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Shall I – Opera sperimentale in tre movimenti

I movimento
 Look in thy glass and tell the face thou viewest

II movimento
V: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni

III movimento
When Forty Winters shall besiege your brow

L’opera: Shall I è un esperimento di scrittura audace, perché stravolge, cannibalizza e contamina la più canonica – e insieme la più rivoluzionaria – tra le forme poetiche: il sonetto. Poiché i versi di Petrarca, Michelangelo e Shakespeare hanno superato la prova del tempo, gli autori hanno deciso di portare a nuova vita tutte quelle figure, quelle storie e quelle ambientazioni nascoste nell’impalcatura della forma sonetto. Fair Youth, Laura, lo specchio, l’acqua, le chiome e i capelli d’oro esistono materialmente e fisicamente in queste pagine e l’effetto che ne deriva ha la forma di una lanterna magica.

Lo spettatore viene catapultato in quest’avventura poetica senza avere il tempo di porsi delle domande, trovandosi immerso nelle storie, nei frammenti, nelle visioni, nelle grandi scene e nelle illusioni che abitano la poesia fin dai tempi di Petrarca e che ancora ci accompagnano.

Il Coro, retaggio della struttura tragica, introduce il tema dei tre movimenti.

Gabriele Corna ha partecipato alla stesura, all’elaborazione e all’editing dell’opera.

Primo Movimento

–   Argomento del primo movimento: nello scontro tra l’antico e il moderno, tra le tradizioni classiche e le rivoluzioni sperimentali, questo movimento si concentra sui temi di sogno e illusione; memoria ed eternizzazione; specchiarsi; follia e frenesia amorosa; vendetta; trasformazione della donna angelicata.

–   I sonetti di riferimento sono: 1 e 149 (Shakespeare), 272 (Petrarca), 102 e 151 (Michelangelo) e altri.

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Elisa Rovetto, Giulia Rolando, Gloria Policaro, Chiara Cavallero, Letizia Desimone, Milena Re, Arianna Ferrero, Margherita Ricchiardi, Ludovica Maione, Mattia Marin, Leonardo Besson, Pietro Delodi, Celeste Palmas, Giulia Grosso, Marta Gennaro, Elisa Murgante, Ilaria Cervi.

Secondo Movimento

–    Argomento del secondo movimento: questo movimento sfida l’argomento classico del sonetto michelangiolesco relativo alla contesa tra le diverse forme d’arte. Come può manifestarsi, oggi, questa sfida impossibile della rappresentazione? Quali sono le forme ibride metaforiche e contaminate che riescono ad abbracciare tutti i linguaggi dell’arte?

–   Principali sonetti di riferimento sono: Sonetto 29 e 126 (Petrarca); sonetto 18, 116, 120, 149 (Shakespeare); sonetto 29 (Petrarca); madrigale Come può esser ch’io non sia più mio?, sonetti 17 e 151 (Michelangelo) e altri.

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Matteo Bonino, Matilde Bianco, Dario Prunotto, Anna Paruzza, Giulia Frenna, Michela Voghera, Alessia Bersanetti, Rebecca Zanin, Lorenzo Pietracatella.

Terzo Movimento

–   Argomento del terzo movimento: questo movimento rielabora il tema della caducità dell’esistenza e del trascorrere delle generazioni. L’invito alla procreazione, e al non disperdersi della bellezza, caro al ciclo di sonetti dei Marriage Sonnetts shakespeariani, quali connotazioni può assumere nel nostro mondo?

–   I sonetti di riferimento sono: ciclo di Marriage Sonnets (Shakespeare).

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Elia Ferrari, Cristina Galizio, Elisa Pantone, Giulia Bongioanni, Rebecca Deandrea, Alessandro Dema, Linda Pascazio.

Primo Movimento

Look in thy glass and tell the face thou viewest

[Entra il coro]

E allora parliamo di uomini.

Parliamo di me e voi,

di coloro che camminano

sulla terra bagnata dalla pioggia

e di tutti quei personaggi

che abitano tra le stelle.

Parliamo della guerra più antica di tutte

della contesa che non conosce pace:

se esista mai su questa terra

un’arte che sappia descrivere la vita.

I pittori hanno sfidato i poeti in descrizioni

e scultori e musicisti hanno combattuto

per la plasticità della materia;

tutto quello che ne è rimasto:

è che pace non abbiamo e non troviamo da far guerra.

L’unico giudice è l’umano

di quale sia l’arte migliore,

ma le Muse sono creature tentatrici

che a volte innalzano e a volte abbattono

il loro umile cantore.

Quando l’universo ha smesso di coincidere

e il mondo ha iniziato a esistere

sono nati i racconti;

parliamo, allora, di quelle storie

che nel loro svolgersi

ci aiutano a vivere.

[Esce il coro]

 Narratore

Il dottor Francesco Manzoni, che pure non aveva mai studiato l’autore lombardo per un rancore che provava nei suoi confronti, era uno psicologo. Nella sua breve carriera era già riuscito ad essere assunto in una delle più rinomate aziende per il supporto psicologico nella sua città, e in questo contesto aveva conosciuto la sua compagna. O meglio, “ex-compagna”. Sì perché il dottore, seppur di giovane età, era già intenzionato a mettere su famiglia, aprire il mutuo, scegliere la scuola per i figli, affrontare la suocera a natale durante una partita a tombola,… Laura no. E questo gli spezzava il cuore. Una volta bloccato su tutti i social di lei, tutto ciò che rimase al dottore era il lavoro (oltre che la casa, visto che la collega era andata a stare dai suoi), ma anche questo stava per essergli portato via. Questo perché, com’è risaputo, uno psicologo che vive un certo trauma non può seguire pazienti con traumi simili, e si dà il caso che Manzoni fosse un consulente di coppia e che le sue sedute individuali procurassero lui maggiore clientela quando entravano pazienti dal cuore spezzato. Si dà anche il caso che proprio domani si terrà la seduta che deciderà le sorti lavorative di Manzoni e lui è impreparato, come quando da ragazzo il giorno prima della verifica andava in montagna invece di studiare. – Come faccio adesso? – continuava a chiedersi. L’idea che ritenne più brillante fu una delle prime a cui pensò. Il dottore pensò al suo manoscritto da pubblicare: un diario delle sedute in cui erano raccontati quelli che per lui erano i sogni più coinvolgenti, professionalmente parlando, riguardo ai temi dell’amore. In questo breve testo aveva raccolto sette storie di sette pazienti e ora che stava rincasando lo stringeva forte in mano, tra una spallata e uno sguardo provenienti da quello e dall’altro concittadino con cui condivideva giornalmente il tram. Salì le scale e mangiò con stanchezza gli avanzi del giorno prima, poi si alzò senza sparecchiare e si diresse verso camera sua. Si tolse i jeans, e accesa l’abat-jour, si infilò sotto le coperte, con solo l’energia per sfogliare il suo stesso testo: ”Dedicato a Anne, per l’amore che mi hai trasmesso per lo studio”. Scansò la pagina con il titolo della raccolta e iniziò a leggere dal primo capitolo.

Prima categoria:
Sogno e illusione[1]

Dalle memorie di un sognatore

Cosa lega gli uomini ai sogni d’amore?

Risposta che solo un sognatore saprebbe indicare attraverso parole velate.

Sognatore non è colui che dorme, ma colui che rende la propria vita sospesa tra realtà e meraviglia, tra vita e sogno, dando un significato alle fantasticherie d’amore e rispettando questo sentimento poiché sa quanto sia più forte rispetto al dolore.

Immaginiamoci per un istante di vivere in un mondo privo di sognatori, chi guarderebbe più la luna con stupore, amando il firmamento più di quanto il cuore sia capace?

Un giorno lo incontrai un sognatore: all’epoca lavoravo come portinaio di un vecchio teatro e lo scorgevo spesso trovare conforto nel bicchiere di una vecchia locanda; le persone erano strane laggiù: nessuno lo capiva. Forse nemmeno lui stesso si capiva, ma gli andava bene così perché l’unico essere da cui voleva esser compreso era colei che da tempo incontrava all’uscita del vecchio teatro: una donna bellissima con i capelli dei colori delle foglie dorate in autunno. Dal suo viso scolpito dalla giovinezza traspariva l’ardere delle più misteriose emozioni che giorno dopo giorno lui osservava di nascosto. Le sue mani erano così bianche che sembravano in grado di non sfiorire mai. Il sognatore innamorato aveva concepito diverse proposte di come la donna si potesse chiamare, ma nessuna di queste sembrava appartenere a lei, o forse, era lui stesso a preferire silenziosamente di celare questo mistero.

Così, persuaso, dopo anni, il timido sognatore decise che quel volto meritava tanti versi quanti erano gli astri nel cielo: era gennaio, e sotto la porta del teatro una lettera ingiallita e con un timbro di ceralacca rosso attirò la mia attenzione.

Capii che la lettera non era per me ma, curioso, la lessi ugualmente: sulla carta, incisi come pietra, formicolavano versi così sinceri da intimorire persino l’animo più colto

Incrociare il tuo sguardo angelico

tra il buio

di ciò che mi circonda

mi salva

sognare di un futuro con te

è sufficiente

perché io percepisca la vita

farsi più leggera

ogni mio giorno è ormai segnato

da quel breve incontrarti

che dà sostanza al mio incompreso vivere

se quel che piace è grande sogno

a me piace

sognar di te.

Pioveva. I miei occhi non versarono lacrime, ma fu la pioggia a farlo per loro. Anche la pioggia si era resa conto che l’uomo altri non amava che un attore: il migliore dei talenti femminili, colui che poteva essere cento donne e non ne era nessuna.

Il sognatore non vide più la sua Ofelia o la sua Cleopatra, né tutti i ruoli che nel corso delle stagioni passate l’aveva visto interpretare. Ho pensato di dire la verità, di parlare al sognatore della misteriosa morte del giovane attore, avvenuta la notte stessa in cui la lettera venne lasciata sotto la porta del teatro. Una morte ingiusta, un omicidio apparentemente immotivato, o forse no, perché la sua ingenua femminilità turbava l’animo di molti. Decisi dunque di tacere, capii che era meglio lasciare un sogno infranto piuttosto che svelare un’aspra realtà: con le mie parole avrei trasformato il suo amore perduto in un giovane talentuoso con l’anima di donna.

Mi sveglio con un nodo alla gola. Frastornato un senso di angoscia pervade il mio corpo, controllo la data indicata sulla mia sveglia: 25 gennaio 1975. Era tutto un grande sogno, così reale che quasi mi sembra di tenere quella lettera tra le mani. Non sono un portinaio di un teatro, sono un misero dipendente che lavora nella biglietteria del cinema meno frequentato della città, è tardi, devo andare a lavoro. Non riesco però a concentrarmi su quel che devo fare, mi sento ancora immerso nel sogno e continuo a rivivere le tristi emozioni della constatazione dell’impossibilità dell’amore, immedesimandomi nell’animo del timido sognatore.

Decido di alzarmi e ricordo che è mercoledì, giorno in cui in programmazione ci sono solo film d’epoca. Sorrido mentre realizzo che tra il pubblico di habitué ci sarà Olivia.

È da tempo che sono innamorato di lei, penso spesso al momento in cui sarò pronto a dichiarare con sincerità ciò che ancora provo, ma la mia timidezza e la paura di poter ricevere un rifiuto mi bloccano da tempo. Ho sempre preferito rimanere nell’idea in cui ancora stiamo insieme, non vorrei che la dichiarazione della verità possa rovinare il nostro rapporto di amicizia. Non voglio interfacciarmi con la realtà, che potrebbe riservarmi dolore.

Mi preparo ed esco di casa, mentre cammino la mia mente ritorna al sogno di questa notte. Immerso nei miei pensieri arrivo al cinema, mi posiziono sulla mia poltrona rossa un po’ impolverata e attendo l’arrivo dei clienti, sperando che il primo volto che vedrò sia quello di Olivia.

Il sogno si ripresenta ai miei occhi, e sono quasi infastidito dall’ennesima successione di quelle immagini nella mia mente. Tra gli ultimi clienti entra Olivia e cammina verso di me con un sorriso sul viso, e con la sua fragile voce mi chiede un biglietto con le monete già pronte nella mano, desiderosa di raggiungere velocemente la sala per non perdersi i primi istanti del film. Mentre le porgo il biglietto penso che vorrei vivere in quell’istante per sempre. Prende il biglietto, mi saluta e si volta verso la sala. Comincia il film e l’ingresso del cinema si svuota, e io resto nuovamente solo con il sogno ben fisso nella mia mente. Forse dovrei trovare il coraggio di parlare a Olivia perché non riesco a sopportare l’idea di poter vivere una vicenda simile a quella del sognatore. Decido di scrivere una lettera che le consegnerò alla fine della programmazione

Ti cercherò là dove l’anima, Narciso, 

echeggia nel tuo profondo specchio d’acqua

così profondo, che quasi non ti vedo più

ma senza voltarmi continuerò a cercarti.

quando lo sguardo, incrocerà il tempo perduto

solamente allora, verrà la mia estate.

Sospirando, pervadi la mia mente di notte

lascia che il sogno tormenti i sentimenti.

Questo è il mio regalo per te.

Amore, consumato respira il rimpianto

quella sera di averti sorriso soltanto

e se illuso sarò io ad amare di più,

nessun uomo spenga le mie stelle

sarò il sole innamorato della neve.

tuo Will.

Narratore

 Lesse le proprie note: «I dati del paziente sono preoccupanti, confonde le illusioni della sua mente con fatti realmente accaduti, manca completamente di senso di realtà, non mangia, non vive. Sembra aiutarlo solo la poesia. Quell’uomo… erano mesi che pensava di aver parlato a quella ragazza. Forse Olivia non era neanche il suo vero nome ma solo un frutto della sua fantasia, così come tutte le sue interazioni con lei. Eppure ogni volta che si scontrava con la realtà rispondeva con uno sbadiglio. Non dormire per il lavoro lo faceva sognare di giorno e si sa non bisogna svegliare i sonnambuli.»

Seconda Categoria:
Ricordare, memoria ed eternizzazione[2]

Tempo, donna ammaliatrice e scaltra, nuda e altera

abbandona la tua superbia 

e concedimi un attimo in cui sopravvivere con te 

che vivi indifferente e non ami.

Non mi ami: fuggi; ridi di me e scappi

dalla noia di rendere me essere,

parole immobili e destinate,

pensieri e bagliori infiniti.

Donna, tempo tentatore e ladro, sentenza assassina,

fiori irrisolti, albe appassite;

scorgi dall’alto il mio affanno e 

non consoli la mia perduta eternità.

Corri ma consenti il ricordo del cuore e 

correndo non smettere di ricordarti di me.

Tra la critica e la poesia

Commento critico:

LA CRONOFOBIA: il tradimento e la consolazione del tempo.

La cronofobia è la paura del tempo. La paura del tempo che inesorabilmente fugge via da chi lo ama, lo brama e lo attende. Si tratta di una fobia comune a tutti gli uomini che possiedono un’anima che spera e piange, che riflette e si tormenta.

La cronofobia è l’angoscia del trascorrere di una vita che fuggendo tradisce se stessa, alienandosi e svuotandosi del suo puro significante e significato: il tempo.

La cronofobia è la malattia di un tempo veloce, fatto di sospiri fuggenti, emozioni consumate e ansia per l’eternità. Un tempo che sembra immobile nel suo destino ma fuggevole nei suoi attimi ordinari e quotidiani. Un tempo che tradisce e non sente obiezioni: un tempo che fuggendo ride di chi lo aspetta con un ghigno sordo e ridondante; un tempo che immobile osserva l’affanno di chi lo ama e gode animatamente. Un tempo che assale e che ricorda a chiunque possieda un’anima che è proprio lui a morire ripetutamente nel silenzio della malinconia e nell’orrore della mortalità.

La cronofobia è l’ossessione per gli attimi e lo sguardo attento di chi spera in un soffio vitale eternamente vivo, umano e reale. Un momento idilliaco dove tutto è destinato alla vita e niente alla morte. Tutto è eternamente presente e niente è disgregato dall’eco vicino del futuro imminente.

La cronofobia è la paura di non trovare dove la vita si nasconde nel tempo delle cose umane.

La vita si nasconde agli angoli del mondo, nei posti aperti all’ignoto e oscuri alla mente.

L’uomo si presenta in ogni luogo. Si mostra. Si palesa. Si rileva. Si svela.

La vita gode indifferentemente della sua eternità mentre l’uomo attende nella sua disperazione un momento che duri per sempre.

L’uomo cerca la vita. L’uomo piange e inspira, si dispera ed espira finché non la trova: la vita è lì in un angolo distesa. È nuda, pallida, indifferente. Sorridente di un sorriso fastidioso, vittorioso, capace di comprendere ma incapace di rispondere. Ha gli occhi vergini dalle paure, le labbra consumate di chi vive e il corpo di chi ha sentito su di sé il sorgere di molte albe.

L’uomo è illuminato dal suo bagliore di indifferente eternità. Sceglie di incatenarla a sé in un abbraccio indissolubile. Lei ferma e impassibile si lascia stringere, per un attimo. Un attimo folgorante che brillerà nell’anima di un uomo che ha paura del tempo e che proprio per questo illuminerà il suo breve momento di essere.

Un solo istante per essere anima e per essere luce.

Un solo istante per essere arte.

La cronofobia è la paura degli attimi che non sono anima, non sono luce. Non sono attimi che risplendono come un’alba salvifica, come uno scintillio positivo che da lontano ricorda e salva.

Non sono attimi abbracciati dall’uomo oltre l’oblio della dimenticanza. Non sono attimi stretti tra il cuore e la memoria di chi teneramente li stringe alla luce del proprio essere e ai primi colori lontani e tenui di un’alba che risolverà. Non sono attimi che obiettano contro il bisogno dell’uomo di amarli e piangerli. Non sono attimi che si divincolano, che scivolano e che svaniscono con il sorgere del Sole.

Ma sono attimi che cullano, rasserenano e accarezzano.

Sono attimi che hanno la traccia della luce e il bagliore del ricordo.

Sono attimi di cui non avere paura perché ricordano all’uomo di essere: di essere folgorante arte e pallida malinconia.

Sono sospiri di luce.

Sono arte.[3]

La nostra vita è costantemente scandita dal ticchettio di un orologio, dalla sabbia che scende piano piano verso il basso in una clessidra, da qualcosa che ci ricorda che il nostro tempo in questo mondo non è infinito: è un’entità onnipresente, ci scruta nella sua indifferenza e divora gli attimi della nostra vita che diventano pian piano irrecuperabili. 

Tutto scorre, compreso il tempo. Ci sembra che ciò avvenga fin troppo velocemente, tanto che talvolta perdiamo di vista i nostri obiettivi, che ci sembrano appartenere a un futuro lontano; talvolta ci dimentichiamo di fermarci ad apprezzare ciò che abbiamo. Ma vivere nel presente, senza affannarsi per il futuro e senza nemmeno rifugiarsi nelle memorie passate, non è semplice: il tempo sembra essere nostro antagonista, misura la vita e poi la toglie, consuma e distrugge, e la paura di non poter più vivere nuove estati e di dimenticare attimi appartenenti ad un passato di amore e giovinezza spesso ci divora.

Per questo motivo tendiamo a cercare più e più volte di rivivere un determinato istante, magari a causa della nostalgia di qualcuno, o di un determinato avvenimento, o perchè forse può destare ancora parecchie preoccupazioni nel presente, ma dal momento che questo non può più tornare una seconda volta possiamo farlo solo attraverso la memoria: così cerchiamo di imprimere in quegli attimi indimenticabili la vita. 

Il tempo è fuggevole, scorre veloce senza aspettarci, ma c’è una cosa che può temporaneamente fermarlo e si tratta della bellezza: solo l’arte riesce a imprimere nell’eternità i begli occhi o la morbida veste della donna amata nel giorno in cui l’abbiamo incontrata per la prima volta. L’arte, la parola e in particolare la poesia sa rendere dinamica, viva e collettiva un’esperienza prima solo personale, ma che i poeti hanno saputo dipingere con dettagli così suggestivi e commoventi tanto da renderla un’immagine eterna e coinvolgente anche a centinaia o migliaia di anni di distanza. Un incontro inaspettato, uno straziante addio, uno sguardo gentile o un paesaggio primaverile possono così rinascere ogni volta che si rilegge la poesia, riportandoci ad immaginare una scena già successa, anche se la linea del tempo prosegue lineare e rapida davanti a noi, ricordandoci di utilizzare sempre tutti i momenti a nostra disposizione, alla ricerca di un atteggiamento giusto, accogliendo tutti i piaceri, le gioie e le lezioni che la vita ci regala[4].

Narratore

Lo sguardo del dottore si distolse momentaneamente da quel giallo flebile, fioco, fragile, formale, estremamente onirico dei fogli. Poi si proiettò oltre il vetro della finestra: si erano appena accesi i lampioni. 

Terza Categoria:
Specchiarsi[5]

Perfettamente uguali

Nello specchio dell’antico [6]Nello specchio del moderno [7]
“Dalle più belle creature desideriamo procreazione, cosicché la rosa della bellezza non possa mai morire”.Amabili versi, dolci e raffinati, colmi di speranza per il pover uomo ormai giunto presso l’abisso.Così soavi che sembrano celare, seppur per un istante, l’amarezza intrinseca al vivere.Di questi versi, io non so che farmene.Nulla per me apporta conforto ela prospettiva di una morte anonimae non compianta mi è familiare.Non possiedo la fortuna di esser di bell’aspetto.Il mio volto è sfigurato, i suoi tratti rigidi.Il mio corpo è deforme, incompiuto.Chi mai amerebbe uno storpio?Solo un folle probabilmente.Non posso essere amato, tanto menoessere amante. I miei sentimentisarebbero certamente respinti con scherno, se non con disgusto.Come biasimare? Io stesso non possiedoné la forza né il coraggio di intrattenermidinanzi uno specchio. Il mio seme? Il mio seme dite? E cosa me ne faccio.Sarò tomba di un amore a me mai insegnato.La sola idea di averlo in sé ripugna colei su cui cade il mio sguardo.Io, frutto corrotto di una natura ingannatrice, non posso che giungere ai miei scopi tramite la forza brutale della crudeltà.La mia fame, o specchio, la fame che mi consuma, che mi divora, è fame del potere a me dovuto. Il potere più grande di tutti.Il destino ribaltato di colui che giudicato imperfetto ora si fa giudice e carnefice.Non mi importa a chi arrecherò danno, no.Siamo tutti effetti collaterali, d’altronde, di un mondo che rende spietati.E io mi sono deciso a sposare questa spietatezza.E a non avere più limiti.“Guardati allo specchio e di’ al volto che vediche è ormai tempo per quel viso di crearne un altro”. Con quanta grazia i poeti invitano alla vita, rendendo omaggio persino alle più grandi frivolezze. Il mio dono è tanto unico quanto infido e temibile. No, qui non si parla di frivolezze.Non necessito un fanciullo che risvegli in me la dolcezza di una gioventù ormai trascorsa. Il mio stesso viso, nei suoi lineamenti più amabili,ne è un ricordo perpetuo e indelebile.Questa stagione effimera per molti, è per me costante.  Una maledizione, forse? Una grazia, obietto io. Chiunque mi guardi resta incantato e ogni passante in strada volta gli occhi per ammirarmi. Sono io il fanciullo del poeta.Il volto della primavera perenne  che tutti bramano. Il seme che possiedo. Il seme bramato, supplicato, agognato. Sarei folle a volerne diventare tomba, eppure… eppure rabbrividisco alla sola idea che tale perfezione possa essere a me sottratta. Una voce, quella stessa, profonda, mia voce che mi spinge ad amarmi mentre ti guardo, specchio, mi spinge a conservarlo questo seme, a custodirlo, gelosamente.E poi questa voce mi parla di sangue. Vuole il sangue. Il mio piacere, la sofferenza altrui.Voi non la sentite questa voce? Voi non credete che io senta questa voce?Perfezione. Tutto ciò che è difetto va nascosto, relegato alle più oscure stanze del mondo. Sono eternamente giovane e perfetto. Perfezione. Altro non puoi avere da me, specchio.

Conclusione a “due voci”:

A: Cos’altro dovrei fare? Aver paura di guardarti, specchio? Di guardare questo mio sproporzionato viso?

B: E cosa dovrei fare io? Immagine perfetta all’esterno ma mostruosa all’interno, costretto a non vedere altro che la seconda quando di fronte al mio riflesso.

A: Un mostro sì, ma che ora ha in mano il mondo.

B: Lo stesso mondo che mi ha reso così, corrotto, privo di integrità. La mia non è stata una scelta.

A: Avevo forse alternativa? Quando ciò che conta è apparire, a cosa servono moralità e valori nel raggiungimento del più alto potere?

B: Servono quando convinti di distruggere gli altri per i nostri fini, non procuriamo che del male a noi stessi. Questo è quello che ora so. Questo ciò che vedo.

A: Esiste allora una possibilità di redenzione? Tornare a guardare il proprio riflesso senza esserne disgustato?

B: Agli occhi degli altri la nostra immagine non muterà mai… 

A+B: …così eternamente opposti, così perfettamente uguali.

Narratore

 Da lontano giunse l’eco esile di un tuono. 

Quarta Categoria:
Follia amorosa[8]

Lettera di un innamorato

                                                                                                                             8 maggio

Amata F,
Voglio che tu smetta di dubitare di me, perché sapere che il mio amore ti sembra un fiore che nasce e muore ogni giorno mi fa odiare la mia vita che non è nient’altro che tua serva da quando mi hai tolto a me stesso. 

 Così scrivo qui l’ultimo frutto del mio continuo malanno, amore, che per tanto tempo ho considerato la sorgente della mia vita, il nutrimento per saziare un certo appetito, ma che forse, alla fine, non è altro che bacino di oscurità e fuoco. Adesso la vedo, o Dio o Dio o Dio, ora vedo l’oscurità in cui siamo. Ma poiché questo è il tuo regno, decido di fermarmici, rinunciando al sole che non è caldo come il tuo inferno.
Se prima il buio mi spaventava e il fuoco mi bruciava e avrei tanto voluto una via d’uscita, adesso non saprei come aprire gli occhi davanti a una luce che non sia la tua e non riuscirei a inspirare senza l’inferno che mi passa el core.
Pensavo fossi cara e così ti ho seguita e inseguita perdendo a ogni passo un pezzo di quello che sono stato prima di incontrarti, la mia ragione è sparita, ma era solo di intralcio alle nostre felicità e a quella dei tuoi cani, esseri divini ormai figli per me. Pur di riuscire a vedere il tuo bel viso e non solo più le tue spalle ho agito come nessun essere umano dovrebbe. Nessuna vita potrà mai valere quanto un tuo desiderio o respiro e così, oltre a perdere pezzi di me, tanto altro ho dovuto sacrificare, per te, che esisti nel mio cuore senza avermi mai toccato.
Mi sono meritato una tua carezza, dopo aver ucciso per te mia madre, almeno da compensare il vuoto d’affetto che sarebbe venuto, ma la tua mano a me non si è mai avvicinata, così mi chiedo, cosa devo fare per sentire le tue dolci membra? Godi di tutta la devozione che ho per te, chiamami amore della tua vita e fa che io possa cullarmi in eterne estati grazie alla tua pietà. Nulla importa se ti sei rivelata porto chiuso ai miei occhi e al mio cuore, perché ti appartengo da quando i miei occhi li hai usati come finestre per rendere il mio petto la tua casa. Chissà chi sarei io adesso, se in quel momento fossi stato addormentato, visto che io senza te, donna diva, non sono.
Mi piaci sempre più e così voglio celebrare la mia ossessione irrefrenabile.
Mi sei entrata dentro, ora mi esci da tutte le parti, nel mio corpo non so più dove farti stare, l’hai riempito già tutto, e così ti lascio andare con il mio sangue, trabocca dalle mie vene, scorri e nutri questo mondo.
Ti dedico questo mio gesto d’amore, non credere mai più alla notte e lasciami adesso una carezza, per favore.

                                                                                                 Tuo perdutamente innamorato M 

4 maggio 

Caro M,

Forse non m’ami più? Mi dissi che mi amavi perdutamente, eppure io non vedo niente; l’altra notte ho anche sognato, un sogno strano di sgomento, che costodivi un’urna con dentro le mie ceneri, le spargevi al suolo, te ne liberavi come di un brutto giorno, come di un cane che non si vuole più, come di un figlio nato morto. Cosa mi dice la notte? Che non m’ami.

Eppure ciò che ti chiedo, tu lo fai, succube amante dei miei desideri.

Ti dissi, burla malvagia, portami domani, il cuore di tua madre per i miei cani: tu ieri uccidesti tua madre per me. Le hai dissacrato il petto, disonorato con le tue stesse mani colei che ti mise al mondo e che ti fece vivo. Dovrebbe farmi felice, non è vero? Eppure il tuo amore mi sembra un fiore che nasce e che muore ogni giorno.

Daresti la vita per me? Non avresti il coraggio, chiederesti pietà, ma io per te non ne ho; io ti odio perché tu non m’ami.

Non posso farmene niente delle tue lacrime e delle tue virtù, della tua onestà e delle tue follie, di parole scritte nei deliri del tuo amore cieco.

Amore mio, se mi vuoi bene, fa che io possa toccare con mano quel sangue che dici scorrere soltanto per me, e forse lì io ti potrò amare.

Tua F

Narratore

L’analista appoggiò un momento il libro sul suo busto coperto a faccia in giù, così da avere momentaneamente le mani libere per stropicciarsi gli occhi. Fece uno sbadiglio e tra un colpo di sonno e un altro riprese la lettura.

Quinta Categoria:
Vendetta[9]

Leòn e Marlene

Il chiasso del locale rendeva semplice perdersi nei ricordi a entrambi. Con una mano Leòn batteva un ritmo a cui nemmeno lui stava pensando, mentre con l’altra stringeva il bicchiere del whisky in cui lentamente il ghiaccio allungava il liquore. Sul divanetto di fianco a lui Marlene reggeva una Lucky con il filtro macchiato del suo rossetto in una mano e un Martini Dry nell’altra. Il fondo del suo bicchiere aveva raccolto tutta la nota amara del gin, ma la norma sociale del contesto in cui si infilava periodicamente pretendeva che il bicchiere rimanesse vuoto.

Un plauso seguito da grida e risate e schiamazzi dall’altra parte del locale destò entrambi dai loro pensieri e voltandosi in quella direzione videro un uomo dalla barba rossiccia e con un occhio nero acclamato da una folla radunata attorno a un tavolo verde. L’uomo era rimasto bizzarramente impassibile.

Avevano entrambi molto di cui parlare e poco dannato tempo per farlo: per lei il tempo era denaro, il denaro potere e il potere era tutto.

Il sicario sorseggiò in maniera delicata. – Voglio diecimila dollari in più, questo lavoro è stato una vera merda! – disse. Marlene lo guardò come se non avesse fiatato, con una nota di disgusto, aveva pensato un avventore che, sentito rumore per la prima volta dal loro tavolo, si era girato in quel momento. La donna tolse il filtrino dal bocchino ed estinse la combustione in un Fenton Swirl. Poi con compostezza, rispose: – Non ti pagherò proprio, ci hai messo più del dovuto; avevamo un altro accordo -.

–          Mh – rispose Leòn – Se questo è il modo in cui vuoi fare andare le cose penso che dovrai trovarti un altro professionista: non lavoro per una puttana che non paga -.

Ci fu un momento di pausa in cui due bicchieri di cristallo si toccarono.

–          Ti reputo intelligente, Leòn, sai? Però quando non regoli la lingua … – un tonfo sordo si levò da sotto il tavolo. Léon contorse la faccia: il suo piede era appena stato trafitto da un tacco a spillo.- …Possono succedere cose molto brutte – disse lei sogghignando. Il suo piede si alzò. – E ricordati che sono l’unico motivo per cui New York non ti ha ancora divorato-.

–          Se sei dove sei è merito di tutti gli ostacoli che ti ho tolto di mezzo in questi anni… Se solo volessi… io – sussurrò Leòn in preda alla rabbia, mentre afferrava il calcio intarsiato della sua Colt preferita-.

Con aria di sufficienza Marlene guardò il suo braccio e schioccò le labbra – Saresti così stupido da puntarmi addosso la pistola che ti ho regalato? Sei più riconoscente di così, mettila via.-

Lui la guardò, come se fosse lei ad avere una pistola in mano. Marlene aggiunse: – Sei solamente un mio strumento, nulla di più, senza di me vagheresti senza uno scopo preciso – poi con le braccia si spinse verso Léon e gli stampò un bacio sulla guancia.

Adorava che la barba la pungesse.

Si alzò sistemandosi i capelli crespi, grigi come il fumo, mentre lui fissava ammutolito la pelle di lei come squamata, riuscendo quasi a ricordare la bellezza di un tempo ormai sfiorita. Si era fatta divorare dalla sua ossessiva smania di potere e lui era stato a guardare inerme, senza rendersene conto fino a quel preciso istante. Lei non lo aveva mai amato, o almeno questo era quello che traspariva, ora limpido come il bicchiere di lei.

Spezzò bruscamente il suo monologo interiore: “Chiamo un taxi, andiamo a casa

mia!”

Durante la traversata del locale Marlene si fermò un secondo per sistemarsi il gancetto del tacco a spillo che le si era girato al contrario dietro la caviglia e mentre accovacciata decise anche di pulire il sangue sul tacco. Dietro di sé aveva lasciato una scia di goccioline rosso sipario, una percorso che decise di seguire con lo sguardo nonostante sapesse benissimo dove avrebbe portato.

I suoi occhi videro le zampe del tavolo ma il piede di un uomo pestò una delle sue goccioline e decise di cambiare bersaglio della sua curiosità. Smise in fretta di seguirlo con lo sguardo, per concentrarsi su una figura che aveva attirato la sua attenzione.

Era una donna. Indossava un vestito bianco marmo, fatto di un tessuto lucido, che dopo quattro piccoli bottoni all’altezza dell’addome lasciava posto a una gonna a tubino, mentre in testa aveva un cappello la cui rete copriva gli occhi e non permetteva a nessuno di far incrociare il suo sguardo, poichè assorto nel bicchiere che aveva posato sul tavolo. Questa, sentendosi osservata, alzò la testa e incontrò gli occhi di Marlene. In mezzo secondo le parlò con lo sguardo, facendole intendere del suo disagio nel trovarsi lì, circondata di gentaglia, criminali e istituzioni mosse solo dalla voglia di potere; le comunicò di suo marito, il quale non la amava più, come neanche lei amava lui, ma che le proponeva questo genere di serate per mantenere lo status; le parlò di Marlene stessa, che in quegli occhi si rivide come fossero uno specchio. Tuttavia, come spesso succede tra estranei, entrambe distolsero subito lo sguardo, e la donna tornò a nascondersi nel suo calice in vetro.

I due colleghi si ritrovarono sull’uscio che l’uomo del posto stava tenendo aperto per loro. Lo varcarono e salirono delle scale di compensato che portavano fuori dalla cantina e, varcata la botola, fecero un cenno di saluto al proprietario della pizzeria. Passarono indisturbati tra i clienti indaffarati a consumare la loro cena e uscirono sul marciapiede; Marlene alzò un braccio come segno di richiamo al taxi che viaggiava nella loro direzione.

Leòn fu pervaso da una sensazione angosciosa. Sentì come se non dovesse salire sul taxi, come se fosse la sua vita a farcelo salire sopra, non lui. Tuttavia provò a mettere da parte i brutti pensieri e obbedì al corso degli eventi, come aveva sempre fatto prima. Salì su quel taxi, su quei sedili su cui prima si erano sicuramente sedute molte altre persone nel suo stesso stato d’animo. Quel fottuto taxi lo stava traghettando verso l’inferno di una vita vissuta nell’ombra dell’altra

-110 Longfellow Avenue – disse Marlene, e l’auto partì.

La donna decise di prendere subito in mano la situazione: – Non ti illudere che io e te finiremo a fare qualcosa stasera, Leòn. Ricordo benissimo certi avvenimenti ma sai benissimo cosa penso del nostro rapporto. E sai benissimo che sono il tuo capo e che non conviene che due come noi finiscano a letto assieme. A proposito – e nel dire ciò estrasse dalla pochette da sera una busta con la paga del sicario. Leon la fissò stizzito per un momento, poi la prese e la infilò nella giacca.      – Come può dirmi questo? – pensò tra sé e sé, – Come riesce a essere così crudele? Come fa a non rendersi conto di quanto mi sono annullato per lei? Non si accorge che penso a lei soltanto? Come cazzo è possibile? -. Guardò fuori dal finestrino le luci della città, i passanti sui marciapiedi, i negozi chiusi, la polizia.

-Deve togliersi questo tarlo- pensava Marlene intanto,- non sono né Phoebe né Rachel e non ho intenzione di scopare come se fossi sua. Certo mi divertirei ma devo mettere da parte questo desiderio: non sono più una ragazzina e non posso permettermi di darla in giro come capita o perderei il rispetto di tutti i più grandi bastardi di questa città. Ho un’attività da portare avanti -. Guardò fuori dal finestrino i cestini, le prostitute, i grattacieli, i barboni.

Erano già arrivati sul Verrazzano-Narrows Bridge e nessun’altra parola era stata detta. L’atmosfera era molto pesante, carica di tensione: sapevano entrambi che sarebbero finiti a litigare.

Arrivati a casa di Marlene il rumore dell’auto fece svegliare la vicina, che però richiuse gli occhi; il rumore delle portiere che si chiudevano la fece ridestare: – Fottuta sgualdrina – pensò prima di riassopirsi.

Con regalità Marlene estrasse dal portamonete una banconota che porse cordialmente al tassista. Attese il resto, poi lo salutò con un – Arrivederci -.

Mentre percorrevano il vialetto, lei davanti con già le chiavi in mano, Leòn fu catturato dalla vista del corpicino di uno scoiattolo in decomposizione ai piedi di un albero: Perché lasciarlo lì? -, pensò tra sé e sé. Poi il rumore delle chiavi contro il pomello lo riscosse e seguì la padrona di casa oltre l’uscio.

Uscì dal taxi visibilmente scocciata, e buttò il mozzicone di sigaretta per terra quasi volesse ricordargli dove fosse il suo posto: dietro di lei, a raccogliere quel mozzicone imbrattato di rossetto. Lui lo fece e dopo averlo buttato in un cestino rimase immobile a cercare di capire quale fosse il modo migliore di procedere. Ma lei lo anticipò subito: – Leòn, sono stanca di tutto questo – disse salendo gli scalini di casa sua – vai a prenderti una birra qui sotto e togliti di mezzo -, non lo guardò nemmeno in faccia, emise un grugnito bestiale in segno di disprezzo e tirando fuori dalla borsetta un paio di chiavi aprì il portone. Ma Leòn non si mosse, non aveva la minima intenzione di spostarsi da lì e dargliela vinta, non quella sera.

Ignorò il comando di Marlene e la seguì sugli scalini.

Nel momento esatto in cui lei girò la chiave nella serratura del portone, Leòn rimase attonito (sbalordito) da ciò che si celava dietro l’oscurità: un immenso museo di opere d’arte. Gli ricordava uno di quei musei minimalisti, all’insegna della modernità e del lusso, ma una volta avvicinatosi poté scorgere dipinti risalenti ai più grandi maestri del passato.

“Si parla di milioni di dollari” pensò Leòn appoggiandosi alla porta esterrefatto, “come è possibile che siano finiti qui dentro”. Si girò lentamente verso Marlene, che disinteressata dal suo stupore momentaneo si incamminò verso la scalinata di marmo togliendosi il soprabito e lasciandoselo scivolare lungo le spalle. La scalinata portava al secondo piano della casa, e sui muri che accompagnavano gli scalini vi erano affissi unicamente quadri di Modigliani: tutte donne senza pupille. Le cornici si immedesimavano con il resto del muro per il loro colore bianco intenso, tutto sembrava freddo e surreale. León raggiunse frettolosamente Marlene al piano superiore e la seguì fino al suo studio; un lungo corridoio si apriva, mostrandone la magnificenza: su un lato appariva in tutta la sua gloria il Guernica, quasi a dimostrare il suo potere e la sua forza ,sull’altro lato La persistenza della memoria, a ricordare il tempo, onnipotente, e alla fine del corridoio, solo, in mezzo a pennellate di tonalità scure e sfumature macabre, La ragazza con il turbante, in tutta la sua eleganza e raffinatezza, quasi volesse sprigionare bontà e purezza velate. León aprì titubante la porta dello studio lasciata socchiusa e vi entrò. L’improvviso cambio di tonalità lo scosse per un secondo: un’unica sfumatura di rouge noir . Si girò intorno finché non vide Marlene seduta alla sua scrivania con un’altra sigaretta in mezzo alle labbra a contemplarlo con occhi ipnotici e crudeli, mentre esattamente dietro di lei si stagliavano nella loro maestosità le pupille di Jeanne Hébuterne, senza fine. Eccola, come Modigliani, León aveva trovato la sua Jeanne Hébuterne, Marlene, e ora cadeva in quei suoi neri e profondi occhi, senza fine.

Era stordito.

Tutto, in quella casa, gli stava facendo capire di essersi perduto. Ogni quadro, ogni elemento d’arredo avevano iniziato a sussurrargli debolmente la verità, aumentando poi di intensità, fino ad assordarlo… il mobilio inanimato l’aveva portato a realizzare di aver sempre conosciuto l’intima essenza di Marlene, ma di averla sempre nascosta a se stesso. Non era amato, non lo era mai stato, aveva accettato di legarsi ad una donna che non era legata a lui e che, per tutte le volte in cui lui aveva tentato di dimostrarle che l’amava, ve ne erano state altrettante in cui lei aveva trovato occasione di schernirlo.

Non poteva pensare di vivere senza di lei, nè poteva sopportare la sofferenza di essere rifiutato ogni giorno. Incrociò lo sguardo della donna, un sorriso malato, le labbra secche, avvizzite,

I pensieri di Leòn iniziarono a schiarirsi, raggiunse una lucidità a lui nuova. Non poteva resistere a quell’inferno un minuto di più o sarebbe arso vivo. E la sua amata, non più un sole, come l’aveva sempre voluta vedere, ma una fiamma infernale, che lo consumava sempre più, ritta davanti a lui, deformata in un sogghigno che pareva eterno. Accarezzò la Colt, rimastagli in tasca per tutto quel tempo, e, in un battito di ciglia, la estrasse. Marlene sbiancò. Il gesto, rapido e deciso, l’aveva colpita.

Leòn sorrise. Per una volta, l’aveva preso sul serio, ma la pallottola non era per lei. Questo sarebbe stato l’ultimo dei propri omicidi.

Aveva sopportato troppo, aveva accettato di sottomersi ad una vita che lo aveva consumato e ad una donna che si era compiaciuta di osservarlo appassirsi piano piano. Guardò il ritratto di Jeanne Hèbuterne, poi Marlene. Capì di aver amato una delle donne che Modigliani avrebbe dipinto senza pupille, perchè non aveva mai compreso davvero la sua anima. Era vuota, nonostante lui si fosse sempre voluto convincere del contrario. Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, vide Marlene, il volto di lei più pallido che mai, ammutolita, con gli occhi vuoti, bianchi. Si rifiutò di guardarla, volse la propria attenzione sul dipinto alle spalle di lei, volendosi perdere negli occhi di Jeanne mentre si portava la pistola alla testa. L’ultima cosa che vide fu il ritratto di un’anima.

Lo sparo riecheggiò per tutta la casa, ma Marlene neppure lo sentì. Era immobile, come di pietra, mentre osservava Leòn riverso a terra, col sangue che sgorgava dalla sua testa, dal suo volto ormai sfigurato, di cui anche lei era ormai cosparsa, mentre si spargeva ai suoi piedi.

Eppure non provava nulla. Il cadavere davanti a lei sarebbe presto scomparso sottoterra, cenere alla cenere, non sarebbe rimasto niente.

Del fedele sottoposto, dell’amante mai corrisposto, alla fine non le importava… non fosse che avrebbe dovuto trovare qualcun altro per sostituirlo nel lavoro.

Forse la verità era che non le importava di nulla, a un tratto anche la ricchezza aveva cessato di avere un senso, di avere un’utilità, per la prima volta si sentì spenta, come se non avesse più uno scopo.

Si alzò e prese da terra la pistola di Leòn.

Alle sue spalle si stagliava il volto di Jeanne, ora macchiato del sangue di Leòn, l’ultimo torto che lui le aveva fatto. Cercò di rivedersi nel ritratto che l’aveva sempre affascinata, l’immagine dell’unica donna di cui un autore immortale fosse riuscito a cogliere l’anima, ma non vi riuscì.

Gli occhi di Jeanne la scrutavano, la donna, non più impassibile, si sentì sbagliata. Il ritratto era l’espressione più viva dell’amore dell’autore verso la propria moglie, sentimento che lei probabilmente non era mai stata in grado di provare.

Si sentì vuota, per la prima volta comprese cosa, di quel quadro, l’aveva sempre inconsciamente ossessionata: lo sguardo di una donna viva, reale… all’improvviso Marlene non si sentì più tale.

Quei due occhi le stavano dando alla testa. Puntò la Colt verso il dipinto, come a voler spegnere lo sguardo vivo, acceso, di Jeanne.

Non aveva mai provato amore, Leòn si era ucciso per la sua indifferenza e a lei tuttora non importava, non provava nulla. E questo sentimento che non l’aveva mai toccata, che l’aveva sempre rifuggita, forse la odiava.

“Ma odiami pure, amore, ora conosco il tuo pensiero:

tu ami chi può vederti, ed io sono cieco.” [10]

E altri due spari riecheggiarono nella notte.

Narratore

Era giunto all’ultimo racconto, stanco, esausto; l’orologio segnava un numero troppo basso persino per le facce di un dado, ma non voleva abbandonare la ricerca della sua via di fuga. Lesse il titolo dell’ultimo capitolo, ma cominciata la prima riga cadde addormentato. 

Sesta Categoria:
Femminilità, idealizzazione, donna-angelo[11]

Quello che voglio

Primo SonettoSecondo Sonetto

Un giorno d’estate, riflessa in sabbia d’oro,la luce negli occhi come freccia ardentenel petto entrava. Il fuoco tra le tue dita imploroma tu lo lasci cadere e lo calpesti sprezzante. [12] L’anima s’accende come stoppie nella brezzaper quelle labbra da cui il frutto a me proibito cresce, perché il solo vento t’accarezza:lascia che lo colga prima che il tempo sia sfiorito.
Quella fascia di cielo che i capei biondi cinge,spezza e liberati da quella fasulla aureola:se l’abito bianco rappresenta la purezza,tu donna mia vestiti del nero più scuro. Ora ti vedo, non un angelo ma verace,adesso so che sei quella che voglio.[13]
Coming from across the sea, Sandypierced my soul with her gaze.Her lips, as sweet as ripe cherries,I harvest. “Tell me more” they said amazed Since the bonfire has been slain by my cruel wordsI find no peace, and all my war is done.All the power that you’re suppling bend my worldsand make chills and sorrow enter my every bone Liberated from thy light blue hairband, thou tie me with your new golden knots.I’m gonna break free from the mould, show thee that thy faith is justified I better shape up cause you need a manbecause I see thee, you’re the one that I want.[14]

Narratore

Laura non era tornata a lavoro come lui, era in mutua da qualche giorno: anche per lei la rottura era stata dolorosa, ma non voleva essere vista o vedere nessuno per qualche giorno, per avere lo spazio di riflettere. Manzoni invece mirò l’ora e pensò: “Che spreco che oggi sia qui solo per il colloquio”. La stanza era la 101. Bussò ed entrò. Venne fatto accomodare. Il collega, con cui non era mai stato particolarmente in confidenza, gli avvicinò una confezione di fazzoletti dell’Ikea.  

I pensieri di Manzoni si persero nel blu del tavolino. Mentre i ricordi di Laura gli riaffioravano nella mente, rievocati dalla vista di quel blu estoril che tanto le piaceva. Poi una lacrima cadde su quel mobile colore del cielo.


[1] Nota dell’analista: «I dati del paziente sono preoccupanti, confonde le illusioni della sua mente con fatti realmente accaduti, manca completamente di senso di realtà, non mangia, non vive. Sembra aiutarlo solo la poesia.

[2] Nota dell’analista: «Il paziente presenta un raro caso di ossessione per la critica letteraria. Vive immerso nella poesia: la produce, la legge, la scrive e l’analizza dettagliatamente. Ovviamente manca di ogni rigore scientifico. È ossessionato dalla forma sonetto».

[3] Sonetti 272 (Petrarca); 102 e 151 (Michelangelo); 1 (Shakespeare).

[4] Riferimenti:

–  Francesco Petrarca e in particolare i sonetti XC, CXC e CLXXXV: utilizzando la stessa metafora scelta dal poeta, in questi si afferma che l’amata sia un po’ come una fenice, proprio perché la sua scomparsa non ha consentito una sua morte definitiva; Laura infatti rinasce ogni qualvolta il poeta decida di ricordarla e il momento della sua apparizione, nonostante appartenga ad un passato che non può più tornare, permane nell’eternità grazie alla sua memoria che lo riporta all’istante in cui si è ritrovato legato a quei begli occhi, all’istante in cui ha commesso il suo primo giovenile errore.

–  Seneca, il De Brevitate Vitae e quindi la constatazione della fugacità della vita: non sono i giorni a trascorrere troppo velocemente, bensì siamo noi che non sappiamo dare il giusto valore alle cose importanti. Rendiamo la vita breve dedicandoci ad attività di poco conto, per questo motivo Seneca invita a dedicarsi alla ricerca della saggezza, essendo consapevoli che il tempo è un bene prezioso. Possiamo rivivere eventi passati attraverso la memoria, però sarebbe sbagliato rifugiarsi in essa per paura di fronteggiare il futuro.

–  Catullo e il Carme V: è posta in primo piano la capacità di godersi ogni attimo donato dalla vita proprio per il fatto che essa è troppo breve, amando e accogliendo le gioie di ogni momento; i baci dell’amata sono ciò che combatte lo scorrere del tempo, essi sono ricordati e dipinti dettagliatamente e l’immagine che giunge a noi è viva, dinamica, nonostante essi siano stati soltanto attimi appartenenti all’esperienza di un singolo uomo.

–  Angelo Poliziano e Lorenzo de’ Medici, il primo nella Ballata delle Rose e il secondo nel Trionfo di Bacco e Arianna: infatti “chi vuol esser lieto sia”, perché “di doman non c’è certezza”, afferma il Magnifico, e insieme al Poliziano invita ad accogliere i piaceri della vita, compresi quelli più terreni, proprio perché la primavera non è eterna.

–  Orazio, Ode 1, 11, 18: è un invito a cogliere l’attimo, confidando il meno possibile nel domani apprezzando ciò che abbiamo senza perdere tempo in attività inutili o che non ci appassionano. 

[5] Nota dell’analista: «Il soggetto potrebbe soffrire di un grave disturbo bipolare. N.B. consultare il Grosso su questo. Il soggetto è ossessionato dagli specchi. È narcisista: vaneggia sul potere di Nerone e Riccardo III. Quando portato all’aderenza con la realtà, il soggetto si esprime in forme oscure, come poesie o monologhi interiori. Sembra ossessionato da Dorian Gray e dai personaggi dei film. Cita spesso American Psycho. Crede di avere un fratello gemello, uguale, ma diverso».

[6] Nota: Monologo ispirato alle figure di Nerone e Riccardo III.

[7] Nota: Monologo ispirato alle figure di Dorian Gray e di Patrick Bateman.

[8] Nota dell’analista del 5 maggio: «Il soggetto manifesta tendenze masochiste. È disposto a uccidersi per la propria amata. Temo si tolga presto la vita. Inizialmente credevo l’amata non esistesse, mi sono dovuto ricredere. Il paziente sembra poter fare qualunque cosa pur di averla. Lo calmano le poesie. È ossessionato dai sonetti di Shakespeare e Petrarca. Ascoltiamo insieme la musica e chiede sempre di mettere La ballata dell’amore cieco di DeAndré. Credo presto dovrò intervenire».

[9] Nota dell’analista: «Il soggetto è costretto alla terapia solo perché temporaneamente in detenzione. Sembra sano. Ha forza di volontà. Non rivela i nomi dei suoi complici. Non rivela con chi ha parlato. Non rivela chi gli ha dato l’arma. Gli chiedo di lasciarmi qualcosa di scritto. Sembra un racconto. Non riesco a capire cosa sia vero e cosa no. È ossessionato dalle pupille delle donne dei quadri di Modigliani e dal sonetto 149 di Shakespeare. Dalla vendetta».

[10] Sonetto 149 (Shakespeare).

[11] Nota dell’analista: «Il soggetto potrebbe anche interrompere la terapia, è solare, canterino, allegro. Soffre tuttavia di grafomania. Scrive costantemente. È stato mandato da me perché la patologia sembra rara e acuta. Scrive solo sonetti. Alcuni in metrica, altri no. Vuole riscattare il genere femminile in poesia. Vuole raccontarlo. Ossessionato dalle donne e dalla bellezza. Quando interrogato sul suo senso di realtà vaneggia. Parla solo di cinema e di musical, in particolare Grease. Lo conosce a memoria».

[12] Nota dell’analista: «Il paziente ha sviluppato una dipendenza dalle sigarette a partire dall’inizio della sua relazione problematica con una cantante».

[13] Nota: riferimenti in ordine a sonetto 2 (Petrarca), sonetto 1 (Petrarca) , sonetto 1 (Shakespeare),  sonetto 130 (Shakespeare)

[14] Nota: riferimenti a Midsummer night’s dream Atto 3 scena 2 (Shakespeare), Tell me more di Grease, I find no peace adattamento del sonetto 134 di Petrarca a cura di Sir Thomas Wyatt, sonetto 90 (Petrarca), You’re the one that I want da Grease.

Secondo Movimento

V: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni

[Entra il coro]

Il lampo accecante di una visione:

una suora, un bambino, un’attrice

e poi il buio e l’assenza di colore.

È il bianco a trattenere la luce

dove un ladro di versi si nasconde,

mentre due colpevoli, un (finto) poeta e un artista

giocano a fare a nascondino.

E allora avviamoci per certi corridoi semideserti,

prepariamoci a incontrare le facce su quelle pareti:

i volti, gli sguardi, i gesti e le mani

nei mazzi di carte, tra le maschere

e dietro il sipario di quello che verrà domani.

[Esce il coro]

Un (finto) Poeta

Cucì su faccia, vendetta qual porti,
Maschera di furor guida del cor.
Gridando òe1 il Doge gioca ai morti2
e fa suo seggio lì, spodesta Amor!3

Si tesse sì la trama a fili storti
di destin fatal, correo d’ardor,
ma scorda il ché pensier ha tempi corti,
ciarlatan la Rachel4, ch’aizza al traditor.

Che accadrà quando Amor di nuovo assedio5
con l’arme tenterà? Strideran crani
divòti di fedel adepti al dio6.

Affannoso sarà romper i Pani7
e il trapassar premer8, senza quel Dio9,
bucata d’ago il dì dei vèlle insani10.

*Schema rimico: ABAB ABAB CDC DCD
In ordine i versi delle quartine sono di tipo: piano e minore, tronco e maiore, piano e minore, tronco e maiore.
I versi della prima terzina sono tutti piani e maiori, mentre quelli della seconda sono tutti piani e rispettivamente in ordine a maiore, a minore e a maiore.

Come ritmo sono rispettivamente in ordine: giambico, dattilico, giambico, giambico; giambico, anapestico, giambico, anapestico; anapestico, giambico, giambico; anapestico, giambico, giambico.

1. [1] [1] Òe: “Notissimo richiamo che i vogatori usano come avvertimento all’approssimarsi di un incrocio di canali o di una curva. All’òe ! di risposta di un altro vogatore dichiarano da che parte intendono dirigersi, con “a premàndo” se vogliono andare a sinistra, “a stagando” se vanno a destra e “de longo” se proseguono diritti. (Vedi anche prèmer e stalìr)”; fonte: https://www.vogavenezia.com/glossario-m-p1.htm, Coordinamento Associazioni Remiere di Voga alla Veneta. Questa espressione chiave per la risoluzione concettuale del sonetto, approfondita in seguito nella nota 8.

2. Il Doge che gioca hai morti ha un doppio significato: nella gondola il ferro da prua è composto da diverse parti e quella superiore è detta “testa del Doge”, quindi l’idea che il Doge faccia questo gioco con i morti è da intendere metonimicamente come la gondola che fende l’acqua creando quell’apertura che permette lo scorrere dell’imbarcazione, come se in mezzo ad una folla, un esercito, lui mieta le vittime facendole cadere; mentre a livello storico, ricollegandosi a quanto detto prima, per entrare nella metafora generale ripresa da Petrarca della guerra d’amore, si parla del Doge Domenico Selvo che nel 1075 affronta una dura guerra contro i Normanni e nel 1081 si scontrano nella Battaglia di Durazzo, un sanguinoso scontro navale (collegamento alla gondola) che vede molte perdite nei ranghi della Repubblica (ecco i morti con cui gioca). Da notare, infine, che nel quadro in basso a destra figura una testa del Doge appartenente ad una gondola ormeggiata nel canale veneziano.

3. Riferimento di riscrittura concettuale della prima quartina del sonetto di Petrarca: “Amor che nel penser mio vive e regna”. Qui riportato da Francesco Petrarca, Titolo: “Canzoniere” a cura di Sabrina Stroppa, Einaudi, Et classici.

Amor che nel penser mio vive e regna
e ‘l suo seggio  maggior nel mio cor tene,
talor armato ne la fronte vene:
ivi si loca, e ivi pon sua insegna.

Tutto il sonetto segue l’idea di Petrarca nei confronti dell’amore che si insedia nella mente partendo dal cuore (Rif. commento di S. Stroppa). Qui è il caso della vendetta, però, che per un momento invade la mente della protagonista del trittico di Hayez, Maria (prima tavola), per poi essere spodestata nuovamente dall’amore (ultima tavola del trittico). Nel sonetto di Petrarca la situazione è la seguente: dal cuore Amore giunge nella mente (v. 3) e ne diventa il regnante, caso appunto della protagonista del trittico, fino al termine della storia illecita d’amore, in questo sbigottimento emotivo Amore perde il controllo sulla mente e lì si insedia la Vendetta che annebbia l’agire e condanna la protagonista del quadro.

4. Rachele è una citazione diretta al trittico di Hayez, Deus ex Machina della vicenda rielaborata nel sonetto. Questo è il collegamento diretto al quadro preso in esame.

5. L’assedio richiama sempre l’ambiente veneziano, perché si ricollega alla vicenda citata sopra dell’assedio di Durazzo e alla metafora Petrarchesca della guerra d’amore.

6. dio: si intende una concezione pagana della Vendetta che diventa padrona dell’atto umano. La protagonista ne diventa adepta. Da notare che questa decisione del prostrarsi alla Vendetta, segna già il destino della protagonista, ormai condannata all’inferno per il suo avvicinamento ad un dio pagano. L’’opposizione con il verso 13 quindi è chiara, lì il Dio cristiano l’abbandona per questa decisione e per il successivo suicidio.

7. Riferimento all’ultima cena, qui utilizzato metaforicamente per indicare la decisione del trapasso volontario, ossia la rottura dei voti cristiani. È il momento in cui si infligge la ferita mortale.

8. Premer: ha diversi significati, come fonte sempre: https://www.vogavenezia.com/glossario-m-p1.htm, ne riporto alcuni:
– Coordinamento Associazioni Remiere di Voga alla Veneta.
– Vogare con forza: in generale indirizzare la barca a sinistra (il contrario di stalir).

9. – Premi (imperativo): voga, oppure volgi a sinistra.
– A premando: dicesi per indicare la direzione a sinistra impressa alla barca.
– Cascar a premando: tendere maggiormente a sinistra.
– Vegnir a premando: venire verso sinistra.
L’idea è inventare il finale della vicenda omesso da Hayez, ossia immaginare che le lettere giungano all’amante e che venga accusato, allora Maria per i sensi di colpa opta per il suicidio, qui reso con il concetto di vogare a sinistra, con forza, girando la barca a sinistra, che riprende la concezione della sinistra biblica come direzione infernale.

10.  Rif. a nota 6: Dio, sarebbe il dio della tradizione cristiana che entra in opposizione col dio pagano della vendetta. L’idea è che essendosi abbandonata alla vendetta, essendo devota ad essa, è già in quel momento che ha perduto Dio, il suicidio è solo un ulteriore prova della perdita di Fede.

11.  il nome vèlle, che deriva dal verbo infinito latino volo (Rif. Enciclopedia Treccani), è licenza poetica, perché in italiano lo si trova solamente al singolare (cfr. Dante: a già volgeva il mio disio e ’l velle, Sì come rota ch’igualmente è mossa, L’amor che move il sole e l’altre stelle), mentre qui lo utilizzo con valore plurale: “dei voleri/volontà insane”.

Una donna tradita

In una mattina qualunque realizzai che colui che credevo un compagno di vita, un confidente e colui che credevo che mi avrebbe sempre protetta da ogni forma di male, era stato proprio lui a causarmi il male maggiore.

Era il periodo di carnevale a Venezia e quel mattino ero seduta sul terrazzo a fare colazione. Stavo guardando il magnifico paesaggio veneziano quando un valletto entrò per portare la posta. Solitamente la prendeva Alberto, mio marito, e mi sembrò strano che invece arrivasse direttamente a me. Sul vassoio trovai un’unica busta color crema, sulla quale c’era scritto il mio nome: la calligrafia era molto elegante, sicuramente femminile e dentro di me sentii una strana sensazione. I miei sospetti si confermarono quando iniziai a leggere la lettera: mio marito mi aveva tradita. In quel momento sentii tutte le mie certezze crollare, le gambe iniziarono a tremare e le lacrime a scendermi sul viso. Con i fogli stretti in una mano entrai in camera e chiamai a voce alta la mia dama di compagnia, Rachele. Era l’unica che potevo considerare abbastanza affidabile da raccontarle cos’era successo; lei ascoltò attentamente ciò che le dissi, parola per parola, poi rimase in silenzio per alcuni secondi e infine, guardandomi, esclamò: “dobbiamo scoprire chi è questa donna!”.

Seguire una persona non era mai stato nei miei pensieri e men che meno seguire mio marito e la sua amante. Ormai non ero più tanto giovane, i segni della vecchiaia stavano iniziando a comparire: se non fossi già sposata, sarei considerata troppo vecchia per il matrimonio. Ma c’era un qualcosa dentro di me che mi spingeva a dire di sì a Rachele e probabilmente era la curiosità di vedere chi fosse questa donna. Nella mia testa c’era una domanda che mi stava dando il tormento: “Mi aveva tradita perché non sono più giovane e bella come una volta?”. Il pensiero che lei potesse essere più giovane si stava facendo velocemente spazio nella mia mente e mi stava portando all’esasperazione. Pensavo davvero che il nostro fosse un matrimonio felice, per quanto raro sia vederne, ma a quanto pare mi sbagliavo. Mi sentii presa in giro per tutte quelle volte in cui mi aveva giurato che per lui la mia bellezza giovanile sarebbe rimasta, che non sarebbe mai sfiorita. Che ingenua che sono stata!

Pensai qualche secondo alla proposta di Rachele e poi annuii semplicemente con la testa. Mi ritrovai nel centro di Venezia con la mia dama di compagnia, chiedendomi se stessi facendo la cosa giusta, quando vidi Alberto entrare in un portone e riconobbi subito il palazzo, dove abitava Caterina. Rachele dovette sostenermi per un braccio perché sentii le energie abbandonarmi lentamente, mi sentii vecchia e tradita in un unico istante. Fu allora che mi venne in mente una frase che Alberto mormorò distrattamente durante un ballo a cui stava partecipando anche Caterina: “Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna1”. Quella sera non capii fino in fondo in motivo di quelle parole, anzi, pensai addirittura che le avesse dette a me. Al mio ritorno da Vienna, avrei dovuto intuire che tra loro due fosse nato qualcosa. Caterina era solita ripetermi quanto le piacesse Petrarca e Alberto, proprio Alberto, che leggeva solo i giornali, aveva iniziato ad appassionarsi alla poesia mentre io ero lontana da Venezia. A pensarci meglio molte cose che credevo casuali, ora hanno un senso: gli sguardi veloci ai ricevimenti, le frasi allusive… e poi… Petrarca. Dal mio viaggio a Vienna, Alberto lo leggeva, lo citava e lo ri-citava. «Colei che sola a me par donna» questa frase fu come il pezzo mancante del puzzle: Alberto lo aveva detto la sera del ballo guardandola e solo adesso capii che non lo aveva detto distrattamente.[1]

Ritornammo a casa e la prima cosa che feci fu sdraiarmi sul letto, lasciandomi andare ad un pianto disperato mentre Rachele cercava di consolarmi in tutti i modi possibili.

Cosa lo aveva attratto? I suoi occhi blu come il cielo, la sua risata cristallina o il viso senza rughe? Il pensiero che anch’io potessi avere delle colpe era diventato un punto fisso dei miei pensieri. Alberto era colpevole di infedeltà ma io stavo invecchiando e, in cuor mio, sapevo che a lui erano sempre piaciute le bellezze giovanili.

Alberto mi aveva sempre detto che ero più bella di una semplice giornata d’estate che, per lui la vecchiaia mi avrebbe reso ancora più bella. Non sapevo il vero motivo per cui avesse scelto Caterina, ma di una cosa ero certa: se la mia colpa riscattava la sua, la sua doveva riscattare la mia.[2]

Una donna e un guardiano notturno

[Nella sala di un museo, prima dell’apertura, una donna lava il pavimento. Si ferma, si appoggia allo spazzolone, guarda un quadro, riprende il suo lavoro.

Poi ripone gli attrezzi e si siede, giocherella con un mazzo di chiavi.

Si sentono dei passi.]

Donna: eccoti. Sei in ritardo.

Guardiano notturno: ho perso tempo nel sotterraneo, c’è una porta che non riesco a chiudere.

D.: non mi piace aspettarti, è tardi, la prossima volta chiedi aiuto. (ride)

G.N.: non è solo un contrattempo. È stata una notte strana.

D.: hai sentito dei rumori sospetti?

G.N.: no, no, qui è tutto tranquillo

D.: ma non hai una bella faccia

G.N.: cerca di capire, non posso essere sempre brillante

D.: ho capito, qualcosa non va. Cos’hai?

(G.N.: non risponde, getta uno sguardo al quadro)

D.: stamattina vuoi mettermi l’ansia, cosa c’è? Non ti angosciare per quello che hai fatto. Le rose hanno le spine!

G.N.: (continuando a fissare il dipinto, parlando tra sé e sè) Tempo, tempo divoratore. Spunta gli artigli al leone*. (pausa). Ma sì, non è successo nulla… (poco convinto, non stacca gli occhi dal quadro)

D.: Anch’io non sono dell’umore giusto, adesso ho una specie di presentimento.

[Si avvicinano al dipinto, entrambi leggono il titolo dell’opera, poi si guardano]

Francesco Hayez – Consiglio alla vendetta (1851)

G.N.: È per noi. Sta per arrivare.

Una persona coinvolta in un tradimento

Era ormai quasi da un’ora che vagavo persa tra le varie stanze, immersa tra i colori, ma senza vederne alcuno. Erano lì per essere amati da chi poteva vederli, e io mi accorsi di essere cieca. Facevo stancamente scorrere gli occhi sulle pareti con la fretta di passare il più velocemente possibile alla stanza successiva, mi sentivo osservata; potevo sentire i loro sguardi – più vivi dei miei – giudicarmi, ma fingevo ipocritamente di non accorgermene e per non dar loro alcuna soddisfazione filavo via con una maschera di noia e apatia stampata sul volto. 

Ad un tratto, forse per caso o perché lei aveva deciso così, per la prima volta in quella mattina guardai una delle opere di quel museo, solo che questa volta lei non guardava me. Mi sarei dovuta sentire al riparo, perché finalmente uno di loro mi ignorava, poi però vidi nei suoi occhi rivolti verso il basso un’ira composta e severa che divampava, ed era rivolta a me. Provai un profondo imbarazzo, poi rabbia e mi infuriai: sentivo il bisogno di ribattere, perché mi stava accusando ingiustamente e non aveva neanche il coraggio di guardarmi in faccia, mi disprezzava. Vedevo quanto si sforzasse a soffocare il suo dolore nelle rughe della fronte e nella mascella serrata, sulle labbra che facevano a gara per non separarsi l’una dall’altra, nella mano rigida che stringeva la lettera quasi con l’intenzione di accartocciarla. Quel muro di distanza e silenzio che prima io avevo eretto tra di noi era ora un muro di tela innalzato da lei: mi puniva vendicandosi con la mia stessa arma; ora ero io la traditrice, ora ero io la colpevole e odiavo me stessa. Il suo sguardo mi minacciava e io volgevo a me quel desiderio di vendetta. Non ero più mia, mi aveva tolta a me stessa.

Una volta quegli occhi mi guardavano adoranti, si nutrivano di me come io di loro, quel volto sempre rosso di vita ora sbiadiva alla mia vista, il petto caldo in cui mi nascondevo da bambina e le braccia, che erano stati la mia corazza, mi erano stati rubati tra il fango da ciò che mi aveva creduta sconfitta, qualcosa che ora li indossava al mio posto. 

Era proprio così che la ricordavo, con i capelli neri lucenti raccolti ordinatamente sul capo, quando si chinava per darmi un bacio o una carezza frettolosa prima di uscire di casa, mentre guardava distrattamente in borsa per assicurarsi di aver preso le chiavi, le sue guance rosse e il volto illuminato quando assaggiava uno dei primi piatti che avevo imparato a cucinare. 

«Quindi te ne vai?» mi aveva detto seria e io non avevo risposto, ero rimasta piantata davanti a lei, non provavo pena, non dispiacere o rimorso. Se ero mai stata certa di sapere qualcosa era che non avrei voluto vederla mai più. 

«Adesso ho bisogno di te, non puoi andartene.» 

«Ѐ da una vita che hai bisogno di me, ma non ti è mai interessato del fatto che fossi io la prima ad aver bisogno di te. Non ho forse sempre pensato a te, io? Io che per causa tua ho dimenticato me stessa? Ora è tardi, io sono cresciuta e ho imparato a bastarmi, ora tocca a te crescere.»

«Sai che non è stata una mia scelta ammalarmi.»

«Sì ma hai scelto tu di essere una pessima madre.»

Fu l’ultima cosa che le dissi prima di chiudermi la porta alle spalle. Mi chiamarono una settimana dopo, aveva ingerito una dose eccessiva di farmaci. Aveva deciso di andarsene così come aveva vissuto, con l’intenzione di farmi sentire in colpa. 

Guardai ancora la donna davanti a me, non cercai neanche di trattenere le lacrime che senza che me ne accorgessi avevano cominciato a scorrermi sulle guance. 

«Si sente bene?»

«Prego?» mi voltai verso la voce che aveva parlato. 

«Piango solitario sul mio triste abbandono. Sonetto 29. Mi piace associare le persone ai versi di Shakespeare. Lei sembra sola. Si sente bene?»

“Mi manca mia madre”.[3]

Un artista

Ed eccola qui, finalmente. Sono partito da lontano soltanto per lei, quest’allegoria della città di Venezia personificata in una donna che mi pare talmente vera da credere che le allegorie abbiano acquisito il potere di farsi carne. Le vedrei bene mutarsi scultura, quelle dita che penetrano e si insinuano nella stoffa, e quelle altre che non tengono le carte, ma le premono con forza, quasi ci fosse il reale pericolo che un vento terribile le disperda.

Ne faccio uno studio, lo cancello e ricomincio da capo.

È possibile non essere mai soddisfatti di un proprio singolo tratteggio? Viene da incolpare la matita, la carta scadente dell’album, forse; poi scopri che è il talento del vero artista che ti manca, e allora la matita la posi e rimani in silenzio a contemplare chi ha saputo fare di meglio. Lo sguardo scivola da quelle mani carnali verso un petto ampio ed infine incontrano un viso su cui un labbro trema dal pianto, un pianto che ha arrossato le guance, le quali avvampano sotto due occhi in ombra che non ti vogliono guardare e che rifiutano le carte che le dita pinzano e il braccio allontana dallo sguardo.

Quale sofferenza l’avrà spinta in quel porticato?, quale crudele, acerbo e dispietato core? Se questa figura fosse una statua, questo dramma acquisterebbe la tridimensionalità, e allora sarebbe insostenibile da osservare. Se fosse pietra, avrebbe la crudezza che soltanto uno scultore saprebbe scoperchiare dal marmo in cui si nasconde, ed io, io che non posso far altro che sedermi qui davanti ed emulare, e disperarmi di non saper fare di meglio, guardo la mia mano che traccia silenziosa quelle stesse forme meravigliose che ammira, e la guardo soffrire perchè non sa ubbidire all’intelletto.[4]

Una suora

Guardati: Eva sei, Eva davanti al demonio che ti spinge al peccato. O povera, povera ragazza. Lo sentì già sulla lingua? È il gusto dolce della vendetta, succo dell’inferno. Cosa ti hanno fatto? Guarda il tuo bel volto da Madonna: è pallido, anche la maschera è discosta, nessuna difesa ti è ormai rimasta. Povera, povera ragazza mia. È una strana pena questa: dolore affossa il candido cuore, di fiamma l’ira dalla terra fuori lo ritira.

Vendetta ti chiama, e lo sai, un solo gesto è adesso giusto. Ma lo vedo che volgi il volto altrove. Combatti forse l’ appetibil proposta? E ammonirti, condannarti io dovrei poichè diritto divino ti vorresti arrogare.

E come comprenderti?  Non potrei: l’unico amore mio è Nostro Signore e suor immacolata e verginale io sono. Nessun diritto all’ira, la superbia mi è interdetta, il petto mai mi può palpitare, fuor del grave giogo et aspro dovrei stare per cui i’o invidia di quel vecchio stancho che fa con le sue spalle ombra a Maroccho.  Questo è il giusto prezzo da pagare per Altro amor, più alto e sublime.

Come potrei mai desiderare io la vendetta sollevando il pugno mio quando con l’altra guancia dilaniata e gocciolante voglio Dio? Ma umana sono pur sempre…

Ed oggi la tua vista o ragazza mia qualcosa in me ha cambiato. L’Amor mio per me stessa in me si è ridestato per fare una leggiadra sua vedetta e punir in un di ben mille offese. Eppure, era la mia virtute al cor ristretta, per

 far ivi, ne gli occhi sue difese: Quando ’l colpo mortal laggiù discese Dove solea spuntarsi ogni saetta.

Ed ora come il sommo poeta ormai pace più non trovo e non ho a far guerra. A chi dare la colpa? Contro chi vendicarmi se la mia fede è finora stata sincera?

Ragazza mia cosa mi hai fatto? Ormai tutto è cambiato, io ora davvero ti comprendo…

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa?

Un’attrice

L’odore di vernice riempiva la stanza. Stando in quelle sale si poteva rivivere un mondo ormai decorso. Il passato aveva sempre affascinato Clarissa e Virginia e, per questo motivo, appena la loro compagnia teatrale, la Royal Shakespeare Company, aveva concesso loro una settimana di riposo dopo la messa in scena del loro ultimo spettacolo, avevano deciso di tornare in Italia, la loro amata madrepatria, e visitare i siti storici e i musei, a loro avviso, di maggiore interesse. Fu così che si ritrovarono di fronte a un’opera che le incantò. Vedendola, una sola idea balzò nella mente delle due giovani attrici: mettere in scena ciò che si trovava di fronte ai loro occhi.

ACT 1

SCENE 1

(Maria enters the stage running. She is wearing a green dress with a repentant look )

Maria: ( Stops running; out of breath ) What have I done? How could I? Not all hope is lost. I can still make amend of my wrongdoings, if I’ll be able to get that wretched letter back. ( Starts moving towards the right stage exit as to take something )

(Dark figure, masked and hooded enters from left stage entrance. It embraces Maria with a

seductive manner)

Maria: (Coming back and speaking to herself ) «Love is too young to know what conscience is;

Yet who knows not conscience is born of love?»

Masked figure: Oh, Maria, I thought we were already over this.

(Maria turns herself towards Masked figure )

Maria: That mask. That damned mask. Who hides behind that mask has driven me to send the letter that could cause a man to be condemned.

(Masked figure removes the dark hood )

Masked figure: Why, Maria, why do you want to save the man that cheated on you? You now have the opportunity to obtain your vengeance. Do not waste it. Remember: «For, thou betraying me, I do betray».

Maria: I will not let myself be deceived by your sly words, Rachele. «Sweet mercy is nobility’s true badge».

Rachele: You now talk of mercy, but you were not so merciful when all of this started. (She moves closer to Maria) Do I have to recall you who, between us, has wrote and sent that accusation letter?

Maria: I know that what I did is despicable and it is for this exact reason that I want to put an end to it. Hate, spitefulness, vengefulness. These feelings will not get a hold of me. You too should not be overwhelmed by them, they will only corrupt your soul and nothing good will come out of it. Moreover learning to forgive could make you content.

Rachele: But how will I be able to do this, if I have only known sorrow and malice my whole life? It is not possible for me to change. To be honest, I don’t want you to fall by his side.

Maria: This is not true! You can be something different. I will help you to change for good, to get

better, however you must really want it for it to happen.

Rachele: I know that with your support and guidance I will succeed and, for that, I’m going to be forever grateful.

Maria: It delights me to hear this. Now I have to make haste and avoid that letter to be sent. (Exits quickly the stage)

Rachele: (Faces the spectators) Now that the fool is gone, I can make sure that the letter reaches its destination. (Exits stage)

[Cinque mesi dopo]

Il cuore le batteva all’impazzata. L’emozione che Virginia provava in quel momento era inquantificabile. Stava finendo di sistemarsi il trucco quando udì una persona entrare nella stanza. Era Clarissa. Le due si sorrisero. Erano passati cinque mesi dalla loro visita in Italia, ma quello non era il momento di farsi distrarre dai ricordi. Entrambe fecero un respiro profondo ed entrarono. Era arrivato il momento di salire per la prima volta su un vero palcoscenico nei panni di Maria e Rachele.

Un bambino

Canticchio ad alta voce “Fra Martino campanaro dormi tu? Dormi tu?”, ma la mamma mi dice di smettere, anzi, di fare il silenzio perché siamo qui, ma io sono così annoiata!

Non mi piacciono per niente questi posti pieni di gente che non fa altro che guardare tutto il tempo dei quadri impolverati che nemmeno si possono toccare.

“Mamma…quando usciamo? Io ho fame…possiamo andare a prendere qualcosa da mangiare?”, mi guarda tutta arrabbiata e mi dice di no, perché questo non è il momento e il luogo…uff!

Ma cosa fanno queste persone per tutto il tempo? Osservano lentissimamente ogni singolo quadro, poi c’è chi gli fa la foto e c’è chi legge una specie di targhetta in cui è spiegato quello che sta vedendo. Anche mamma fa lo stesso.

Non è più divertente giocare con le bambole o correre in giardino? Io ho provato a fare come loro, ma mi perdo, inizio a pensare ad altro, proprio non ci riesco.

“Quarantaquattro gatti in fila per sei con il resto di due”,  mamma mi guarda e mi dice “Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno, e la stagione, e ‘l tempo, e l’ora, e ‘l punto in cui non faremo più brutte figure in giro”.

Aspetta…ma questo quadro è enorme…Hayez…

Vedo tre persone disegnate, il primo è un vecchio signore con la barba lunga e bianca, mi ricorda proprio nonno, anche se lui ce l’ha più lunga. A guardarlo mi viene in mente “Movesi il vecchierel canuto et biancho, del dolce loco ov’à sua età fornita. Movesi il vecchierel el el el…”. A scuola, la maestra ce l’aveva fatta imparare a memoria per la recita, ma ho dimenticato come continua.

Ci sono altre due signore: la prima ha un vestito verde, sembra arrabbiata o forse spaventata con la seconda signora che è vestita di nero e la sta tenendo per un braccio. Chissà come mai, adesso chiedo a mamma…la vendetta di una rivale…rivale…forse una delle due ha fatto qualcosa e quindi è rivale per questo motivo.

Quella donna vestita di nero sembra proprio mia mamma quando mi sgrida…con il dito alzato e la faccia tutta rossa! Qui la faccia rossa non la vedo dato che ha una maschera. Ma perché ce l’ha? Ha paura di farsi vedere? Chissà cosa c’è sotto.

Vendetta…che brutta parola. Mi ricordo quando un giorno a scuola ho preso la matita di Martina senza chiederle il permesso e lei si è arrabbiata tantissimo, mi ha urlato di non toccare più le sue cose e mi ha dato uno spintone…quando le ho chiesto il perché lei mi ha detto di averlo fatto per vendetta.

Anche nei film spesso usano questa parola…secondo me non ha senso, perché alla fine non ti porta da nessunissima parte, solo a litigare e a litigare e ancora a litigare e a litigare…

Un ladro

Era il mattino dell’ultimo giorno di un’estate d’incomparabile dolcezza e i raggi del sole scoloriti da qualche nuviletta lusingavano le vette dei monti dorati in lontananza. Tenevo socchiusi gli occhi assopiti  e camminavo solo e pensoso, pendendo verso un lato. A volte poggiavo uno sguardo distratto sui quadri appesi alle pareti del museo per poi ritirarlo adagio appena ne avessi colto la forma vaga. Da così tanti anni coltivavo questo rito di passaggio per salutare il termine provvisorio della calda stagione che con molti dei dipinti avevo stretto un rapporto di intesa: era sufficiente un’unica occhiata veloce per consolidare la nostra gentile confidenza. Ormai avevo salutato quaranta estati, avevo le ossa di legno secco, il cuore di zolfo, la carne di stoppa e mi reggevo in piedi simile ad un covone dimenticato di paglia. 

D’improvviso mi accorsi di una novità da poco esposta. La mia mente ne rimase bruscamente assorbita e una dardeggiante meraviglia, trovandomi del tutto disarmato, assediò il recinto gentile del mio cuore dopo avermi trafitto gli occhi vuoti e corvini che divennero l’uscio di un fiume di lacrime amare, esondante fino ad innaffiare la punta delle mie scarpe.  

Sparsi lacrime a mille a mille, finchè lasso, persi le ultime lagrimette, e mi chiusi in una tenace contemplazione che arrestò i battiti del mio cuore per alcuni minuti. 

A poco a poco, da secco e disidratato che ero, un tenero incendio si ramificò per le membra dilombate come un grappolo d’agresto in una ampolla che dopo il collo cresce e, così, il fuoco divampò sempre più avaro e insaziabile. Da docile ronzino legato ad un albero divenne un destriero dalla febbre indomabile e rovinosa che strappò le vili redini di cuoio che lo tenevano servo. 

Tra i boccioli vermigli di rose profumate (fresca aulentissima) che le fiamme zampillanti avevano formato, intravidi il riflesso del mio grifo infame di corteccia nodosa che si sovrapponeva all’angelica figura nivea di lei dal viso più dolce della sapa, i capei d’oro avvolti in mille dolci nodi, le labbra rosso corallo ornate da rose damascate. 

Allora maledissi il Tempo, tiranno sanguinario che impietoso aveva affondato i suoi artigli leonini sulla mia faccia tanto da farla sembrare ormai un graticcio per seccare le lasagne. 

Ormai il fuoco dissennato aveva bruciato ogni cosa, dentro di me avvertivo la cenere che svolazzava come una fenice mossa dal vento angoscioso dei miei gelidi sospiri che passava per le fessure del velo mortale. 

Un mesto rintocco di campane risuonava tremendo e pendolava da un orecchio all’altro senza sosta. Impallidii di bianca paura tanto da poter vedere distintamente i bagliori luminosi del sangue che circolava come magma per le vene. 

Tremante come una facella, serrai le finestre dei miei occhi. In una nebbia grigio inferno il mio pensiero peregrino si figurò fulmineo come delle onde onde infrante contro una pietrosa riva: me, vecchierello con la gotta, canuto e bianco. Me, immobile mucchio d’ossa senza più carne, nervi, muscoli e strutture. Me, preda di orridi vermi e coricato sottoterra  all’ombra dei mirti, circondato da fiori languidi e canzonato dall’acuto gracchio di un corvo nero melanconia. 

Imprecai contro il cielo e le stelle crudeli. Forse quella crosta disgraziata poteva vincere ciò che né bronzo, né pietra, terra o mare avevano saputo contrastare? 

Doveva essere mio! La lussuria assassina, selvaggia, estrema, brutale, crudele, infida mi fece ladro non d’occasione. Con occhi di bragia passavo a setaccio la sala color triaca. Se qualcuno avesse soltanto incrociato con lo sguardo amoroso quel fresco ornamento, vi giuro, gli avrei cavato le due sfere dalle orbite a mani nude.  Ero un amante solo con il suo amato che mi aveva aperto il petto molle e teneva il mio ardente cuore in mano. D’altronde fuori dal museo infuriava una tempesta demoniaca: turbini di grandine bombardavano le finestre, acuminate saette sulfuree illuminavano a stenti la sala e delle raffiche di vento mormoravano a denti stretti parole arcane e assurde. 

Allo scoccare di un tuono unanime, con vorace cautela e divina ammirazione m’impossessai della rosa della bellezza eterna. Feci lezi, vezzi, carezze e feste a quell’idolo sacro. Dopodichè mi ricomposi e lasciai scritto in grafie dorate nello spazio ora nudo e orfano: 

Non un volgare ladro di galline come quel tal Cianfa Donati,

Ma ladro d’arte pregiata  e di parole levigate della risma del ballard-lord Francois-Villon, 

Will, io sono Will! 

Not just a common thief of humble fowls,

Like Cianfa Donati in nightly prowls,

But I am Will, a poet-thief who’s sly

In Villon’s art, where dreams and verses lie.


[1] Sonetto 126 (Petrarca).

[2] Sonetto 120 (Shakespeare).

[3] Sonetti 18, 116, 149 (Shakespeare); sonetto 29 (Petrarca); madrigale Come può esser ch’io non sia più mio? (Michelangelo).

[4] Sonetto 17 e 151 (Michelangelo).

[14] Nota: riferimenti a Midsummer night’s dream Atto 3 scena 2 (Shakespeare).

Terzo Movimento

When Forty Winters shall besiege your brow

[Entra il coro]

Dopo la pittura, la poesia, la musica

dopo i sipari, i palchi, e le scene,

dopo quei buffi personaggi e quei destini improbabili

non è rimasto altro che la vita,

che sempre sfugge alle Muse pretenziose.

Dopo tutto il rumore e il furore

rimane soltanto

la tragicissima e comicissima

nostra esistenza.

Non rimangono altro che gli sparuti frammenti,

gli oggetti, i templi,

i salotti, i vestiti e le tazze da tè,

un cappello, una parola umana, un’imprecazione,

le lettere, le strade, le rovine

e il ricordo abbacinato

di un’emozione.

[Esce il coro]

[Entra il narratore]

Narratore

Che cos’è la poesia? 

Come rami, che si dividono e si crescono all’arrivo della primavera, per secoli i diversi approcci a questa domanda hanno piantato le radici e fatto nascere boccioli nelle pagine degli scrittori. 

Per i più pignoli, la poesia è una forma d’arte, che consiste nella capacità di produrre composizioni verbali in versi, secondo determinate leggi metriche o secondo altri tipi di restrizione.

Per i poeti, spesso, la poesia è immortalità. Ogni parola è una lotta a spada sguainata contro le forbici che recidono la memoria, un monumento più duraturo del bronzo che si staglia inamovibile contro il passare del tempo. La poesia è un incantesimo, che rende immortale tutto ciò che altrimenti andrebbe perso alle sabbie del tempo.

Trova però alloggio, negli angusti e raccapezzati versi delle ninna nanne e delle filastrocche, una poesia i cui autori vivono lontani dalle centinaia di fogli e indagini stilate da uomini in giacca di tweed e cravatta di raso. Una poesia semplice, la cui fluidità va e viene a singhiozzi, il cui significato è spesso perso o dimenticato col passare di generazione in generazione.

È la poesia dei contadini, cantata sul far della sera , come unica compagna nella camminata verso casa, mentre il cielo si fa sempre più scuro e il sole scompare all’orizzonte. È la poesia delle mamme e dei papà con le loro ninna nanne composte sul momento, goffi e stonati cantautori che tentano di portare il sonno ai loro piccoli spettatori. È la poesia che un giovane amante, seduto nel suo rifugio in trincea, compone alla sua promessa sposa lontana, una lettera che passerà di mano in mano e di ufficio in ufficio postale prima di giungere la destinazione fra le mani di lei. 

Nulla sanno, questi improvvisati poeti, di metrica e accenti, di forme e generi, anche se molti conservano nella loro sgangherata libreria di casa almeno un libro di poesie. 

Varranno forse meno, i loro componimenti?

Per rispondere a questa domanda bisogna determinare cosa sia la poesia. E quindi, eccoci di nuovo qui, in un loop continuo da cui forse non si può proprio uscire.

Incapaci di dare una risposta completa a questo quesito, forse è il caso di lasciare che sia la poesia stessa a dirci quale sia il suo lavoro, attraverso i semi che negli anni ha seminato nei suoi lettori. Che essi siano baldi giovani il cui passatempo è ostentare la loro collezione di libri rilegati a mano, un giovane soldato che le poesie le ricorda vagamente o lontane filastrocche lette a lui dalla nonna quando era ancora un bambino.

Quanti colori diversi possono fiorire dal seme di una stessa poesia?

1935, Berlino. Superfluo è soffermarsi troppo sulle circostanze in cui i nostri protagonisti si trovano, la funesta storia chiara e nitida nelle menti di ciascuno di noi. Lei è tedesca, riccioli castani che le arrivano alle spalle e la frangia un’onda di lato come usava sin dalla fine del secolo scorso. Lui sempre tedesco, ma ebreo. Camicia sempre ben abbottonata e pettinatura che segue la moda del tempo, la incontra mentre siede in un parco della città di Berlino. Perché si trovi ancora in Germania nonostante i tempi non è ben chiaro. Per alcuni, è un giornalista, per altri, uno scrittore. Qualcuno sospetta che sia una spia, ma nessuno osa fare nulla. Si innamorano e lui promette di sposarla, ma le tensioni internazionali non sorridono nella direzione dei due giovani. Il ‘39 si avvicina e lui è destinato a lasciare la patria, destinato a non vedere mai più né la sua giovane amante, né quello che lui ancora non sa essere loro figlio. 

Report giornalistico

1º settembre 1939

4:17 a Danzica alcuni attivisti nazisti prendono di mira l’ufficio delle poste polacche. Gli impiegati

armati riescono a respingere il nemico.

4:26 tre aerei da combattimento bombardano il dispositivo a micce impedendo la distruzione del

ponte e così tenendo aperta la via di accesso ai tedeschi

4:40 viene bombardata la città di Wielun

4:45 apertura del fuoco da parte delle artiglierie tedesche

51’300 tedeschi contro 950’000 polacchi

Il tempo scorre lento, nell’angoscia dei soldati.

Scandito solamente da avvenimenti che li riporta alla realtà.

Una realtà crudele. Una realtà in cui stanno in attesa di un passato che per molti non tornerà, con nessuna certezza eccetto la peggiore.

Che il tempo divoratore cancelli gli orrori della guerra e la scia di desolazione lasciata dai carri armati

Che la natura si riprenda ciò che gli appartiene, invecchiando, ingiallendo e portando via il sangue dei soldati. 

Dalla lettera di Mia al marito Jeremiah

Settembre 1939, Berlino

Caro Jeremiah,

spero che stiate bene e che la vostra nuova vita in America proceda senza troppe difficoltà.

Qui le cose non fanno che peggiorare e confesso, a malincuore, che avete fatto bene a lasciare il Paese: Hitler ha appena invaso la Polonia e, ovunque, si respira aria di guerra.

Questa, però, non vuole essere una lettera di sconforto, perché ho da darvi una notizia meravigliosa: aspetto un bambino, il nostro bambino, amore mio.

Sapervi così lontano da me, non potervi abbracciare e non poter condividere con voi un momento così importante mi spezza il cuore, ma confido che, leggendo questa lettera, proviate la stessa gioia che ho provato io quando l’ho scoperto.

Ho, dentro di me, una creatura che porterà la mia bellezza e tutto ciò che voi, di me, avete sempre amato: sarà il mio specchio[1] farà in modo, con la sua semplice esistenza, che la rosa della bellezza non possa mai morire.[2]

Chiudete gli occhi, amore, e immaginateci tra una trentina d’anni: voi ed io, di nuovo insieme, ormai anziani, e nostro figlio. Vi accorgerete, allora, che è mia la bellezza che eredita (cfr. sonetto 2) e dalle finestre della mia vecchiaia voi vedrete, a dispetto delle rughe, il mio tempo dorato, la mia giovinezza[3].

Di quello che sono stata, nostro figlio ne recherà la memoria[4] e, in questo modo, io vivrò due volte: in lui e nelle parole, intrise d’amore, di queste nostre lettere[5].

Vi prometto che, allora, saremo dieci volte più felici di quanto siamo[6].

Con la speranza di ricevere vostre notizie al più presto,

Vostra per sempre,

Mia

Dalla lettera di Jeremiah alla moglie Mia

Ottobre 1939, New York

Cara Mia,

Sono lieto di udire che state bene, mi mancate da morire e lo confesso,non passa giorno senza ch’io vi pensi. Io ormai mi sono sistemato: sono riuscito a reperire un impiego anche se misero e m’è stato offerto un rifugio che mi permette di vivere dignitosamente.

Nonostante questo resta sempre impresso in me il ricordo di ciò che mi lascio alle spalle, tutta la sofferenza portata alla mia famiglia ma, più di tutto , lo sguardo di coloro che fino a poco tempo fa potevo considerare amici e che ora è carico di disprezzo, resta segno indelebile nella mia mente.

Mai quanto ora mi rendo conto di come la vita sia fugace e non si arresti un momento e la morte stia sempre dietro l’angolo.

Sapete quanto sia grande ed incondizionato il mio amore per voi ma non vi nego che la notizia da voi annunciata crea in me un grande dissidio. Se da un lato pensare ad un erede, immagine della vostra infinita bellezza mi riempie il cuore, non vi nego le mie preoccupazioni.

In tempi come questi il presente ed il passato mi tormentano,così come il futuro, percepisco soltanto odio e distruzione intorno a me ed immaginare di mettere al mondo un figlio in un paese che non accetta la nostra natura, mi distrugge.

Nonostante tutto non credo che la mia misera paga attuale possa fornire sussistenza a noi ed al nascituro. Cercherò di raddoppiare i miei sforzi trovando un’ulteriore occupazione, così da poter spedire a voi più denaro mensilmente.

Ogni giorno più convinto del mio amore per voi,

                                            Per sempre vostro, Jeremiah

[Entra il narratore]

Narratore

1965, Berlino. Che il mestiere del genitore sia difficile, non c’è alcun dubbio. Alla nostra Mia, la vita sembra non aver voluto concedere alcuna sorta di aiuto. Anzi, sembra proprio averle voltato le spalle. Persi i contatti con il fidanzato ed obbligata a mettere alla luce il loro bambino sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, ora si trova ad essere separata dal suo stesso figlio, ora un giovane uomo in ricerca di un lavoro dopo aver finalmente terminato gli studi, da un muro. Come se non bastasse la terribile muraglia fisica che li separa, fra madre e figlio sembrano crescere piccole acerbe discrepanze ogni volta che la politica fa capolino nelle loro conversazioni.

[Esce il narratore]

Dalla lettera di Mia a suo figlio Milo

23 aprile 1975, Berlino ovest

Mio dolce Milo, 

in questa Berlino ancora una volta divisa torno a soffrire la nostra separazione: fa paura sottostare agli stessi astri senza potersi toccare. La mia unica consolazione, di questi tempi, è il nostro amato giardino. Ricordo ancora le tue manine che mi aiutavano a piantare i germogli delle rose che oggi mi riempiono gli occhi. Come vorrei poter tornare a quei momenti, per potermi ancora prendere cura di te come ora faccio con loro. Sarebbe bello che anche tu potessi dare vita a un tuo germoglio, al contempo specchio del fanciullo che eri, ed erede dell’uomo di cui oggi sono fiera. Vorrei poter chiedere al tempo tiranno di avere pietà del tuo viso luminoso, di concederti un’eterna estate; ma più che le mie lettere, forse un figlio potrebbe conservare la tua gioiosa essenza per portarla negli anni a venire. 

Qualunque siano le tue scelte, dammi tue notizie. 

Sei sempre nei miei pensieri.

Tempus edax rerum sed tibi, mea lux, semper vita praeclara.

La mamma

Dalla lettera di Milo a sua madre

1 Giugno 1975, Berlino Est 

Cara mamma, 

Vorrei poterti dire che la vita qui sia facile, che il sogno che avevamo, per il quale abbiamo lottato e sanguinato si sia finalmente realizzato. Mentirei. 

Non dirò che il futuro che tu auspichi per me non rientri nei miei desideri; il fatto è, mamma, che ho paura: alla fine tutto ciò che cresce non resta perfetto che per un solo istante. Il mio sguardo, prima lucente e pieno di speranza, oggi è infossato dal peso degli eventi. In questo momento un figlio non sarebbe che una brutta copia di me, una contraffazione del tuo amore materno. Penso a questo: con che coraggio potrei metterlo al mondo sapendo cosa lo aspetta? La mia unica speranza è Viola: anche se i suoi capelli sono ogni giorno più metallici, il nostro amore è raro quanto quello delle storie che mi raccontavi da bambino. L’unica ragione per la quale desidererei piantare un mio germoglio sarebbe la possibilità di rivederci lei.

Parlami ancora del tuo bel giardino, mamma.

Mi farò sentire più spesso. 

Tuo,

Milo

[Entra il narratore]

Narratore

1995, New York. Questa volta, il nostro protagonista è sì nato in Germania, ma fortuna ha voluto che si sia trasferito a New York in giovanissima età, quando la carriera di suo padre, a noi già noto, ma ora con trenta inverni alle spalle e un lavoro che sembra intenzionato a strizzare via tutta la sua forza vitale, finalmente ha preso il volo. Il nostro protagonista, un promettente giovane, si trova alle prese con il peggior nemico che un aspirante artista possa desiderare: la noia. Attraverso uno scambio di eleganti e sofisticate lettere indirizzate all’altrettanto colto suo compagno di studi, seguiremo la sua drammatica avventura, alle prese con le tragiche tribolazioni causate dalla difficoltosa carriera che è quella del ricco artista Newyorkese.

[Esce il narratore]

Dalla lettera del giovane Clemens al giovane amico Berenger

23 Aprile 1995, New York.

Carissimo Berenger, ti scrivo nella speranza che la presente missiva possa giungere a te in condizioni di buona salute e prosperità.

Mi trovo in uno stato di profonda e angosciata contemplazione riguardo il nostro mondo. Non passa dì senza che io non mi arrovelli inutilmente nel fallimentare tentativo di comprendere la superficialità intrinseca nella quotidianità che mi circonda. Sono giunto, dopo meditate riflessioni, alla convinzione che il solo tentativo di definire la squallida mentalità del nostro mondo non sarebbe altro che un complimento, che sicuramente coloro che ci circondano non meritano

Cosa sarà di noi, ora che il tempo ha portato via l’ultima goccia di buon gusto da questo pianeta, dirottandolo inevitabilmente verso un’incurabile siccità? Nulla, se non assetati nomadi in un infinito deserto. Profughi senza terra: questo resterà di noi. 

Ti domanderai, mio caro (nome), quale sfortunatissima occasione mi abbia portato a cadere in questo vorticoso stato di dolore ed insicurezza che da settimane ormai tormenta le mie povere notti. Ebbene, per quanto il raccontarlo mi causi infinito dolore, mi sento in dovere di confessare a te codesta atrocità, per alcun motivo se non per un egoistico desiderio di confronto e consolazione.

Ho avuto la sfortuna di scovare, una fredda mattina di inizio Aprile, tra la mia curata e folta chioma, un capello bianco. Aprile è il più crudele dei mesi, scriveva Eliot, e nulla è in mio potere se non dargli ragione. L’illusione della florida estate viene accoltellata, soffocata dal freddo che invade le mie carni ogni mattina. Questa nuova scoperta, avvenuta proprio ai principi di questo orrido mese, è la coltellata finale. Muore così, dissanguata sul pavimento del bagno, la mia disperata speranza per un’estate migliore.

Come tu sai infatti, è proprio fra pochi mesi che è stata stabilita la visita di un pittore, che, per quanto in alcun modo si possa confrontare il mediocre lavoro di costui con il nostro»], fu incaricato da mio padre di dipingere un ritratto di famiglia. 

E così il mio destino viene segnato, ed io immortalato nell’attimo in cui già la lacera mano dell’inverno inizia a deturpare la mia estate. 

Un tempo mi sarei paragonato ad un giorno d’estate, e tutti quanti seducevo più caldo e più temperato del sole d’agosto.

Cosa fare, amico mio? Come combattere le tracce del terribile passaggio del tempo sul mio viso? Come combattere il perpetuo moto che ci allontana ogni giorno dalla nostra natura, dalla bellezza classica e originale propria dell’uomo in tempi antichi? Un figlio, forse? Ma un figlio è inevitabilmente il risultato di un’unione, e difficile è per me immaginare l’esistenza di un essere in grado di imitare la mia bellezza se non alla sua più purissima forma.

Ogni passo che compio al di fuori della mia dimora causa dolorosi tumulti nel mio petto. Come possono vestiti così orribili come quelli dell’ultima settimana della moda competere con i classici, stupendi capi delle precedenti collezioni? Come possono, tutti quei nuovi emergenti artisti e la loro arte senza senso, tutta improvvisazione e nessun senso, avere così successo, mentre la nostra arte, con i suoi stupefacenti richiami alla classicità, viene posta in secondo piano?

In peggio precipitano i tempi. Il loro scorrimento nulla crea, ma tutto distrugge. Ben presto, saremo sepolti da macerie di un’eterna terra desolata.

Aspettando le tue consolazioni, cerco di calmarmi ricordandomi che vivrò in eterno nella mia arte e che nel mio genio non passerò mai.

Tuo, Clemens

27 Aprile 1995, New York

Amico di conoscenza e ingegno,

che immenso piacere poter accogliere queste tue preziose parole, e condividere con te questi miei complessi ragionamenti! 

Mi rincuora averti così lontano da me, mi sento estraneo a questi luoghi, in cui vi è gente totalmente smarrita, incapace di cogliere le vere sfumature della vita!

Io, invece, riesco ad assorbirle a pieno, difatti leggendo con attenzione qualche sonetto di Shakespeare e Petrarca, grandi capisaldi di ogni tempo, mi sono divertito ad esplorare i vari punti di vista con cui si tratta la figura femminile, e penso che possiamo entrambi concordare sul fatto che la sapevano lunga. Tutti noi, anche i più dotti, all’inizio, come Petrarca, idealizziamo e ammiriamo una misera donna, ma poi, come Shakespeare, realizziamo che essa altro nome è se non un cumulo di carne priva di intelletto, utile solo al dilettevole piacere carnale dell’uomo, e alla procreazione.

Ecco, vedi, è questo che io apprezzo dell’arte: essa rimane lì, immobile, al di là del tempo e dello spazio. La innalzo quindi a modello assoluto, più forte di qualsiasi innovazione e cambiamento, di pensiero e di abitudini con cui, goffamente, si tenta di modellare l’ordine primordiale delle cose! 

Ora mi vedo costretto a salutarti, la mia vena artistica mi chiama. 

Saluti, amico mio

[Entra il coro]

Abbiamo celebrato i poeti mascalzoni

gli scrittori di sonetti, madrigali e canzoni;

abbiamo parlato, in forma d’arte, dell’arte stessa.

Uniamoci allora all’ombra di questa roccia rossa

festeggiamo l’umano e il suo gioco in versi,

nobile e miserabile, terreno e spirituale,

e brindiamo con il seguente canto:

Andiamo, tu ed io,

Quando la sera si stende contro il cielo

Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte.

Strade che si succedono come un tedioso argomento

Con l’insidioso proposito

Di condurti a domande che opprimono…

Oh, non chiedere « Cosa? »

Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono

Parlando di Michelangelo.

[Esce il coro]

Fin

Dire la morte. Forme della consolatoria in Italia tra Tre e Cinquecento

L’Università di Torino organizza il Convegno di studi “Dire la morte. Forme della consolatoria in Italia tra Tre e Cinquecento”, che si terrà giovedì 15 e venerdì 16 marzo a Torino, nel Palazzo del Rettorato in Via Giuseppe Verdi 8. Questo seminario intende indagare le forme plurali del discorso consolatorio che si sviluppa dopo Petrarca e attraversa il Cinquecento italiano.

La locandina e il programma del Convegno, con l’indicazione di orari e sedi degli interventi, sono consultabili al link:

https://www.facebook.com/DirelamorteTO/?hc_ref=ARTtX4dJlqzZHI4hMPtjfFdNnEiDkFBEeo21fL5RkvZsmEb2vl3mJd2E2tWXWtwNj8o.