di Elisa Riassetto
La letteratura ha spesso raccontato la Storia attraverso grandi eventi ed eroi; altri romanzi, invece, scelgono di osservare gli stessi avvenimenti dal punto di vista delle persone comuni e delle loro quotidianità. Il romanzo d’esordio di Francesca Silvestre, Storie Bumbare (Italo Svevo, 2026), appartiene a questa seconda categoria: lasciandosi guidare dal dialetto bumbaro, l’autrice si ispira ai racconti familiari per scrivere un romanzo sulla memoria collettiva di un paese lacerato dalla guerra, mostrando come i fatti che normalmente conosciamo solo attraverso i libri di storia abbiano rivoluzionato e distrutto le vite delle persone comuni.
Proprio il tema della memoria collettiva rappresenta uno degli aspetti più centrali del romanzo. Per questo ho chiesto all’autrice come sia nata la scelta di costruire un “protagonista collettivo”, rinunciando alla centralità di un unico personaggio, scelta narrativa che, soprattutto nelle prime pagine, richiede al lettore un maggiore sforzo di orientamento tra le diverse vicende. La risposta dell’autrice:
Ho provato più volte, senza successo, a dare una struttura a Storie Bumbare, cercando il filo conduttore nelle vicende ora di questo ora di quel personaggio. Poi, mi sono resa conto che la dichiarazione di armistizio dell’8 settembre 1943 a Dignano e, più in generale, in Istria aveva avuto l’effetto di una deflagrazione, che non consentiva di concentrarsi su di una unica vita. Nessuno abitante del paese n’era stato preservato: le ferite di ciascuno riecheggiavano nell’animo degli altri con una tale intensità che non potevano essere raccontate in modo marginale, come meri accidenti nella storia di un solo protagonista che di fatto non esisteva.
Uno dei rapporti più intensi del romanzo è quello tra Luze e Valdina, personaggi centrali all’interno della vicenda. Dal momento che la loro vicenda mi ha colpito molto durante la lettura del romanzo, ho domandato all’autrice quale significato attribuisse al personaggio di Valdina e alla scelta di farle seguire un destino diverso rispetto all’amica.
Anche questa volta, Francesca Silvestre riconduce la propria scelta narrativa ai racconti di famiglia, da cui prende forma l’intero romanzo:
In famiglia si raccontava di questa vicina di casa, Valdina, che nel 1947 aveva accompagnato a Pola mia madre, ancora bambina, perché potesse ricongiungersi con i genitori prima di salpare sul Toscana. Oltre a ciò, di Valdina non veniva detto nulla. Nella mia mente, però, tanta generosità e coraggio dovevano trovare le radici in un’amicizia profondissima, capace di superare la distanza geografica così come opposte scelte di vita e silenzi di decenni. Amavo l’idea di un’amicizia soltanto sopita, pronta a risvegliarsi non appena necessario, come accade quando Valdina, pur tra molti dubbi, accogliere e protegge la nipote di Luze.
La scelta di costruire un romanzo corale, in cui ogni personaggio porta con sé una storia e una ferita diversa, apre inevitabilmente una riflessione sull’equilibrio tra le molteplici vicende narrate e sui loro destini. Ho quindi chiesto all’autrice se ci fossero personaggi o percorsi narrativi che avesse scelto consapevolmente di lasciare aperti, oppure storie che avrebbe voluto approfondire maggiormente.
Non credo ci siano storie che hanno in qualche modo rubato spazio ad altre. Di certo ci sono storie che non ho voluto o sentito la necessità di chiudere, come quelle di Don Mario e Mate di cui non si può dire con certezza se siano morti o se siano riusciti a salvarsi. In parte questa decisione è dovuta al fatto che Storie Bumbare si basa su ricordi di famiglia resi frammentari dal dolore; in parte nasce la scelta dalla volontà di mostrare uno degli aspetti più dolorosi e oscuri dell’immediato dopoguerra istriano: dalla sera alla mattina le persone sparivano senza lasciare alcuna traccia che consentisse a quanti rimanevano d’indovinarne la sorte.
Le vicende dei singoli personaggi si inseriscono però all’interno di un quadro storico più ampio: quello della guerra e delle sue conseguenze sulla popolazione istriana. In Storie Bumbare, Francesca Silvestre sceglie di non soffermarsi tanto sul racconto degli eventi bellici in sé, quanto sulle tracce che questi hanno lasciato nella vita quotidiana delle persone comuni, costruendo così una narrazione fondata sulla memoria collettiva. A partire da questa scelta narrativa, ho chiesto all’autrice quali siano stati gli eventuali riferimenti letterari che l’hanno accompagnata e quale valore attribuisca alla narrativa della memoria rispetto a una rappresentazione più strettamente storica o bellica della guerra.
Non ci sono autori da cui ho preso consapevolmente ispirazione. Di certo ce ne sono alcuni che mi hanno influenzato molto. Oltre a Il sentiero dei nidi di ragno che ho amato moltissimo, mi vengono in mente La storia di Elsa Morante, Uomini e comandanti di Giulio Questi oppure, volgendo lo sguardo alla più recente letteratura straniera, Ho paura torero di Pedro Lemebel e Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander. Tutte storie accumunate da una caratteristica essenziale: vi sono la guerra, l’oppressione e la violenza, spesso talmente crudeli da sfiorare l’indicibile, ma vi è sempre anche la vita che, a dispetto della devastazione che la circonda, rinasce coraggiosa, irriverente, scanzonata. Credo che sia questo il pregio della narrativa della memoria: ricordare gli effetti devastanti dei conflitti sulla vita delle persone comuni e nello stesso tempo mostrare la forza e il coraggio di queste persone, capaci di reinventarsi e di ricostruire un’esistenza là dove sono rimaste soltanto macerie, tanto fisiche quanto emotive.
Dopo aver affrontato il rapporto tra memoria e letteratura, resta un’ultima domanda inevitabile: perché continuare oggi a raccontare queste storie? La risposta riguarda forse proprio il ruolo della memoria, non soltanto come ricordo del passato, ma come strumento per leggere il presente. Ho chiesto quindi a Francesca Silvestre quale riflessione spera possa rimanere ai lettori più giovani dopo la lettura di Storie Bumbare in un contesto storico come quello attuale:
In un mondo ideale i giovani, tutti i giovani, dovrebbero conoscere la guerra come una realtà lontana e soprattutto del passato. Purtroppo, si tratta di un’utopia, a cui tuttavia la narrativa della memoria ci può avvicinare. In quest’ottica mi piacerebbe che Storie Bumbare mostrasse l’irrazionalità dei confini, rammentasse come la maggior parte dei conflitti nasce da divisioni territoriali arbitrarie, che calano dall’alto a rendere nemici popoli che prima vi convivano pacificamente, spesso separando famiglie e amici che hanno soltanto la sfortuna di trovarsi dietro barricate opposte.