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Inter Caetera

Jules Lee Artom, in questa produzione, riporta un dialogo immaginario ispirato alla prima novella della quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, nell’ottica del corso di Letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura prende le movenze dalle argomentazioni, volte a Tancredi dalla figlia Ghismonda, intorno alla fallacia e l’ingiustizia della repressione sistematica: l’egida al negativo, di quelle figure che dovrebbero essere garanti della giustizia e del benessere collettivo, diventa qui il focus della narrazione. Il racconto è teso a suscitare nei lettori una riflessione personale sulle ambiguità, le contraddizioni e le strategie subdole che soventemente si insinuano nelle vite di ognuno, su qualsiasi piano di rilevanza e derivanti dalle più disparate tipologie di fonti. La forma quindi si avvicina a quella dei racconti distopici, dove un esempio di fiction esasperatamente tragica spesso manifesta la volontà e la speranza di una possibile resistenza o la coltivazione di uno spirito antitetico alle diverse sfumature di ‘servitù volontaria’”.

*

«Ieri mattina ho sentito un tonfo assordante, come di un mobile che cade e si spacca a terra, provenire dalla camera di Ghismonda. Ricordo chiaramente la sensazione di disagio che si versava liquida sulla mia schiena, carezzandone le vertebre: era una sensazione nauseabonda, una paura acre, al sapore di bile; tutto proveniva, con il rumore, da quella stanza, come se già sapessi…»

«Per ciò mi sono alzata e, senza pensare, ho corso. Corso come una madre dalla sua creatura, corso come chi corre nella propria casa incendiata. Ho corso e sono crollata, perché, dall’altro lato del corridoio, una stanza oscura era piena delle urla della mia bambina, ed un muro coperto del suo sangue, così, come il suo viso. Aveva gli occhi gialli, la pelle bianca, delle macchie livide sul corpo, un grumo di bava rappresa e perdeva s-s-sa…»

«Vorrei solo accarezzarla. Vorrei aver avuto la forza di stringerla forte e dirle che tutto sarebbe andato bene, calmarla, e invece sono rimasta a disperarmi piangendo, rannicchiata sotto lo stipite della porta, mentre la mia povera bambina si dimenava.
Danzava in centro alla stanza bianca, le tende azzurre l’accompagnavano come le carezze degli spiriti in un sodalizio appena stretto, un patto di complicità, un rito di passaggio già ormai troppo lontano da me, che invece nella mia vile umanità non potevo che guardare.
Danzava in preda alle convulsioni, schizzando i muri attorno con gli arti disarticolati che lanciava a prendere il poco di mondo che le sarebbe rimasto. Danzava e gridava, gridava un’argomentazione di odio e vendetta, per cui aveva eletto il suo stesso corpo a martire.
“…Avere il monopolio sulla vita delle persone non è sufficiente, Tancredi, vero? Ma non capisci? Non capisci che così non potrai avere nessuno?

Non puoi alienare un corpo morto.

Hai fatto quel che dovevi fare: mi hai rinchiusa nella stessa cella che mi sono creata. Ed io non ho visto. Sono cresciuta con te, come tutti. Tutti ormai da generazioni conoscono le tue infide perfidie sin dalla nascita. Prima ancora di parlare, prima ancora, abbiamo imparato a confidarci con te, a-a dirti i nostri segreti, a-a farci servi un giorno alla volta, quindici ore al giorno. Io non ti ho seguito, un movente alla condanna: perché ho evaso per un’ora la rete di manipolazioni che mi hai intessuto addosso per più di vent’anni, una camicia di forza cucita senza mani…”
Ogni tanto la vedevo fermarsi, a volte si sdraiava, vomitava grumi nerastri sul tappeto e sul parquet. Altre, mentre si piegava verso il pavimento, emetteva suoni gutturali e imprecazioni, alternate da grida agghiaccianti. E le labbra diventavano livide e crespe. E la pelle glauca. Orribile, orribile visione.
E lei malediceva, malediceva tutto. Malediceva il veleno e poi lo ringraziava piangendo, implorava che la finisse e poi che prolungasse l’agonia, chiedeva follia e pretendeva lucidità. Chiamavo, ma nessuno accorse a soccorrerla, perché lei aveva commesso un crimine. Era un rifiuto ormai, un rifiuto agonizzante in preda alle convulsioni. Ed io stavo lì, a guardarla, impotente.»

«Brancolavo assieme ai discorsi deliranti di mia figlia, che bene era ormai già dentro alla follia da comporre tali teorie. Farneticava di “una realtà surrogata in cui tutto si configura apparenza, una proiezione del mondo, una falsificazione, un cosmo di sensi di colpa, una società della vergogna…”.
Le giuro, ufficiale, che queste erano sue congetture, sue macchinazioni, le riporto per il verbale di decesso e nulla più. Non che io creda che…
Ad ogni modo, proseguo a raccontarle. Lo faccio per il bene collettivo, in cui credo perché si crede alla realtà, e nulla più.
Come dicevo, Ghismonda delirava, e nel suo delirio deplorava Tancredi come non si addice ad un mezzo necessario al nostro benessere e alla nostra civiltà, diceva: “Cancro! Cellula infetta!”, oppure: ”Bias della coscienza! Forma di assoggettamento endemico! Forma di obbedienza incivile!”.
E continuava
“…Poi mi sono accorta di cos’era la mia vita abituale. ʻ Io sono una ruota del carro, e giro e giro o qualcosa mi fa girare ʼ ripetevo ogni mattina a colazione, ogni giorno. Principio di una serie di riproposte: mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo a pieno, le notizie, di tutti. Era un’esistenza di menzogna, asservimento, alienazione, condivisa da tutti e osannata. Era un inganno vile con cui un tiranno ci ha assoggettati. Il dramma delle bestie da soma, un anacronismo contro natura di tutti i nostri istinti: ripiegati, forzati, inscatolati e spediti, come merce di scambio, su vie commerciali larghe e affollate dalle uniche maschere ancora esistenti, perché per gli altri non c’è più maschera che possa celare segreti ancora non svelati. Ombre, ombre tutt’intorno, ombre pesanti, ombre di piombo, vischiose, sudicie, tossiche mani di pece – che soffocano i peccatori sbagliati – dei detentori del destino, delle le parche di questo mondo estenuato e senza Dio e senza Dike. I demagoghi della repubblica mentale che oggi si è instaurata sono burattinai con fili invisibili, impercettibili, inconsistenti, velenosi come virus buttati nei pozzi dei più mentre loro si ubriacano nell’ebrezza dello schiavismo autocompiacente. E noi non siamo più che burattini senza speranza, in coma su un palco di cui non vedremo mai strapparsi il cielo di carta. Guardandomi attorno, ho visto gli altri come me, ed ho capito che non ci sarebbe stata alcuna speranza di fuggire da questa voliera, un giorno.
E io l’ho capito adesso, solo adesso, dopo vent’anni di privazioni intellettuali, nella stessa condizione di quegli individui che tanto acutamente descrive Etienne nel suo saggio. Ho lasciato che mi picchiassero con le mie stesse mani, che mi prendessero a calci con i miei stessi piedi, che mi spiassero con i miei stessi occhi, che mi tradissero con le mie stesse parole. Quante volte tu stesso, spaventoso ordigno infernale, mi hai forzato con sotterfugi e raggiri, oppure con leve emotive e minacce, quante volte? Io lo consideravo normale, ho cominciato inconsciamente ad applicare il tuo paradigma di manipolazione mentale verso il prossimo, reiterando io stessa questo meccanismo ch’è nato nel buio del baratro oltre alla morale. Non negare che sia questo il tuo impiego.
L’ho capito adesso e nell’unico luogo possibile: quella finestra d’interferenza che vive tra la vertiginosa profondità dell’illusione impostaci dalla tua democraticità e la concretezza della tua sottile violenza, laddove il trauma permette di destarsi e contemplare con distacco la realtà delle cose. Hai commesso un errore senza il quale avrei potuto continuare a dormire nel tuo sogno sino al sopraggiungere della morte, come quasi tutti attorno a me.
Ma perché? Perché doveva andare così? Non eri forse tu a disegnarmi prospettive di libertà e felicità? Non eri tu a dirmi che avrei sempre dovuto continuare a ricercarla, quella libertà? Liberi: se la natura ci ha creati tali, la fortuna ci ha resi inevitabilmente schiavi. Ho volato un giorno soltanto, perché volevo provare, e tu mi hai punita, nel modo peggiore mi hai tarpato le ali, ebbene, ho deciso di condividere la mia sorte con la sua: morirò anche io come tu hai deciso di ammazzare Guiscardo.
E continuerò a volare, volerò lo stesso con il mio amato, come con lui andrò sottoterra dopo aver assunto quest’unica parte di lui in mio possesso, affinché me la possa portare nella tomba.”
Dicendo così, ha inghiottito un foglietto di carta con una scritta che non sono riuscita a leggere e un’immagine che non sono riuscita a vedere. Poi ha cessato di parlare, chiudendosi nel baccano della solitudine e del pianto, finché non sono arrivate le ultime, brutali, conseguenze della tossina. Dopodiché, ha smesso di respirare.
Questo è tutto quel che so di ciò che è successo: mia figlia si è uccisa per colpa di una scappatella.»

Jules Lee Artom

Sulle ali del libeccio

Jules Lee Artom, in questa produzione, reinventa un episodio ispirato alla scena seconda dell’atto secondo della tragedia teatrale dell’ Antonio e Cleopatra di Shakespeare, nell’ottica del corso di Letterature comparate Formazione e funzione del personaggio femminile nel teatro europeo: Shakespeare e Marlowe (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura intende aprire una finestra su una delle innumerevoli vite fittizie che popolano l’immaginario narrativo. Mantenendo vivo il materiale di partenza del racconto, ovvero il primo incontro tra Antonio e Cleopatra sulle rive del fiume Cydno, l’intero episodio si è tramutato nel resoconto diaristico dell’adolescenza di un giovane, modesto e passionale piccolo Antonio delle coste sicule. Allo stesso tempo, però, è Cleopatra il vero fulcro della vicenda: una presenza eterea, quasi misterica, che popola l’immaginario di chi la incontra più di quanto non popoli uno spazio di esistenza preciso; è un sogno, un ideale, una storia associati ad una persona corporea a partine da un’icona”.

*

Cosi tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi

16 giugno
Stamattina ha tirato un tenue scirocco, era appena sufficiente a mettere in mare i gozzi dei
pescatori per la giornata di lavoro. Secondo Tavio, il vento caldo si è alzato tra i canneti di
levante intorno alle 5 e 30 di mattina. Lui, prima che albeggiasse, è uscito a remi con suo
padre per prendere le nasse. L’ha visto con i suoi occhi, mi ha detto: “uno spirito di bruma,
caldo e profumato come le rare spezie d’oriente, ondeggiava tra i cavalloni contro le
calanche di pietra lavica sbocciando, nei rossori del sole, in fontane di schiuma
incandescente”. Fa sempre il letterato lui, e poeticizza ogni cosa. Io personalmente lo
spirito non l’ho visto, ma stamattina il vento c’era, quello sì, che ho potuto vederlo. È nelle
onde del mondo che si vede il vento. Ebbene, finito il lavoro con lenze e cime saline, sono
salito sulla scogliera per poterlo sentire un poco tra i capelli. Lì mi ha raggiunto Tavio, ho
fatto dei tuffi e lui ha dormito al sole, poi siamo scesi a riva per mangiare ricci e patelle.

20 giugno
Certe volte mi manca la scuola, ma mai le lezioni. Ripenso alle giornate che ho passato tra
i libri della biblioteca. Poi mamma ha voluto trasferirsi qui poco dopo il termine dei miei
cinque anni d’istruzione obbligatoria. Mio nonno viveva qui, e la sua morte ci ha sradicati
da Messina. Proprio oggi ho compiuto tre anni di servizio sulla Riva, la palamitara a vela
latina di Costante. Non esiste un libro su tutta l’isola, fatta eccezione per una casa
soltanto. Dalla famiglia di Tavio un pensatore, il secolo scorso, ha lasciato centinaia di libri
che si era portato dalla Toscana per vivere ritirato, ma è morto anche lui, scivolando dalle
scogliere. Si dice l’abbiano pescato i bisnonni di Costante, e che il suo corpo fosse
mangiato dai crostacei. La morte di quest’uomo ha portato tanta fortuna ad alcuni di noi, e
gliene siamo grati. Così, ogni tanto, il mio amico mi porta un vecchio manuale o un
pamphlet o un manoscritto tutti impolverati, ammuffiti, raggrinziti, ed io li leggo durante i
momenti morti in barca nei giorni di lasca. L’altro giorno mi ha portato un Tutte le opere di
Shakespeare. Se non fosse per noi due, quel tesoro rimarrebbe sommerso nel reticolo di
stanze in cui viene lavorato, conservato e immagazzinato il pesce. Il “paìsi sutta” lo
chiamano gli altri pescatori, perché corre sotto tutta Cale.

27 giugno
Ci sono giorni che si distinguono in luminosità, che rifulgono nel campo uniforme degli altri
giorni comuni i quali, come spighe, si stagliano tutti uguali sparpagliati nel campo della
vita. Capita che un momento si erga come lo sfiato di un capodoglio, creando
eccezionalmente un contrasto candido nel mare dei verdi scuri. Oggi è accaduto uno di
quei miracoli.
Nell’unica piazza di Cale, è aperto l’unico bar. Si chiama Lu scafù ri mari, ed è il posto in
cui spendono la gran parte del tempo tutti gli uomini di paese, senza contare quello speso
sui legni. Questo perché, per il resto delle giornate, nessuno qui ha di meglio da fare se
non gracchiare ai cormorani bevendo come spugne. Per un ragazzo sedersi a questi tavoli
significa varcare la soglia dell’età adulta. Qui tutti sono diventati uomini. Al contrario, alle
donne di paese non è mai concesso intrattenersi o godere né dei vezzi né dei vizi di
questo luogo. Il loro regno è il “paìsi sutta” dove, tre volte a settimana, aprono il mercato,
di cui sono le padrone indiscusse e quindi uniche amministratrici del denaro della
comunità.
Per questi motivi, è già impensabile l’incontro con una creatura gentile tra le bianche mura
delle case a ridosso della piazza, e ancor di meno davanti alla bottega di legno verde
verniciato, tutta consumata dalla brezza salata, dellu Scafù.
Verso mezzogiorno, ahimè, mi stavo picchiando con Tavio davanti ai tavolini di eucalipto
lisi dal sole. Lui si era comportato da stronzo, e si era fregato la figurina con la donna che
avevo trovato tra gli scogli, cullata sulle onde da chissà dove. Quindi io l’avevo assalito,
riuscendo ad atterrarlo a pugni sulle tonde pietre lisce della piazzetta. Poi dal nulla si è
materializzata davanti a me una figura curiosa. Non era più alta di me che di qualche dito,
ma nera come un tizzone morente e avvolta in una grossa giacca verde, troppo ampia e
troppo calda per passare inosservata. In una mano incredibilmente esile e slanciata
stringeva un ombrello, nell’altra un fiore di cardo. Improvvisamente si è voltata scoprendo
la testa, che era una coltre di capelli riccissimi (persino più di quei nidi che si ritrova
Gaspare) e ci ha guardati con un paio d’occhietti neri sottili sottili e profondi. Tavio si è
rigirato ed ha cominciato a stringermi forte la testa tra le gambe. Mi ha scottato una
vergogna incendiaria. Lei si è messa a ridere, ha detto: “Nɔn fatevi malɛ pik:oli watoto,
state bwɔni, bwɔni, nɔn fatevi malɛ daj”, era una musica, e brillava del riflesso delle gocce
che suonano le grotte del promontorio. Io mi sono liberato e sono scappato via tra i
carrugi, piangevo, mi sentivo umiliato, ma grazie a Dio lei cantava ancora alle mie spalle.

1luglio
Tutto il giorno ho atteso di avvistare una vela, ma oggi non si è pescato che una misera
palamita. Il morale di Costante è affondato con le esche della nuova linea, mentre la mia
immaginazione ha scalato le creste delle onde più alte assieme al Nan-Shan. Ho visto il
Tifone, poi per la noia ci ho scritto su una poesia.

Requiem

Quiete, una vedetta si sporge a ridosso
la rete gracchiando un requiem d’allarme.
Si può vedere il mondo arrivarci adesso,
no mere preghiere, si salvi chi può.
Nessuno.
Ho osservato un lupo pisciarsi addosso,
gettandosi giù nella caldaia che arde.
Non c’è speranza per noi nel mar smosso,
nessun uomo sul ponte scampò,
nessuno.
Tuoni violenti e lampi violetti,
rotolano, rombano, rimbombano i rumori
e la paura, sconosciuta a chi vive coi tetti,
la paura, alcalina. Non tornerà
nessuno.
Ormai la coperta è una danza di spettri,
una danza macabra, è macabro fuori.
È un Signore spietato con i suoi protetti
questo rauco uragano che non storna
nessuno.

4 luglio
Al porto dicevano: “Gli americani! Stanno arrivando gli americani in vela al libeccio!” quindi
ho corso a perdifiato sulla bassa scogliera, volando a pelo d’acqua con le pernici fino alla
cala. Mi sono seduto contro i massi levigati giocando con le consistenze della sabbia e la
sua freschezza docile, un po’ umida, che mi trapassava le narici tra l’odore dei sargassi e
quello della schiuma. Poi ho aspettato. Non avevo nulla con me, ma temevo che
spostandomi di lì avrei perso il primo avvistamento sull’acciaio degli scafi di Nantucket.
Quindi ho continuato ad aspettare. Il sole ha girato mentre attendevo, aspettavo e
procrastinavo sudando. Faceva molto caldo, ma ho tenuto duro. Dopo non so quanto tempo un pidocchio è saltato dalla mia testa e si è incastonato all’orizzonte, tra l’acqua e il
cielo. Poi è diventato più grande, non era un pidocchio, era… ERA UNA NAVE! Sono
schizzato in piedi e sono corso in acqua tutto vestito. Nella foga mi sono dimenticato che
le sigarette, le micce e la figurina erano in tasca, però era troppo tardi, stavo già
annaspando tra le onde. Al limite di dove si tocca ho cominciato a intonare un ritmo dei
marinai, la mia voce rieccheggiava tra le pareti della costa e, poco dopo, un’altra flebile
voce si è aggiunta al mio canto. Era una melodia lontana, esotica, oscura, e cresceva,
cresceva con la barca finché non mi è scoppiata nelle orecchie come un acino d’uva,
dolce, incredibilmente dolce e cristallina. Mi attirava a largo, su quella barca dorata dalle
vele purpuree, su quella galea dai remi d’argento, tra quella ciurma di sirene. E lei era
sdraiata sotto un manto scuro prestatole dalla notte in persona.
Veniva per me, si capiva dal suo sguardo, era lo stesso che mi aveva lanciato sulla piazza.
Poi lo starnazzare irato di mia madre mi ha distolto da quel miraggio, diceva che se non
ero a tavola entro due minuti mi avrebbe preso a bastonate. Quindi ho scollato la mia
schiena intorpidita dai sassi e mi sono incamminato, con la mia immensa malinconia,
verso casa.

Jules Lee Artom

Un moderno frate Cipolla: inganno e seduzione dei Social ai danni dell’homo digitalis

Tommaso Civerchia, in questa sua composizione in versi danteschi, riscrive il personaggio di Frate Cipolla del Decameron boccacciano ponendo sotto la lente di ingrandimento un tema cruciale del nostro tempo: la manipolazione della realtà nel mondo digitale e dei Social Media. Lo fa nell’ottica del corso di Letterature comparate, Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (prof.ssa Chiara Lombardi).

Tra i versi della presente riscrittura, il frate Cipolla del Decameron boccacciano assume la forma oltremodo stravagante del risultato degli oramai decenni di progresso digitale nel campo dei Social. E’ questo nuovo fra’ Cipolla, abilissimo affabulatore, il precipuo responsabile dell’eterno inganno perpetrato ai danni dei giovani – e non solo – utenti: quei certaldesi i cui tratti il Boccaccio non aveva descritto in termini propriamente positivi, divengono ora nient’altro che esseri amorfi e acritici che soprav-vivono” al solo scopo di inseguire il “Dio delle Apparenze” (si pensi ai montaliani “scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”). Il triste risultato di tale condotta delle masse è quel baratro dell’omologazione che Dante aveva prefigurato con grande acume nel III canto del suo Inferno. Da qui l’idea di tentare di scrivere in terzine dantesche.

*

Si dice di retorica un maestro
lui fosse, indubbiamente, e al nuovo sole,
destatosi con quel suo far sinistro,

lui studia come con le sue parole
poter viziare quei suoi gran concetti,
al fine di ottener quel che lui vuole.

E gli ingannati son que’ figlioletti,
però che ‘l duca lor si tien nascosto
e vuol così si faccian per lui oggetti.

Tal sciame in mare è così composto
che arduo è pur discernere quel segno
che degli uman convien che sia disposto

a far così d’ognuno gran disegno:
dell’uomo sta nell’estro maraviglia,
nei flutti perso è certo meno degno.

E molto a fra’ Cipolla egli assomiglia
al punto che qualcuno giurerebbe
che fosser di medesima famiglia.

Con nome “Rete” si dice che crebbe,
per i più edotti “Internet” si chiama;
per tutti, è indubbio, “Social” basterebbe.

Con gran potere di parola brama di
dare forma a viaggi immaginari da
rendere realtà ora cosa grama.

Del nostro Fra’ Cipolla i mezzi vari
non son di certo storie od orazioni
ma foto di paesaggi straordinari,

splendore di perfette abitazioni,
degni corpi plastici di Adone,
famiglie come nei più bei cartoni.

Lettore mio, ora prendi posizione:
non è che tutto ciò pe’ certaldesi
sia diventato nuova religione?

Non noti come loro vivan tesi
a questo, meglio, il prossimo modello
da seguire per questo e pochi mesi?

Non credi tu, lettor, che sia più bello
mangiare, bere, leggere, dormire,
piuttosto che piegare quel cervello,

che certo ci è toccato di nutrire,
a queste artificiali costruzioni
che fanno noi scordar come sentire?

Non credi, mio lettor, sian soluzioni,
che valgono poi poco – a ben vedere,
al general svilir delle passioni?

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Finché il Sistema non ci separi

Sara Mancadori, in questa sua riscrittura, trasforma la tragedia di Romeo e Giulietta in chiave orwelliana, ispirandosi al famoso romanzo 1984, nell’ottica del corso di Letterature comparate Shakespeare e il paesaggio culturale italiano  (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Questa riscrittura nasce dal desiderio di esplorare il dramma celeberrimo, Romeo e Giulietta di William Shakespeare, attraverso una lente distopica ispirata all’universo opprimente e controllato di 1984 di George Orwell.
In questo adattamento, l’amore non è solo contrastato da una faida familiare, ma è vietato dal Sistema, un regime che sorveglia e regola ogni emozione, pensiero e legame umano. Romeo e Giulietta non sono più solo due giovani innamorati, ma diventano due oppositori, colpevoli di aver provato un sentimento autentico in una società che ha reso l’amore un crimine.
Nella storia che segue ho cercato di mantenere i punti chiave della tragedia originale, trasformandoli per riflettere su temi attualissimi: libertà individuale, controllo delle emozioni, manipolazione della verità, identità e memoria.
Ho scelto di cimentarmi in questa riscrittura per mostrare come anche un classico di Shakespeare può essere inserito in un contesto diverso, come quello di 1984.
Inoltre, questa versione vuole mettere in discussione l’idea romantica che l’amore vinca sempre: forse non è così. Forse, in certi mondi, l’amore è l’errore più grande di tutti.”

*

PROLOGO

In un futuro non così lontano, nella città di Verona, il controllo è assoluto e la pace è mantenuta attraverso l’equilibrio forzato tra due grandi casate: i Montecchi e i Capuleti. Il conflitto tra le famiglie, un tempo sfrenato, è oggi contenuto e tollerato entro i limiti consentiti dal Sistema degli Scaligeri.

L’amore non è più un diritto, ma un’assegnazione. Le emozioni sono strettamente regolamentate. Tutto è visibile, misurato e tracciato.

In questo mondo di sorveglianza due giovani, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, infrangeranno la legge più antica e più pericolosa: ameranno senza permesso.

Il loro atto di ribellione, silenzioso e disperato, accenderà una scintilla che il Sistema non potrà tollerare.

Perché nello stato di Verona, l’amore è uno degli atti più sovversivi. E chi ama senza autorizzazione… è già condannato.

CAPITOLO I

È un giorno come un altro e in una via del centro storico della città accade un fatto. Due agenti delle fazioni rivali si fissano per troppo tempo. Uno solleva lentamente il colletto, l’altro risponde con un cenno minimo, un codice gestuale antico, vietato, ma ancora compreso. Basta quello per far scattare la rissa.

In meno di un minuto la guerriglia comincia, spranghe, coltelli, pugni… Nessuno urla. È una rissa silenziosa, come tutte le cose che devono esistere senza essere dette.

Sono le guardie del principe a fermare tutto. Scendono da veicoli blindati, con i volti coperti e i manganelli elettrificati. Nessuna mediazione. Solo ordini secchi, scariche e arresti. L’altoparlante del quartiere si accende con un suono acuto:

“ATTENZIONE. Le Fazioni Montecchi e Capuleti hanno violato il Protocollo di Pace. Un’ulteriore infrazione comporterà l’eliminazione sociale dei responsabili.”

Romeo Montecchi è tra i pochi a non aver alzato le mani e a non aver partecipato alla rissa. Non per paura, ma per stanchezza. Guarda i suoi compagni con occhi vuoti. L’odio per la fazione opposta gli sembra un’altra forma di obbedienza. Benvolio gli si avvicina.

“Hai visto cos’hanno fatto?”

Romeo scuote il capo.

“Non mi interessa. Loro combattono per diritto. Io non riesco nemmeno a sentire qualcosa.”

“È ancora per quella ragazza?”

Romeo non risponde. Ama una donna che non lo ricambia. Non per scelta, ma per un programma. È iscritta all’ordine delle Pure, votate alla castità funzionale. Un amore impossibile per legge. È tutto un sistema di desideri irraggiungibili e lui sta affondando.

Nel palazzo dei Capuleti, tutto è regolato. I corridoi bianchi, i passi misurati, le emozioni contenute. Il patriarca Capuleti riceve un visitatore: Paride, funzionario di alto rango, perfetto nei gesti e freddo nei pensieri.

“La vostra Giulietta è pronta?”

“Sta per compiere quattordici anni” risponde Capuleti. “Il Sistema la considera matura.”

Paride annuisce. L’unione tra lui e Giulietta non è solo matrimoniale. È un’alleanza di influenza tra fazione e potere. Deve sembrare una scelta libera, anche se non lo è.

Nel frattempo, Giulietta si prepara. La madre le parla con voce misurata. Le spiega che l’unione è giusta, utile, sicura. La balia, un tempo affettuosa, ripete ciò che le è stato ordinato: “Paride è degno. Paride è approvato.”

Giulietta ascolta. Ma qualcosa dentro di lei si agita. Un pensiero non registrato. Una sensazione non autorizzata. È questo il suo destino? Essere venduta in cambio di stabilità?

Una sera viene organizzata una festa in maschera al palazzo Capuleti. Gli ospiti, tutti mascherati, si muovono in silenzio sotto gli occhi delle telecamere. Giulietta, esposta come simbolo di purezza, attende Paride, funzionario scelto dal Sistema.

Romeo, infiltrato tra la folla sotto consiglio del suo fidato amico Mercuzio, la vede: diversa, vera, umana. Si avvicina, rompendo il protocollo. Nessun saluto programmato, solo uno sguardo che aggira i codici. Le loro mani di sfiorano. Nessun sistema li ferma. Giulietta sente nascere qualcosa, non previsto, non concesso.

Tebaldo li vede, ma viene zittito.

Non c’è spazio per l’amore. Eppure, sta accadendo. L’inizio di un errore nel codice.

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Lisabetta, o la Medea di Messina

Giorgio Lusso, in questa sua composizione, riscrive la novella boccacciana di Lisabetta da Messina mescolandola alla tragedia euripidea di Medea, nell’ottica del corso di Letterature comparate, Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (prof.ssa Chiara Lombardi).

Per creare questa riscrittura, sono partito da una semplice domanda, “e se Lisabetta si vendicasse?”. A questo punto, è chiaro che la prima opera che mi sia venuta in mente fosse il mito di Medea, quale esempio più tragico e incisivo di una vendetta di sangue. Sembra quasi un paragone molto azzardato, quello tra due personalità femminili così diverse, eppure, sviluppandone una nuova psicologia, viene a crearsi un soggetto sì riscritto, ma anche nuovo e sui generis, che riesce a unire le due anime di Lisabetta e Medea.

*

Non tutti i volti sereni sono rassicuranti. Dietro ad alcuni, si nasconde una forza oscura, vendicativa, distruttrice. Lisabetta, giovane fanciulla in età da marito, figlia di una famiglia che naviga negli affari, si ritrova ad affrontare i primi sentimenti amorosi. Laddove nulla può sembrar impedire la sua passione, questa viene a scontrarsi con le necessità e i timori dei fratelli maggiori, contrari a questa possibile unione e disposti al peggio per impedirla. Lei, succube della volontà maschile, non ha altra scelta se non la vendetta.

Personaggi

Lisabetta                                                        
Lorenzo, suo amante
Giasone, fratello maggiore di Lisabetta
Ruggero e Antonino, altri fratelli
Glauce, moglie di Giasone
Giacomino, figlio di Glauce e Giasone

Scena I

Entra Giasone con la sorella Lisabetta, furibonda con lui.

GIASONE: Non capisco perché stiamo ancora qui a discuterne. Gli atti sono pronti e già consegnati al notaio. La questione è praticamente chiusa e tu stai ancora qui a flagellare i tuoi fratelli e me con le tue sciocchezze.

LISABETTA: Non è affatto una sciocchezza, Giasone, voi vi siete impossessati di tutto il patrimonio di nostro padre, pace all’anima sua!

GIASONE: Come se a te non spettasse nulla di tutto questo.

LISABETTA: Non è quello che voglio dire, se mi ascoltassi una buona volta. È una questione di principio! Lo sai il padre come la pensava: lui ha creato i suoi mercati da sé, e voleva che anche voi ne foste in grado. State evitando il testamento, state sprezzando la sua memoria. Tutto ciò che ha creato doveva morire con lui, e voi ve ne state impossessando, probabilmente per mascherare la vostra incapacità sul campo. Mai una volta che vi foste interessati a fondare dei mercati, a badare alle spese, voi volete vivere con la comodità che già avevate, volete avere la pappa pronta! Cosa può interessare, a me che sono donna, di possedere del denaro, di avere del guadagno dalle vostre attività, se il mio unico scopo nella vita è essere mantenuta da un uomo, che prende qualunque decisione per me, come se io o qualunque altra donna non ne fossimo in grado. Prima il padre, poi il marito, ma in mancanza sia dell’uno che dell’altro, tocca ai fratelli, e se mancano anche i fratelli, pure Dio sa che mestiere fanno queste signore. Ma il padre era diverso. Lui voleva veramente il mio bene, mi considerava, pensava al mio futuro. Voi, da quando è passato a miglior vita, avete mai manifestato qualche interesse nei miei confronti? Come reagirete quando mi sposerò? Dio non voglia che voi desideriate che mi sposi con qualcuno solo per gli affari del padre, che, ripeto, voi ingiustamente state gestendo.

GIASONE: Tutto quello che dici non ha senso. Il testamento è un falso, così come ha detto il notaio. Padre non sapeva scrivere, come del resto noi. Nell’ipotesi più probabile ha dettato a qualcuno il testo o nella peggiore è stato scritto direttamente da un’altra mano. In ogni caso, il notaio è stato chiarissimo, se non è stato scritto di suo pugno a livello ufficiale non è valido, con la sola eccezione nel momento dell’Estrema Unzione, che non c’è stata.

LISABETTA: Chissà con che notaio avete discusso. In ogni caso, voi fate di testa vostra, tanto non mi ascoltate mai. Ma Dio sa quello che avete fatto, e giustizia ne sarà fatta. Adesso, se vuoi scusarmi…

GIASONE: Perdonami ancora una cosa – [a parte] se proprio devo essere scusato per parlare con mia sorella senza venir aggredito ogni volta – nel tuo discorso di prima, hai fatto un bell’appunto sul fatto che ti sposerai, eccetera. Tu dai per scontato che troverai marito, e io questo me lo auguro e lo auguro anche a te, ma parlandone così decisamente vorresti insinuare che mi devi dire qualcosa?

L: Non so a cosa ti riferisci.

G: Non sei innamorata di qualcuno?

L: Innamorata è una parola che non mi rappresenta.

G: Però c’è qualcuno?

L: Ripeto, cosa vi interessa?

G: Siamo pur i tuoi fratelli maggiori, i tuoi “padroni” come vuoi sottintendere tu con le tue parole, e se piangi ripensando al padre che ti coccolava, ti consolava e ti comprava la sopravveste, allora non dobbiamo essere da meno! Allora, chi è?

L: Lo conoscete.

G: Ottimo inizio.

L: Aspetta a cantare vittoria, non è chi pensi che sia.

G: Non ho ancora pensato a nulla, conosco tantissime persone.

L: Si chiama Lorenzo.

G: Lorenzo chi?

L: Della famiglia di pisani, quelli venuti qui per affari…

G: La famiglia di pisani, quelli che volevano portarceli via, gli affari! Uomini della peggior specie, come puoi pensare di sposare un uomo di quella razza! Sleali, che non conoscono la competizione, opportunisti.

LISABETTA: Ma senti chi parla! E poi, non saltare a conclusioni affrettate. Nessuno ha detto che sarà mio marito. Però, rispetto ad aver a che fare con voi, è come affogare nel miele!

GIASONE: Idiozie! Ti proibisco di vederlo. Preparati anche alla furia dei tuoi fratelli. Non infangheremo il nome di famiglia, perché la pargoletta non si sente amata dai suoi fratelli, sposandoti con un mercante sporco. Il tuo totale disinteresse agli affari di famiglia non può arrivare a danneggiarlo! Non osare presentarti a noi con lui, la questione è già chiusa sul nascere.

LISABETTA: Adesso vi sentite in dovere di “proteggermi”, di rispettarmi, di degnarmi di una qualche considerazione, solo perché i vostri affari sembrerebbero essere minacciati? Lorenzo non ha nulla a che vedere con voi, è totalmente disinteressato al lavoro dei genitori, potete dormire sonni tranquilli.

GIASONE: Lo vedremo.

Escono.

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