il cuore sempre. Era così facile, bastava un respiro a muoverla e mille per decidere di farlo, come quando perché, era così difficile, ogni idea sfumata un rimpianto, ogni idea realizzata una delusione, niente andava mai come doveva andare. Lui sentiva, ma non sapeva trascrivere, la sabbia sbagliava il suo corso, sempre, spingendolo a chiedersi ossessivamente chi fosse a mentire, il cuore o le mani? Il cuore non mentiva mai e lui sapeva ascoltarlo, ma le mani, oh le mani, quelle sapevano solo sbagliare… e ancora, era la sabbia ad essere indomabile o le mani incapaci di essere domate? Se il desiderio che il cuore non smetteva di urlare alle sue orecchie era così facile da sentire, perché, si chiedeva, perché era così difficile da nutrire… la mancanza era assordante, accarezzava la sabbia sperando ingenuamente di trovare sollievo laddove aveva conosciuto solo tormento. Le mani avevano fatto il callo ai graffi, il cuore no, eppure continuava, accarezzava la sabbia, viveva di graffi, tra solchi insoddisfacenti e sfumature sbagliate, viveva di desideri urlanti, tra mani disobbedienti e cuori biascicanti, viveva di inizi e di fini, trascrivendo storie che non gli sarebbero mai appartenute. 
I suoi disegni erano così fragili. 
Si ritrovò a disegnare una bambolina, con gli occhi grandi e le ciglia lunghe. Non sapeva dire se fosse fosse felice oppure no, sicuramente, come tutti i suoi disegni, era fragile e presto non sarebbe esistita più.
Ah che bambolina fragile e mortale, qualcuno si sarebbe ricordato di lei? 
Una bambolina si guardò allo specchio. Aveva gli occhi grandi e le ciglia lunghe, cercò di scrutare più a fondo, nei suoi occhi. Non riusciva a capire se fosse felice o no e si chiese se lo fosse mai stata davvero, se sapeva cosa volesse dire, se sapeva cosa voleva. Era tutto troppo grande, i sogni, le aspettative, le delusioni. Solo di una cosa era sicura. Era fragile, fragile di un fragilità odiosa, non come quella fiera di un cristallo che deve essere maneggiato con cura e che può essere rotto solo con la violenza, la sua fragilità era quella sciocca e molle dei petali dei fiori, delle ali delle farfalle o delle bolle di sapone, bastava niente per farle del male, ogni carezza uno schiaffo, ogni emozione uno sconvolgimento. Si guardò ancora. Era un petalo accarezzato da decine di mani indiscrete ognuna delle quali faceva capo ad una delle sue paure, era un paio di ali che sentiva il desiderio di volare e non aveva la capacità di farlo, era una bolla di sapone, una bolla di sapone che sapeva fare soltanto una cosa, scoppiare.
Scoppiare. Scoppiava. Tutto crollava.
Il cielo crollava, anzi no, erano le case a crollare,  il cielo… era lui il colpevole. L’aria esplodeva e non era più aria, era polvere, era gesso, era irrespirabile. Il cielo non era più il cielo, le case non erano più le case, l’aria non era più l’aria.
Gli uomini erano sempre uomini invece. I bambini sempre bambini. Sempre fragili, sempre vulnerabili, sempre mortali. Ma il mondo stava attraversando uno di quei momenti in cui non ricordava che gli uomini erano uomini e che i bambini erano bambini, li calpestava e basta. 
Ah che uomini fragili e mortali, qualcuno si sarebbe ricordato di loro?
Non un fiore, non un farfalla, non una bolla di sapone.
Non un volto, non un nome.
“Morfina,  serve della morfina, adesso, fate presto!”
“Non ne abbiamo più, mi dispiace, l’abbiamo finita. L’abbiamo finita”
Morfina nell’aria, nell’anima del mondo.
È questa la soluzione? L’indifferenza al dolore. O è questa la colpa? Si chiese l’Umanità guardandosi allo specchio. Il riflesso era quello di un corpo vecchio, vecchio e mutilato, vecchio e dolorante, vecchio e pesante, vecchio e sbagliato, vecchio e mancante, vecchio e sofferente. 
Ma c’era un ‘eccezione, c’è sempre un’eccezione. Male nel bene, bene nel male.
Eccezionali, così erano i suoi occhi, occhi bambini, occhi speranza. 
Quanti cieli avevano visto cadere, quanti ancora ne dovevano vedere. 
Ma per qualche misterioso e arcano motivo non avrebbero mai smesso di brillare.
E ridere.
E piangere.
E ridere.
Perché?
Perché si ama? 
Perché si odia?
È la storia di tutti, di tutto, è la storia del mondo. 
Che non ha volto, che non ha nome, 
che sa solo chiedere e non sa rispondere, 
che è, sempre sarà desiderante, mancante, errante.
Che sa amarsi e non osa farsi del male.
Che decide di farsi del male e dimentica di amarsi.

Μάλκωμ

Irene Mignone immagina il seguito dell’opera teatrale shakespeariana Macbeth collocandolo nel contesto e nella forma della tragedia greca. La riscrittura è stata svolta nell’ottica del corso di Letterature Comparate B mod.1 della Professoressa Chiara Lombardi – Coscienza e Verità: narrativa, poesia, teatro (2022-2023).

 “Scrivendo questa tragedia ho voluto esplorare il tema del libero arbitrio e della coscienza in relazione al male. Mi ha affascinato l’idea di collocare la vicenda nella Grecia dell’età degli eroi: offriva la possibilità di sviluppare questi argomenti in una prospettiva nuova, diversa da quella cristiana che caratterizza Macbeth”.

*

ATTO PRIMO

Scena i

Entra ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Terribile è l’uomo destinato alle cose grandi: la mia vita ha raggiunto vette inimmaginabili, ma il suo corso è stato interrotto con la forza. Nato nobile, possedevo a mala pena la terra necessaria a non disonorare il nome degli antenati. Né gli amati genitori, né i prodi compagni, né la moglie fedele pensavano che io, Macbeth, avrei dominato da re questa vasta e fertile isola.
Lieto era ciò che la corona portava con sé: lieto il denaro, lieto il potere, liete le mille prelibatezze. Ma non riuscivano che a intorpidire il mio profondo male, un male da me accolto volentieri poiché bussava alla mia porta in compagnia di una fortuna ritenuta grandissima.
Pensavo di fare un bell’affare, e per il grossolano gioiello della corona ho scambiato il diamante più limpido: ma né le ricchezze di Mida né quelle di Creso comprano la purezza del cuore e l’animo leggero. Nessun vino annebbia la consapevolezza del torto, nessun piacere ne placa le piaghe del petto.
Ora abito gli inferi: e la mano che mi ha crudelmente ucciso impugna il mio scettro come io ho impugnato quello di suo padre.
È sempre vero che l’uomo che si è voluto innalzare ai cieli subisce una caduta senza pari.

Entrano ΑΙ ΓΥΝΑΙΚΕΣ ΤΗΣ ΟΙΚΙΑΣ

Ma ecco, le donne del palazzo: loro hanno negli occhi gli orrori più atroci e le loro voci pronunciano verità.

ΑΙ ΓΥΝΑΙΚΕΣ ΤΗΣ ΟΙΚΙΑΣ
Il sangue lascia macchie indelebili
sui raffinati tappeti orientali
come sulle mani di chi uccide;
lunghe le notti spese a strofinare
i segni degli atti dettati dal male
che alberga anche negli animi più chiari.
Nulla come la colpa sa possedere
il petto e la mente dell’uomo reo
rendendogli le miti notti insonni
e i più raffinati piaceri vuoti:
la desolazione di un animo
non viene colmata da tasche piene.

Exeunt

Scena ii

Entra ΜΑΛΚΩΜ, ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Salute, Malcom, mio fratello e signore.

ΜΑΛΚΩΜ
A te sono stato fratello sin dal ventre materno, e tale sarò fino alla fine dei giorni, ma aspetta a rivolgerti a me come signore.

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Ma tu sei re di questa terra per merito e per diritto: e quando domani mattina la tua fronte indosserà il diadema allora lo sarai anche secondo gli dèi. Dimmi, temi che a loro non piaccia che io ti saluti come meriti?

ΜΑΛΚΩΜ
Ancora non è il momento opportuno. Gli dèi sanno essere invidiosi delle faccende umane.

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Gli dèi hanno predisposto ogni buon augurio per il tuo regno: i sacrifici sono stati fatti e le libagioni versate. Guarda il porto oltre le mura: il carro del sole terminando il suo corso ti ha portato una nave, che proprio ora attracca al molo. È il legno più splendido che abbia mai toccato il mare, costruito dalle sapienti mani dell’Anatolia: non esiste onda che non si infranga distrutta sulla sua chiglia. Poseidone stesso piange la sua grandezza.

ΜΑΛΚΩΜ
Parli troppo Donalbain. La nave è bella ma poco conviene all’uomo compiacersi della sua condizione. Come procedono i preparativi?

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Tutto è come hai stabilito.

ΜΑΛΚΩΜ
E gli invitati?

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Sono arrivati messaggeri da ogni dove a portare auguri di longevità al tuo regno: i più grandi uomini di tutta la Grecia accorreranno qui a renderti omaggio. Non c’è nobile di questo mondo che non riconosca la tua grandezza.

ΜΑΛΚΩΜ
Questo mi allieta. Ma ora gli occhi sono stanchi e la mente chiede di riposare. Spero di trovare nostro padre nei miei sogni e di potergli chiedere consiglio.

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Potrà il padre soddisfare qualunque questione ti dia preoccupazione. Sii riposato per gli eventi di domani.

Esce ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  

ΜΑΛΚΩΜ
La luna induce sonno o irrequietezza a seconda della predisposizione dell’animo. Questa è una notte serena, eppure gli ultimi rivolgimenti ancora mi tormentano. Ormai ho ucciso il responsabile dei miei antichi affanni e delle ingiustizie verso il mio popolo, eppure sono ancora incandescente di rabbia. Non mangio più, non dormo più: sono consumato da un impeto insaziabile. Vendicare l’uccisione di mio padre è stato come bere una tazza di acqua di mare, poiché ha acceso in me la sete che doveva spegnere e che ora non ha soluzione.
Ma forse non è bene soffermarsi sulle preoccupazioni: se l’uomo da cui ho ereditato il trono non vorrà portarmi consiglio questa notte allora vorrà dire che non lo necessito. E che quindi domattina, con il diadema in fronte, vedrò tutto più chiaramente…

Entra ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ

La rabbia mi inganna, i miei sensi intorpiditi dal banchetto mi mentono: chi vedo in quell’angolo è un’illusione, e non la forma spregevole del vecchio usurpatore.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Non ti ingannano i sensi, sei tu stesso a  ingannarti: io sono ciò che resta del terribile Macbeth e non sarà un diadema a regalarti pace da questa tua guerra.

ΜΑΛΚΩΜ
Macbeth, non è questo il tuo nome. Ho conficcato la mia lama nel suo collo, l’ho bagnata del suo sangue bollente: se tu sei lui, ciò di cui sono in presenza è altro che uomo.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Ho smesso di essere uomo quando ancora respiravo, Malcom, e ora non sono niente di meno di quel che fui quando morì. Non è il corpo a suonare l’ultimo battito di un cuore puro.

ΜΑΛΚΩΜ
Oh sventura degli uomini, i morti camminano con i vivi e la voragine del caos si è aperta! Dimmi, i tuoi delitti sono stati tanto efferati da spalancare le porte dell’Ade?

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
I miei delitti sono uguali ai tuoi e così saranno le punizioni.

ΜΑΛΚΩΜ
Di cosa stai parlando, scellerato? I fiumi delle nostre vite potranno anche essersi intrecciati ad opera dei tuoi atti empi: ma nel mio fiume scorre ancora acqua limpida, nel tuo putrida, corrotta. Niente mi avvicina al tuo rovinoso destino.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Non sei che un ingenuo. Il mio fiume termina dove il tuo si ingrossa e la mia putrida acqua sta lentamente contaminando la tua. Se ancora non vedi cosa ci accomuna è perché non vuoi vedere: tu sei votato alla mia stessa fine.

ΜΑΛΚΩΜ
La tua fine l’hai decretata tu stesso con le tue azioni impronunciabili: tu hai deciso di infrangere le leggi dei mortali per vestire la corona.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
La corona era il mio destino, e la fortuna va condotta affinché non ti trascini. Ho sofferto molto per le mie azioni, ma non è in dubbio che andassero fatte. L’oracolo parlò chiaro quel giorno, quando andai a Delfi per conoscere l’esito della guerra di tuo padre: dovevo diventare re, ed ero pronto a farlo a qualsiasi costo.

ΜΑΛΚΩΜ
Non parlarmi di mio padre! Non dopo che lo uccisi con l’inganno, tradendo la sua fiducia. Domattina sarò incoronato e ristabilirò una volta per tutte la linearità del regno. Tu non sarai altro che una perversa nuvola scura all’orizzonte di un cielo terso: da lui io discendo, in suo nome condurrò un regno giusto.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
No, assassino, il tuo regno discende dal mio: sono io il predecessore che hai tanto invocato e per questo ora appaio davanti a te. Hai usurpato il trono proprio come feci io e presto ne vedrai le conseguenze.

ΜΑΛΚΩΜ
Sei venuto in un mondo non tuo a dirmi menzogne per spaventarmi?

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Sono venuto a darti il consiglio che cerchi con così tanta alacrità: ebbene sì, ciò che senti crescere in te è malvagio. Poche altre passioni corrompono gli uomini come quella per il potere. No, non scomparirà una volta sedutoti sul trono, anzi, ad ogni gradino della tua scellerata scala di ricchezze si farà più potente. Credi alla parola di chi l’ha percorsa prima di te.

ΜΑΛΚΩΜ
Non un dio, non un oracolo mi sta parlando di queste cose terribili: chiedo allora per quale motivo dovrei credere ad un uomo malvagio al quale ho dato motivo di ostacolarmi. Non ripongo nessuna fiducia in te, non dopo che mio padre ha errato nel farlo; eppure le parole che pronunci mi precipitano nel dubbio. Quindi andrò a Delfi, stanotte, sul mio nuovo legno, a sentire cosa mi aspetta oltre la soglia del futuro: allora sapremo con certezza quanto la mia natura sia diversa dalla tua, e quanto i nostri regni e le nostre vite divergano. Gli dèi, non gli spettri della vita passata, custodiscono le chiavi del futuro.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Non ho obiezioni mio re: d’altronde Delfi è il luogo della verità.

Exeunt


ATTO SECONDO

Scena i

Entra ΠΥΘΙΑ

ΠΥΘΙΑ
I confini della grande Grecia non riescono a contenere il vasto numero dei seguaci di Apollo. Da ogni angolo del mondo, a piedi, a cavallo, per nave, giungono a Delfi per cercare risposta, per chiedere al dio uno sguardo al futuro. Quante e quali questioni mi affidano in cura! Gli esiti delle battaglie, la ricchezza, la salute, l’amore: non c’è interrogativo che non mi sia stata rivolto.
Gli dèi abbondano di conoscenza: e come cani sotto i loro tavoli imbanditi gli uomini venerano, pregano, e sacrificano per elemosinarne gli avanzi. Ma persino le briciole di questo banchetto celeste sono inarrivabili per la piccola natura umana.
Di chi ha posato piede su questa terra non esiste figlio di donna o di dea che sappia far cantare una lira come Apollo: la sua poesia è miele alle orecchie e le sue parole cadono come fiocchi di neve. Ma queste sono ugualmente limpide quanto torbide, disvelano e occultano, percorrono il limite dell’intelletto umano: solo a chi conosce il linguaggio del canto disvelan segreti di stoffa ancestrale.
Il Febo dono della poesia porta alle soglie della conoscenza divina: placa dal dolore del vivere gli animi che sanno ascoltare.

Entra ΜΑΛΚΩΜ

ΜΑΛΚΩΜ
Buona sia la notte a te, sacra Pizia.

ΠΥΘΙΑ
Buona a te nobile Malcom. Hai versato il vino e sgozzato il capretto?

ΜΑΛΚΩΜ
Tre sono i capretti che ho offerto al tuo dio affinché sia propenso ad essere chiaro.

ΠΥΘΙΑ
È naturale che sia così: tu sei un re e pensi che persino il consiglio di Apollo si possa corrompere, quando il mio dio non coglie i frutti del denaro. Ma non c’è da preoccuparsi, egli leggerà la purezza delle tue intenzioni. Esse sono pure?

ΜΑΛΚΩΜ
Spero di sì, oh sacerrima.

ΠΥΘΙΑ
Quale dubbio ti spinge dalla tua terra fino al mio antro a questo punto della notte?

ΜΑΛΚΩΜ
Un dubbio che solo chi conosce le leggi degli dèi può sciogliere, e che temo metterà in pericolo il mio futuro.

ΠΥΘΙΑ
Teme il futuro chi vorrebbe cambiare il proprio passato; il tuo segue i tuoi passi come un vecchio cane randagio. Un peso grande come il tuo può solo essere frutto di un atto contro la natura, uno di quegli atti che, purtroppo, non lasciano molto spazio a un resto della vita pacifico. Parla, che atto hai commesso?

ΜΑΛΚΩΜ
Ebbene sì, il mio passato è macchiato da un delitto che non solo temo rovini la mia esistenza, ma che deturpi anche il nobile tessuto della mia stirpe. Un uomo è spirato sulla mia lama. Ma pur se ho commesso questo grave atto avevo una giusta causa, una causa legittima: stavo vendicando mio padre, il re di diritto.

ΠΥΘΙΑ
Tu sei quindi il figlio di Duncan, e uccisi quel Macbeth che qualche tempo fa percorse la tua rotta e che sedette sul tuo trono come tuo padre.

ΜΑΛΚΩΜ
Non come mio padre! Mio padre fu un re buono, giusto e nobile, di una stirpe originaria della nostra terra: unta dagli dèi per governarla. Macbeth non è altro che un tiranno, salito al trono quand’era ancora insanguinato.

ΠΥΘΙΑ
Se un tiranno è colui che scalza un sovrano per rimpiazzarlo allora Macbeth è salito al trono in modo non meno giusto di te, quindi non compiacerti, mortale, della tua stirpe: la statura della più alta montagna non è che un granello di sabbia di fronte alla grandezza divina. Macbeth ha rivendicato la corona per certo destino.
Questa è la verità: hai ricevuto da tuo padre una prospettiva di potere, non più legittima, non più giusta di quella che Macbeth ricevette da me a suo tempo. Quando le condizioni si sono mostrate avverse a questo tuo desiderio malato, hai deciso di attuare con i suoi stessi mezzi i tuoi piani.

ENTRAMBE LE VIE DEL CROCICCHIO PORTANO ALLA STESSA LAMA

Questo mi dice il dio con i dolci fumi della terra. Non sei che deviato dalla promessa di un qualche insulso potere. Ora va. Vivi insieme alla tua colpa. Il dio non ha nient’altro da dire.

Entrano ΑΙ ΓΥΝΑΙΚΕΣ ΤΗΣ ΟΙΚΙΑΣ

Come la muffa attacca le cantine
anche dei palazzi splendenti dei re
e dimenticata, crescendo al buio
divora le solide fondamenta;
così il male e la sete di potere
se incolte distruggono ogni uomo.
Non molto è dato in questa triste vita
a chi non è nato da ventre divino o
dalla nobile stirpe degli eroi;
se non la mitezza dell’esistenza
che ottunde il sorgere di passioni
troppo grandi a sopportarsi dal cuore.

Exeunt

Scena ii

Delfi, esterno

Entra  ΜΑΛΚΩΜ

ΜΑΛΚΩΜ
ENTRAMBE LE VIE DEL CROCICCHIO PORTANO ALLA STESSA LAMA: è con queste parole che riemergo dall’antro della verità. Opaco è il febo intelletto  nei confronti della stirpe degli uomini, eppure questa volta le parole concessemi sono limpide come l’acqua del mare. Morirò per una lama, ma non sarà la lama della battaglia, concessa ai grandi eroi e reputata da noi tutti la più bella tra le morti: no, la mia lama sarà la stessa che ha ucciso quell’uomo ignominioso, quella del tradimento, dell’assassinio. Quanto deve essere definitivo il mio destino perché nella profezia non ci sia spazio per ambiguità? Com’è possibile che un uomo che pensi di agire nel giusto si veda posto al pari di uno degli uomini peggiori mai esistiti? Se la mia vita è da paragonarsi a questo bivio che ora mi si presenta di fronte, non ricordo di aver mai percorso la strada in discesa, e quindi chiedo – a chiunque sia da imputare per le questioni del destino – com’è possibile che io sia diretto verso il baratro?

Entra  ΕΚΑΤΗ, insorgendo dall’edicola

ΕΚΑΤΗ
Mortale, io non del destino nacqui dea, ma delle arti che sondano tutte ciò che è oscuro e ambiguo: Ecate mi chiamano per le mie cento e cento forme.

ΜΑΛΚΩΜ
Oh Ecate! Questa notte più di un’apparizione mi ha impedito la quiete del corpo e dell’anima: mi sembra di non parlare con un uomo da anni e anni. Dimmi, sei venuta a fornirmi un farmaco che acquieti questa febbre dello spirito?

ΕΚΑΤΗ
Non esiste farmaco che sia terreno o divino a placare la malattia che ti affligge e che tu stesso fatichi a capire. Lo svolgersi di questi ultimi eventi ha appagato la mia natura e ristorato le mie capacità: una notte come questa si è manifestata non troppi anni fa, ma penso che tu questo già lo sappia. Non capita spesso che un uomo percorra la linea di ciò che è e ciò che non è.

ΜΑΛΚΩΜ
Ti prego, non paragonarmi ancora quell’uomo proprio quando l’oracolo, fonte di verità, ha paragonato il corso della sua vita al mio: alle soglie del futuro mi aspetta la stessa morte di Macbeth.
Io non capisco: conduco la mia vita timoroso degli dèi e nel modo che ritengo più giusto e saggio, eppure non faccio altro che errare. Accetto, quando proviene dalla Pizia, il giudizio che paragona le mie azioni a quelle di Macbeth: accetto di non avere le capacità di vedere i fili del destino che hanno mosso entrambe. Eppure non riesco ad assumermene le responsabilità, non vedo perché chi agisca seguendo l’utile e il giusto debba ricevere la stessa punizione di chi si è lasciato persuadere dal male in quella misura.

ΕΚΑΤΗ
Non è la prima volta che sento i discorsi degli uomini, eppure non posso che sorprendermi nuovamente di fronte ai limiti del vostro pensiero. La tua conoscenza delle cose non potrebbe essere più infima: chiedi al dio del razionale di conoscere il tuo destino, chiedi al destino di conoscere le oscurità del tuo animo. Rivolgi le tue domande alle porte sbagliate e interpreti le risposte senza comprenderne il significato.
Nati nel sangue, siete destinati a soffrire. Non perché noi dèi ne traiamo giovamento, poco importa all’essere perfetto di ciò che sta al suo esterno: ma perché né Apollo né lo stesso Zeus controllano nel profondo l’incedere delle vite umane.

ΜΑΛΚΩΜ
Chi se non i potenti dèi determinano il destino e le vicende terrene?

ΕΚΑΤΗ
Tre sono le strane sorelle che determinano il corso delle vostre vite. L’una ne tesse lo stame, e per questo è chiamata Cloto; Lachesi girando il fuso sapientemente al filo d’oro lo stame bianco o lo stame nero a suo piacimento; ma è la maggiore, Atropo l’inflessibile, a reciderne il filo con la lama. Gli dèi nulla possono di fronte alla volontà delle Moire.

ΜΑΛΚΩΜ
Stai tentando di dirmi che neanche Apollo può scrutare oltre a quella cortina? Che non devo ritenere veritiera la profezia che ho ottenuto? Dimmi, te ne prego, che è quella delle Moire la lama di cui parla!

ΕΚΑΤΗ
Non è questa tutta la verità. L’intelletto di Apollo arriva ben oltre il suo potere. Il filo della tua vita e quello di quell’altro mortale sono indissolubilmente annodati, e non soltanto dall’atto empio dell’omicidio: la colpa, germe del dubbio e figlia del male, ti ha votato a quella rovinosa caduta che tanto temi. Così è stato deciso fin dal principio. Non rimane che scorrere il filo da capo a coda.

ΜΑΛΚΩΜ
Maledetto quel demone che stanotte mi ha colto nella mia reggia! Maledetto quel giorno scellerato in cui vidi la luce, piangendo nel sangue caldo di mia madre. La lama di un assassino mi aspetta alle soglie del futuro, per punirmi di un atto che non ho deciso di commettere, e non c’è scampo al volere del Fato.

ΕΚΑΤΗ
Ancora non capisci, mortale: non per una qualche tua colpa, non per la tua condotta nel regno dei vivi sei destinato a morire. Non c’è ragione nell’ordine delle cose, non c’è disegno oltre l’apparente coerenza. La vita, come tu la puoi conoscere, non è che un capriccio di forze che non puoi  controllare e per le quali dovrai perire.
E non per la lama di un qualsiasi assassino: come disse la Pizia, morirai con la lama che ha ucciso Macbeth.

ΜΑΛΚΩΜ
Tutto è perduto, nulla rimane: crollano i palazzi delle mie certezze, il mio futuro è fatto di rovine scabre. Se nella stretta veste della Necessità non c’è spazio per respirare liberamente, allora io decido di smettere di mia sponte.

ΜΑΛΚΩΜ sguaina la spada

Mortale, questo mi chiami perché questo sono: un essere per caso, un pensante collaterale. Il senso e compimento della mia esistenza deve essere la morte.

ΜΑΛΚΩΜ si uccide

Exeunt

Sipario

Coscienza e disturbi del comportamento alimentare: come ho fatto amicizia con la mia coscienza

Federica Martire racconta il difficile percorso di guarigione da un disturbo del comportamento alimentare nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro, Prof.ssa Chiara Lombardi (2022-2023)

“Nel corso di quei mesi fotografavo continuamente il mio corpo come se fosse una medaglia da esibire ogni volta che uscivo di casa. Le mie mani sottili, il mio seno piccolo, lo spazio tra le mie gambe erano per me il trofeo che ritiravo ogni mattina quando mi guardavo allo specchio, per aver mangiato poco il giorno precedente.  Avere il controllo su me stessa mi faceva sentire invincibile, amavo quello che la mia malattia mi stava togliendo e invece di battermi contro di lei assecondavo ogni sua richiesta”.

*

Sono le sei e cinquanta, mi alzo dal letto e scorro le notifiche sul mio IPhone.

Cammino verso il bagno e guardo il mio viso attraverso il riflesso dello specchio. Mi guardo negli occhi e sto in silenzio ma è come se non lo fossi.

Osservo le mie mani e i tagli sui polpastrelli, mi guardo di nuovo negli occhi. 

È inverno e stanotte faceva così freddo che non sono riuscita a dormire, sebbene avessi ben tre coperte.

Prendo coraggio e sollevo la maglia, ho i brividi. Guardo il mio corpo allo specchio e sto in silenzio, poi osservo nuovamente le mie piccole mani. Sono zitta ma sento un fastidio incessante; mi guardo allora intorno, ma non c’è nessuno.

Osservo il mio addome allo specchio, ho gli occhi semilucidi e sto tremando. “Domani andrà meglio” mi ripeto ogni giorno.

Abbasso la maglia e guardo di nuovo le mie mani, poi i miei occhi allo specchio. Le stesse mani che mi fanno sentire vittima e colpevole di un destino che non sento mio.

Le mani con cui la sera prima ho mangiato un pezzo di quel delizioso e morbidissimo pane che ha fatto mia nonna per convincermi a mangiare di più.

Le mani con cui ogni mattina, facendo attenzione a non farmi sentire, prendo la bilancia nella speranza di pesare di meno.

Le stesse mani con cui asciugo le mie lacrime quando piango così tanto che non riesco nemmeno a respirare.

Le guardo come se fossero piene di sangue, come se avessi appena commesso un omicidio,

“Forse l’ho fatto davvero” mi dico, ma la vittima sono sempre io.

Esco dal bagno e mi vesto, tra poco sarà il mio compleanno e solo per oggi non farò colazione perché devo mettermi quel vestito rosa che mi piace tanto e ho paura che si veda il segno della pancia.

Incontro mio papà in sala, mi dà il buongiorno ma leggo nei suoi occhi parole che non avrà mai il coraggio di dirmi. Le stesse parole che invece mia mamma mi ripete in continuazione ma che la mia testa sembra non voler ascoltare.

Sento di nuovo una voce, ma intorno a me non c’è nessuno. Non mi è mai successo e sono spaventata.

Mi sento come se avessi accolto dentro di me un ospite indesiderato, come se qualcuno fosse entrato nella mia stanza e avesse iniziato ad usare i miei vestiti, il mio spazzolino per lavarsi i denti e i miei libri per studiare. “Non sono io” mi ripeto mentre cerco di seguire la lezione di filosofia, ma non ne sono sicura.

Torno a casa e trovo mia sorella ad accogliermi seduta a tavola che mi chiede com’è andata la giornata.

La sala da pranzo è da mesi il mio campo di battaglia dove chi lotta sono i miei desideri e la mia speranza di tornare a vivere, contro una voce dentro la mia testa che mi intima di non mangiare ciò che desidero.

Sento la pancia brontolare, da mesi dice quello che io non ho la forza di dire, emette suoni di protesta e di aiuto ma non trova mai nessuno pronta a sostenerla. Per anni il mio stomaco è stato il mio secondo cuore quando quest’ultimo era così debole da non sentire più le mie sofferenze.

Mangio una fetta di carne senza olio, dico a mia mamma che sono piena perché ho fatto merenda a scuola. Non è vero e lei lo sa bene.

Mi rifugio nella mia stanza e leggo per la terza volta il mio romanzo preferito: L’insostenibile leggerezza dell’essere. Mi rifugio nelle parole di Milan Kundera che mi permettono di accettare, anche se per poco, il mio dolore e di non sentirmi rea della mia situazione fisica e mentale.

“Che cos’è positiva, la leggerezza o la pesantezza?” mi chiede questo romanzo ed io che sento la mia anima estremamente pesante, desidero solo essere leggera.

Esattamente come dice Michela Marzano in Volevo essere una farfalla “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei divenuta forte, indipendente e libera e non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”

Nell’attesa di stare meglio spengo la luce e mi rifugio sotto le coperte. Vorrei dormire, sento la testa pesante ma non riesco nemmeno a chiudere gli occhi.

Sento ancora quella voce.

VITA
Cosa hai mangiato oggi?”

FEDERICA
Un caffè macchiato e una fetta di carne.

VITA
Come un caffè macchiato? Sai che ti fa ingrassare.

Non riesco a capire come farla smettere, non riesco ad ascoltare i miei veri pensieri.

FEDERICA
Ho perso ancora un chilo e mezzo questa settimana. Solo un mese fa pesavo nove chili in più di adesso, credo che vada bene così.

VITA
Hai visto stamattina la tua pancia, era enorme. Sai perché stamattina tutti ti guardavano in classe? Perché quel jeans era troppo stretto e ti segnava sulle cosce.

Non sapevo con chi stessi parlando, intorno a me c’era silenzio; eppure, i miei pensieri mi parlavano.

Sono le 18 e 50 e ho l’appuntamento con la mia psicologa. Quella sera sono rimasta in silenzio fino a quando mi ha chiesto di andare via, perché era scaduto il tempo a mia disposizione.

“Ultimamente sembra che il tempo non passi mai” le ho detto quando mi ha fatto notare che l’orologio segnava le 20.00. Mi guardava con lo stesso sguardo severo che aveva ormai da settimane; durante i nostri incontri facevo fatica anche solo a dirle “ciao”, quando entravo nella stanza, figuriamoci se le avrei mai parlato di come mi sentissi. 

Torno a casa e mi siedo a tavola, sono da sola perché i miei genitori sono fuori città e mia sorella è agli allenamenti di pallavolo.

FEDERICA
Vorrei mangiare un bel piatto di pasta al pesto, non lo mangio da così tanto che non ricordo nemmeno il gusto.

VITA
Non puoi, non lo meriti come non meriti ogni cosa della tua vita
Non meriti di essere amata da tua madre che ogni giorno ti sprona a stare meglio
Nemmeno da tuo padre che soffre in silenzio per te
Non meriti l’amore di Giulia che cerca di assecondarti in ogni tua richiesta
Non meriti l’amore dei tuoi nonni
La gioia di vivere delle tue amiche
I loro progetti per il futuro
Non meriti nemmeno quel voto alto per il quale hai tanto studiato
Sarà stato un caso

Improvvisamente mi agito, mi manca il respiro e inizio a sudare. Mi siedo a terra, conto lentamente fino a dieci. Piango. Mi sento sola come mai non lo sono mai stata in tutta la mia vita.
Prendo il telefono, vado su Spotify e seleziono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli.
Penso a quando mia mamma me la cantava da piccola. Mi siedo sul divano e mi addormento.

La prima volta che mi è venuto un attacco di panico è stato a causa di quella voce che si agitava nella mia testa e non smetteva di incolparmi con parole di fuoco.
Non mi diceva “non sei abbastanza” “non ce la farai” “fallirai”, si limitava a dirmi che la causa del mio dolore ero io stessa e che non ne sarei mai guarita.

La mattina seguente mi sono svegliata, avevo gli occhi gonfi e il mascara su tutto il viso, mi sono svestita e dopo essermi guardata allo specchio ho risentito quelle parole suonare nella mia testa.

Prendo il telefono, ascolto la stessa canzone che la sera prima mi aveva permesso di addormentarmi, e, finalmente, per la prima volta dopo mesi, sento solo silenzio.

È stato questo il momento in cui ho visto per la prima volta una variazione di colore sulla tavolozza della mia vita che fino a quel momento comprendeva solo il bianco e il nero.
Ho visto uno spiraglio di luce gialla, arancione, azzurra nella mia vita alla quale mi sono aggrappata con le poche forze che avevo.

Da quella mattina, grazie a quella canzone ho finalmente capito cosa Milan Kundera intendesse per “leggerezza”, non superficialità ma semplicemente VITA. Lo stesso nome che per anni ho dato alla voce della mia coscienza che parlava per me, che non mi permetteva di ridere, piangere, urlare, ballare, cantare quando mi andava.

Quella mattina grazie a quella canzone ho capito che non era necessario metterla a tacere e che probabilmente sarebbe impossibile farlo, ma che dovevo semplicemente accoglierla e ascoltarla come se fosse la mia canzone preferita che non avrei mai interrotto sul “Quando sei qui con me…”.

Da quella mattina, e ancora adesso, parlo con quella voce e la ringrazio perché mi permette di vedere la mia vita da un punto di vista differente, perché mi permette di vedere le mille sfumature che ci possono essere tra il bianco e il nero, anche se a volte può ferirmi.
Quello che una volta recepivo come un “Non puoi, non te lo meriti, non starai mai bene” oggi è uno stimolo per dimostrare a me stessa che posso fare qualunque cosa io voglia.

Oggi quando mi guardo allo specchio non sento più la voce della mia coscienza che mi fa credere che se il mio corpo e la mia anima fossero diversi, potrei essere più felice. Non sento silenzio, ma un incredibile frastuono che mi ricorda che sono viva e credo che sia la cosa più bella che possa esserci al mondo.

*

Bibliografia:

  • W. Shakespeare, Macbeth, a cura di Guido Bulla, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 2008.

Atopos

Gianni Demo rappresenta, attraverso un calligramma ispirato all’opera di Apollinaire, la similitudine tra Socrate e le statuette di satiri, rintracciata da Alcibiade nel Simposio di Platone. Il testo è stato sviluppato nell’ambito del seminario Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate B, mod. 1, 2021/2022, Prof.ssa Chiara Lombardi.

“Secondo me un calligramma è un insieme di segno, disegno e pensiero. Esso rappresenta la via più breve per esprimere un concetto in termini materiali e per costringere l’occhio ad accettare una visione globale della parola scritta”. G. Apollinaire.             

Il nucleo del discorso di Diotima è il “prezioso contenuto” di questo Socrate-Sileno. In calce, le parole di Alcibiade.

*

La strana verità su mia sorella Matilde

Silvia Barbieri immagina un’avventura alla Lady Chatterley vissuta attraverso la magia del Sogno di Shakespeare e di Peter Pan di Barrie. Il lavoro è stato sviluppato nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022.

“Disse che stava camminando nel bosco quando le era parso di vedere qualcosa muoversi tra le felci e incuriosita aveva seguito quel movimento. Sperava in una volpe o un cucciolo di capriolo e invece ne era uscito un ragazzo. Il più bel ragazzo che avesse mai visto, a suo dire”.

*

Cara mamma,

A lungo ho mantenuto questo segreto per paura che nessuno mi avrebbe creduto. Sono pronta a raccontarti come andarono veramente le cose quando Matilde ed io raggiungemmo i nonni in campagna. Non è vero che non mi ricordavo nulla. Io ero presente quando lei… ma tu devi credermi mamma, o questo mio doloroso sforzo per ricordare, per tornare a quei giorni, non varrà nulla.

Sai bene che Matilde non si era dimostrata per nulla entusiasta di lasciare Torino per passare l’estate dai nonni, mentre i suoi amici si organizzavano per trascorrere insieme i giorni di vacanza, ma aveva rapidamente cambiato espressione quando finalmente arrivammo alla fattoria. Nostra nonna ci venne incontro sorridente uscendo da casa sua e questo bastò a farle cambiare umore.

In campagna c’erano molti lavori da fare e, da quando il nonno era stato male, erano aumentati a dismisura. Per questo ci svegliavamo presto tutte le mattine per raccogliere grandi quantità di frutta e ortaggi che la nonna avrebbe rivenduto al mercato del paese.

Ti ricordi l’orto dei nonni come era enorme ma ben curato, i rettangoli di terra erano precisi e altrettanto precise erano disposte le diverse piante. Tutt’attorno al perimetro erano cresciuti i cespugli di fiori colorati e profumatissimi che avevamo piantato insieme quando eravamo bambine.

Al termine di una delle prime giornate, esauste dal lavoro faticoso, dal caldo umido e asfissiante e dallo sciame di zanzare che ci avevano massacrate, ci stendemmo all’ombra del ciliegio più grande della fattoria, per rianimarci prima della cena.

Sdraiata a terra con le palpebre appesantite, mentre guardavo le nuvole spostarsi rapidamente, pensai a come eravamo cambiate, mia sorella ed io, rispetto a quando aiutavamo i nonni da bambine. Allora tutto ci sembrava un gioco e nulla era mai troppo faticoso o stancante, anzi ogni giorno era una nuova avventura.

Il boschetto lì accanto era così silenzioso eppure così vivo, luogo ricco di avventure che insieme a Matilde e agli altri cugini ci immaginavamo da bambini. Senza nemmeno rendermene conto scivolai in un sonno profondo, intontita dalla stanchezza.

Un frullare di ali mi riportò alla realtà. Non sapevo quanto tempo era passato da quando mi ero assopita e guardando l’orologio mi resi conto che erano trascorsi appena dieci minuti.

Una gallina beccava a terra poco lontano da dove mi trovavo io, mentre di mia sorella non c’era alcuna traccia. Provai a chiamarla ma non ottenni alcuna risposta, a parte la gallina che si allontanò zampettando.

Entrai in casa e sul tavolo trovai un bigliettino scritto a mano dalla nonna, in cui diceva di essere andata da qualcuna delle sue amiche a portare un cesto di verdura fresca per la cena. Chiamai Matilde ma non era nemmeno in casa.

Così mi rinfilai le scarpe e cominciai a guardare un po’ ovunque, chiamando mia sorella a gran voce, senza ottenere risposta. Guardai il bosco, che se ne stava quieto davanti a me, con le sue porte sempre spalancate che mi invitavano ad entrare, a scoprire i suoi segreti, i suoi luoghi nascosti.

Mi avviai tra gli alti alberi di castagni e robinie. L’erba cresceva rada sul terreno a causa della poca luce che riusciva a penetrare tra le fronde. L’aria era calda, impregnata di umidità e satura dell’odore del legno e della terra bagnata.

Mi incamminai seguendo uno stretto sentiero tracciato da qualche animale selvatico che abitudinariamente batteva quel tratto di bosco, forse un capriolo o qualche cinghiale.

Mi guardavo attorno chiamando mia sorella, ma più mi inoltravo nel cuore della natura, più l’ambiente attorno si faceva scuro, quasi ostile. Mi intimoriva l’idea di rompere quel silenzio che aveva un che di sacro, al punto che non osavo più urlare il nome di Matilde, per paura che la natura si rivoltasse contro di me. Cominciai a guardarmi intorno con circospezione sempre maggiore, con la crescente e inquietante sensazione che migliaia di occhi fossero puntati su di me, unica creatura umana così stonante in quell’ambiente verde e naturale. Eppure per quanto sforzassi la vista alla ricerca di una qualsiasi creatura vivente in mezzo a tutto quel fogliame, non mi riuscì di trovare alcunché. Fu proprio mentre mi guardavo attorno che non feci caso ad una grossa e nodosa radice in mezzo al sentiero che mi fece inciampare e cadere bocconi.

Appena mi ripresi dalla caduta, riaprendo gli occhi vidi davanti a me un paio di scarponcini da battaglia che ben conoscevo. Mia sorella Matilde mi guardava dall’alto in basso con aria interrogativa. Mi chiese se stavo bene e io mi tirai in piedi. La guardai fissa negli occhi, sembrava strana. Aveva uno sguardo stralunato, come se si fosse appena svegliata da un lungo sonno.

Le chiesi dov’era stata, le dissi che l’avevo cercata in lungo e in largo e non avendo ricevuto risposta mi ero preoccupata. E Matilde, con il suo sguardo perso nel vuoto, mi disse che si era solo allontanata per fare due passi. Le chiesi se era tutto, se non ci fosse dell’altro. Negò e io, lì per lì, non feci troppe domande, ero solo contenta di non essere più sola e di averla ritrovata.

Durante il viaggio di ritorno e durante la cena nessuna delle due accennò più all’accaduto, ma una volta a letto, con la protezione del buio notturno, Matilde mi disse che nel bosco aveva incontrato un ragazzo.

Le chiesi se avesse voglia di raccontarmi cosa fosse successo e distesa nell’oscurità prese a raccontare.

Disse che stava camminando nel bosco quando le era parso di vedere qualcosa muoversi tra le felci e incuriosita aveva seguito quel movimento. Sperava in una volpe o un cucciolo di capriolo e invece ne era uscito un ragazzo. Il più bel ragazzo che avesse mai visto, a suo dire. Disse che non sapeva molto di lui, ma che si era dimostrato estremamente gentile e che le aveva raccontato un sacco di storielle sugli abitanti dei boschi.

Secondo Zeno, questo era il nome del ragazzo, appena calava la notte, fate e folletti sbucavano gioiosi dalle corolle dei fiori, dai nidi degli uccelli, dagli incavi degli alberi per mettersi a danzare e a preparare succulente pozioni magiche da somministrare a tutti gli uomini o donne che osassero cacciare un animale, tagliare un albero, appiccare un fuoco o persino cogliere un fiore, animando l’intero sottobosco. Per quanto fosse tutto estremamente meraviglioso, Matilde disse che non ci credeva e che fate e folletti esistono solo nelle fiabe di magia. Tuttavia era rimasta stregata dal ragazzo, lo si percepiva dal modo in cui ne parlava. Disse che portava solo un paio di calzoni leggeri e camminava per il bosco a piedi nudi. Aveva folti capelli scuri e due occhi di un verde intenso che parevano sondarti l’anima.

Matilde disse che non aveva mai incontrato un ragazzo del genere e quando gli chiese da dove veniva, Zeno rispose che viveva dall’altra parte del bosco. E poi così come era apparso se n’era andato, tornando a confondersi con l’ambiente circostante. Fu allora che io feci la mia apparizione, inciampando e cadendo a terra.

Quella sera lasciai che la confessione di Matilde restasse sospesa nell’aria, senza che avesse un vero e proprio posto nella realtà: pareva un racconto così irreale e ben presto entrambe scivolammo nel sonno e l’inquietudine che mi era cresciuta nel petto durante la sua confessione parve acquietarsi un poco durante la notte.

Il mattino seguente mi svegliai con un forte mal di testa. Matilde era già scesa e mi stava aspettando con la nonna per fare colazione. Mi chiesero se avessi dormito bene. Risposi di sì, ma in verità avevo sognato per tutta la notte quel ragazzo misterioso il cui viso a me sconosciuto si fondeva e mescolava con quello di mia sorella e di fate arcigne che spremevano succhi velenosi da fiori coloratissimi sugli occhi di mia nonna e mio nonno, che finivano per non riconoscermi più e cacciarmi di casa.

Tentai di scacciare il pensiero dalla mente, liquidandolo come un sogno bizzarro dettato da una mente facilmente impressionabile e, come il giorno prima, presa dai lavori della campagna non ci pensai più.

Al crepuscolo però, mentre mia sorella era in casa con la nonna, uscii e mi avviai verso il bosco.  Nonostante il timore che quel luogo aveva cominciato ad incutermi, volevo vedere anche io quel ragazzo. Con passo spedito mi inoltrai verso il cuore del bosco e seguendo il sentiero oltrepassai uno stretto corso d’acqua, oltre il quale si aprì una radura, al cui centro stava una piccola casetta di legno, circondata da alcune gabbie per l’allevamento di fagiani. Allora di fagiani non c’era alcuna traccia, ma la casetta sembrava ben tenuta e gli alberi attorno disposti in forma circolare non facevano che accentuare la desolazione del luogo.

Mi avvicinai e spinsi leggermente in avanti la porta per dare un’occhiata all’interno. Non c’era nulla di particolare, solo un tavolo e alcune sedie di legno, un piccolo focolare spento e alcuni utensili appesi alle pareti. C’era anche un piccolo baule sul quale era posato un flauto di Pan. Fu allora che mi resi conto dello strano ed inquietante silenzio che era calato tutto attorno, della calma irreale che si stava impadronendo della natura circostante. Spalancai la porta e mi fiondai al di fuori, correndo a gambe levate verso casa, senza nemmeno rendermi conto che si era fatto buio e che migliaia di occhietti erano spuntati tra le foglie degli arbusti, scintillanti alla luce della luna.

Allarmata più che mai chiesi a mia sorella se conosceva la casetta dei fagiani nel bosco, ma il suo sguardo interrogativo lasciò intendere che non sapesse di cosa stessi parlando. Di nuovo evitai di proseguire il discorso e la presenza del nonno a cena contribuì tranquillizzarmi.

Matilde, che per tutto il giorno era sembrata piuttosto spensierata, sentendo che mi rigiravo nel letto, mi chiese se ero stata nel bosco. Non fui in grado di mentire, del resto le avevo chiesto io della casetta dei fagiani. Ma la verità era che non le interessava granché della mia risposta, si trattava solo di un modo per tornare a parlare di Zeno e compresi che i due si erano visti di nuovo, ma quando era successo? Non mi sembrava di averla mai vista allontanarsi. Glielo domandai ma lei proseguì a parlare di Zeno. Lo faceva in modo appassionato, descriveva i suoi movimenti e il suo aspetto come parlerebbe una Giulietta del suo Romeo. Iniziai a preoccuparmi.

Il bosco non mi piaceva più, da luogo edenico, idilliaco era diventato un labirinto infernale, pieno di creature altrettanto strane ed invisibili che parevano avere il solo intento di farti ammattire.

Le proposi di invitare Zeno a casa il giorno seguente, cosicché potessi vederlo e finalmente porre fine a quel vortice di perturbanti sensazioni. 

Per tutto il giorno successivo Matilde non fece alcun cenno alla conversazione avuta la sera precedente. Si comportò in modo del tutto naturale e la giornata proseguì come se nulla fosse mai accaduto. Quel giorno lo dedicammo alla raccolta dei frutti di bosco. Matilde attirò la mia attenzione invitandomi a seguirla, mentre la nonna era rientrata a sistemare alcune cassette cariche di frutta. Una dolce melodia risuonava nell’aria. Mi chiese di fidarmi di lei e di non avere paura, anche se le sue parole, anziché rassicurarmi, non fecero altro che agitarmi ancora di più. Aveva una strana luce negli occhi, tuttavia mi lasciai guidare dal lei e, giunte appena oltre il piccolo ruscello, vidi il ragazzo che accovacciato a terra suonava il flauto a una decina di pulcini di fagiano straordinariamente attenti. Un’espressione sgomenta dovette dipingersi sul mio volto perché quando Matilde attirò l’attenzione del ragazzo, la prima cosa che mi domandò fu se stavo bene.

In effetti Zeno aveva un aspetto magnifico, il fisico asciutto e scattante, i boccoli scuri che gli incorniciavano il volto pallido, spruzzato di efelidi e lo sguardo vigile e intenso contribuivano ad accentuare la sua bellezza e al contempo la sua stranezza. Per quanto esteriormente bello possedeva un’aura bizzarra, al limite dell’inquietante, come se non appartenesse a questo mondo. Davanti a lui persi la parola, non fui in grado di dire nulla.

Lui si presentò e disse immediatamente di essersi innamorato di Matilde.

Io li guardai entrambi, incredula. Mia sorella arrossì un poco, come se non si aspettasse quella pubblica dichiarazione. Appena ritrovai la voce dissi che potevamo tornare verso la fattoria, che alla nonna avrebbe fatto piacere conoscerlo e lo avrebbe sicuramente accolto volentieri se intendeva stare con Matilde. I due si guardarono. Zeno rispose che lui stava bene alla casetta dei fagiani e non aveva intenzione di spingersi oltre al ruscello. Lo disse in modo feroce, come se la mia proposta l’avesse profondamente offeso. Rimasi sbigottita dalla sua reazione e ancora di più da quella impassibile di mia sorella, che assistette alla scena senza alcun intervento. La guardai, in cerca del suo appoggio, ma il suo sguardo era puntato su Zeno. I suoi dolci occhi azzurri erano tutti per lui.

Non avevo mai visto Matilde così persa, come se fosse sotto l’effetto di un potente incantesimo. In quel momento mi tornarono in mente le storie delle creature del sottobosco, le fate e i folletti che spremono pozioni sugli occhi degli esseri umani. Zeno le aveva raccontato solo un mucchio di favole oppure le aveva fatto realmente una magia? Non avrei saputo rispondere con certezza. Matilde sembrava far parte di un altro mondo, che le aveva fatto perdere completamente il contatto con il nostro. Cosa le era successo? Dov’era finita la sua testardaggine e il suo carattere forte e deciso? Quella ragazza sembrava Matilde, aveva il suo viso, i suoi capelli, portava i suoi vestiti. Ma dentro quell’involucro non si agitava l’anima irrequieta di mia sorella. Ella doveva trovarsi lontana da quel bosco, la mente assopita, assuefatta. Cercai di avvicinarmi a lei, di scuoterla e riportarla alla realtà, le dissi che la nonna probabilmente ci stava cercando, ma Zeno s’intromise e strattonando Matilde verso di sé la allontanò ancora di più da me. Mi disse che ormai era sua e non potevo più riportarla indietro. Matilde sarebbe rimasta nel bosco con lui perché era quello il loro rifugio. Fu allora che cominciai a percepire la natura circostante muoversi, diventare sempre più viva e frenetica. A migliaia spuntarono dai bassi cespugli circostanti fate e folletti non più grandi di una pannocchia, ognuno dei quali mi guardava con i loro occhietti neri e vispi, carichi di risentimento per essermi opposta alla volontà di Zeno. Mi si attorcigliarono le viscere e mi si gelò il sangue nelle vene. Non avevo la minima idea di cosa fare, come comportarmi. Avrei voluto urlare, ma ero fin troppo consapevole del fatto che non sarebbe servito a nulla. Matilde restò impassibile, gli occhi sempre puntati verso Zeno, un ghigno maledetto si fece largo sul suo volto. Non avevo armi contro di lui, non avevo modo di oppormi alla volontà di quello spirito del bosco, non nel suo ambiente. Così un passo dopo l’altro, mentre lo sciame di creature fatate si schiantava rapidamente su di me, indietreggiai, mantenendo lo sguardo su Matilde e Zeno che scomparvero dietro la massa di fate e folletti, fino a confondersi con la natura circostante. Prima di cadere a terra e perdere conoscenza, sentii chiaramente la voce di Zeno ridere di gusto ed esclamare: “Chi entra nel bosco non torna più indietro e la sua anima mi apparterrà per sempre.”

Quando mi svegliai ero nel mio letto, nella camera al piano superiore della fattoria. Appena presi coscienza di dove mi trovavo mi voltai di scatto verso il letto di Matilde. Era vuoto. Scoppiai a piangere, mentre nella mente le mostruose immagini del giorno prima cominciavano a riaffiorare.

Fu la nonna a raccontarmi come mi avevano trovato e come avessero cercato per ore mia sorella. Ma di Matilde non c’era alcuna traccia. Era sparita nel nulla e con lei anche quello strano ragazzo, spariti come spariscono i personaggi di un libro appena terminato: non li dimenticherai mai ma non potrai mai vederli davvero.

Come ben sai, mamma, le ricerche proseguirono per molto tempo dopo, senza averne mai ottenuto nulla. So che per te sarà un duro colpo e che non mi crederai. Lo fu anche per me, soprattutto quando, con un’immensa forza di volontà e coraggio mi spinsi nuovamente nel folto del bosco e raggiunta la radura non trovai alcuna traccia della casetta, né dei fagiani. Solamente un cerchio perfetto di funghi bianchi…

Ho sempre sperato che Matilde, ovunque sia andata a finire, si trovi in un posto meraviglioso, dove vivere avventure fantastiche. A volte ho l’impressione di ritrovare un po’ di lei quando leggo un libro che mi appassiona e così mi sembra di riaverla, anche se per poco, accanto a me.

Bibliografia

D. H. Lawrence, L’amante di Lady Chatterley, a cura di Silvia Rota Sperti, Feltrinelli, Milano, 2013

W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, a cura di Fernando Cioni, BUR, 2021

J. M. Barrie, Peter Pan, a cura di Aurelia Scorsone, BUR, 2020