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Il ghiaccio

Giorgia Bruno, in questo suo racconto, tratta di un giovane Amleto moderno innamorato e stregato che vive in prima persona una delle più tragiche storie cantate dal grande Fabrizio de Andrè, nell’ambito del corso di Letterature comparate, Le forme del sonetto, le forme del tragico: da Petrarca a Shakespeare (Prof.ssa Chiara Lombardi). 

PREMESSA

Il racconto ha come intento quello di fondere le trame dei sonetti di Petrarca, dell’Amleto di Shakespeare e, infine, della Ballata dell’amore cieco di Fabrizio de André. Verranno riprese, in questa narrazione, alcune descrizioni tipicamente stilnovistiche della donna-angelo, gli eventi tragici raccontati dal cantautore italiano nella celebre canzone del 1966, e verrà riportato in luce lo sfondo psicologico di un figlio, affranto dalla perdita del padre, che si ritrova, da molto giovane, a dover affrontare una madre che al tempo stesso ama e odia. Il titolo non solo fa un chiaro riferimento al contesto invernale in cui si sviluppa il racconto, ma metaforicamente indica anche la freddezza con cui viene trattato e manipolato il protagonista. Sotto ad un affascinante lago ghiacciato possono nascondersi dei mostri, esattamente come dietro ad una fanciulla dai tratti paradisiaci, può celarsi una natura maligna e subdola.

*

Bene Vagienna, inverno del 1948[1].

La quercia nera nel giardino mi fissava con occhi assopiti, in quel bianco pomeriggio di gennaio. Io me ne stavo seduto sulla vecchia poltrona in vimini del nonno, travolto dall’odore di legna ardente e di sapone di Marsiglia, poggiato poco lontano dal lavandino. Quel giorno tutto sussurrava parole di morte: il vento tra le fessure della finestra, la vecchia radio di nonna sempre accesa e, più di ogni altra cosa, il cigolio del letto di mamma. Il “mostro maledetto”, come lo chiamava lei, era di nuovo tornato quell’anno e come tutte le altre volte l’aveva resa debole come una foglia secca, pallida come le lenzuola su cui giaceva e leggera come un foglio di carta. Il suo cuore allora, non era che un instabile marchingegno dalle viti mal fissate, sempre pronto ad interrompere il suo pulsare.

In pomeriggi come quello, affiorava in me il ricordo di quando mamma, alla domenica, mi passava il mestolo sporco di crema o di cioccolata, dopo aver cucinato una delle sue torte. Il gusto di quel cucchiaio, che ora giace abbandonato nel cassetto, è ancora fisso nella mia mente, tatuato ed indelebile. Proust, forse, parlava già di un concetto simile quando raccontava della memoria rianimata da un piccolo boccone di madeleine[2], o almeno questo è quello che mi ricordo delle lezioni del vecchio professore di Carrù. Mi basterebbe un minuscolo assaggio di quel mestolo per poter rivedere la mia infanzia: la mamma impeccabile ai fornelli con quel grembiule immacolato, la nonna seduta sulla poltrona a cucirmi le toppe della divisa scolastica e il papà…beh il papà non lo so a dire il vero: era partito un giorno del ’43 dicendo che sarebbe andato a comprare il tabacco giù in paese, ma dal vialetto di casa non fece mai ritorno. Lo aspettai per delle settimane, incollato alla finestra, pregando e piangendo. La mamma, invece, passava delle ore sul balcone affacciato sulle Langhe e, per quanto il suo sguardo fosse diventato grigio e i suoi occhi viola dalle lacrime, dava l’impressione di sapere esattamente dove fosse papà. Iniziò a stendere lenzuola nere quando le truppe tedesche giravano in città, e quelle bianche quando le vie di Bene Vagienna erano sgombre dai fascisti. Fu solo qualche anno più tardi che, studiando, capii che mio padre faceva parte dei cosiddetti “partigiani”, e solo quando scoprì la sua malattia, la mamma decise di dirmi che era stato catturato ed ucciso in un campo poco lontano da noi.

Mamma è sempre stata il mio unico punto di riferimento, una sorta di dea, un raggio di luce che penetra e graffia l’atmosfera. Ho sempre provato una sorta di affetto morboso per lei, una pulsione, una scossa d’inestimabile amore edipico, e questo mio sentimento nei suoi confronti lo coltivai fino all’anno seguente la morte di mio padre. Esattamente due mesi dopo la scomparsa di papà, infatti, la mamma mi presentò Claudio[3], un uomo pungente, basso, vecchio, sicuramente intelligente, ma sempre pronto a criticare e a dare consigli di certo non richiesti. Non aveva niente a che fare con mio padre e ciò che ancora di più mi dava noia era il non riuscire a capacitarmi del come mia madre si fosse dimenticata così in fretta dell’armonia della nostra famiglia. Ricordo che una sera, affranto dal dolore per la morte di mio padre e colmo di odio e rancore verso quell’uomo disgustoso, seduto a capotavola mi rivoltai contro mia madre dandole della “bestia”[4]. Un animale avrebbe patito più a lungo la morte di un caro, un animale sarebbe stato più bravo nel portare il lutto. Un Animale avrebbe finto meglio. Da quella sera, il legame tra me e mia madre si ruppe, non ridemmo più, non piangemmo più. L’unico dovere che ancora mi costringeva a lei era la sua dannata malattia al cuore che la divorava dal mattino alla sera, senza sosta. E Claudio? Beh lui, da vero gentiluomo, scappò dopo due anni per una donna molto più giovane di mia madre, abbandonandola nel suo letto che in quel maledetto pomeriggio di gennaio cigolava e strillava. Fu proprio quel giorno del ’48, però, in cui finalmente, dopo tanti anni di buio, rividi un raggio di luce simile a quello che emanava mamma quando ero piccolo: affacciato alla finestra incorniciata dalla muffa, vidi un angelo passeggiare sulla neve del vialetto. Era una creatura con la pelle liscia e di un colore poco più roseo della neve circostante, le labbra della stessa tinta delle rose sul comodino, e i capelli come raggi di sole ondulati che si scioglievano sulle sue spalle[5]. Mai, e dico mai, avrei creduto che si potesse assistere ad una visione come quella: rimasi estasiato, con un vortice di farfalle e falene che volteggiavano non solo nel mio stomaco, ma in tutto il resto del mio corpo, fino a raggiungere i più estremi capillari. Non trovo pace, non riesco a contenere il mio cuore che batte come un tamburo, non voglio nemmeno provarci a contenerlo, a dire il vero. Mi sento ardere e mi sento ghiaccio, mi sembra di volare e mi sembra di essere disteso a terra tra i fiori, piango e rido, grido e non ho una lingua, vedo e non ho gli occhi. Una prigione, quella donna mi aveva appena messo in una prigione da cui non sarei più uscito[6]. “É la nipote di Anita, qua accanto” disse mia madre che nel frattempo si era accovacciata sul bordo del materasso: “Viene da Parigi, è molto acculturata, ma si dice che sia una vera arpia”. Ricordo ancora lo sguardo che posai su mia madre dopo quell’acido “arpia”, sputato fuori dalla sua bocca come veleno. Come poteva essere cattiva una fanciulla arrivata direttamente dalle scale del Paradiso?

Il giorno seguente uscii per andare in centro a Bene a comprare le medicine per mamma. Il freddo quel giorno era ancora più spietato: si infilava in ogni fessura dei vestiti e correva sulla pelle e sui muscoli, penetrando nei pori e raggelando il sangue. Persino la statua di Botero, lì fiera ed inerme sembrava sentire il gelo più degli altri giorni: aveva un cappello di neve e del ghiaccio lungo tutto il mantello e sui manuali di teologia su cui poggiava la mano. Il suo sguardo marmoreo sembrava scrutarmi l’anima, pareva essere a conoscenza della voragine che divorava i miei organi, dopo l’incontro con la creatura fatale. Non appena varcai la soglia della farmacia, una nube di calore incorniciò il mio volto, riscaldando ogni centimetro della mia pelle. Lì l’atmosfera era diversa, più spessa, in qualche modo tangibile. Alzai lo sguardo e tolsi gli occhiali, rimasti appannati dallo sbalzo termico: quello che vidi davanti a me, mi diede una scossa così profonda e prepotente da lasciarmi senza fiato. Un cappotto rosso scuro, decorato da ricami di un colore verde pino e coperto sulle spalle da candidi riccioli d’oro, si ergeva a pochi centimetri da me. Il profumo di orchidea, che emanavano i suoi guanti color perla, ancora adesso mi arde nelle narici, e il suono della sua voce ancora ora risuona nella mia testa come un accordo d’arpa, lontano e delicato come cotone. “Buongiorno, Laurine” mi sembrò di sentire dalle mie orecchie, assordate dal frastuono del mio stesso battito. Laurine, L-A-U-R-I-N-E. Certo, come poteva non chiamarsi allo stesso modo della donna più celebrata dalla letteratura italiana?[7] Tutto di lei emanava luce e diffondeva calore, tutto di lei rendeva ciechi e sordi, tutto di lei era astrazione, niente di lei era umano. Nemmeno i suoi movimenti sembravano appartenere ad una persona in carne ed ossa[8]: lenti, dosati, leggeri come le piume di un cuscino. Si voltò con una pacatezza estrema e finalmente, dopo un tempo per me infinito, riuscii a vedere i suoi occhi. Due sfere del colore del mare, con sprazzi di schiuma bianca e graffi grigi e blu. Sentivo di affogare dentro quei laghi profondi e pericolosi di cui non si conosceva il fondale. Mi vergognavo quasi a guardarla, non riuscivo a mantenere il contatto visivo per più di tre o quattro secondi… come se davanti a me, imponente e spietata ci fosse la Madonna, pronta ad giudicare i miei peccati. Quando Laurine era a meno di venti millimetri da me, mi sentii sfiorare le dita dai suoi guanti di seta lucente: la sua mano corse sul mio braccio e mi disse con la voce di un candore sovraumano: “Tu devi essere Fabrizio[9], il mio vicino, vero?”.

Dentro di me cadde il buio, mi trovavo in un tunnel nero senza uscita: la lingua sembrava anestetizzata, incollata al mio palato senza via di fuga, i miei occhi guardavano a terra impotenti ed incapaci di sollevarsi, il mio corpo era pietrificato, come quello di Botero là fuori, che ancora sbirciava nella bottega. Il mio respiro era cessato e fu solo quando le sue dita d’avorio fecero una leggera pressione sul mio gomito, solleticando il nervo, che riuscii a riprendere vita e colore. Alzai lo sguardo, con una lentezza pari alla sua e per un nano secondo credetti di cedere: le mie gambe tremavano e sentivo il mio battito sussurrarmi il suo pulsare nelle orecchie. Aprii la bocca impastata come sabbia e vomitai un pallido “Si, sono io”. Il suo sguardo si spalancò in un sorriso sincero e compiaciuto, e mi chiese se mi andasse di accompagnarla a casa visto che stringevo tra le mani il mio ombrello viola. Fuori scendevano a gara fiocchi di neve, grossi come batuffoli di cotone, io strinsi con sicurezza l’ombrello rotto e vecchio della nonna e le risposi con maggiore convinzione “SI”. Laurine si attaccò al mio braccio, lo strinse a sé e il mio cuore si fermò. Trattenni il fiato, varcai la porta d’ingresso e con le mani tremanti aprii quell’insieme di ferraglia e bulloni che troppe volte avevo provato (invano) a riparare. Parlò, o meglio cantò, per dei minuti infiniti: la sua voce mi cullava, mi trasportava sulle nubi, mi rendeva aria. Ricordo di essere sembrato un impedito, ma le mie parole erano incastrate lì, tra la gola e l’ugola, e nulla riusciva a superare il palato. Talvolta mi voltavo per qualche millesimo di secondo per osservarla e annuire alle sue affermazioni sulla Sorbone, sul cibo francese decisamente troppo grasso e “burroso”, sui ragazzi troppo precipitosi e sulle riviste di moda banali e fatiscenti. Arrivati davanti alla porta di casa, mi diede un bacio sulla guancia e io rimasi a fissarla impietrito come un vero imbecille. Non potevo credere a cosa mi fosse appena successo. Mi sentivo completamente travolto da una bufera di sensazioni formidabili, calde, eterne, vive. Lei mi sorrise e mi fece un cenno con la mano, al quale io risposi con una pallida smorfia di saluto. Entrai in casa e lasciai che finalmente le mie gambe potessero crollare in un dolce svenimento: restai sull’uscio, accasciato e sorridente per una decina di minuti, quando all’improvviso una voce acuta e debole ruppe l’incantesimo: “Hai trovato le medicine o come al solito bisogna aspettare di morire per ottenere un po’ di aiuto?”. Il mio stomaco divenne un groviglio d’odio e di nervi, mi sollevai con le gambe tremanti e raggiunsi il letto matrimoniale dove giaceva mia madre. “Ho dovuto accompagnare a casa Laurine, mamma. In farmacia non sono stato per più di dieci minuti” “E ora sarà chiusa, immagino. Questo è il tuo grazie per tutti gli anni trascorsi ad allevarti da sola? Per di più per correre dietro a quella megera maliziosa di Laurine. Stalle alla larga, Fabrizio, ti farà del male”. In quell’esatto momento guardai mia madre negli occhi e le dissi con fermezza e piena coscienza: “Spero vivamente questo sia il tuo ultimo inverno”. Silenzio. Non rispose, non aveva parole e forza per farlo: lasciò andare tutti i suoi muscoli e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Con il cuore stretto da mani fantasma, mi voltai e uscii a denti sigillati per camminare nel bosco, proprio dietro la casa del vecchio Tom.

Dopo circa un’ora che passeggiavo sentii una voce lontana che gridava il mio nome: Laurine correva come un cerbiatto tra il muschio e le cortecce degli alberi. Mi raggiunse e il mio cuore cupo tornò a sorridere. Parlai a braccetto per delle ore, mentre i fiocchi le cadevano sui boccoli e sulle ciglia, completamente assopito e avvolto in quel calore e in quella luce che emanava il suo corpo sinuoso e puro. Quando arrivammo al ruscello ghiacciato mi prese le mani per non scivolare e, dopo alcuni minuti, mi trascinò ridendo di gusto sulla lastra di vetro lucente. Rotolammo per terra in meno di dieci secondi, e fu in quel preciso momento, in cui Laurine si stese sopra di me, esausta dalla fatica e dalle risate, che mi guardò e mi baciò. Labbra contro labbra, l’eternità celeste che si scaglia su due giovani fatti di cenere. Sarebbe potuto durare per sempre quell’attimo, sarei morto tra le sue braccia, felice, senza paura del dopo, dell’inferno o del paradiso. Sereno.

Ci tirammo su in piedi e ci mettemmo a sedere sul tronco di una betulla recisa. Lì mi prese le mani e con sguardo sicuro, ed in parte subdolo, pronunciò queste parole: “Tu mi ami, vero? Me ne sono accorta dal primo istante, fate tutti la stessa faccia quando mi vedete, tra l’estasi e lo stupore”. La guardai, perso tra il suo canto di sirena e i suoi capelli in lotta coi raggi di sole. “Tu uccideresti qualcuno per me? Come tua madre? Sono sicura che per me strapperesti via il cuore malato di quel diavolo, per darlo ai miei cani”[10]. Posso giurare di aver visto nei suoi occhi una scintilla di follia, mentre quelle parole taglienti sgorgavano dalla sua bocca. Incapace di riflettere, posai il mio sguardo sulle sue mani che sfioravano il mio braccio e, stregato dalla creatura le risposi: “Io per te fare qualsiasi cosa.” Sogghignò e mi disse “Bravo, ora dimostramelo!”. Tornai a casa con passo svelto e sicuro, spalancai silenziosamente la porta e mi avvicinai al letto, dove mia madre dormiva, con il viso rivolto alla foto di papà sul comodino. Sembrava quasi sorridere, mentre le piantavo il coltello tra lo sterno e le costole. La uccisi con una violenza innata e compiaciuta, e ricordo che ridevo forte. Ridevo, perché allora Laurine mi avrebbe amato; ridevo, perché finalmente papà avrebbe avuto la sua vendetta; ridevo perché ora la mamma, in qualche modo, era libera. Il suo cuore malato, ora, era nelle mie mani, esausto e senza vita: poteva scappare in alto nel cielo, senza più quel peso fastidioso del “maledetto mostro”. Corsi come un pazzo da lei, che ancora mi aspettava dalla betulla: le porsi il cuore di mia madre con orgoglio, in attesa di un suo apprezzamento per il gesto compiuto. Invece, ciò che ricevetti fu un unico e sprezzante: “Disgustoso, Fabrizio. Come puoi anche solo pensare che un orrore simile possa dimostrarmi il tuo cieco amore per me?”.

Mi sentii morire e per il primo istante percepii il magone e il dolore per ciò che avevo commesso: uccidere la propria madre, un gesto avventato ed orribile per cui mai e poi mai mi sarei dato pace. Piansi, piansi e piansi. Mi gettai tra le braccia del mio angelo che dandomi una carezza sulla testa mi sussurrò nell’orecchio con una voce affilata: “Se vuoi convincermi dell’amore che provi per me e soprattutto se vuoi espiare il tuo grave peccato, c’è solo una cosa che devi fare”. Esitò un istante guardando a terra, poi sorrise e mi ipnotizzò con le sue perle celesti: “Tagliati. Le. Vene.”

Gelo. Una scossa di ghiaccio percorse ogni mia vertebra, arrivando fino alla mia nuca. Le chiesi se fosse davvero quello che volesse, se desiderasse vedermi morire in quel bosco, col cuore ormai grigio di mia madre, poggiato poco lontano da noi sulla neve. Laurine mi spostò una ciocca di capelli dalla fronte, mi baciò e con un ghigno crudele, mi disse: “Si”.

Sono passati pochi minuti da quella risposta, arida e violenta, ma nella mia testa sono trascorse delle ore intere. Una cascata di fuoco sta colando tra i miei organi, sento l’adrenalina sulla punta delle dita, la gola secca, le guance umide di lacrime e le gocce di sudore che fanno a gara sul mio collo. Mi volto e vedo inerme il cuore di mamma, quel cuore su cui per tanti anni, da bambino, mi sono appoggiato per sentirne il lento pulsare che mi cullava. Prendo il coltellino svizzero dalla tasca in alto del cappotto, mi accarezzo il polso con la lama e osservo innamorato il primo fiotto di sangue che disegna una riga sulla mia pelle cadaverica. Sento dolore, ma almeno ora Laurine sa che l’amo. La guardo, tremando dalla paura e, invece di vederla pregarmi di smetterla, la trovo seduta sulla betulla che ride a crepapelle. Lei e la sua vanità gioiscono fredde accanto al ruscello, come un pezzo di ghiaccio. Il mio sangue bagna e scioglie la neve, sotto di me, le mani cambiano colore e la creatura si fa sempre più lontana e sfocata. Ora sa che la amo, ora sa che voglio lei e che per lei farei di tutto. Chiudo gli occhi e mi addormento sentendo il suono sinistro della sua risata leggera. Sono felice, sorrido, mamma e papà mi tendono la mano.

BIBILIOGRAFIA

  • À la recherche du temps perdu – Du coté de chez Swann di Marcel Proust (1906-1922).
  • Hamlet di William Shakespeare (1599-1601).
  • Canzoniere di Petrarca (1335-1374): Erano i capei d’oro a l’aura sparsi; Pace non trovo, et non ó da far guerra.
  • Ballata dell’amore cieco di Fabrizio de André (1966).

[1] La data fa riferimento, nelle ultime due cifre, alla morte della celebre amata di Francesco Petrarca, Laura, avvenuta il 6 aprile del 1348 ad Avignone.

[2] Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust (1906-1922).

[3] Il nome si riferisce al personaggio di Claudius, amante di Gertrude, nella tragedia Hamlet di Shakespeare (1599-1601).

[4] Il termine bestia viene utilizzato nell’Hamlet di Shakespeare (1599-1601) per indicare la madre Gertrude, che non sembra aver realmente sofferto per la morte del primo marito.

[5] Si fa riferimento al primo verso del sonetto di Petrarca Erano i capei d’oro a l’aura sparsi (Canzoniere, 1335-1374), quando vengono descritti i capelli della donna amata.

[6] Queste ultime tre frasi (espresse all’indicativo presente, perché ancora sentite nel momento in cui vengono raccontate) riprendono i primi versi petrarcheschi del sonetto Pace non trovo, et non ó da far guerra (Canzoniere, 1335-1374).

[7] Si intende Laura de Noves, donna colta, amata e celebrata da Francesco Petrarca.

[8] Si fa nuovamente riferimento al sonetto Erano i capei d’oro a l’aura sparsi (Canzoniere, 1335-1374), nei versi in cui viene descritto il movimento e l’andatura dell’amata.

[9] Fabrizio come Fabrizio de André, che sarà protagonista dell’ultima parte del racconto.

[10] Questa prova d’amore, proposta da Laurine, fa un chiaro riferimento alla Ballata dell’amore cieco di Fabrizio de André del 1966

Antigona: La Madre Patria chiama!

Francesca Marino in questa riscrittura presenta il mito di Antigone nella Russia del primo dopoguerra.

Il lavoro è stato presentato nell’ambito del corso di Letterature Comparate, Le forme del sonetto, le forme del tragico: da Petrarca a Shakespeare (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“In questa mia riscrittura ho voluto adattare il mito di Antigone in un periodo storico molto intenso. Ho voluto far emergere particolarmente il dolore provato dalla giovane protagonista divisa tra la libertà di amare i suoi fratelli e la tirannia di chi governava in quel momento”

*

Dialogo tra le sorelle Antigona e Ismiena.

Antigona
Basta! Basta! Per quanto ancora deve continuare questa tortura?
Qualche giorno fa eravamo sul corpo di nostro padre a versare le lacrime mentre sentivamo le nostre stesse urla e adesso ci ritroviamo di nuovo a dover sopportare tanto dolore…

Ismiena
Mia cara sorella purtroppo è questa la vita. Dobbiamo rassegnarci, la città di Volgograd è piena di disgraziati che da un momento all’altro potrebbero toglierti la vita a sangue freddo; è così, è questa la spietatezza, la rabbia e la disumanità che arriva con gli ordini da parte di Stalin.
Antigona mi raccomando stai attenta, ricordati chi è colui che dà gli ordini in questa città: Kreon. E’ un mostro e lo sai bene, anche se è nostro zio non si fermerà di fronte a nessuno, ucciderebbe anche la cosa più cara a lui.

Antigona
No! Ne ho abbastanza di queste sciocchezze.
Sorella io ti chiedo: perché i nostri fratelli sono stati ritenuti traditori? Solo perché hanno fatto sentire la loro voce? Perché hanno detto ciò che è giusto?
Non sono stati degnati neanche di una misera sepoltura, neanche un fosso ai piedi della collina. Tu li hai visti con i tuoi occhi, i loro corpi vicino al Volga, pronti ad essere trascinati via, senza alcuna dignità, dal fiume e dalle bestie.

Ismiena
Mia cara i nostri fratelli volevano solo andare via da questa città, trovare fortuna e realizzare i loro sogni ma ciò è ritenuto come un tradimento per la Patria e soprattutto per i Grandi che stanno al potere. Dunque adesso le nostre vite dovranno continuare anche senza di loro; sono sicura che troverai un uomo che ti sposerà con cui vivrai felicemente e non penserai più a tutto questo.

Antigona
Io non posso stare ferma a guardare.

Ismiena
Si che puoi, anzi, devi! Antigona basta seguire le leggi e andrà tutto bene; guarda che fine ha fatto nostro padre, guarda i nostri fratelli… vuoi lasciarmi da sola?

Antigona
Tu non capisci, io voglio rendere giustizia alla nostra famiglia, amo la mia patria ma… Non è giusto tutto questo.
Sorella se ami questa famiglia aiutami. Questa notte daremo degna sepoltura ai nostri fratelli che tanto ci hanno amato e difese fino all’ultimo dei loro giorni.

Ismiena
No sorella, io mi oppongo. Dobbiamo stare in silenzio, non fare niente, solo seguire le leggi emanate da Kreon, sai meglio di me che i corpi che vengono lasciati in riva al fiume devono rimanere lì e chiunque li tocchi farà la stessa fine.

Antigona
Sì, sono a conoscenza di questa legge, ma noi faremo tutto di notte, nessuna luce, solo quella della luna che risplenderà nei volti dei nostri amati fratelli.
Una sepoltura ai piedi della collina, dove un tempo ci riunivamo tutti insieme a leggere le pagine di Dostoevskij. Fallo con me, fallo, fallo, fallo!

Ismiena
Ora basta sorella, non lasciarti travolgere dall’irrazionalità, pensa prima di agire.

Antigona
Ho pensato abbastanza.

Intanto all’interno del Palazzo, il potente Kreon
stabilisce nuove leggi e impone la sua tirannia.

Kreon
Ora guardo la mia città, il mio popolo, sento il mio potere.
Adesso tutte le leggi emanate dovranno essere seguite e per nessun motivo devono presentarsi incongruenze o individui che non le rispettino. Esigo che entro il tramonto vengano appesi in tutta la città i cartelli con le leggi fondamentali; si fa come dico io altrimenti…la morte!
Sono arrivato fin qui grazie all’appoggio del grande Stalin a cui devo tutto, un grande uomo che darebbe la vita per la sua patria. Oh il nostro отец (padre)! Viva la Patria! Viva l’Urss!

Poche ore dopo…

Guardia
Kreon la informiamo che purtroppo tutte le guardie non sono riuscite a completare l’incarico dato da lei per la fine del tramonto. E’ colpa nostra.

Kreon
Incompetenti! Continuerete finché non avrete finito e se sarà necessario continuerete anche durante la notte. 
Ricordate di appendere nei dintorni del fiume una delle leggi fondamentali:

‘’любой, кто окажет честь и похоронит мертвого предателя, будет застрелен, а затем скормлен речным зверям’’

(‘’Chiunque darà dignità e sepoltura ai morti traditori verrà fucilato e successivamente dato in pasto alle bestie del fiume’’)

Durante la notte le guardie terminano l’incarico dato dal tiranno e Antigona attua la sua missione.

Antigona
Fratelli è questo che vi meritate, la dignità, la sepoltura, l’amore di una sorella.
E mentre scavo queste fosse penso a quanto sia ingiusto tutto questo; il silenzio che ormai trattenevo era così forte da spaccare la terra.
Giustizia! Giustizia! Giustizia!
Fratelli amati, nella fossa che ho scavato con le mie forze e le mie lacrime, terrete sempre accanto a voi la nostra citazione preferita di Dostoevskij:

‘’La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa.’’ [ i fratelli Karamazov].

Strano modo di morire vero? E’ quasi emozionante come la citazione più significativa per noi alla fine rispecchi tutto quello che stiamo vivendo.
Ultimo addio ai piedi della collina, tornerò qui quando i fiori che ho piantato sbocceranno e mi ricorderanno di voi. Ci incontreremo in весна (primavera).

Qualche istante dopo…

Guardia
Giovane donna lei è sporca di terra e oserei anche dire macchiata di peccato! Dovrà dare spiegazioni a Kreon.

Antigona
Non devo dare nessuna spiegazione! Lasciatemi libera!

La guardia porta Antigona davanti al giudizio di Kreon.

Guardia
Signore durante la notte ho scovato una giovane fanciulla ai piedi della collina Mamaev Kurgan sporca di terra, oserei dire che stesse seppellendo qualche suo caro.

Kreon
Guardia silenzio!

Antigona
E’ vero, ha ragione questa misera guardia. Ho seppellito i miei fratelli, sì quelli che lei chiama traditori solo perchè speranzosi in un differente futuro, quelli con cui condividete il sangue.

Kreon
Sciocca! Come osi dire una cosa del genere, io non sono come voi bestie traditrici.

Antigona
Sicuramente le bestie hanno meno crudeltà di lei.
Io e i miei fratelli siamo i Nikitin, nostro padre era Idip; le sembra familiare questo nome? Ebbene sì, le sto parlando proprio di suo fratello.

Kreon
Tu sei pazza! Guardie portate subito questa ciarlatana nelle stanze sotterranee, più tardi vedrò cosa farne.

La mattina seguente il giornale della città annuncia
l’imminente esecuzione pubblica di una giovane donna.

Ismiena
No! Non può essere lei, non può averlo fatto veramente; sciocca che sono io, dovevo fermarla, è colpa mia, non ho fatto niente, sono stata immobile…

Durante la notte precedente avviene però un fatto.

Antigona
Luna come sei bella, forse è l’ultima volta che ci vedremo da così lontane, forse presto ti raggiungerò.
Luna come sei bella, proprio come quei fiori che in primavera sbocceranno ma che io non vedrò mai; splendi di una luce non tua, fai di tutto per illuminare. Anch’ io ho fatto di tutto per i miei fratelli e per la giustizia, ah quanta giustizia brucia nel mio sangue.
Mia luna fa brillare la mia città, i suoi giardini, le sue case , le sue strade, le sue persone e le sue piante; fa sì che tutti si ricordino di me, anche se ho compiuto un gesto apparentemente sbagliato, ricorda a tutti che ogni persona ha una dignità e ha bisogno di essere ricordata.
Luna brilla sul mio giovane corpo e indica a mia sorella Ismiena il luogo di sepoltura.
Addio mia amata Volgograd ora sarò al fianco della luna.

La mattina le guardie vanno nelle celle da Antigona per portarla da Kreon.

Guardia:

Signore! Signore! La ragazza è morta, c’è sangue ovunque!

Kreon:

Siete sicuri?

Guardia:

Sì, è stato trovato un proiettile.

Kreon:

Sicuri che fosse suo? E’ veramente ferita o è una messa in scena?

Guardia
No Signore, la giovane riporta una ferita profonda al cuore.
E’ stata trovata una lettera accanto a lei su cui c’era scritto: ‘‘L’irrazionalità e l’amore mi hanno portata fino a qua, adesso metterò fine a tutto ma solo tramite la mia stessa mano, colei che mi renderà degna’’.

Kreon
Guardie…seppellite il suo corpo.

Bibliografia:

– Codovini Giovanni, Desideri Antonio, Storia e storiografia; dalla Belle epoqué a oggi.

– Dostoevskij Fedor, I fratelli Karamazov.

– Sofocle, Antigone .

Il manoscritto perduto, alla scoperta di Ronsard

Nella seguente riscrittura viene riportato uno scambio epistolare e un articolo immaginari a seguito di una scoperta straordinaria. Il lavoro è stato presentato da Francesco Fornaseri per il corso di Letterature comparate, Le forme del sonetto, le forme del tragico: da Petrarca a Shakespeare(Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Nella seguente riscrittura ho cercato di fornire lo scenario verosimile dell’ipotetico ritrovamento di un manoscritto originale del poeta Pierre de Ronsard. La scoperta viene fatta in un paese della Francia in cui visse l’autore e il ritrovamento coincide con l’anniversario dei cinquecento anni dalla sua nascita.”

*

Caro Jacques,

Spero che questa lettera ti trovi in buona salute e serenità. Ti scrivo con una notizia che potrebbe suscitare il tuo interesse, considerando la tua passione per l’archeologia e la ricerca di reperti antichi che raccontano storie dimenticate. 

Mi trovavo, secondo la mia routine quotidiana, nella parrocchia della chiesa a cui sono stato ultimamente assegnato (La Madaleine, qui a Vendôme) a sistemare la vecchia cantina quando ho fatto una scoperta che potrebbe essere di interesse per te e per la tua fervida curiosità verso il passato.

Tra i vecchi scaffali polverosi e oggetti dimenticati da anni, ho trovato un reperto che sembra essere un antico manoscritto o, per meglio dire, un frammento di uno. È stato un ritrovamento inaspettato, un pezzo di storia che sembrava attendere pazientemente di essere scoperto.

Mi ha colpito particolarmente la sua natura fragile e il modo in cui le parole scritte con cura su pergamena sono sopravvissute al passare dei secoli. Non sono un esperto in materia, ma sembra trattarsi di un testo molto antico, forse risalente a diversi secoli fa.

Le righe scritte con inchiostro sbiadito sembrano raffigurare un antico canto o una poesia. È possibile che possa trattarsi di una qualche composizione religiosa, dato il contesto in cui è stato trovato, ma non posso escludere altre possibilità.

Riesco a leggere solamente alcune parole che mi riconducono però a tutt’altro contesto: rais, Amour, les yeux de ** dame e Archer (che si ripete due volte).

Riconosco che il mio interesse per questo ritrovamento è nato anche dal desiderio di capire meglio la storia della nostra chiesa e della comunità che l’ha preceduta. Ecco perché ho pensato a te, sapendo quanto tu sia appassionato nell’esplorare il passato attraverso reperti simili e quanto il tuo lavoro lo preveda.

Se ritieni che possa essere di interesse per i tuoi studi o se hai qualche collega che potrebbe offrire ulteriori informazioni o analisi su questo frammento, sarei più che felice di condividerlo con te per ulteriori esami.

Attendo con ansia la tua risposta e la tua opinione su questa scoperta. Spero che possa rappresentare un nuovo capitolo nella comprensione della nostra storia locale.

Con stima e cordialità,

tuo amico e parroco di Vendôme, Francois.                                                                                11 settembre 2024

Caro amico,

La tua lettera è stata una piacevole sorpresa. Sono entusiasta all’idea di poter esaminare personalmente questo affascinante reperto che hai scoperto nella cantina della chiesa. La storia nascosta dietro questi antichi manoscritti è sempre stata fonte di grande fascino per me.

Ti avverto, potresti avere tra le mani un oggetto di grande rilevanza: data la tematica amorosa potrebbe essere una poesia di un importante autore del 1500 o 1600 francese come Marot, Pierre de Ronsard o Pontus de Tyard!

Sto facendo il possibile per raggiungerti al più presto possibile. Ho già preso le misure necessarie per organizzare il mio viaggio e non vedo l’ora di gettare uno sguardo su quel frammento di storia.

Ti terrò aggiornato sui dettagli del mio viaggio e ti garantisco che arriverò non appena possibile. Grazie ancora per questa straordinaria opportunità.

Con sincera amicizia,

Jacques.                                                                                                                                       19 settembre 2024

Le Figaro                                                   25/09/24             

Un sonetto inedito di Pierre de Ronsard ritrovato da un prete in una chiesa a Vendôme

Di Antoine Matuidi

Vendôme, Francia – Un’emozionante scoperta ha lasciato sbalorditi gli studiosi e gli appassionati di poesia: il manoscritto originale di un celebre sonetto attribuito al celebre poeta rinascimentale francese Pierre de Ronsard è stato ritrovato in una chiesa qui dal prete della parrocchia di Vendôme.

Il reverendo Francois Clauss, responsabile della chiesa locale del piccolo paese di Vendôme, ha fatto questa straordinaria scoperta durante una recente opera di restauro all’interno della struttura religiosa. Mentre esaminava una vecchia cassa di libri e manoscritti dimenticati, ha trovato un antico manoscritto che sembrava risalire a secoli addietro.

All’interno di questo volume, tra pagine ingiallite e polvere accumulata nel corso del tempo, giaceva un frammento di pergamena contenente ciò che sembrava essere un sonetto inedito di Pierre de Ronsard. L’opera è stata riconosciuta come il celebre sonetto III dell’opera Les Amours dell’autore rinascimentale.

Il reverendo Clauss, sorpreso e al contempo emozionato dalla scoperta, ha espresso la sua gratitudine allo storico e amico Jacques Digne, che ha permesso il riconoscimento del sonetto.

Il sonetto riflette la struggente dualità di essere affascinati dalla dolcezza e dalla passione dell’amore, pur subendo la sofferenza e la struggente bellezza di esso. Riprende a pieno il modello petrarchesco molto diffuso all’epoca.

Così recita la poesia:

Entre les rais de sa jumelle flame
Je veis Amour qui son arc desbandoit,
Et dans mon cœur le brandon espandoit,
Qui des plus froids les mouelles enflame:
     

    Puis en deux partes près les yeux de ma Dame
Couvert de fleurs un reth d’or me tendoit,
Qui tout doré blondement descendoit
A flots crespu sur sa face pendoit             
    

     Qu’eussaé-je fait ? L’Archer estoit si doux,
Si doux son feu, si doux l’or de ses nouds,
Qu’en leurs filets encore je m’oublie.
     

      Mais cest oubly ne me travaille point,
Tant doucement le doux Archer me poingt,
Le feu me brusle, et l’or crespe me lie.

Pare infatti che il poeta, dopo i successi alla corte francese di Enrico II, Francesco II e Carlo IX, per via dei crescenti problemi di salute da cui era affetto, scelse di passare i suoi ultimi anni di vita lontano dai fasti di palazzo, soggiornando nella sua casa a Vendôme.

“Il potere e la bellezza della poesia possono sorprendere in modi inaspettati. Ritrovare un manoscritto originale di un maestro come Pierre de Ronsard in un luogo così sacro è un evento che mi ha lasciato senza parole”, ha commentato Digne.

La notizia di questo ritrovamento ha già suscitato grande interesse tra gli accademici, gli amanti della letteratura e gli storici, e molti si attendono con impazienza ulteriori analisi e studi approfonditi per datare esattamente il manoscritto.

Si dà il caso che la scoperta di questo sonetto di Ronsard sia avvenuta esattamente 500 anni dopo la nascita dell’autore (11 settembre). Il ritrovamento rappresenta un momento che offre una nuova prospettiva per apprezzare e comprendere ancora di più il genio poetico di uno dei grandi maestri della letteratura francese.

Bibliografia:

Pierre de Ronsard, éd. critique par Paul Laumonier, Paris, Didier, 1935. Ed. it di rif. Amori, a cura di C. Greppi, Milano, Mondadori, 1990. Wikipedia Pierre de Ronsard: https://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_de_Ronsard

Shall I – Opera sperimentale in tre movimenti

I movimento
 Look in thy glass and tell the face thou viewest

II movimento
V: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni

III movimento
When Forty Winters shall besiege your brow

L’opera: Shall I è un esperimento di scrittura audace, perché stravolge, cannibalizza e contamina la più canonica – e insieme la più rivoluzionaria – tra le forme poetiche: il sonetto. Poiché i versi di Petrarca, Michelangelo e Shakespeare hanno superato la prova del tempo, gli autori hanno deciso di portare a nuova vita tutte quelle figure, quelle storie e quelle ambientazioni nascoste nell’impalcatura della forma sonetto. Fair Youth, Laura, lo specchio, l’acqua, le chiome e i capelli d’oro esistono materialmente e fisicamente in queste pagine e l’effetto che ne deriva ha la forma di una lanterna magica.

Lo spettatore viene catapultato in quest’avventura poetica senza avere il tempo di porsi delle domande, trovandosi immerso nelle storie, nei frammenti, nelle visioni, nelle grandi scene e nelle illusioni che abitano la poesia fin dai tempi di Petrarca e che ancora ci accompagnano.

Il Coro, retaggio della struttura tragica, introduce il tema dei tre movimenti.

Gabriele Corna ha partecipato alla stesura, all’elaborazione e all’editing dell’opera.

Primo Movimento

–   Argomento del primo movimento: nello scontro tra l’antico e il moderno, tra le tradizioni classiche e le rivoluzioni sperimentali, questo movimento si concentra sui temi di sogno e illusione; memoria ed eternizzazione; specchiarsi; follia e frenesia amorosa; vendetta; trasformazione della donna angelicata.

–   I sonetti di riferimento sono: 1 e 149 (Shakespeare), 272 (Petrarca), 102 e 151 (Michelangelo) e altri.

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Elisa Rovetto, Giulia Rolando, Gloria Policaro, Chiara Cavallero, Letizia Desimone, Milena Re, Arianna Ferrero, Margherita Ricchiardi, Ludovica Maione, Mattia Marin, Leonardo Besson, Pietro Delodi, Celeste Palmas, Giulia Grosso, Marta Gennaro, Elisa Murgante, Ilaria Cervi.

Secondo Movimento

–    Argomento del secondo movimento: questo movimento sfida l’argomento classico del sonetto michelangiolesco relativo alla contesa tra le diverse forme d’arte. Come può manifestarsi, oggi, questa sfida impossibile della rappresentazione? Quali sono le forme ibride metaforiche e contaminate che riescono ad abbracciare tutti i linguaggi dell’arte?

–   Principali sonetti di riferimento sono: Sonetto 29 e 126 (Petrarca); sonetto 18, 116, 120, 149 (Shakespeare); sonetto 29 (Petrarca); madrigale Come può esser ch’io non sia più mio?, sonetti 17 e 151 (Michelangelo) e altri.

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Matteo Bonino, Matilde Bianco, Dario Prunotto, Anna Paruzza, Giulia Frenna, Michela Voghera, Alessia Bersanetti, Rebecca Zanin, Lorenzo Pietracatella.

Terzo Movimento

–   Argomento del terzo movimento: questo movimento rielabora il tema della caducità dell’esistenza e del trascorrere delle generazioni. L’invito alla procreazione, e al non disperdersi della bellezza, caro al ciclo di sonetti dei Marriage Sonnetts shakespeariani, quali connotazioni può assumere nel nostro mondo?

–   I sonetti di riferimento sono: ciclo di Marriage Sonnets (Shakespeare).

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Elia Ferrari, Cristina Galizio, Elisa Pantone, Giulia Bongioanni, Rebecca Deandrea, Alessandro Dema, Linda Pascazio.

Primo Movimento

Look in thy glass and tell the face thou viewest

[Entra il coro]

E allora parliamo di uomini.

Parliamo di me e voi,

di coloro che camminano

sulla terra bagnata dalla pioggia

e di tutti quei personaggi

che abitano tra le stelle.

Parliamo della guerra più antica di tutte

della contesa che non conosce pace:

se esista mai su questa terra

un’arte che sappia descrivere la vita.

I pittori hanno sfidato i poeti in descrizioni

e scultori e musicisti hanno combattuto

per la plasticità della materia;

tutto quello che ne è rimasto:

è che pace non abbiamo e non troviamo da far guerra.

L’unico giudice è l’umano

di quale sia l’arte migliore,

ma le Muse sono creature tentatrici

che a volte innalzano e a volte abbattono

il loro umile cantore.

Quando l’universo ha smesso di coincidere

e il mondo ha iniziato a esistere

sono nati i racconti;

parliamo, allora, di quelle storie

che nel loro svolgersi

ci aiutano a vivere.

[Esce il coro]

 Narratore

Il dottor Francesco Manzoni, che pure non aveva mai studiato l’autore lombardo per un rancore che provava nei suoi confronti, era uno psicologo. Nella sua breve carriera era già riuscito ad essere assunto in una delle più rinomate aziende per il supporto psicologico nella sua città, e in questo contesto aveva conosciuto la sua compagna. O meglio, “ex-compagna”. Sì perché il dottore, seppur di giovane età, era già intenzionato a mettere su famiglia, aprire il mutuo, scegliere la scuola per i figli, affrontare la suocera a natale durante una partita a tombola,… Laura no. E questo gli spezzava il cuore. Una volta bloccato su tutti i social di lei, tutto ciò che rimase al dottore era il lavoro (oltre che la casa, visto che la collega era andata a stare dai suoi), ma anche questo stava per essergli portato via. Questo perché, com’è risaputo, uno psicologo che vive un certo trauma non può seguire pazienti con traumi simili, e si dà il caso che Manzoni fosse un consulente di coppia e che le sue sedute individuali procurassero lui maggiore clientela quando entravano pazienti dal cuore spezzato. Si dà anche il caso che proprio domani si terrà la seduta che deciderà le sorti lavorative di Manzoni e lui è impreparato, come quando da ragazzo il giorno prima della verifica andava in montagna invece di studiare. – Come faccio adesso? – continuava a chiedersi. L’idea che ritenne più brillante fu una delle prime a cui pensò. Il dottore pensò al suo manoscritto da pubblicare: un diario delle sedute in cui erano raccontati quelli che per lui erano i sogni più coinvolgenti, professionalmente parlando, riguardo ai temi dell’amore. In questo breve testo aveva raccolto sette storie di sette pazienti e ora che stava rincasando lo stringeva forte in mano, tra una spallata e uno sguardo provenienti da quello e dall’altro concittadino con cui condivideva giornalmente il tram. Salì le scale e mangiò con stanchezza gli avanzi del giorno prima, poi si alzò senza sparecchiare e si diresse verso camera sua. Si tolse i jeans, e accesa l’abat-jour, si infilò sotto le coperte, con solo l’energia per sfogliare il suo stesso testo: ”Dedicato a Anne, per l’amore che mi hai trasmesso per lo studio”. Scansò la pagina con il titolo della raccolta e iniziò a leggere dal primo capitolo.

Prima categoria:
Sogno e illusione[1]

Dalle memorie di un sognatore

Cosa lega gli uomini ai sogni d’amore?

Risposta che solo un sognatore saprebbe indicare attraverso parole velate.

Sognatore non è colui che dorme, ma colui che rende la propria vita sospesa tra realtà e meraviglia, tra vita e sogno, dando un significato alle fantasticherie d’amore e rispettando questo sentimento poiché sa quanto sia più forte rispetto al dolore.

Immaginiamoci per un istante di vivere in un mondo privo di sognatori, chi guarderebbe più la luna con stupore, amando il firmamento più di quanto il cuore sia capace?

Un giorno lo incontrai un sognatore: all’epoca lavoravo come portinaio di un vecchio teatro e lo scorgevo spesso trovare conforto nel bicchiere di una vecchia locanda; le persone erano strane laggiù: nessuno lo capiva. Forse nemmeno lui stesso si capiva, ma gli andava bene così perché l’unico essere da cui voleva esser compreso era colei che da tempo incontrava all’uscita del vecchio teatro: una donna bellissima con i capelli dei colori delle foglie dorate in autunno. Dal suo viso scolpito dalla giovinezza traspariva l’ardere delle più misteriose emozioni che giorno dopo giorno lui osservava di nascosto. Le sue mani erano così bianche che sembravano in grado di non sfiorire mai. Il sognatore innamorato aveva concepito diverse proposte di come la donna si potesse chiamare, ma nessuna di queste sembrava appartenere a lei, o forse, era lui stesso a preferire silenziosamente di celare questo mistero.

Così, persuaso, dopo anni, il timido sognatore decise che quel volto meritava tanti versi quanti erano gli astri nel cielo: era gennaio, e sotto la porta del teatro una lettera ingiallita e con un timbro di ceralacca rosso attirò la mia attenzione.

Capii che la lettera non era per me ma, curioso, la lessi ugualmente: sulla carta, incisi come pietra, formicolavano versi così sinceri da intimorire persino l’animo più colto

Incrociare il tuo sguardo angelico

tra il buio

di ciò che mi circonda

mi salva

sognare di un futuro con te

è sufficiente

perché io percepisca la vita

farsi più leggera

ogni mio giorno è ormai segnato

da quel breve incontrarti

che dà sostanza al mio incompreso vivere

se quel che piace è grande sogno

a me piace

sognar di te.

Pioveva. I miei occhi non versarono lacrime, ma fu la pioggia a farlo per loro. Anche la pioggia si era resa conto che l’uomo altri non amava che un attore: il migliore dei talenti femminili, colui che poteva essere cento donne e non ne era nessuna.

Il sognatore non vide più la sua Ofelia o la sua Cleopatra, né tutti i ruoli che nel corso delle stagioni passate l’aveva visto interpretare. Ho pensato di dire la verità, di parlare al sognatore della misteriosa morte del giovane attore, avvenuta la notte stessa in cui la lettera venne lasciata sotto la porta del teatro. Una morte ingiusta, un omicidio apparentemente immotivato, o forse no, perché la sua ingenua femminilità turbava l’animo di molti. Decisi dunque di tacere, capii che era meglio lasciare un sogno infranto piuttosto che svelare un’aspra realtà: con le mie parole avrei trasformato il suo amore perduto in un giovane talentuoso con l’anima di donna.

Mi sveglio con un nodo alla gola. Frastornato un senso di angoscia pervade il mio corpo, controllo la data indicata sulla mia sveglia: 25 gennaio 1975. Era tutto un grande sogno, così reale che quasi mi sembra di tenere quella lettera tra le mani. Non sono un portinaio di un teatro, sono un misero dipendente che lavora nella biglietteria del cinema meno frequentato della città, è tardi, devo andare a lavoro. Non riesco però a concentrarmi su quel che devo fare, mi sento ancora immerso nel sogno e continuo a rivivere le tristi emozioni della constatazione dell’impossibilità dell’amore, immedesimandomi nell’animo del timido sognatore.

Decido di alzarmi e ricordo che è mercoledì, giorno in cui in programmazione ci sono solo film d’epoca. Sorrido mentre realizzo che tra il pubblico di habitué ci sarà Olivia.

È da tempo che sono innamorato di lei, penso spesso al momento in cui sarò pronto a dichiarare con sincerità ciò che ancora provo, ma la mia timidezza e la paura di poter ricevere un rifiuto mi bloccano da tempo. Ho sempre preferito rimanere nell’idea in cui ancora stiamo insieme, non vorrei che la dichiarazione della verità possa rovinare il nostro rapporto di amicizia. Non voglio interfacciarmi con la realtà, che potrebbe riservarmi dolore.

Mi preparo ed esco di casa, mentre cammino la mia mente ritorna al sogno di questa notte. Immerso nei miei pensieri arrivo al cinema, mi posiziono sulla mia poltrona rossa un po’ impolverata e attendo l’arrivo dei clienti, sperando che il primo volto che vedrò sia quello di Olivia.

Il sogno si ripresenta ai miei occhi, e sono quasi infastidito dall’ennesima successione di quelle immagini nella mia mente. Tra gli ultimi clienti entra Olivia e cammina verso di me con un sorriso sul viso, e con la sua fragile voce mi chiede un biglietto con le monete già pronte nella mano, desiderosa di raggiungere velocemente la sala per non perdersi i primi istanti del film. Mentre le porgo il biglietto penso che vorrei vivere in quell’istante per sempre. Prende il biglietto, mi saluta e si volta verso la sala. Comincia il film e l’ingresso del cinema si svuota, e io resto nuovamente solo con il sogno ben fisso nella mia mente. Forse dovrei trovare il coraggio di parlare a Olivia perché non riesco a sopportare l’idea di poter vivere una vicenda simile a quella del sognatore. Decido di scrivere una lettera che le consegnerò alla fine della programmazione

Ti cercherò là dove l’anima, Narciso, 

echeggia nel tuo profondo specchio d’acqua

così profondo, che quasi non ti vedo più

ma senza voltarmi continuerò a cercarti.

quando lo sguardo, incrocerà il tempo perduto

solamente allora, verrà la mia estate.

Sospirando, pervadi la mia mente di notte

lascia che il sogno tormenti i sentimenti.

Questo è il mio regalo per te.

Amore, consumato respira il rimpianto

quella sera di averti sorriso soltanto

e se illuso sarò io ad amare di più,

nessun uomo spenga le mie stelle

sarò il sole innamorato della neve.

tuo Will.

Narratore

 Lesse le proprie note: «I dati del paziente sono preoccupanti, confonde le illusioni della sua mente con fatti realmente accaduti, manca completamente di senso di realtà, non mangia, non vive. Sembra aiutarlo solo la poesia. Quell’uomo… erano mesi che pensava di aver parlato a quella ragazza. Forse Olivia non era neanche il suo vero nome ma solo un frutto della sua fantasia, così come tutte le sue interazioni con lei. Eppure ogni volta che si scontrava con la realtà rispondeva con uno sbadiglio. Non dormire per il lavoro lo faceva sognare di giorno e si sa non bisogna svegliare i sonnambuli.»

Seconda Categoria:
Ricordare, memoria ed eternizzazione[2]

Tempo, donna ammaliatrice e scaltra, nuda e altera

abbandona la tua superbia 

e concedimi un attimo in cui sopravvivere con te 

che vivi indifferente e non ami.

Non mi ami: fuggi; ridi di me e scappi

dalla noia di rendere me essere,

parole immobili e destinate,

pensieri e bagliori infiniti.

Donna, tempo tentatore e ladro, sentenza assassina,

fiori irrisolti, albe appassite;

scorgi dall’alto il mio affanno e 

non consoli la mia perduta eternità.

Corri ma consenti il ricordo del cuore e 

correndo non smettere di ricordarti di me.

Tra la critica e la poesia

Commento critico:

LA CRONOFOBIA: il tradimento e la consolazione del tempo.

La cronofobia è la paura del tempo. La paura del tempo che inesorabilmente fugge via da chi lo ama, lo brama e lo attende. Si tratta di una fobia comune a tutti gli uomini che possiedono un’anima che spera e piange, che riflette e si tormenta.

La cronofobia è l’angoscia del trascorrere di una vita che fuggendo tradisce se stessa, alienandosi e svuotandosi del suo puro significante e significato: il tempo.

La cronofobia è la malattia di un tempo veloce, fatto di sospiri fuggenti, emozioni consumate e ansia per l’eternità. Un tempo che sembra immobile nel suo destino ma fuggevole nei suoi attimi ordinari e quotidiani. Un tempo che tradisce e non sente obiezioni: un tempo che fuggendo ride di chi lo aspetta con un ghigno sordo e ridondante; un tempo che immobile osserva l’affanno di chi lo ama e gode animatamente. Un tempo che assale e che ricorda a chiunque possieda un’anima che è proprio lui a morire ripetutamente nel silenzio della malinconia e nell’orrore della mortalità.

La cronofobia è l’ossessione per gli attimi e lo sguardo attento di chi spera in un soffio vitale eternamente vivo, umano e reale. Un momento idilliaco dove tutto è destinato alla vita e niente alla morte. Tutto è eternamente presente e niente è disgregato dall’eco vicino del futuro imminente.

La cronofobia è la paura di non trovare dove la vita si nasconde nel tempo delle cose umane.

La vita si nasconde agli angoli del mondo, nei posti aperti all’ignoto e oscuri alla mente.

L’uomo si presenta in ogni luogo. Si mostra. Si palesa. Si rileva. Si svela.

La vita gode indifferentemente della sua eternità mentre l’uomo attende nella sua disperazione un momento che duri per sempre.

L’uomo cerca la vita. L’uomo piange e inspira, si dispera ed espira finché non la trova: la vita è lì in un angolo distesa. È nuda, pallida, indifferente. Sorridente di un sorriso fastidioso, vittorioso, capace di comprendere ma incapace di rispondere. Ha gli occhi vergini dalle paure, le labbra consumate di chi vive e il corpo di chi ha sentito su di sé il sorgere di molte albe.

L’uomo è illuminato dal suo bagliore di indifferente eternità. Sceglie di incatenarla a sé in un abbraccio indissolubile. Lei ferma e impassibile si lascia stringere, per un attimo. Un attimo folgorante che brillerà nell’anima di un uomo che ha paura del tempo e che proprio per questo illuminerà il suo breve momento di essere.

Un solo istante per essere anima e per essere luce.

Un solo istante per essere arte.

La cronofobia è la paura degli attimi che non sono anima, non sono luce. Non sono attimi che risplendono come un’alba salvifica, come uno scintillio positivo che da lontano ricorda e salva.

Non sono attimi abbracciati dall’uomo oltre l’oblio della dimenticanza. Non sono attimi stretti tra il cuore e la memoria di chi teneramente li stringe alla luce del proprio essere e ai primi colori lontani e tenui di un’alba che risolverà. Non sono attimi che obiettano contro il bisogno dell’uomo di amarli e piangerli. Non sono attimi che si divincolano, che scivolano e che svaniscono con il sorgere del Sole.

Ma sono attimi che cullano, rasserenano e accarezzano.

Sono attimi che hanno la traccia della luce e il bagliore del ricordo.

Sono attimi di cui non avere paura perché ricordano all’uomo di essere: di essere folgorante arte e pallida malinconia.

Sono sospiri di luce.

Sono arte.[3]

La nostra vita è costantemente scandita dal ticchettio di un orologio, dalla sabbia che scende piano piano verso il basso in una clessidra, da qualcosa che ci ricorda che il nostro tempo in questo mondo non è infinito: è un’entità onnipresente, ci scruta nella sua indifferenza e divora gli attimi della nostra vita che diventano pian piano irrecuperabili. 

Tutto scorre, compreso il tempo. Ci sembra che ciò avvenga fin troppo velocemente, tanto che talvolta perdiamo di vista i nostri obiettivi, che ci sembrano appartenere a un futuro lontano; talvolta ci dimentichiamo di fermarci ad apprezzare ciò che abbiamo. Ma vivere nel presente, senza affannarsi per il futuro e senza nemmeno rifugiarsi nelle memorie passate, non è semplice: il tempo sembra essere nostro antagonista, misura la vita e poi la toglie, consuma e distrugge, e la paura di non poter più vivere nuove estati e di dimenticare attimi appartenenti ad un passato di amore e giovinezza spesso ci divora.

Per questo motivo tendiamo a cercare più e più volte di rivivere un determinato istante, magari a causa della nostalgia di qualcuno, o di un determinato avvenimento, o perchè forse può destare ancora parecchie preoccupazioni nel presente, ma dal momento che questo non può più tornare una seconda volta possiamo farlo solo attraverso la memoria: così cerchiamo di imprimere in quegli attimi indimenticabili la vita. 

Il tempo è fuggevole, scorre veloce senza aspettarci, ma c’è una cosa che può temporaneamente fermarlo e si tratta della bellezza: solo l’arte riesce a imprimere nell’eternità i begli occhi o la morbida veste della donna amata nel giorno in cui l’abbiamo incontrata per la prima volta. L’arte, la parola e in particolare la poesia sa rendere dinamica, viva e collettiva un’esperienza prima solo personale, ma che i poeti hanno saputo dipingere con dettagli così suggestivi e commoventi tanto da renderla un’immagine eterna e coinvolgente anche a centinaia o migliaia di anni di distanza. Un incontro inaspettato, uno straziante addio, uno sguardo gentile o un paesaggio primaverile possono così rinascere ogni volta che si rilegge la poesia, riportandoci ad immaginare una scena già successa, anche se la linea del tempo prosegue lineare e rapida davanti a noi, ricordandoci di utilizzare sempre tutti i momenti a nostra disposizione, alla ricerca di un atteggiamento giusto, accogliendo tutti i piaceri, le gioie e le lezioni che la vita ci regala[4].

Narratore

Lo sguardo del dottore si distolse momentaneamente da quel giallo flebile, fioco, fragile, formale, estremamente onirico dei fogli. Poi si proiettò oltre il vetro della finestra: si erano appena accesi i lampioni. 

Terza Categoria:
Specchiarsi[5]

Perfettamente uguali

Nello specchio dell’antico [6]Nello specchio del moderno [7]
“Dalle più belle creature desideriamo procreazione, cosicché la rosa della bellezza non possa mai morire”.Amabili versi, dolci e raffinati, colmi di speranza per il pover uomo ormai giunto presso l’abisso.Così soavi che sembrano celare, seppur per un istante, l’amarezza intrinseca al vivere.Di questi versi, io non so che farmene.Nulla per me apporta conforto ela prospettiva di una morte anonimae non compianta mi è familiare.Non possiedo la fortuna di esser di bell’aspetto.Il mio volto è sfigurato, i suoi tratti rigidi.Il mio corpo è deforme, incompiuto.Chi mai amerebbe uno storpio?Solo un folle probabilmente.Non posso essere amato, tanto menoessere amante. I miei sentimentisarebbero certamente respinti con scherno, se non con disgusto.Come biasimare? Io stesso non possiedoné la forza né il coraggio di intrattenermidinanzi uno specchio. Il mio seme? Il mio seme dite? E cosa me ne faccio.Sarò tomba di un amore a me mai insegnato.La sola idea di averlo in sé ripugna colei su cui cade il mio sguardo.Io, frutto corrotto di una natura ingannatrice, non posso che giungere ai miei scopi tramite la forza brutale della crudeltà.La mia fame, o specchio, la fame che mi consuma, che mi divora, è fame del potere a me dovuto. Il potere più grande di tutti.Il destino ribaltato di colui che giudicato imperfetto ora si fa giudice e carnefice.Non mi importa a chi arrecherò danno, no.Siamo tutti effetti collaterali, d’altronde, di un mondo che rende spietati.E io mi sono deciso a sposare questa spietatezza.E a non avere più limiti.“Guardati allo specchio e di’ al volto che vediche è ormai tempo per quel viso di crearne un altro”. Con quanta grazia i poeti invitano alla vita, rendendo omaggio persino alle più grandi frivolezze. Il mio dono è tanto unico quanto infido e temibile. No, qui non si parla di frivolezze.Non necessito un fanciullo che risvegli in me la dolcezza di una gioventù ormai trascorsa. Il mio stesso viso, nei suoi lineamenti più amabili,ne è un ricordo perpetuo e indelebile.Questa stagione effimera per molti, è per me costante.  Una maledizione, forse? Una grazia, obietto io. Chiunque mi guardi resta incantato e ogni passante in strada volta gli occhi per ammirarmi. Sono io il fanciullo del poeta.Il volto della primavera perenne  che tutti bramano. Il seme che possiedo. Il seme bramato, supplicato, agognato. Sarei folle a volerne diventare tomba, eppure… eppure rabbrividisco alla sola idea che tale perfezione possa essere a me sottratta. Una voce, quella stessa, profonda, mia voce che mi spinge ad amarmi mentre ti guardo, specchio, mi spinge a conservarlo questo seme, a custodirlo, gelosamente.E poi questa voce mi parla di sangue. Vuole il sangue. Il mio piacere, la sofferenza altrui.Voi non la sentite questa voce? Voi non credete che io senta questa voce?Perfezione. Tutto ciò che è difetto va nascosto, relegato alle più oscure stanze del mondo. Sono eternamente giovane e perfetto. Perfezione. Altro non puoi avere da me, specchio.

Conclusione a “due voci”:

A: Cos’altro dovrei fare? Aver paura di guardarti, specchio? Di guardare questo mio sproporzionato viso?

B: E cosa dovrei fare io? Immagine perfetta all’esterno ma mostruosa all’interno, costretto a non vedere altro che la seconda quando di fronte al mio riflesso.

A: Un mostro sì, ma che ora ha in mano il mondo.

B: Lo stesso mondo che mi ha reso così, corrotto, privo di integrità. La mia non è stata una scelta.

A: Avevo forse alternativa? Quando ciò che conta è apparire, a cosa servono moralità e valori nel raggiungimento del più alto potere?

B: Servono quando convinti di distruggere gli altri per i nostri fini, non procuriamo che del male a noi stessi. Questo è quello che ora so. Questo ciò che vedo.

A: Esiste allora una possibilità di redenzione? Tornare a guardare il proprio riflesso senza esserne disgustato?

B: Agli occhi degli altri la nostra immagine non muterà mai… 

A+B: …così eternamente opposti, così perfettamente uguali.

Narratore

 Da lontano giunse l’eco esile di un tuono. 

Quarta Categoria:
Follia amorosa[8]

Lettera di un innamorato

                                                                                                                             8 maggio

Amata F,
Voglio che tu smetta di dubitare di me, perché sapere che il mio amore ti sembra un fiore che nasce e muore ogni giorno mi fa odiare la mia vita che non è nient’altro che tua serva da quando mi hai tolto a me stesso. 

 Così scrivo qui l’ultimo frutto del mio continuo malanno, amore, che per tanto tempo ho considerato la sorgente della mia vita, il nutrimento per saziare un certo appetito, ma che forse, alla fine, non è altro che bacino di oscurità e fuoco. Adesso la vedo, o Dio o Dio o Dio, ora vedo l’oscurità in cui siamo. Ma poiché questo è il tuo regno, decido di fermarmici, rinunciando al sole che non è caldo come il tuo inferno.
Se prima il buio mi spaventava e il fuoco mi bruciava e avrei tanto voluto una via d’uscita, adesso non saprei come aprire gli occhi davanti a una luce che non sia la tua e non riuscirei a inspirare senza l’inferno che mi passa el core.
Pensavo fossi cara e così ti ho seguita e inseguita perdendo a ogni passo un pezzo di quello che sono stato prima di incontrarti, la mia ragione è sparita, ma era solo di intralcio alle nostre felicità e a quella dei tuoi cani, esseri divini ormai figli per me. Pur di riuscire a vedere il tuo bel viso e non solo più le tue spalle ho agito come nessun essere umano dovrebbe. Nessuna vita potrà mai valere quanto un tuo desiderio o respiro e così, oltre a perdere pezzi di me, tanto altro ho dovuto sacrificare, per te, che esisti nel mio cuore senza avermi mai toccato.
Mi sono meritato una tua carezza, dopo aver ucciso per te mia madre, almeno da compensare il vuoto d’affetto che sarebbe venuto, ma la tua mano a me non si è mai avvicinata, così mi chiedo, cosa devo fare per sentire le tue dolci membra? Godi di tutta la devozione che ho per te, chiamami amore della tua vita e fa che io possa cullarmi in eterne estati grazie alla tua pietà. Nulla importa se ti sei rivelata porto chiuso ai miei occhi e al mio cuore, perché ti appartengo da quando i miei occhi li hai usati come finestre per rendere il mio petto la tua casa. Chissà chi sarei io adesso, se in quel momento fossi stato addormentato, visto che io senza te, donna diva, non sono.
Mi piaci sempre più e così voglio celebrare la mia ossessione irrefrenabile.
Mi sei entrata dentro, ora mi esci da tutte le parti, nel mio corpo non so più dove farti stare, l’hai riempito già tutto, e così ti lascio andare con il mio sangue, trabocca dalle mie vene, scorri e nutri questo mondo.
Ti dedico questo mio gesto d’amore, non credere mai più alla notte e lasciami adesso una carezza, per favore.

                                                                                                 Tuo perdutamente innamorato M 

4 maggio 

Caro M,

Forse non m’ami più? Mi dissi che mi amavi perdutamente, eppure io non vedo niente; l’altra notte ho anche sognato, un sogno strano di sgomento, che costodivi un’urna con dentro le mie ceneri, le spargevi al suolo, te ne liberavi come di un brutto giorno, come di un cane che non si vuole più, come di un figlio nato morto. Cosa mi dice la notte? Che non m’ami.

Eppure ciò che ti chiedo, tu lo fai, succube amante dei miei desideri.

Ti dissi, burla malvagia, portami domani, il cuore di tua madre per i miei cani: tu ieri uccidesti tua madre per me. Le hai dissacrato il petto, disonorato con le tue stesse mani colei che ti mise al mondo e che ti fece vivo. Dovrebbe farmi felice, non è vero? Eppure il tuo amore mi sembra un fiore che nasce e che muore ogni giorno.

Daresti la vita per me? Non avresti il coraggio, chiederesti pietà, ma io per te non ne ho; io ti odio perché tu non m’ami.

Non posso farmene niente delle tue lacrime e delle tue virtù, della tua onestà e delle tue follie, di parole scritte nei deliri del tuo amore cieco.

Amore mio, se mi vuoi bene, fa che io possa toccare con mano quel sangue che dici scorrere soltanto per me, e forse lì io ti potrò amare.

Tua F

Narratore

L’analista appoggiò un momento il libro sul suo busto coperto a faccia in giù, così da avere momentaneamente le mani libere per stropicciarsi gli occhi. Fece uno sbadiglio e tra un colpo di sonno e un altro riprese la lettura.

Quinta Categoria:
Vendetta[9]

Leòn e Marlene

Il chiasso del locale rendeva semplice perdersi nei ricordi a entrambi. Con una mano Leòn batteva un ritmo a cui nemmeno lui stava pensando, mentre con l’altra stringeva il bicchiere del whisky in cui lentamente il ghiaccio allungava il liquore. Sul divanetto di fianco a lui Marlene reggeva una Lucky con il filtro macchiato del suo rossetto in una mano e un Martini Dry nell’altra. Il fondo del suo bicchiere aveva raccolto tutta la nota amara del gin, ma la norma sociale del contesto in cui si infilava periodicamente pretendeva che il bicchiere rimanesse vuoto.

Un plauso seguito da grida e risate e schiamazzi dall’altra parte del locale destò entrambi dai loro pensieri e voltandosi in quella direzione videro un uomo dalla barba rossiccia e con un occhio nero acclamato da una folla radunata attorno a un tavolo verde. L’uomo era rimasto bizzarramente impassibile.

Avevano entrambi molto di cui parlare e poco dannato tempo per farlo: per lei il tempo era denaro, il denaro potere e il potere era tutto.

Il sicario sorseggiò in maniera delicata. – Voglio diecimila dollari in più, questo lavoro è stato una vera merda! – disse. Marlene lo guardò come se non avesse fiatato, con una nota di disgusto, aveva pensato un avventore che, sentito rumore per la prima volta dal loro tavolo, si era girato in quel momento. La donna tolse il filtrino dal bocchino ed estinse la combustione in un Fenton Swirl. Poi con compostezza, rispose: – Non ti pagherò proprio, ci hai messo più del dovuto; avevamo un altro accordo -.

–          Mh – rispose Leòn – Se questo è il modo in cui vuoi fare andare le cose penso che dovrai trovarti un altro professionista: non lavoro per una puttana che non paga -.

Ci fu un momento di pausa in cui due bicchieri di cristallo si toccarono.

–          Ti reputo intelligente, Leòn, sai? Però quando non regoli la lingua … – un tonfo sordo si levò da sotto il tavolo. Léon contorse la faccia: il suo piede era appena stato trafitto da un tacco a spillo.- …Possono succedere cose molto brutte – disse lei sogghignando. Il suo piede si alzò. – E ricordati che sono l’unico motivo per cui New York non ti ha ancora divorato-.

–          Se sei dove sei è merito di tutti gli ostacoli che ti ho tolto di mezzo in questi anni… Se solo volessi… io – sussurrò Leòn in preda alla rabbia, mentre afferrava il calcio intarsiato della sua Colt preferita-.

Con aria di sufficienza Marlene guardò il suo braccio e schioccò le labbra – Saresti così stupido da puntarmi addosso la pistola che ti ho regalato? Sei più riconoscente di così, mettila via.-

Lui la guardò, come se fosse lei ad avere una pistola in mano. Marlene aggiunse: – Sei solamente un mio strumento, nulla di più, senza di me vagheresti senza uno scopo preciso – poi con le braccia si spinse verso Léon e gli stampò un bacio sulla guancia.

Adorava che la barba la pungesse.

Si alzò sistemandosi i capelli crespi, grigi come il fumo, mentre lui fissava ammutolito la pelle di lei come squamata, riuscendo quasi a ricordare la bellezza di un tempo ormai sfiorita. Si era fatta divorare dalla sua ossessiva smania di potere e lui era stato a guardare inerme, senza rendersene conto fino a quel preciso istante. Lei non lo aveva mai amato, o almeno questo era quello che traspariva, ora limpido come il bicchiere di lei.

Spezzò bruscamente il suo monologo interiore: “Chiamo un taxi, andiamo a casa

mia!”

Durante la traversata del locale Marlene si fermò un secondo per sistemarsi il gancetto del tacco a spillo che le si era girato al contrario dietro la caviglia e mentre accovacciata decise anche di pulire il sangue sul tacco. Dietro di sé aveva lasciato una scia di goccioline rosso sipario, una percorso che decise di seguire con lo sguardo nonostante sapesse benissimo dove avrebbe portato.

I suoi occhi videro le zampe del tavolo ma il piede di un uomo pestò una delle sue goccioline e decise di cambiare bersaglio della sua curiosità. Smise in fretta di seguirlo con lo sguardo, per concentrarsi su una figura che aveva attirato la sua attenzione.

Era una donna. Indossava un vestito bianco marmo, fatto di un tessuto lucido, che dopo quattro piccoli bottoni all’altezza dell’addome lasciava posto a una gonna a tubino, mentre in testa aveva un cappello la cui rete copriva gli occhi e non permetteva a nessuno di far incrociare il suo sguardo, poichè assorto nel bicchiere che aveva posato sul tavolo. Questa, sentendosi osservata, alzò la testa e incontrò gli occhi di Marlene. In mezzo secondo le parlò con lo sguardo, facendole intendere del suo disagio nel trovarsi lì, circondata di gentaglia, criminali e istituzioni mosse solo dalla voglia di potere; le comunicò di suo marito, il quale non la amava più, come neanche lei amava lui, ma che le proponeva questo genere di serate per mantenere lo status; le parlò di Marlene stessa, che in quegli occhi si rivide come fossero uno specchio. Tuttavia, come spesso succede tra estranei, entrambe distolsero subito lo sguardo, e la donna tornò a nascondersi nel suo calice in vetro.

I due colleghi si ritrovarono sull’uscio che l’uomo del posto stava tenendo aperto per loro. Lo varcarono e salirono delle scale di compensato che portavano fuori dalla cantina e, varcata la botola, fecero un cenno di saluto al proprietario della pizzeria. Passarono indisturbati tra i clienti indaffarati a consumare la loro cena e uscirono sul marciapiede; Marlene alzò un braccio come segno di richiamo al taxi che viaggiava nella loro direzione.

Leòn fu pervaso da una sensazione angosciosa. Sentì come se non dovesse salire sul taxi, come se fosse la sua vita a farcelo salire sopra, non lui. Tuttavia provò a mettere da parte i brutti pensieri e obbedì al corso degli eventi, come aveva sempre fatto prima. Salì su quel taxi, su quei sedili su cui prima si erano sicuramente sedute molte altre persone nel suo stesso stato d’animo. Quel fottuto taxi lo stava traghettando verso l’inferno di una vita vissuta nell’ombra dell’altra

-110 Longfellow Avenue – disse Marlene, e l’auto partì.

La donna decise di prendere subito in mano la situazione: – Non ti illudere che io e te finiremo a fare qualcosa stasera, Leòn. Ricordo benissimo certi avvenimenti ma sai benissimo cosa penso del nostro rapporto. E sai benissimo che sono il tuo capo e che non conviene che due come noi finiscano a letto assieme. A proposito – e nel dire ciò estrasse dalla pochette da sera una busta con la paga del sicario. Leon la fissò stizzito per un momento, poi la prese e la infilò nella giacca.      – Come può dirmi questo? – pensò tra sé e sé, – Come riesce a essere così crudele? Come fa a non rendersi conto di quanto mi sono annullato per lei? Non si accorge che penso a lei soltanto? Come cazzo è possibile? -. Guardò fuori dal finestrino le luci della città, i passanti sui marciapiedi, i negozi chiusi, la polizia.

-Deve togliersi questo tarlo- pensava Marlene intanto,- non sono né Phoebe né Rachel e non ho intenzione di scopare come se fossi sua. Certo mi divertirei ma devo mettere da parte questo desiderio: non sono più una ragazzina e non posso permettermi di darla in giro come capita o perderei il rispetto di tutti i più grandi bastardi di questa città. Ho un’attività da portare avanti -. Guardò fuori dal finestrino i cestini, le prostitute, i grattacieli, i barboni.

Erano già arrivati sul Verrazzano-Narrows Bridge e nessun’altra parola era stata detta. L’atmosfera era molto pesante, carica di tensione: sapevano entrambi che sarebbero finiti a litigare.

Arrivati a casa di Marlene il rumore dell’auto fece svegliare la vicina, che però richiuse gli occhi; il rumore delle portiere che si chiudevano la fece ridestare: – Fottuta sgualdrina – pensò prima di riassopirsi.

Con regalità Marlene estrasse dal portamonete una banconota che porse cordialmente al tassista. Attese il resto, poi lo salutò con un – Arrivederci -.

Mentre percorrevano il vialetto, lei davanti con già le chiavi in mano, Leòn fu catturato dalla vista del corpicino di uno scoiattolo in decomposizione ai piedi di un albero: Perché lasciarlo lì? -, pensò tra sé e sé. Poi il rumore delle chiavi contro il pomello lo riscosse e seguì la padrona di casa oltre l’uscio.

Uscì dal taxi visibilmente scocciata, e buttò il mozzicone di sigaretta per terra quasi volesse ricordargli dove fosse il suo posto: dietro di lei, a raccogliere quel mozzicone imbrattato di rossetto. Lui lo fece e dopo averlo buttato in un cestino rimase immobile a cercare di capire quale fosse il modo migliore di procedere. Ma lei lo anticipò subito: – Leòn, sono stanca di tutto questo – disse salendo gli scalini di casa sua – vai a prenderti una birra qui sotto e togliti di mezzo -, non lo guardò nemmeno in faccia, emise un grugnito bestiale in segno di disprezzo e tirando fuori dalla borsetta un paio di chiavi aprì il portone. Ma Leòn non si mosse, non aveva la minima intenzione di spostarsi da lì e dargliela vinta, non quella sera.

Ignorò il comando di Marlene e la seguì sugli scalini.

Nel momento esatto in cui lei girò la chiave nella serratura del portone, Leòn rimase attonito (sbalordito) da ciò che si celava dietro l’oscurità: un immenso museo di opere d’arte. Gli ricordava uno di quei musei minimalisti, all’insegna della modernità e del lusso, ma una volta avvicinatosi poté scorgere dipinti risalenti ai più grandi maestri del passato.

“Si parla di milioni di dollari” pensò Leòn appoggiandosi alla porta esterrefatto, “come è possibile che siano finiti qui dentro”. Si girò lentamente verso Marlene, che disinteressata dal suo stupore momentaneo si incamminò verso la scalinata di marmo togliendosi il soprabito e lasciandoselo scivolare lungo le spalle. La scalinata portava al secondo piano della casa, e sui muri che accompagnavano gli scalini vi erano affissi unicamente quadri di Modigliani: tutte donne senza pupille. Le cornici si immedesimavano con il resto del muro per il loro colore bianco intenso, tutto sembrava freddo e surreale. León raggiunse frettolosamente Marlene al piano superiore e la seguì fino al suo studio; un lungo corridoio si apriva, mostrandone la magnificenza: su un lato appariva in tutta la sua gloria il Guernica, quasi a dimostrare il suo potere e la sua forza ,sull’altro lato La persistenza della memoria, a ricordare il tempo, onnipotente, e alla fine del corridoio, solo, in mezzo a pennellate di tonalità scure e sfumature macabre, La ragazza con il turbante, in tutta la sua eleganza e raffinatezza, quasi volesse sprigionare bontà e purezza velate. León aprì titubante la porta dello studio lasciata socchiusa e vi entrò. L’improvviso cambio di tonalità lo scosse per un secondo: un’unica sfumatura di rouge noir . Si girò intorno finché non vide Marlene seduta alla sua scrivania con un’altra sigaretta in mezzo alle labbra a contemplarlo con occhi ipnotici e crudeli, mentre esattamente dietro di lei si stagliavano nella loro maestosità le pupille di Jeanne Hébuterne, senza fine. Eccola, come Modigliani, León aveva trovato la sua Jeanne Hébuterne, Marlene, e ora cadeva in quei suoi neri e profondi occhi, senza fine.

Era stordito.

Tutto, in quella casa, gli stava facendo capire di essersi perduto. Ogni quadro, ogni elemento d’arredo avevano iniziato a sussurrargli debolmente la verità, aumentando poi di intensità, fino ad assordarlo… il mobilio inanimato l’aveva portato a realizzare di aver sempre conosciuto l’intima essenza di Marlene, ma di averla sempre nascosta a se stesso. Non era amato, non lo era mai stato, aveva accettato di legarsi ad una donna che non era legata a lui e che, per tutte le volte in cui lui aveva tentato di dimostrarle che l’amava, ve ne erano state altrettante in cui lei aveva trovato occasione di schernirlo.

Non poteva pensare di vivere senza di lei, nè poteva sopportare la sofferenza di essere rifiutato ogni giorno. Incrociò lo sguardo della donna, un sorriso malato, le labbra secche, avvizzite,

I pensieri di Leòn iniziarono a schiarirsi, raggiunse una lucidità a lui nuova. Non poteva resistere a quell’inferno un minuto di più o sarebbe arso vivo. E la sua amata, non più un sole, come l’aveva sempre voluta vedere, ma una fiamma infernale, che lo consumava sempre più, ritta davanti a lui, deformata in un sogghigno che pareva eterno. Accarezzò la Colt, rimastagli in tasca per tutto quel tempo, e, in un battito di ciglia, la estrasse. Marlene sbiancò. Il gesto, rapido e deciso, l’aveva colpita.

Leòn sorrise. Per una volta, l’aveva preso sul serio, ma la pallottola non era per lei. Questo sarebbe stato l’ultimo dei propri omicidi.

Aveva sopportato troppo, aveva accettato di sottomersi ad una vita che lo aveva consumato e ad una donna che si era compiaciuta di osservarlo appassirsi piano piano. Guardò il ritratto di Jeanne Hèbuterne, poi Marlene. Capì di aver amato una delle donne che Modigliani avrebbe dipinto senza pupille, perchè non aveva mai compreso davvero la sua anima. Era vuota, nonostante lui si fosse sempre voluto convincere del contrario. Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, vide Marlene, il volto di lei più pallido che mai, ammutolita, con gli occhi vuoti, bianchi. Si rifiutò di guardarla, volse la propria attenzione sul dipinto alle spalle di lei, volendosi perdere negli occhi di Jeanne mentre si portava la pistola alla testa. L’ultima cosa che vide fu il ritratto di un’anima.

Lo sparo riecheggiò per tutta la casa, ma Marlene neppure lo sentì. Era immobile, come di pietra, mentre osservava Leòn riverso a terra, col sangue che sgorgava dalla sua testa, dal suo volto ormai sfigurato, di cui anche lei era ormai cosparsa, mentre si spargeva ai suoi piedi.

Eppure non provava nulla. Il cadavere davanti a lei sarebbe presto scomparso sottoterra, cenere alla cenere, non sarebbe rimasto niente.

Del fedele sottoposto, dell’amante mai corrisposto, alla fine non le importava… non fosse che avrebbe dovuto trovare qualcun altro per sostituirlo nel lavoro.

Forse la verità era che non le importava di nulla, a un tratto anche la ricchezza aveva cessato di avere un senso, di avere un’utilità, per la prima volta si sentì spenta, come se non avesse più uno scopo.

Si alzò e prese da terra la pistola di Leòn.

Alle sue spalle si stagliava il volto di Jeanne, ora macchiato del sangue di Leòn, l’ultimo torto che lui le aveva fatto. Cercò di rivedersi nel ritratto che l’aveva sempre affascinata, l’immagine dell’unica donna di cui un autore immortale fosse riuscito a cogliere l’anima, ma non vi riuscì.

Gli occhi di Jeanne la scrutavano, la donna, non più impassibile, si sentì sbagliata. Il ritratto era l’espressione più viva dell’amore dell’autore verso la propria moglie, sentimento che lei probabilmente non era mai stata in grado di provare.

Si sentì vuota, per la prima volta comprese cosa, di quel quadro, l’aveva sempre inconsciamente ossessionata: lo sguardo di una donna viva, reale… all’improvviso Marlene non si sentì più tale.

Quei due occhi le stavano dando alla testa. Puntò la Colt verso il dipinto, come a voler spegnere lo sguardo vivo, acceso, di Jeanne.

Non aveva mai provato amore, Leòn si era ucciso per la sua indifferenza e a lei tuttora non importava, non provava nulla. E questo sentimento che non l’aveva mai toccata, che l’aveva sempre rifuggita, forse la odiava.

“Ma odiami pure, amore, ora conosco il tuo pensiero:

tu ami chi può vederti, ed io sono cieco.” [10]

E altri due spari riecheggiarono nella notte.

Narratore

Era giunto all’ultimo racconto, stanco, esausto; l’orologio segnava un numero troppo basso persino per le facce di un dado, ma non voleva abbandonare la ricerca della sua via di fuga. Lesse il titolo dell’ultimo capitolo, ma cominciata la prima riga cadde addormentato. 

Sesta Categoria:
Femminilità, idealizzazione, donna-angelo[11]

Quello che voglio

Primo SonettoSecondo Sonetto

Un giorno d’estate, riflessa in sabbia d’oro,la luce negli occhi come freccia ardentenel petto entrava. Il fuoco tra le tue dita imploroma tu lo lasci cadere e lo calpesti sprezzante. [12] L’anima s’accende come stoppie nella brezzaper quelle labbra da cui il frutto a me proibito cresce, perché il solo vento t’accarezza:lascia che lo colga prima che il tempo sia sfiorito.
Quella fascia di cielo che i capei biondi cinge,spezza e liberati da quella fasulla aureola:se l’abito bianco rappresenta la purezza,tu donna mia vestiti del nero più scuro. Ora ti vedo, non un angelo ma verace,adesso so che sei quella che voglio.[13]
Coming from across the sea, Sandypierced my soul with her gaze.Her lips, as sweet as ripe cherries,I harvest. “Tell me more” they said amazed Since the bonfire has been slain by my cruel wordsI find no peace, and all my war is done.All the power that you’re suppling bend my worldsand make chills and sorrow enter my every bone Liberated from thy light blue hairband, thou tie me with your new golden knots.I’m gonna break free from the mould, show thee that thy faith is justified I better shape up cause you need a manbecause I see thee, you’re the one that I want.[14]

Narratore

Laura non era tornata a lavoro come lui, era in mutua da qualche giorno: anche per lei la rottura era stata dolorosa, ma non voleva essere vista o vedere nessuno per qualche giorno, per avere lo spazio di riflettere. Manzoni invece mirò l’ora e pensò: “Che spreco che oggi sia qui solo per il colloquio”. La stanza era la 101. Bussò ed entrò. Venne fatto accomodare. Il collega, con cui non era mai stato particolarmente in confidenza, gli avvicinò una confezione di fazzoletti dell’Ikea.  

I pensieri di Manzoni si persero nel blu del tavolino. Mentre i ricordi di Laura gli riaffioravano nella mente, rievocati dalla vista di quel blu estoril che tanto le piaceva. Poi una lacrima cadde su quel mobile colore del cielo.


[1] Nota dell’analista: «I dati del paziente sono preoccupanti, confonde le illusioni della sua mente con fatti realmente accaduti, manca completamente di senso di realtà, non mangia, non vive. Sembra aiutarlo solo la poesia.

[2] Nota dell’analista: «Il paziente presenta un raro caso di ossessione per la critica letteraria. Vive immerso nella poesia: la produce, la legge, la scrive e l’analizza dettagliatamente. Ovviamente manca di ogni rigore scientifico. È ossessionato dalla forma sonetto».

[3] Sonetti 272 (Petrarca); 102 e 151 (Michelangelo); 1 (Shakespeare).

[4] Riferimenti:

–  Francesco Petrarca e in particolare i sonetti XC, CXC e CLXXXV: utilizzando la stessa metafora scelta dal poeta, in questi si afferma che l’amata sia un po’ come una fenice, proprio perché la sua scomparsa non ha consentito una sua morte definitiva; Laura infatti rinasce ogni qualvolta il poeta decida di ricordarla e il momento della sua apparizione, nonostante appartenga ad un passato che non può più tornare, permane nell’eternità grazie alla sua memoria che lo riporta all’istante in cui si è ritrovato legato a quei begli occhi, all’istante in cui ha commesso il suo primo giovenile errore.

–  Seneca, il De Brevitate Vitae e quindi la constatazione della fugacità della vita: non sono i giorni a trascorrere troppo velocemente, bensì siamo noi che non sappiamo dare il giusto valore alle cose importanti. Rendiamo la vita breve dedicandoci ad attività di poco conto, per questo motivo Seneca invita a dedicarsi alla ricerca della saggezza, essendo consapevoli che il tempo è un bene prezioso. Possiamo rivivere eventi passati attraverso la memoria, però sarebbe sbagliato rifugiarsi in essa per paura di fronteggiare il futuro.

–  Catullo e il Carme V: è posta in primo piano la capacità di godersi ogni attimo donato dalla vita proprio per il fatto che essa è troppo breve, amando e accogliendo le gioie di ogni momento; i baci dell’amata sono ciò che combatte lo scorrere del tempo, essi sono ricordati e dipinti dettagliatamente e l’immagine che giunge a noi è viva, dinamica, nonostante essi siano stati soltanto attimi appartenenti all’esperienza di un singolo uomo.

–  Angelo Poliziano e Lorenzo de’ Medici, il primo nella Ballata delle Rose e il secondo nel Trionfo di Bacco e Arianna: infatti “chi vuol esser lieto sia”, perché “di doman non c’è certezza”, afferma il Magnifico, e insieme al Poliziano invita ad accogliere i piaceri della vita, compresi quelli più terreni, proprio perché la primavera non è eterna.

–  Orazio, Ode 1, 11, 18: è un invito a cogliere l’attimo, confidando il meno possibile nel domani apprezzando ciò che abbiamo senza perdere tempo in attività inutili o che non ci appassionano. 

[5] Nota dell’analista: «Il soggetto potrebbe soffrire di un grave disturbo bipolare. N.B. consultare il Grosso su questo. Il soggetto è ossessionato dagli specchi. È narcisista: vaneggia sul potere di Nerone e Riccardo III. Quando portato all’aderenza con la realtà, il soggetto si esprime in forme oscure, come poesie o monologhi interiori. Sembra ossessionato da Dorian Gray e dai personaggi dei film. Cita spesso American Psycho. Crede di avere un fratello gemello, uguale, ma diverso».

[6] Nota: Monologo ispirato alle figure di Nerone e Riccardo III.

[7] Nota: Monologo ispirato alle figure di Dorian Gray e di Patrick Bateman.

[8] Nota dell’analista del 5 maggio: «Il soggetto manifesta tendenze masochiste. È disposto a uccidersi per la propria amata. Temo si tolga presto la vita. Inizialmente credevo l’amata non esistesse, mi sono dovuto ricredere. Il paziente sembra poter fare qualunque cosa pur di averla. Lo calmano le poesie. È ossessionato dai sonetti di Shakespeare e Petrarca. Ascoltiamo insieme la musica e chiede sempre di mettere La ballata dell’amore cieco di DeAndré. Credo presto dovrò intervenire».

[9] Nota dell’analista: «Il soggetto è costretto alla terapia solo perché temporaneamente in detenzione. Sembra sano. Ha forza di volontà. Non rivela i nomi dei suoi complici. Non rivela con chi ha parlato. Non rivela chi gli ha dato l’arma. Gli chiedo di lasciarmi qualcosa di scritto. Sembra un racconto. Non riesco a capire cosa sia vero e cosa no. È ossessionato dalle pupille delle donne dei quadri di Modigliani e dal sonetto 149 di Shakespeare. Dalla vendetta».

[10] Sonetto 149 (Shakespeare).

[11] Nota dell’analista: «Il soggetto potrebbe anche interrompere la terapia, è solare, canterino, allegro. Soffre tuttavia di grafomania. Scrive costantemente. È stato mandato da me perché la patologia sembra rara e acuta. Scrive solo sonetti. Alcuni in metrica, altri no. Vuole riscattare il genere femminile in poesia. Vuole raccontarlo. Ossessionato dalle donne e dalla bellezza. Quando interrogato sul suo senso di realtà vaneggia. Parla solo di cinema e di musical, in particolare Grease. Lo conosce a memoria».

[12] Nota dell’analista: «Il paziente ha sviluppato una dipendenza dalle sigarette a partire dall’inizio della sua relazione problematica con una cantante».

[13] Nota: riferimenti in ordine a sonetto 2 (Petrarca), sonetto 1 (Petrarca) , sonetto 1 (Shakespeare),  sonetto 130 (Shakespeare)

[14] Nota: riferimenti a Midsummer night’s dream Atto 3 scena 2 (Shakespeare), Tell me more di Grease, I find no peace adattamento del sonetto 134 di Petrarca a cura di Sir Thomas Wyatt, sonetto 90 (Petrarca), You’re the one that I want da Grease.

Secondo Movimento

V: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni

[Entra il coro]

Il lampo accecante di una visione:

una suora, un bambino, un’attrice

e poi il buio e l’assenza di colore.

È il bianco a trattenere la luce

dove un ladro di versi si nasconde,

mentre due colpevoli, un (finto) poeta e un artista

giocano a fare a nascondino.

E allora avviamoci per certi corridoi semideserti,

prepariamoci a incontrare le facce su quelle pareti:

i volti, gli sguardi, i gesti e le mani

nei mazzi di carte, tra le maschere

e dietro il sipario di quello che verrà domani.

[Esce il coro]

Un (finto) Poeta

Cucì su faccia, vendetta qual porti,
Maschera di furor guida del cor.
Gridando òe1 il Doge gioca ai morti2
e fa suo seggio lì, spodesta Amor!3

Si tesse sì la trama a fili storti
di destin fatal, correo d’ardor,
ma scorda il ché pensier ha tempi corti,
ciarlatan la Rachel4, ch’aizza al traditor.

Che accadrà quando Amor di nuovo assedio5
con l’arme tenterà? Strideran crani
divòti di fedel adepti al dio6.

Affannoso sarà romper i Pani7
e il trapassar premer8, senza quel Dio9,
bucata d’ago il dì dei vèlle insani10.

*Schema rimico: ABAB ABAB CDC DCD
In ordine i versi delle quartine sono di tipo: piano e minore, tronco e maiore, piano e minore, tronco e maiore.
I versi della prima terzina sono tutti piani e maiori, mentre quelli della seconda sono tutti piani e rispettivamente in ordine a maiore, a minore e a maiore.

Come ritmo sono rispettivamente in ordine: giambico, dattilico, giambico, giambico; giambico, anapestico, giambico, anapestico; anapestico, giambico, giambico; anapestico, giambico, giambico.

1. [1] [1] Òe: “Notissimo richiamo che i vogatori usano come avvertimento all’approssimarsi di un incrocio di canali o di una curva. All’òe ! di risposta di un altro vogatore dichiarano da che parte intendono dirigersi, con “a premàndo” se vogliono andare a sinistra, “a stagando” se vanno a destra e “de longo” se proseguono diritti. (Vedi anche prèmer e stalìr)”; fonte: https://www.vogavenezia.com/glossario-m-p1.htm, Coordinamento Associazioni Remiere di Voga alla Veneta. Questa espressione chiave per la risoluzione concettuale del sonetto, approfondita in seguito nella nota 8.

2. Il Doge che gioca hai morti ha un doppio significato: nella gondola il ferro da prua è composto da diverse parti e quella superiore è detta “testa del Doge”, quindi l’idea che il Doge faccia questo gioco con i morti è da intendere metonimicamente come la gondola che fende l’acqua creando quell’apertura che permette lo scorrere dell’imbarcazione, come se in mezzo ad una folla, un esercito, lui mieta le vittime facendole cadere; mentre a livello storico, ricollegandosi a quanto detto prima, per entrare nella metafora generale ripresa da Petrarca della guerra d’amore, si parla del Doge Domenico Selvo che nel 1075 affronta una dura guerra contro i Normanni e nel 1081 si scontrano nella Battaglia di Durazzo, un sanguinoso scontro navale (collegamento alla gondola) che vede molte perdite nei ranghi della Repubblica (ecco i morti con cui gioca). Da notare, infine, che nel quadro in basso a destra figura una testa del Doge appartenente ad una gondola ormeggiata nel canale veneziano.

3. Riferimento di riscrittura concettuale della prima quartina del sonetto di Petrarca: “Amor che nel penser mio vive e regna”. Qui riportato da Francesco Petrarca, Titolo: “Canzoniere” a cura di Sabrina Stroppa, Einaudi, Et classici.

Amor che nel penser mio vive e regna
e ‘l suo seggio  maggior nel mio cor tene,
talor armato ne la fronte vene:
ivi si loca, e ivi pon sua insegna.

Tutto il sonetto segue l’idea di Petrarca nei confronti dell’amore che si insedia nella mente partendo dal cuore (Rif. commento di S. Stroppa). Qui è il caso della vendetta, però, che per un momento invade la mente della protagonista del trittico di Hayez, Maria (prima tavola), per poi essere spodestata nuovamente dall’amore (ultima tavola del trittico). Nel sonetto di Petrarca la situazione è la seguente: dal cuore Amore giunge nella mente (v. 3) e ne diventa il regnante, caso appunto della protagonista del trittico, fino al termine della storia illecita d’amore, in questo sbigottimento emotivo Amore perde il controllo sulla mente e lì si insedia la Vendetta che annebbia l’agire e condanna la protagonista del quadro.

4. Rachele è una citazione diretta al trittico di Hayez, Deus ex Machina della vicenda rielaborata nel sonetto. Questo è il collegamento diretto al quadro preso in esame.

5. L’assedio richiama sempre l’ambiente veneziano, perché si ricollega alla vicenda citata sopra dell’assedio di Durazzo e alla metafora Petrarchesca della guerra d’amore.

6. dio: si intende una concezione pagana della Vendetta che diventa padrona dell’atto umano. La protagonista ne diventa adepta. Da notare che questa decisione del prostrarsi alla Vendetta, segna già il destino della protagonista, ormai condannata all’inferno per il suo avvicinamento ad un dio pagano. L’’opposizione con il verso 13 quindi è chiara, lì il Dio cristiano l’abbandona per questa decisione e per il successivo suicidio.

7. Riferimento all’ultima cena, qui utilizzato metaforicamente per indicare la decisione del trapasso volontario, ossia la rottura dei voti cristiani. È il momento in cui si infligge la ferita mortale.

8. Premer: ha diversi significati, come fonte sempre: https://www.vogavenezia.com/glossario-m-p1.htm, ne riporto alcuni:
– Coordinamento Associazioni Remiere di Voga alla Veneta.
– Vogare con forza: in generale indirizzare la barca a sinistra (il contrario di stalir).

9. – Premi (imperativo): voga, oppure volgi a sinistra.
– A premando: dicesi per indicare la direzione a sinistra impressa alla barca.
– Cascar a premando: tendere maggiormente a sinistra.
– Vegnir a premando: venire verso sinistra.
L’idea è inventare il finale della vicenda omesso da Hayez, ossia immaginare che le lettere giungano all’amante e che venga accusato, allora Maria per i sensi di colpa opta per il suicidio, qui reso con il concetto di vogare a sinistra, con forza, girando la barca a sinistra, che riprende la concezione della sinistra biblica come direzione infernale.

10.  Rif. a nota 6: Dio, sarebbe il dio della tradizione cristiana che entra in opposizione col dio pagano della vendetta. L’idea è che essendosi abbandonata alla vendetta, essendo devota ad essa, è già in quel momento che ha perduto Dio, il suicidio è solo un ulteriore prova della perdita di Fede.

11.  il nome vèlle, che deriva dal verbo infinito latino volo (Rif. Enciclopedia Treccani), è licenza poetica, perché in italiano lo si trova solamente al singolare (cfr. Dante: a già volgeva il mio disio e ’l velle, Sì come rota ch’igualmente è mossa, L’amor che move il sole e l’altre stelle), mentre qui lo utilizzo con valore plurale: “dei voleri/volontà insane”.

Una donna tradita

In una mattina qualunque realizzai che colui che credevo un compagno di vita, un confidente e colui che credevo che mi avrebbe sempre protetta da ogni forma di male, era stato proprio lui a causarmi il male maggiore.

Era il periodo di carnevale a Venezia e quel mattino ero seduta sul terrazzo a fare colazione. Stavo guardando il magnifico paesaggio veneziano quando un valletto entrò per portare la posta. Solitamente la prendeva Alberto, mio marito, e mi sembrò strano che invece arrivasse direttamente a me. Sul vassoio trovai un’unica busta color crema, sulla quale c’era scritto il mio nome: la calligrafia era molto elegante, sicuramente femminile e dentro di me sentii una strana sensazione. I miei sospetti si confermarono quando iniziai a leggere la lettera: mio marito mi aveva tradita. In quel momento sentii tutte le mie certezze crollare, le gambe iniziarono a tremare e le lacrime a scendermi sul viso. Con i fogli stretti in una mano entrai in camera e chiamai a voce alta la mia dama di compagnia, Rachele. Era l’unica che potevo considerare abbastanza affidabile da raccontarle cos’era successo; lei ascoltò attentamente ciò che le dissi, parola per parola, poi rimase in silenzio per alcuni secondi e infine, guardandomi, esclamò: “dobbiamo scoprire chi è questa donna!”.

Seguire una persona non era mai stato nei miei pensieri e men che meno seguire mio marito e la sua amante. Ormai non ero più tanto giovane, i segni della vecchiaia stavano iniziando a comparire: se non fossi già sposata, sarei considerata troppo vecchia per il matrimonio. Ma c’era un qualcosa dentro di me che mi spingeva a dire di sì a Rachele e probabilmente era la curiosità di vedere chi fosse questa donna. Nella mia testa c’era una domanda che mi stava dando il tormento: “Mi aveva tradita perché non sono più giovane e bella come una volta?”. Il pensiero che lei potesse essere più giovane si stava facendo velocemente spazio nella mia mente e mi stava portando all’esasperazione. Pensavo davvero che il nostro fosse un matrimonio felice, per quanto raro sia vederne, ma a quanto pare mi sbagliavo. Mi sentii presa in giro per tutte quelle volte in cui mi aveva giurato che per lui la mia bellezza giovanile sarebbe rimasta, che non sarebbe mai sfiorita. Che ingenua che sono stata!

Pensai qualche secondo alla proposta di Rachele e poi annuii semplicemente con la testa. Mi ritrovai nel centro di Venezia con la mia dama di compagnia, chiedendomi se stessi facendo la cosa giusta, quando vidi Alberto entrare in un portone e riconobbi subito il palazzo, dove abitava Caterina. Rachele dovette sostenermi per un braccio perché sentii le energie abbandonarmi lentamente, mi sentii vecchia e tradita in un unico istante. Fu allora che mi venne in mente una frase che Alberto mormorò distrattamente durante un ballo a cui stava partecipando anche Caterina: “Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna1”. Quella sera non capii fino in fondo in motivo di quelle parole, anzi, pensai addirittura che le avesse dette a me. Al mio ritorno da Vienna, avrei dovuto intuire che tra loro due fosse nato qualcosa. Caterina era solita ripetermi quanto le piacesse Petrarca e Alberto, proprio Alberto, che leggeva solo i giornali, aveva iniziato ad appassionarsi alla poesia mentre io ero lontana da Venezia. A pensarci meglio molte cose che credevo casuali, ora hanno un senso: gli sguardi veloci ai ricevimenti, le frasi allusive… e poi… Petrarca. Dal mio viaggio a Vienna, Alberto lo leggeva, lo citava e lo ri-citava. «Colei che sola a me par donna» questa frase fu come il pezzo mancante del puzzle: Alberto lo aveva detto la sera del ballo guardandola e solo adesso capii che non lo aveva detto distrattamente.[1]

Ritornammo a casa e la prima cosa che feci fu sdraiarmi sul letto, lasciandomi andare ad un pianto disperato mentre Rachele cercava di consolarmi in tutti i modi possibili.

Cosa lo aveva attratto? I suoi occhi blu come il cielo, la sua risata cristallina o il viso senza rughe? Il pensiero che anch’io potessi avere delle colpe era diventato un punto fisso dei miei pensieri. Alberto era colpevole di infedeltà ma io stavo invecchiando e, in cuor mio, sapevo che a lui erano sempre piaciute le bellezze giovanili.

Alberto mi aveva sempre detto che ero più bella di una semplice giornata d’estate che, per lui la vecchiaia mi avrebbe reso ancora più bella. Non sapevo il vero motivo per cui avesse scelto Caterina, ma di una cosa ero certa: se la mia colpa riscattava la sua, la sua doveva riscattare la mia.[2]

Una donna e un guardiano notturno

[Nella sala di un museo, prima dell’apertura, una donna lava il pavimento. Si ferma, si appoggia allo spazzolone, guarda un quadro, riprende il suo lavoro.

Poi ripone gli attrezzi e si siede, giocherella con un mazzo di chiavi.

Si sentono dei passi.]

Donna: eccoti. Sei in ritardo.

Guardiano notturno: ho perso tempo nel sotterraneo, c’è una porta che non riesco a chiudere.

D.: non mi piace aspettarti, è tardi, la prossima volta chiedi aiuto. (ride)

G.N.: non è solo un contrattempo. È stata una notte strana.

D.: hai sentito dei rumori sospetti?

G.N.: no, no, qui è tutto tranquillo

D.: ma non hai una bella faccia

G.N.: cerca di capire, non posso essere sempre brillante

D.: ho capito, qualcosa non va. Cos’hai?

(G.N.: non risponde, getta uno sguardo al quadro)

D.: stamattina vuoi mettermi l’ansia, cosa c’è? Non ti angosciare per quello che hai fatto. Le rose hanno le spine!

G.N.: (continuando a fissare il dipinto, parlando tra sé e sè) Tempo, tempo divoratore. Spunta gli artigli al leone*. (pausa). Ma sì, non è successo nulla… (poco convinto, non stacca gli occhi dal quadro)

D.: Anch’io non sono dell’umore giusto, adesso ho una specie di presentimento.

[Si avvicinano al dipinto, entrambi leggono il titolo dell’opera, poi si guardano]

Francesco Hayez – Consiglio alla vendetta (1851)

G.N.: È per noi. Sta per arrivare.

Una persona coinvolta in un tradimento

Era ormai quasi da un’ora che vagavo persa tra le varie stanze, immersa tra i colori, ma senza vederne alcuno. Erano lì per essere amati da chi poteva vederli, e io mi accorsi di essere cieca. Facevo stancamente scorrere gli occhi sulle pareti con la fretta di passare il più velocemente possibile alla stanza successiva, mi sentivo osservata; potevo sentire i loro sguardi – più vivi dei miei – giudicarmi, ma fingevo ipocritamente di non accorgermene e per non dar loro alcuna soddisfazione filavo via con una maschera di noia e apatia stampata sul volto. 

Ad un tratto, forse per caso o perché lei aveva deciso così, per la prima volta in quella mattina guardai una delle opere di quel museo, solo che questa volta lei non guardava me. Mi sarei dovuta sentire al riparo, perché finalmente uno di loro mi ignorava, poi però vidi nei suoi occhi rivolti verso il basso un’ira composta e severa che divampava, ed era rivolta a me. Provai un profondo imbarazzo, poi rabbia e mi infuriai: sentivo il bisogno di ribattere, perché mi stava accusando ingiustamente e non aveva neanche il coraggio di guardarmi in faccia, mi disprezzava. Vedevo quanto si sforzasse a soffocare il suo dolore nelle rughe della fronte e nella mascella serrata, sulle labbra che facevano a gara per non separarsi l’una dall’altra, nella mano rigida che stringeva la lettera quasi con l’intenzione di accartocciarla. Quel muro di distanza e silenzio che prima io avevo eretto tra di noi era ora un muro di tela innalzato da lei: mi puniva vendicandosi con la mia stessa arma; ora ero io la traditrice, ora ero io la colpevole e odiavo me stessa. Il suo sguardo mi minacciava e io volgevo a me quel desiderio di vendetta. Non ero più mia, mi aveva tolta a me stessa.

Una volta quegli occhi mi guardavano adoranti, si nutrivano di me come io di loro, quel volto sempre rosso di vita ora sbiadiva alla mia vista, il petto caldo in cui mi nascondevo da bambina e le braccia, che erano stati la mia corazza, mi erano stati rubati tra il fango da ciò che mi aveva creduta sconfitta, qualcosa che ora li indossava al mio posto. 

Era proprio così che la ricordavo, con i capelli neri lucenti raccolti ordinatamente sul capo, quando si chinava per darmi un bacio o una carezza frettolosa prima di uscire di casa, mentre guardava distrattamente in borsa per assicurarsi di aver preso le chiavi, le sue guance rosse e il volto illuminato quando assaggiava uno dei primi piatti che avevo imparato a cucinare. 

«Quindi te ne vai?» mi aveva detto seria e io non avevo risposto, ero rimasta piantata davanti a lei, non provavo pena, non dispiacere o rimorso. Se ero mai stata certa di sapere qualcosa era che non avrei voluto vederla mai più. 

«Adesso ho bisogno di te, non puoi andartene.» 

«Ѐ da una vita che hai bisogno di me, ma non ti è mai interessato del fatto che fossi io la prima ad aver bisogno di te. Non ho forse sempre pensato a te, io? Io che per causa tua ho dimenticato me stessa? Ora è tardi, io sono cresciuta e ho imparato a bastarmi, ora tocca a te crescere.»

«Sai che non è stata una mia scelta ammalarmi.»

«Sì ma hai scelto tu di essere una pessima madre.»

Fu l’ultima cosa che le dissi prima di chiudermi la porta alle spalle. Mi chiamarono una settimana dopo, aveva ingerito una dose eccessiva di farmaci. Aveva deciso di andarsene così come aveva vissuto, con l’intenzione di farmi sentire in colpa. 

Guardai ancora la donna davanti a me, non cercai neanche di trattenere le lacrime che senza che me ne accorgessi avevano cominciato a scorrermi sulle guance. 

«Si sente bene?»

«Prego?» mi voltai verso la voce che aveva parlato. 

«Piango solitario sul mio triste abbandono. Sonetto 29. Mi piace associare le persone ai versi di Shakespeare. Lei sembra sola. Si sente bene?»

“Mi manca mia madre”.[3]

Un artista

Ed eccola qui, finalmente. Sono partito da lontano soltanto per lei, quest’allegoria della città di Venezia personificata in una donna che mi pare talmente vera da credere che le allegorie abbiano acquisito il potere di farsi carne. Le vedrei bene mutarsi scultura, quelle dita che penetrano e si insinuano nella stoffa, e quelle altre che non tengono le carte, ma le premono con forza, quasi ci fosse il reale pericolo che un vento terribile le disperda.

Ne faccio uno studio, lo cancello e ricomincio da capo.

È possibile non essere mai soddisfatti di un proprio singolo tratteggio? Viene da incolpare la matita, la carta scadente dell’album, forse; poi scopri che è il talento del vero artista che ti manca, e allora la matita la posi e rimani in silenzio a contemplare chi ha saputo fare di meglio. Lo sguardo scivola da quelle mani carnali verso un petto ampio ed infine incontrano un viso su cui un labbro trema dal pianto, un pianto che ha arrossato le guance, le quali avvampano sotto due occhi in ombra che non ti vogliono guardare e che rifiutano le carte che le dita pinzano e il braccio allontana dallo sguardo.

Quale sofferenza l’avrà spinta in quel porticato?, quale crudele, acerbo e dispietato core? Se questa figura fosse una statua, questo dramma acquisterebbe la tridimensionalità, e allora sarebbe insostenibile da osservare. Se fosse pietra, avrebbe la crudezza che soltanto uno scultore saprebbe scoperchiare dal marmo in cui si nasconde, ed io, io che non posso far altro che sedermi qui davanti ed emulare, e disperarmi di non saper fare di meglio, guardo la mia mano che traccia silenziosa quelle stesse forme meravigliose che ammira, e la guardo soffrire perchè non sa ubbidire all’intelletto.[4]

Una suora

Guardati: Eva sei, Eva davanti al demonio che ti spinge al peccato. O povera, povera ragazza. Lo sentì già sulla lingua? È il gusto dolce della vendetta, succo dell’inferno. Cosa ti hanno fatto? Guarda il tuo bel volto da Madonna: è pallido, anche la maschera è discosta, nessuna difesa ti è ormai rimasta. Povera, povera ragazza mia. È una strana pena questa: dolore affossa il candido cuore, di fiamma l’ira dalla terra fuori lo ritira.

Vendetta ti chiama, e lo sai, un solo gesto è adesso giusto. Ma lo vedo che volgi il volto altrove. Combatti forse l’ appetibil proposta? E ammonirti, condannarti io dovrei poichè diritto divino ti vorresti arrogare.

E come comprenderti?  Non potrei: l’unico amore mio è Nostro Signore e suor immacolata e verginale io sono. Nessun diritto all’ira, la superbia mi è interdetta, il petto mai mi può palpitare, fuor del grave giogo et aspro dovrei stare per cui i’o invidia di quel vecchio stancho che fa con le sue spalle ombra a Maroccho.  Questo è il giusto prezzo da pagare per Altro amor, più alto e sublime.

Come potrei mai desiderare io la vendetta sollevando il pugno mio quando con l’altra guancia dilaniata e gocciolante voglio Dio? Ma umana sono pur sempre…

Ed oggi la tua vista o ragazza mia qualcosa in me ha cambiato. L’Amor mio per me stessa in me si è ridestato per fare una leggiadra sua vedetta e punir in un di ben mille offese. Eppure, era la mia virtute al cor ristretta, per

 far ivi, ne gli occhi sue difese: Quando ’l colpo mortal laggiù discese Dove solea spuntarsi ogni saetta.

Ed ora come il sommo poeta ormai pace più non trovo e non ho a far guerra. A chi dare la colpa? Contro chi vendicarmi se la mia fede è finora stata sincera?

Ragazza mia cosa mi hai fatto? Ormai tutto è cambiato, io ora davvero ti comprendo…

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa?

Un’attrice

L’odore di vernice riempiva la stanza. Stando in quelle sale si poteva rivivere un mondo ormai decorso. Il passato aveva sempre affascinato Clarissa e Virginia e, per questo motivo, appena la loro compagnia teatrale, la Royal Shakespeare Company, aveva concesso loro una settimana di riposo dopo la messa in scena del loro ultimo spettacolo, avevano deciso di tornare in Italia, la loro amata madrepatria, e visitare i siti storici e i musei, a loro avviso, di maggiore interesse. Fu così che si ritrovarono di fronte a un’opera che le incantò. Vedendola, una sola idea balzò nella mente delle due giovani attrici: mettere in scena ciò che si trovava di fronte ai loro occhi.

ACT 1

SCENE 1

(Maria enters the stage running. She is wearing a green dress with a repentant look )

Maria: ( Stops running; out of breath ) What have I done? How could I? Not all hope is lost. I can still make amend of my wrongdoings, if I’ll be able to get that wretched letter back. ( Starts moving towards the right stage exit as to take something )

(Dark figure, masked and hooded enters from left stage entrance. It embraces Maria with a

seductive manner)

Maria: (Coming back and speaking to herself ) «Love is too young to know what conscience is;

Yet who knows not conscience is born of love?»

Masked figure: Oh, Maria, I thought we were already over this.

(Maria turns herself towards Masked figure )

Maria: That mask. That damned mask. Who hides behind that mask has driven me to send the letter that could cause a man to be condemned.

(Masked figure removes the dark hood )

Masked figure: Why, Maria, why do you want to save the man that cheated on you? You now have the opportunity to obtain your vengeance. Do not waste it. Remember: «For, thou betraying me, I do betray».

Maria: I will not let myself be deceived by your sly words, Rachele. «Sweet mercy is nobility’s true badge».

Rachele: You now talk of mercy, but you were not so merciful when all of this started. (She moves closer to Maria) Do I have to recall you who, between us, has wrote and sent that accusation letter?

Maria: I know that what I did is despicable and it is for this exact reason that I want to put an end to it. Hate, spitefulness, vengefulness. These feelings will not get a hold of me. You too should not be overwhelmed by them, they will only corrupt your soul and nothing good will come out of it. Moreover learning to forgive could make you content.

Rachele: But how will I be able to do this, if I have only known sorrow and malice my whole life? It is not possible for me to change. To be honest, I don’t want you to fall by his side.

Maria: This is not true! You can be something different. I will help you to change for good, to get

better, however you must really want it for it to happen.

Rachele: I know that with your support and guidance I will succeed and, for that, I’m going to be forever grateful.

Maria: It delights me to hear this. Now I have to make haste and avoid that letter to be sent. (Exits quickly the stage)

Rachele: (Faces the spectators) Now that the fool is gone, I can make sure that the letter reaches its destination. (Exits stage)

[Cinque mesi dopo]

Il cuore le batteva all’impazzata. L’emozione che Virginia provava in quel momento era inquantificabile. Stava finendo di sistemarsi il trucco quando udì una persona entrare nella stanza. Era Clarissa. Le due si sorrisero. Erano passati cinque mesi dalla loro visita in Italia, ma quello non era il momento di farsi distrarre dai ricordi. Entrambe fecero un respiro profondo ed entrarono. Era arrivato il momento di salire per la prima volta su un vero palcoscenico nei panni di Maria e Rachele.

Un bambino

Canticchio ad alta voce “Fra Martino campanaro dormi tu? Dormi tu?”, ma la mamma mi dice di smettere, anzi, di fare il silenzio perché siamo qui, ma io sono così annoiata!

Non mi piacciono per niente questi posti pieni di gente che non fa altro che guardare tutto il tempo dei quadri impolverati che nemmeno si possono toccare.

“Mamma…quando usciamo? Io ho fame…possiamo andare a prendere qualcosa da mangiare?”, mi guarda tutta arrabbiata e mi dice di no, perché questo non è il momento e il luogo…uff!

Ma cosa fanno queste persone per tutto il tempo? Osservano lentissimamente ogni singolo quadro, poi c’è chi gli fa la foto e c’è chi legge una specie di targhetta in cui è spiegato quello che sta vedendo. Anche mamma fa lo stesso.

Non è più divertente giocare con le bambole o correre in giardino? Io ho provato a fare come loro, ma mi perdo, inizio a pensare ad altro, proprio non ci riesco.

“Quarantaquattro gatti in fila per sei con il resto di due”,  mamma mi guarda e mi dice “Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno, e la stagione, e ‘l tempo, e l’ora, e ‘l punto in cui non faremo più brutte figure in giro”.

Aspetta…ma questo quadro è enorme…Hayez…

Vedo tre persone disegnate, il primo è un vecchio signore con la barba lunga e bianca, mi ricorda proprio nonno, anche se lui ce l’ha più lunga. A guardarlo mi viene in mente “Movesi il vecchierel canuto et biancho, del dolce loco ov’à sua età fornita. Movesi il vecchierel el el el…”. A scuola, la maestra ce l’aveva fatta imparare a memoria per la recita, ma ho dimenticato come continua.

Ci sono altre due signore: la prima ha un vestito verde, sembra arrabbiata o forse spaventata con la seconda signora che è vestita di nero e la sta tenendo per un braccio. Chissà come mai, adesso chiedo a mamma…la vendetta di una rivale…rivale…forse una delle due ha fatto qualcosa e quindi è rivale per questo motivo.

Quella donna vestita di nero sembra proprio mia mamma quando mi sgrida…con il dito alzato e la faccia tutta rossa! Qui la faccia rossa non la vedo dato che ha una maschera. Ma perché ce l’ha? Ha paura di farsi vedere? Chissà cosa c’è sotto.

Vendetta…che brutta parola. Mi ricordo quando un giorno a scuola ho preso la matita di Martina senza chiederle il permesso e lei si è arrabbiata tantissimo, mi ha urlato di non toccare più le sue cose e mi ha dato uno spintone…quando le ho chiesto il perché lei mi ha detto di averlo fatto per vendetta.

Anche nei film spesso usano questa parola…secondo me non ha senso, perché alla fine non ti porta da nessunissima parte, solo a litigare e a litigare e ancora a litigare e a litigare…

Un ladro

Era il mattino dell’ultimo giorno di un’estate d’incomparabile dolcezza e i raggi del sole scoloriti da qualche nuviletta lusingavano le vette dei monti dorati in lontananza. Tenevo socchiusi gli occhi assopiti  e camminavo solo e pensoso, pendendo verso un lato. A volte poggiavo uno sguardo distratto sui quadri appesi alle pareti del museo per poi ritirarlo adagio appena ne avessi colto la forma vaga. Da così tanti anni coltivavo questo rito di passaggio per salutare il termine provvisorio della calda stagione che con molti dei dipinti avevo stretto un rapporto di intesa: era sufficiente un’unica occhiata veloce per consolidare la nostra gentile confidenza. Ormai avevo salutato quaranta estati, avevo le ossa di legno secco, il cuore di zolfo, la carne di stoppa e mi reggevo in piedi simile ad un covone dimenticato di paglia. 

D’improvviso mi accorsi di una novità da poco esposta. La mia mente ne rimase bruscamente assorbita e una dardeggiante meraviglia, trovandomi del tutto disarmato, assediò il recinto gentile del mio cuore dopo avermi trafitto gli occhi vuoti e corvini che divennero l’uscio di un fiume di lacrime amare, esondante fino ad innaffiare la punta delle mie scarpe.  

Sparsi lacrime a mille a mille, finchè lasso, persi le ultime lagrimette, e mi chiusi in una tenace contemplazione che arrestò i battiti del mio cuore per alcuni minuti. 

A poco a poco, da secco e disidratato che ero, un tenero incendio si ramificò per le membra dilombate come un grappolo d’agresto in una ampolla che dopo il collo cresce e, così, il fuoco divampò sempre più avaro e insaziabile. Da docile ronzino legato ad un albero divenne un destriero dalla febbre indomabile e rovinosa che strappò le vili redini di cuoio che lo tenevano servo. 

Tra i boccioli vermigli di rose profumate (fresca aulentissima) che le fiamme zampillanti avevano formato, intravidi il riflesso del mio grifo infame di corteccia nodosa che si sovrapponeva all’angelica figura nivea di lei dal viso più dolce della sapa, i capei d’oro avvolti in mille dolci nodi, le labbra rosso corallo ornate da rose damascate. 

Allora maledissi il Tempo, tiranno sanguinario che impietoso aveva affondato i suoi artigli leonini sulla mia faccia tanto da farla sembrare ormai un graticcio per seccare le lasagne. 

Ormai il fuoco dissennato aveva bruciato ogni cosa, dentro di me avvertivo la cenere che svolazzava come una fenice mossa dal vento angoscioso dei miei gelidi sospiri che passava per le fessure del velo mortale. 

Un mesto rintocco di campane risuonava tremendo e pendolava da un orecchio all’altro senza sosta. Impallidii di bianca paura tanto da poter vedere distintamente i bagliori luminosi del sangue che circolava come magma per le vene. 

Tremante come una facella, serrai le finestre dei miei occhi. In una nebbia grigio inferno il mio pensiero peregrino si figurò fulmineo come delle onde onde infrante contro una pietrosa riva: me, vecchierello con la gotta, canuto e bianco. Me, immobile mucchio d’ossa senza più carne, nervi, muscoli e strutture. Me, preda di orridi vermi e coricato sottoterra  all’ombra dei mirti, circondato da fiori languidi e canzonato dall’acuto gracchio di un corvo nero melanconia. 

Imprecai contro il cielo e le stelle crudeli. Forse quella crosta disgraziata poteva vincere ciò che né bronzo, né pietra, terra o mare avevano saputo contrastare? 

Doveva essere mio! La lussuria assassina, selvaggia, estrema, brutale, crudele, infida mi fece ladro non d’occasione. Con occhi di bragia passavo a setaccio la sala color triaca. Se qualcuno avesse soltanto incrociato con lo sguardo amoroso quel fresco ornamento, vi giuro, gli avrei cavato le due sfere dalle orbite a mani nude.  Ero un amante solo con il suo amato che mi aveva aperto il petto molle e teneva il mio ardente cuore in mano. D’altronde fuori dal museo infuriava una tempesta demoniaca: turbini di grandine bombardavano le finestre, acuminate saette sulfuree illuminavano a stenti la sala e delle raffiche di vento mormoravano a denti stretti parole arcane e assurde. 

Allo scoccare di un tuono unanime, con vorace cautela e divina ammirazione m’impossessai della rosa della bellezza eterna. Feci lezi, vezzi, carezze e feste a quell’idolo sacro. Dopodichè mi ricomposi e lasciai scritto in grafie dorate nello spazio ora nudo e orfano: 

Non un volgare ladro di galline come quel tal Cianfa Donati,

Ma ladro d’arte pregiata  e di parole levigate della risma del ballard-lord Francois-Villon, 

Will, io sono Will! 

Not just a common thief of humble fowls,

Like Cianfa Donati in nightly prowls,

But I am Will, a poet-thief who’s sly

In Villon’s art, where dreams and verses lie.


[1] Sonetto 126 (Petrarca).

[2] Sonetto 120 (Shakespeare).

[3] Sonetti 18, 116, 149 (Shakespeare); sonetto 29 (Petrarca); madrigale Come può esser ch’io non sia più mio? (Michelangelo).

[4] Sonetto 17 e 151 (Michelangelo).

[14] Nota: riferimenti a Midsummer night’s dream Atto 3 scena 2 (Shakespeare).

Terzo Movimento

When Forty Winters shall besiege your brow

[Entra il coro]

Dopo la pittura, la poesia, la musica

dopo i sipari, i palchi, e le scene,

dopo quei buffi personaggi e quei destini improbabili

non è rimasto altro che la vita,

che sempre sfugge alle Muse pretenziose.

Dopo tutto il rumore e il furore

rimane soltanto

la tragicissima e comicissima

nostra esistenza.

Non rimangono altro che gli sparuti frammenti,

gli oggetti, i templi,

i salotti, i vestiti e le tazze da tè,

un cappello, una parola umana, un’imprecazione,

le lettere, le strade, le rovine

e il ricordo abbacinato

di un’emozione.

[Esce il coro]

[Entra il narratore]

Narratore

Che cos’è la poesia? 

Come rami, che si dividono e si crescono all’arrivo della primavera, per secoli i diversi approcci a questa domanda hanno piantato le radici e fatto nascere boccioli nelle pagine degli scrittori. 

Per i più pignoli, la poesia è una forma d’arte, che consiste nella capacità di produrre composizioni verbali in versi, secondo determinate leggi metriche o secondo altri tipi di restrizione.

Per i poeti, spesso, la poesia è immortalità. Ogni parola è una lotta a spada sguainata contro le forbici che recidono la memoria, un monumento più duraturo del bronzo che si staglia inamovibile contro il passare del tempo. La poesia è un incantesimo, che rende immortale tutto ciò che altrimenti andrebbe perso alle sabbie del tempo.

Trova però alloggio, negli angusti e raccapezzati versi delle ninna nanne e delle filastrocche, una poesia i cui autori vivono lontani dalle centinaia di fogli e indagini stilate da uomini in giacca di tweed e cravatta di raso. Una poesia semplice, la cui fluidità va e viene a singhiozzi, il cui significato è spesso perso o dimenticato col passare di generazione in generazione.

È la poesia dei contadini, cantata sul far della sera , come unica compagna nella camminata verso casa, mentre il cielo si fa sempre più scuro e il sole scompare all’orizzonte. È la poesia delle mamme e dei papà con le loro ninna nanne composte sul momento, goffi e stonati cantautori che tentano di portare il sonno ai loro piccoli spettatori. È la poesia che un giovane amante, seduto nel suo rifugio in trincea, compone alla sua promessa sposa lontana, una lettera che passerà di mano in mano e di ufficio in ufficio postale prima di giungere la destinazione fra le mani di lei. 

Nulla sanno, questi improvvisati poeti, di metrica e accenti, di forme e generi, anche se molti conservano nella loro sgangherata libreria di casa almeno un libro di poesie. 

Varranno forse meno, i loro componimenti?

Per rispondere a questa domanda bisogna determinare cosa sia la poesia. E quindi, eccoci di nuovo qui, in un loop continuo da cui forse non si può proprio uscire.

Incapaci di dare una risposta completa a questo quesito, forse è il caso di lasciare che sia la poesia stessa a dirci quale sia il suo lavoro, attraverso i semi che negli anni ha seminato nei suoi lettori. Che essi siano baldi giovani il cui passatempo è ostentare la loro collezione di libri rilegati a mano, un giovane soldato che le poesie le ricorda vagamente o lontane filastrocche lette a lui dalla nonna quando era ancora un bambino.

Quanti colori diversi possono fiorire dal seme di una stessa poesia?

1935, Berlino. Superfluo è soffermarsi troppo sulle circostanze in cui i nostri protagonisti si trovano, la funesta storia chiara e nitida nelle menti di ciascuno di noi. Lei è tedesca, riccioli castani che le arrivano alle spalle e la frangia un’onda di lato come usava sin dalla fine del secolo scorso. Lui sempre tedesco, ma ebreo. Camicia sempre ben abbottonata e pettinatura che segue la moda del tempo, la incontra mentre siede in un parco della città di Berlino. Perché si trovi ancora in Germania nonostante i tempi non è ben chiaro. Per alcuni, è un giornalista, per altri, uno scrittore. Qualcuno sospetta che sia una spia, ma nessuno osa fare nulla. Si innamorano e lui promette di sposarla, ma le tensioni internazionali non sorridono nella direzione dei due giovani. Il ‘39 si avvicina e lui è destinato a lasciare la patria, destinato a non vedere mai più né la sua giovane amante, né quello che lui ancora non sa essere loro figlio. 

Report giornalistico

1º settembre 1939

4:17 a Danzica alcuni attivisti nazisti prendono di mira l’ufficio delle poste polacche. Gli impiegati

armati riescono a respingere il nemico.

4:26 tre aerei da combattimento bombardano il dispositivo a micce impedendo la distruzione del

ponte e così tenendo aperta la via di accesso ai tedeschi

4:40 viene bombardata la città di Wielun

4:45 apertura del fuoco da parte delle artiglierie tedesche

51’300 tedeschi contro 950’000 polacchi

Il tempo scorre lento, nell’angoscia dei soldati.

Scandito solamente da avvenimenti che li riporta alla realtà.

Una realtà crudele. Una realtà in cui stanno in attesa di un passato che per molti non tornerà, con nessuna certezza eccetto la peggiore.

Che il tempo divoratore cancelli gli orrori della guerra e la scia di desolazione lasciata dai carri armati

Che la natura si riprenda ciò che gli appartiene, invecchiando, ingiallendo e portando via il sangue dei soldati. 

Dalla lettera di Mia al marito Jeremiah

Settembre 1939, Berlino

Caro Jeremiah,

spero che stiate bene e che la vostra nuova vita in America proceda senza troppe difficoltà.

Qui le cose non fanno che peggiorare e confesso, a malincuore, che avete fatto bene a lasciare il Paese: Hitler ha appena invaso la Polonia e, ovunque, si respira aria di guerra.

Questa, però, non vuole essere una lettera di sconforto, perché ho da darvi una notizia meravigliosa: aspetto un bambino, il nostro bambino, amore mio.

Sapervi così lontano da me, non potervi abbracciare e non poter condividere con voi un momento così importante mi spezza il cuore, ma confido che, leggendo questa lettera, proviate la stessa gioia che ho provato io quando l’ho scoperto.

Ho, dentro di me, una creatura che porterà la mia bellezza e tutto ciò che voi, di me, avete sempre amato: sarà il mio specchio[1] farà in modo, con la sua semplice esistenza, che la rosa della bellezza non possa mai morire.[2]

Chiudete gli occhi, amore, e immaginateci tra una trentina d’anni: voi ed io, di nuovo insieme, ormai anziani, e nostro figlio. Vi accorgerete, allora, che è mia la bellezza che eredita (cfr. sonetto 2) e dalle finestre della mia vecchiaia voi vedrete, a dispetto delle rughe, il mio tempo dorato, la mia giovinezza[3].

Di quello che sono stata, nostro figlio ne recherà la memoria[4] e, in questo modo, io vivrò due volte: in lui e nelle parole, intrise d’amore, di queste nostre lettere[5].

Vi prometto che, allora, saremo dieci volte più felici di quanto siamo[6].

Con la speranza di ricevere vostre notizie al più presto,

Vostra per sempre,

Mia

Dalla lettera di Jeremiah alla moglie Mia

Ottobre 1939, New York

Cara Mia,

Sono lieto di udire che state bene, mi mancate da morire e lo confesso,non passa giorno senza ch’io vi pensi. Io ormai mi sono sistemato: sono riuscito a reperire un impiego anche se misero e m’è stato offerto un rifugio che mi permette di vivere dignitosamente.

Nonostante questo resta sempre impresso in me il ricordo di ciò che mi lascio alle spalle, tutta la sofferenza portata alla mia famiglia ma, più di tutto , lo sguardo di coloro che fino a poco tempo fa potevo considerare amici e che ora è carico di disprezzo, resta segno indelebile nella mia mente.

Mai quanto ora mi rendo conto di come la vita sia fugace e non si arresti un momento e la morte stia sempre dietro l’angolo.

Sapete quanto sia grande ed incondizionato il mio amore per voi ma non vi nego che la notizia da voi annunciata crea in me un grande dissidio. Se da un lato pensare ad un erede, immagine della vostra infinita bellezza mi riempie il cuore, non vi nego le mie preoccupazioni.

In tempi come questi il presente ed il passato mi tormentano,così come il futuro, percepisco soltanto odio e distruzione intorno a me ed immaginare di mettere al mondo un figlio in un paese che non accetta la nostra natura, mi distrugge.

Nonostante tutto non credo che la mia misera paga attuale possa fornire sussistenza a noi ed al nascituro. Cercherò di raddoppiare i miei sforzi trovando un’ulteriore occupazione, così da poter spedire a voi più denaro mensilmente.

Ogni giorno più convinto del mio amore per voi,

                                            Per sempre vostro, Jeremiah

[Entra il narratore]

Narratore

1965, Berlino. Che il mestiere del genitore sia difficile, non c’è alcun dubbio. Alla nostra Mia, la vita sembra non aver voluto concedere alcuna sorta di aiuto. Anzi, sembra proprio averle voltato le spalle. Persi i contatti con il fidanzato ed obbligata a mettere alla luce il loro bambino sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, ora si trova ad essere separata dal suo stesso figlio, ora un giovane uomo in ricerca di un lavoro dopo aver finalmente terminato gli studi, da un muro. Come se non bastasse la terribile muraglia fisica che li separa, fra madre e figlio sembrano crescere piccole acerbe discrepanze ogni volta che la politica fa capolino nelle loro conversazioni.

[Esce il narratore]

Dalla lettera di Mia a suo figlio Milo

23 aprile 1975, Berlino ovest

Mio dolce Milo, 

in questa Berlino ancora una volta divisa torno a soffrire la nostra separazione: fa paura sottostare agli stessi astri senza potersi toccare. La mia unica consolazione, di questi tempi, è il nostro amato giardino. Ricordo ancora le tue manine che mi aiutavano a piantare i germogli delle rose che oggi mi riempiono gli occhi. Come vorrei poter tornare a quei momenti, per potermi ancora prendere cura di te come ora faccio con loro. Sarebbe bello che anche tu potessi dare vita a un tuo germoglio, al contempo specchio del fanciullo che eri, ed erede dell’uomo di cui oggi sono fiera. Vorrei poter chiedere al tempo tiranno di avere pietà del tuo viso luminoso, di concederti un’eterna estate; ma più che le mie lettere, forse un figlio potrebbe conservare la tua gioiosa essenza per portarla negli anni a venire. 

Qualunque siano le tue scelte, dammi tue notizie. 

Sei sempre nei miei pensieri.

Tempus edax rerum sed tibi, mea lux, semper vita praeclara.

La mamma

Dalla lettera di Milo a sua madre

1 Giugno 1975, Berlino Est 

Cara mamma, 

Vorrei poterti dire che la vita qui sia facile, che il sogno che avevamo, per il quale abbiamo lottato e sanguinato si sia finalmente realizzato. Mentirei. 

Non dirò che il futuro che tu auspichi per me non rientri nei miei desideri; il fatto è, mamma, che ho paura: alla fine tutto ciò che cresce non resta perfetto che per un solo istante. Il mio sguardo, prima lucente e pieno di speranza, oggi è infossato dal peso degli eventi. In questo momento un figlio non sarebbe che una brutta copia di me, una contraffazione del tuo amore materno. Penso a questo: con che coraggio potrei metterlo al mondo sapendo cosa lo aspetta? La mia unica speranza è Viola: anche se i suoi capelli sono ogni giorno più metallici, il nostro amore è raro quanto quello delle storie che mi raccontavi da bambino. L’unica ragione per la quale desidererei piantare un mio germoglio sarebbe la possibilità di rivederci lei.

Parlami ancora del tuo bel giardino, mamma.

Mi farò sentire più spesso. 

Tuo,

Milo

[Entra il narratore]

Narratore

1995, New York. Questa volta, il nostro protagonista è sì nato in Germania, ma fortuna ha voluto che si sia trasferito a New York in giovanissima età, quando la carriera di suo padre, a noi già noto, ma ora con trenta inverni alle spalle e un lavoro che sembra intenzionato a strizzare via tutta la sua forza vitale, finalmente ha preso il volo. Il nostro protagonista, un promettente giovane, si trova alle prese con il peggior nemico che un aspirante artista possa desiderare: la noia. Attraverso uno scambio di eleganti e sofisticate lettere indirizzate all’altrettanto colto suo compagno di studi, seguiremo la sua drammatica avventura, alle prese con le tragiche tribolazioni causate dalla difficoltosa carriera che è quella del ricco artista Newyorkese.

[Esce il narratore]

Dalla lettera del giovane Clemens al giovane amico Berenger

23 Aprile 1995, New York.

Carissimo Berenger, ti scrivo nella speranza che la presente missiva possa giungere a te in condizioni di buona salute e prosperità.

Mi trovo in uno stato di profonda e angosciata contemplazione riguardo il nostro mondo. Non passa dì senza che io non mi arrovelli inutilmente nel fallimentare tentativo di comprendere la superficialità intrinseca nella quotidianità che mi circonda. Sono giunto, dopo meditate riflessioni, alla convinzione che il solo tentativo di definire la squallida mentalità del nostro mondo non sarebbe altro che un complimento, che sicuramente coloro che ci circondano non meritano

Cosa sarà di noi, ora che il tempo ha portato via l’ultima goccia di buon gusto da questo pianeta, dirottandolo inevitabilmente verso un’incurabile siccità? Nulla, se non assetati nomadi in un infinito deserto. Profughi senza terra: questo resterà di noi. 

Ti domanderai, mio caro (nome), quale sfortunatissima occasione mi abbia portato a cadere in questo vorticoso stato di dolore ed insicurezza che da settimane ormai tormenta le mie povere notti. Ebbene, per quanto il raccontarlo mi causi infinito dolore, mi sento in dovere di confessare a te codesta atrocità, per alcun motivo se non per un egoistico desiderio di confronto e consolazione.

Ho avuto la sfortuna di scovare, una fredda mattina di inizio Aprile, tra la mia curata e folta chioma, un capello bianco. Aprile è il più crudele dei mesi, scriveva Eliot, e nulla è in mio potere se non dargli ragione. L’illusione della florida estate viene accoltellata, soffocata dal freddo che invade le mie carni ogni mattina. Questa nuova scoperta, avvenuta proprio ai principi di questo orrido mese, è la coltellata finale. Muore così, dissanguata sul pavimento del bagno, la mia disperata speranza per un’estate migliore.

Come tu sai infatti, è proprio fra pochi mesi che è stata stabilita la visita di un pittore, che, per quanto in alcun modo si possa confrontare il mediocre lavoro di costui con il nostro»], fu incaricato da mio padre di dipingere un ritratto di famiglia. 

E così il mio destino viene segnato, ed io immortalato nell’attimo in cui già la lacera mano dell’inverno inizia a deturpare la mia estate. 

Un tempo mi sarei paragonato ad un giorno d’estate, e tutti quanti seducevo più caldo e più temperato del sole d’agosto.

Cosa fare, amico mio? Come combattere le tracce del terribile passaggio del tempo sul mio viso? Come combattere il perpetuo moto che ci allontana ogni giorno dalla nostra natura, dalla bellezza classica e originale propria dell’uomo in tempi antichi? Un figlio, forse? Ma un figlio è inevitabilmente il risultato di un’unione, e difficile è per me immaginare l’esistenza di un essere in grado di imitare la mia bellezza se non alla sua più purissima forma.

Ogni passo che compio al di fuori della mia dimora causa dolorosi tumulti nel mio petto. Come possono vestiti così orribili come quelli dell’ultima settimana della moda competere con i classici, stupendi capi delle precedenti collezioni? Come possono, tutti quei nuovi emergenti artisti e la loro arte senza senso, tutta improvvisazione e nessun senso, avere così successo, mentre la nostra arte, con i suoi stupefacenti richiami alla classicità, viene posta in secondo piano?

In peggio precipitano i tempi. Il loro scorrimento nulla crea, ma tutto distrugge. Ben presto, saremo sepolti da macerie di un’eterna terra desolata.

Aspettando le tue consolazioni, cerco di calmarmi ricordandomi che vivrò in eterno nella mia arte e che nel mio genio non passerò mai.

Tuo, Clemens

27 Aprile 1995, New York

Amico di conoscenza e ingegno,

che immenso piacere poter accogliere queste tue preziose parole, e condividere con te questi miei complessi ragionamenti! 

Mi rincuora averti così lontano da me, mi sento estraneo a questi luoghi, in cui vi è gente totalmente smarrita, incapace di cogliere le vere sfumature della vita!

Io, invece, riesco ad assorbirle a pieno, difatti leggendo con attenzione qualche sonetto di Shakespeare e Petrarca, grandi capisaldi di ogni tempo, mi sono divertito ad esplorare i vari punti di vista con cui si tratta la figura femminile, e penso che possiamo entrambi concordare sul fatto che la sapevano lunga. Tutti noi, anche i più dotti, all’inizio, come Petrarca, idealizziamo e ammiriamo una misera donna, ma poi, come Shakespeare, realizziamo che essa altro nome è se non un cumulo di carne priva di intelletto, utile solo al dilettevole piacere carnale dell’uomo, e alla procreazione.

Ecco, vedi, è questo che io apprezzo dell’arte: essa rimane lì, immobile, al di là del tempo e dello spazio. La innalzo quindi a modello assoluto, più forte di qualsiasi innovazione e cambiamento, di pensiero e di abitudini con cui, goffamente, si tenta di modellare l’ordine primordiale delle cose! 

Ora mi vedo costretto a salutarti, la mia vena artistica mi chiama. 

Saluti, amico mio

[Entra il coro]

Abbiamo celebrato i poeti mascalzoni

gli scrittori di sonetti, madrigali e canzoni;

abbiamo parlato, in forma d’arte, dell’arte stessa.

Uniamoci allora all’ombra di questa roccia rossa

festeggiamo l’umano e il suo gioco in versi,

nobile e miserabile, terreno e spirituale,

e brindiamo con il seguente canto:

Andiamo, tu ed io,

Quando la sera si stende contro il cielo

Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte.

Strade che si succedono come un tedioso argomento

Con l’insidioso proposito

Di condurti a domande che opprimono…

Oh, non chiedere « Cosa? »

Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono

Parlando di Michelangelo.

[Esce il coro]

Fin

La cena fatale

Dramma in tre atti
di
Giacomo Baldi; Giulia Berardi; Alessandro Castiglione;
Lucile Daubercies; Letizia Grippi; Nzumba Marta Luamba e Marie Perreau

Materia del dramma: Il giorno del compleanno di Orgone, Dorina e Lady Macbeth si incontrano per confidarsi l’una con l’altra e per deplorare Tartufo. Organizzano, ma senza realizzarlo, un piano machiavellico per eliminare il promesso di Marianna, proprio poco prima che si svolga la cena di compleanno di Orgone, a cui tutti i personaggi sono invitati. Tuttavia, alla felice occasione, Tartufo non si presenta e quando i personaggi iniziano a preoccuparsi di questa assenza, vengono a sapere, grazie a un vaticinio, che Tartufo è stato ucciso. Si scoprirà allora che ogni personaggio ha un potenziale movente e che tutti hanno una buona ragione per odiare il Tartufo, il bugiardo. Macbeth e Lady Macbeth arriveranno ad accusarsi a vicenda, nell’incapacità di comunicare e di fidarsi l’uno dell’altra. Nell’Epilogo, Tartufo stesso, impossessatosi del corpo della strega, sembrerà voler rivelare il vero colpevole, ma l’amara scoperta dei personaggi è che gli unici imputati di questo dramma sono l’umano e la sua coscienza.

*Di quest’opera, composta a più mani, Lucile Daubercies e Marie Perreau hanno scritto Atto I, Scena i; Giacomo Baldi e Giulia Berardi hanno scritto Atto II, Scena ii; Alessandro Castiglione ha scritto Atto II, Scena ii e Nzumba Marta Luamba ha scritto l’Epilogo. Tutte le canzoni sono state scritte e composte da Letizia Grippi.

*

Dramatis personae

Alceste, l’invitato

Dorina, la giovane

Orgone, il festeggiato

La Strega, la medium

Macbeth, l’invitato

Tartufo, l’ospite

Lady Macbeth, la confidente

Atto I

Scena i

[A casa di Lady Macbeth]

Entrano i cantanti

[Chorus x2]

The wind’s gone down, I wonder why
it didn’t take my sins away,
The morning rain clouds up my window
but the memories remain,
And even if I could erase them all
time will judge my broken soul,
It will remind me,
that it’s all so bad, it’s all so bad

Escono i cantanti
Entra Dorina.
Lady Macbeth è in scena, sola.

DORINA                              (Irritata) Pffff!

LADY MACBETH              Che sta succedendo?

DORINA                        Roooooh.

LADY MACBETH             (Esasperata) Perché ti stai lamentando mentre non è ancora sorto il sole? Dai, dimmi!

DORINA                                Oh Lady Macbeth, si tratta di Orgone. O no, piuttosto di Tartufo. No, in realtà, di entrambi.

LADY MACBETH            (Con uno sguardo di incomprensione) Dimmi di più…  

DORINA                  Non posso più sopportarli. Stavo per parlare con Marianna del compleanno, quando Orgone è arrivato perché doveva ASSOLUTAMENTE parlare con lei. Mi ha comandato di partire, ma mi conosci. (Ride sguaiatamente). Ho lasciato il mio cellulare sulla tavola, e ho registrato la loro conversazione…

LADY MACBETH              Ah…

DORINA                           …Come dire… è stato orribilmente cattivo con lei, come se fosse niente. Sai cosa vuol fare? Cosa vuole sottoporre a quella poverina Marianna. Nel 2022?!

LADY MACBETH            (sarcastica) Lasciami pensare un’attimo….Vuole cancellare il suo accesso a Instagram?

DORINA                          Purée, mais non voyons ! Orgone la vuole sposare con Tartufo! Povera fanciulla… Tartufo.  Tartufo! Il Tartufo! Il famoso Tartufo! Ti ho già parlato di Tartufo. Il me sort par le yeux. Orgone prova per lui un’ammirazione irrazionale. Parla solo di lui, ha occhi solo per lui, gli altri sono invisibili e non hanno nemmeno la minima importanza. L’unica cosa alla quale pensa è sposare la propria figlia con questa brutta bestia.

LADY MACBETH              E Marianna invece, che ne pensa di sposarlo?

DORINA                          (con ironia) Oh, ovviamente è entusiasta! Ha persino pianto lacrime di gioia quando suo padre ha annunciato questa notizia. (Improvvisamente seria) Lady, sul serio?

LADY MACBETH         Come sul serio? Sono sempre seria Dorina te lo chiedo, che ne pensa lei di quest’unione?

DORINA                             Ma non ti rendi conto? Un falso devoto come lui! Lei l’ha ben capito e preferirebbe morire piuttosto che sposare un tale uomo.

LADY MACBETH         Perché una parola così forte per descriverlo?

DORINA                 Stiamo parlando di un bugiardo. Il ment comme il respire.

LADY MACBETH          Che esagerazione, cara Dorina.

DORINA                                    (cercando di rimanere calma) Dici? Andava tutti giorni a “pregare” in chiesa. Lui e la sua ipocrisia. Alla fine, questo manipolatore cercava di prendere i soldi di Orgone. Com’è possibile essere così naivo? C’è l’hai la risposta tu? Je me fais un sang d’encre pour Marianna

LADY MACBETH       Strano…Ma sai, molte sono le persone facilmente influenzabili. Sai, quando l’affetto si mescola alla ragione… è difficile resistere.

DORINA                                Mais c’est un menteur ! Un hypocrite ! Un charlatan ! Un escroc ! Un fallacieux et un tricheur! Il più grande ipocrita che il mondo abbia mai conosciuto.

LADY MACBETH                      (illuminata da un’idea) Mmmm… A questo punto, ragazza, ti direi di agire.

DORINA                                        (con aria pensierosa) Non so cosa fare. Provo sempre ad essere neutra però mi sembra proprio impensabile lasciare che un simile comportamento venga attuato ai danni di Marianna.

[Lady Macbeth finge di pensare]

DORINA                       Sì? Hai qualche idea?

LADY MACBETH    Sto pensando. Infatti, se quest’uomo ti sembra bugiardo… Consideriamo che l’ipocrisia è un vizio terribile dell’essere umano. Sicuramente uno dei peggiori.

DORINA                     Non “mi sembra”! Lo è! Non sono l’unica a vedere in lui vizi terribili.

LADY MACBETH         Sai?

DORINA                       Cosa?

LADY MACBETH                   (con una certa determinazione) In questo caso devi agire.

DORINA                       Mi piacerebbe, e… Dovrei agire… Sì. Devo farlo. Ma come fare? Che fare contro la follia di qualcuno? Contro la sua passione? La sua persuasione?

LADY MACBETH      Contro la manipolazione è molto difficile lottare.

[Dorina sospira mostrando il suo sconforto]

LADY MACBETH         Però la causa non è persa, non disperare. Una soluzione   c’è. Una sola…E definitiva.

DORINA                                     (con una luce di speranza negli occhi) Sapresti indicarmela, tu, in questa situazione?

LADY MACBETH          Ovviamente. Ho un’idea, però…devi fidarti di me.

DORINA                      Ti prego, Lady, dimmi: a cosa pensi?? Che in questa situazione precisa mi sembra difficile trovare così facilmente una risposta.

LADY MACBETH          Ascoltami, questo matrimonio, nessuno lo vuole vero?

DORINA                    Tranne…

LADY MACBETH               (eccitata, interrompe Dorina) ORGONE!

DORINA                                (rimane interdetta, mentre stava per prendere parola) Mmm sì. Esatto.

LADY MACBETH          Penso di averlo capito. Allora il problema deve essere sostituito.

DORINA                      Non riesco a capire il fondo del tuo pensiero.

LADY MACBETH          Lo devi eliminare.

DORINA                      Eliminare?

LADY MACBETH          Lo devi cancellare, se preferisci…

DORINA                      Cancellare?

LADY MACBETH                           (iniziando a perdere la pazienza)  Dai, farlo sparire !

DORINA                      In che senso?

LADY MACBETH          Ti prego, dimmi che mi stai prendendo in giro?

DORINA                       In che modo: “farlo sparire”?

LADY MACBETH       Mi hai capito, Dorina. Ti sto dicendo di uccidere quest’uomo.

DORINA                             Ucciderlo? Tu es folle?

LADY MACBETH       Pensa alla vita, alla vita che potrebbe avere la tua amica.

DORINA                      Ma ti rendi conto? Prendere la sua anima umana? Non potrei mai.

LADY MACBETH         Un’anima così brutta? Sei un paradosso vivente… Che grande perdita per l’umanità.

DORINA                     Ma, è troppo radicale. Sarei io in questo caso ad essere toccata dalla follia e dalla passione.

LADY MACBETH                (convinta) No, no, no! Al contrario …

DORINA                      Tengo alla mia libertà. Non posso nemmeno pensare all’idea di sentirmi in colpa di qualcosa del genere. Tengo alla mia innocenza. Alla mia purezza. Non vorrei avere un’anima macchiata di sangue.

LADY MACBETH        Ma che colpa? Se nessuno lo sa? Fingi un banale incidente. Non sarai mai giudicata come responsabile della sua morte. Figurati, non ti sto dicendo di filmare la scena e di diffonderla sui social. Un mezzo per ucciderlo in discrezione si trova facilmente.

DORINA                     Ma io lo saprei… Non voglio dover passare la fine dei miei giorni accompagnata da questi mostri che sono i rimpianti.

LADY MACBETH      E quindi? Va bene… Lascia andare. Lascia questa ragazza sposare un demonio, e Orgone continuare a essere accecato da quest’ultimo.

DORINA                       E allora? Io impazzirei, Lady…

LADY MACBETH            Hai la possibilità di creare un nuovo destino Dorina. La possibilità di salvare una giovane ragazza dallo spendere un’intera vita con l’incarnazione del vizio e del male. Hai la possibilità di rendere qualcuno felice. Hai la possibilità di cancellare da questa terra una persona che l’inquina ogni giorno.

DORINA                             (con un’aria disperata) Lady, basta per favore.

LADY MACBETH            Ci devi pensare. Io e te, unite da un segreto. Saremo unite per sempre dal bene che abbiamo compiuto.

DORINA                      Che bello. Unite… Ma ti senti? Unite dalla morte?

LADY MACBETH          Ascoltami. Cosa cambia, alla fine, se nessuno non sa mai la verità? Voglio dire? Nascondi questo in una profonda parte di te, della tua anima. Per sempre. Un giorno avrai dimenticato, e questo segreto non esisterà più su questa terra. Fallo vivere in te per un po’, e poi sparirà. Un atto non definisce una persona. Sarai sempre Dorina, avrai sempre lo stesso ruolo. Lo stesso corpo e la stessa apparenza. La società ti vedrà sempre con gli stessi occhi. Chi, vedendo il tuo dolce volto, potrebbe immaginarti assassina? Chi sarebbe interessato dal fatto di conoscerti abbastanza per scoprire che hai ammazzato qualcuno?

DORINA                     Ma nella mia mente… Non potrò più continuare a vivere.

LADY MACBETH        Quindi mi stai dicendo che nessun’altra cosa ha d’importanza che i tuoi propri sentimenti? Non funziona così, sai. L’essere umano è dotato di uno spirito, e per fortuna, quest’ultimo non può conoscere davvero solo che il proprio. L’unica cosa che devi fare è agire in un modo tale che nessuno lo possa vedere vedere. Non lasciare trasparire un raggio del tuo senso di colpa.

[Dorina rimane in silenzio.
Non sa cosa rispondere. Si mostra preoccupata]

LADY MACBETH          Si à la fin personne ne le sait ? Perché non addattare la tua propria visione, a quella della società? Se nessuno lo sa, tu nemmeno non lo sai?

DORINA                                           (diventando dubbiosa) Lady Macbeth, davvero, mi sento in colpa a essere in dubbio.

LADY MACBETH            Allora accetti?! Fallo!  Non concentrarti sulle conseguenze. Non pensare alla tua colpa dopo averlo fatto. Quella, dalla tua anima, sparirà. Fingendo la tua innocenza, rimarrai innocente.

DORINA                      Ci penso. Ma ora sento già questa terrore e questa… questa.. Cette Culpabilité. Avec un grand C.

LADY MACBETH         Hai dei destini fra le mani Dorina. Io sono al tuo fianco. Ti aiuterò con questi sentimenti che sono, nella mia percezione, in questo caso, irrazionali: non si tratta di fare qualcosa di male, si tratta di bene, in questo caso.

DORINA                                         (preoccupata) Mi aiuti?

LADY MACBETH                    (sorpresa) Accetti?

DORINA                      Sento che devo agire.

lady macbeth                   (con un’aria soddisfatta) Ti fa arrabbiare. Quest’uomo ti fa arrabbiare. Si vede, e mi sembra legittimo. Il suo comportamento è bruttissimo e immorale. Alla fine, lottare contro l’immoralità, è giustificato no?

DORINA                     Lottare contro l’immoralità, essendo immorale?

LADY MACBETH              Allora, ascoltami bene. Non dobbiamo perdere troppo tempo, prima che Orgone prenda una decisione deplorevole.

DORINA                      Dimmi?

LADY MACBETH             Ce soir, tu dois l’assassiner. Prima della cena. Ci dobbiamo organizzare. Lui non vi deve giungere questa sera alla cena. Non deve rovinare un altro momento. E per te, il più presto sarà il meglio. Lo scopo è di agire prima di pensare troppo, e di cambiare idea.

DORINA                      Mais, ça ne va pas ? Questa sera è troppo presto per me. Devo preparare la mia mente.

LADY MACBETH           Più aspetterai, più quest’azione peserà dentro di te….

DORINA                                           (interrota da LadyMacbeth) Ma…

LADY MACBETH             …Più quest’ultima darà importanza a questo gesto.

DORINA                      Tu as raison. Ce qui est fait n’est plus à faire.

LADY MACBETH           Quindi direi di riflettere.

DORINA                      A proposito di cosa?

LADY MACBETH              Je ne te pensais pas si stupide, Dorine! Dobbiamo riflettere a un modo chiaro per procedere. Questi vizi meritano qualche dolore…

DORINA                      Forse hai ragione.

LADY MACBETH         Ce soir, une étoile supplémentaire viendra rejoindre le ciel. Mais celle-ci ne brillera pas. Et ne brillera jamais. Il ne le mérite pas. Diventerà un ricordo. Un sogno brutto appartenant au passé.

DORINA                      Un sogno brutto, di cui, ogni notte sognerò.

LADY MACBETH          Un sogno. Solo un sogno. Intangible.

DORINA                      Nous devons le faire. Non possiamo più tornare indietro. Questo vizioso non merita di esistere.

LADY MACBETH              Dai! Deve rimanere un brutto ricordo!

DORINA                      Faisons-le ! Tuons-le ! Nella famiglia, tutti sperano di vederlo morto. Tutti si augurano di non vederlo, mai. Plus jamais.

LADY MACBETH           Brava Dorina, sono contenta di sentirti così ragionevole. Ora, mi devo truccare. Bisogna che mi camuffi un po’ per affrontare questa giornata che mi sembra piena, dati gli eventi che ci aspettano.

Lady Macbeth esce e se ne va
con un passo rapido e sicuro di sé.
Dorina rimane sola nella stanza.

DORINA                                  (parlando tra sé e sè)  Dorina, Dorina, stai calma. Lo uccidi, e lui diventa un sogno. Lo sai. Lady Macbeth te l’ha detto. Le devi credere. Non avere paura. Si tratta solo di un sogno. Suis-je moi-même en train de rêver ? Sono in un sogno. Sono in un incubo. Ucciderò? Non ucciderò nessuno. Mi devo svegliare. Mi devo svegliare…

Entrano i cantanti

[Chorus x2]

The wind’s gone down, I wonder why
it didn’t take my sins away,
The morning rain clouds up my window
but the memories remain,
And even if I could erase them all
time will judge my broken soul,
It will remind me,
that it’s all so bad, it’s all so bad

[Verse 2-Tartuffe]

Amen brothers, it’s time to pray,
let’s praise the Lord for his gifts and words that never lead us astray,
Mais oui, je vous confesse,
it wasn’t easy to preach without a roof above my head
but then I guess,
the Lord saw it all and gave me shelter,
that’s why I can’t give back all of the things that made me better.
What? You really think that I don’t have morality?
The Heavens gave me sanctity and you’re questioning is valency,
just think about it,
how can I be here today?
After defrauding a man if it wasn’t for Godness’ sake
and let’s say,
that all I did I did it for love
that yes I have sinned but look now how far have I come
and it’s on,
it’s not my fault that people are gullible,
they start to trust a stranger and then try to make him culpable
but overall,
Orgone you bathe in hypocrisy,
you first want me in your house
just to then kick me out of it,
and why is it?
Yes I tried to seduce your wife,
but you gave me permission to stay with her at all times
and I tried,
to stay away as much as I could
I tried to be a good guest and just preach The Word as I should,
and you know,
I would’ve kept on doing it if you hadn’t kick me out,
should I refresh your memory you made me owner of this house.
So now, let’s leave the past in the past
and don’t you worry Orgone
I’m sending the King your regards.

Escono i cantanti

Atto II

Scena i

 [Casa di Orgone. Sala da pranzo.
I personaggi sono seduti al tavolo per festeggiare il compleanno di Orgone]

MACBETH                    Secondo te cosa si mangia stasera, Alceste?

ALCESTE                     Pare uova al tartufo, risotto al tartufo, arrosto tartufato…

ORGONE                      (Avendo sentito) Molto spiritoso! È già tanto se ho accettato di invitare quel criminale al mio compleanno.

ALCESTE                     Hai fatto bene, è stata una scelta matura.

MACBETH                    Spero tu non abbia invitato nessun fantasma

ALCESTE                     (Fa un cenno con la testa verso la strega) No, però ha invitato una strega. Dopo le vicende tra Orgone e Tartufo, il nostro caro festeggiato ha avvicinato ogni tipo di indovino o santone: forse per paura di ricadere in altri inganni. Insomma, è passato dalla padella alla brace, secondo me.

MACBETH                    Ah non me lo dire, sono un esperto in materia. Ne avuto ho abbastanza di queste ambigue figure.

LADY MACBETH        Già… ma, hey, tornando a Tartufo: non si è fatto ancora vivo.

DORINA                     Strano! Di solito è il primo a sedersi a tavola e l’ultimo ad andarsene!

ALCESTE                     Ah pover’uomo!

MACBETH                    Oggi sei molto simpatico per essere un misantropo!

ALCESTE                     E tu molto chiacchierone per essere un morto.

MACBETH                    Sto iniziando a preoccuparmi, è già un’ora che lo aspettiamo… sarà meglio chiamarlo.

STREGA                       Non ce n’è bisogno, parla, domanda, ti risponderò

MACBETH                    Parla fattucchiera dov’è Tartufo?

STREGA                       Tre volte il gatto tigre ha miagolato
Tre e una il topolino ha squittito. E l’arpietto ha gridato: “È l’ora, è l’ora”. Un fiume rubino è sgorgato dalle pendici del suo colle. Una famiglia rispettata viene colpita da un terribile morbo. Il padre nasconde un passato rancoroso, il fratello fugge lontano e il nonno ringiovanisce per un momento. Questa sera Tartufo mangerà al banchetto dell’inferno.

ORGONE                      Finalmente una buona notizia!

ALCESTE                     Orgone ma ti sembra il caso?

DORINA                       Oh pover’uomo!       

MACBETH                    Rimani, incompiuta parlatrice, dicci di più. Chi ha ucciso Tartufo?

STREGA                       Di raccontare ancora non c’è bisogno. Non così felice, eppure più felice, il falso devoto inganna, ma è sincero.
L’assassino oggi parlerà e ha parlato.

ALCESTE                      L’omicida è tra di noi? Chi è stato parli subito!

MACBETH                    Potrei pensare a vari sospetti qui presenti, compreso te Alceste.

ALCESTE                      L’unico assassino seduto a questa tavola sei tu Macbeth!

MACBETH                    Io non avevo motivo di ucciderlo, tu invece Alceste odi i bugiardi, e noi qui presenti sappiamo tutti che lui lo era ampiamente. Ti proclami misantropo, dici di odiare tutti, di voler vivere recluso, ma sei sempre da qualche parte. Sempre a qualche ricevimento o a casa di qualcuno. Ma soprattutto sei sempre a tuo agio ad essere al centro dell’attenzione.

ALCESTE                      Oh questo tiranno come si scalda! Non vedevo l’ora di sentire la predica di questo clemente e pio carnefice. Macbeth, abituato come sei, avresti potuto compiere un ultimo delitto. Magari istigato da quella manipolatrice di tua moglie.

LADY MACBETH          Non osare accusarmi! Ha ragione mio marito nel sospettare di te! (Fermandosi a pensare. Pausa) Oppure… oppure potrebbe essere stato Orgone, che ha gioito appena si è saputo della morte di Tartufo.

ORGONE                       (Nervoso)Giuro che non ne so nulla! Sarebbe assurdo uccidere qualcuno in casa propria, andiamo. Lady Macbeth, machiavellica come sempre, accusa a destra e a manca

MACBETH                    Bada a come parli di mia moglie, Orgone, anche tu e Dorina sareste una perfetta coppia di assassini.

DORINA                       Lo odiavo, questo è sicuro, ma non mi sarei mai spinta a commettere un delitto!

LADY MACBETH          (Scocciata) Oh tesoro, qua in mezzo Dorina è l’ultima persona sospetta. Sarebbe troppo debole anche per uccidere una zanzara che le ronza intorno! (Tirando un’occhiataccia a Dorina)

MACBETH                    Qui qualcuno sta mentendo spudoratamente! Ho la testa piena di scorpioni per tutti questi discorsi!

ALCESTE                      (A Macbeth) Chissà perché tua moglie si prodiga a difendere Dorina… che l’abbia istigata a uccidere, come ha fatto con te? O forse ha istigato Orgone…  Sarebbe stata capace di manipolare anche l’anima più pura!

[Macbeth afferra un coltello dalla tavola
e lo punta al collo di Alceste
]

MACBETH                    Basta! Non aggiungere altro o farai la fine di Tartufo!

ORGONE                      (Avvicina la mano al braccio di Macbeth) Fermati Macbeth! … Dorina, vieni, andiamo via! Lasciamo che se la risolvano da soli.

DORINA                      (a parte) Ci siamo tutti fatti un’idea sbagliata l’uno dell’altro. (Pausa. Con solennità) Volevamo cenare tra sconosciuti.

Orgone e Dorina escono

ALCESTE                     Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Macbeth… uccidimi e mi darai ragione.

[Macbeth è esitante]
Dopo un momento di pausa, Alceste esce

MACBETH                    (di spalle, ad Alceste) Comunque non ti avrei fatto nulla!

Entrano i cantanti

[Chorus]

[Verse 3-Alceste]
Honesty, it’s hardly ever heard
I forgot how long has been since I last saw her on this earth,
“You have my word”
she said while giving me her hand,
but how can I trust her when the world is going mad
it’s just so sad,
seeing all these people lie to me
they smile at me
they search for me
they think that I’m an oddity
how can I be
when I’m the only one with a little bit of sanity,
I’m gasping for air to breathe and a few words of sincerity.
“Et ne veux place en des coeurs corrompus”
even though that changes when I think about you,
Celimène,
how can I love you if you don’t want me to stay,
when you write to other men trying to keep me at bay.
Mon dieu! I feel so sick of this world
I’m seeing lies and decay as they utter every word,
and I know,
you people tell me that we live in a society,
I saw how people act in it so why would I be part of it
it’s startling,
and yeah you say that I don’t have no friends?
I’d rather be alone than spewing lies as they were sand.
No it didn’t work for me trying to live in the present
so I decided once and for all I’m gonna live in the desert,
but I still,
hope you know that there’s no Truth in this world,
that when you sleep you hear my voice condemning every word,

I hope your conscience eats at you and just know that you will never deserve,
at place at my table and another one dans mon coeur.
So now…

Escono i cantanti

Scena ii

 [Casa di Orgone. Sala da pranzo.
In scena sono presenti solo Macbeth, Lady Macbeth e la Strega]

LADY MACBETH         Sarai soddisfatto. La tua indole non fatica mai a tornare a galla. Dopo Tartufo, Alceste è dunque il prossimo sulla tua lista, ho capito bene?

MACBETH                     Ma di cosa parli?

LADY MACBETH   Ora fingi di non capire, come al tuo solito!
Tartufo era un ostacolo, e tu lo sai.
Non è il tuo più grande piacere uccidere, ben più di governare, delle ricchezze, delle amicizie, degli amori o anche persino del respirare?

MACBETH                    Che assurdità! Tu dici sempre assurdità. Intendi dirmi che sono un mostro? Effettivamente non hai tutti i torti. Mi sono macchiato molte volte le mani. Il liquido denso impregna le dita, e non viene mai lavato via. Ma con ciò: non amo uccidere, faccio solo quello che è la cosa giusta…

LADY MACBETH           Togliere la vita ad altri per aumentare la tua?

MACBETH               Basta, ti prego. Non me lo merito; nemmeno tu lo meriti, ma a differenza mia, continui a spremere il succo dalle viscere degli altri, con il veleno letale della retorica e per le azioni altrui. Perché ancora? Non bastava tutto quello che abbiamo già fatto?

LADY MACBETH         Ora usi il plurale. Davvero non mi sbagliavo sul tuo conto. Nemmeno farsi carico delle proprie azioni, bisogna spalmarle sulla moltitudine. Sei proprio un uomo a pezzi, Macbeth. Se uomo ti si può definire. (Ride e beve un sorso da un bicchiere)

MACBETH                   Non riesci a concepire il male fatto? Continui a ferirmi, invece di comprendere. I tuoi sono sintomi di pazzia… allora non mi sbagliavo, anche la tua coscienza è derelitta e frammentata. Ti aggrappi al gioco della derisione; tu non stai bene. Mi chiedo se sei mai stata bene.

LADY MACBETH          Bene come un cristallo ancora non toccato dalle sozze mani dell’uomo. Sei tu quello problematico, caro. Continui a criticarmi, ma ho fatto quello che andava fatto. Tu non avresti agito diversamente, ed anzi avresti frantumato il suo cranio in prima persona.

MACBETH                  Non so dirtelo. A questo punto neppure io so cosa sarei capace di fare, con le giuste condizioni.

LADY MACBETH          Visto! Mi dai ragione. Sei fragile, Macbeth.

MACBETH                   (Macbeth, sentendosi sopraffatto dalle emozioni, va sulla difensiva alzandosi dal tavolo)  E tu sei folle! Non c’è troppa differenza tra te e quella strega laggiù!

LADY MACBETH          Senti come si permette!

MACBETH              Perché non aggiungi un’altra anima alla tua danza macabra? Sono proprio qui!

LADY MACBETH         Avessi voluto ucciderti, l’avrei fatto molto tempo fa. Sei solo un inetto e dunque non ho sentito il bisogno di aggiungerti alla mia collezione di ossa.

MACBETH                    Mi aspetto un giorno qualcuno che venga ad uccidermi! Sarai tu la tessitrice del regicidio, e di questo ne sono più che sicuro. Un re che si sporca le mani spesso non finisce il proprio regno morendo di vecchiaia. Dopotutto, è strano vedere un tiranno sul suo letto di morte.

LADY MACBETH          Un re, un re… non pensi ad altro che al tuo potere! Vaneggi sulla tua onnipotenza. Basta Macbeth, stiamo dando orribile spettacolo di noi.

MACBETH                        Ora fai la persona mesta? Guarda un po’, l’istigatrice che diventa la diplomatica!

LADY MACBETH          Non ti riconosco più, ti stai scagliando contro di me senza riguardo. Dov’è finita la nostra stima l’uno per l’altra?

MACBETH                    Non c’è mai stata, ecco tutto.

LADY MACBETH         Sentilo un po’. Non facevi così quando ti ho aiutato a diventare l’uomo più grande di tutta la Scozia. Mi fai male, Macbeth.

MACBETH                   E faccio bene; considerando che, alla fin fine, forse sei stata proprio tu a uccidere Tartufo!

LADY MACBETH         Le tue parole sono ustionanti, mi rifiuto di credere che tu mi stia accusando. E se fossi tu l’assassino, come sono ben portata a credere?

MACBETH                  Litigare con te mi fa sentire peggio di prima! Non voglio più vederti; Non voglio più vedere nessuno.

LADY MACBETH           Nemmeno io, e spero di smarrirmi in qualche caverna, per non vedere più la luce del giorno e la sua immensa falsità.

Lady Macbeth esce

In scena Macbeth accasciato sulla tavola e la Strega vicino.

Entrano i cantanti

[Chorus]

[Verse 1-Macbeth]
Another day, another sun, another victory at last
except this one’s took out my pride and then the glory of my past,
‘cause blood I used to see
in battlefields and around me,
but never once I thought it would’ve brought me to insanity
and still,
I couldn’t help my hand from moving
I feel the knife still plunging deep and then some voices speaking to me,
I got choked up by my ambitions
I let them out and make me vicious,
yes they bewitched me with some promises that clouded up my vision.
And yet, was I really wrong,
if they fate crowned me king I think the deed really had to be done.
Again, why am I so restless?
The blood that’s on my hands sits on my wife’s hands too,
weren’t we to careless,
Yeah, ‘cause I hear whispers in the dark
they sing melodies for me, it’s like I’m being torn apart
and have I missed the mark,
I’m seeing ghosts sit on my throne
and why, why can’t I move on
and my mind feels like it’s gone
and now…

Atto iii

Epilogo

 [Casa di Orgone. Sala da pranzo.
In scena sono presenti solo Macbeth e la Strega]

STREGA

Shhh! Zitti tutti!
Silenzio!
Non fiatate!
Nessuno di voi è degno di proferir parola
Nessuno di voi ha il diritto di giudicare.
Nessuno di voi è innocente.
Vergognosi sono i vostri discorsi.
Abominevoli sono le vostre azioni.
Oltraggiose sono le vostre brame.
Le ambizioni, l’ipocrisia e l’ignominia
hanno raggiunto il parossismo.
Non si può più tornare indietro!
Riparare il delitto commesso è ormai impossibile!
Adesso vedo l’orrore nei vostri occhi,
il tremolio nei vostri corpi,
il sangue nei vostri vestiti.
Si sta contorcendo dentro di me
un essere immateriale,
sento il sibilo di un serpente,
che ha bisogno di uscire fuori per parlare.
È Tartuffo,
il morto che ha ansia di vendetta.
Lentamente si sta impossessando del mio corpo.
Vuole gridare, rivendicare,
difendersi dalle vostre accuse profane.
Si sente isolato, tradito e maltratto!
Tutti che lo accusano della sua finta devozione,
della sua falsità e della sua flatterie!
Voi che giudicate, siete altrettanto colpevoli.
Macbeth, l’ossessivo.
Lady Macbeth, l’istigatrice.
Orgone, lo sprovveduto.
Dorina, la pianificatrice.
Alceste, il moralista.
La vostra sporca coscienza è nascosta
nelle innumerevoli sinapsi cerebrali.
La vostra morale è corrotta dai vizi della società,
I vostri sogni sono intrisi di tossicità
I vostri progetti sono contaminati dalla vostra cecità.
Il vostro agire vi ha ingannato,
la malvagità vi ha confuso,
adesso siete disorientati, terrorizzati, stravolti.
Tutto è fuori dal vostro controllo.
Ora è giunto il momento
di accogliere qui il nostro defunto
in questa cena di disgrazia.
Vuole lasciare un messaggio di verità e speranza
anche se la sincerità
non è il suo cavallo di battaglia.
Vuole confessare tutto
anche se per lui è una missione ardua.
La sua ansia di rivincita è incontenibile.
Rimane la sua testimonianza ancora da sentire.
Ascoltate, udite e aprite le orecchie.
Il morto parla, Tartufo parla.

MACBETH  

Ma che diamine sta succedendo! A che mostruoso spettacolo sto assistendo? Venite tutti a vedere la strega che si sta muovendo! Non capisco bene che cosa sta blaterando. Qualcuno si sta impossessando di lei sul serio o per finta? Sarà il nostro Tartuffo infuriato responsabile di questa trasformazione ripugnante? Se sei veramente tu, allora parla. Siamo tutti curiosi di sentire la tua versione dei fatti.

Tutti i personaggi rientrano

TARTUFO 

[La strega recita il monologo di Tartufo à-là Kurosawa.
Viene quindi doppiata da un attore esterno che presta
la voce al personaggio
]

Tartufo io sono,
dal mondo dei morti provengo.
Difendermi voglio da tutte le accuse vostre.
A tutti perdono chiedo per le mie malefatte,
Accusano tutti e nessuno scusa chiede.
Nessuno confessa, nessuno svela.
Umana l’ipocrisia è.
Mortali i complotti sono.
La futilità della vita la morte mi ha insegnato:
come una foglia secca d’autunno che trema;
come un’immagine che nel tempo si scolora;
come una crepa sul muro che crolla.
Ripetutamente i vostri commenti insensati mi tormentano.
Coerente nella mia ipocrisia sono stato fino alla morte.
Senza sosta rivedo il sangue che fuoriesce dalle vene
e dipinge di rosso vermiglio le pareti, il soffitto e la porta.
Gli occhi che sporgono
come un bruco dalla polpa di una mela
io immagino.
Improvvisamente in un buio assoluto
io mi spengo.
Il corpo più pesante
e l’anima più leggera sento.
Tutto in un misero secondo,
la vita l’ultimo respiro sofferto mi ha tolto.
Per ottenere pace e riposo
smascherare i vostri perfidi cuori devo.
La retorica tante menti ha manipolato
ma dal tragico destino
non mi ha salvato.

Diversamente da me,
voi viventi avete l’opportunità
di correggere i vostri errori,
di cambiate la vostra condotta,
e di rispettare i morti.
Giudicate voi:
è giusto incolpare a dismisura
la falsità di un individuo
senza interrogarsi sulla propria coscienza?

Escono tutti

Entrano i cantanti

[Verse 4-Conscience]

Yeah, now everything is bad
and I’m sorry dear viewer for let you witnessing this mess,
and let me stress,
I live inside every one of you,
and you’re capable of doing things you thought you’d never do.
What do you say?
“That’s not true, I could never be a murderer”
Except remember that before that Macbeth was a nobleman,
and then again,
Tartuffe was a man just like you,
then he started scamming people and his soul now is doomed,
and I could,
try to warn you when the time will come
you just have to listen to me or your chance will soon be gone,
are you strong?
You have to see beyond every issue,
how much are you ready to loose to fulfill your ambitions
in addition,
Arrogance is clouding your vision,
you’re not as truthful as you think you are,
it’s not your condition,
but don’t worry,
if you’re nurturing your very obsessions,
like Alceste’s you’ll end up all alone in the desert.
Now tell me,
just what is it, what is making you so sad?
Are you hearing my voice anytime you see your eyes go red,
are you trembling in sin every time you go to bed,
do you think about your death bed or you think you’re going mad,
do you think about your past
when you feel your soul collapsing,
did you think your life would last
only the moment of a heartbeat.
Now I’m sorry for you
but I did everything I could,
you should’ve thought about it
before your mind crushed onto you.
And now… it’s up to you.

Sipario

…TUA, B.

Schettino Martina, in questa sua composizione, rielabora il concetto di colpa e peso della coscienza sotto forma diaristica, riportando i pensieri più intimi e profondi di una giovane protagonista, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B mod. 1 Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto… è stata solo una mia percezione?”

*

22/09/2022

Caro Diario,

Eccomi, sono arrivata nella mia nuova casa! Finalmente, non vedevo l’ora!. L’Inghilterra è spettacolare, sono così contenta di essere qui. L’appartamento non è grandissimo ma ho un’intera, spaziosissima parete per la mia libreria. La mia coinquilina, Lizzy, è molto simpatica. Mi ha fatto fare un tour della casa e mi ha già dato qualche informazione sulle varie feste che i suoi amici hanno in programma. Per ora voglio concentrarmi sulla sistemazione della mia roba e voglio prepararmi per l’inizio delle lezioni. Mancano solamente due settimane; mi sento agitata ma al tempo stesso sono emozionata. È il mio sogno da sempre! Oxford! Ancora non ci credo, che gioia! Datemi un pizzicotto o crederò ancora di essere in un sogno. Adesso vado, ne approfitto per chiamare mamma ora che Lizzy è sotto la doccia
Tua, B.

07/10/2022

Caro Diario,

sono tornata, prima settimana di lezioni. Ho smesso di scrivere per un po’… mi dispiace, so bene che la scrittura mi aiuta tanto, eppure in questi giorni sono stata così impegnata. Tra l’inizio delle lezioni e le presentazioni ai tantiamici di Lizzy (dire tanti è un eufemismo, non so come questa ragazza riesca a intrattenere tutti questi rapporti sociali, costantemente…), non ho avuto un attimo di tregua. L’appartamento è finalmente sistemato, io e Lizzy lo abbiamo reso molto carino. Anche a mamma piace molto. Ho ancora una lezione per oggi, storia inglese. Il professore è simpatico e si vede che mette molta passione in quello che fa. Abbiamo iniziato dalle origini della storia inglese, dai Britanni alla conquista dell’Impero romano. Una settimana stancante ma molto produttiva; la professoressa di English ci ha già assegnato un saggio da scrivere su Beowulf… vado a lezione.

h. 19 sono in camera, Lizzy è appena tornata con il suo fidanzato, non sembra che le cose vadano molto bene tra loro. Lei piange, penso stiano per chiudere la relazione, mi ha confidato che è da qualche tempo che le cose tra loro non vanno bene.

10/10/2022

Jordan e Lizzy non si sono lasciati. Io sono a metà del mio saggio di Beowulf e in ritardo per la mia lezione di Storia Inglese ciaoo.

11/10/2022

Caro Diario,

ho dormito male questa notte; Lizzy è tornata tardi e ha fatto molto rumore, penso avesse bevuto troppo la sera. Continuava a ripetere un nome, o meglio, continuava a biascicare un nome, storpiando tutte le lettere che lo compongono; strano…

   13/10/2022

“If you could hear at evert jolt, the blood
Come gargling from the fourth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues, –
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
the old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”

Wilfred Owen, uno dei war poets che preferisco in assoluto. La potenza delle parole con cui esprime il suo disprezzo verso i finti ideali sociali del tempo mi provoca sempre un’emozione indescrivibile. Spero un giorno di riuscire ad esprimermi in maniera così decisa ma allo stesso tempo elegante come Owen.

Il saggio è quasi terminato; per essere il primo vero saggio che io abbia mai scritto, sono abbastanza soddisfatta. Lizzy mi ha aiutata con alcune parti più tecniche, sto ancora perfezionando la mia scrittura saggistica. Ultimamente non sta molto bene, non capisco bene cos’abbia… sembra sempre sull’orlo di una crisi o un pianto, è spesso nervosa e molto moody. Quando provo a chiederle di parlarne ha come un sussulto e cambia velocemente umore e argomento, come se tutto il malumore che c’era non fosse mai esistito, se non nella mia testa. Questi suoi comportamenti mi confondono, non capisco perché si comporti così. Anche Jordan si fa vedere sempre meno in casa. Sarà successo qualcosa tra loro?

 15/10/2022

Finalmente è sabato! L’Università è stancante, un ambiente completamente differente da quello del liceo e gli ambienti scolastici inglesi sono così lontani da quelli italiani. All’inizio è stato veramente difficile ambientarsi, ma ho trovato delle persone fantastiche che non mi hanno fatto sentire sola un solo istante. Posso dire di essere la felicità fatta persona!

16/10/2022

Diario,

questa notte è successo qualcosa a Lizzy… è tornata nuovamente molto tardi a casa, piangeva e continuava a ripetere a qualcuno dall’altra parte del telefono che non poteva più sopportare questa situazione, era stanca e voleva solo dormire. Sono sinceramente preoccupata, ma come sempre non ha voluto parlarmene; neanche quando le ho detto che avrei provato ad aiutarla in ogni modo si è voluta liberare del peso che porta nel cuore. In effetti, ora che ci penso… inizialmente non ci ho fatto molto caso, ero stanca, appena sveglia e nel bel mezzo della notte. Ma ora, ripensandoci… mi ha risposto che a quel punto neanche Dio avrebbe potuto aiutarla. Ho un brutto presentimento, molto brutto…

21/10/2022

La situazione sta diventando sempre più strana. Lizzy è tornata quella di prima. Sorridente e spensierata com’era i primi giorni in cui ci siamo conosciute. È tutto sempre più strano. Come sono strane le persone che sta iniziando a frequentare. Si è allontanata da tutti i suoi amici e ora si è avvicinata ad un gruppo di persone… diverse. Non ho una bella sensazione.

Questa sera il professore di storia inglese non ci sarà a causa di un impegno, questo mi dà il tempo di completare un nuovo saggio a cui sto lavorando per il corso di Poesia e una relazione per il corso di Letteratura Americana. Quest’anno il professore vuole concentrarsi sulla letteratura di Hemingway. Adesso stiamo affrontando “The old man and the sea”; ho finito da poco la lettura di questo racconto spettacolare. Quanto mi affascina la scrittura di questo autore, non vedo l’ora di approfondirlo.

Sono in biblioteca, ho bisogno di prendere in prestito alcuni libri per vari corsi. Sinceramente non me la sento di tornare a casa, con Lizzy e quelle persone… mi mettono i brividi. Non capisco, è una sensazione che ho provato non appena hanno messo piede nell’appartamento…

Appunto di Lizzy ritrovato in un quaderno universitario:

Sadness.
Hopes.
Will she trust me again,
After all the things I’ve done?
-E.

09/11/2022

Diario,

sono finalmente più libera dagli impegni universitari; saggi, scritti critici, composizioni. D’altro canto però, Lizzy mi preoccupa sempre di più e occupa quasi tutti i miei pensieri. Ultimamente non torna a casa a dormire, non risponde a chiamate o messaggi e quando, dopo giorni, torna, la trovo sempre più smagrita, stanca, con profonde occhiaie scure sotto gli occhi. Anche Jordan è sempre meno presente, raramente lo incontro in casa… è successo solo poche volte e l’ho trovato profondamente cambiato. Non fisicamente, non è un cambiamento apparente. È qualcosa nella sua persona che sembra diverso, forse nel suo sguardo, nei piccoli movimenti che inconsciamente una persona compie quando si trova in un luogo dove non vorrebbe essere.

Forse sto sognando tutto, forse nulla di ciò che ho scritto sopra è reale; sarò influenzata dalla preoccupazione che provo per Lizzy…

15/11/2022

Abbiamo iniziato Shakespeare al corso di Letteratura Inglese! I’m not gonna lie, è uno dei miei autori preferiti. Sono affascinata dalle tragedie; è un mondo meraviglioso, ricco di piccoli dettagli che rendono la scrittura di Shakespeare così incredibilmente significativa. Tra pochi giorni inizieremo Macbeth. Ricordo ancora la prima volta che approcciai quest’opera. Ero nella mia vecchia camera, tra le mani il volume delle tragedie shakespeariane preso dalla biblioteca di mio nonno. Pagina dopo pagina, la fermezza e la perseveranza di Lady Macbeth hanno catturato la mia attenzione sin dall’inizio. È una donna che non si è lasciata intimorire da nulla, né sovrastare dal predominio del potere maschile che al tempo regnava sovrano nella società. Queste sono, però, le stesse caratteristiche che l’hanno portata alla rovina. Lady Macbeth non sopportava il peso del delitto che lei e il marito avevano progettato e commesso, nei confronti di un uomo buono e gentile.

Lady Macbeth si toglie la vita, consumata dalla sua stessa sete di potere.

20/11/2022

Domenica, il mio giorno preferito della settimana. Ho finalmente recuperato qualche ora di sonno perso in questi giorni di lezioni interminabili.

Ieri sera ho deciso di parlare con Lizzy; la situazione stava diventando insostenibile. Ci siamo confrontate a lungo; mi ha spiegato che tutte quelle persone sono amici di Jordan, conosciuti in un nuovo centro per artisti che aveva scoperto qualche mese prima. Mi ha anche confidato che per “entrare” in questo gruppo bisogna affrontare una cerimonia di iniziazione. Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto. È stato un solo attimo, poi ha continuato a parlarmi come se nulla fosse successo. È stata solo una mia percezione??

La detective Campbell chiuse il piccolo oggetto che da ore stava sfogliando, ripetutamente, in cerca di un indizio, una traccia qualsiasi che potesse condurla a comprendere l’accaduto. Questo diario dava molti spunti di riflessione alla giovane detective; Miriam ripensò al lungo interrogatorio di Jordan Foster, il fidanzato di Elizabeth Wright. Pensieri veloci scorrevano nella mente della detective. Tra le mani aveva uno dei casi più difficili a cui avesse mai lavorato; si sentiva pronta, eppure l’agitazione penetrava ogni suo muscolo. Ogni cellula del suo corpo fremeva. Voleva chiudere il caso; le famiglie delle vittime erano distrutte, le si stringeva il cuore ripensando alle lacrime dei genitori quando aveva comunicato loro la notizia; lei però doveva concentrarsi. Lo doveva a loro; lo doveva a quelle povere ragazze.

La scena del delitto era già stata controllata più e più volte, dalla stessa Miriam e da altri poliziotti dello Scotland Yard presenti durante le indagini. Secondo le ricostruzioni, non ancora ufficiali, della vicenda, il giovane si era introdotto nell’appartamento di sera con la scusa di recuperare dei vestiti dalla camera della fidanzata. Secondo i programmi, sarebbero dovuti andare a cena fuori e poi si sarebbero trovati con degli amici di lui, probabilmente gli stessi amici descritti nel diario di Beatrice.

Jordan affermava di aver trovato le due ragazze già morte quando era entrato in casa, usando le chiavi che Elizabeth gli aveva lasciato. Il ragazzo restava comunque il principale sospettato. Chiudendo il diario, Miriam si rese conto dell’ora. Le 2:20 del mattino. Non riuscì a dormire quella notte. Le stava sfuggendo qualcosa, ne era sicura; un pezzo di quell’infinito puzzle che era la verità le mancava, solo che non sapeva come e dove cercarlo.

L’indomani si recò sul luogo delle indagini. Prima di entrare nell’appartamento fece un respiro profondo. Entrando, notò subito la scientifica alle prese con il soggiorno, dov’erano stati ritrovate le due ragazze. Sentiva ancora quella sensazione della notte precedente; la verità stava lentamente scivolando via. Miriam decise di controllare nuovamente quel posto, come se non fosse mai entrata lì prima, come se fosse la prima volta. Doveva concentrarsi su ciò che non era ovvio o scontato.

Ripensando al diario di Beatrice, decise quasi involontariamente di dirigersi verso la libreria del salotto. “Una bella collezione” pensò subito, sfiorando con le mani guantate i dorsi dei libri perfettamente ordinati. L’occhio le cadde sulla collezione dei volumi di Shakespeare; la detective ricordò che Beatrice stava studiando Shakespeare all’Università in quel periodo. Si recò verso quella sezione e notò un buco tra il “King Lear” e “Anthony and Cleopatra”. Non era mai stata appassionata di letteratura, e di certo non poteva sapere quale opera shakespeariana mancasse alla collezione. Si sfilò velocemente il guanto e cercò su Google la lista completa delle opre dell’autore inglese. Controllò i libri uno ad uno, fino ad arrivare al volume mancante; Macbeth. Nella libreria non era presente. Poteva trovarsi solo in camera di Beatrice. L’istinto di Miriam le suggeriva che valeva la pena seguire questa pista, e così fece. Andò in camera della ragazza e lo vide, impilato sulla scrivania insieme ad un sottile libricino di Hemingway e altri volumi. Senza pensare, come se fosse guidata da una forza esterna, aprì il libro. Un piccolo pezzo di carta scivolò sul pavimento, silenzioso. Inizialmente non fu notato da Miriam e rimase lì, sul pavimento. Nel frattempo la detective, sfogliando le pagine e leggendo distrattamente le varie note scritte a mano ai margini, notò che una pagina era stata segnata.

SEYTON

The queen, my lord, is dead.

MACBETH

She should have died hereafter.
There would have been a time for such a word-
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow.
Creeps in this pretty pace from day to day
To the last syllable of recorded time;
and all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.

Una lacrima scese lungo la guancia di Miriam. Quelle parole l’avevano colpita profondamente, ma la nota a margine che accompagnava quei versi le fece gelare il sangue:

My time is coming
sooner than I thought.

Questa era la stessa scrittura del diario, la scrittura di Beatrice. La ragazza era consapevole di essere in procinto di morire? Se sì, com’era possibile? Qualcuno l’aveva minacciata? Jordan? Uno dei suoi amici? Elizabeth aveva cercato di avvertirla in qualche modo?

Chiuse il libro e si appoggiò alla scrivania; mille ipotesi, domande, pensieri fluivano correndo veloci. Miriam chiuse gli occhi. Questo complicava tutto. Aprendo gli occhi notò il foglietto fino ad ora ignorato, che era rimasto sul pavimento della camera.

Quel pezzo di carta apparteneva alla pagina del diario, la carta era la stessa. La detective era sicura di questo perché aveva maneggiato parecchio l’oggetto negli ultimi tre giorni.

Traduzione italiana della nota ritrovata nella copia del Macbeth appartenuta a Beatrice:

Questa nota è per Jordan, Michael e Susanne.
L’atto è compiuto, lei è morta.
Avete scelto una vittima per me, io ho obbedito ai vostri ordini.
Vederla lì, sul pavimento del nostro salotto, senza vita (vita che io le ho tolto!) mi ha destata dal sonno ipnotico in cui ero entrata.
La cerimonia che tanto bramavate è stata realizzata;
ma lei era mia amica.
Non posso vivere sapendo quello che ho fatto, quello che ho fatto per te, Jordan. Solo per te.
Addio,
Elizabeth.

*

Bibliografia:

William Shakespeare, Macbeth, Milano, Mondadori, 2021.

Wilfred Owen, Dulce et Decorum Est, https://www.raicultura.it/webdoc/grande-guerra/battaglia-somme/pdf/WilfredOwen.pdf

Haerēre

Guglielmo Ferroni rivisita la tendenza molieriana di rarefazione della trama di commedie, come Il Misantropo, in una pièce in cui verità e scherzo condividono labili confini, nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“In questa breve pièce ho cercato di colorare di un tono teso e angosciante, attraverso un espediente semplice, una situazione frivola e priva di interesse e di profondità psicologica, facendo girare attorno al protagonista una schiera di maschere insipide e quasi irreali”.

*

Personaggi (in ordine di apparizione):

Una pecora in tassidermia

Elettra, cameriera e governante

Panfilo, giovane

Elvira, amante di Panfilo

Ettore, giovane, amico di Panfilo

Mercede, madre di Panfilo

Il Padrone, padre di Panfilo

Padre Evaristo, prete

Un cuoco

Interno di un salotto borghese parigino. Costumi e ambientazione in stile inizio Ottocento. Al centro della scena, un tavolo apparecchiato solo in parte. Dal soffitto pende, sopra il centro del tavolo, una pecora in tassidermia, grazie ad una corda che la tiene legata per una zampa posteriore, di modo che l’animale è in verticale e con il muso rivolto verso il pavimento; è libera di oscillare, ed è sospesa a circa un metro dal tavolo. Gli attori devono dare l’impressione di non accorgersi della presenza della pecora, né devono esserne turbati nel modo di recitare e negli spostamenti, salvo differenti indicazioni.

Sipario abbassato; inizia a suonare il I movimento della Sinfonia numero venticinque (K183) di Mozart. Il sipario si alza lentamente e due faretti posti al livello della scena, uno a destra e uno a sinistra, iniziano a lampeggiare ritmicamente. Dopo quaranta secondi o poco più si accendono le luci di scena e illuminano il palco. Dopo ancora qualche secondo, entra Elettra da destra, con in mano una pila di piatti; la musica continua ma a volume ridotto.

ELETTRA: Forza, non c’è un momento da perdere; il campanile ha da poco dato il suo rintocco, il sole schiarisce tutti gli angoli della stanza e il Padrone starà ormai rientrando… piatti, piatti, e i bicchieri, oh quante cose! C’è da sperare solo che quel ragazzaccio del cuoco non sia in ritardo nel preparare le pietanze, altrimenti chi lo sente, il Padrone? Io l’ho detto, fin dal primo momento, l’ho detto, io, che il ragazzo era un buono-a-nulla, ma chi la ascolta, Elettra? Ma io blatero, mentre il tempo scorre, e quanto scorre!

(La musica cresce di volume. Elettra inizia a mettere i piatti in tavola e ad apparecchiare con attenzione, mentre mormora tra sé e sé parole che non si sentono, e si muove veloce ma aggraziata; nel mentre, da sinistra entra, correndo delicatamente, Elvira, seguita da Panfilo. I due si rincorrono per qualche secondo senza parlare, solo ridacchiando ogni tanto. La musica si abbassa di volume e va a sfumare).

PANFILO: Elvira, smettila di farti rincorrere, aspettami! Ah, quant’è difficile il lavoro dell’amante, sottostare al padre e alla madre e perfino rincorrere l’amata come a una battuta di caccia… (Prende il braccio di Elvira, che si divincola ridendo e continua a farsi inseguire per gioco). Basta, rondine impazzita, fermati, fermati e fammi guardare quegli occhi che sembran mandarini… (Elvira esce da destra, Panfilo si abbandona con un sospiro su un divano che è in primo piano, sulla destra). Elettra, quanta grazia, quanta allegria oggi! Che quel nuovo cuoco ti abbia messo qualcosa di diverso dal solito, nel caffè?

ELETTRA (ironica): Quel cuoco non l’ha fatto e non me ne rammarico, signor Panfilo, visto che, come fin dall’inizio Elettra vi aveva fatto presente, egli combina solo guai. Non sono allegra, ma in ritardo! Piuttosto voi, la volete smettere di correre dietro a quella ragazza? Sono giorni che va avanti, e nel vostro viavai mi scombinate tutti i mobili e mi sporcate i pavimenti e…

PANFILO: Suvvia, non vi si può fare un appunto che subito vi mettete a punzecchiare!

ELETTRA: E sia, ma vedete di mettervi in ordine prima che il Padrone arrivi; sapete com’è quando…

PANFILO (stupito, guardando la pecora): E quella? Da dove spunta fuori?

(Pausa)

ELETTRA: Non capisco, signore.

PANFILO: Ma come non capite, Elettra! (Si alza di scatto e si muove verso il tavolo) Non state a prendermi in giro, o a far finta di nulla.

ELETTRA (verso il pubblico): Puah, prenderlo in giro… Davvero, signor Panfilo, io non capisco a cosa stiate facendo riferimento, e per di più sono troppo occupata per star dietro alle vostre sciocchezze.

PANFILO (indicando la pecora): Sciocchezze? E quella vi pare una sciocchezza?

(Elettra segue con lo sguardo la direzione verso cui il suo dito punta, guarda verso la pecora, poi guarda il pubblico, poi Panfilo)

ELETTRA: Lei sragiona e indica il nulla, signore. (Pausa) “A vous dire le vrai, les amants sont bien fous!”. Ora, se permettete, vado a prendere le posate per il pranzo… (Si allontana lentamente, guarda ancora una volta il giovane stranita e poi esce da destra; Panfilo, confuso, la guarda uscire e poi torna a guardare la pecora).

(Pausa)

PANFILO: Che sia… per caso… ma no, Panfilo, cosa vai a pensare! Chiaramente lo scherzo è ben riuscito. E che scherzo, davvero! Me la immagino per bene Elettra, o vai a sapere chi, girare tutte le botteghe della città per trovare questa… pecora! Certo mi rimane da capire perché, ma per il resto… ah, ma ecco che arriva Ettore.

(Entra Ettore, un giovane amico di Panfilo, ben vestito e baldanzoso)

ETTORE: Buongiorno, Panfilo. Deh, ma che pallido che siete oggi.

PANFILO: Su, Ettore, dimmi la verità, non mi si può gabbare a tal punto.

ETTORE: Non ti seguo.

PANFILO: C’è da dire, l’idea è originale, e mi chiedo cosa abbia spinto Elettra o te o vai a sapere chi a metter tanta cura nella preparazione dello scherzo, ve lo concedo… Ma ora basta e dammi una mano a tirarla giù, che quando arriverà mio padre non voglio che un oggetto di così cattivo gusto penda sopra la sua testa. (Pausa. Ettore guarda Panfilo non capendo) E va bene, stiamo al gioco. (Sospira) Ettore, buongiorno, per caso guardandovi intorno notate qualcosa di strano nella stanza, qualcosa che pende?

(Pausa. Ettore si guarda intorno)

ETTORE: Io davvero non… non capisco… cos’è questa cosa che pende? State parlando del lampadario per caso? Non sapevo lo disprezzaste a tal punto, e l’altro ieri quella giovane ragazza che avete preso con voi da poco è stata così tanto a lustrarlo, pendente per pendente; ma se davvero non lo sopportate…

PANFILO: Ettore! Basta! Ve l’ho detto, siete stati bravi e sebbene tu sia solo il secondo di oggi che sento recitare, perché sono convinto che Elettra o mia madre o… Ma non importa! Sì insomma state tutti facendo un’ottima prova da attori, ma basta, aiutami a tirarla giù o lo farò da solo.

(Pausa. Ettore guarda la stanza senza capire)

ETTORE: Panfilo, io non… Cosa volete tirare giù?

PANFILO (urlando): La pecora, Ettore! Questa maledetta pecora che vedi tu stesso, di fronte a te! PE-CO-RA.

(Pausa)

ETTORE: Amico mio, se state scherzando lo state facendo bene. E anzi, a dirvela tutta mi stavo quasi preoccupando! (Scoppia in una risata; poi si avvicina a Panfilo e gli dà una pacca sulla spalla) Suvvia, ora basta, ero passato per vedere come fosse la vostra salute e per sapere se foste infine giunto a una decisione sul matrimonio con Elvira, ma evidentemente (ridacchiando), evidentemente siete troppo impegnato con le vostre… pecore, o che so io! Beh, sempre meglio avere le pecore per la mente che le corna in testa… (ridendo) Vi saluto, Panfilo, e portate i miei saluti anche a vostro padre, mi è stato detto che sta arrivando; arrivederci a tra poco… (Esce da destra, sempre ridacchiando e ripetendo sotto voce “Le pecore… le pecore…”).

(Panfilo, immobile, guarda Ettore uscire. Pausa. Poi si gira verso il pubblico)

PANFILO: Sono… sono… (pausa) Sono tutti ammattiti, ecco cosa sono! Ma io dico, è mai possibile? Basta, questa scenata deve finire.

(Va verso il tavolo, guarda la pecora. Poi, sale in piedi su una sedia e si accinge a slegare il nodo che la tiene legata per la zampa. Entra Elettra, con le posate in mano)

ELETTRA: Panfilo, ma che state facendo! Su, forza, giù di lì. Sporcate la sedia con i vostri stivali, ma insomma! Che vi prende?

PANFILO: Elettra, devo ammetterlo, vi siete superata! Sì, è venuto veramente bene; è di buona fattura, e questa corda legata stretta stretta, e anche l’odore che emana, tutto davvero ben studiato, ma ora basta, la tiro giù.

ELETTRA: Ah, Panfilo, sempre a scherzare… ma che pallido che siete. Su, venite giù. (Inizia a mettere le posate di fianco a ciascun piatto)

PANFILO (a voce alta): No. Non scendo. Non finché non l’ho tirata giù e non mi raccontate il perché di tutta questa faccenda.

(Pausa)

ELETTRA: Ma cosa, cosa volete tirare giù? Smettetela di far finta di essere impazzito, sapete che su queste cose non si scherza! Ricordo di un mio zio, tempo fa, che…

PANFILO: Basta! Silenzio, taci! Tirerò giù questa pecora e tu la porterai via! Non sarò il padrone, o meglio non ancora, ma non mi si può mancare di rispetto così, anche se solamente per scherzare!

(Pausa. Elettra fissa Panfilo. Silenzio prolungato)

ELETTRA: Cheeeee? Una pecora? (Si mette a ridere) Questa vi è davvero uscita bene, signore! Vi va bene che oggi la giornata è bella e che sono di buon umore, altrimenti… cavolo, mi stavate spaventando! (Ridacchia ancora) Ora basta però, scendete da lì che devo…

(Panfilo salta dalla sedia al tavolo e sbatte il piede con prepotenza su di esso)

PANFILO (urlando): Smettetela! Come potete ancora fingere, schiava! Come osate appendere un animale morto sopra le teste di coloro che vi danno da vivere! Che il diavolo ti prenda, maledetta!

(Mentre urla, entra Mercede da destra. Donna sulla quarantina, vestita elegante)

MERCEDE: Allora, che cos’è tutto questo urlare, cosa accade? (Vede Panfilo in piedi sul tavolo) Figlio mio, che ci fai sul tavolo? Perché sbraiti tanto? E tu, Elettra, non gli dici niente?

(Elettra guarda un po’ impaurita Panfilo, che la sta fissando. Dopo una breve pausa, si sposta indietro e verso Mercede)

ELETTRA: Signora, stavo giusto per chiamarvi; già ho cercato, di farlo ragionare, ma egli per tutta risposta mi ingiuria e mi urla contro, al punto che sono indecisa tra la rabbia o la paura, perché è evidente che sia impazzito.

(Pausa. Mercede si avvicina sospettosa verso Panfilo, ed entrambi si fissano)

MERCEDE (lentamente): Ci guardiamo come fiere sospettose, figlio mio; perché mai?

PANFILO (calmo ma teso al tempo stesso): Non lo so, madre, ditemelo voi, ditemelo proprio voi che tirate in ballo queste metafore e parlate di fiere. Non ditemi, ve ne prego, che anche voi avete accettato di far parte di questo insulso scherzo che mi sta snervando. E non ditemi che voi stessa, padrona di casa, moglie di mio padre, avete accettato che questa carcassa pesasse sulla sua, sulla nostra testa, senza pensare alle conseguenze di un gesto tale!

(Pausa)

MERCEDE: Figlio… (pausa). Quale scherzo, quale carcassa?

PANFILO (urlando): Ci risiamo! Ancora! (Batte il piede sul tavolo come prima) Anche tu, Mercede, madre mia! Do i numeri, divento cieco per la rabbia… Com’è possibile che siate tutti così seri! Così convincenti! E per quale motivo mi arrecate tanto dolore… Ah, ma ecco chi mi salverà! (Indica verso la sinistra) Su, vieni Elvira, e facciamola finita con questa farsa, con questa commedia.

(Entra Elvira con le mani in grembo, a capo un po’ chino, evidentemente intimorita dalle grida di Panfilo)

ELVIRA: Eccomi, Panfilo, ho sentito da sopra tutto questo baccano e… Elettra, Mercede, che vi accade? Vi vedo così turbate… e anche tu, Panfilo, ma cosa…

(Viene interrotta da Panfilo che salta giù dal tavolo e corre verso di lei. Elvira si ritrae un po’ impaurita. Panfilo la raggiunge e le prende le mani)

PANFILO: Elvira, Elvira, io… come posso… (si guarda intorno, guarda la pecora, poi di nuovo Elvira negli occhi) Almeno tu, finiamola. Dillo. Dì ciò che vedi nella stanza, sopra il tavolo, per esattezza, su, basta una singola parola.

(Pausa, Elvira si guarda intorno)

ELVIRA: Panfilo, io non ti seguo.

PANFILO (urlando, e spaventando per questo Elvira): Non è possibile. Non è possibile, dovete spiegarvi, dovete spiegarmi, io non ce la faccio più, Elvira! Smettetela! (Pausa. Poi con tono supplichevole) Elvira, rondine, te ne prego… fatela finita, fate finire tutto. Se è vero che mi amate, se tutte quelle risate e quelle lacrime non sono state finte promesse, dite ciò che vedete. Ditemi che quella pecora è uno scherzo, e che voi ed Elettra siete andate da un… venditore di pecore, o che so io… (Pausa. Elvira tace) Dunque…

ELVIRA: Panfilo, oggi è la prima volta che vi vedo in questo stato. Avete la febbre, delirate? Quale pecora, quale venditore… Elettra, ne sapete qualcosa? Io penso che la stanchezza, magari… Ma non spiegherebbe delle allucinazioni tali, e poi dove sarebbe, questa pecora? Starebbe ruminando liberamente, magari mangiando il tappeto che è lì vicino al tavolo… ah!

(Mentre parla, cresce la rabbia in Panfilo. Alla fine, è sul punto di tirarle uno schiaffo, ha già alzato il braccio per colpirla. Elvira, spaventata, si ritrae; Panfilo rimane qualche secondo fermo con il braccio alzato, poi lo abbassa e china il capo. Pausa. Dopo qualche secondo, sempre a capo chino, si dirige verso il divano e vi ci siede sopra, con la testa tra le mani. Elvira, Elettra e Mercede si avvicinano e iniziano a borbottare parole incomprensibili. Dopo qualche secondo, si sentono le voci di due uomini che discorrono e che si fanno sempre più vicine. Entrano da destra, da dietro al divano, il Padrone e Padre Evaristo, un prete)

PADRONE: Ed è per questo, padre, che decisi di ringraziare in tal modo il curato, sapete…

PADRE EVARISTO: Certo, signore.

PADRONE: D’altronde, mi sarebbe altrimenti sembrato di mancar di rispetto… Ah, buongiorno a tutti, qui riuniti! Mi sembra manchi solo Ettore, ma possiamo già accomodarci a tavola, e perdonatemi se senza preavviso Padre Evaristo si unirà al nostro pranzo, ma si deve discutere di certe cose… Ma che accade, vi vedo turbati! Donne, perché state là in disparte… (pausa, poi nota Panfilo sul divano) E Panfilo, figlio mio, che vi succede? State per caso male?

ELETTRA: Signore, vedete, è già da prima che…

PANFILO (urlando, sempre con la testa tra le mani): Taci! (Pausa, poi rialza la testa e guarda suo padre e padre Evaristo) Buongiorno signori, perdonatemi, è da tutta la mattina che sono perseguitato dal mal di testa.

PADRE EVARISTO: Si vede, figliuolo! Siete così pallido, quasi candido…

PANFILO: Sarà la primavera che giunge, padre, non c’è da preoccuparsi. Ma prego, accomodatevi a tavola, arrivo in un attimo.

(Il Padrone e Padre Evaristo si guardano velocemente, poi guardano le donne. Nel mentre, da sinistra entra Ettore)

PADRONE: Ah, Ettore, aspettavamo solo voi!

ETTORE: Eccomi, buongiorno a tutti, ero giusto uscito per delle commissioni.

PADRONE: Bene, allora direi di sederci, signori.

(Il Padrone, Padre Evaristo, Ettore, Mercede ed Elvira si muovono verso il tavolo, mentre Elettra si affretta a mettere in ordine le sedie, i piatti, i bicchieri, per poi uscire di scena dopo aver lanciato un’ultima occhiata a Panfilo. Panfilo rimane ancora sul divano, nuovamente con la testa tra le mani. I convitati si siedono in modo che tutti i posti sono occupati tranne quello centrale, ossia quello che dà la fronte al pubblico, ed è in linea con la pecora. I convitati iniziano a parlare tra loro sottovoce; le donne in modo preoccupato e guardando Panfilo, gli uomini in modo allegro).

ETTORE: Panfilo, allora, che fate? Vi decidete a venire a sedervi con noi, o ancora pensate allo scherzo di poco prima, con cui mi avete burlato?

PADRONE: A cosa vi riferite, Ettore?

ETTORE: Oh beh, vedete, signore, vostro figlio stamattina mi ha quasi fatto credere che solo lui fosse in grado di vedere, sopra il tavolo, una pecora, come se fosse attaccata al soffitto! Va detto, la creatività non gli manca…

PADRONE: Cosa? Una pecora? (Guarda la pecora per qualche istante, poi Ettore, poi Padre Evaristo, seduti di fianco a lui, e poi si rivolge al pubblico) Che assurdità!

PANFILO (si alza dal divano, guarda il pubblico; tono grave): Che assurdità… Mansueto e pacifico, oggi sopporto le offese… eppure si crea il vuoto, intorno a me, è il fuoco che mi isola nel campo… quella sensazione…

(Si dirige verso il tavolo. Arrivato, guarda la pecora, dando le spalle al pubblico, e le dà una spinta, di modo che essa inizi ad oscillare. Solleva le spalle e va a sedersi al posto che è rimasto libero. Da destra entra un cuoco, portando un vassoio con sopra della carne, che pone al centro del tavolo, sotto il muso della pecora; poi esce)

PADRONE: Signori, mi avvantaggerei della presenza di padre Evaristo per recitare una breve preghiera. Uniamo le mani.

(I convitati uniscono le mani, e chinano il capo, tutti tranne Panfilo, che fissa la pecora)

PADRE EVARISTO (con tono sommesso e monotono): “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis…”

TUTTI, tranne PANFILO: “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem”.

(Si fermano. Silenzio. Panfilo guarda il pubblico)

PANFILO: Occhi come mandarini. (Pausa).

Quella sensazione di

giorni verdi

e acerbi come cachi

e il rumore del

crollo delle certezze

arbusti a sud, fichi spaccati

e il prurito

perché abbiamo sudato.

E pace sia.

Riprende, a volume basso, la sinfonia di Mozart dell’inizio. Le luci vanno a sfumare, fino a spegnersi. Dopo che si sono spente del tutto, i due faretti dell’inizio pulsano ritmicamente per qualche secondo. La musica finisce, sipario.

Il male a fin di bene

Laura Rossotti intende mostrare in questo racconto le sfumature del male in relazione a un determinato tipo psicologico: il misantropo, un essere dotato di altrettante sfaccettature, dall’omicidio, al confronto, all’analisi della coscienza e della vita. La riscrittura è stata svolta nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

 “Mentre tutti stavano festeggiando silenziosamente e gioendo segretamente nel proprio cuore per la morte di un uomo, l’assassino di quest’ultimo si trovava accasciato sul divano di casa sua”

*

Timore e sconcerto opprimevano gli animi dei cittadini, insieme alla consapevolezza di impotenza nei confronti di un’entità molto più forte di loro ed estremamente pericolosa. “Ci serve aiuto”, “qualcuno che possa fermarlo”, “altrimenti chissà quale destino buio ci attenderà”: ecco i normali e ripetitivi pensieri di una comunità che nel frattempo se ne stava con le mani in mano, senza azzardare una mossa concreta. Insomma la resistenza contro i mali della società era piuttosto debole, praticamente inconsistente, e pur essendo tali misfatti deplorati e condannati da tutti, essi esistevano ed è questo il grande paradosso tipico delle calamità provocate dall’uomo.

Il tiranno Macbeth continuava infatti indisturbato la sua guerra, bramando una posizione di indiscutibile superiorità e invincibilità sui popoli che intendeva travolgere e sottomettere, seminando morte e disperazione a ogni attacco. In realtà il terribile dittatore assaporava già la sua forza illimitata e si sentiva ormai da tempo inarrestabile: come girava la voce, Macbeth aveva dalla sua parte il favore di tre streghe che gli comunicavano esclusivamente fauste profezie. Esattamente come diversi mesi dopo si poté verificare, grazie al ritrovamento di una lettera scritta dal perfido tiranno e indirizzata a sua moglie, Lady Macbeth, che si riporta in seguito.

“Mia adorata,

Ti scrivo per informarti di una nuova e certamente propizia apparizione delle streghe: questa volta non ho dubbi sul significato delle loro parole e dunque ti annuncio il nostro successo assicurato. Così le tre vecchie donne mi parlarono: “Salute, Macbeth! Salute a te Re del mondo! Macbeth, Macbeth, guardati dall’uomo condannato ad odiare e amare allo stesso tempo! Devi essere spietato, risoluto e sanguinario. Finché sveglio e cosciente nulla potrà contro di te, nessuno tenterà alla tua vita. Altrettanto salvo e quieto sarai quando deciderai di dormire!”.

Ovviamente ero curioso di saperne di più, ma dovetti accontentarmi per via dell’usuale sparizione delle streghe che segue la rivelazione. Spero di averti tranquillizzata con queste magnifiche notizie, dal momento che non devo temere per la mia vita né da sveglio né da addormentato!

Aspetto con ansia il nostro prossimo incontro durante il quale ti mostrerò orgoglioso le nuove terre conquistate.

Ciò che ti ho confidato in questa lettera tienilo per te soltanto.

A presto”

Fu il ritrovamento di questa lettera a sconvolgere ulteriormente i ragionamenti e le ipotesi dei cittadini, che a seguito della morte di Macbeth si erano prodigati ad esporre personali interpretazioni della vicenda, che di per sé risultava apparentemente inspiegabile e totalmente irrazionale: il corpo del tiranno fu infatti rinvenuto esanime nella sua sfarzosa dimora in collina, più precisamente nel suo ufficio e presso la scrivania. Esso non riportava alcuna ferita superficiale e la decisione di etichettarla come una morte avvenuta per cause naturali fu confermata una volta a conoscenza della profezia delle streghe.

Forse qualcuno aveva intuito la verità sull’accaduto e la reale causa del decesso, ammettendo l’esistenza di un assassino; tuttavia la caduta di quel governo del terrore aveva significato immediatamente libertà e fine delle sofferenze, permettendo all’intero genere umano di tirare un enorme sospiro di sollievo.

Mentre tutti stavano festeggiando silenziosamente e gioendo segretamente nel proprio cuore per la morte di un uomo, l’assassino di quest’ultimo si trovava accasciato sul divano di casa sua. I suoi occhi non esprimevano alcun tipo di emozione o pensiero, si sentiva vuoto e non provava la minima esigenza fisica; egli giaceva immobile nella stessa posizione ormai da ore, da quando era rincasato dopo aver compiuto l’omicidio. Di tanto in tanto quello stato di trance si interrompeva e i ricordi delle sue più recenti e biasimevoli azioni gli scorrevano davanti agli occhi come un treno veloce e inarrestabile. Si rivedeva mentre alcune settimane prima veniva assunto come cameriere a servizio di Macbeth, dopo essersi presentato con identità e informazioni false; poi quando acquistò presso un’apoteca ambulante del sonnifero e un veleno letale. Infine ripercorreva i movimenti del giorno prima, come servì tranquillamente il tiranno all’ora di pranzo e come più tardi gli porse gentilmente un bicchiere di acqua calda mescolata a un “infuso energizzante”, ma che in realtà, ovviamente, conteneva il sonnifero. Dopo aver sorseggiato quella miscela, Macbeth non poté resistere all’effetto del medicinale e nonostante il lavoro che avesse da sbrigare, fu costretto a lasciarsi andare ad un sonno pesantissimo. Dopodiché l’assassino gli somministrò il veleno e il tiranno morì nel sonno, inconsapevolmente e senza provare dolore.

L’ennesimo treno di pensieri e ricordi sfrecciò da una parte all’altra della sua mente riempendo il suo cuore di tristezza e svuotandolo subito dopo, per lasciare posto al conseguente stato di trance. Questa volta però qualcuno bussò improvvisamente alla porta.

Entrando, il nuovo arrivato salutò l’amico: «Ciao Alceste».

Raskol’nikov varcò la soglia e si mise comodo su una sedia.

«Chi ti ha dato il permesso di entrare Rodion?».

«Lo so che è strano detto da me, ma se non vuoi che qualcuno entri allora forse dovresti chiudere la porta a chiave».

Alceste non rispose e si limitò a fissarlo in attesa che palesasse il motivo della sua visita.

«Mi sembra di notare che tu stia bene amico mio e di ciò mi rallegro molto», disse Raskol’nikov con leggera meraviglia e quasi con una punta di delusione, che Alceste non mancò di notare.

«Non sembri così felice della mia buona salute come dici di essere… Speravi dunque che io stessi male? E per quale motivo poi?»

«Non me ne volere, d’altronde sarai sicuramente a conoscenza della morte di Macbeth, un evento a cui si può attribuire un rilievo epocale, e di come questa abbia sorpreso tutti quanti. Perciò come minimo mi aspettavo di vedere una qualche reazione sconcertata da parte tua, mentre ti ritrovo qui in assoluta tranquillità».

Qualcosa nel suo modo di parlare non convinceva Alceste. Riteneva Raskol’nikov una persona intelligente e sentiva di potersi fidare di lui, nonostante non lo stimasse e lo considerasse per certi versi ambiguo e crudele. Poteva anche darsi che sospettasse già, e chissà come, di lui e di ciò che aveva compiuto, dal momento che era venuto visibilmente per parlare del recente caso di morte. Conoscendolo, pensò comunque che avrebbe potuto persino discuterne ragionevolmente con lui e che egli non l’avrebbe biasimato. Infine aveva davvero bisogno di qualcuno che valutasse la sua scelta e ascoltarne poi l’opinione.

«Secondo te – ricominciò Raskol’nikov, incalzato dal silenzio dell’amico – è davvero morto per cause naturali oppure…»

«L’ho ucciso io», lo interruppe Alceste vedendo che ormai quella recita stava diventando ridicola da entrambe le parti e non volendo perdere ulteriore tempo.

Come c’era da aspettarsi, Raskol’nikov non fu minimamente scioccato dall’improvvisa confessione, quando chiunque altro al posto suo sarebbe stato incredulo e sarebbe scoppiato a ridere, oppure sarebbe sbiancato senza riuscire a proferire parola. Egli invece rispose immediatamente rivelando i suoi pensieri con estrema onestà e razionalità.

«Caro Alceste, ti domando scusa per averti preso in giro fino ad ora e ti assicuro che da qui in avanti sarò chiaro e trasparente riguardo a ciò che penso; ovviamente non ci sono prove per dichiararti colpevole ma conoscendo il tuo carattere e i tuoi ideali potevo indovinare facilmente che si fosse trattato di te. Io non ti giudico e anzi ti comprendo pienamente; infatti il motivo essenziale per cui ho capito che l’assassino eri tu, sta nel fatto che io e te ci somigliamo molto e io mi sarei comportato nello stesso modo qualora mi si fosse presentata un’occasione ideale».

Alceste ascoltava con attenzione le parole dell’amico e quando questi faceva delle pause, lo pregava di continuare. Voleva sapere ogni singola cosa che Raskol’nikov pensava, poiché, contrariamente a ciò che poteva sembrare, Alceste teneva in alta considerazione le opinioni altrui; tuttavia vi erano aspetti contrastanti nel suo carattere, per cui se da una parte egli desiderasse essere apprezzato e a sua volta ammirava sinceramente le qualità di certi individui, dall’altra perdeva costantemente speranza nel genere umano, rimanendo deluso ogni qualvolta che avesse provato a fidarsi; tant’è che era nato in lui ormai da tempo un certo odio, un odio che si era sviluppato di giorno in giorno, facendogli provare una sorta di ribrezzo per la vicinanza con chiunque e che l’aveva portato inevitabilmente ad allontanarsi e isolarsi. Per questo dunque Raskol’nikov, individuo piuttosto schivo e solitario, poteva forse dire di poterlo capire alla perfezione.

«Non ti biasimo per le tue azioni, caro Alceste, e anzi approvo la tua decisione e la tua determinazione. Ovviamente non ti denuncerò e mai nessuno che venga a sapere della verità dovrebbe farlo, dal momento che sarebbe un’ingiustizia bella e buona, compiuta nella falsità più totale. Sì, perché devi sapere che non vi è cittadino del popolo che non ti sarebbe grato per aver ucciso Macbeth, anche se non lo ammetterebbe mai e sarebbe perfino capace di condannare il proprio salvatore all’insegna di una falsa moralità di cui vuole farsi portatore agli occhi della società, con lo scopo di ricevere approvazione. Mentre qui, Alceste, dovresti essere tu l’unico a ricevere i meriti della questione ed è triste essere un eroe all’insaputa di tutti. Sai, nella mia visione del mondo è giusto che certi uomini, superiori rispetto ai semplici uomini comuni, compiano azioni che questi ultimi non possano; ovvero questa categoria di superuomini, all’interno della quale includo te e il sottoscritto, avrebbe il diritto di agire come vuole, violando la legge ma senza venire punito da essa, per raggiungere obiettivi di ampia portata che abbiano a che fare con il bene della comunità, se non dell’umanità. Dunque Alceste, tu sei pienamente giustificato e l’omicidio che hai compiuto lo si può vedere come un normale dovere svolto nel tuo lavoro di superuomo. Non lasciare che la morte di Macbeth ti appesantisca la coscienza, perché, piuttosto, ti saresti dovuto sentire in colpa se non l’avessi ucciso e ora staresti continuando ad assistere inerme alle sue malefatte. Guarda dunque al futuro luminoso che hai regalato a tutti noi e continua con me quest’opera di disinfestazione del male che avvelena la società».

Alceste rifletté per qualche minuto in silenzio ripercorrendo e analizzando il lungo discorso di Raskol’nikov. Non si riconosceva nel profilo che l’amico aveva tracciato di lui ed era quasi terrorizzato dall’eventualità di poter apparire realmente in questo modo. Finalmente si decise a rispondere:

«Io non credo di essere uguale a te Rodion. Sono onesto e devo ammettere che non mi pento di ciò che ho fatto. Tuttora sono convinto che fosse l’unica soluzione per fermare Macbeth e con lui tutto il dolore e la morte che stavano distruggendo la popolazione e minacciando l’intero genere umano…

Devi sapere che fino a poco tempo fa mi ero stancato di vivere una vita falsa, colma di infelicità e delusioni, tante sono state le volte in cui mi sono fidato di qualcuno e puntualmente mi dovevo ricredere. Ti confesso che molteplici e difficili sono stati i momenti in cui sentivo il cuore opprimermi nel petto al punto di volermelo quasi strappare per eliminare per sempre quella sensazione di soffocamento, ponendo fine alla mia esistenza. Tuttavia, e questo è un fatto che davvero non riesco a spiegarmi, quando non si tratta della mia sofferenza ma di quella altrui, specialmente delle persone più deboli, indifese e innocenti, siano esse le medesime che mi avevano deluso un attimo prima, ho l’esigenza di fermarla, non nello stesso modo in cui fermerei la mia, ma facendo il possibile per risolvere qualsiasi problema si ponga tra quelle persone e la felicità. Ed è quindi poi quando riesco finalmente a contribuire alla serenità di qualcuno che riesco a sentirmi felice e appagato. Dunque sì, ho agito per il bene dei più, ma sacrificando una persona e compiendo un atto atroce, tale è l’omicidio di un essere vivente. Sono perciò colpevole e non sono meritevole di niente. Continuo a rattristarmi profondamente per la scelta che ho dovuto prendere e il senso di colpa graverà per sempre sulla mia coscienza.

Ora però Rodion, ho realizzato che la vita è un privilegio, e se non piace quella che si ha, è comunque inutile privarsene e gettarla via, mentre vale la pena continuare a vivere, se non per se stessi, soprattutto per gli altri e provare ad essere curiosi di cosa può succedere nel futuro».

Raskol’nikov per tutto il tempo aveva ascoltato perplesso le idee dell’amico e alla fine, pur non condividendole pienamente, lo ringraziò per essersi fidato, garantendogli che almeno lui si sarebbe sempre impegnato a non deluderlo e promettendogli di abbandonare i suoi propositi da superuomo, convincendosi quanto meno del fatto che infine nessuno può essere veramente definito tale per la troppa umanità e coscienza presenti come una sorta di tratto genetico in ogni essere vivente che ragiona.

Soltanto mezzo secolo più tardi, dopo la morte di Alceste fu scoperta la verità sull’omicidio di Macbeth grazie al rinvenimento di un diario personale. Egli infatti con il tempo, dopo essersi trasferito in una casa nei boschi lontana chilometri e chilometri dal più vicino centro abitato, aveva deciso di scrivere i suoi pensieri e le sue scelte in un diario, quasi a volerli spostare dalla coscienza alla carta per alleggerire il peso che portava nel cuore. Dal momento che si trattava per lo più di annotazioni confuse e ricordi sparsi, la poesia in ultima pagina risultava contrastante, saltando subito all’occhio. Tale poesia era preceduta da una nota di Alceste, una sorta di scusa e giustificazione per aver deciso di sigillare quella raccolta di riflessioni con un componimento poetico:

“Oggi mi ritrovo a riempire l’ultima pagina di questo diario. E mi sento di farlo con una poesia. Questa strana, improvvisa voglia di poetare ha colto me stesso alla sprovvista e mi fa tornare alla mente certi ricordi per i quali ora rido nostalgicamente: anni fa umiliai tremendamente un mio conoscente, cercando di fargli capire di aver composto un sonetto nauseante e di essersi sbagliato decidendo di esporlo con tanta sicurezza e orgoglio davanti ad altre persone. Un brivido di ripugnanza mi attraversa ancora la schiena quando richiamo alla memoria alcuni di quei pessimi versi. Per questa ragione arrossisco e mi vergogno se penso che sto per scriverne d’altrettanto cattivi. Io però mi guarderò bene dal mostrarli ad alcuno e devo sperare che nessuno legga queste pagine fin tanto che sarò in vita. Ciò di cui mi pentirò sarà soprattutto il tempo e l’impegno che adopererò nella stesura di questa poesia; ma dopotutto, qui e in questo momento non vi è anima viva che possa fermarmi dal compiere i miei bizzarri propositi, anche se ogni tentativo sarebbe comunque vano per via del mio incontenibile desiderio di esprimermi”.

L’amore secondo un misantropo

Sempre, quando il silenzio mi avvolge rimango in ascolto:
Osservando le stelle, dell’universo percepisco la pace e la calma;
In me la mente si svuota e il cuore si scalda;

Su di un prato disteso, pongo al cielo una domanda:
Il mondo inonda la vista e vengo sovrastato dalla natura immensa;
Non cerco una definizione, a me soddisfa questo motivo intenso.

Voci allegre e distanti giungono al mio udito e
Immagino che ogni umano sorriso altrui rivolto
Avrebbe la forza di allontanare qualsiasi tormento.

 Immergersi e annegare nel luogo dove mi sento tanto bene;
Non potrei essere più libero altrove, eppure qui mi vorrei trattenere,
Legarmi in eterno a queste emozioni: vi chiedo, allora, le catene.

*

Bibliografia

Fonti primarie    

Shakespeare W. (2016), Macbeth, a cura di Nemi D’Agostino, Milano, Garzanti

Molière (2006), Il tartufo-Il misantropo. Testo francese a fronte, a cura di Sandro Bajini, Milano, Garzanti

Dostoevskij F. (2013), Delitto e castigo, a cura di Damiano Rebecchini, Milano, Feltrinelli

Riflessi

Beatrice Robaldo parte dall’idea e dall’immagine visiva del rispecchiamento, fonte di contatto intimo e profonda conoscenza, per sviluppare un racconto dove i protagonisti sono evocazioni di sentimenti, riflessi emozionali legati al desiderio che cadono l’uno nell’altro e possono accogliere indistintamente le esperienze personali dei lettori, nell’ambito del seminario Scritture del desiderio, legato al corso di Letterature comparate B, 2021/20221, Prof.ssa Chiara Lombardi.

“Quel mondo non sapeva guardare i riflessi, non vedeva la bellezza nell’unione, era insofferente al dolore, ingenuamente, egoisticamente, pericolosamente insofferente al dolore, quel mondo vedeva tutta l’aria che separava l’acqua e il cielo e aveva deciso di riempirla, con la morfina.”

*

*

Cosa può essere più superficiale di uno specchio che riflette? Cosa più fragile, mutevole, inafferrabile di un riflesso, si chiese accarezzando il cielo con le dita, che già scompariva in milioni di rughe ondulanti. Sembrava quasi che l’acqua aggrottasse la fronte ogni volta che lei cercava di toccare le sue nuvole. Amava guardare il cielo riflesso nell’acqua, lí ogni distanza si annullava, ogni affanno si spegneva, il cielo era nell’acqua e l’acqua nel cielo, non li separava neppure un granello d’aria, il loro abbraccio era troppo stretto. Forse non erano neanche più abbracciati, erano solo insieme, così insieme da essere uno. 
Che riflesso bugiardo, che riflesso eterno.
Un passo indietro dalla riva, continuava a guardarli. 
Si passò le dita sul viso e questa volta ciò che incontrarono non si deformò, non sparí, al contrario, solida, fredda, ruvida, si fece sentire in tutta la sua materialità, in tutta la sua presenza. 
Aveva ormai imparato la differenza fra le cose della vita, differenza che si esauriva essenzialmente nella contrapposizione fra ciò che si sente e ciò che si tocca. Ciò che si sente non può essere ne stretto ne toccato, eppure è vero il contrario, ciò che si tocca può essere sentito. Lei ad esempio lo sentiva, il peso della sua maschera tra le dita, il peso sul suo volto, sul suo cuore. Ma quel mondo, il suo mondo, sembrava non essere capace di sentire. Forse non gli piaceva, ascoltare. 
C’era un altro aspetto del mondo che aveva imparato a conoscere: il mondo era insofferente al dolore, così insofferente da cercare ossessivamente un modo per esserne indifferente. E anche per il dolore le cure erano due, una che si poteva sentire, l’amore – forse quella non l’avrebbe mai conosciuta – e una che si poteva toccare, la morfina. Facile capire quale aveva preferito il mondo. 
Ah, che mondo strano, pensò facendo un passo verso la riva.
Quel mondo non sapeva guardare i riflessi, non vedeva la bellezza nell’unione, era insofferente al dolore, ingenuamente, egoisticamente, pericolosamente insofferente al dolore, quel mondo vedeva tutta l’aria che separava l’acqua e il cielo e aveva deciso di riempirla, con la morfina. Che mondo strano. Chissà quanti cieli e quante acque c’erano stati prima che il mondo avesse smesso di guardare i riflessi, di sentire, di ascoltare… Prima che avesse avuto troppa paura di essere.
Si tolse la maschera e trattenne il respiro. Quella maschera non le permetteva di stare bene, le impediva di respirare morfina e questo significava non essere anestetizzati al dolore. Avrebbe potuto farlo, un piccolo sospiro e anche lei sarebbe diventata indifferente, avrebbe guardato il cielo dal basso e non avrebbe più sentito il peso della mancanza, della lontananza. Sarebbe stato normale, l’indifferenza sarebbe diventata normale. Non essere significava stare bene. 
Trattenne il respiro e fece un ultimo passo avanti. Guardò il suo riflesso nell’acqua, nel cielo, il suo volto nudo, il suo essere. Perderlo, perdersi, la terrorizzava.
Ma essere era così difficile, così dannatamente difficile.
Era davvero?
L’acqua si increspò, il volto sembrò cambiare le sue sembianze.
Si era persa?
Morfina nell’aria, un mondo senza amore, un’anima senza amore.
Si sarebbe mai ritrovata?
Altrove.
Il cielo si rannuvolò, si fece sempre più buio, l’acqua si ghiacciò, divenne dura, scintillante, divenne uno specchio. Era buio, ma riusciva a vedersi, aveva gli occhi chiusi, ma riusciva a specchiarsi. E come al solito non andava bene. Era buio e non andava bene. Era buio. Lei non andava bene.
Gli diede un pugno, non gli era rimasto neanche un briciolo di forze, le aveva risucchiate tutte, le aveva buttate, sprecate, ne era soffocata, e il braccio, quel braccio molle di un corpo molle, mosso da una mente molle, molle e debole, si alzò con una violenza isterica, insulsa e impattò contro la superficie piatta e fredda, fredda del vetro e spaccò in mille pezzi, un milione di schegge e quelle piccole piccole si conficcarono ovunque, sotto le unghie, sotto la pelle, sotto le ciglia. Scorreva l’acqua, era rossa, rossa come il sangue che si ostinava a passare, nelle vene, nel cuore, negli occhi, sanguinavano gli occhi e i polmoni e le mani e i capelli ne erano incrostati. Tirò i capelli, li tirò forte e il vetro si ruppe di nuovo, urlò e il vetro si ruppe ancora, stette immobile e le schegge si conficcarono più a fondo, respirò, e loro andarono più giù, sempre più giù e ancora e ancora. Ancora e ancora. Il petto era un pozzo, un pozzo stretto stretto. Si dimenò, era caduta in un pozzo. Non c’era aria, non c’erano appigli, ma l’aria doveva passare di lì, doveva uscire dal pozzo, ma non poteva, perché lei occupava tutto lo spazio, si stava togliendo l’aria da sola. Il pozzo cercò dolorosamente di aumentare le sue dimensioni e la pelle si stirò innaturalmente. Vide le pareti deformarsi nel buio, innervate dal dolore le fibre risplendevano. Vide il colore del dolore e desiderò di essere cieca, poi ne sentì il rumore e desiderò di essere sorda, poi il sapore e desiderò di non sentire mai più un gusto, poi la consistenza e desiderò che le mani diventassero insensibili – come facevano a non esserlo con tutto quel sangue, con tutte quelle ferite? – poi lo sentì di nuovo, non era un suono, non un colore non un gusto, non lo sentì con le orecchie non con gli occhi non con la lingua, lo sentì e basta e desiderò di non avere un cuore, mai più, di essere abbastanza grossa per non far passare l’aria, mai più. Ma lei era piccola, piccola e insulsa, piccola e inutile, piccola e debole, piccola e isterica, piccola e disgraziata e un filo d’aria passò lo stesso, un filo più sottile dello stelo di una margherita di campo fu abbastanza per squarciarla. Era una margherita, una margherita rossa, squarciata dalla terra e stritolata in un pugno. Strinse i pugni e le lenzuola si strinsero, ballavano, bianche, bianche macchiate di rosso le lenzuola ballavano e si stringevano, sulla bocca, attorno al collo. Ne fece una corda per fuggire, la tirò e poi se ne aggrappò, saltò fuori aggrappandosi alle lenzuola  e quelle sostennero il peso del suo corpo, strette intorno al collo le lenzuola sostenevano il suo corpo, sempre più strette le impedivano di cadere, sempre più strette le impedivano di respirare. 
Il buio avvolgeva ancora ogni cosa, mentre il mondo riposava lei precipitava. 
Lui invece era ancora in bilico, sull’orlo di un precipizio, cercando di non fare ciò che sapeva di non dover fare, guardare giù. 
Chissà perché sapere non è mai sufficiente.
Era giunto il momento del giorno in cui ogni attività rallentava il suo corso, si faceva più distesa e meno frenetica, il cielo aveva smesso di cambiare pelle e sonnecchiava placido, in quel blu profondo che non avrebbe chiuso i suoi mille occhi ancora per un po’. Le onde della strada si infrangevano sempre più rade alle finestre incappucciate. Le poche auto si sentivano arrivare da lontano, il rumore nasceva, impercettibile, si avvicinava, cullante, passava, deciso e poi sempre più sospirante, sempre più lontano. I singhiozzi dei cani erano radi, ancor di più i brontolii degli aerei, il respiro dell’aria costante e ritmato, rotto soltanto da qualche sospiro profondo di vento. La notte era un corpo dalla fisiologia comune, si agitava mollemente, ma non abbastanza per svegliarsi. Era viva, stanca, serena, addormentata, altrove. Anche lui avrebbe voluto essere altrove, ma non era ancora il momento, inutile mettersi a letto ora, il nervoso avrebbe reso l’attesa oltre che noiosa insopportabile e aveva imparato a muoversi con attenzione quando si ritrovava in equilibro. Sapeva che restare immobili non esimeva dal cadere, come sapeva anche di non esserci mai stato davvero, in equilibrio, di non esserne mai stato capace, ma in quei momenti, quelli in cui riusciva a sincronizzare i suoi respiri con quelli del mondo – e solo di notte c’era abbastanza silenzio per poterlo fare – cadere non faceva male, era più semplice e più rasserenante di tentare di mantenersi in equilibrio. All’improvviso sentì un piagnucolio, un gemito provenire dalla boscaglia e si ritrovò a chiedersi se fossero gli animali ad essere più umani di notte o gli uomini ad essere più animali, il risultato in ogni caso era stato lo stesso, la vicinanza. Quel piccolo verso, così caldo e umido, gli scivolò sulla schiena. Un brivido alla volta la mancanza gli ricordò la sua presenza. Eccola, la goccia, il soffio d’aria, la spinta, l’onda. La vicinanza. Una vicinanza fittizia, insufficiente, irraggiungibile. Cadere ricominciò a fare male. 

Le urla dei grilli coprivano i respiri della notte, impossibile cercare di seguirli. Ora tutto stonava, non un’auto, non un aereo, non un cane. Soltanto urla e silenzio, urla e silenzio. Il volto sereno della notte rimaneva imperturbato, sereno, altrove. Anche lui era finito altrove, ma il suo cielo era diverso, il suo cielo non aveva stelle.
Un cielo senza stelle, un cielo di sabbia, un cielo soffocante. 
Scorreva sotto le dita senza fare rumore, era pelle, seta, le corde dell’arpa, i crini biondi di un cavallo senza padrone, scorreva e graffiava, graffiava i polpastrelli incappucciati da calli invecchiati sotto entusiasmo e frustrazione, graffiava senza fare male, le mani non facevano mai male, il cuore sempre. Era così facile, bastava un respiro a muoverla e mille per decidere di farlo, come quando perché, era così difficile, ogni idea sfumata un rimpianto, ogni idea realizzata una delusione, niente andava mai come doveva andare. Lui sentiva, ma non sapeva trascrivere, la sabbia sbagliava il suo corso, sempre, spingendolo a chiedersi ossessivamente chi fosse a mentire, il cuore o le mani? Il cuore non mentiva mai e lui sapeva ascoltarlo, ma le mani, oh le mani, quelle sapevano solo sbagliare… e ancora, era la sabbia ad essere indomabile o le mani incapaci di essere domate? Se il desiderio che il cuore non smetteva di urlare alle sue orecchie era così facile da sentire, perché, si chiedeva, perché era così difficile da nutrire… la mancanza era assordante, accarezzava la sabbia sperando ingenuamente di trovare sollievo laddove aveva conosciuto solo tormento. Le mani avevano fatto il callo ai graffi, il cuore no, eppure continuava, accarezzava la sabbia, viveva di graffi, tra solchi insoddisfacenti e sfumature sbagliate, viveva di desideri urlanti, tra mani disobbedienti e cuori biascicanti, viveva di inizi e di fini, trascrivendo storie che non gli sarebbero mai appartenute. 
I suoi disegni erano così fragili. 
Si ritrovò a disegnare una bambolina, con gli occhi grandi e le ciglia lunghe. Non sapeva dire se fosse fosse felice oppure no, sicuramente, come tutti i suoi disegni, era fragile e presto non sarebbe esistita più.
Ah che bambolina fragile e mortale, qualcuno si sarebbe ricordato di lei? 
Una bambolina si guardò allo specchio. Aveva gli occhi grandi e le ciglia lunghe, cercò di scrutare più a fondo, nei suoi occhi. Non riusciva a capire se fosse felice o no e si chiese se lo fosse mai stata davvero, se sapeva cosa volesse dire, se sapeva cosa voleva. Era tutto troppo grande, i sogni, le aspettative, le delusioni. Solo di una cosa era sicura. Era fragile, fragile di un fragilità odiosa, non come quella fiera di un cristallo che deve essere maneggiato con cura e che può essere rotto solo con la violenza, la sua fragilità era quella sciocca e molle dei petali dei fiori, delle ali delle farfalle o delle bolle di sapone, bastava niente per farle del male, ogni carezza uno schiaffo, ogni emozione uno sconvolgimento. Si guardò ancora. Era un petalo accarezzato da decine di mani indiscrete ognuna delle quali faceva capo ad una delle sue paure, era un paio di ali che sentiva il desiderio di volare e non aveva la capacità di farlo, era una bolla di sapone, una bolla di sapone che sapeva fare soltanto una cosa, scoppiare.
Scoppiare. Scoppiava. Tutto crollava.
Il cielo crollava, anzi no, erano le case a crollare,  il cielo… era lui il colpevole. L’aria esplodeva e non era più aria, era polvere, era gesso, era irrespirabile. Il cielo non era più il cielo, le case non erano più le case, l’aria non era più l’aria.
Gli uomini erano sempre uomini invece. I bambini sempre bambini. Sempre fragili, sempre vulnerabili, sempre mortali. Ma il mondo stava attraversando uno di quei momenti in cui non ricordava che gli uomini erano uomini e che i bambini erano bambini, li calpestava e basta. 
Ah che uomini fragili e mortali, qualcuno si sarebbe ricordato di loro?
Non un fiore, non un farfalla, non una bolla di sapone.
Non un volto, non un nome.
“Morfina,  serve della morfina, adesso, fate presto!”
“Non ne abbiamo più, mi dispiace, l’abbiamo finita. L’abbiamo finita”
Morfina nell’aria, nell’anima del mondo.
È questa la soluzione? L’indifferenza al dolore. O è questa la colpa? Si chiese l’Umanità guardandosi allo specchio. Il riflesso era quello di un corpo vecchio, vecchio e mutilato, vecchio e dolorante, vecchio e pesante, vecchio e sbagliato, vecchio e mancante, vecchio e sofferente. 
Ma c’era un ‘eccezione, c’è sempre un’eccezione. Male nel bene, bene nel male.
Eccezionali, così erano i suoi occhi, occhi bambini, occhi speranza. 
Quanti cieli avevano visto cadere, quanti ancora ne dovevano vedere. 
Ma per qualche misterioso e arcano motivo non avrebbero mai smesso di brillare.
E ridere.
E piangere.
E ridere.
Perché?
Perché si ama? 
Perché si odia?
È la storia di tutti, di tutto, è la storia del mondo. 
Che non ha volto, che non ha nome, 
che sa solo chiedere e non sa rispondere, 
che è, sempre sarà desiderante, mancante, errante.
Che sa amarsi e non osa farsi del male.
Che decide di farsi del male e dimentica di amarsi.

Atopos

Gianni Demo rappresenta, attraverso un calligramma ispirato all’opera di Apollinaire, la similitudine tra Socrate e le statuette di satiri, rintracciata da Alcibiade nel Simposio di Platone. Il testo è stato sviluppato nell’ambito del seminario Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate B, mod. 1, 2021/2022, Prof.ssa Chiara Lombardi.

“Secondo me un calligramma è un insieme di segno, disegno e pensiero. Esso rappresenta la via più breve per esprimere un concetto in termini materiali e per costringere l’occhio ad accettare una visione globale della parola scritta”. G. Apollinaire.             

Il nucleo del discorso di Diotima è il “prezioso contenuto” di questo Socrate-Sileno. In calce, le parole di Alcibiade.

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