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Il piacere inarrestabile di dire cose appena un po’ buffe. Intervista a Ermanno Cavazzoni a partire da Storia di un’amicizia (Quodlibet, 2026). Palestra di critica #3

di Francesco Scibetta

La rubrica:

“Palestra di critica” è una rubrica che vuole offrire la possibilità agli studenti e ai redattori del blog di confrontarsi con le metodologie della critica letteraria. Le possibilità della prassi critiche verranno poste non come interpretazioni o come risposte, ma come domande. Ogni domanda numerata corrisponde infatti a un metodo presentato nel manuale Letterature comparate (Carocci, 2020):

  1. Macromorfologia
  2. La dimensione culturale dei testi
  3. Il dialogo intertestuale
  4. La letteratura e le altre arti

A queste si potranno aggiungere domande a scelta del curatore dell’intervista, non numerate. Infine, verranno scelti testi e autori ipercontemporanei, per interfacciarsi con testi privi di bibliografia secondaria. Allo stesso tempo, attraverso questa scelta, sarà possibile promuovere la letteratura contemporanea di ricerca presso un pubblico che non sempre ne è del tutto avvertito.


Intervista

1) Lei spesso, anche in Storia di un’amicizia, ha rivendicato una letteratura che venga da uno “stato di grazia”, e che quindi sia istintiva, che venga dalla necessità di scrivere. Questo suo libro, nella sua materia narrativa e nella sua struttura, è di certo quello in cui si sente più forte la necessità di raccontare non solo per il gusto di raccontare ma anche perché si conservi qualcosa. Che cosa, di questa bella storia, vorrebbe che venisse ricordato dai lettori?

Beh, che venisse ricordato il libro. Uno scrive un libro per esistere anche dopo la propria morte. Questo qui è un libro doppio in un certo senso: perché parla di Celati e fa sopravvivere – cosa che magari succedesse nella realtà – almeno un po’ della sua anima, delle sue caratteristiche di essere umano, prima ancora che di scrittore. E poi ci sono di mezzo anch’io e anch’io spero che un pochino della mia anima in questo libro sopravviva. Per anima io intendo la mente, l’essere umano in quanto essere pensante, ecco. E anche questo giro di amici con cui abbiamo legato, con cui abbiamo fatto una rivista e altre cose, anche questo spero che un po’ sopravviva, cioè che lasci – mi viene da dire – una piccola lezione. Come se avessimo detto: ecco così si sta al mondo. E se venissero gli extraterrestri potrebbero farsi un po’ un’idea – se la terra fosse tutta cancellata – di che cos’era questa vita umana. In questo caso la vita di un giro di amici tra cui Celati brillava, era un po’ l’apice, la punta dell’iceberg.

2) È interessante il rapporto che in Storia di un’amicizia c’è tra il ritratto di una stagione letteraria – che è anche ovviamente una stagione di vita – e una scrittura che invece è una proposta contemporanea. Diceva, che sarebbe bello se rimanesse questo modo di raccontare e di vivere: ed è come se nella scrittura si tramandasse un certo modo di vivere la letteratura e la vita. Penso che questa sia una lezione che possa essere letta anche nella contemporaneità. A breve uscirà Il grande mantenuto di Alberto Ravasio, che è un po’ una declinazione contemporanea del vostro piacere di raccontare. Lei pensa che la vostra lezione di letteratura e di vita possa essere recuperata oggi, o veniva dall’ambiente culturale e sociale e dalle amicizie di quel periodo?

Ha fatto bene a citare Alberto Ravasio, che non ha fatto in tempo a conoscere Celati, e che scrive in un modo molto diverso da me, da Celati, da Ugo Cornia e dagli altri amici. Ognuno di noi scrive in maniera diversa, sia come argomenti che come modo di scrivere. Tutti hanno un elemento – forse è ciò che ci accomuna – di una leggerissima, impalpabile, comicità: il piacere inarrestabile di dire cose appena un po’ buffe. Però Ravasio che appunto non ha conosciuto Celati, ma che conosceva la collana di Quodlibet in cui tanti di noi hanno pubblicato, io lo ammiro molto e l’ho sentito molto vicino pur essendo diverso. Proprio questa è la differenza tra noi e i gruppi d’avanguardia che erano dei gruppi quasi militari, dove più o meno tutti facevano le stesse cose credo, almeno questa è l’idea che mi sono fatto io. Il nostro è come se fosse uno spargimento di semi che nascono poi in luoghi diversi, in città diverse, con retroterra culturali diversi per ogni persona e quindi generano dei frutti anche leggermente diversi. Più asprigni certe volte come è per esempio Ravasio che è al limite del satirico; altri invece hanno un modo di scrivere più liscio, più conciliante con il mondo, però c’è sempre questo piccolo sorriso che gira tra tutti; quindi, non è assolutamente un gruppo militaresco d’avanguardia che si è formato intorno a Celati, ma è un’area territoriale diversificata e però tutta imparentata, come se ci fossero elementi del DNA comuni.

3) Questa è un’altra cosa che spesso si incontra quando si parla del «Semplice» nella ricerca accademica: come se fosse un’avanguardia dopo le avanguardie. Lei invece ha sempre rivendicato più che altro una tradizione, un’aria di famiglia, che una volta lei ha chiamato «La linea della disobbedienza».

Si, noi ci siamo sempre divertiti. Nelle riunioni che facevamo a Modena, a San Carlo, per fare il Semplice, ci divertivamo. Erano pomeriggi bellissimi e c’era una fraternità in persone anche profondamente diverse, questo l’ho già detto ma lo ripeto. Ed è un aspetto che poi negli scritti si riflette, un modo non pesante di scrivere e raccontare: questa è la prima cosa.

Poi certo io sono convinto – l’ho detto varie volte quando mi è capitato – che nella letteratura italiana la cosa più bella sia la tradizione diciamo buffa. Non direi proprio comica, il comico è qualcosa di più intenso. Pensi a questi meravigliosi libri: il Decameron è tutta una serie di vicende buffe, con qualcuna malinconica certo, ma è un libro prima di tutto irridente. Tutte le mogli scopano, tutti i mariti sono cornuti o scopano anche loro, i preti pure. Tutto è un andare contro le regole che allora la società aveva, perché era una società cristiana. E poi se si continua pensi a tutto il poema cavalleresco che è una meraviglia. Ha prodotto alcuni libri, l’Orlando Furioso, l’Orlando Innamorato, il Morgante, che sono tutti buffi, perché trasformano la materia cavalleresca che era l’epica dell’Europa, in un gioco leggermente buffo. Solo in Italia è stato fatto. E poi si può continuare, adesso non voglio fare una lezione di storia della letteratura, ma anche prendendo – l’ho già detto varie volte – Manzoni, il suo maggiore piacere nel descrivere i personaggi è quello per Don Abbondio, che è un personaggio buffo, o comunque irregolare. È un prete che in fondo non crede e non vive da prete. Poi l’opera buffa. E anche nel Novecento le cose che secondo me sono le più riuscite, che amo di più, sono proprio quelle di chi un po’ irride alle regole del proprio tempo, e questo è un principio generale che in tutti questi scrittori, in questa aria di famiglia che lei cita, c’è ed è forse il cromosoma comune, ritorno a dire, nella diversità però più estrema.

Una delle sue tante mediazioni editoriali è stata un’edizione delle Satire di Ariosto per Il Saggiatore (2021). Era presente in quel volume un’introduzione in cui le ri-raccontava le Satire e la vita di Ariosto. Mi sembra che questa operazione sia in qualche modo simile a Storia di un’amicizia.

È molto vero. Effettivamente le Satire sono testi che Ariosto non ha pubblicato in vita, perché altrimenti il Cardinale o il Duca di Ferrara lo cazziavano, perché prende in giro tutto questo mondo di corse, che era quello che gli dava da campare. E allora, prima di tutto, le Satire, sono più difficili da leggere per un lettore medio rispetto all’Orlando furioso che – se uno si abitua al verso – si legge come andare in treno. Mentre le Satire sono più complesse, hanno rimandi a personaggi dell’epoca che, se non sa chi sono, uno si perde. E allora le ho volute anche ri-raccontare, proprio con quell’affetto che ho avuto anche per Celati in questo libro. Con tutto l’affetto che ho per Ariosto ho voluto raccontare i suoi casi di vita: i suoi viaggi a Roma, i pericoli di essere ucciso dal Papa, eccetera. Sono racconti bellissimi che sono sparsi nelle Satire e io ho voluto ri-raccontarli per la lingua di oggi. In questo è vero, ho fatto un’operazione simile un po’ tra i due autori, Celati e Ariosto.

4) Mi permetta una domanda un po’ sciocca ma sempre divertente che facciamo agli ospiti di questa rubrica, in quanto studenti di comparatistica. Se Storia di un’amicizia fosse un’opera di un’altra arte, che cosa sarebbe?

Il cinema è la grande, grandissima arte del Novecento e ancora lo è. Al cinema ci va la parrucchiera – tanto per dire uno stereotipo – e anche il coltissimo. Il cinema è proprio l’arte che è alla portata di tutti. C’è chi poi capisce una cosa e chi un’altra. Mentre la letteratura si è un po’ ristretta ai colti nel corso del Novecento. Ci sono anche poi i libri per i non colti, certo, il romanzo poliziesco, ad esempio, è quello che si è più diffuso. Io credo che sia un genere molto più popolare proprio perché è più facile da leggere, è più vicino.

Quindi magari se questo libro potesse essere trasposto in cinema, in film, e ci fosse poi un grande regista che lo fa, sarebbe una bella cosa. Non riesco a pensare che venga tradotto in una scultura, non saprei come potrebbe venire o, non lo so, in musica. Chissà, forse un compositore bravo potrebbe prendere ispirazione, però diventa una traduzione così distante. Il cinema invece è sempre un genere narrativo e quindi è più vicino, forse.

Di certo non una scultura ma a modo suo questo libro è un piccolo monumento.

Lo spero, Però vede che lei usa la parola monumento in forma metaforica, perché è il libro come se fosse un monumento. Ma diverso è dire “si trasforma in monumento”. Invece nel cinema non sarebbe una metafora, sarebbe proprio un ri-racconto.

Un frame di La voce della luna (1990) di Federico Fellini, tratto da Il poema dei lunatici di Cavazzoni

Useppe, cuore incosciente di chi soltanto nella storia ha vita

di Emanuele Grittani

Emanuele Grittani, in questa lettura, reinterpreta la parabola di Useppe ne La Storia di Elsa Morante come la narrazione di un martire pagano, rileggendo la morte del personaggio attraverso la retorica del Cristo di borgata di pasoliniana memoria.

Un volume di seicento pagine – La Storia di Elsa Morante ne conta seicentosessantuno – è di per sé una dichiarazione di approssimazione. Il narratore è consapevole, per forza di cose, di quanto sia probabile avvicinarsi all’errore. Un testo di tale mole potrebbe avere problemi nel tenere costante la qualità di scrittura (l’unico a esserci riuscito resta Dostoevkij, grazie alla furberia della polifonia, ne I fratelli Karamazov), nella gestione dei tempi, dei ritmi, nel susseguirsi dei temi. Diventa di fondamentale importanza analizzare le ambizioni dello scrittore o della scrittrice, per poter creare una ermeneutica coerente possibile (forse proprio l’incoerenza è il potenziale nemico principale). La Storia ad esempio – titolo quanto altisonante tanto esplicativo, visibile come una dichiarazione di intenti – ha in nuce l’idea di rendere personaggio-protagonista il soggetto citato nel titolo stesso. E basare il testo su un soggetto non-soggetto trasforma la lettura critica in una annosa decifrazione.

«L’insieme del romanzo si configura come un confronto tra la vita e la Storia»[1]; Pasolini divide La Storia in tre libri connessi tra loro e sostiene che «Nel “primo libro” questa [il confronto tra la vita e la Storia] è una trovata, diciamo “strutturale”, straordinaria. Perché? Perché la vita che si oppone alla Storia è una vita di morti, e quindi una vita non esaltata e strumentalizzata in quanto tale. C’è una reale incompatibilità tra essa e la Storia»[2]. Accodandosi alla sua opinione, non solo si può effettivamente considerare la Storia come personaggio (per larghi tratti protagonista) ma come grande antagonista del romanzo. Un antagonista in perenne duello con la sua fantasmatica nemesi: la vita. Questo sfumato contrasto dialettico pone il primo libro – ci poggiamo all’arbitraria divisione pasoliniana – in una nebulosa ma funzionale atmosfera in cui personaggi, pur assoggettati allo stato d’ansia collettivo per l’imminente esplosione della Seconda Guerra Mondiale, godono comunque di una certa libertà di spazio e di movimento. 

«Poi questo “effetto” della contrapposizione della vita alla Storia, di colpo si perde e scade. Tale degradazione del testo coincide con la nascita del piccolo Useppe: cioè col formarsi di una vita “esaltata e strumentalizzata in quanto tale”. Perché è con Useppe che comincia la lunga celebrazione morantiana della vitalità, dell’innocenza, della joie de vivre dei poveri di spirito. Useppe ne è il simbolo». Se in effetti la Storia agisce come antagonista, nel secondo libro la discrepanza tra “il cattivo” e “i buoni” aumenta notevolmente. L’ideale di comunità tra gli sfollati di Pietralata diventa un espediente per allentare la pressione della guerra e la crescita di Useppe, il suo guardare con incanto alle minuzie, sono strumenti di esaltazione dell’innocenza, unico rimedio contro le barbarie che la Storia sta per imporre.

In tale ottica, è Useppe la chiave di volta per districare l’enigma dietro il retaggio della Storia. A lui Morante consegna il definitivo lascito morale dell’opera. In sostanza, l’evoluzione delle sue iniziali ambizioni.

La purezza dell’arte non consiste nello scansare quei moti della natura che la legge sociale, per il suo torbido processo, censura come perversi o immondi; ma nel riaccoglierli spontaneamente alla dimensione reale, dove si conoscono naturali, e quindi innocenti. La qualità dell’arte è liberatoria. Qualsiasi momento dell’esperienza reale e transitoria, diventa, nell’attenzione poetica, un momento religioso. E in questo senso, si può parlare di ottimismo. Per quanto, lungo il corso della sua esistenza, possa accadere al poeta, come a ogni uomo, di essere ridotto dalla sventura alla nuda misura dell’orrore, fino alla certezza che questo orrore resterà ormai la legge della sua mente, non è detto che questa sarà l’ultima risposta del suo destino. Se la sua coscienza non sarà discesa nell’irrealtà, ma anzi l’orrore diventerà una risposta reale (poesia), nel punto in cui segnerà le sue parole sulla carta lui compierà un atto di ottimismo.[3]

In Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, pubblicato tredici anni dopo La Storia, Morante ratifica la sua aspirazione ed è possibile ipotizzare che, nel suo romanzo testamentario, questa missione d’ottimismo tramite la narrazione (per meglio dire, cronaca) del reale venga affidata proprio al piccolo Useppe. È un processo che Morante aveva già sperimentato nella sua raccolta poetica Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi[4], che incontrerà i favori dello stesso Pasolini.

La dinamica di altare e contraltare tra Storia (generalmente identificabile come momentum pessimistico) e vita (quindi reale, quindi ottimismo, di cui Useppe è il messaggero solennemente incaricato) dà anzitutto fondamento alla critica pasoliniana sul romanzo, ma permette anche di aprire curiose parantesi sull’uso, ma soprattutto sulla fine, che la Morante riserva al personaggio di Useppe.

«Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (la Storia) che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe. Tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello Useppe Ramundo»[5]. Così Useppe, figlio della Storia (per quale motivo, se non per la Storia, il soldato tedesco Gunther si sarebbe trovato sperso tra i vicoli di Roma?), muore da vittima della Storia stessa, ma molto singolare è la narrazione fragorosa della strage di Useppe, in antitesi con la narrazione di una vita misera. Seguendo questo filo logico, il bastarduccio – come si è specificato, depositario di questo messaggio ottimistico – subisce le sorti della Storia senza poter esercitare il proprio libero arbitrio. La Storia, che certamente non tocca (se non tangenzialmente) vette catechetiche, è un romanzo che tramite una chiusura rabdomante consente di cucire addosso a Useppe una missione di espiazione che sì, potrebbe contenere una colorazione catechetica. In una parabola paragonabile a quella di Gesù Cristo, inviato dal suo stesso Padre sulla Terra per espiare la colpa collettiva, che subisce dunque un disegno divino più grande di lui, allo stesso modo Useppe si configura come ultima vittima sacrificale della Storia. Il suo è l’ultimo apocalittico omicidio, il più sadico, che questo famigerato personaggio si concede.

Osservando ulteriori riverberi di questa visione, Morante sceglie Useppe come portavoce della propria testimonianza del reale e lo rende un Cristo di borgata di pasoliniana memoria che con la proprio morte redime (momentaneamente?) l’umanità dal peccato che l’umanità stessa si è impegnata a creare e perpetuare. Useppe è in effetti la controfigura del male storico; un bambino che nel male ci è nato eppure non è in grado di provarlo. Un bambino che solo male (lo si intende nella sua più ampia accezione comprendente povertà, fame, misera, tutti i figli illegittimi della guerra) ha visto e che non se n’è mai reso conto, perché orfano degli strumenti per avere un metro di paragone.

La morte di Ida segue di pochissimo quella di Useppe. È un lunedì di giugno del 1947 ed è così che «la povera storia di Iduzza Ramundo era finita»[6]; ecco che la narratrice utilizza, nella frase finale del romanzo, la -s minuscola per rivolgersi al proprio soggetto. Un abbassamento volontario, necessario dopo l’agire tentacolare della Storia e dopo il sacrificio di Useppe che si trasforma così in un martire pagano. Come decreta lo stesso explicit: «Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia» (Matricola n.7047 della Casa Penale di Turi).[7]

L’intento salvifico della morte di Useppe, nonché l’orizzontalità della sua figura, sono nuclei tematici ampiamente ricorrenti nella poetica – in generale, anche nel cinema e nella prosa – pasoliniana. L’intellettuale bolognese fa di questa ricerca del sacro – alle volte, abbassamento del Sacro – una missione vocativa, soprattutto all’altezza della sua produzione artistica degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, dal trasferimento a Roma e la scoperta della «stupenda e misera città»[8].

Conclamato caso di questa ricerca pasoliniana, certamente il più funzionale alla comparazione con la cronaca di Useppe, è la parabola dell’infelice Vittorio in Accattone[9]. Esattamente come il figlio di Ida, Accattone è un Cristo di borgata – più funzionale dire: un cristo di borgata –, nato all’Inferno e in cerca di una redenzione impossibile da raggiungere perché, anch’egli, privo di strumenti culturali, sociali ed economici per poter ricalibrare la propria esistenza. Tra le due morti si notano interessanti parallelismi, nonostante le opere che li contengano non possano essere considerate un indottrinamento cattolico, i personaggi seguono un fil rouge che li soggioga sotto la forza della Storia. Useppe è un borgataro proprio come lo è Accattone ed entrambi sembrano sancire la fine di ogni male accaparrandosene la colpa. Consacrando la loro fine personale con un nuovo inizio per la collettività.

Il segno della croce al contrario di Balilla dopo la morte di Accattone altro non è che una fievole richiesta, a un Dio qualsiasi, di poter riaprire gli occhi, per guardare anche tra gli ultimi. Ciò che distingue il messaggio pasoliniano da quello morantiano sembra essere la speranza di una possibilità di redenzione. Se nella borgata romana di Accattone persino un grido sommesso, sotto forma di segno della croce, non è ascoltato perché per quel sottoproletariato (quel sottomondo) non è prevista redenzione, la morte di Useppe ha invece una patina retorica – forse melensa – di tacita speranza. Così il percorso di Useppe, più che una ascesa, si configura come il viaggio di un eroe sconfitto, piegato dalla forza di un antagonista feroce, che di fronte l’innocenza di un bambino non s’è arrestato, ha colpito più duro. Che questo antagonista se ne sia pentito o meno, è forse la grande domanda che Morante consegna.

Bibliografia

Morante E., Pro o contro la bomba atomica e altri scritti [1965], Milano, Adelphi, 1987.

Morante E., Opere – Vol. II [1990], a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, Milano, Mondadori, 2012.

Morante E., La storia [1974], Torino, Einaudi, 2014.

Morante E., Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi [1968], Torino, Einaudi, 2020.

Pasolini P. P., Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957.

Pasolini P. P., Accattone, Cino del Duca, Italia, 1961.

Pasolini P. P., Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, Torino, Einaudi, 1979.


*Il titolo riprende il verso « […] Ma io, con il cuore cosciente / di chi soltanto nella storia ha vita, / potrò mai più con pura passione operare, / se so che la nostra storia è finita?» della poesia Me ne vado, ti lascio nella sera (Pasolini P. P., Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957).

[1]Pasolini P. P., Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, Torino, Einaudi, 1979, p. 354.

[2]Ibidem.

[3]Morante E., Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, contenuto in Opere – Vol. II [1990], a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, Milano, Mondadori, 2012, p. 1547.

[4]Morante E., Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi [1968], Torino, Einaudi, 2020.

[5]Morante E., La storia [1974], Torino, Einaudi, 2014, p. 647.

[6]Ivi, p. 649.

[7]Ivi, p. 657.

[8]«[…] Stupenda e misera / città che mi hai fatto fare / esperienza di quella vita / ignota: fino a farmi scoprire / ciò che, in ognuno, era il mondo» (Pasolini P. P, Il pianto della scavatrice in Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957).

[9]Pasolini P. P., Accattone, Cino del Duca, Italia, 1961.

«Distruggersi / perché è il solo modo di sopravvivere»

Negazione del mito e suo rinnovamento in due riscritture postmoderne dell’Amleto di Shakespeare

di Francesco Scibetta

Noi siamo immagini non bene realizzate.
Crediamo soltanto nei fenomeni soprannaturali,
cioè nel teatro, che è un’esistenza più vera
della vita quotidiana. Al presente crediamo tanto poco
da viverlo anni e anni in una continua impazienza

E. Flaiano, Lettera a un drammaturgo, in La compagnia delle Indie

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