Ricorderò sempre quei momenti felici

Lucrezia Cimino, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Partendo da fatti realmente accaduti ho deciso di trasportare l’opera di Shakespeare in un’altra epoca per sottolinearne l’attualità e la forza emotiva. 

*

A nonna Agata,
ai tuoi insegnamenti e alle tue letture.

Giravo per la biblioteca in cerca di un libro ma non riuscivo a trovarlo, eppure era lì, doveva esserci, semplicemente ancora non l’avevo trovato.
Mi addentravo tra i corridoi ombrosi, una volta illuminati dai grandi lampadari che pendevano dal soffitto dando luce ad un mosaico di pagine vive e allo stesso tempo silenziose.
Come era stata bella quella biblioteca negli anni passati, prima delle bombe, della cenere, della desolazione.
Mi muovevo lentamente tra uno scaffale ribaltato e un masso caduto dal soffitto in quel luogo ormai freddo, bianco, solo, abbandonato. Camminavo e mi venivano in mente i racconti di mia nonna “Sai Federico, passavo molto tempo in biblioteca da ragazza, mi ci portava mio padre quando lavorava qui. Mi piaceva sfogliare quei grandi libroni pieni di polvere, mi sentivo parte di una storia più grande di me, mi sentivo parte di quel mondo passato che tanto mi affascinava e allora mi sedevo per terra, incrociavo le gambe e leggevo per ore. Una volta all’anno, poi, rileggevo un libro che mi piaceva tanto, un dramma di Shakespeare, il Pericle, te ne ho parlato, ti ricordi?”.
Oh, nonna, se solo fossi qui, se solo quegli inglesi non ci avessero bombardati, se solo tu e nonno fosse stati a casa con noi, quella sera, se solo…

Ero nel mio letto quella notte, come tutte le notti, come tutti. Ero nel mio letto e leggevo uno dei libri che mi avevi portato nonna, leggevo Moby Dick, me lo avevi regalato per il mio decimo compleanno “Così impari bene l’inglese, Federico, abbiamo fatto molta pratica insieme e penso che tu questo possa riuscire a leggerlo da solo”. Leggevo e ad un tratto sentii l’allarme bomba risuonare forte per le vie della città. Guardai fuori dalla finestra: le finestre iniziarono ad illuminarsi a momenti alterni, mi ricordavano le luci del nostro albero di Natale. Mia madre mi chiamò con voce tremante. Mi infilai le pantofole e una vestaglia e corsi verso la camera dei miei genitori. Li trovai in corridoio, stavano parlando, mio padre teneva stretta la mano di mia mamma, ricordo che se la portò vicino al cuore e poi la baciò dolcemente, mi guardò, si avvicinò a me e mi disse: “Federico, prenditi cura della mamma, io vado a cercare i nonni”. La mamma mi prese per un braccio e mi trascinò giù per le scale correndo, facendosi strada tra tutte le altre anime private dal sonno che come zombie cercavano di correre più velocemente possibile per raggiungere un luogo sicuro.
Nelle strade dominava il caos: l’allarme continuava a suonare forte e pungente, la gente urlava, i bambini piangevano, le mamme correvano stringendo al petto neonati spaventati.
Correndo passammo davanti alla mia scuola, al parco, al ristorante dove la domenica andavamo sempre a festeggiare dopo la messa e tutti quei luoghi, quei luoghi conosciuti e noti ai miei occhi, mi sembravano in quel momento così diversi, così distanti, come se non li avessi mai visti. Eravamo quasi arrivati al punto di ritrovo quando, in lontananza, sentimmo il rumore degli aerei, ci fermammo, dirigendo lo sguardo verso il cielo scuro ed ecco che vedemmo arrivare gli aerei del RAF: sganciavano bombe su di noi, sulle nostre case, sulla nostra città. Ci buttammo per terra in un vicolo buio, mia madre mi coperse il viso con il suo corpo continuando a ripetermi che sarebbe andato tutto bene, di non preoccuparmi, che presto sarebbe tutto finito. Avevo paura e stringevo le mani sulle orecchie per allontanare almeno un po’ quel terribile rumore, ma i miei occhi non potevano fare a meno di vedere la nostra città ardere indifesa sotto quelle fiamme rosse.

Ricordo di essermi svegliato con la testa appoggiata al petto di mia madre. Avevo gli occhi stanchi e pesanti. Ricordo ancora il suo viso, i suoi occhi dolci pieni di lacrime che mi guardavano amorevolmente, incapaci di darmi spiegazioni. Mi guardai in giro e tutto quel rumore, quel calore, quel rosso, non c’erano più. Era tutto silenzioso, terribilmente silenzioso. Dai tetti salivano al cielo alte colonne di fumo, l’aria era grigia e pesante.
“Mamma, dov’è papa?” le chiesi, con un filo di voce. “Papà sta bene, non ti preoccupare tesoro mio, arriverà presto”.
Passarono dei giorni difficili, eravamo tutti sotto choc per quel che era successo, ci avevano colpiti dritti al cuore e queste ferite sono dure da curare.
Papà era distrutto, non ferito, questo no, ma distrutto dalla perdita che quelle bombe gli avevano causato. Me lo dissero solo dopo qualche giorno: “Vedi Federico, l’altra sera nonno e nonna non sono venuti con noi, erano lontani dal nostro punto di ritrovo e sono andati a rifugiarsi vicino alla biblioteca. Ecco Fede, la biblioteca ora non c’è più”. Mia madre scoppiò a piangere e a malapena riuscì a finire la frase. Ero un bambino sveglio, capii subito cosa volesse dire.

Così, ripensando a quella notte, giravo nella biblioteca, o per meglio dire, in quel che ne restava. Cercavo quel libro di cui tanto mi avevi parlato nonna, volevi tanto che lo leggessi ma io avevo sempre preferito altro e così ti promettevo che sì, che un giorno l’avrei letto, “tanto c’è tempo”, te lo dicevo sempre. Mi tormentavo di domande mentre con la mia torcia in mano rovistavo tra le macerie e cercavo di ricordare le tue parole.
“Sai Federico, la prima volta in cui ho letto il Pericle fu per il mio sedicesimo compleanno, me lo aveva regalato il mio papà. Ci eravamo appena trasferiti in Italia da Bristol perché mio padre aveva trovato un lavoro qui a Torino. Insieme al pacchetto c’era un bigliettino: Cara Agata, spero che questo libro possa emozionarti quanto ha emozionato me, che possa insegnarti ad apprezzare l’amore nelle sue più svariate forme, che possa insegnarti a non perdere mai la speranza perché un giorno, chissà, potresti sempre ritrovare quello che da tempo temevi di aver perduto. Con affetto, il tuo papà. Ho sempre amato questo libro, il momento dell’incontro tra Pericle e Marina è uno dei miei preferiti di sempre, mi ricorda un po’ la storia di me e di mio padre, tornato a casa dopo molti anni, avendomi lasciata molto piccola sola con mia madre. Ecco vedi, mi porto sempre questo foglietto dietro con le parole che mio padre scrisse nella prima pagina del libro:

Call’d Marina for I was born at sea.
At sea! what mother.
My mother was the daughter of a king;
Who died the minute I was born,
As my good nurse Lychorida hath oft
Deliver’d weeping.
Oh, stop there a little!
This is the rarest dream that e’er dull sleep
Did mock sad fools withal: this cannot be:
My daughter’s buried.

Per giorni sono tornato dentro a quella biblioteca distrutta, stavo lì dalle prime luci del mattino fino alle ultime della sera per trovare quel libro che per te era stato così importante e che io, stupidamente, egoisticamente, non avevo mai voluto leggere. Mia madre era molto preoccupata “E se dovesse crollare? Non è sicuro Federico, ti prego non ci tornare più, non possiamo perdere anche te”. “Sì mamma, va bene mamma”. Non ero mai stato un bambino molto obbediente ma non volevo più vedere soffrire la mamma e non ci tornai più.

Crebbi e me ne andai da Torino per fare degli studi in Inghilterra, lì avevano da poco aperto un’ottima scuola di legge e di stare in Italia, dopo la morte dei miei genitori, proprio non ne avevo più voglia.
Ero arrivato da poco a Londra quando, camminando per strada in cerca di un ufficio postale, vidi un cartellone: “Pericles, Prynce of Tyre. 6th September 1958. Shakespeare Memorial Theatre, Stratford”. Mi tolsi gli occhiali, passai le lenti tra le mani e il bordo della camicia per pulirli, li indossai di nuovo e riguardai il cartellone: Pericle, l’eroe di mia nonna, rappresentato qui, domani.
Non ci potevo credere: erano passati quindici anni dall’ultima volta in cui avevo pensato a quel libro. Eccitato corsi al teatro per comprare il mio biglietto e tornando a casa mi sembrava di volare, di camminare due metri sopra terra. Passai il pomeriggio in un bar a bere e ascoltare le storie degli altri, come uno spettatore invisibile ai loro occhi.
La mattina dopo mi svegliai molto presto, comprai una copia del The Guardian nell’edicola sotto il mio appartamento e con il giornale sottobraccio decisi di recarmi in biblioteca in cerca del mio libro, dopo tanto tempo non era un caso quell’annuncio: dovevo leggerlo.
“Excuse me, I’m looking for a book.” “Yes, sir. What’s the title?” “Pericles, by William Shakespeare. Can I borrow it?”.
Uscii dalla biblioteca soddisfatto per il mio inglese e per la riuscita della mia visita alla biblioteca. Mi sedetti su una panchina nel parco di fronte alla biblioteca: tenevo il libro tra le mani con dolcezza e delicatezza, come se fosse lui stesso, nella sua forma rigida e rettangolare, ciò che di più dolce e caro mi restava di mia nonna. Rimasi a contemplare quella copertina per ore e venni destato dal suono del campanile che segnava le cinque: era ora di andare.
Con il libro in mano andai verso il teatro, entrai, mi sedetti al mio posto e aspettai, osservando ogni centimetro di quel luogo, ogni dettaglio della sceneggiatura, dei vestiti. Rimasi lì seduto in silenzio a godere di quello spettacolo senza perdermene neanche un secondo, mi sembrava di non sbattere neanche le palpebre per paura di lasciarmi sfuggire qualcosa.
Finita la rappresentazione il teatro, tornato rumoroso dopo il silenzio attento della platea nel corso del dramma, iniziava a svuotarsi lentamente e io, io non riuscivo a trovare la forza di alzarmi dalla mia poltrona. Fui costretto ad alzarmi qualche minuto dopo per la gentile richiesta di un giovanetto dai capelli rossi, così me ne andai e camminai tutta la sera per la città senza meta.

“Nonna, io da grande voglio fare lo scrittore, e non uno scrittore qualunque, voglio essere importante come questi che ci sono qui, come questi sugli scaffali che tu ami tanto. Posso farlo, vero nonna?”.
Quante volte te l’ho detto non lo so, neanche riesco a ricordarmelo; però era vero, nonna, volevo diventare uno scrittore e lo sono diventato, per te.

Tornato a casa dopo lo spettacolo, quella sera, ero in preda a sentimenti contrastanti, mai provati prima: ero euforico e allo stesso tempo triste, ero vivo e allo stesso tempo mi sentivo distante dal mio corpo, ero io e non ero nessuno.
Lessi con eccitazione il libro, lo divorai in poco più di un’ora, lo posai sul comodino e mi addormentai. Ricordo di aver fatto dei sogni strani: io ero capitano di una nave che naufragava e proprio quando stavo per annegare, caduto in acqua dopo la forte tempesta, ecco che magicamente mi ritrovavo su un’isola, a sposare una donna che non avevo mai conosciuto, a cercare una figlia che non avevo mai avuto. Mi svegliai sudato, il mio petto si muoveva rapidamente, avevo la bocca asciutta e le mani bagnate. Mi alzai, bevvi un bicchiere d’acqua e mi sedetti sulla poltrona del soggiorno.
Quanta potenza questo libro, quanta passione, quanto dolore, quanta speranza, quanta vita… Quante cose mi ero perso negli anni, quante cose che tu nonna avevi cercato di insegnarmi ma che io, testardo, non ascoltavo, convinto di poter conoscere tutto leggendo altre cose, pensando che il passato, che una storia così lontana, non potesse insegnarmi niente.
Mi vestii, presi un caffè in un bar vicino a casa e andai a comprare carta, inchiostro e bianchetto liquido per la mia macchina da scrivere e rincasai.
Scrissi per vari giorni, fermandomi a stento per mangiare, bere e dormire qualche ora, la maggior parte delle quali appoggiato sulla scrivania con la testa sul braccio destro e la mano appoggiata alla tastiera. Scrissi come non avevo mai fatto, scrissi come non facevo da tempo, ispirato e guidato da un qualcosa più grande di me. Scrissi per giorni, nonna, scrissi per te, per me, per quello che questo libro era riuscito a fare: collegarci anche se eravamo così lontani, riunirci da luoghi distanti, farci vivere ancora per un po’ nello stesso momento.

Bibliografia
William Shakespeare, Pericle, Principe di Tiro, tr. it. di Alessandro Serpieri, Garzanti, Milano, 2016

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