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Sulle ali del libeccio

Jules Lee Artom, in questa produzione, reinventa un episodio ispirato alla scena seconda dell’atto secondo della tragedia teatrale dell’ Antonio e Cleopatra di Shakespeare, nell’ottica del corso di Letterature comparate Formazione e funzione del personaggio femminile nel teatro europeo: Shakespeare e Marlowe (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura intende aprire una finestra su una delle innumerevoli vite fittizie che popolano l’immaginario narrativo. Mantenendo vivo il materiale di partenza del racconto, ovvero il primo incontro tra Antonio e Cleopatra sulle rive del fiume Cydno, l’intero episodio si è tramutato nel resoconto diaristico dell’adolescenza di un giovane, modesto e passionale piccolo Antonio delle coste sicule. Allo stesso tempo, però, è Cleopatra il vero fulcro della vicenda: una presenza eterea, quasi misterica, che popola l’immaginario di chi la incontra più di quanto non popoli uno spazio di esistenza preciso; è un sogno, un ideale, una storia associati ad una persona corporea a partine da un’icona”.

*

Cosi tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi

16 giugno
Stamattina ha tirato un tenue scirocco, era appena sufficiente a mettere in mare i gozzi dei
pescatori per la giornata di lavoro. Secondo Tavio, il vento caldo si è alzato tra i canneti di
levante intorno alle 5 e 30 di mattina. Lui, prima che albeggiasse, è uscito a remi con suo
padre per prendere le nasse. L’ha visto con i suoi occhi, mi ha detto: “uno spirito di bruma,
caldo e profumato come le rare spezie d’oriente, ondeggiava tra i cavalloni contro le
calanche di pietra lavica sbocciando, nei rossori del sole, in fontane di schiuma
incandescente”. Fa sempre il letterato lui, e poeticizza ogni cosa. Io personalmente lo
spirito non l’ho visto, ma stamattina il vento c’era, quello sì, che ho potuto vederlo. È nelle
onde del mondo che si vede il vento. Ebbene, finito il lavoro con lenze e cime saline, sono
salito sulla scogliera per poterlo sentire un poco tra i capelli. Lì mi ha raggiunto Tavio, ho
fatto dei tuffi e lui ha dormito al sole, poi siamo scesi a riva per mangiare ricci e patelle.

20 giugno
Certe volte mi manca la scuola, ma mai le lezioni. Ripenso alle giornate che ho passato tra
i libri della biblioteca. Poi mamma ha voluto trasferirsi qui poco dopo il termine dei miei
cinque anni d’istruzione obbligatoria. Mio nonno viveva qui, e la sua morte ci ha sradicati
da Messina. Proprio oggi ho compiuto tre anni di servizio sulla Riva, la palamitara a vela
latina di Costante. Non esiste un libro su tutta l’isola, fatta eccezione per una casa
soltanto. Dalla famiglia di Tavio un pensatore, il secolo scorso, ha lasciato centinaia di libri
che si era portato dalla Toscana per vivere ritirato, ma è morto anche lui, scivolando dalle
scogliere. Si dice l’abbiano pescato i bisnonni di Costante, e che il suo corpo fosse
mangiato dai crostacei. La morte di quest’uomo ha portato tanta fortuna ad alcuni di noi, e
gliene siamo grati. Così, ogni tanto, il mio amico mi porta un vecchio manuale o un
pamphlet o un manoscritto tutti impolverati, ammuffiti, raggrinziti, ed io li leggo durante i
momenti morti in barca nei giorni di lasca. L’altro giorno mi ha portato un Tutte le opere di
Shakespeare. Se non fosse per noi due, quel tesoro rimarrebbe sommerso nel reticolo di
stanze in cui viene lavorato, conservato e immagazzinato il pesce. Il “paìsi sutta” lo
chiamano gli altri pescatori, perché corre sotto tutta Cale.

27 giugno
Ci sono giorni che si distinguono in luminosità, che rifulgono nel campo uniforme degli altri
giorni comuni i quali, come spighe, si stagliano tutti uguali sparpagliati nel campo della
vita. Capita che un momento si erga come lo sfiato di un capodoglio, creando
eccezionalmente un contrasto candido nel mare dei verdi scuri. Oggi è accaduto uno di
quei miracoli.
Nell’unica piazza di Cale, è aperto l’unico bar. Si chiama Lu scafù ri mari, ed è il posto in
cui spendono la gran parte del tempo tutti gli uomini di paese, senza contare quello speso
sui legni. Questo perché, per il resto delle giornate, nessuno qui ha di meglio da fare se
non gracchiare ai cormorani bevendo come spugne. Per un ragazzo sedersi a questi tavoli
significa varcare la soglia dell’età adulta. Qui tutti sono diventati uomini. Al contrario, alle
donne di paese non è mai concesso intrattenersi o godere né dei vezzi né dei vizi di
questo luogo. Il loro regno è il “paìsi sutta” dove, tre volte a settimana, aprono il mercato,
di cui sono le padrone indiscusse e quindi uniche amministratrici del denaro della
comunità.
Per questi motivi, è già impensabile l’incontro con una creatura gentile tra le bianche mura
delle case a ridosso della piazza, e ancor di meno davanti alla bottega di legno verde
verniciato, tutta consumata dalla brezza salata, dellu Scafù.
Verso mezzogiorno, ahimè, mi stavo picchiando con Tavio davanti ai tavolini di eucalipto
lisi dal sole. Lui si era comportato da stronzo, e si era fregato la figurina con la donna che
avevo trovato tra gli scogli, cullata sulle onde da chissà dove. Quindi io l’avevo assalito,
riuscendo ad atterrarlo a pugni sulle tonde pietre lisce della piazzetta. Poi dal nulla si è
materializzata davanti a me una figura curiosa. Non era più alta di me che di qualche dito,
ma nera come un tizzone morente e avvolta in una grossa giacca verde, troppo ampia e
troppo calda per passare inosservata. In una mano incredibilmente esile e slanciata
stringeva un ombrello, nell’altra un fiore di cardo. Improvvisamente si è voltata scoprendo
la testa, che era una coltre di capelli riccissimi (persino più di quei nidi che si ritrova
Gaspare) e ci ha guardati con un paio d’occhietti neri sottili sottili e profondi. Tavio si è
rigirato ed ha cominciato a stringermi forte la testa tra le gambe. Mi ha scottato una
vergogna incendiaria. Lei si è messa a ridere, ha detto: “Nɔn fatevi malɛ pik:oli watoto,
state bwɔni, bwɔni, nɔn fatevi malɛ daj”, era una musica, e brillava del riflesso delle gocce
che suonano le grotte del promontorio. Io mi sono liberato e sono scappato via tra i
carrugi, piangevo, mi sentivo umiliato, ma grazie a Dio lei cantava ancora alle mie spalle.

1luglio
Tutto il giorno ho atteso di avvistare una vela, ma oggi non si è pescato che una misera
palamita. Il morale di Costante è affondato con le esche della nuova linea, mentre la mia
immaginazione ha scalato le creste delle onde più alte assieme al Nan-Shan. Ho visto il
Tifone, poi per la noia ci ho scritto su una poesia.

Requiem

Quiete, una vedetta si sporge a ridosso
la rete gracchiando un requiem d’allarme.
Si può vedere il mondo arrivarci adesso,
no mere preghiere, si salvi chi può.
Nessuno.
Ho osservato un lupo pisciarsi addosso,
gettandosi giù nella caldaia che arde.
Non c’è speranza per noi nel mar smosso,
nessun uomo sul ponte scampò,
nessuno.
Tuoni violenti e lampi violetti,
rotolano, rombano, rimbombano i rumori
e la paura, sconosciuta a chi vive coi tetti,
la paura, alcalina. Non tornerà
nessuno.
Ormai la coperta è una danza di spettri,
una danza macabra, è macabro fuori.
È un Signore spietato con i suoi protetti
questo rauco uragano che non storna
nessuno.

4 luglio
Al porto dicevano: “Gli americani! Stanno arrivando gli americani in vela al libeccio!” quindi
ho corso a perdifiato sulla bassa scogliera, volando a pelo d’acqua con le pernici fino alla
cala. Mi sono seduto contro i massi levigati giocando con le consistenze della sabbia e la
sua freschezza docile, un po’ umida, che mi trapassava le narici tra l’odore dei sargassi e
quello della schiuma. Poi ho aspettato. Non avevo nulla con me, ma temevo che
spostandomi di lì avrei perso il primo avvistamento sull’acciaio degli scafi di Nantucket.
Quindi ho continuato ad aspettare. Il sole ha girato mentre attendevo, aspettavo e
procrastinavo sudando. Faceva molto caldo, ma ho tenuto duro. Dopo non so quanto tempo un pidocchio è saltato dalla mia testa e si è incastonato all’orizzonte, tra l’acqua e il
cielo. Poi è diventato più grande, non era un pidocchio, era… ERA UNA NAVE! Sono
schizzato in piedi e sono corso in acqua tutto vestito. Nella foga mi sono dimenticato che
le sigarette, le micce e la figurina erano in tasca, però era troppo tardi, stavo già
annaspando tra le onde. Al limite di dove si tocca ho cominciato a intonare un ritmo dei
marinai, la mia voce rieccheggiava tra le pareti della costa e, poco dopo, un’altra flebile
voce si è aggiunta al mio canto. Era una melodia lontana, esotica, oscura, e cresceva,
cresceva con la barca finché non mi è scoppiata nelle orecchie come un acino d’uva,
dolce, incredibilmente dolce e cristallina. Mi attirava a largo, su quella barca dorata dalle
vele purpuree, su quella galea dai remi d’argento, tra quella ciurma di sirene. E lei era
sdraiata sotto un manto scuro prestatole dalla notte in persona.
Veniva per me, si capiva dal suo sguardo, era lo stesso che mi aveva lanciato sulla piazza.
Poi lo starnazzare irato di mia madre mi ha distolto da quel miraggio, diceva che se non
ero a tavola entro due minuti mi avrebbe preso a bastonate. Quindi ho scollato la mia
schiena intorpidita dai sassi e mi sono incamminato, con la mia immensa malinconia,
verso casa.

Jules Lee Artom

Fallen Fates

Marcel Toto, in questa sua opera teatrale, riscrive le tragedie di Didone (Marlowe) e Cleopatra (Shakespeare) inserendo le due regine in un vortice di voci e sentimenti che porterà a nuove consapevolezze, nell’ottica del corso di Letterature comparate, Formazione e funzione del personaggio femminile nel teatro europeo: Shakespeare e Marlowe  (Prof.ssa Chiara Lombardi).

This play reimagines Dido and Cleopatra reclaiming the narratives of their love, revealing how history transforms intimacy into spectacle, women into sacrifice, and queens into legend.
One act, five scenes: the dramatic voices of women who suffered and ultimately died because of forces they could not control. Was it Fate? Political power? Or men?
In the Underworld, Dido and Cleopatra encounter one another and form an unexpected bond, sharing their life experiences and traumas, learning how they are not alone in their doomed endings, how they’ve been misunderstood and badly narrated after their tragic deaths.
Because they are no longer merely dead women or fallen queens: they are human beings, souls who have suffered because of their lovers and have been turned into words and plays, stories on a page.
They’ve been dehumanised, humiliated, sacrificed… but now they reclaim the right to speak.
To narrate their own stories.
To live, if only once more, a life that is theirs and theirs alone.

*

DRAMATIS PERSONAE

Dido
Anna
Cleopatra
Octavia

SCENE I – We Loved Empires

[A shore outside time, ethereal and infinite: the Underworld. The sound of distant water, but no sea is visible. DIDO sits on a rock, her white drape surrounding her, her long curly hair falling over her shoulders. She sighs.]

DIDO
I’ve been foolish, haven’t I?
Falling for a man… and my kingdom falling with me.
Why did I give my all to him? Why?
What was it that made me fall for him…
I cannot remember.
I’ve been gone for so long now.
I wonder where he’s been all this time.
Yes, I wonder where he is, even now.
Is he happy? Is he married to a woman he loves? Does he dream… of me?
I keep wondering: are all of my sufferings worth his happiness?
He could have been happy, even without me, but I… could I?
I could have been happy without him… yes, yes, yes!
[She rises and begins to wander around, circling the rock.] Happier, even!
All he needed was Rome. Rome and his destiny to fulfil.
Not me. Not my love. What about my devotion? My tears?
No, no. None of that mattered to him.
Only Rome. He loved empires.
And I didn’t love mine enough.
My people, my sister…
Anna… oh, Anna.
[She sheds a tear. Her sister, ANNA, hearing her cries, arrives.]

ANNA
Dido, my dear sister, are you still crying for that wanderer?
Really, Dido? You burned for him, was it not enough?
Carthage burned for him.

DIDO
Sister! Stop! Stop the memories, stop the pain.
I need to get over it, over him.
I loved him too much when I needed to love my people more.
Was I selfish?

ANNA
[ANNA puts a hand on her sister’s shoulder.]
Oh, sweet Dido… no, no you weren’t.
You were in love.
It was the most important thing at the time.
The sea, the shells, the sunsets on the beach… were they something to you when you had him?
Don’t blame yourself, don’t blame love. It is the current that moves rivers.

DIDO
What about my city? What about Carthage?

ANNA
Carthage surely misses her queen. But she’ll go on.
You should too.

DIDO
[DIDO looks at her sister and attempts a smile.]
Yes, you’re right. I should.

[ANNA smiles at her and exits.]

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CALL #4: Antony and Cleopatra

“Eternity was in our lips and eyes”

La redazione del blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino è lieta di annunciare una nuova Call for Short Narrative and Poetry nell’ambito del seminario “Foyer Shakespeare – Nothing like the sun. Leggere, tradurre, insegnare Shakespeare in Italia (1623-2023)”.

La Call è aperta a scritture, riscritture e adattamenti del dramma Antony and Cleopatra. I contributi selezionati saranno pubblicati sul Blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate (culturecomparate.it) e verranno letti in un reading organizzato dalla redazione.

Questa call offre la possibilità di utilizzare differenti fonti per la documentazione che rientrano in 3 sezioni differenti:

  1. Il testo del dramma (Per la sua consultazione segnaliamo che è presente nelle Biblioteche dell’Università).  
  2. L’articolo: Shakespeare’s “Antony and Cleopatra”: Power and Submission di Roberta M. Hooks, reperibile al seguente link: https://www.jstor.org/stable/26304094?searchText=antony+and+cleopatra&searchUri=%2Faction%2FdoBasicSearch%3FQuery%3Dantony%2Band%2Bcleopatra%26so%3Drel&ab_segments=0%2Fspellcheck_basic_search%2Fcontrol&refreqid=fastly-default%3A17b56807e78ec2c2ea7a21213e5a3550&seq=1
  3. E la partecipazione alla lezione seminariale che si svolgerà in data 1/12/2025 ore 10:00 in aula 37 presso Palazzo Nuovo dedicata ad Antonio e Cleopatra con ospite Gilberto Sacerdoti (Università di Roma Tre)


Novità: Per questa call abbiamo deciso dare uno spunto tematico (non obbligatorio, ma ben accetto). Vorremo che i testi utilizzino il dramma e i suoi temi come strumento di analisi della nostra contemporaneità, poiché riteniamo la riscrittura dei classici può diventare un’utile lente di ingrandimento sulle dinamiche della società moderna.

La scadenza per le consegne è prevista per il 15/12/2025

La Redazione del Blog si riserva la possibilità di selezionare fino a un massimo di 10 contributi tra racconti brevi, poesie, dialoghi e forme ibride.

Specifiche per i contenuti:

  • Racconti brevi, forme ibride (come prosa poetica); MAX. 4000 battute.
  • Dialoghi; MAX. 4 pagine di testo Word.
  • Poesie numero libero di versi; MAX. invio di 3 contributi, senza particolari limitazioni
    per un massimo di 4 pagine di testo Word.

Modalità di invio:
Gli elaborati in formato Word (.doc/.docx) e rinominati [CALL#4_nome_cognome_titolo] dovranno essere inviati all’indirizzo mail: redazione.blogcomparate@gmail.com. Dopo la ricezione dei contributi, nel caso in cui la vostra riscrittura fosse selezionata, riceverete l’allegato ‘Delibera_Allegato B_Call_Shakespeare’ che dovrà essere compilato e inviato al medesimo indirizzo mail.
All’interno dello stesso file Word vi chiediamo di specificare nuovamente il vostro nominativo, il titolo della riscrittura e il vostro recapito mail.

Vi ringraziamo per la partecipazione! E attendiamo i vostri contributi.

La Redazione.

Caterina tra ribellione e condanna

L’austera Divina Commedia dantesca e il dramma comico shakespeariano La bisbetica domata sembrerebbero non avere nulla in comune. Tuttavia, la tradizione che compara Dante e Shakespeare è cospicua. Accostare due autori solo all’apparenza così lontani è una tendenza che dal romanticismo si fa strada fino al modernismo inglese. Vittoria Seia parte da questa intuizione per tracciare la sua riscrittura.

And take the Comedy as a whole, you can compare it to nothing but the entire dramatic work of Shakespeare. The comparison of the Vita Nuova with the Sonnets is another, and interesting, occupation. Dante and Shakespeare divide the modern world between them; there is no third.”[1]
               T.S. Eliot

La causa è chiara: l’universalità del linguaggio dei due autori.
Nella rappresentazione teatrale alla quale “lord” Sly assiste è presente un personaggio dalle sembianze quasi infernali. Non si tratta né di Cerbero né di Caronte, ma di un mostro ben peggiore: una donna irriverente.

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La maschera dell’arte: illusione mimetica, al confine tra vita e morte, in William Shakespeare e Thomas Mann

di Anna Cavagnino

Questa ‘lettura’ indaga il ruolo dell’illusione mimetica nell’arte come spazio liminale tra vita e morte, analizzando in chiave comparatistica Il racconto d’inverno di Shakespeare e Morte a Venezia di Thomas Mann.

L’arte, nella sua capacità mimetica, riveste un ruolo centrale nel riflettere e trasformare la condizione umana, sfidando continuamente i confini tra ciò che appare e ciò che invece è reale. Questa ambiguità porta la mimesis artistica ad agire in uno spazio liminale, all’interno del quale la distinzione tra vita e morte può farsi ambigua e problematica. Il presente saggio si propone quindi di esaminare, in ottica comparatistica, il ruolo dell’arte come veicolo di illusioni e verità, al confine tra vita e morte, mettendo a confronto come tale dinamica si presenti con modalità differenti nelle opere Racconto d’inverno di William Shakespeare e Morte a Venezia di Thomas Mann.

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