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Oltre la guerra, le persone: la memoria collettiva in“Storie Bumbare” (Italo Svevo, 2026) di Francesca Silvestre. Palestra di critica #5

di Elisa Riassetto

La letteratura ha spesso raccontato la Storia attraverso grandi eventi ed eroi; altri romanzi, invece, scelgono di osservare gli stessi avvenimenti dal punto di vista delle persone comuni e delle loro quotidianità. Il romanzo d’esordio di Francesca Silvestre, Storie Bumbare (Italo Svevo, 2026), appartiene a questa seconda categoria: lasciandosi guidare dal dialetto bumbaro, l’autrice si ispira ai racconti familiari per scrivere un romanzo sulla memoria collettiva di un paese lacerato dalla guerra, mostrando come i fatti che normalmente conosciamo solo attraverso i libri di storia abbiano rivoluzionato e distrutto le vite delle persone comuni.

Proprio il tema della memoria collettiva rappresenta uno degli aspetti più centrali del romanzo. Per questo ho chiesto all’autrice come sia nata la scelta di costruire un “protagonista collettivo”, rinunciando alla centralità di un unico personaggio, scelta narrativa che, soprattutto nelle prime pagine, richiede al lettore un maggiore sforzo di orientamento tra le diverse vicende. La risposta dell’autrice:

Ho provato più volte, senza successo, a dare una struttura a Storie Bumbare, cercando il filo conduttore nelle vicende ora di questo ora di quel personaggio. Poi, mi sono resa conto che la dichiarazione di armistizio dell’8 settembre 1943 a Dignano e, più in generale, in Istria aveva avuto l’effetto di una deflagrazione, che non consentiva di concentrarsi su di una unica vita. Nessuno abitante del paese n’era stato preservato: le ferite di ciascuno riecheggiavano nell’animo degli altri con una tale intensità che non potevano essere raccontate in modo marginale, come meri accidenti nella storia di un solo protagonista che di fatto non esisteva.

Uno dei rapporti più intensi del romanzo è quello tra Luze e Valdina, personaggi centrali all’interno della vicenda. Dal momento che la loro vicenda mi ha colpito molto durante la lettura del romanzo, ho domandato all’autrice quale significato attribuisse al personaggio di Valdina e alla scelta di farle seguire un destino diverso rispetto all’amica.

Anche questa volta, Francesca Silvestre riconduce la propria scelta narrativa ai racconti di famiglia, da cui prende forma l’intero romanzo:

In famiglia si raccontava di questa vicina di casa, Valdina, che nel 1947 aveva accompagnato a Pola mia madre, ancora bambina, perché potesse ricongiungersi con i genitori prima di salpare sul Toscana. Oltre a ciò, di Valdina non veniva detto nulla. Nella mia mente, però, tanta generosità e coraggio dovevano trovare le radici in un’amicizia profondissima, capace di superare la distanza geografica così come opposte scelte di vita e silenzi di decenni. Amavo l’idea di un’amicizia soltanto sopita, pronta a risvegliarsi non appena necessario, come accade quando Valdina, pur tra molti dubbi, accogliere e protegge la nipote di Luze.

La scelta di costruire un romanzo corale, in cui ogni personaggio porta con sé una storia e una ferita diversa, apre inevitabilmente una riflessione sull’equilibrio tra le molteplici vicende narrate e sui loro destini. Ho quindi chiesto all’autrice se ci fossero personaggi o percorsi narrativi che avesse scelto consapevolmente di lasciare aperti, oppure storie che avrebbe voluto approfondire maggiormente.

Non credo ci siano storie che hanno in qualche modo rubato spazio ad altre. Di certo ci sono storie che non ho voluto o sentito la necessità di chiudere, come quelle di Don Mario e Mate di cui non si può dire con certezza se siano morti o se siano riusciti a salvarsi. In parte questa decisione è dovuta al fatto che Storie Bumbare si basa su ricordi di famiglia resi frammentari dal dolore; in parte nasce la scelta dalla volontà di mostrare uno degli aspetti più dolorosi e oscuri dell’immediato dopoguerra istriano: dalla sera alla mattina le persone sparivano senza lasciare alcuna traccia che consentisse a quanti rimanevano d’indovinarne la sorte.

Le vicende dei singoli personaggi si inseriscono però all’interno di un quadro storico più ampio: quello della guerra e delle sue conseguenze sulla popolazione istriana. In Storie Bumbare, Francesca Silvestre sceglie di non soffermarsi tanto sul racconto degli eventi bellici in sé, quanto sulle tracce che questi hanno lasciato nella vita quotidiana delle persone comuni, costruendo così una narrazione fondata sulla memoria collettiva. A partire da questa scelta narrativa, ho chiesto all’autrice quali siano stati gli eventuali riferimenti letterari che l’hanno accompagnata e quale valore attribuisca alla narrativa della memoria rispetto a una rappresentazione più strettamente storica o bellica della guerra.

Non ci sono autori da cui ho preso consapevolmente ispirazione. Di certo ce ne sono alcuni che mi hanno influenzato molto. Oltre a Il sentiero dei nidi di ragno che ho amato moltissimo, mi vengono in mente La storia di Elsa Morante, Uomini e comandanti di Giulio Questi oppure, volgendo lo sguardo alla più recente letteratura straniera, Ho paura torero di Pedro Lemebel e Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander. Tutte storie accumunate da una caratteristica essenziale: vi sono la guerra, l’oppressione e la violenza, spesso talmente crudeli da sfiorare l’indicibile, ma vi è sempre anche la vita che, a dispetto della devastazione che la circonda, rinasce coraggiosa, irriverente, scanzonata. Credo che sia questo il pregio della narrativa della memoria: ricordare gli effetti devastanti dei conflitti sulla vita delle persone comuni e nello stesso tempo mostrare la forza e il coraggio di queste persone, capaci di reinventarsi e di ricostruire un’esistenza là dove sono rimaste soltanto macerie, tanto fisiche quanto emotive.

Dopo aver affrontato il rapporto tra memoria e letteratura, resta un’ultima domanda inevitabile: perché continuare oggi a raccontare queste storie? La risposta riguarda forse proprio il ruolo della memoria, non soltanto come ricordo del passato, ma come strumento per leggere il presente. Ho chiesto quindi a Francesca Silvestre quale riflessione spera possa rimanere ai lettori più giovani dopo la lettura di Storie Bumbare in un contesto storico come quello attuale:

In un mondo ideale i giovani, tutti i giovani, dovrebbero conoscere la guerra come una realtà lontana e soprattutto del passato. Purtroppo, si tratta di un’utopia, a cui tuttavia la narrativa della memoria ci può avvicinare. In quest’ottica mi piacerebbe che Storie Bumbare mostrasse l’irrazionalità dei confini, rammentasse come la maggior parte dei conflitti nasce da divisioni territoriali arbitrarie, che calano dall’alto a rendere nemici popoli che prima vi convivano pacificamente, spesso separando famiglie e amici che hanno soltanto la sfortuna di trovarsi dietro barricate opposte.

Sulle ali del libeccio

Jules Lee Artom, in questa produzione, reinventa un episodio ispirato alla scena seconda dell’atto secondo della tragedia teatrale dell’ Antonio e Cleopatra di Shakespeare, nell’ottica del corso di Letterature comparate Formazione e funzione del personaggio femminile nel teatro europeo: Shakespeare e Marlowe (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura intende aprire una finestra su una delle innumerevoli vite fittizie che popolano l’immaginario narrativo. Mantenendo vivo il materiale di partenza del racconto, ovvero il primo incontro tra Antonio e Cleopatra sulle rive del fiume Cydno, l’intero episodio si è tramutato nel resoconto diaristico dell’adolescenza di un giovane, modesto e passionale piccolo Antonio delle coste sicule. Allo stesso tempo, però, è Cleopatra il vero fulcro della vicenda: una presenza eterea, quasi misterica, che popola l’immaginario di chi la incontra più di quanto non popoli uno spazio di esistenza preciso; è un sogno, un ideale, una storia associati ad una persona corporea a partine da un’icona”.

*

Cosi tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi

16 giugno
Stamattina ha tirato un tenue scirocco, era appena sufficiente a mettere in mare i gozzi dei
pescatori per la giornata di lavoro. Secondo Tavio, il vento caldo si è alzato tra i canneti di
levante intorno alle 5 e 30 di mattina. Lui, prima che albeggiasse, è uscito a remi con suo
padre per prendere le nasse. L’ha visto con i suoi occhi, mi ha detto: “uno spirito di bruma,
caldo e profumato come le rare spezie d’oriente, ondeggiava tra i cavalloni contro le
calanche di pietra lavica sbocciando, nei rossori del sole, in fontane di schiuma
incandescente”. Fa sempre il letterato lui, e poeticizza ogni cosa. Io personalmente lo
spirito non l’ho visto, ma stamattina il vento c’era, quello sì, che ho potuto vederlo. È nelle
onde del mondo che si vede il vento. Ebbene, finito il lavoro con lenze e cime saline, sono
salito sulla scogliera per poterlo sentire un poco tra i capelli. Lì mi ha raggiunto Tavio, ho
fatto dei tuffi e lui ha dormito al sole, poi siamo scesi a riva per mangiare ricci e patelle.

20 giugno
Certe volte mi manca la scuola, ma mai le lezioni. Ripenso alle giornate che ho passato tra
i libri della biblioteca. Poi mamma ha voluto trasferirsi qui poco dopo il termine dei miei
cinque anni d’istruzione obbligatoria. Mio nonno viveva qui, e la sua morte ci ha sradicati
da Messina. Proprio oggi ho compiuto tre anni di servizio sulla Riva, la palamitara a vela
latina di Costante. Non esiste un libro su tutta l’isola, fatta eccezione per una casa
soltanto. Dalla famiglia di Tavio un pensatore, il secolo scorso, ha lasciato centinaia di libri
che si era portato dalla Toscana per vivere ritirato, ma è morto anche lui, scivolando dalle
scogliere. Si dice l’abbiano pescato i bisnonni di Costante, e che il suo corpo fosse
mangiato dai crostacei. La morte di quest’uomo ha portato tanta fortuna ad alcuni di noi, e
gliene siamo grati. Così, ogni tanto, il mio amico mi porta un vecchio manuale o un
pamphlet o un manoscritto tutti impolverati, ammuffiti, raggrinziti, ed io li leggo durante i
momenti morti in barca nei giorni di lasca. L’altro giorno mi ha portato un Tutte le opere di
Shakespeare. Se non fosse per noi due, quel tesoro rimarrebbe sommerso nel reticolo di
stanze in cui viene lavorato, conservato e immagazzinato il pesce. Il “paìsi sutta” lo
chiamano gli altri pescatori, perché corre sotto tutta Cale.

27 giugno
Ci sono giorni che si distinguono in luminosità, che rifulgono nel campo uniforme degli altri
giorni comuni i quali, come spighe, si stagliano tutti uguali sparpagliati nel campo della
vita. Capita che un momento si erga come lo sfiato di un capodoglio, creando
eccezionalmente un contrasto candido nel mare dei verdi scuri. Oggi è accaduto uno di
quei miracoli.
Nell’unica piazza di Cale, è aperto l’unico bar. Si chiama Lu scafù ri mari, ed è il posto in
cui spendono la gran parte del tempo tutti gli uomini di paese, senza contare quello speso
sui legni. Questo perché, per il resto delle giornate, nessuno qui ha di meglio da fare se
non gracchiare ai cormorani bevendo come spugne. Per un ragazzo sedersi a questi tavoli
significa varcare la soglia dell’età adulta. Qui tutti sono diventati uomini. Al contrario, alle
donne di paese non è mai concesso intrattenersi o godere né dei vezzi né dei vizi di
questo luogo. Il loro regno è il “paìsi sutta” dove, tre volte a settimana, aprono il mercato,
di cui sono le padrone indiscusse e quindi uniche amministratrici del denaro della
comunità.
Per questi motivi, è già impensabile l’incontro con una creatura gentile tra le bianche mura
delle case a ridosso della piazza, e ancor di meno davanti alla bottega di legno verde
verniciato, tutta consumata dalla brezza salata, dellu Scafù.
Verso mezzogiorno, ahimè, mi stavo picchiando con Tavio davanti ai tavolini di eucalipto
lisi dal sole. Lui si era comportato da stronzo, e si era fregato la figurina con la donna che
avevo trovato tra gli scogli, cullata sulle onde da chissà dove. Quindi io l’avevo assalito,
riuscendo ad atterrarlo a pugni sulle tonde pietre lisce della piazzetta. Poi dal nulla si è
materializzata davanti a me una figura curiosa. Non era più alta di me che di qualche dito,
ma nera come un tizzone morente e avvolta in una grossa giacca verde, troppo ampia e
troppo calda per passare inosservata. In una mano incredibilmente esile e slanciata
stringeva un ombrello, nell’altra un fiore di cardo. Improvvisamente si è voltata scoprendo
la testa, che era una coltre di capelli riccissimi (persino più di quei nidi che si ritrova
Gaspare) e ci ha guardati con un paio d’occhietti neri sottili sottili e profondi. Tavio si è
rigirato ed ha cominciato a stringermi forte la testa tra le gambe. Mi ha scottato una
vergogna incendiaria. Lei si è messa a ridere, ha detto: “Nɔn fatevi malɛ pik:oli watoto,
state bwɔni, bwɔni, nɔn fatevi malɛ daj”, era una musica, e brillava del riflesso delle gocce
che suonano le grotte del promontorio. Io mi sono liberato e sono scappato via tra i
carrugi, piangevo, mi sentivo umiliato, ma grazie a Dio lei cantava ancora alle mie spalle.

1luglio
Tutto il giorno ho atteso di avvistare una vela, ma oggi non si è pescato che una misera
palamita. Il morale di Costante è affondato con le esche della nuova linea, mentre la mia
immaginazione ha scalato le creste delle onde più alte assieme al Nan-Shan. Ho visto il
Tifone, poi per la noia ci ho scritto su una poesia.

Requiem

Quiete, una vedetta si sporge a ridosso
la rete gracchiando un requiem d’allarme.
Si può vedere il mondo arrivarci adesso,
no mere preghiere, si salvi chi può.
Nessuno.
Ho osservato un lupo pisciarsi addosso,
gettandosi giù nella caldaia che arde.
Non c’è speranza per noi nel mar smosso,
nessun uomo sul ponte scampò,
nessuno.
Tuoni violenti e lampi violetti,
rotolano, rombano, rimbombano i rumori
e la paura, sconosciuta a chi vive coi tetti,
la paura, alcalina. Non tornerà
nessuno.
Ormai la coperta è una danza di spettri,
una danza macabra, è macabro fuori.
È un Signore spietato con i suoi protetti
questo rauco uragano che non storna
nessuno.

4 luglio
Al porto dicevano: “Gli americani! Stanno arrivando gli americani in vela al libeccio!” quindi
ho corso a perdifiato sulla bassa scogliera, volando a pelo d’acqua con le pernici fino alla
cala. Mi sono seduto contro i massi levigati giocando con le consistenze della sabbia e la
sua freschezza docile, un po’ umida, che mi trapassava le narici tra l’odore dei sargassi e
quello della schiuma. Poi ho aspettato. Non avevo nulla con me, ma temevo che
spostandomi di lì avrei perso il primo avvistamento sull’acciaio degli scafi di Nantucket.
Quindi ho continuato ad aspettare. Il sole ha girato mentre attendevo, aspettavo e
procrastinavo sudando. Faceva molto caldo, ma ho tenuto duro. Dopo non so quanto tempo un pidocchio è saltato dalla mia testa e si è incastonato all’orizzonte, tra l’acqua e il
cielo. Poi è diventato più grande, non era un pidocchio, era… ERA UNA NAVE! Sono
schizzato in piedi e sono corso in acqua tutto vestito. Nella foga mi sono dimenticato che
le sigarette, le micce e la figurina erano in tasca, però era troppo tardi, stavo già
annaspando tra le onde. Al limite di dove si tocca ho cominciato a intonare un ritmo dei
marinai, la mia voce rieccheggiava tra le pareti della costa e, poco dopo, un’altra flebile
voce si è aggiunta al mio canto. Era una melodia lontana, esotica, oscura, e cresceva,
cresceva con la barca finché non mi è scoppiata nelle orecchie come un acino d’uva,
dolce, incredibilmente dolce e cristallina. Mi attirava a largo, su quella barca dorata dalle
vele purpuree, su quella galea dai remi d’argento, tra quella ciurma di sirene. E lei era
sdraiata sotto un manto scuro prestatole dalla notte in persona.
Veniva per me, si capiva dal suo sguardo, era lo stesso che mi aveva lanciato sulla piazza.
Poi lo starnazzare irato di mia madre mi ha distolto da quel miraggio, diceva che se non
ero a tavola entro due minuti mi avrebbe preso a bastonate. Quindi ho scollato la mia
schiena intorpidita dai sassi e mi sono incamminato, con la mia immensa malinconia,
verso casa.

Jules Lee Artom

❧ SEGNALE 16 “Auerbach contro Bachtin. Il serio, il comico e la teoria del romanzo” Marco Fontana

Le svolte letterarie occorse nel XIX secolo costituiscono delle soglie storico-estetiche decisive per Auerbach e Bachtin, e le loro teorie presentano punti nodali quando ragionano sulle caratteristiche che hanno permesso al romanzo ottocentesco di emanciparsi dalle regole della divisione stilistica. Il punto più importante che interessa il nostro paragone risiede nel fatto che l’egemonia del novel viene concepita dai due critici in maniera opposta dal punto di vista politico: per il primo è una conquista assoluta e un segno di emancipazione; per il secondo è il riflesso di un irrigidimento ideologico. Il romanzo moderno, allora, è il miglior banco di prova per verificare tale contrasto: solo il «genere dei nomi propri» riesce infatti a far crollare gerarchie di lunga durata e a far collidere il serio con il comico in maniera inedita lasciandosi alle spalle alcuni tratti del romance. Se il divario tra Auerbach e Bachtin era facilmente misurabile nel Don Chisciotte, nel territorio del novel il contrasto si fa più sfumato perché, abbandonando le trame tradizionali, questa forma fa a meno di topoi plurisecolari e pone «la verità in relazione all’esperienza individuale». Dal momento in cui la contingenza e la particolarità ipotecano il contenuto delle storie, gli eccessi romanzeschi diminuiscono lasciando spazio alla sfera del quotidiano e il novel, di conseguenza, può finalmente fare a meno dell’eroe, del picaro, dell’eccezione – tutti elementi che potevano tendere a un trattamento comico. In questo scenario, dal punto di vista sociologico, il personaggio-tipo è di estrazione borghese: è una singolarità permeata dal contesto circostante e soggetta ai meccanismi del sociale. Il paradigma cambia in modo radicale e «la conquista del potere da parte della borghesia conduce a una modificazione del valore funzionale del nuovo nel processo artistico»: individualismo, mercato e secolarizzazione determinano il mondo di quella borghesia che trova un riflesso nel novel, la forma che si rivelerà più adatta a raccontarla. Questo processo conduce necessariamente all’elaborazione e all’uso di nuovi strumenti critici, come dimostrano le teorie letterarie di Auerbach e Bachtin.

***

Tuttavia, l’inappartenenza delle teorie di Auerbach e Bachtin alla nostra logica può costituire ancora oggi un contravveleno all’astoricità diffusa del postmoderno, al suo sterile presentismo: il senso storico, la visione d’insieme e la compresenza ponderata di estensione argomentativa e compattezza interna dei loro saggi sono infatti quanto li rende estranei e inattuali rispetto alla nostra epoca. Da un lato, la vasta gittata della teoria di Bachtin riesce a eludere i rischi di parcellizzazione dei cultural studies perché ha la capacità di raccordare i diversi campi del sapere «in un disegno sostanzialmente unitario»; in Auerbach, invece, prende forma quello storicismo radicale che, unito alla disciplina filologica, diventa garanzia di un giudizio situato e pronto a svilupparsi dialetticamente, pronto quindi a passare dal certum al verum senza disperdersi nella cattiva infinità del dato, nel puro specialismo. Questi sono alcuni dei motivi che portano a vedere nel metodo di Auerbach e Bachtin un gesto a cui oggi, forse, possiamo solo tendere perché sembra non appartenere più al nostro tempo: quello, cioè, di provare a ricucire la lacerazione tra idea e contesto empirico per inseguire una totalità. Sono discorsi, i loro, che hanno la forza di stabilire costantemente un patto inscindibile tra critica e teoria: i giudizi, le scelte di campo e le indicazioni della prima sono sempre accompagnati e corroborati dalla riflessione della seconda. Solo un gesto simile permette di generare un sapere critico in grado di stabilire nessi, di cogliere relazioni dialettiche tra forme di pensiero, e permette, quindi, di offrire una teoria del romanzo capace di contenere al proprio interno anche una teoria della modernità.

M. Fontana, Auerbach contro Bachtin. Il serio, il comico e la teoria del romanzo, Firenze, Editpress, 2025

Questo studio fa dialogare a distanza due tra i più noti critici letterari del Novecento, i creatori di quelle che sono forse le ultime teorie universali del romanzo ad aver attraversato lo scetticismo di fine secolo mantenendo indenne, o quasi, la propria fortuna. A partire dalla nozione di comico – fondante per Bachtin, rifiutata da Auerbach – Fontana ne illumina le differenze di metodo e di conclusioni. Ma non mancano nemmeno tratti in comune: Auerbach e Bachtin sono due eredi dell’idealismo storicista, due esuli politici – uno dall’URSS, l’altro dalla Germania nazista – e, non a caso, due tra i fondatori delle letterature comparate per come le intendiamo oggi. Da questo testo uno studente di letterature comparate potrà ricavare non solo alcune chiavi di lettura di questi grandi pensatori, e – come mostra il secondo estratto – qualche spunto metodologico per la contemporaneità, ma anche un ottimo esempio di uno studio ermeneutico della teoria letteraria.

Il volume è il primo della nuova collana “Campi di forze. Collana di letteratura italiana, critica letteraria e letterature comparate” edita da Editpress (Firenze) con la direzione di Mimmo Cangiano, Davide Dalmas e Beatrice Manetti, che si propone di offrire “un dialogo tra diverse generazioni di studiose e studiosi, comprese le più giovani, e con i classici della critica e della teoria della letteratura, offrendosi come spazio di confronto e di conflitto fra i metodi più tradizionali e quelli più recenti”.

Marco Fontana è dottore di ricerca e cultore della materia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha studiato il rapporto tra la borghesia e il romanzo nel “lungo Ottocento”.

Finché il Sistema non ci separi

Sara Mancadori, in questa sua riscrittura, trasforma la tragedia di Romeo e Giulietta in chiave orwelliana, ispirandosi al famoso romanzo 1984, nell’ottica del corso di Letterature comparate Shakespeare e il paesaggio culturale italiano  (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Questa riscrittura nasce dal desiderio di esplorare il dramma celeberrimo, Romeo e Giulietta di William Shakespeare, attraverso una lente distopica ispirata all’universo opprimente e controllato di 1984 di George Orwell.
In questo adattamento, l’amore non è solo contrastato da una faida familiare, ma è vietato dal Sistema, un regime che sorveglia e regola ogni emozione, pensiero e legame umano. Romeo e Giulietta non sono più solo due giovani innamorati, ma diventano due oppositori, colpevoli di aver provato un sentimento autentico in una società che ha reso l’amore un crimine.
Nella storia che segue ho cercato di mantenere i punti chiave della tragedia originale, trasformandoli per riflettere su temi attualissimi: libertà individuale, controllo delle emozioni, manipolazione della verità, identità e memoria.
Ho scelto di cimentarmi in questa riscrittura per mostrare come anche un classico di Shakespeare può essere inserito in un contesto diverso, come quello di 1984.
Inoltre, questa versione vuole mettere in discussione l’idea romantica che l’amore vinca sempre: forse non è così. Forse, in certi mondi, l’amore è l’errore più grande di tutti.”

*

PROLOGO

In un futuro non così lontano, nella città di Verona, il controllo è assoluto e la pace è mantenuta attraverso l’equilibrio forzato tra due grandi casate: i Montecchi e i Capuleti. Il conflitto tra le famiglie, un tempo sfrenato, è oggi contenuto e tollerato entro i limiti consentiti dal Sistema degli Scaligeri.

L’amore non è più un diritto, ma un’assegnazione. Le emozioni sono strettamente regolamentate. Tutto è visibile, misurato e tracciato.

In questo mondo di sorveglianza due giovani, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, infrangeranno la legge più antica e più pericolosa: ameranno senza permesso.

Il loro atto di ribellione, silenzioso e disperato, accenderà una scintilla che il Sistema non potrà tollerare.

Perché nello stato di Verona, l’amore è uno degli atti più sovversivi. E chi ama senza autorizzazione… è già condannato.

CAPITOLO I

È un giorno come un altro e in una via del centro storico della città accade un fatto. Due agenti delle fazioni rivali si fissano per troppo tempo. Uno solleva lentamente il colletto, l’altro risponde con un cenno minimo, un codice gestuale antico, vietato, ma ancora compreso. Basta quello per far scattare la rissa.

In meno di un minuto la guerriglia comincia, spranghe, coltelli, pugni… Nessuno urla. È una rissa silenziosa, come tutte le cose che devono esistere senza essere dette.

Sono le guardie del principe a fermare tutto. Scendono da veicoli blindati, con i volti coperti e i manganelli elettrificati. Nessuna mediazione. Solo ordini secchi, scariche e arresti. L’altoparlante del quartiere si accende con un suono acuto:

“ATTENZIONE. Le Fazioni Montecchi e Capuleti hanno violato il Protocollo di Pace. Un’ulteriore infrazione comporterà l’eliminazione sociale dei responsabili.”

Romeo Montecchi è tra i pochi a non aver alzato le mani e a non aver partecipato alla rissa. Non per paura, ma per stanchezza. Guarda i suoi compagni con occhi vuoti. L’odio per la fazione opposta gli sembra un’altra forma di obbedienza. Benvolio gli si avvicina.

“Hai visto cos’hanno fatto?”

Romeo scuote il capo.

“Non mi interessa. Loro combattono per diritto. Io non riesco nemmeno a sentire qualcosa.”

“È ancora per quella ragazza?”

Romeo non risponde. Ama una donna che non lo ricambia. Non per scelta, ma per un programma. È iscritta all’ordine delle Pure, votate alla castità funzionale. Un amore impossibile per legge. È tutto un sistema di desideri irraggiungibili e lui sta affondando.

Nel palazzo dei Capuleti, tutto è regolato. I corridoi bianchi, i passi misurati, le emozioni contenute. Il patriarca Capuleti riceve un visitatore: Paride, funzionario di alto rango, perfetto nei gesti e freddo nei pensieri.

“La vostra Giulietta è pronta?”

“Sta per compiere quattordici anni” risponde Capuleti. “Il Sistema la considera matura.”

Paride annuisce. L’unione tra lui e Giulietta non è solo matrimoniale. È un’alleanza di influenza tra fazione e potere. Deve sembrare una scelta libera, anche se non lo è.

Nel frattempo, Giulietta si prepara. La madre le parla con voce misurata. Le spiega che l’unione è giusta, utile, sicura. La balia, un tempo affettuosa, ripete ciò che le è stato ordinato: “Paride è degno. Paride è approvato.”

Giulietta ascolta. Ma qualcosa dentro di lei si agita. Un pensiero non registrato. Una sensazione non autorizzata. È questo il suo destino? Essere venduta in cambio di stabilità?

Una sera viene organizzata una festa in maschera al palazzo Capuleti. Gli ospiti, tutti mascherati, si muovono in silenzio sotto gli occhi delle telecamere. Giulietta, esposta come simbolo di purezza, attende Paride, funzionario scelto dal Sistema.

Romeo, infiltrato tra la folla sotto consiglio del suo fidato amico Mercuzio, la vede: diversa, vera, umana. Si avvicina, rompendo il protocollo. Nessun saluto programmato, solo uno sguardo che aggira i codici. Le loro mani di sfiorano. Nessun sistema li ferma. Giulietta sente nascere qualcosa, non previsto, non concesso.

Tebaldo li vede, ma viene zittito.

Non c’è spazio per l’amore. Eppure, sta accadendo. L’inizio di un errore nel codice.

Continua la lettura di Finché il Sistema non ci separi

CALL #4: Antony and Cleopatra

“Eternity was in our lips and eyes”

La redazione del blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate di Torino è lieta di annunciare una nuova Call for Short Narrative and Poetry nell’ambito del seminario “Foyer Shakespeare – Nothing like the sun. Leggere, tradurre, insegnare Shakespeare in Italia (1623-2023)”.

La Call è aperta a scritture, riscritture e adattamenti del dramma Antony and Cleopatra. I contributi selezionati saranno pubblicati sul Blog degli studenti di Culture e Letterature Comparate (culturecomparate.it) e verranno letti in un reading organizzato dalla redazione.

Questa call offre la possibilità di utilizzare differenti fonti per la documentazione che rientrano in 3 sezioni differenti:

  1. Il testo del dramma (Per la sua consultazione segnaliamo che è presente nelle Biblioteche dell’Università).  
  2. L’articolo: Shakespeare’s “Antony and Cleopatra”: Power and Submission di Roberta M. Hooks, reperibile al seguente link: https://www.jstor.org/stable/26304094?searchText=antony+and+cleopatra&searchUri=%2Faction%2FdoBasicSearch%3FQuery%3Dantony%2Band%2Bcleopatra%26so%3Drel&ab_segments=0%2Fspellcheck_basic_search%2Fcontrol&refreqid=fastly-default%3A17b56807e78ec2c2ea7a21213e5a3550&seq=1
  3. E la partecipazione alla lezione seminariale che si svolgerà in data 1/12/2025 ore 10:00 in aula 37 presso Palazzo Nuovo dedicata ad Antonio e Cleopatra con ospite Gilberto Sacerdoti (Università di Roma Tre)


Novità: Per questa call abbiamo deciso dare uno spunto tematico (non obbligatorio, ma ben accetto). Vorremo che i testi utilizzino il dramma e i suoi temi come strumento di analisi della nostra contemporaneità, poiché riteniamo la riscrittura dei classici può diventare un’utile lente di ingrandimento sulle dinamiche della società moderna.

La scadenza per le consegne è prevista per il 15/12/2025

La Redazione del Blog si riserva la possibilità di selezionare fino a un massimo di 10 contributi tra racconti brevi, poesie, dialoghi e forme ibride.

Specifiche per i contenuti:

  • Racconti brevi, forme ibride (come prosa poetica); MAX. 4000 battute.
  • Dialoghi; MAX. 4 pagine di testo Word.
  • Poesie numero libero di versi; MAX. invio di 3 contributi, senza particolari limitazioni
    per un massimo di 4 pagine di testo Word.

Modalità di invio:
Gli elaborati in formato Word (.doc/.docx) e rinominati [CALL#4_nome_cognome_titolo] dovranno essere inviati all’indirizzo mail: redazione.blogcomparate@gmail.com. Dopo la ricezione dei contributi, nel caso in cui la vostra riscrittura fosse selezionata, riceverete l’allegato ‘Delibera_Allegato B_Call_Shakespeare’ che dovrà essere compilato e inviato al medesimo indirizzo mail.
All’interno dello stesso file Word vi chiediamo di specificare nuovamente il vostro nominativo, il titolo della riscrittura e il vostro recapito mail.

Vi ringraziamo per la partecipazione! E attendiamo i vostri contributi.

La Redazione.