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Useppe, cuore incosciente di chi soltanto nella storia ha vita

di Emanuele Grittani

Emanuele Grittani, in questa lettura, reinterpreta la parabola di Useppe ne La Storia di Elsa Morante come la narrazione di un martire pagano, rileggendo la morte del personaggio attraverso la retorica del Cristo di borgata di pasoliniana memoria.

Un volume di seicento pagine – La Storia di Elsa Morante ne conta seicentosessantuno – è di per sé una dichiarazione di approssimazione. Il narratore è consapevole, per forza di cose, di quanto sia probabile avvicinarsi all’errore. Un testo di tale mole potrebbe avere problemi nel tenere costante la qualità di scrittura (l’unico a esserci riuscito resta Dostoevkij, grazie alla furberia della polifonia, ne I fratelli Karamazov), nella gestione dei tempi, dei ritmi, nel susseguirsi dei temi. Diventa di fondamentale importanza analizzare le ambizioni dello scrittore o della scrittrice, per poter creare una ermeneutica coerente possibile (forse proprio l’incoerenza è il potenziale nemico principale). La Storia ad esempio – titolo quanto altisonante tanto esplicativo, visibile come una dichiarazione di intenti – ha in nuce l’idea di rendere personaggio-protagonista il soggetto citato nel titolo stesso. E basare il testo su un soggetto non-soggetto trasforma la lettura critica in una annosa decifrazione.

«L’insieme del romanzo si configura come un confronto tra la vita e la Storia»[1]; Pasolini divide La Storia in tre libri connessi tra loro e sostiene che «Nel “primo libro” questa [il confronto tra la vita e la Storia] è una trovata, diciamo “strutturale”, straordinaria. Perché? Perché la vita che si oppone alla Storia è una vita di morti, e quindi una vita non esaltata e strumentalizzata in quanto tale. C’è una reale incompatibilità tra essa e la Storia»[2]. Accodandosi alla sua opinione, non solo si può effettivamente considerare la Storia come personaggio (per larghi tratti protagonista) ma come grande antagonista del romanzo. Un antagonista in perenne duello con la sua fantasmatica nemesi: la vita. Questo sfumato contrasto dialettico pone il primo libro – ci poggiamo all’arbitraria divisione pasoliniana – in una nebulosa ma funzionale atmosfera in cui personaggi, pur assoggettati allo stato d’ansia collettivo per l’imminente esplosione della Seconda Guerra Mondiale, godono comunque di una certa libertà di spazio e di movimento. 

«Poi questo “effetto” della contrapposizione della vita alla Storia, di colpo si perde e scade. Tale degradazione del testo coincide con la nascita del piccolo Useppe: cioè col formarsi di una vita “esaltata e strumentalizzata in quanto tale”. Perché è con Useppe che comincia la lunga celebrazione morantiana della vitalità, dell’innocenza, della joie de vivre dei poveri di spirito. Useppe ne è il simbolo». Se in effetti la Storia agisce come antagonista, nel secondo libro la discrepanza tra “il cattivo” e “i buoni” aumenta notevolmente. L’ideale di comunità tra gli sfollati di Pietralata diventa un espediente per allentare la pressione della guerra e la crescita di Useppe, il suo guardare con incanto alle minuzie, sono strumenti di esaltazione dell’innocenza, unico rimedio contro le barbarie che la Storia sta per imporre.

In tale ottica, è Useppe la chiave di volta per districare l’enigma dietro il retaggio della Storia. A lui Morante consegna il definitivo lascito morale dell’opera. In sostanza, l’evoluzione delle sue iniziali ambizioni.

La purezza dell’arte non consiste nello scansare quei moti della natura che la legge sociale, per il suo torbido processo, censura come perversi o immondi; ma nel riaccoglierli spontaneamente alla dimensione reale, dove si conoscono naturali, e quindi innocenti. La qualità dell’arte è liberatoria. Qualsiasi momento dell’esperienza reale e transitoria, diventa, nell’attenzione poetica, un momento religioso. E in questo senso, si può parlare di ottimismo. Per quanto, lungo il corso della sua esistenza, possa accadere al poeta, come a ogni uomo, di essere ridotto dalla sventura alla nuda misura dell’orrore, fino alla certezza che questo orrore resterà ormai la legge della sua mente, non è detto che questa sarà l’ultima risposta del suo destino. Se la sua coscienza non sarà discesa nell’irrealtà, ma anzi l’orrore diventerà una risposta reale (poesia), nel punto in cui segnerà le sue parole sulla carta lui compierà un atto di ottimismo.[3]

In Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, pubblicato tredici anni dopo La Storia, Morante ratifica la sua aspirazione ed è possibile ipotizzare che, nel suo romanzo testamentario, questa missione d’ottimismo tramite la narrazione (per meglio dire, cronaca) del reale venga affidata proprio al piccolo Useppe. È un processo che Morante aveva già sperimentato nella sua raccolta poetica Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi[4], che incontrerà i favori dello stesso Pasolini.

La dinamica di altare e contraltare tra Storia (generalmente identificabile come momentum pessimistico) e vita (quindi reale, quindi ottimismo, di cui Useppe è il messaggero solennemente incaricato) dà anzitutto fondamento alla critica pasoliniana sul romanzo, ma permette anche di aprire curiose parantesi sull’uso, ma soprattutto sulla fine, che la Morante riserva al personaggio di Useppe.

«Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (la Storia) che essa percepì come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe. Tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello Useppe Ramundo»[5]. Così Useppe, figlio della Storia (per quale motivo, se non per la Storia, il soldato tedesco Gunther si sarebbe trovato sperso tra i vicoli di Roma?), muore da vittima della Storia stessa, ma molto singolare è la narrazione fragorosa della strage di Useppe, in antitesi con la narrazione di una vita misera. Seguendo questo filo logico, il bastarduccio – come si è specificato, depositario di questo messaggio ottimistico – subisce le sorti della Storia senza poter esercitare il proprio libero arbitrio. La Storia, che certamente non tocca (se non tangenzialmente) vette catechetiche, è un romanzo che tramite una chiusura rabdomante consente di cucire addosso a Useppe una missione di espiazione che sì, potrebbe contenere una colorazione catechetica. In una parabola paragonabile a quella di Gesù Cristo, inviato dal suo stesso Padre sulla Terra per espiare la colpa collettiva, che subisce dunque un disegno divino più grande di lui, allo stesso modo Useppe si configura come ultima vittima sacrificale della Storia. Il suo è l’ultimo apocalittico omicidio, il più sadico, che questo famigerato personaggio si concede.

Osservando ulteriori riverberi di questa visione, Morante sceglie Useppe come portavoce della propria testimonianza del reale e lo rende un Cristo di borgata di pasoliniana memoria che con la proprio morte redime (momentaneamente?) l’umanità dal peccato che l’umanità stessa si è impegnata a creare e perpetuare. Useppe è in effetti la controfigura del male storico; un bambino che nel male ci è nato eppure non è in grado di provarlo. Un bambino che solo male (lo si intende nella sua più ampia accezione comprendente povertà, fame, misera, tutti i figli illegittimi della guerra) ha visto e che non se n’è mai reso conto, perché orfano degli strumenti per avere un metro di paragone.

La morte di Ida segue di pochissimo quella di Useppe. È un lunedì di giugno del 1947 ed è così che «la povera storia di Iduzza Ramundo era finita»[6]; ecco che la narratrice utilizza, nella frase finale del romanzo, la -s minuscola per rivolgersi al proprio soggetto. Un abbassamento volontario, necessario dopo l’agire tentacolare della Storia e dopo il sacrificio di Useppe che si trasforma così in un martire pagano. Come decreta lo stesso explicit: «Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia» (Matricola n.7047 della Casa Penale di Turi).[7]

L’intento salvifico della morte di Useppe, nonché l’orizzontalità della sua figura, sono nuclei tematici ampiamente ricorrenti nella poetica – in generale, anche nel cinema e nella prosa – pasoliniana. L’intellettuale bolognese fa di questa ricerca del sacro – alle volte, abbassamento del Sacro – una missione vocativa, soprattutto all’altezza della sua produzione artistica degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, dal trasferimento a Roma e la scoperta della «stupenda e misera città»[8].

Conclamato caso di questa ricerca pasoliniana, certamente il più funzionale alla comparazione con la cronaca di Useppe, è la parabola dell’infelice Vittorio in Accattone[9]. Esattamente come il figlio di Ida, Accattone è un Cristo di borgata – più funzionale dire: un cristo di borgata –, nato all’Inferno e in cerca di una redenzione impossibile da raggiungere perché, anch’egli, privo di strumenti culturali, sociali ed economici per poter ricalibrare la propria esistenza. Tra le due morti si notano interessanti parallelismi, nonostante le opere che li contengano non possano essere considerate un indottrinamento cattolico, i personaggi seguono un fil rouge che li soggioga sotto la forza della Storia. Useppe è un borgataro proprio come lo è Accattone ed entrambi sembrano sancire la fine di ogni male accaparrandosene la colpa. Consacrando la loro fine personale con un nuovo inizio per la collettività.

Il segno della croce al contrario di Balilla dopo la morte di Accattone altro non è che una fievole richiesta, a un Dio qualsiasi, di poter riaprire gli occhi, per guardare anche tra gli ultimi. Ciò che distingue il messaggio pasoliniano da quello morantiano sembra essere la speranza di una possibilità di redenzione. Se nella borgata romana di Accattone persino un grido sommesso, sotto forma di segno della croce, non è ascoltato perché per quel sottoproletariato (quel sottomondo) non è prevista redenzione, la morte di Useppe ha invece una patina retorica – forse melensa – di tacita speranza. Così il percorso di Useppe, più che una ascesa, si configura come il viaggio di un eroe sconfitto, piegato dalla forza di un antagonista feroce, che di fronte l’innocenza di un bambino non s’è arrestato, ha colpito più duro. Che questo antagonista se ne sia pentito o meno, è forse la grande domanda che Morante consegna.

Bibliografia

Morante E., Pro o contro la bomba atomica e altri scritti [1965], Milano, Adelphi, 1987.

Morante E., Opere – Vol. II [1990], a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, Milano, Mondadori, 2012.

Morante E., La storia [1974], Torino, Einaudi, 2014.

Morante E., Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi [1968], Torino, Einaudi, 2020.

Pasolini P. P., Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957.

Pasolini P. P., Accattone, Cino del Duca, Italia, 1961.

Pasolini P. P., Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, Torino, Einaudi, 1979.


*Il titolo riprende il verso « […] Ma io, con il cuore cosciente / di chi soltanto nella storia ha vita, / potrò mai più con pura passione operare, / se so che la nostra storia è finita?» della poesia Me ne vado, ti lascio nella sera (Pasolini P. P., Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957).

[1]Pasolini P. P., Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi, Torino, Einaudi, 1979, p. 354.

[2]Ibidem.

[3]Morante E., Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, contenuto in Opere – Vol. II [1990], a cura di Carlo Cecchi e Cesare Garboli, Milano, Mondadori, 2012, p. 1547.

[4]Morante E., Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi [1968], Torino, Einaudi, 2020.

[5]Morante E., La storia [1974], Torino, Einaudi, 2014, p. 647.

[6]Ivi, p. 649.

[7]Ivi, p. 657.

[8]«[…] Stupenda e misera / città che mi hai fatto fare / esperienza di quella vita / ignota: fino a farmi scoprire / ciò che, in ognuno, era il mondo» (Pasolini P. P, Il pianto della scavatrice in Le ceneri di Gramsci, Milano, Garzanti, 1957).

[9]Pasolini P. P., Accattone, Cino del Duca, Italia, 1961.

Pasolini Pittore

Il breve articolo di Federico Masci segue sommariamente parte del percorso artistico pasoliniano, soffermandosi su alcuni tratti della sua produzione pittorica, nel tentativo di stabilire costanti con altre modalità d’espressione.

* * *

Potrei anche tornare alla stupenda fase
della pittura…..
Sento già i cinque o sei
miei colori amati profumare acuti
tra la ragia e la colla
dei telai appena pronti…..”

P. P. Pasolini, La ricerca di una casa, in Poesia in forma di rosa

P.P. Pasolini, Autoritratto col fiore in bocca (1947)

Tra le varie suggestioni che contribuiscono a definire la magmatica tensione produttiva di Pasolini, risalta, con ingenua e limpida evidenza, la pittura. Questa è intesa non solo come lucido interesse e saldo punto di confronto con una certa parte della storia dell’Arte italiana, ma anche, più in particolare, come una costante abitudine a prodursi “tecnicamente” nell’attività pittorica, parallelamente alle altre espressioni artistiche (poesia, cinema, narrativa).

Le prime acerbe esperienze si collocano durante l’infanzia (inizia a disegnare ancora prima di comporre versi), ma è solo all’università di Bologna che, tramite l’incontro fondamentale con Roberto Longhi, questa sotterranea “vocazione” assume un aspetto più definito.

Le lezioni e le ricerche dell’illustre critico d’arte, che allora spaziavano dai fatti di Masolino e Masaccio a Piero della Francesca, dalla pittura duecentesca e trecentesca al Caravaggio, furono quasi un’illuminazione per il giovane e timido studente friulano: “...Allora, in quell’inverno bolognese di guerra, egli è stato semplicemente la Rivelazione.1; egli esprime la sua gratitudine e precisa i termini di questa decisiva influenza in una sua recensione per il volume Da Cimabue a Morandi, curato da Contini, che antologizza gli scritti del vecchio professore.

Le sue “meravigliose capacità istrioniche”2, le sue “gioiellerie severe”3, consumate nelle anguste aule di via Zamboni, corrispondono in toto con un “lucido, umile ascetismo di osservatore del moto delle forme”4.

Ciò che Pasolini filtra dalla lezione Longhiana è proprio un tentativo di approccio, privo di utopie o terrorismi progressisti, ad una storia dell’Arte che in sé e per sé si realizza come struttura ed evoluzione delle forme che la reggono e la compongono, secondo una rigida logica interna.

Un’evoluzione da intendere in senso “puramente critico, vitale, concreto della parola”, 5in completa coincidenza con l’aspetto che la realtà assume nella visione dei pittori lungo i secoli, e nella quale verità critica e verità sempre si accompagnano.

Quasi contemporaneamente a questa riconosciuta filiazione, si avviano i primi consapevoli esperimenti pittorici pasoliniani, i quali presentano disegni a inchiostro, bozzetti di figure che ritraggono la vita quotidiana della gioventù con la netta e semplice evidenza, dal sapore pascoliano, di una realtà familiare, tenera, a tratti idillica.

“Ragazzo che legge”, 1942.

“Ragazza di San Vito”, 1943.

“Donna nel canneto”

A distanza di qualche anno, ecco altri tentativi che risentono dell’influenza dei paesaggi alla De Pisis, o a una verificata ammirazione per alcune opere di Bonnard.

“Autoritratto con la vecchia sciarpa” 1946

“Casarsa”

Forse meno visibile, ma comunque estremamente importante, l’effetto che la frequentazione della bottega longhiana e la conseguente formazione artistica hanno sul Pasolini narratore puro, cioè il cineasta.

In veste di regista, Pasolini abilmente recupera e utilizza questa sensibilità per strutturare formalmente le scene, a favore dunque di una scenografica visibilità, arricchendola di connessioni con la più importante cultura pittorica italiana. A partire dalla sua prima prova, Accattone, del 1961, Pasolini riconosce proprio l’influenza di Masaccio (“Mentre lo giravo il solo autore al quale ho pensato è stato Masaccio”6), che sembra tradursi in un’ansia di figurativa e austera sacralità tale da non poter che produrre scene virginali, vivide e epiche, nel senso di “epicità naturale,che si lega alle cose, ai fatti, ai personaggi7.

Il mondo pre-borghese di Accattone, quindi, immerso in una congèrie epica-mitica-fantastica, sconta i suoi debiti con una certa tradizione figurativa e vorrebbe, nelle intenzioni dell’autore, porsi in opposizione al contesto a tratti liricizzato e soggettivo, a tratti pseudo-naturalistico, del neorealismo, di cui comunque può essere considerato un ambiguo prodotto.

Come Accattone è tutto “sottoproletariato”, Mamma Roma, dedicata a Longhi,(1962) è quasi “piccolo borghese”. Se da una parte baraccopoli e rovine dominano lo spazio , dall’altra si stagliano all’orizzonte caseggiati, si sentono rumori di Tv e radio provenire da lontano. In quest’ultima fatica si segue l’itinerario che il vecchio sottoproletariato percorre, icasticamente rappresentato dal rapporto tra Bruna e il figlio Ettore ,quando inizia a trasformarsi in piccola borghesia, in una piccola borghesia meschina, fascista, conformista. Anche qui si staglia netta (in particolare nella scena finale del film, dove viene ripresa la morte del giovane Ettore) una precisa parentela artistica che però lo stesso Pasolini duramente corregge invece di suggerire, riferendosi agli erronei tentativi di individuazione da parte di alcuni critici:

Ma non hanno occhi questi critici? Non vedono che bianco e nero così essenziali e fortemente chiaroscurati della cella grigia dove Ettore [canottiera bianca e faccia scura] è disteso sul letto di contenzione, richiama pittori vissuti e operanti molti decenni prima del Mantegna? O che se mai si potrebbe parlare di un’assurda e squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio?… 8

Per quanto riguarda La Ricotta (1963), invece, una simile vocazione,viva in un senso felicemente costruttivo, arriva a opporsi al disordine cialtronesco e buffonesco che presiede l’organizzazione delle riprese per un fantomatico film sulla passione di Cristo. In mezzo al folleggiare delle comparse, alle ciniche considerazioni di un falso regista, impersonato da Orson Welles, che terminano nella recita di una poesia tra le più conosciute ed eloquenti di Pasolini (“Io sono una forza del passato…”) si stagliano, monumentalmente, scene dalla cristallina e diretta ascendenza artistica; che letteralmente ricalcano opere di Rosso Pontormo e di Rosso Fiorentino.

Immagine dal film “La Ricotta”- “Deposizione ”, Rosso Pontormo (1525-1528)

Immagine dal film “La Ricotta”- “Deposizione di Cristo” di Rosso Fiorentino ( 1521)

Il materiale che invece appare nella messa in scena del Vangelo secondo Matteo viene utilizzato con una diversa funzione, utile al raggiungimento di una distanza “critica”. Nel tentativo di non proporre solo una ricostruzione storica per via cinematografica, Pasolini, in un intervista dove gli si chiede di ripercorrere l’itinerario dei suoi riferimenti estetici ,afferma di aver ricercato la “massima sincerità”, e di averlo fatto evitando programmaticamente la sistemazione delle scene come quadri: “Uno di questi momenti di sincerità era evitare la ricostruzione di quadri, in tutto il Vangelo non c’è mai un quadro ricostruito.9 Tuttavia, poco dopo, confessa che nella creazione del film risulta comunque essere determinante il rapporto con una certa cultura pittorica, perché “ io studiavo a Bologna col professor Longhi, dovevo laurearmi con lui, quindi l’elemento pittorico per me è un elemento molto importante della mia cultura” 10 e ancora: “ non potevo dimenticarmi di conoscere e quindi amare, addirittura venerare, i pittori dell’Umanesimo, del Rinascimento o del Trecento italiano, non lo potevo dimenticare”.11

Se quindi, questo confronto da una parte apre ai pregiudizi e alle problematiche di un certo tipo di rappresentazione estetizzante, dall’altra è anche un punto di riferimento imprescindibile per raffinare e definire in maniera polemica un atmosfera non documentaria, tutta giocata sul “gusto”, sullo sfumato pastiche di stili che suggerisce un epoca, piuttosto che visibilmente (e falsamente) restaurarla. 

Più che continuare su questa linea, adesso, dopo aver parzialmente evidenziato la ricezione della dimensione artistica in una parte dell’opera pasoliniana, andrebbero evidenziati gli ultimi risultati, tra il ritratto e l’informale, in cui si realizza il lavoro pittorico. L’ultimo Pasolini, audacemente, non cessa di sintetizzare da un empito vitale un continuo tentativo di espressione, di tradizionalmente collaudata sperimentazione, sulle forme, per le forme, dalle forme. Questa sorta di eccitazione, causa e conseguenza del pericoloso cortocircuito comunicativo che sembra permeare i rivolgimenti amaramente confessionali in cui si esaurisce la sua più tarda produzione poetica, può trovare un incerto corrispettivo nelle tele che le sono coeve. Ecco infatti , da contrapporre alla pacata omogeneità delle prove giovanili, la scelta intrepida di materiali e tecniche, tutti elementi in un primo momento sfruttati, poi abbandonati e ripresi dopo almeno trent’anni ( dagli anni’40 agli anni’70).

Invece di utilizzare matite o chine, dipinge con la colla, caratterizza volti e immagini con dita macchiate direttamente dal colore, si ritrae e ritrae anche nuovi amici, amori e antichi maestri (Laura Betti, Ninetto Davoli, Roberto Longhi) ,punteggiando e schizzando in libertà, a volte sfruttando sacchi e cellophane:

Anche trent’anni fa mi creavo delle difficoltà materiali. Per la maggior parte i disegni di quel periodo li ho fatti col polpastrello sporcato di colore direttamente dal tubetto, sul cellophan; oppure disegnavo direttamente col tubetto, spremendolo. Quanto ai quadri veri e propri, li dipingevo su tela di sacco, lasciata il più possibile ruvida e piena di buchi, con della collaccia e del gesso passati malamente sopra. Eppure non si può dire che fossi (e eventualmente sia) un pittore materico. Mi interessa più la «composizione» — coi suoi contorni — che la materia. Ma riesco a fare le forme che voglio io, coi contorni che voglio io, solo se la materia è difficile, impossibile; e soprattutto se, in qualche modo, è «preziosa». 12

“Pali e reti del Safòn”,1970,tecnica mista su carta

“Ritratto di Roberto Longhi”,1975, pastello su carta

“Ninetto e Laura”, 1975

L’ingenuità ambiziosa con cui tenta di reinventare e ridefinire praticamente il linguaggio pittorico che dovrà usare risulta comunque coerente con la tensione sperimentale (e sotterraneamente distruttiva nei confronti di strumenti già acquisiti) della sua poetica:”Solo l’idea di fare qualcosa di tradizionale mi dà la nausea, mi fa stare letteralmente male”.13 La quale, in lungo e in largo, (come ha peculiarmente osservato Walter Siti nella curatela per i meridiani mondadori) attraversa e sorregge tutti gli sforzi Pasoliniani, rammentando, se vista “dall’alto”, una mostruosa progettualità: “Perché realizzare un opera quando è così bello sognarla soltanto?”.14

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NOTE

Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Garzanti, Milano, 2016, cit. p.331.

Ibidem, p.335.

Ibidem.

Ibidem.

Ibidem, p.334.

Pier Paolo Pasolini, Marxismo e Cristianesimo, in Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, 1999, cit. p. 809.

Ibidem.

8  Vie Nuove, n. 40, a. XVII, 4 ottobre 1962, ora in Pier Paolo Pasolini, Le belle bandiere, cit., p. 198.

Pier Paolo Pasolini, Pasolini su Pasolini in Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, 1999, cit. p. 1338.

10 Ibidem.

11 Ibidem.

12 Achille Bonito Oliva, Giuseppe Zigaina, Disegni e Pitture di Pier Paolo Pasolini, 1984, Balance Rief SA, Basilea .

13 Ibidem.

14 Citazione tratta dal film “Il Decameron”, 1971.

BIBLIOGRAFIA

Achille Bonito Oliva, Giuseppe Zigaina, Disegni e Pitture di Pier Paolo Pasolini, Balance Rief SA, Basilea, 1984.

Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Garzanti, Milano, 2016.

Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano, 1999.