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La speranza dell’amore

Alice Nesta, in questo suo secondo racconto breve, ha voluto dare descrivere un momento di gioia e di speranza contrastando l’atmosfera di soffocamento e chiusura del romanzo di Dostoeskij Delitto e castigo, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Si risvegliò dai suoi pensieri quando sentì le porte della piccola chiesa aprirsi. Una luce grigia ma accesa entrò nell’ambiente e illuminò tutto. Quando mise a fuoco la figura che era comparsa sulla porta, rimase senza fiato.”

*

Razumichin ogni tanto si fermava a riflettere su quanto fosse cambiata la sua vita nell’ultimo anno.

Sapeva perfettamente che la casualità e il destino erano due concetti che si sfioravano, forse volevano dire la stessa cosa, ma non aveva mai capito esattamente secondo quale criterio si insinuassero nella vita degli uomini e ne modificassero le sorti. C’erano stati momenti in cui l’idea che il futuro fosse solo un’insieme di cose indefinite, che l’essere umano non poteva controllare, gli aveva messo paura e si era chiesto se forse l’idea di destino e casualità non fossero state inventate dall’uomo stesso per giustificare le cose che succedevano al di fuori del suo controllo.

Non sapeva quale legge governasse l’universo, ma di una cosa era sempre stato certo: dalla prima volta che aveva visto la sua futura moglie si era irrevocabilmente innamorato di lei.

Ricordava il giorno in cui era entrato nell’appartamento dell’amico Raskolnikov e l’aveva vista seduta lì, impaurita e incerta su come comportarsi mentre il fratello discuteva con la madre.

Per quanto si leggesse la stanchezza sul suo volto, per quanto sembrasse piccola seduta su quella sedia cigolante, per quanto potesse rimanere in silenzio ad osservare gli altri due litigare, Razumichin aveva percepito una forza e una sicurezza quando l’aveva guardata negli occhi che l’avevano atterrito.

Dal momento in cui quegli occhi si erano incastrati nei suoi, aveva sentito la terra mancargli sotto i piedi, come se la gravità dipendesse dalla presenza di Dunja nella stanza e non dalle leggi della fisica che governavano il mondo. Da allora le era sempre stato affianco.

Razumichin era consapevole che Dunja avesse dovuto affrontare tanti dolori nella propria vita; lei ne parlava poco e malvolentieri. Lui non voleva vedere il suo volto delicato rabbuiarsi e aveva imparato a non chiederle mai troppo del suo passato e di tutto quello che aveva sopportato prima di conoscerlo. Portava tanti dolori nel cuore, Razumichin lo sapeva, ma questo non lo aveva mai fermato dall’amarla incondizionatamente.

Il giorno in cui avevano arrestato Raskolnicov per l’omicidio di due donne, Dunja aveva passato tutta la giornata con la madre e non aveva versato una sola lacrima. Era rimasta al fianco della madre per darle forza fino a quando non si era fatta sera e si era addormentata. Solo a quel punto Dunja era andata da lui, si era appoggiata alla sua spalla, lui l’aveva abbracciata e lei era scoppiata in un pianto silenzioso. Non si erano detti niente, non c’erano parole che avrebbero potuto migliorare quella situazione. Avevano passato la notte così, finchè non si erano addormentati entrambi sfiniti e stanchi.

Da quella sera non si erano più separati. Razumichin, qualche settimana dopo, le aveva chiesto la mano e Dunja gli aveva chiesto perché mai la amasse, lui era un uomo buono e di bell’aspetto, poteva sicuramente aspirare a qualcuna migliore di lei. Razumichin non poteva credere che lei potesse pensare una cosa del genere. L’aveva guardata e le aveva detto che lei era il suo mondo e lui le gravitava intorno come fosse la Luna per la Terra. La forza dell’amore che provava lo portava a guardarla e ad innamorarsi ogni giorno un po’ di più. Dunja aveva sorriso e gli aveva accarezzato il viso con la mano fredda. Ricordava perfettamente la sensazione di quella carezza sulla guancia, se si concentrava poteva sentire la mano morbida di lei sfiorargli la pelle dove la barba stava ricrescendo.

All’università aveva studiato tanti filosofi e letterati che parlavano di amore, di quel sentimento tanto forte da portare un uomo a fare qualsiasi cosa, persino a fare guerre o a percorrere tutti i regni ultraterreni pur di rivedere anche per pochi attimi la donna che amava. Un sentimento così astratto e sconfinato che nessuno sembrava riuscire a descriverlo davvero, come se non esistessero delle parole per delineare quello che voleva dire amare una persona al di fuori di se stessi.

Razumichin non aveva mai compreso a pieno quel sentimento finchè non aveva conosciuto Dunja.

Si risvegliò dai suoi pensieri quando sentì le porte della piccola chiesa aprirsi. Una luce grigia ma accesa entrò nell’ambiente e illuminò tutto. Quando mise a fuoco la figura che era comparsa sulla porta, rimase senza fiato. I raggi di luce contornavano perfettamente la sagoma di Dunja dandole un aspetto angelico. La sua pelle bianca risaltava così tanto che sembrava brillare di luce propria, il vestito bianco le avvolgeva il corpo in modo delicato e il velo le gettava un ombra seria sul viso.

Mentre camminava verso di lui guardava dritto davanti a sè. Il suo passo era sicuro.

Al suo fianco camminava sua madre che aveva gli occhi lucidi per la commozione e per la gioia di porter accompagnare sua figlia all’altare. Questo matrimonio aveva reso la madre di Dunja estremamente felice, era la prima cosa bella dopo un lungo periodo di sofferenza e le si leggeva negli occhi che era orgogliosa di quanto forte fosse sua figlia. Ma era anche consapevole che avrebbe dovuto essere il fratello ad accompagnarla all’altare, e questo aveva amareggiato profondamente quella donna che faceva di tutto per non crollare sotto il peso del dolore.

Nella chiesa angusta c’erano poche persone, ma Razumichin avrebbe avuto occhi solo per Dunja anche se si fossero trovati in mezzo ad una folla di centinaia di persone. Sentiva il cuore battere all’impazzata nel petto. Era impazziente di averla davanti e di prometterle che l’avrebbe amata in eterno, che avrebbe asciugato ogni sua lacrima e che avrebbe condiviso con lei ogni gioia che la vita gli avrebbe donato.

Quando le due donne finalmente giunsero all’altare, la madre di Dunja porse a Razumichin la mano della figlia. Lui le sorrise gentilmente e strinse tra le sue mani ruvide quella della sua sposa. Dunja salì sull’altare e si mise davanti a lui. La stava ancora tenendo per mano e per nessun motivo al mondo l’avvrebbe lasciata.

Lei gli sorrise e ricambiò quella stretta. Quello era il suo modo per fargli capire che anche lei era impaziente di iniziare finalmente la loro vita insieme e di prendersi cura l’uno dell’altra.

In quel momento Razumichin capì che per quanti dolori possano esserci nella vita, l’amore è tutto quello che serve ad un essere umano per essere definito tale. Quel giorno comprese il senso di tutte le poesie degli scrittori e i pensieri dei filosofi che aveva letto all’università e che gli erano sembrate solo fantasticherie.

Continuando a stringere la mano di Dunja capì che da quel momento in poi si sarebbero scelti l’un l’altro ogni giorno della loro vita, e improvvisamente il futuro non gli fece più paura.

*

 

Bibliografia:

Delitto e castigo, Fedor Dostoevskij

La coscienza del male

Alice Nesta, in questo suo racconto breve, vuole evidenziare come la coscienza del male possa venire a galla creando un clima di crescente inquietudine rivisitando la scena IV dell’atto terzo di Macbeth, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Tutto sembrava andare avanti senza che nessuno si fosse accorto di quello che era successo, ma la verità mostruosa che Macbeth celava in fondo alla sua anima stava diventando estenuante.”

*

Il banchetto era stato allestito nella sala principale del castello, una delle più ampie e sfarzose per riuscire ad ospitare comodamente tutti gli ospiti. Grandi tavoli di legno massello erano stati apparecchiati con pesanti tovaglie di un intenso color porpora e disposti a ferrro di cavallo. I candelabri erano stati appoggiati su ogni tavolo e la cera di alcune candele era colata lungo i bordi facendo affievolire la fiamma e creando una luce soffusa che gettava delle ombre inquietanti sulle pareti di pietra della sala.

Le grandi finestre ai lati del salone si affacciavano sulla notte che era ormai calata. Il buio avvolgeva i bastioni, insinuandosi lungo i muri in contorti giochi di luce, mentre il riverbero dei tuoni e della pioggia che batteva sui vetri si estendeva per i corridoi poco illuminati del castello.

Appena furono entrati i musicisti di corte iniziarono a suonare piano per creare un’atmosfera più conviviale, ma l’effetto del flauto e degli strumenti a corda richiamava un’atmosfera tutt’altro che piacevole. La musica, infatti, rimbombava nell’ampio spazio creando un suono ricorrente e tetro che sembrava accompagnare il ritmo angosciante della pioggia che batteva costante sui vetri delle finestre. 

Una volta che tutti presero posto, il re ordinò che fosse servita la cena. Alcuni servi iniziarono a girare intorno al tavolo con brocche di vino pronti a riempire il calice a chi lo desiderava. Vennero appoggiati sulla tavola grandi vassoi ricchi di carne al sangue proveniente dagli animali cacciati quel pomeriggio stesso.

Macbeth, dalla sua posizione centrale, riusciva ad osservare tutti gli invitati, vedeva come si gustavano il vino, muovendo concitati i calici e facendo cadere alcune gocce che macchiavano il drappo porpora che copriva il tavolo. Masticavano sgraziatamente la carne succosa e conversavano fra di loro parlando di cose frivole e di poca importanza. Tutto di quella cena gli sembrava tremendamente grezzo e fastidioso, persino il rumore delle posate che sbattevano contro i piatti lo irritava, tanto che aveva a mala pena toccato il cibo che gli era stato messo davanti.

All’improvviso una delle finestre si spalancò sbattendo contro la parete. Un vento gelido entrò con violenza facendo vacillare pericolosamente il fuoco delle candele. Nella stanza calò il silenzio, come se tutti avessero percepito un brivido di terrore percorrergli la spina dorsale. Il rumore di un tuono rimbombò nel salone e la pioggia, spinta con violenza dal vento, bagnò il pavimento creando una pozza d’acqua vicino ad una delle colonne.

Macbeth fu assalito da una sensazione di panico che sostituì il rozzo fastidio che aveva provato fino a quel momento. Strinse gli occhi per mettere meglio a fuoco le persone intorno a lui poichè solo un paio di candele erano rimaste accese. Cercava con lo sguardo le guardie per ordinare loro di richiudere immediatamente la finestra, ma quando i suoi occhi si furono abituati al buio, si rese conto che attorno a lui noi vi era più nessuno. Le sedie erano vuote e ben sistemate, come se non fossero mai state spostate per sedersi.

Non c’era segno di alcun banchetto.

Il tavolo era privo di qualsiasi pietanza, i vassoi con la carne fresca che odorava di sangue erano scomparsi insieme ai calici ridondanti di vino. Era rimasto da solo.

Incredulo e con le mani tremanti per la paura si alzò dalla sedia, ma qualcosa, una forza di cui non conosceva la provenienza, lo spinse di nuovo a sedere faccendolo sbattere con violenza contro lo schienale e mozzandogli il respiro in gola.

Quando alzò lo sguardo un sentimento di primitivo terrore gli impedì di muoversi ancora: il fantasma di Banquo, il suo fidato compagno d’armi nonché amico e consigliere, era davanti a lui.

Lo spettro aveva i lineamenti deformati dal dolore, la bocca spalancata in modo disumano come se un urlo gli fosse rimasto bloccato al fondo della gola. La pelle del viso sembrava aver perso ogni tipo di consistenza e aderiva al cranio come un guanto, rendendo quell’essere scheletrico e terrificante. Gli occhi vuoti e senza pupille apparivano così profondi da aver aperto nel petto di Macbeth una voragine di paura.

Non riusciva più a muoversi. Quegli occhi lo avevano inchiodato al pavimento come se alle sue caviglie fossero state legate delle pesanti catene.

Il viso era sporco di terra e di sangue, mentre il collo era segnato da un profondo squarcio purulento da cui continuava a sgorgare sangue che si riversava denso sull’abito sgualcito fino a cadere in pesanti gocce rosso scuro sul pavimento.

Lo spettro, con una lentazza straziante, mosse il braccio coperto da lembi di stoffa sporchi e sanguinanti, schiuse le dita dinoccolate che fino a quel momento aveva tenuto strette in una morsa gelata intorno all’elsa della sua spada. Con un dito indicò le mani di Macbeth.

Facendo questo movimento la spada scivolò da quella mano scheletrica e cominciò a cadere verso il pavimento nella pozza di sangue che si era creata ai piedi di quell’essere spaventoso.

Mentre la spada cadeva, il tempo sembrò rallentare. Lo spettro aprì ancora di più la bocca che a quel punto si era allargata così tanto da strappare dei lembi di pelle ai lati delle labbra.

Un’unica parola venne pronunciata da quella figura inquietante: “colpevole”.

Macbeth a quel punto si guardò le mani tremanti che lo spettro aveva indicato con quel suo dito putrefatto e le trovò gocciolanti di sangue fresco, come se quel liquido appiccicoso fosse stato appena versato.

La spada cadde finalmente a terra e il tintinnio del metallo sul pavimento di pietra rimbombò in quel silenzio assordante che aveva riempito la sala fino a quel momento. Un suono che esplose nelle orecchie di Macbeth. Chiuse gli occhi contraendo i muscoli del viso infastidito da quel rumore insistente. Trovò finalmente il coraggio di schiudere le labbra per urlare ma nessun tipo di parola venne emessa dalla sua bocca. Alle sue orecchie arrivava solo quel suono ridondante del ferro della spada che toccava il pavimento.

Quando il rumore cessò, riaprì gli occhi. Quell’essere terrificante era scomparso. Ora, davanti a lui, c’era il viso pallido e sottile di sua moglie che lo fissava con uno sguardo che celava preoccupazione e crescente fastidio. Le luci delle candele gettavano sul suo volto un’ombra grave, quasi lugubre.

Intorno a lui il banchetto continuava indisturbato, i convitati mangiavano e parlavano fra di loro creando un brusio continuo e insopportabile.

Tutto sembrava andare avanti senza che nessuno si fosse accorto di quello che era successo, ma la verità mostruosa che Macbeth celava in fondo alla sua anima stava diventando estenuante.

Lui sapeva che quello era solo l’inizio. La paura lo assalì ancora.

In quel momento un tuono ruggì fuori nella notte e risuonò ovattato nella sala. Un colpo di vento spalancò la finestra facendola sbattere contro la parete di pietra. L’aria gelida entrò portando con se alcune gocce di pioggia. Molti nella sala urlarono per lo spavento.

Il terrore che lo spirito orrendo di Banquo si ripresentasse strinse in una morsa glaciale Macbeth. Rivedeva il collo squarciato, il sangue, gli occhi vuoti, la bocca allargata in modo raccapricciante…risentiva quel sussurro che lo aveva accusato.

Un urlo di pura e primitiva paura gli uscì dalle labbra. Un urlo che aveva tratenuto in fondo alla gola per giorni. Un urlo che suonava vuoto tutte le volte che provava ad aprire la bocca per liberarsene. Un grido così spaventoso che tutti nella sala si girarono a guardarlo e il silenzio calò tra i partecipanti al banchetto.

Quando si rese conto che l’essere terrificante non si sarebbe presentato, ma che davanti a lui c’erano solo gli gli occhi degli invitati che lo fissavano increduli, capì che la follia lo aveva definitivamente raggiunto e che oramai se ne erano accorti tutti.

Tutta l’oscurità che aveva percepito durante quella giornata di agonia e terrore era finalmente venuta a prenderlo.

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Bibliografia:

Macbeth, William Shakespeare