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La voce del mare

Elena Biafora, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

* * *

Le vicende che spingon gli umani a viaggiare per navi sull’onde io sorveglio ed osservo silente. Molte cose che altri non sanno io conosco e conduco: i viaggi, le imprese e le guerre che su concave navi i mortali han vissuto sull’acque profonde, la virtù degli eroi che remando han cercato la sorte, la patria, l’onore. Io non guardo ciò ch’altri han deciso, ma occhio vigile sono di ciò che sui flutti miei muove. Sono autore del loro destino, sono forza che agisce e travolge e che guida le umane vicende con la legge che a giustezza tende.

Sono io che trascino sul fondo o sostengo, che oriento sapiente il cammino di quanti affidano all’onde le strade del proprio destino. Molti di loro osservai succedersi nel tempo, e te eroe tra gli altri notai, che cercavi la tua strada muovendo sulle vie che apro agli uomini, percorrendo i liquidi ponti che per me si dischiudono tra terre lontane; e ti osservai viaggiare a lungo, cercando fortuna, sperando e disperando della tua sorte. Ho seguito da presso il tuo andare: sono l’acqua che batti coi remi, sono il fiato che gonfia le vele, la distesa che solchi ignaro delle vie che disegno per te. Ed un giorno lasciata la terra che ti diede i natali giocavi col destino una sfida mortale, sperando ambizioso in un premio che non si poteva accettare.

Così andavi muovendo; ma non t’era destino di far ritorno in patria. Hai tanto da apprendere ancora, e lungo è il tuo viaggio da fare. Alzai, innanzi al legno veloce, il muro d’una tempesta, e la tua via fu perduta. La nave che viaggia sicura, sospinta da venti sereni, diventa ben piccola cosa se l’acqua mia cupa l’avvolge. La sferza feroce dei flutti si abbatte e sconquassa il fasciame, disfatta la nave, in un grido comune echeggiano uomini e onde.  Difendila, adesso, la vita che or ora eri pronto a lasciare, contendila agli aspri marosi che altri non lascia scampare. Solleva la testa dall’onda che abbatte con furia mai stanca; da giovane principe ch’eri, uomo ritorni alla sponda.

Così giungesti a Pentapoli privato dei compagni tuoi cari, convinto che disperazione e solitudine soli a te s’addicessero. Ma, pagato il prezzo dovuto, ti resi un dono smarrito che mille volte t’avrebbe ricompensato del danno che avevi subito. La tua armatura, eroe, riemerse dalla nera profondità del mio abisso, ché onore ti desse e speranza, e insieme con quella amore, la mano della nobile Thaisa. 

Celebrate che furon le nozze, volle il fato che insieme alla sposa e a ciò che di più prezioso per voi ella custodiva, decidesti, per non perdere il regno, sull’agile nave di intraprendere nuovo periglio.

Ma le mie insidie e le trame che per gli eroi intreccio ancora dovevi conoscere, giovane eroe, che molti prima di te patirono, cercando il ritorno. Sono l’onda che schianta e che infrange, che trascina nel vortice al fondo, che si chiude su quello che fu.

Altra prova dovesti affrontare, furiosa tempesta, ché in quella la tua creatura poté la luce vedere sull’ampie mie onde, Marina nata dalla tempesta, ultimo dono della donna che infine a me ho richiamato. E, una vita per una vita, onorasti la bella Thaisa, la piangesti e, circondata di doni preziosi, la consegnasti infine ai miei flutti, che del suo sonno furon la culla.

Tu di pianto riempisti la notte biasimando e ingiuriando il destino, ché solo ostile finora a te s’era mostrato, e condannando il naufragio, tra le onde me accusasti di dar lutto agli inermi mortali, ritenendo l’alta tempesta esser per l’uomo il peggiore dei mali.

Dal dolore consunto e provato, verso Tarso volgesti la prora, ov’ha luogo la regale dimora cui un tempo giovasti non poco. Se memoria di ciò che hanno avuto lascia un segno nei cuori mortali, qui un rifugio fidato speravi trovare per la creatura che con te conducevi.

Ma come lepre che, stanca, s’appressa a una tana vicina, e accoglienza cercando morte invece vi trova, ché d’una serpe era dimora, così tu, eroe, nella casa che un tempo era amica hai lasciato la figlia adorata, ma l’invida nel cuore covata alla bimba fatale sarà.

Quando ivi, già volti tre lustri, per riunirti alla figlia tornasti, non la dolce sua figura ti accolse ma freddo e vuoto sepolcro, e per la vita anzitempo spezzata piangesti lacrime amare.

Della sorte accusasti le trame, ché del regno, di moglie e di figlia crudelmente t’aveva privato. Ma tu non conosci, mortale, i miei piani, che non ti è dato ancora scoprire; non comprendi le vie del destino che ho già scritto e voluto per te.

Io la sposa per te ho custodito, son io sono l’acqua che l’ha trasportata sulle creste veloci dell’onde, perché in tempo giungesse al lido dove vita per lei rifiorì. Nelle mani la posi del solo che poteva venirle in soccorso: Cerimone di Efeso era il suo nome, e con antiche magie e miracolosi unguenti nuovo giorno le diede, riaccese di luce i suoi occhi. E la giovane Marina perduta non era, ma rapita, ostacolata dalla sua stessa virtù, fonte d’invidia. Sulle mie acque fu condotta a Mitilene, ov’era destino vi ritrovaste. 

E lasciato di nuovo ogni porto sicuro, a lungo vagasti per l’acque profonde, invano cercando scampo alla pena infinita del cuore. E non mi sfuggì, mentre navigavi, la tua solitudine, conobbi il dolore della tua perdita, che muta ti rese la lingua e instancabili gli occhi, incapaci di trovare riposo.  Così ti osservavo viaggiare, e silenzioso guidavo i tuoi remi sospingendo l’agile legno verso giorni di nuova speranza.

La figliuola che avevi perduta, della quale piangesti la sorte, ti riabbraccia e l’affanno consola, ma non è ancora paga la sorte. Non ancora ti è dato fermarti, nuovamente riprende il tuo viaggio. Ti trasporto con corso sicuro dove il cuore avrà balzo gioioso: quella donna che amasti e perdesti in quel giorno di aspra tempesta, che vedovo padre ti rese, ora viva le braccia ti tende. Incredibile a dirsi la gioia quando persa speranza riaccende, e riporta nel cuore una fiamma che vivida arde e divampa.

Ora lascia gli affanni e i dolori che han segnato quel tempo lontano; ciò che ha tolto ti rende il destino: tu sei padre, marito, sovrano.

Questo il mio ruolo nella tua storia, questo quello che ho scelto di agire. Questo il compito del mio inferire nelle vicende mortali. Privare e restituire, reclamare e concedere, confrontar gli eroi con la mia possa, ché ciò che conta è l’ardire dell’uomo, la costanza che impegna nel viaggio; è il mio dorso quel banco di prova che le forze misura ed allena. Non abbiate timor nei marosi di smarrirvi e di provar pena, se quell’onda che abbatte e rivolta vi riporta più forti a voi stessi. Questa è la prova, il cammino di chi si vuole con me misurare, di chi non teme di mettersi in viaggio per trovare se stesso sul Mare.

Cymbeline, king of Britain

Francesca Caprioli, studentessa del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi, a. a. 2019-2020, riscrive in forma di fumetto il Cymbelin di Shakespeare.

Il testo base che ho utilizzato è il dramma romanzesco di Shakespeare: Cymbelin, King of Britain, in particolare tutte le scene dell’atto I e le scene I e II dell’atto II.

Per la mia riscrittura ho pensato ad un fumetto che potesse narrare le parti più importanti di queste scene dell’opera, con un linguaggio semplice e veloce, usando “il tu”, invece che “il lei” o “il voi” proprio per rendere più conversativo, informale – quasi quotidiano – il messaggio tra opera e lettore.

Secondo me è proprio attraverso le immagini del fumetto che si può accedere all’opera in modo piuttosto diretto. Infatti, ho scelto questa tecnica pensando anche al pubblico dei “più piccoli”, affinché questo tipo di opere possano essere conosciute anche da loro. Per la realizzazione delle scene del fumetto ho tratto le immagini da una rappresentazione teatrale dell’opera (Shakespeare’s Cymbeline- 2016, LOSALYVSTUDIO1), poi le ho cartoonizzate tramite il filtro di un’applicazione e, infine, le ho inserite in apposite slides, corredandole di vignette e didascalie.


Francesca Caprioli

I fili

Arianna Guidotto, in questa sua composizione, riscrive i personaggi shakespeariani di Marina e Innogene, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

* * *

Era una nenia ipnotica; un olezzo stantio catturava il profumo della pioggia battente sulle pareti.

Le vene rigonfie sulle dita adunche; chiazze tiepide sporcavano la pelle incartapecorita, il respiro rotto della fiamma nel camino non riusciva a scansare quel gelo innaturale. Un freddo dello stesso sapore della polvere di secoli, millenni. La stessa consistenza algida del liquido amniotico in cui danzava l’universo non ancora formato.

“C’era una volta…”

Le unghie ingiallite volteggiavano veloci e abili, tessevano figure con l’ago lucente. La vecchia dagli occhi cisposi si fermò un istante.

“Vorrei che non fosse tutto così semplice, così scontato; non possiamo accontentarci sempre del solito lieto fine.”, il filo blu le si afflosciò tra le nocche.

La sorella senza volgere lo sguardo annuì tra i fulgori aranciati del fuoco; la finestra cigolò lasciando trapelare la sinfonia fluida delle nuvole, l’olezzo di erba zuppa di tempesta.

“Cambiare direzione a metà dell’opera potrebbe disgregare il tessuto”; rispose l’altra circondata da ghirigori lanosi.

La terza sorella stava muta, un po’ discosta osservava il soffitto picchiettato dal temporale.

“Meritano di più, meritano di vedere, di saggiare il destino in tutte le sue sfumature, scoprire le possibilità nascoste nell’anima”; sussurrò metallica la prima voce, gli occhi sbarrati.

C’erano una volta le tre Parche, Signore del Destino, Figlie della Notte. Abbandonate in una torre ripida e dimessa, avvolte nello scialle dell’eterna vecchiaia.

C’erano una volta tre sorelle cieche che intessevano opere mirabolanti, brulicanti di vita. Di morte.

La prima arrotolava i fili al fuso, spaghi palpitanti di migliaia di corpi, generazioni di uomini in balia dell’esistere.

La seconda ne intrecciava gli sguardi, le ore, i respiri.

La terza acquattata in un cantuccio con la sua forbice ammiccante nel buio, era pronta a spargere la quiete dell’immobilità perenne.

“C’era una volta una figlia nata in simbiosi con la morte, sovrastata da saette e nubi spesse,

C’era una volta Marina, che ammaliava gli uomini con il suo candore; fino a quando un giorno decise di fare ritorno al luogo che aveva ascoltato il suo vagito. Le sirene l’accolsero tra loro; tranciarono le sue gambe, le diedero un intruglio denso contenente l’essenza del mare. Per tre giorni e tre notti il suo corpo fu cavalcato dai fremiti, crampi lancinanti. Squama dopo squama, stilettata dopo stilettata una magnifica coda emerse dal suo stesso sangue. Il grido della fanciulla squassò le profondità degli abissi…”

MARINA

Il profumo ruvido
Dei granelli di sabbia,
incrostano le ciglia
mi avvolgono in un refolo spinoso,
Respiro il sole pungente
Un brivido gelato
Un soffio
Solitudine.
Qui, sullo scoglio aguzzo,
spuma frizzante
schiaffeggia il mio volto;
arrotolo una ciocca tra le dita
il mare ha tinto di blu i capelli,
profumano di alghe
la mia voce è il fruscio di una conchiglia
affonda lentamente,
elegante.
Hanno amputato le mie gambe
Belle, tornite
Martoriate dal destino,
In cambio di una coda.
Ho barattato i miei sospiri
Per il canto maledetto e suadente
Delle sirene.
Ho scelto la leggerezza di una bollicina
La violenza irriverente del buio
Che macchia lo sciabordio
Quando il cielo si veste di pioggia
Ed Eolo scatena la sua furia.
Ascolto il rollio della tua nave
Riconosco quello sguardo umido,
gli stessi occhi che mi spinsero lontano
tra braccia sconosciute
quattordici anni fa.
Sono io, Marina.
Ho scelto di annegare i ricordi.
Sei così emaciato, consumato
Pericle.
Intravedo la tua anima
Sotto la pelle ormai evanescente,
so che puoi vedermi
non fingere più.
Qui su questa nuda pietra
Guardami,
Stringi le mie dita gelide
Sono tua figlia.
Vieni con me,
il fondale tracima di colori
sfumature
bellezza
silenzio.
Seguimi
Dimentichiamo le assenze.
Chiudi le palpebre
Il tuo viso diventa sempre più blu
Come la mia chioma
Ascolto i tuoi battiti assopirsi
Sorridi
I tuoi pensieri si affievoliscono
Spegnendosi nell’abisso muto
Abbracciami.
E resta con me, papà
per sempre.

“È uno scempio!”

La seconda sorella si rizzò sulle gambe sottili scagliandosi sulla prima, afferrandola per la gola.

 E Strinse. Ma l’altra, dimenandosi, riuscì a rifugiarsi dietro la terza sorella apparentemente indifferente.

“Non osare…” il volto incavato si deformò in un ghigno;

“Non posso più stare a questo gioco, l’ira degli dei si abbatterà su di noi, terza sorella aiutami!”

“La forbice è ben affilata” bisbigliò quest’ultima.

“Gli dei non ci fermeranno” tuonò la prima, “le donne non saranno più solo delle belle statuine da ammirare; possiamo incoronarle eroine e spogliare uomini e dei della loro superbia”.

“Moriremo tutte e con noi l’umanità” singhiozzò la tessitrice di destini.

“C’era una volta una principessa divorata dalla fiamma di Amore. E proprio per questo il sadico padre la rinchiuse in una torre; la giovane rinunciò alla luce del sole. La reclusione diluiva il ticchettio delle ore, dei giorni. Ma il tempo scioglieva le voci sedimentate in angoli reconditi della sua anima. Erano bisbigli insinuanti, melliflui. “Innogene, la bambola incantevole di Cimbelino. Innogene la moglie senza macchia…”

Ma era davvero così? Era lei quella fanciulla trasformata in burattino da un vortice di sguardi? Lei chi era? 

Il grido della vendetta avviluppava la sua mente, offuscandola…”

INNOGENE

Fluidi vermigli scivolano sul pavimento, schizzi rossi, un caleidoscopio di sangue sulle pareti.
C’è qualcosa che luccica, una scintilla dorata in questa polla dal fetore penetrante.
È il nostro anello, amore; ha abbandonato il tuo anulare inerte.
Riesco a percepire il baluginio nero delle tue pupille, mi osservi attraverso una patina che s’ispessisce di minuto in minuto.
Rigiro questo pugnale algido con queste mani impregnate di te, gocce vermiglie colano lungo i miei polsi cerei. Non sento più nulla, il respiro è immobile.
Ho dovuto farlo, Postumo, il tuo amore succhiava la mia vita giorno dopo giorno, impallidiva le mie guance, divorava la mia fame di vita.
La tua passione era così incombente da uccidermi. Mi riempiva fino ad implodere. Per questo ho scelto di rubarti la prossima aurora.
Volevo essere libera, volevo svincolarti da questa magica illusione. Perché io non sono perfetta e pura! E non voglio esserlo. Non mi conosco ancora e ho intenzione di scoprirmi poco alla volta.
Sei così bello nel tuo candore marmoreo. Uno squarcio slabbrato avvolge il tuo collo come un manto regale; le tue labbra socchiuse sembrano volermi parlare, ma è solo la lama argentea della luna a intagliare inganni.
Chissà cosa sognavi, la tua fronte è ancora corrucciata. Forse pensavi al nostro matrimonio, alla tua bella sposa ricoperta di bianco, i fiori odorosi sul petto.

Forse ti amavo, Postumo, ma ho scelto di dimenticarci per imparare ad amare me, a mettermi al primo posto. Una donna che non conosce se stessa, che non si vuol bene non può essere amata a sua volta. Oggi finalmente ho infranto le immagini fasulle dei vostri sguardi.
I tuoi.
Quelli di mio padre. che adesso giace sulla pozza delle sue stesse vene squarciate.
Ho distrutto la vostra incantevole fanciulla. La vostra Innogene.
Non sono l’innocente, l’angelica, la casta.
Sono umana.
E voglio vivere al ritmo dei miei palpiti impazziti, sulla melodia tumultuosa del domani.
Addio Postumo.
Addio Innogene.

Il buio invase la torre, le fiamme nel camino spirarono tra la cenere. Le sorelle si strinsero con le braccia ossute, piangevano lacrime pesanti come gli anni.

Aghi e fili riposavano sull’impiantito di pietre sconnesse. Sul tessuto accanto ai piedi nudi rilucevano colori nuovi. Erano vividi, violenti. Erano vivi e anche gli dei ne avrebbero gioito, forse.

Un rumore metallico sfiorò l’oscurità pastosa.

Un taglio netto, il fruscio dei fili spezzati.