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❧ SEGNALE 17 “Il piacere dell’annientamento. Cesare Pavese, i ‘Dialoghi con Leucò’ e il mito classico” Salvatore Renna

Ben prima degli studi di biopoetica, che in anni recenti hanno indagato l’importanza della narrazione per l’Homo Sapiens e che hanno chiarito come i “i fossili della letteratura (se non proprio della narrazione tout court) in fondo ce li abbiamo e sono i miti” (Cometa 2017, 62), Pavese interpreta la comunicazione mitica quale costante della storia: l’uomo della prima metà del Novecento non è in fondo così diverso da quello dei millenni precedenti, ed è proprio il linguaggio mitico l’elemento che permette di rendere manifesta questa continuità.

Salvatore Renna, Il piacere dell’annientamento. Cesare Pavese, i Dialoghi con Leucò e il mito classico, Quodlibet, Macerata 2026, p. 13.

Questo studio è dedicato all’uso del mito nell’opera Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese.
Partendo dalle prospettive della classical reception e della critica tematica, Renna restituisce al mito la sua centralità nell’opera pavesiana per dimostrare come l’autore faccia parte di una tradizione modernista che usa il classico come una lingua su cui costruire un sentire comune, tanto al livello dei contenuti quanto a livello formale. L’utilità di questa ricerca per chi si avvicina agli studi di comparatistica risiede anche nel fatto che il saggio indaga il mito in Pavese nella sua forma di “linguaggio originario, non riducibile a semplice repertorio narrativo, bensì inteso come forma primigenia di conoscenza, capace di toccare ciò che nell’essere umano precede la storia e continua a interrogarla”.

Inter Caetera

Jules Lee Artom, in questa produzione, riporta un dialogo immaginario ispirato alla prima novella della quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, nell’ottica del corso di Letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura prende le movenze dalle argomentazioni, volte a Tancredi dalla figlia Ghismonda, intorno alla fallacia e l’ingiustizia della repressione sistematica: l’egida al negativo, di quelle figure che dovrebbero essere garanti della giustizia e del benessere collettivo, diventa qui il focus della narrazione. Il racconto è teso a suscitare nei lettori una riflessione personale sulle ambiguità, le contraddizioni e le strategie subdole che soventemente si insinuano nelle vite di ognuno, su qualsiasi piano di rilevanza e derivanti dalle più disparate tipologie di fonti. La forma quindi si avvicina a quella dei racconti distopici, dove un esempio di fiction esasperatamente tragica spesso manifesta la volontà e la speranza di una possibile resistenza o la coltivazione di uno spirito antitetico alle diverse sfumature di ‘servitù volontaria’”.

*

«Ieri mattina ho sentito un tonfo assordante, come di un mobile che cade e si spacca a terra, provenire dalla camera di Ghismonda. Ricordo chiaramente la sensazione di disagio che si versava liquida sulla mia schiena, carezzandone le vertebre: era una sensazione nauseabonda, una paura acre, al sapore di bile; tutto proveniva, con il rumore, da quella stanza, come se già sapessi…»

«Per ciò mi sono alzata e, senza pensare, ho corso. Corso come una madre dalla sua creatura, corso come chi corre nella propria casa incendiata. Ho corso e sono crollata, perché, dall’altro lato del corridoio, una stanza oscura era piena delle urla della mia bambina, ed un muro coperto del suo sangue, così, come il suo viso. Aveva gli occhi gialli, la pelle bianca, delle macchie livide sul corpo, un grumo di bava rappresa e perdeva s-s-sa…»

«Vorrei solo accarezzarla. Vorrei aver avuto la forza di stringerla forte e dirle che tutto sarebbe andato bene, calmarla, e invece sono rimasta a disperarmi piangendo, rannicchiata sotto lo stipite della porta, mentre la mia povera bambina si dimenava.
Danzava in centro alla stanza bianca, le tende azzurre l’accompagnavano come le carezze degli spiriti in un sodalizio appena stretto, un patto di complicità, un rito di passaggio già ormai troppo lontano da me, che invece nella mia vile umanità non potevo che guardare.
Danzava in preda alle convulsioni, schizzando i muri attorno con gli arti disarticolati che lanciava a prendere il poco di mondo che le sarebbe rimasto. Danzava e gridava, gridava un’argomentazione di odio e vendetta, per cui aveva eletto il suo stesso corpo a martire.
“…Avere il monopolio sulla vita delle persone non è sufficiente, Tancredi, vero? Ma non capisci? Non capisci che così non potrai avere nessuno?

Non puoi alienare un corpo morto.

Hai fatto quel che dovevi fare: mi hai rinchiusa nella stessa cella che mi sono creata. Ed io non ho visto. Sono cresciuta con te, come tutti. Tutti ormai da generazioni conoscono le tue infide perfidie sin dalla nascita. Prima ancora di parlare, prima ancora, abbiamo imparato a confidarci con te, a-a dirti i nostri segreti, a-a farci servi un giorno alla volta, quindici ore al giorno. Io non ti ho seguito, un movente alla condanna: perché ho evaso per un’ora la rete di manipolazioni che mi hai intessuto addosso per più di vent’anni, una camicia di forza cucita senza mani…”
Ogni tanto la vedevo fermarsi, a volte si sdraiava, vomitava grumi nerastri sul tappeto e sul parquet. Altre, mentre si piegava verso il pavimento, emetteva suoni gutturali e imprecazioni, alternate da grida agghiaccianti. E le labbra diventavano livide e crespe. E la pelle glauca. Orribile, orribile visione.
E lei malediceva, malediceva tutto. Malediceva il veleno e poi lo ringraziava piangendo, implorava che la finisse e poi che prolungasse l’agonia, chiedeva follia e pretendeva lucidità. Chiamavo, ma nessuno accorse a soccorrerla, perché lei aveva commesso un crimine. Era un rifiuto ormai, un rifiuto agonizzante in preda alle convulsioni. Ed io stavo lì, a guardarla, impotente.»

«Brancolavo assieme ai discorsi deliranti di mia figlia, che bene era ormai già dentro alla follia da comporre tali teorie. Farneticava di “una realtà surrogata in cui tutto si configura apparenza, una proiezione del mondo, una falsificazione, un cosmo di sensi di colpa, una società della vergogna…”.
Le giuro, ufficiale, che queste erano sue congetture, sue macchinazioni, le riporto per il verbale di decesso e nulla più. Non che io creda che…
Ad ogni modo, proseguo a raccontarle. Lo faccio per il bene collettivo, in cui credo perché si crede alla realtà, e nulla più.
Come dicevo, Ghismonda delirava, e nel suo delirio deplorava Tancredi come non si addice ad un mezzo necessario al nostro benessere e alla nostra civiltà, diceva: “Cancro! Cellula infetta!”, oppure: ”Bias della coscienza! Forma di assoggettamento endemico! Forma di obbedienza incivile!”.
E continuava
“…Poi mi sono accorta di cos’era la mia vita abituale. ʻ Io sono una ruota del carro, e giro e giro o qualcosa mi fa girare ʼ ripetevo ogni mattina a colazione, ogni giorno. Principio di una serie di riproposte: mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo a pieno, le notizie, di tutti. Era un’esistenza di menzogna, asservimento, alienazione, condivisa da tutti e osannata. Era un inganno vile con cui un tiranno ci ha assoggettati. Il dramma delle bestie da soma, un anacronismo contro natura di tutti i nostri istinti: ripiegati, forzati, inscatolati e spediti, come merce di scambio, su vie commerciali larghe e affollate dalle uniche maschere ancora esistenti, perché per gli altri non c’è più maschera che possa celare segreti ancora non svelati. Ombre, ombre tutt’intorno, ombre pesanti, ombre di piombo, vischiose, sudicie, tossiche mani di pece – che soffocano i peccatori sbagliati – dei detentori del destino, delle le parche di questo mondo estenuato e senza Dio e senza Dike. I demagoghi della repubblica mentale che oggi si è instaurata sono burattinai con fili invisibili, impercettibili, inconsistenti, velenosi come virus buttati nei pozzi dei più mentre loro si ubriacano nell’ebrezza dello schiavismo autocompiacente. E noi non siamo più che burattini senza speranza, in coma su un palco di cui non vedremo mai strapparsi il cielo di carta. Guardandomi attorno, ho visto gli altri come me, ed ho capito che non ci sarebbe stata alcuna speranza di fuggire da questa voliera, un giorno.
E io l’ho capito adesso, solo adesso, dopo vent’anni di privazioni intellettuali, nella stessa condizione di quegli individui che tanto acutamente descrive Etienne nel suo saggio. Ho lasciato che mi picchiassero con le mie stesse mani, che mi prendessero a calci con i miei stessi piedi, che mi spiassero con i miei stessi occhi, che mi tradissero con le mie stesse parole. Quante volte tu stesso, spaventoso ordigno infernale, mi hai forzato con sotterfugi e raggiri, oppure con leve emotive e minacce, quante volte? Io lo consideravo normale, ho cominciato inconsciamente ad applicare il tuo paradigma di manipolazione mentale verso il prossimo, reiterando io stessa questo meccanismo ch’è nato nel buio del baratro oltre alla morale. Non negare che sia questo il tuo impiego.
L’ho capito adesso e nell’unico luogo possibile: quella finestra d’interferenza che vive tra la vertiginosa profondità dell’illusione impostaci dalla tua democraticità e la concretezza della tua sottile violenza, laddove il trauma permette di destarsi e contemplare con distacco la realtà delle cose. Hai commesso un errore senza il quale avrei potuto continuare a dormire nel tuo sogno sino al sopraggiungere della morte, come quasi tutti attorno a me.
Ma perché? Perché doveva andare così? Non eri forse tu a disegnarmi prospettive di libertà e felicità? Non eri tu a dirmi che avrei sempre dovuto continuare a ricercarla, quella libertà? Liberi: se la natura ci ha creati tali, la fortuna ci ha resi inevitabilmente schiavi. Ho volato un giorno soltanto, perché volevo provare, e tu mi hai punita, nel modo peggiore mi hai tarpato le ali, ebbene, ho deciso di condividere la mia sorte con la sua: morirò anche io come tu hai deciso di ammazzare Guiscardo.
E continuerò a volare, volerò lo stesso con il mio amato, come con lui andrò sottoterra dopo aver assunto quest’unica parte di lui in mio possesso, affinché me la possa portare nella tomba.”
Dicendo così, ha inghiottito un foglietto di carta con una scritta che non sono riuscita a leggere e un’immagine che non sono riuscita a vedere. Poi ha cessato di parlare, chiudendosi nel baccano della solitudine e del pianto, finché non sono arrivate le ultime, brutali, conseguenze della tossina. Dopodiché, ha smesso di respirare.
Questo è tutto quel che so di ciò che è successo: mia figlia si è uccisa per colpa di una scappatella.»

Jules Lee Artom

Sulle ali del libeccio

Jules Lee Artom, in questa produzione, reinventa un episodio ispirato alla scena seconda dell’atto secondo della tragedia teatrale dell’ Antonio e Cleopatra di Shakespeare, nell’ottica del corso di Letterature comparate Formazione e funzione del personaggio femminile nel teatro europeo: Shakespeare e Marlowe (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura intende aprire una finestra su una delle innumerevoli vite fittizie che popolano l’immaginario narrativo. Mantenendo vivo il materiale di partenza del racconto, ovvero il primo incontro tra Antonio e Cleopatra sulle rive del fiume Cydno, l’intero episodio si è tramutato nel resoconto diaristico dell’adolescenza di un giovane, modesto e passionale piccolo Antonio delle coste sicule. Allo stesso tempo, però, è Cleopatra il vero fulcro della vicenda: una presenza eterea, quasi misterica, che popola l’immaginario di chi la incontra più di quanto non popoli uno spazio di esistenza preciso; è un sogno, un ideale, una storia associati ad una persona corporea a partine da un’icona”.

*

Cosi tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi

16 giugno
Stamattina ha tirato un tenue scirocco, era appena sufficiente a mettere in mare i gozzi dei
pescatori per la giornata di lavoro. Secondo Tavio, il vento caldo si è alzato tra i canneti di
levante intorno alle 5 e 30 di mattina. Lui, prima che albeggiasse, è uscito a remi con suo
padre per prendere le nasse. L’ha visto con i suoi occhi, mi ha detto: “uno spirito di bruma,
caldo e profumato come le rare spezie d’oriente, ondeggiava tra i cavalloni contro le
calanche di pietra lavica sbocciando, nei rossori del sole, in fontane di schiuma
incandescente”. Fa sempre il letterato lui, e poeticizza ogni cosa. Io personalmente lo
spirito non l’ho visto, ma stamattina il vento c’era, quello sì, che ho potuto vederlo. È nelle
onde del mondo che si vede il vento. Ebbene, finito il lavoro con lenze e cime saline, sono
salito sulla scogliera per poterlo sentire un poco tra i capelli. Lì mi ha raggiunto Tavio, ho
fatto dei tuffi e lui ha dormito al sole, poi siamo scesi a riva per mangiare ricci e patelle.

20 giugno
Certe volte mi manca la scuola, ma mai le lezioni. Ripenso alle giornate che ho passato tra
i libri della biblioteca. Poi mamma ha voluto trasferirsi qui poco dopo il termine dei miei
cinque anni d’istruzione obbligatoria. Mio nonno viveva qui, e la sua morte ci ha sradicati
da Messina. Proprio oggi ho compiuto tre anni di servizio sulla Riva, la palamitara a vela
latina di Costante. Non esiste un libro su tutta l’isola, fatta eccezione per una casa
soltanto. Dalla famiglia di Tavio un pensatore, il secolo scorso, ha lasciato centinaia di libri
che si era portato dalla Toscana per vivere ritirato, ma è morto anche lui, scivolando dalle
scogliere. Si dice l’abbiano pescato i bisnonni di Costante, e che il suo corpo fosse
mangiato dai crostacei. La morte di quest’uomo ha portato tanta fortuna ad alcuni di noi, e
gliene siamo grati. Così, ogni tanto, il mio amico mi porta un vecchio manuale o un
pamphlet o un manoscritto tutti impolverati, ammuffiti, raggrinziti, ed io li leggo durante i
momenti morti in barca nei giorni di lasca. L’altro giorno mi ha portato un Tutte le opere di
Shakespeare. Se non fosse per noi due, quel tesoro rimarrebbe sommerso nel reticolo di
stanze in cui viene lavorato, conservato e immagazzinato il pesce. Il “paìsi sutta” lo
chiamano gli altri pescatori, perché corre sotto tutta Cale.

27 giugno
Ci sono giorni che si distinguono in luminosità, che rifulgono nel campo uniforme degli altri
giorni comuni i quali, come spighe, si stagliano tutti uguali sparpagliati nel campo della
vita. Capita che un momento si erga come lo sfiato di un capodoglio, creando
eccezionalmente un contrasto candido nel mare dei verdi scuri. Oggi è accaduto uno di
quei miracoli.
Nell’unica piazza di Cale, è aperto l’unico bar. Si chiama Lu scafù ri mari, ed è il posto in
cui spendono la gran parte del tempo tutti gli uomini di paese, senza contare quello speso
sui legni. Questo perché, per il resto delle giornate, nessuno qui ha di meglio da fare se
non gracchiare ai cormorani bevendo come spugne. Per un ragazzo sedersi a questi tavoli
significa varcare la soglia dell’età adulta. Qui tutti sono diventati uomini. Al contrario, alle
donne di paese non è mai concesso intrattenersi o godere né dei vezzi né dei vizi di
questo luogo. Il loro regno è il “paìsi sutta” dove, tre volte a settimana, aprono il mercato,
di cui sono le padrone indiscusse e quindi uniche amministratrici del denaro della
comunità.
Per questi motivi, è già impensabile l’incontro con una creatura gentile tra le bianche mura
delle case a ridosso della piazza, e ancor di meno davanti alla bottega di legno verde
verniciato, tutta consumata dalla brezza salata, dellu Scafù.
Verso mezzogiorno, ahimè, mi stavo picchiando con Tavio davanti ai tavolini di eucalipto
lisi dal sole. Lui si era comportato da stronzo, e si era fregato la figurina con la donna che
avevo trovato tra gli scogli, cullata sulle onde da chissà dove. Quindi io l’avevo assalito,
riuscendo ad atterrarlo a pugni sulle tonde pietre lisce della piazzetta. Poi dal nulla si è
materializzata davanti a me una figura curiosa. Non era più alta di me che di qualche dito,
ma nera come un tizzone morente e avvolta in una grossa giacca verde, troppo ampia e
troppo calda per passare inosservata. In una mano incredibilmente esile e slanciata
stringeva un ombrello, nell’altra un fiore di cardo. Improvvisamente si è voltata scoprendo
la testa, che era una coltre di capelli riccissimi (persino più di quei nidi che si ritrova
Gaspare) e ci ha guardati con un paio d’occhietti neri sottili sottili e profondi. Tavio si è
rigirato ed ha cominciato a stringermi forte la testa tra le gambe. Mi ha scottato una
vergogna incendiaria. Lei si è messa a ridere, ha detto: “Nɔn fatevi malɛ pik:oli watoto,
state bwɔni, bwɔni, nɔn fatevi malɛ daj”, era una musica, e brillava del riflesso delle gocce
che suonano le grotte del promontorio. Io mi sono liberato e sono scappato via tra i
carrugi, piangevo, mi sentivo umiliato, ma grazie a Dio lei cantava ancora alle mie spalle.

1luglio
Tutto il giorno ho atteso di avvistare una vela, ma oggi non si è pescato che una misera
palamita. Il morale di Costante è affondato con le esche della nuova linea, mentre la mia
immaginazione ha scalato le creste delle onde più alte assieme al Nan-Shan. Ho visto il
Tifone, poi per la noia ci ho scritto su una poesia.

Requiem

Quiete, una vedetta si sporge a ridosso
la rete gracchiando un requiem d’allarme.
Si può vedere il mondo arrivarci adesso,
no mere preghiere, si salvi chi può.
Nessuno.
Ho osservato un lupo pisciarsi addosso,
gettandosi giù nella caldaia che arde.
Non c’è speranza per noi nel mar smosso,
nessun uomo sul ponte scampò,
nessuno.
Tuoni violenti e lampi violetti,
rotolano, rombano, rimbombano i rumori
e la paura, sconosciuta a chi vive coi tetti,
la paura, alcalina. Non tornerà
nessuno.
Ormai la coperta è una danza di spettri,
una danza macabra, è macabro fuori.
È un Signore spietato con i suoi protetti
questo rauco uragano che non storna
nessuno.

4 luglio
Al porto dicevano: “Gli americani! Stanno arrivando gli americani in vela al libeccio!” quindi
ho corso a perdifiato sulla bassa scogliera, volando a pelo d’acqua con le pernici fino alla
cala. Mi sono seduto contro i massi levigati giocando con le consistenze della sabbia e la
sua freschezza docile, un po’ umida, che mi trapassava le narici tra l’odore dei sargassi e
quello della schiuma. Poi ho aspettato. Non avevo nulla con me, ma temevo che
spostandomi di lì avrei perso il primo avvistamento sull’acciaio degli scafi di Nantucket.
Quindi ho continuato ad aspettare. Il sole ha girato mentre attendevo, aspettavo e
procrastinavo sudando. Faceva molto caldo, ma ho tenuto duro. Dopo non so quanto tempo un pidocchio è saltato dalla mia testa e si è incastonato all’orizzonte, tra l’acqua e il
cielo. Poi è diventato più grande, non era un pidocchio, era… ERA UNA NAVE! Sono
schizzato in piedi e sono corso in acqua tutto vestito. Nella foga mi sono dimenticato che
le sigarette, le micce e la figurina erano in tasca, però era troppo tardi, stavo già
annaspando tra le onde. Al limite di dove si tocca ho cominciato a intonare un ritmo dei
marinai, la mia voce rieccheggiava tra le pareti della costa e, poco dopo, un’altra flebile
voce si è aggiunta al mio canto. Era una melodia lontana, esotica, oscura, e cresceva,
cresceva con la barca finché non mi è scoppiata nelle orecchie come un acino d’uva,
dolce, incredibilmente dolce e cristallina. Mi attirava a largo, su quella barca dorata dalle
vele purpuree, su quella galea dai remi d’argento, tra quella ciurma di sirene. E lei era
sdraiata sotto un manto scuro prestatole dalla notte in persona.
Veniva per me, si capiva dal suo sguardo, era lo stesso che mi aveva lanciato sulla piazza.
Poi lo starnazzare irato di mia madre mi ha distolto da quel miraggio, diceva che se non
ero a tavola entro due minuti mi avrebbe preso a bastonate. Quindi ho scollato la mia
schiena intorpidita dai sassi e mi sono incamminato, con la mia immensa malinconia,
verso casa.

Jules Lee Artom

❧ SEGNALE 15 “Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile” Franco Moretti

“Però, intendiamoci, qui non si tratta di trovare i momenti in cui la tragedia parla della
guerra civile, o la mette addirittura in scena: quelli si capiscono da sé; quel che è interessante è comprendere come la tragedia rappresenti la guerra civile attraverso qualcosa che guerra civile non è. Perché, sia chiaro, nell’Orestea non c’è nessuna guerra civile: se ne parla, perché la tragedia agisce da forma simbolica della guerra civile. È il concetto che Panofsky riprende da Cassirer, ponendolo alla base del grande saggio sulla prospettiva […]. Nel nostro caso: «un particolare contenuto spirituale [ovvero una specifica idea della guerra civile] viene connesso ad un concreto segno sensibile [la guerra entro la famiglia] e intimamente identificato con questo».

La famiglia in guerra come segno della guerra civile. Ma, chiaramente, due fratelli che si uccidono tra loro rappresentano il fenomeno, gigantesco, di una società che si scinde e si stermina da un’angolatura molto particolare, in cui certi aspetti vengono posti in rilievo, ed altri no. Ad emergere è insomma una specifica idea della guerra civile, non la guerra civile tout court. Una forma simbolica non è solo «simbolica» di qualcosa che le preesiste, è in primo luogo una forma, che riordina quei materiali conferendo loro un significato nuovo; e del resto il teatro – un manipolo di attori, su quattro assi, per qualche ora – non può non stilizzare, e anzi ridurre ciò che rappresenta. Ma qui, come sempre nell’arte, less is more: ridurre significa stabilire delle priorità, delle connessioni; significa capire. Della guerra civile parlano storici, teorici della politica, studiosi di cose militari e altri ancora; ma in nessun altro ambito di discorso ha essa assunto la centralità e la forza che ha nella tragedia. È per questo che vale la pena studiarla”

F. Moretti, Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile, Torino: Einaudi 2025, pp. 23-24.

Per gli studi di comparatistica, il nuovo saggio di Moretti è significativo principalmente dal punto di vista del metodo. Moretti riesce in un’impresa difficile. La ricerca è ambiziosa, ricca di quegli spazi bianchi tra un paragrafo e l’altro, di quelle frasi senza verbo tipiche del suo stile che sembrano rispondere ad alcune questioni mentre sollevano molte domande, ma con il grande pregio di modellizzare in prospettiva comparata la forma tragica (e la sua eredità classica) nella modernità europea. Con un’illuminante lettura degli studi di Loraux sull’Atene classica, Moretti discute il paradigma tragedia-guerra civile rintracciando nell’amplissimo corpus analizzato alcuni elementi formali che necessitano un’attenzione critica specifica.
L’analisi dei puns in Hamlet, al capitolo Larvatus prodeo, mostra quanto sia fecondo l’incontro tra studi culturali e critica formale. Questo modo di procedere permette di analizzare il nesso tra parola e azione, decisivo nella costruzione tragica e, come la critica ha da tempo riconosciuto, carico di implicazioni “in senso lato” politiche (p. 147). Queste implicazioni sono molte, probabilmente anche più di quelle considerate da Moretti ma l’importante per il critico è rilevarle testualmente, attraverso un close reading serratissimo, pensato per far emergere, a livello formale, il legame tra ‘bello’ e ‘terribile’ che fa necessariamente parte della storia della letteratura. O, per usare le sue parole, per scavare fino alle “radici insanguinate della nostra autonomia estetica” (p. 178).

Ivrea in arancione: il rito collettivo dello storico Carnevale

reportage di Elisa Riassetto

Carnevale di Ivrea edizione 2026

Tra le tradizioni carnevalesche italiane, una delle più suggestive e conosciute è lo Storico Carnevale di Ivrea, celebre per la sua iconica Battaglia delle Arance. Per l’occasione, una settimana all’anno, il ritmo della città di Ivrea si sovverte: ogni negozio, scuola o attività rimane chiusa e le vie principali si popolano di fiumi di persone, eporediesi e non, pronte ad assistere alla grande festa. Anche quest’anno, le aspettative non sono state deluse.

Come ogni anno, la storica città ha iniziato i preparativi con grande anticipo e già dopo le festività natalizie gli eporediesi sentivano aria di Carnevale. Questa manifestazione è ormai così importante per tutti i partecipanti da rappresentare un vero e proprio rito, una festa che si attende e per cui ci si prepara tutto l’anno. Nonostante la sua lunga e antica tradizione, però, il sentimento che anima i partecipanti non diminuisce mai con gli anni, ma anzi incoraggia e coinvolge sempre più giovani a prendere parte al grande evento.

Per chi non lo conoscesse, il Carnevale eporediese affonda le sue radici nella storia e nella leggenda. Secondo la tradizione i lanciatori di arance si battono in nome di Violetta, figlia di un mugnaio medievale e protagonista del folklore. Il racconto vuole che un famigerato tiranno abbia rivendicato lo ius primae noctis, il diritto a dormire con la sposa durante la prima notte di nozze di Violetta. Invece di sottomettersi, Violetta fece ubriacare il feudatario, lo decapitò nel sonno e mostrò trionfalmente la testa ai cittadini, dando inizio alla rivolta. Da questo gesto di libertà e di ribellione rispetto al tiranno nasce lo Storico Carnevale, che è diventato a tutti gli effetti per gli eporediesi un momento di convivialità, unione, divertimento e anche una valvola di sfogo rispetto alla quotidianità. Ogni anno viene scelta una Violetta odierna, la Mugnaia, che è il simbolo più importante dell’intera manifestazione. La Mugnaia dell’edizione 2026 è stata Valentina Campesato, eporediese nata nel 1992, che è stata eletta il 6 gennaio 2026 e si è presentata all’intera città la sera del 14 febbraio 2026. Solo dopo la rivelazione della Mugnaia la Battaglia delle Arance può avere inizio: le varie squadre di aranceri si sono infatti sfidate nelle giornate di domenica, lunedì e martedì, giorno in cui si è conclusa la battaglia ed è stata proclamata la squadra vincitrice. L’edizione 2026 ha visto trionfare la squadra dei Diavoli aranceri a piedi, che con 99 punti ha conquistato il primo posto, seguita da Scacchi e Picche.

La Mugnaia dell’edizione 2026

L’edizione 2026 ha introdotto anche alcune novità organizzative. Tra le più significative vi è stato lo spostamento dei Diavoli in Piazza Freguglia, scelta che ha portato ancora più energia ed entusiasmo al tiro. Inoltre, sono stati intensificati i controlli di sicurezza e limitato il numero dei partecipanti alla sfilata del sabato, nel tentativo di garantire un maggiore ordine e una gestione più sicura dell’afflusso di pubblico. Misure che dimostrano come, pur restando fedele alla propria identità, il Carnevale continui ad adattarsi alle esigenze contemporanee.

Tra le critiche che ogni anno riemergono, la più frequente riguarda il presunto spreco di arance. In realtà, pochi sanno che gli agrumi utilizzati durante la Battaglia non sono destinati al consumo alimentare: si tratta infatti di prodotti non edibili, provenienti da eccedenze che non verrebbero immesse sul mercato. La loro funzione, per tre giorni, è di essere un simbolo, sempre nel rispetto dell’ambiente.

E forse è proprio questo il punto: a Ivrea le arance non sono solo frutti, ma strumenti di memoria collettiva, parte di un rito che si rinnova da secoli. Tra il rumore dei lanci e il colore che invade le piazze, lo Storico Carnevale di Ivrea non si limita a essere osservato, ma si vive. Ed è per questo che, almeno una volta nella vita, bisognerebbe trovarsi lì, in mezzo alla folla, per capirlo davvero.