Archivi categoria: universal

Il muro

Giorgio Lusso, in questa sua riscrittura, elabora in forma di novella l’album The Wall dei Pink Floyd

Prologo – In carne e ossa?

[– metterci comodi?]

Mettiti comodo, mio caro spettatore. Quindi sì, ti interessa della mia vita? Beh, scoprirai he dietro questi occhi freddi, dopo tutto quello che hanno visto e provato, umano o inumano che fosse, c’è una persona in carne e ossa. Ti chiedo solo uno sforzo, di capire l’enorme metafora della vita, e allo stesso tempo della distruzione, che questa opera rappresenta. Abbandona ogni maschera, ogni costume, ogni vessillo e sforzati di metterti nei panni del protagonista, Pink, che, in un modo e nell’altro, rappresenta tutti noi, protagonisti e spettatori allo stesso tempo. Cosa ti aspettavi di vedere? Spero per te non una commedia. O perlomeno, vedrai la commedia umana, nel suo lato più tragico.

Capitolo 1 – Ghiaccio sottile

Pink, amore mio, come stai? Bene, per forza, è appena nato. Come solo un bambino, le sue uniche preoccupazioni sono attendere il giochino, la pappa, l’ora della nanna, il cambio di fasce. Non deve preoccuparsi della vita che lo attende, di quel ghiaccio sottile che separa la sua infanzia dall’oceano dell’esperienza, della vita reale, al di fuori della sua culla. Ma quel ghiaccio spaventa, soprattutto i tuoi genitori. Fuori si sentono le sirene, le bombe che cadono, le esplosioni. L’apprensione per una vita appena nata è enorme, è un segno negativo per il bilancio delle vittime, l’unico brandello di amore che due esseri umani possono condividere e donare in tempo di guerra. Fai attenzione quando corri, hai capito? Non devi inciampare. Fai attenzione alle persone che incontri, non ci si può fidare di nessuno. Pink, hai capito? Siamo i tuoi genitori, lo sai? Ci ami?

Mamma, dov’è andato papà? Papà è volato, sull’oceano fino in cielo. Ci ha portato un ricordo, una cartolina impressa nella memoria. Possiamo metterla nell’album di famiglia. Anzio, in Italia, una bella località marina, avrei sempre voluto andare in Italia con tuo padre. Fai attenzione, le barche non sono mai sicure, e l’acqua, proteggiti sempre. Anzi, evitala il più possibile. Ti amo, Pink. Che cosa ci ha lasciato papà, che cosa ti ha lasciato papà? Hai già perso qualcuno, Pink, e sei solo così piccolo. Ti ha lasciato solo un altro mattone per il muro.

Quando si cresce, è normale incontrare svariate persone. Alcune, che con l’avanzare dell’età diventeranno sempre meno, sono simili a te, ti piace starci vicino, ti fanno sentire bene e soddisfatto. Altre, che sempre col tempo imparerai a schivare, faranno di tutto per renderti la vita impossibile. I primi anni di vita, però, queste persone non si possono schivare. Ci sono certi insegnanti che basano la propria carriera precettoria sull’umiliarti, sul ricercare chirurgicamente tutte le tue debolezze, che con tanta fatica stavi nascondendo ai loro occhi. Pronti a esporle a tutti, non tanto per farti deridere dai tuoi compagni, quanto perché siano loro stessi a poterlo fare. Tanto lo sappiamo tutti che quelli sono gli stessi che in casa vengono repressi dalle mogli, vengono tenuti e strizzati per bene per i genitali, dovranno pur sfogarsi in qualche modo. Col senno di poi, capirai che quelli erano i più bei giorni della tua vita.

Noi diciamo che non ci serve un’educazione, non in questo modo! Non ci serve qualcuno che ci dice come pensare, come ragionare, come parlare, come muoverci. Non c’è bisogno di battutacce nei nostri confronti, il sarcasmo non aiuta a crescere. E questo non è sarcasmo, è pura crudeltà. Insegnanti, lasciateci in pace! Insegnanti di cosa, poi? Insegnanti, lasciateci in pace! È sbagliato! Fallo di nuovo! D’altronde, è solo un altro mattone nel muro.

Mamma, mamma mi senti? Ascolta qui. Pensi che piacerà al pubblico? Starà già piacendo quello che sto facendo? Mamma, le bombe non cadranno più, vero? Papà sta bene? Posso fidarmi del governo? Amore mio, non devi preoccuparti di nulla. Ci sarò sempre per te. Farò avverare tutti i tuoi sogni. Ti starò sempre a fianco. Incubi, dici? Non esistono gli incubi, amore della mamma, sono tue inutili preoccupazioni. Non aver paura, ne ho già io fin troppe per te. È tutto bellissimo, amore, ma ti stai curando di te? Pensi sempre a quello che ti dico? Non farmi stare in pensiero, non farmi essere apprensiva. E, quella ragazza che frequenti, prima ancora di chiedermelo, non è quella giusta. Non mi piace, è troppo sbarazzina. Preferirei che non uscissi con persone così, hai capito? Oh, ma io lo dico per te, Pink, lo sai che ti amo, vero? Ma a me lei piace, mamma. E poi io ci credo davvero agli incubi, mamma. Io urlo la notte, non mi senti? Penso a papà, all’immagine che mi rimane. Mi stai aiutando a costruire il muro, ma doveva essere così alto, mamma?

Continua la lettura di Il muro →

M, Il figlio del secolo

Una recensione di Giorgio Lusso

Se c’è un’opera, un po’ spessa, lo ammetto, ma che a oggi vale veramente la pena di conoscere per farsi un quadro generale, eppure abbastanza completo, delle trasformazioni sociali e politiche che hanno investito l’Italia del primo dopoguerra, questa è quasi sicuramente l’opera di Scurati. Quale modo migliore di vedere l’Italia se non con gli occhi del fautore della distruzione della democrazia che c’era nella Nazione, e con gli sguardi delle principali figure che gli erano intorno? La “sporca dozzina”, i fascisti della prima ora, Dùmini, Volpi, Rossi, Arpinati, Farinaci, Balbo, ma anche Margherita Sarfatti, Giolitti, d’Annunzio, Facta, e Matteotti. Il ritratto di Mussolini, “l’Uomo del Secolo”.

Mussolini era poco alto, con la fronte spaziosa e una precoce calvizie, sicuramente non l’ideale estetico di superuomo d’annunziano, che avrebbe dovuto riunire la nazione sotto la propria egida. Lo stesso d’Annunzio, tralasciando il lato estetico, non vedeva affatto di buon occhio Mussolini, lo considerava un debole, uno sprovveduto, un codardo. Col senno di poi, questo è quello che emerge principalmente della figura di Mussolini. Senza scrupoli, estremamente incoerente con sé stesso e con gli altri, con il principale obiettivo di diventare il capo della nazione, il Duce, appunto, soppiantando la figura dello stesso Re, Duce supremo.

Con la fondazione dei Fasci di combattimento il 23 marzo 1919, l’obiettivo era riunire in una milizia armata tutta la “feccia” delle trincee, gli arditi, persone che una volta finito il clima di violenza della guerra, non riuscivano a rimettersi in società, perché con le armi avevano trovato un vero scopo. Persone violentissime, che non si facevano problema alcuno nel perseguitare una determinata categoria di lavoratori, persone comuni, arrivando dunque alla tortura fisica, psicologica e infine all’omicidio. Persone che avevano bisogno di un capo, Mussolini. Mussolini era ben consapevole della distanza tra sé e il manipolo che stava riunendo. Si è sempre elevato moralmente rispetto a loro, conosceva la loro fame di violenza. Sapeva anche molto bene che loro non agivano per un ideale, ma agivano per una soddisfazione personale di violenza (va da sé che se non erano in strada a bastonare la gente, erano in osteria a ubriacarsi), al contrario di Mussolini. Fervente socialista, la violenta macchina che stava andando a creare era parte di un più grande atto di vendetta nei confronti degli ex compagni. Infatti, riuniti i Fasci, venne diffuso il manifesto programmatico, che, sorprendentemente, era assolutamente inquadrabile proprio nel socialismo rivoluzionario, lo stesso che Mussolini era arrivato a detestare a tal punto. Terre per i contadini, riduzioni salariali, stravolgimento rivoluzionario “dal basso” dello Stato, questi erano i principi più evidenti della nuova formazione, ma allora perché perseguire la violenza? Prima di tutto per il principio rivoluzionario, ma non solo, ovviamente. L’odio verso il Partito socialista viene anche nei confronti del loro immobilismo. I vertici socialisti aspettavano la rivoluzione. Data la condizione economica, politica e sociale disastrosa del primo dopoguerra, condizione che giovava allo stesso Partito, la rivoluzione sarebbe diventata un atto spontaneo, che sarebbe sicuramente arrivato, ma non si sapeva né dove né quando, era noto solo il perché. E i Fasci di combattimento, all’inizio, sembravano il braccio armato della rivoluzione, contro l’immobilismo socialista e per il vero riassetto (totalitario, naturalmente) dello Stato.

Le cose iniziano a mutare davvero quando Mussolini vede concretamente la possibilità di diventare capo del governo. I Fasci iniziarono a darsi un assetto più capillare, nominando i Ras, i capi locali, e iniziarono a colpire non più unicamente le Case del popolo, le sedi del PSI, ma anche gli operai stessi che occupavano le fabbriche o i contadini che si rifiutavano di lavorare per il mezzadro. Da queste mosse, ne è derivato un flusso pressoché costante di finanziamenti da parte di grandi capitalisti, capi industriali, proprietari terrieri, proprio per finanziare la violenza fascista, contro gli scioperi operai e la fermezza contadina, che poteva gravare sul guadagno proprio di questi grandi. Il tutto, aggravato ormai da una congenita paura borghese della rivoluzione socialista, lo spettro di un ribaltamento radicale degli assetti statali e dei privilegi che la borghesia lavoratrice si è guadagnata, con le dovute contraddizioni.

Rivoluzione, che negli anni del Biennio rosso sembrava effettivamente a un passo. La FIAT, il più grande stabilimento produttivo della Penisola, era occupata per più giorni a settimana, così come gli altri grandi stabilimenti del triangolo industriale. Tocca aprire una parentesi, che le sommosse operaie e contadine, così come la risposta squadrista, sono stati un fenomeno relegati soprattutto al centro-nord Italia, il meridione ha subito passivamente anche il futuro avvento della dittatura. Insomma, bastava che i vertici di partito annunciassero semplicemente l’avvenuta rivoluzione, che le industrie, le manifatture, gli stabilimenti agricoli più grandi d’Italia erano già occupati, i lavoratori pronti all’immobilismo e i contadini già in armi. Ma, anche oggi, la rivoluzione avverrà domani.

 Ed è qui che si presentò la più grande “rivoluzione” interna a Mussolini: la rivoluzione doveva farsi di destra. Qui si denota la debolezza del Duce di fronte al potere. Anni di battaglie socialiste, per i lavoratori, i contadini, contro lo strapotere, la Confindustria, i liberali, lo Stato, la Monarchia, il cristianesimo. Ideali tutti appartenuti a uno dei più influenti giornalisti dell’epoca (dopo la cacciata da direttore de l’”Avanti!”, Mussolini fonderà il suo personale giornale-megafono, “Il Popolo d’Italia”), andati in fumo in pochi mesi, per la fama di denaro e di potere, per la debolezza e l’opportunismo verso coloro che sono sempre stati dello schieramento parlamentare opposto al suo. Apparentemente, era diventato la bestia, figlia del capitalismo, che lui stesso ha sempre cercato di domare. Il denaro apparentemente fa miracoli.

La “Marcia su Roma”, a questo punto, era solo una formalità. La popolarità di Mussolini cresceva, ormai chiunque non fosse socialista, più o meno direttamente era diventato fascista. Dopo che Giolitti, nelle elezioni del maggio 1921, decise di ammettere i fascisti nel Blocco Nazionale, schieramento guidato dai liberali di prim’ora, con l’obiettivo di contenere la popolarità del movimento, che nel novembre dello stesso anno si farà Partito Nazionale Fascista, avvenne il madornale errore di legittimare e istituzionalizzare la violenza squadrista, perché i toni mutarono solo apparentemente. I fascisti erano al governo, con i popolari e i liberali. I socialisti, però, mantennero il nome di primo partito della Camera, perché di fatto la loro popolarità non era più mutevole. La Marcia, nell’ottobre 1922, avvenne con l’obiettivo finale di avere Mussolini come capo del governo insieme a cinque ministeri (i più importanti, interni, esteri, finanze, grazia e giustizia, colonie). La riunione dei diversi squadroni di milizie armate fasciste, in vari luoghi intorno alla capitale, aveva il compito di entrare in Roma e pretendere il potere, come una sorta di colpo di stato. Con la fondamentale differenza che Mussolini prevedeva già il disastro. Le milizie fasciste erano neanche lontanamente paragonabili alle truppe del Regio esercito, a presidio della capitale. Ordine di Mussolini, non doveva assolutamente avvenire lo scontro con l’esercito, sarebbe stato un massacro. Ma Mussolini, pronto a fuggire sulla frontiera svizzera, prevedendo l’arresto, venne convocato dal Re e incaricato della formazione del governo, il più lungo della storia d’Italia, ventun anni, lui, figlio di fabbro, l’uomo più giovane a ricoprire questo incarico nella storia d’Italia, fregiato del titolo di “Eccellenza”. Il perché di questa decisione è un mistero irrisolto. Prima o poi Mussolini avrebbe acquisito il potere, data la sua crescente popolarità, ma il Re aveva l’ultima parola sull’autorizzare lo stato d’assedio per Roma, e quindi garantire alle truppe regie di reagire alla marciata fascista. Infine, non lo autorizzò. Timore della guerra civile, timore dello scontro dinastico con il Duca d’Aosta, ci sono diverse opinioni, ma solo il Re stesso sapeva il perché.

Fino a giungere a una delle pagine più drammatiche della nostra storia recente, il delitto Matteotti. Giacomo Matteotti era un parlamentare socialista del Partito Unitario, quindi un po’ più cauto riguardo le istanze rivoluzionare, segretario dello stesso partito, antifascista prima ancora che il termine fosse coniato. Per tutto il suo incarico parlamentare, dopo le elezioni del 1924 con più di due terzi della Camera ai fascisti, fu in prima linea nello smascherare tutte le contraddizioni fasciste. Il sentore delle elezioni truccate, agevolate dalla stessa legge elettorale, la legge Acerbo, che garantiva i due terzi del Parlamento alla lista che ottenesse la maggioranza relativa dei voti, nonché il perseguimento della violenza squadrista nonostante la presa di potere. Matteotti iniziò a diventare veramente scomodo per il fascismo quando mise le mani su un fascicolo segreto, che riguardava degli accordi tra il governo e una multinazionale americana, la Sinclair Oil, per la gestione dei pozzi petroliferi del Paese. L’ombra dello scandalo di corruzione avrebbe potuto vanificare la rivoluzione fascista sotto lo scontento dello stesso popolo che ha aiutato Mussolini a salire a Palazzo Chigi. Ed è qui che la violenza raggiunge il suo apice. Amerigo Dumini, uno dei volti più violenti dello squadrismo, su pressione di Cesare “Cesarino” Rossi, braccio destro di Mussolini e suo consigliere politico, forma una banda che il 10 giugno 1924 rapisce il deputato socialista e ne provocherà la morte per accoltellamento. Sfregeranno il cadavere, e lo seppelliranno poco fuori Roma.

Mussolini finge sdegno. Incentiva le ricerche di Matteotti, che la stampa dà ancora per rapito, non si ipotizza subito la morte o l’uccisione. Il cadavere verrà trovato in agosto, dopo due mesi di ricerche. il Duce ha già fatto arrestare i suoi stessi cadetti fascisti che si sono macchiati del delitto e ha allontanato Rossi dalla sua posizione, per ripulirsi la coscienza. Ma ormai le voci dietro alla diretta responsabilità del capo del governo per questo omicidio sono veramente forti. Le opposizioni si separano dalla Camera per ritirarsi presso il colle dell’Aventino, come la plebe romana fece contro il patriziato, aiutando inesorabilmente la caduta della democrazia in Italia.

Mussolini il 3 gennaio 1925 va in parlamento, e pronuncia uno dei suoi discorsi più raccapriccianti e spaventosi. Qui, il Duce si prende la responsabilità politica, morale e storica di tutto quello che è accaduto da quando il fascismo è al governo, quindi, indirettamente, anche del delitto, e sfida i parlamentari ad alzarsi e accusarlo direttamente riguardo Matteotti. Nessuno si alza.

Il fascismo è un errore della Storia. Nasce dalle ceneri di un popolo che di ceneri ne avrebbe dovute avere solo da piangere, non da vendicare. Nasce dagli esclusi, da coloro che dopo la guerra non avevano più uno scopo nella vita. Nasce dall’insoddisfazione popolare, non tanto dalla “vittoria mutilata”, quanto dalla fame, dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla paura della rivoluzione socialista. Tutto questo è agghiacciante, proprio perché di straordinaria attualità. Un’opposizione incapace di rispondere con tono a un potere dispotico che strumentalizza le norme democratiche per demolire le stesse pian piano. Mussolini stesso lo diceva: “O si è col fascismo o si è antifascisti, non esiste via di mezzo”, o si è amici dello Stato o si è nemici. Parafrasando lo storico Alessandro Barbero, mai nella Storia ci fu un periodo in cui era più chiaro chi fossero i buoni e chi i cattivi. Sono libri come questo che devono aiutarci a sciogliere questo enigma. I fascisti erano e sono i cattivi, non bisogna avere alcuna paura di affermarlo. Sostenere qualunque formazione che si rifà ai “valori” fascisti per pura convenienza personale ed egoismo, significa vanificare il sacrificio di decine di migliaia di partigiani che sono morti per permettere a me di scrivere questo brano e a voi di leggerlo, perché il fascismo sarà anche morto, ma politicamente. Ideologicamente, è indistruttibile, come tutte le altre idee.

Macbeth arriva al Regio di Torino

Una recensione di Valentina Cabutto

Macbeth di Verdi con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Chiara Muti al Regio di Torino, febbraio 2026

Immaginate di essere un generale in guerra. Immaginate che ritornando da una battaglia, delle streghe vi predicano che diventerete Re, e che dopo di voi lo diventeranno i figli di un generale vostro amico. Immaginate che vostra moglie vi spinga ad uccidere l’attuale Re in carica, per prendere il potere il prima possibile. Immaginate che i sensi di colpa vi catturino in una spirale infernale, da cui non riuscirete più ad uscire.

Se siete riusciti ad immaginarlo, allora benvenuti nella mente di Macbeth.

Opera di Shakespeare, messa in musica da Verdi, e diretta da Riccardo Muti: quella andata in scena a febbraio 2026 al Teatro Regio di Torino è una triade che delude solo perché, dopo il IV atto, finisce.

In un’atmosfera tetra e cupa, perfettamente resa dalle scenografie utilizzate, si snoda la storia di Macbeth e di Lady Macbeth, tanto ambiziosi quanto incapaci di reggere il peso delle loro azioni. I due uccidono il Re Duncano al fine di diventare i nuovi sovrani il prima possibile, come predetto dalle streghe a Macbeth. Queste avevano però anche predetto l’ascesa al trono dei figli di Bancuo, altro generale scozzese. Iniziano quindi una serie di piani e di delitti per cercare di mantenere il potere ottenuto con il sangue. Tuttavia, per quanto le loro azioni li rendano vicino (almeno all’inizio della storia), alla ricchezza e alla grandezza, man mano  li allontano dalla serenità e dalla sanità mentale, portando Macbeth a vedere dovunque il fantasma di Duncan, e la moglie Lady Macbeth a girare sonnambula per il castello, ripercorrendo nel sonno le atrocità commesse.

La sete di potere che aleggia nell’aria fin dall’apertura del sipario si fa man mano più concreta, e con essa l’impossibilità per i due coniugi di tornare indietro, di redimersi, di pentirsi, e di vivere una vita dignitosa e corretta. Con il susseguirsi degli atti si percepisce la tragicità della vicenda, che porta devastazione e dolore non solo ai sovrani, ma anche a popolo stesso, che vive nell’ombra e nel terrore percependo un’oscura e misteriosa aura intorno alla corte che li governa.

Musicalmente parlando, l’opera di Verdi conferisce la stessa potenza ed importanza sia a pezzi solisti (come i vari interventi di Lady Macbeth sola in scena, immersa nei suoi pensieri), sia a pezzi in cui tutti i personaggi sono sulla scena (come quello che chiude il I atto, dove tutti i personaggi disperati raccontano la morte del re Duncano). Formidabile è stata l’esecuzione di musicisti, cantanti, e ballerini in scena, e, anche se appare riduttivo, “splendida” è stata la direzione del Maestro Riccardo Muti.

Alla fine dell’opera, ho compreso due cose. La prima, è che il tuo passato, se oscuro, troverà sempre un modo per tormentare e regolare i conti in sospeso. La seconda, è che non si può scherzare con il destino, rappresentato in questo caso dalle predizioni delle streghe, né tantomeno cercare di ingannarlo, perché vince sempre lui.

Valentina Cabutto

Cfr. la recensione Verdi l’oscuro: il Macbeth dei Muti a Torino | Il Giornale della Musica

La Cenerentola al Regio

Una recensione di Valentina Cabutto

Un classico che non smette mai di essere tale:

Rossini al Regio di Torino, gennaio 2026

E voi, la conoscete la storia di Cenerentola? Se pensate di sì, in parte vi state sbagliando.

A gennaio il Teatro Regio si è riempito di strass e risate grazie a “La Cenerentola – ossia la bontà in trionfo” di Rossini. Un’opera, come tutte quelle di questo autore, realizzata per lanciare un messaggio importante senza renderlo retorico: l’ onestà ripaga sempre.

La protagonista, Angelica, detta Cenerentola, è una povera ragazza costretta ad accontentare e assecondare tutte le richieste delle sue maligne sorellastre e del suo perfido patrigno. Bistrattata e presa in giro da tutti, la giovane si ritrova spesso a pensare tra sé e sé alla triste vita che conduce, finché un giorno, un suo gesto di gentilezza le cambia la vita per sempre. La carità nei confronti di un pover uomo, in realtà un paggio del re travestito da senzatetto, la farà risaltare tra tante e la renderà la favorita tra le giovani che competono per avere la mano del principe. Dopo il famoso ballo a palazzo, a far sì che il futuro re in cerca di moglie possa riconoscere la donna misteriosa non sarà una scarpetta (come tutti noi ci aspetteremmo), ma un braccialetto che la stessa Cenerentola (coperta da un velo sul viso per non farsi riconoscere) gli dona prima di correre via.

Grazie all’inventiva del librettista, si assiste a una versione variata della storia che permette di apprezzare musicalmente l’opera. Per chi conoscesse altre opere di Rossini, è divertente assistere ad una rappresentazione de “La Cenerentola” cercando di capire dove è stata usato l’auto imprestato, la tecnica per cui il compositore riutilizza materiale per musiche precedentemente composte per altri lavori.

Il fascino di Cenerentola, insomma, rimane sempre lo stesso, e non sta nell’eccentricità delle sorellastre Clotilde e Tisbe, che passano ore e ore a vestirsi e incipriarsi, pronte poi a bisticciare per contendersi la mano del principe. La bellezza di questa storia risiede nella semplicità e nel silenzio della protagonista, Cenerentola, che non ha bisogno di abiti preziosi o braccialetti per mettersi in risalto, in quanto la sua bontà e la sua onestà brillano più di tutto questo.

Il suo carattere rimane invariato anche alla fine della storia, quando ormai sposata con l’uomo più ambito del regno, non condanna, ma bensì perdona sia le sue sorellastre che il suo patrigno, nonostante tutti gli ingiusti maltrattamenti da loro subiti nel corso degli anni. Questo perché, ancora una volta, Cenerentola non si nutre di rabbia o rancore, ma di amore e gentilezza, e le virtù di cui lei si fa portatrice sono quelle che, esattamente come dice il titolo stesso dell’opera, portano al trionfo.

Valentina Cabutto

Oltre la guerra, le persone: la memoria collettiva in“Storie Bumbare” (Italo Svevo, 2026) di Francesca Silvestre. Palestra di critica #5

di Elisa Riassetto

La letteratura ha spesso raccontato la Storia attraverso grandi eventi ed eroi; altri romanzi, invece, scelgono di osservare gli stessi avvenimenti dal punto di vista delle persone comuni e delle loro quotidianità. Il romanzo d’esordio di Francesca Silvestre, Storie Bumbare (Italo Svevo, 2026), appartiene a questa seconda categoria: lasciandosi guidare dal dialetto bumbaro, l’autrice si ispira ai racconti familiari per scrivere un romanzo sulla memoria collettiva di un paese lacerato dalla guerra, mostrando come i fatti che normalmente conosciamo solo attraverso i libri di storia abbiano rivoluzionato e distrutto le vite delle persone comuni.

Proprio il tema della memoria collettiva rappresenta uno degli aspetti più centrali del romanzo. Per questo ho chiesto all’autrice come sia nata la scelta di costruire un “protagonista collettivo”, rinunciando alla centralità di un unico personaggio, scelta narrativa che, soprattutto nelle prime pagine, richiede al lettore un maggiore sforzo di orientamento tra le diverse vicende. La risposta dell’autrice:

Ho provato più volte, senza successo, a dare una struttura a Storie Bumbare, cercando il filo conduttore nelle vicende ora di questo ora di quel personaggio. Poi, mi sono resa conto che la dichiarazione di armistizio dell’8 settembre 1943 a Dignano e, più in generale, in Istria aveva avuto l’effetto di una deflagrazione, che non consentiva di concentrarsi su di una unica vita. Nessuno abitante del paese n’era stato preservato: le ferite di ciascuno riecheggiavano nell’animo degli altri con una tale intensità che non potevano essere raccontate in modo marginale, come meri accidenti nella storia di un solo protagonista che di fatto non esisteva.

Uno dei rapporti più intensi del romanzo è quello tra Luze e Valdina, personaggi centrali all’interno della vicenda. Dal momento che la loro vicenda mi ha colpito molto durante la lettura del romanzo, ho domandato all’autrice quale significato attribuisse al personaggio di Valdina e alla scelta di farle seguire un destino diverso rispetto all’amica.

Anche questa volta, Francesca Silvestre riconduce la propria scelta narrativa ai racconti di famiglia, da cui prende forma l’intero romanzo:

In famiglia si raccontava di questa vicina di casa, Valdina, che nel 1947 aveva accompagnato a Pola mia madre, ancora bambina, perché potesse ricongiungersi con i genitori prima di salpare sul Toscana. Oltre a ciò, di Valdina non veniva detto nulla. Nella mia mente, però, tanta generosità e coraggio dovevano trovare le radici in un’amicizia profondissima, capace di superare la distanza geografica così come opposte scelte di vita e silenzi di decenni. Amavo l’idea di un’amicizia soltanto sopita, pronta a risvegliarsi non appena necessario, come accade quando Valdina, pur tra molti dubbi, accogliere e protegge la nipote di Luze.

La scelta di costruire un romanzo corale, in cui ogni personaggio porta con sé una storia e una ferita diversa, apre inevitabilmente una riflessione sull’equilibrio tra le molteplici vicende narrate e sui loro destini. Ho quindi chiesto all’autrice se ci fossero personaggi o percorsi narrativi che avesse scelto consapevolmente di lasciare aperti, oppure storie che avrebbe voluto approfondire maggiormente.

Non credo ci siano storie che hanno in qualche modo rubato spazio ad altre. Di certo ci sono storie che non ho voluto o sentito la necessità di chiudere, come quelle di Don Mario e Mate di cui non si può dire con certezza se siano morti o se siano riusciti a salvarsi. In parte questa decisione è dovuta al fatto che Storie Bumbare si basa su ricordi di famiglia resi frammentari dal dolore; in parte nasce la scelta dalla volontà di mostrare uno degli aspetti più dolorosi e oscuri dell’immediato dopoguerra istriano: dalla sera alla mattina le persone sparivano senza lasciare alcuna traccia che consentisse a quanti rimanevano d’indovinarne la sorte.

Le vicende dei singoli personaggi si inseriscono però all’interno di un quadro storico più ampio: quello della guerra e delle sue conseguenze sulla popolazione istriana. In Storie Bumbare, Francesca Silvestre sceglie di non soffermarsi tanto sul racconto degli eventi bellici in sé, quanto sulle tracce che questi hanno lasciato nella vita quotidiana delle persone comuni, costruendo così una narrazione fondata sulla memoria collettiva. A partire da questa scelta narrativa, ho chiesto all’autrice quali siano stati gli eventuali riferimenti letterari che l’hanno accompagnata e quale valore attribuisca alla narrativa della memoria rispetto a una rappresentazione più strettamente storica o bellica della guerra.

Non ci sono autori da cui ho preso consapevolmente ispirazione. Di certo ce ne sono alcuni che mi hanno influenzato molto. Oltre a Il sentiero dei nidi di ragno che ho amato moltissimo, mi vengono in mente La storia di Elsa Morante, Uomini e comandanti di Giulio Questi oppure, volgendo lo sguardo alla più recente letteratura straniera, Ho paura torero di Pedro Lemebel e Il ministero dei casi speciali di Nathan Englander. Tutte storie accumunate da una caratteristica essenziale: vi sono la guerra, l’oppressione e la violenza, spesso talmente crudeli da sfiorare l’indicibile, ma vi è sempre anche la vita che, a dispetto della devastazione che la circonda, rinasce coraggiosa, irriverente, scanzonata. Credo che sia questo il pregio della narrativa della memoria: ricordare gli effetti devastanti dei conflitti sulla vita delle persone comuni e nello stesso tempo mostrare la forza e il coraggio di queste persone, capaci di reinventarsi e di ricostruire un’esistenza là dove sono rimaste soltanto macerie, tanto fisiche quanto emotive.

Dopo aver affrontato il rapporto tra memoria e letteratura, resta un’ultima domanda inevitabile: perché continuare oggi a raccontare queste storie? La risposta riguarda forse proprio il ruolo della memoria, non soltanto come ricordo del passato, ma come strumento per leggere il presente. Ho chiesto quindi a Francesca Silvestre quale riflessione spera possa rimanere ai lettori più giovani dopo la lettura di Storie Bumbare in un contesto storico come quello attuale:

In un mondo ideale i giovani, tutti i giovani, dovrebbero conoscere la guerra come una realtà lontana e soprattutto del passato. Purtroppo, si tratta di un’utopia, a cui tuttavia la narrativa della memoria ci può avvicinare. In quest’ottica mi piacerebbe che Storie Bumbare mostrasse l’irrazionalità dei confini, rammentasse come la maggior parte dei conflitti nasce da divisioni territoriali arbitrarie, che calano dall’alto a rendere nemici popoli che prima vi convivano pacificamente, spesso separando famiglie e amici che hanno soltanto la sfortuna di trovarsi dietro barricate opposte.