Archivi categoria: universal

Nel presente articolo, Sofia Ranca (Università degli Studi di Torino) analizza e indaga la scrittura del sé nell’opera del premio Nobel Jean-Marie Gustave Le Clézio

(Settembre 2023)

Davanti allo specchio tropo bianco della pagina vuota

Davanti allo specchio troppo bianco della pagina vuota, sotto il paralume che diffonde una luce segreta
(Jean-Marie Gustave Le Clézio)

Introduzione

Il Dio della Bibbia è un Dio che parla, un Dio che incarna la parola. L’incipit del vangelo di Giovanni lo sottolinea con forza quando afferma che «in principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»[1]. La legge del Dio giudaico è infatti la Legge della Parola che illumina il caos originario dell’indifferenziato, e dona vita al creato:

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu[2].

Nella Genesi la divina Creazione si compie attraverso la parola di Dio. Quest’ultima non nomina, non designa solamente le cose del mondo: dona loro esistenza, ne rivela l’essere, le molteplici verità. La parola di Dio è logos, è verbo che si fa carne «e [viene] ad abitare in mezzo a noi»[3]; è dunque creatrice di relazioni, concetti, teorie e realtà.

Quale sia il rapporto tra lingua e pensiero è d’altronde una delle questioni più discusse dalla teoria più recente. Ma se la lingua, ogni lingua diversa, è in grado di organizzare e modellare la teoria del mondo – dunque di comprendere la realtà, attribuendole significato -, si può affermare di essere fatti della stessa sostanza delle parole? È questo il significato del Dio della Bibbia che incarna la parola? «Ritornavo al mio sesto piano simbolico, vi respiravo […] l’aria rarefatta delle Belle Lettere, l’Universo si disponeva a piani sotto di me, e ogni cosa umilmente mi sollecitava un nome, dare ad esse un nome era al tempo stesso crearle e prenderle»[4], sembrerebbe rispondere Jean-Paul Sartre, uno dei più influenti maestri del linguaggio umano a lungo interessatosi alla natura creatrice delle parole, «quintessenza delle cose»[5]. Tuttavia, non è possibile pensare che le verità veicolate dalle parole possano risolversi unicamente nella mistica ispirazione o nel “dono provvidenziale” poiché esse sono anche il risultato di uno spazio storicamente e culturalmente determinato e che l’essere umano, attraverso il proprio vissuto, tenta di colmare. In tal senso, la letteratura «est un phenomene double»[6]: nell’individuo, e più nello specifico nello scrittore e nel lettore, lo sviluppo psicologico si incontra e/o si scontra con quello storico, sociale e culturale.

Riflettere sul linguaggio, in particolare letterario, significa certamente affrontare una storia lunga, tempestosa ed intricata; in A libro aperto: una vita è i suoi libri, il noto filosofo e psicoterapeuta italiano Massimo Recalcati scrive che «ogni lettore che è stato letto dal libro porta stampate su di sé le tracce di queste letture, […] impariamo qualcosa di chi siamo dal libro che leggiamo perché noi stessi in fondo siamo un libro che attende di essere letto»[7]. Scrivere, allora, può voler dire farsi libro? E leggere, può significare essere letti dal libro stesso? E ancora, in che modo lo scrittore ed il lettore si servono della materia sensibile e reattiva della parola? È forse questa stessa materia che, più di ogni altra (pur rassomigliando alla Musica), avvolge l’esistenza umana e differenzia l’opera letteraria da tutte le altre opere artistiche?

Il presente lavoro vuole avviare una riflessione a partire dai quesiti posti per comprendere come, e quanto, si possa interrogare la legittimità della parola nella sua duplice funzione di verità e finzione, di ricerca interiore e necessità, di certezza ed illusione. Al sorgere di tale idea di ricerca ha contribuito l’attenta lettura de L’Extase matérielle di Jean-Marie Le Clézio, la cui “identità” narrativa ha permesso un personale e stimolante arricchimento intellettuale.

Esistere era possedere una denominazione depositata, da qualche parte, sopra le infinite Tavole del Verbo; […] se combinavo ingegnosamente le parole, l’oggetto si impegolava nei segni, era mio.
(Jean-Paul Sartre, Les Mots)


L’Extase matérielle’, Jean-Marie Gustave Le Clézio, 1967

Può certamente indurre a un’immediata riflessione il fatto che un’intima, quasi viscerale, e oscura indagine esistenziale, quella di Jean-Marie Gustave Le Clézio, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2008, abbia trovato la propria espressione letteraria nell’ibrida forma del saggio filosofico-romanzesco, non a caso intitolato L’Extase matérielle. «Autore di nuove partenze, avventura poetica ed estasi sensuale, esploratore di un’umanità al di là e al di sotto della civiltà regnante»[8], Le Clézio comincia l’esplorazione della propria esistenza dalla sua stessa non esistenza, dal suo evidente non essere nel tempo e nello spazio, quando il vuoto era la sua carne e «c’era unicamente questo: uscita dal silenzio e ritorno al silenzio»[9].

Questo mondo era uno e plurimo, […] era più che una verità; perché al di là di ogni linguaggio, era l’impossibile identità di ogni manifestazione[10].

L’autore, e questo è forse l’aspetto che più contraddistingue la scrittura di Le Clézio, affronta la narrazione da una retrospettiva del tutto nuova, straniante e ancora inesplorata: la voce è di chi – come «seme confuso fra i semi»[11]-, non è ancora vivo, ma non ancora morto. Da questa particolare posizione, la narrazione, che non è ancora dotata di immaginazione umana, tecnicamente si traduce in un processo di associazione ed invenzione di nuove forme (saggio, filosofia, forma lirica, teoria della letteratura) esplorabili unicamente attraverso la trasgressiva rappresentazione di un Io che, spersonalizzandosi, è in grado di collocarsi nella dimensione dell’umanamente inesprimibile: uscendo dalla stasi (da qui, l’estasi), esso accede alla gioia invincibile dell’ essere nella materia. È qui, in questa “zona” senza volto, situata tra l’estasi e la materia, che l’autore può avvicinarsi all’intuizione e alla percezione delle potenzialità dell’esistenza; è qui, in quello che egli definisce l’infinitamente medio (a cui è dedicato il primo capitolo), che lo scrittore fa esperienza della sostanza delle parole: l’incipit, l’«istante [in cui] può nascere il sentimento vero di vivere veramente»[12]. Avvicinandosi alla riflessione heideggeriana secondo la quale l’essenza (essentia) dell’Esserci [il Dasein] consiste nella sua esistenza [existentia][13], Le Clézio sembra svelare come quest’ultima non dipenda da un’essenza data a priori, bensì si determini solo nel momento in cui essa si apre traumaticamente all’orizzonte del mondo attraverso gli atti e le forme attribuite al proprio essere. In tal senso, e qui subentra la riflessione sartriana, l’uomo è prigioniero della libertà: egli non ha creato se stesso, tuttavia non può sfuggire dalla responsabilità della scelta, dunque della creazione della propria esistenza; quest’ultima, allora, si traduce in una ricerca del proprio e più autentico significato. Così, tra la realtà ed il mistero, tra la trascendenza e l’immanenza, lo Scrivere (che è anche il titolo del quarto capitolo de L’Extase matérielle), rappresenta per Le Clézio «lo sguardo [che] dà moto al mondo»[14], che attiva il passato – esplorandone le verità individuali e più personali -, e che intuisce la Verità – quella assoluta, indicibile, se non intelligibile. In tal senso, «la scrittura è la sola forma perfetta del tempo. C’era un principio, ci sarà una fine. C’è un segno, ci sarà un significato»[15] in grado di rivelare il fine ultimo del non linguaggio, del silenzio:

Ogni arte che non abbia come necessità il superamento del proprio messaggio,
cioè la propria morte, è inefficace[16].

Allora, è dietro tale irriducibile modo di guardare al valore delle parole e al loro modo di concepire e donare senso, unità e significato che merita di essere indagata l’estasi materiale di cui parla lo scrittore: «questo mistero più di ogni altro vorrei chiarire. Perché porta con sé la chiave del linguaggio, e forse anche la ragione originaria»[17], il contatto con l’al di là del tempo. Così, nonostante la voce dell’Io non racconti alcunché di sé stessa, le pagine dell’opera sembrano incarnarne la personale dichiarazione di esistenza nel mondo: quella che nasce dalla propria melodia e dal suo accordarsi all’universalità della scrittura, per poi fare ritorno nell’eterno silenzio dell’armonia del Tutto.

Per me non c’è nient’altro, nient’altro che il linguaggio. È il solo problema, anzi la sola realtà tutto vi si ritrova, tutto vi è coordinato. Io vivo nella mia lingua, è essa stessa che mi costruisce. Le parole sono realizzazioni, non strumenti. […] Come tutte le illusioni, quella alimentata dal linguaggio oltrepassa se stessa; diviene natura della mia fuga, forza della mia ascensione, forse anche ascesi[18].

È attraverso la scrittura che egli prende coscienza di sé, della realtà e di sé nella realtà: egli è figlio della parola creatrice, del verbo che è causa ed effetto della relazione, misura della libertà, ma anche alienazione ed inganno; ne percepisce forte tutta la contraddittorietà, l’estraneità, sino alla più perturbante sofferenza. Egli esiste grazie alla scrittura: autenticità e illusione del suo vissuto; «mi ci è voluta la durata della maggior parte di questa esistenza per comprenderne il significato»[19] dichiara l’autore nella sua prolusione durante la cerimonia del Nobel.  

Come d’altronde ricordava Wittgenstein, sono i confini del proprio linguaggio a determinare quelli del proprio mondo. Il binomio esistenza-scrittura rimanda nuovamente a uno dei testamenti umani e letterari di Sartre: Les Mots (pubblicato prima su Les Temps Modernes alla fine del 1963 e poi da Gallimard nel 1964):

Sono nato dalla scrittura: prima, c’era solo un gioco di specchi; […] Scrivendo, esistevo, mi sottraevo alle persone grandi; ma non esistevo che per scrivere, e se dicevo: io, ciò significava: io che scrivo[20].

Forte di una vita trascorsa tra la lettura e la scrittura (non a caso la sua autobiografia si compone di due soli capitoli: Leggere, il primo, e Scrivere, il secondo), Jean-Paul Sartre dichiara la propria esistenza nel mondo attraverso, appunto, les mots e termina il suo testamento consegnando al lettore e alla posteriorità non solo la storia di un uomo ed il ricordo di una vita esemplare, ma anche una profonda riflessione sull’universalità della scrittura.

È forse questo il ruolo della letteratura, quello di farsi carico dell’esperienza vissuta? Quello di lasciare un’impronta che – come disse Neil Armstrong nel momento in cui mise piede sulla luna -, è sì, un piccolo passo per un uomo, ma anche un grande balzo per l’umanità? Attraversando lande amene e desolate, anche la mano di Jean-Marie Gustave Le Clézio scrive per «accumulare le parole come colpi, per velare la faccia della verità, per dissimulare l’abisso di gioia e d’infelicità. Questa mano che avanzava sola sul bordo del tavolo, contratta sul corpo di materia plastica della penna a sfera, sapeva davvero quello che faceva? […] Le parole avevano preso corpo, esistevano sotto forma di esili fili sconnessi, odoranti, violenti, grotteschi, precisi. Dove avevano preso questo dramma?»[21]. Queste sono le domande che frantumano il sé durante il viaggio nel verbo, nella materia (e nelle sue molteplici trasformazioni e costruzioni), in quella che Le Clézio chiama foresta di paradossi. Non a caso la narrazione de L’Extase matérielle è prolissa, discontinua, disordinata. Le interruzioni, i paralogismi, le discese abissali e l’ardita speculazione ne caratterizzano l’esposizione, come pure il lirismo e le elevazioni dell’anima; tuttavia, il fine ultimo di questo déchirement, di questo assoluto senza gioia, di questo luogo dal quale l’artista non deve cercare di scappare – «ma al contrario nel quale egli deve “essere accampato” per riconoscervi qualche dettaglio, per esplorare ogni sentiero, per dare il nome proprio a ogni albero»[22] -, il fine ultimo di tutto questo, dicevamo, è la più piena e matura consapevolezza e ricostituzione del sé. La forza di tale estenuante percorso coincide con quella di un ardito desiderio:

Lo scrittore è un creatore di parabole. Il suo universo non nasce dall’illusione della realtà, ma dalla realtà della finzione. Procede così, splendidamente cieco, a scatti,
a inganni,a menzogne, a piccole condiscendenze. […] Deve avere la potenza dell’imperfezione. E deve essere dolce all’ascolto, dolce e commovente come un’avventura immaginata[23].

«Io devo alla foresta una delle più grandi emozioni letterarie della mia età adulta»[24], sostiene Le Clézio, il quale vede nel linguaggio “l’invenzione” più straordinaria e solidale dell’umanità. Lo scrittore, il poeta, il romanziere ne sono i celebratori ed i guardiani: tramite le parole – che essi non utilizzano, bensì servono -, creano bellezza, pensiero, immagine; rendono vivo il linguaggio, lo arricchiscono, lo trasformano, ne riscattano l’esistenza attraverso il fenomeno estetico: deriva forse da qui la passione per la Bellezza? Nella sua esplorazione, lo scrittore francese giunge sino al cuore, l’organo che lo inquieta di più: «spesso mi domando come possa battere, questo piccolo muscolo chiuso su se stesso. Perché non si arresta mai? Qual è la forza che lo fa trasalire così, cadenzatamente, regolarmente, e gli fa gettare il suo fiotto di sangue rosso ai quattro angoli del mio corpo? C’è qualcosa in queste fibre, una minuscola onda elettrica che d’improvviso le percorre, e lui sobbalza. Tuttavia non lo comando. Non lo sento nemmeno»[25]. Per Le Clézio, l’essenza del cuore risiede perciò nel suo battito ingovernabile: la sua voce non conosce che la scansione di un ritmo che alterna presenza ed assenza, senza pause. È a partire dal cuore, dall’ascolto di esso, che si può andare al di là della percezione, verso l’ideale sacramento della parola: dall’esistenza all’essenza.

La filosofia non mi interessa se non è anche preghiera[26].

Il «traguardo supremo del linguaggio e della coscienza»[27] è infatti per l’autore il silenzio, «quello da dove si viene e quello dove si va»[28]. Giunto al capitolo conclusivo del suo lavoro, lo scrittore sostiene che non vi è che l’“assenza” di suono a dare senso alle parole, così come non vi è che l’“assenza” della vista a dare senso alle visioni: «tutto ciò che si dice o si scrive, tutto ciò che si sa, è a questo fine, veramente a questo fine: il silenzio»[29]. Quest’ultimo non è luogo, non è vuoto, non è assenza, bensì presenza, «presenza illimitata di tutti i ritmi, di tutti gli accordi, di tutte le melodie»[30]. L’Io che parla, il soggetto lirico, diviene limite, soglia, porta del mondo, margine di un continuo interscambio con un oltre che diviene pensabile ed esprimibile solo attraverso la morte. Quest’ultima non è l’ultima melodia dell’esistenza, «non [è] il nulla, ma l’unione reale di tutto ciò che era vivo, di tutto ciò che era esistente, non più per l’espressione, ma per il silenzio, non più per l’uomo, ma per tutti, non più per tutti, ma per sé, ma nell’universo. Questo era l’evidenza»[31]: un’immanenza che sovrasta[32], come la definirebbe Martin Heidegger. Le Clézio concepisce dunque una morte che gradualmente rende evidente la sua eterna presenza, ciò che è sempre stata e che esige di essere assunta anche quando la letteratura sembra illusoriamente edificare una realtà dalla quale sono escluse l’esperienza ingovernabile della vita e quella inaggirabile della morte: «questa idea di morte era ciò che c’era stato di più acuto nel godimento, […] era stato segreto e tuttavia l’avevano conosciuto tutti. […] In me, in ogni istante, c’era l’uomo morto»[33].

Uomo che hai distrutto ogni volta che io operavo, uomo che hai cancellato
ogni volta che scrivevo, non mi hai lasciato mai […] come un dio[34].

Quello che bisognerebbe fare per penetrare veramente il mistero della scrittura, scrive Le Clézio, è «scrivere fino ai limiti delle proprie forze. Pensare, e definire il pensiero con segni instancabilmente, fino a cadere addormentato, svenuto, morto»[35]. Tuttavia, analogamente a Sartre[36], egli è amaramente consapevole di essere, più che un testimone, un semplice spettatore: desidera agire piuttosto che testimoniare, desidera «scrivere, immaginare, sognare perché le sue parole, le sue invenzioni, i suoi sogni intervengano sulla realtà, cambino gli spiriti e i cuori, aprano la porta a un mondo migliore. E tuttavia, nello stesso istante, una voce gli sussurra all’orecchio che questo non si potrà fare, che le parole sono parole che il vento della società porta via, che i sogni non sono che delle chimere. […] La solitudine sarà il suo premio. Lo è sempre stato […] felicità contraddittoria, miscuglio di dolore e di piacere, un trionfo ridicolo, un male sordo e onnipresente, come una piccola musica assillante. Lo scrittore è l’essere che, meglio di ogni altro, sa come coltivare la pianta vitale e velenosa, quella che cresce solo sul suolo della sua impotenza. Egli vorrebbe parlare per tutti, per tutti i tempi: eccolo, eccola nella sua stanza, davanti allo specchio troppo bianco della pagina vuota, sotto il paralume che diffonde una luce segreta. Davanti allo schermo troppo vivo del suo computer, ad ascoltare il suono delle sue dita che battono sui tasti. È quella la sua foresta. Lo scrittore ne conosce fin troppo bene ogni sentiero. Se qualche volta qualche cosa se ne fugge, come un uccello che si leva in volo all’alba disturbato da un cane, lo è sotto il suo sguardo sbalordito – era a caso, era malgrado lui, malgrado lei»[37]. Dunque, prima di essere scrittore e lettore, l’autore sembra riconoscersi nella stessa natura del libro: quello scritto dalla lingua più privata, inconscia, straniera e che Jaques Lacan ha definito lalangue (la lingua primaria che ha sancito il singolare rapporto che esiste tra le parole e la propria memoria più antica, che ha perciò unito il significante al corpo: la «spina del corpo[38]»). Il neologismo coniato dal Lacan esprime perfettamente nel suo stesso suono l’impatto con il Verbo (lo stesso Verbo della Genesi). Fenomeno verbale e intellettivo, il primo è incarnato nel secondo e viceversa. Anche Sartre offre una mirabile visione dell’incarnazione della lingua nel corpo, della cristallizzazione della memoria antica della voce ormai indelebilmente sedimentata. In tal senso si può allora comprendere il significato del titolo Una vita è i suoi libri che Massimo Recalcati affida al suo testo (vi si è fatto riferimento in apertura). Egli stesso, d’altronde, sostiene che «dove c’è ancora un libro […] gli uomini restano ancora umani, dove c’è ancora un libro la vita resta ancora nel solco della Legge della parola»[39].


Conclusioni

Giunti al termine di questa breve ricerca si vogliono richiamare alla memoria gli interrogativi dai quali si è partiti, al fine di comprendere come da questi si sia brevemente sviluppata la riflessione che vi è seguita. L’accenno analitico sul significato originario della parola nella Parola ci ha interrogati su cosa voglia dire scrivere, cosa voglia dire leggere e quale sia il rapporto tra questi due processi. Giunti alla figura di Jean-Marie Gustave Le Clézio – rapportata in certe occasioni a quella di Jean-Paul Sartre (con il quale si sono riscontrate delle somiglianze espressive) -, la lettura di alcuni estratti dell’esperienza umana documentata dalla sua scrittura ha permesso di osservare come il peculiare rapporto con il linguaggio scritto, e la trasgressività delle sue forme, lo abbia avvicinato a tematiche quali l’assurdo, la fatalità, la ricerca di autenticità, la libertà, la noia, l’illusione, la nausea in quanto eccesso di esistenza (dove quest’ultima non è più categoria astratta, ma materia stessa delle cose).

Riflettendo sull’inesauribile rapporto che corre tra la parola letta, la parola scritta e le loro innumerevoli possibilità di significazione, l’intento del breve lavoro è quello di aver accompagnato l’osservazione di come la letteratura non solo faccia dell’identità un tema, ma giochi anche un ruolo significativo nella costruzione dell’identità dei lettori.

Fornire un’unica, definitiva e statica concezione di letteratura non è possibile, in nessun luogo e nessun tempo. Ciò significherebbe scegliere la via dell’appiattimento letterario, artistico e culturale; dunque, la strada verso una visione identitaria che cancella il modo in cui occhi unici, perché diversi, osservano, vivono, leggono e poi raccontano la propria storia. Molteplici, perciò, sono i valori di cui la letteratura è portatrice e certamente è proprio nella ricerca di questi e delle infinite Verità che ogni vita letteraria è in grado di custodire – trovando testimonianza e infiniti riflessi negli occhi di chi oggi dona, e domani donerà, voce a quella singolare esistenza -, che si pone la condizione essenziale per la sopravvivenza della Letteratura. Una futura ricerca potrebbe allora offrirne un’interpretazione di più ampio respiro; tuttavia, scopo ultimo del presente lavoro è omaggiarne l’originario significato etimologico della parola, nonché l’arte di leggere e scrivere[40]; significato che la personale ed attenta lettura prima de Les Mots e dopo de L’Extase matérielle ha potuto ritrovare tra le parole e l’essenza identitaria di Jean-Paul Sartre e di Jean-Marie Gustave Le Clézio.

                                 L’arte si raggiunge scrivendo, scrivendo per sé e per gli altri, senz’altra mira che quella di essere se stesso.
(Jean-Marie Gustave Le Clézio,
L’Extase matérielle)


[1] Gv 1,1-3.

[2] Gen. 1:3.

[3] Gv 1, 14-18.

[4] J.-P. Sartre, Les Mots (1963); trad. it. Le parole, a cura di L. de Nardis, Il Saggiatore, Milano 1982, p. 41.

[5] Ivi, p. 27.

[6] J.-P. Sartre, A. Astruc, M. Contat, Sartre: un film, Gallimard, 1997, p.61.

[7] M. Recalcati, A libro aperto. Una vita è i suoi libri, Feltrinelli, Milano 2020.

[8] Motivazione conferimento Premio Nobel per la Letteratura 2008 a Jean-Marie Gustave Le Clézio (https://www.nobelprize.org/prizes/literature/2008/summary/).

[9] J.-M. G. Le Clézio, L’extase matérielle (1967); trad. it. Estasi e materia, trad. it. M. Binazzi e M. Maglia (a cura di), Rizzoli, Milano 2019, pp. 10-15.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 9. 

[12] Ivi, p. 35.

[13] M. Heiddeger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, p .24.

[14] J. -M. G- Le Clézio, op.cit., p. 91.

[15] Ivi, pp. 85-86.

[16] Ivi, p. 171.

[17] Ivi, p. 34.

[18] Ivi, p. 29.

[19] Nella foresta dei paradossi, prolusione alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura di Jean-Marie Gustav Le Clézio, 2008, p. 2, (http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Le%20Clezio.pdf).

[20] J.-P. Sartre, op.cit., p.109.

[21] J. -M. G. Le Clézio, op. cit., pp. 233-235.

[22] Nella foresta dei paradossi, prolusione alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura di Jean-Marie Gustav Le Clézio, 2008, p.3, (http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Le%20Clezio.pdf).

[23] Ivi, p. 85-86.

[24] Nella foresta dei paradossi, prolusione alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura di Jean-Marie Gustav Le Clézio, 2008, p. 8, (http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Le%20Clezio.pdf).

[25] J. -M. G. Le Clézio, op.cit. p. 112.

[26] Ivi, p. 108.

[27] Ivi, p. 255.

[28] Ivi, p. 101.

[29] Ivi, p. 255.

[30] Ivi, p. 236

[31] Ibidem.

[32] M. Heiddeger, op. cit., p. 305.

[33] J. -M. G. Le Clézio, op.cit., pp. 260-261.

[34] Ibidem.

[35] Ivi, p. 107.

[36] Se è vero che al Jean sans terre si sostituisce lo scrittore impegnato che legge nella propria vicenda personale il percorso di tutta una generazione di intellettuali, è altrettanto vero che egli non cerca la gloria per i suoi scritti poiché ciò che più gli interessa è la comunicazione che, attraverso i suoi libri, egli è in grado di instaurare. Sartre desidera che questi possano continuare ad essere letti anche a seguito della sua morte, ma è consapevole di come questo non dipenda unicamente dal suo impegno o dalla sua notorietà, bensì da quanto la società, in costante evoluzione, possa essere in grado di tutelarne la circolazione e la divulgazione.

[37] Nella foresta dei paradossi, prolusione alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura di Jean-Marie Gustav Le Clézio, 2008, p. 5, (http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Le%20Clezio.pdf).

[38] J. Lacan, La terza, in Psicoanalisi n. 12, Astrolabio, Roma1992, p. 24.

[39] M. Recalcati, op. cit., pag. 179.

[40] Vocabolario online Treccani, https://www.treccani.it/vocabolario/letteratura/ (ultima data di consultazione: 28/05/2023): [dal lat. litteratura, der. di littĕra e littĕrae, secondo il modello del gr. γραμματική (v. grammatica)]. – 1. In origine, l’arte di leggere e scrivere; poi, la conoscenza di ciò che è stato affidato alla scrittura, quindi in genere cultura, dottrina. Oggi s’intende comunem. per letteratura l’insieme delle opere affidate alla scrittura, che si propongano fini estetici, o, pur non proponendoseli, li raggiungano comunque; e con sign. più astratto, l’attività intellettuale volta allo studio o all’analisi di tali opere.

Bibliografia

La Sacra Bibbia, CEI-UECI (a cura di), Roma 1974

M. Heiddeger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976

J.-P. Sartre, Les Mots (1963); trad. it. Le parole, L. de Nardis (a cura di), Il Saggiatore, Milano 1982

J.-P. Sartre, A. Astruc, M. Contat, Sartre: un film, Gallimard, 1997

M. Recalcati, A libro aperto. Una vita è i suoi libri, Feltrinelli, Milano 2020

J.-M. G. Le Clézio, L’extase matérielle (1967); trad. it. Estasi e materia, trad. it. M. Binazzi e M. Maglia (a cura di), Rizzoli, Milano 2019

J. Lacan, La terza, in Psicoanalisi n. 12, Astrolabio, Roma1992

L. S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio. Ricerche psicologiche, trad. it. L. Mecacci (a cura di), Laterza, Urbino 2019

Sitografia

Motivazione conferimento Premio Nobel per la Letteratura 2008 a Jean-Marie Gustave Le Clézio (https://www.nobelprize.org/prizes/literature/2008/summary/)

Nella foresta dei paradossi, prolusione alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura di Jean-Marie Gustav Le Clézio, 2008, (http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Le%20Clezio.pdf)

La Madonna Sistina

Emanuele Mendozzi ha riscritto l’opera di Dostoevskij nel tentativo di sciogliere la matassa significante che la costituisce; saccheggiando la letteratura delle sue formule e raschiando la superficie del testo per scoprirne le conversazioni nascoste, nell’ambito del corso di Letterature Comparate, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

Qui all’ombra d’un muro azzurro cieco, tra i denti bianchi d’una staccionata, poco a ridosso della strada, riposano le spoglie d’una vecchia ammazzata, coperti d’una lapide nera nel freddo abbraccio della terra abbeverata.”

*

La Madonna Sistina

Guarda tra due tende verde scuro appena scoste, incidendo avanti appena appenaposa su una nuvoletta acquerellata, cinta da una veste e da un velo che d’un vento lieve accarezzano l’ittero cielo. Un sacerdote dolce e pacifico resta incredulo e sgomento indica d’un indice nodoso al nostro capo e sembra dire: “Proprio a loro sono infine aperte le porte del perdono?”, mentre una santa tra i panni ruvidi e le spine, invita con clemenza a gioire della gioia, d’un volto sfumato, d’una madre e il suo bambino. “Non è una visione piacevole?”. E al pargoletto han cavato gli occhi gli uccelli, il pittore ne ha dipinti due da adulto, persin due occhi da vecchio eroe caduto, rubati forse a vecchio marinaio ubriaco, servirebbe al piccolo una barba e folta e ispida, una foresta di conifere brune a tratti incenerite, che con quelli della madre vedono di fuori d’uno specchio, penetrando in fondo e scintillando di lacrime e fiammelle nemmeno accennate, rovesciando estasi, rimestando animi allucinati. I due putti fan capolino alla cornice, pensando e ripensando tradiscono l’incertezza che a noi tocca, così affettati da una scure tra il tempo e l’eternità.


Tra le sette e le otto

Tra le sette e le otto saltellava a Pietroburgo

Incespicando su un discorso un calabrone vola

Con la lingua trema vaporelle di propositi:

Allucinanti illusioni, d’un cavallo, d’un cappello.

Quale al fegato son cresciuti i glicini stellati,

Tra una folla di pidocchi, la testa scintillante

Scoppietta a ogni passo e si ferma e gli occhi ronzavano

affabulando tele fantasiose: un laccio appeso

uno straccio, un’accetta, gli stivali, il quartierino

della vecchia, il suo canile, cerca di fuggir gli sguardi.

La fortuna o la scelta si separa a colpi d’ascia,

Nel riflesso vetrato d’un finto portasigarette,

quegli occhi rugosi lo spiano diffidenti senza

posa tra una porta e una catenella, quel pidocchio

è in casa e lo cesella e lo sgrana vispamente

e il delirio intanto gli penetra gl’intestini

e grida silenzioso: “Tu sarai un Napoleone”.

Ora è entrato, s’è fidata, ha aperto, è sola.



Tra le sette e le otto saltellava a Pietroburgo

Un’accetta sospesa a un lembo frastagliato canta

Motivi argentini e colpi sordi d’un tamburello

Bianco, bianca è la sclera, trasalisce a un sogno d’oro

Da benefattore, brucando in cerca d’una chiave,

su una mandria appiccicosa, pascola un pidocchio.

Gli batteva il cuore in gola e intanto lei zampillava

Violetti rivoli e torrenti ferrosi e nuvole

Sulfuree ora davano dalla carta da parati

Quel tenore del sogno e della febbre, d’un guanciale

Sudato d’estate, d’un divano logoro, una croce

Di rame, un borsello, un baule, carta di giornale.

La vista gli tremava di vertigine fin l’orlo

Del soffitto, non un fiato usciva se non spezzato

Condensando sullo specchio d’una lama imbrattata.

Per la stanza lo studente andava e veniva, i nervi

Impazziti d’un Napoleone, d’uno Schiller folle.

Nella stanza attigua un’altra donna andava e veniva.



Tra le sette e le otto a Pietroburgo si son spente

Due sorelle e uno studente, spiccando alla nottata

In una bettola in velluto al lume della luna

Una poco più che bambina, poco men che donna,

Offre i suoi servizi all’ombra d’una candela trema

Del rarefatto pianto d’una madre disperata

D’un nobile passato, del francese, dei balletti.

Presto s’incontreranno questo lupo e quest’agnello.


Libretto giallo

Verginità, verginità, perché
Mi lasci? Dove andrai? Come è stretto
Un passerotto tra le braccia troppo…
Troppo forti d’un uomo arrossato,
Spiri alla luce fioca della sera,
che su di noi senza riserve cala
a spiare i giallini patimenti.
Quando muore il giorno nel riverbero
all’orlo d’un lenzuolo stropicciato
nella carta da parati consunta
suonan le nostre preghiere notturne
e ci copriamo il capo com’è giusto
di sciallini sgualciti, di sorelle
in coro, di bibbie sporche e stracciate,
di pianti di neonati. Mi dici
con voce spezzata: “Sonja adorata
non piangere così, non disperare.
ormai io da te mai più tornerò.


Hanno schiacciato un poveretto

O città fantastica piena di suoni sordi, quanto stridono gli zoccoli e alla via delle bettole danno un prete e un medico. Da tre finestre e una parete, l’acqua d’estate imbiancata marroncina rifletteva il puzzo e l’arsura al vento come i poveri turbina, quando li mena il vino, uno appresso all’altro. Che occhi hanno gli ubriachi e i progressisti, dotati di voci spaventose, d’acciaio trapunto di stelle dorate. Sbuffano i treni tra le vie e le folle, nel reticolo metafisico dei palazzi, delle vetrate viola, dei vapori fetidi, pisciano per strada. Qui a Pietroburgo la gente borbotta, attorcigliati, tutti improvvisamente s’ammassano a ascoltar sventure suonate dalle piccole voci dei bambini, a mirare tutt’intenti quelle piccole passioni, esaltati come sono dall’aria asfissiata. E le divise, le divise battono un poveretto, lo portano via, mentre quello… quello grida intanto che è figlio di re e cerca il suo regno tra i fasti e i riflessi d’una bottiglia aguzza. Ho incontrato ieri mia madre, nascosto tenevo un foglietto di sole, qualche soldo poi non può guastare ai bambini, alla tosse, a quel fuoco lentigginoso. L’han picchiata sulla scala e pioveva. E poi mio padre… a mio padre… gli occhi infiammati, il sangue cantava, le ossa schiacciate, sgorgavano lacrime e rivoli rossi.


Venne a trovarmi un assassino (La resurrezione di Lazzaro)
*
E fu forse al tremar della serata
Che venni a stillarmi il sangue dal petto
Quando sudava il canale accaldato
La testa avevi allora tutta piena
Di che pidocchi e gli occhi saltellanti
m’inniettaron sotto pelle un fuoco
nascosto. Parlando un po’ della mamma
giocavi a ferirmi, premendo gli occhi 
in cerca della pietà. “Leggi forza
-me lo dissi- come facevi per lei…
Dove si parla qui del redivivo”
E allora io cuore colmo, speranza
Passai su un dito in cerca di Giovanni.
Quanto poi rombaron quelle parole
Nelle fresche membra dei peccatori
Che ancor si rizzano come i fioretti
Al gelo notturno e poi il sol li imbianca
Volaron passerotti nelle orecchie
E quasi mi colse la verde febbre
Che avevi tu. Eravamo due pazzi
Congiunti dall’eternità ridente
Uniti i peccatori nel vangelo

*

Al di là delle rive del giordano
dove prima Giovanni Battezzava
il cielo ammutoliva alla notizia
del sonno sordo d’un amico caro


tal era rimasto il corpo malato
all’ombra d’un sepolcro marrone
per quattro giorni e quattro notti intere
sudando fiori afoni alle pareti


quante lacrime lavavano i piedi
piovendo giù sconnesse soffocando
i volti solfiti di Marta e Maria
Di lamenti azzurri a rivoli pieni


-“Signore se solo ci fossi stato …”
-“Io sono resurrezione e vita
“chiunque vive in me vivrà in eterno
“non morrà in eterno, credi questo?”


Un profuso lamento e contagioso
Inondò le guance di blu di Maria
E come un tremito trafisse i cuori
E presto fu di lacrime un gran coro


Quando poi sulle sue gracili gambe
Mise un passo di fuori dal sepolcro
Sonja batteva l’aria della stanza
Trema d’estasi si rovesciò in lui


Sotto un sasso riposa un’ammazzata

Scendendo il sole a destra incontra uno steccato che s’infrange nel cortile. Al di là d’un muro cieco azzurro intrattengono i passanti i soffocanti vapori estivi, le strade sciolte e i furiosi schiamazzi che fuman dalle bettole. Sulla via carri trainati dai cavalli insanguinati gridano strepitando il ciottolato, trasportano persone di cristallo impomatato. I bambini fanno la carità, strimpella un organetto qualche canzone popolare e una rossa fanciulla inebetita da angeli invisibili guarda lo sguardo appiccicoso d’un vecchio ingiallito. Se ci si perde nel viola di quel prato, dove questo si fonde al cielo verde, poco più in là verso la dentata staccionata, si scorge un sasso sacro tutto nero. Qui riposano tra le braccia rinfrescanti della terra scintillando a un sole inesistente, a una luna impazzita, pietre preziose, metalli nascosti. Quando piove scrosciano d’una testa spaccata, si sciolgono tra le carte d’un giornale illeggibile, pigolando disperati come canarini d’argento. Qui all’ombra d’un muro azzurro cieco, tra i denti bianchi d’una staccionata, poco a ridosso della strada, riposano le spoglie d’una vecchia ammazzata coperti d’una lapide nera nel freddo abbraccio della terra abbeverata.


Canta ancora madre mia

Quanta gente tra i poveri s’affaccia
Come avvoltoi alle porte dei malati.
In eterno t’amerò. il tuo petto
Abbeverato dal pianto del cielo
e le mani che dolcemente tristi
carezzavan la terribile notte,
tenevan le mie giunte per pregare.
È freddo e fiocchi cadono per te,
Non più color t’innaffia a sparsi fuochi,
ma dalla bocca stilla miele rosso.
Al tuo viso infrange, si sgrana un labbro,
dalla finestra un tremito di luna.
Il tempo s’è fermato a Pietroburgo.
Chiamami ancora per nome… ti prego…
Ti prego mamma canta… canta ancora…


Si è impiccato un santo (confessione di un imbianchino)

Nel campo sterminato di blu verde
Aggrappato a brandelli dell’eterno
Allo scoppiettio viola della luna
Che il vento batte lungo il fiume cieco
S’è appeso un imbianchino azzurro
Come santo di vernice, a un albero
D’ulivo. Aveva commesso un delitto
per trenta denari d’argento appena,
per aver un po’ di dolor paonazzo,
la medicina d’un cuore malato.
Fu poi un battito di cielo che scosse
Il ramo straziato, quel viso azzurro
Come un fulmine cadde bianco in terra.
D’un raggio colorito si trafigge
Il volto e gli spunta sgomento un riso
Patendo la clemenza dell’eterno,
Arricciando le labbra si prepara,
Domani verrà la sua confessione.


Gli orfani della legge
*
Quanto è fredda la Siberia e i detenuti rompono incessanti pietre preziose e picconi, salgono dalle schiene curve i muscoli tesi di formiche verticali. Direste vedendoli dormire che come bambini piangono sognando la visita d’un angelo misericordioso, foss’anche per un nonnulla, per asciugargli un po’ le lacrime. Il fumo ferroso dei forni li seguiva nella notte e al mattino col suo brusio stringente, quello era uno stendardo terribile e straziato, il vessillo d’una libertà ceduta, giocata per qualche gioiello incartato, per un tozzo di pane, per una bottiglia in più.
Quanto poi a dormire non si può fare altro, sognare e lavorare uccidono le ore e le lasciano stremate al cielo che abbaglia ogni cosa quando si mescola alla neve. La noia s’innamora di loro come una fedelissima sposa, incollandosi alle suole delle scarpe bucate. Tra uomini del genere si rafforza la fortezza della fede, fa infatti città d’avorio turrite e campanili, tra i più cinici e increduli s’annida l’eternità e il suo gioco, finché il più arido dei cuori non si abbevera per avere un lembo dell’altissimo dalle cime azzurrine, sarà forse la fatica, sarà la bianchezza tutt’intorno, un muro sudicio, un libro logoro.  Non parlano tra sé come in città, ma come monaci devoti iscrivono nelle conversazioni il più grande dei silenzi, rotte sillabe di solitudine, annotano l’inesprimibile loro patimento in piccole lettere e a molti mancano le parole. Quando arrivano zuppe le missive assaporano un po’ il dolce venticello che solleva l’odore di casa loro. Vogliono con quelle braccia indurite stringere ancora qualcuno, fosse anche in sogno.
*
in una giornata di nuovo tiepida e serena, quando la steppa intorno strillava di bianchezza, e alla riva il largo fiume nascondeva la baracca, mi sedetti insieme al sole accanto a te.
Guardavi all’orizzonte neri puntini e parlavi a mezza voce, sospirando parole, di come quelli sì erano uomini liberi e di come lì ancora… lì ancora vivessero i tempi di Abramo. intanto sul tuo dolcissimo capo un tempo rigoglioso di spazzoline sabbiose si poggiavano allegri coriandoli di cenere, e uno ti cadde proprio su una guancia, scavata com’era dalla prigione, dal lavoro.
L’altoforno e i muri bianchi d’una cella e un refettorio, avevano ormai da tempo rubato i tuoi vent’anni, e quel tuo brobottar fiumesco era ormai per me il ricordo d’una serena sera passata in preghiera. Io poi sempre t’allungavo la mia mano trasparente e tu la prendevi riluttante, non fosse che per me, per sentire un po’ qualcosa. Quella volta in riva al fiume, ti buttasti a capofitto in pianti e lamenti, m’avevi lavato i piedi. E l’acqua disperando lacrime faceva a te da coro, del tuo patimento. Ho capito allora che m’amavi, e come poco più a te guardo più non posso parlare. Da tempo per te mi son sentita mancare e le ginocchia han preso a stringersi come al cedere d’un palazzo, un terremoto, una malattia. Prendiamoci per mano adesso, mancano appena otto anni e poi…

Bibliografia

Alighieri D. (1995), La divina commedia, BUR Rizzoli, Milano.Dostoevskij F. (2013), Delitto e castigo, Feltrinelli Editore, Milano.
Nietzsche F. (1979), Umano, troppo umano, I, Adelphi edizioni, Milano.
Rimbaud A. (2019), Opere, a cura di Olivier Bivort, Marsilio Editori, Venezia.
Saffo (2016), Poesie, traduzione di Franco Ferrari, BUR Rizzoli, Milano.
T. S. Eliot (1998), The Waste Land and other poems, Signet classic, Londra.

Francesco de Cristofaro (a cura di) (2020), Letterature comparate, Carocci, Roma.
Stefano Ercolino e Massimo Fusillo (2022), Empatia negativa. Il punto di vista del male, Bompiani, Milano.

I passi biblici sono citati secondo La Sacra Bibbia della conferenza Episcopale Italiana, Roma, Cei-Uelci (2008).

Il canto della Neva

Dramma in due atti
di
Giulia Berardi; Federica Damiani; Lucile Daubercies; Linda Demichelis;
Letizia Grippi; Nzumba Marta Luamba; Marie Perreau;
Elena Prato; Martina Schettino

(2022)


Materia del dramma: Il dramma si apre con il monologo poetico di una magica San Pietroburgo che, presentandosi allo spettatore, descrive il proprio personaggio principale e le sue azioni. Costui è un Raskòl’nikov che ha già compiuto il proprio delitto e, quindi, che ha già realizzato il proprio destino. Questa ‘San Pietroburgo di carta’ è abitata da persone reali, così come da spiriti, spiritelli e anime. Raskòl’nikov, fatto di carne e sangue, incontrerà tre fantasmi del proprio passato che lo porteranno a interrogare se stesso e a conoscersi veramente. Apparentemente solo Sonja potrebbe salvarlo, ma, in questo fantasmagorico universo, Sonja è sparita e di lei è rimasto soltanto un diario: una voce di verità che non trova posto nel testo originale e che racconta il dramma di questo personaggio femminile, le sue fragilità e i suoi credi. Così come gli altri fantasmi, Sonja alla fine comparirà in scena solo come una figura impalpabile, per affrontare Raskòl’nikov e per guardarsi, per conoscersi, anche attraverso gli occhi di lui.
Nel finale, Raskòl’nikov, avendo conosciuto tutto, crollerà sotto il peso della sua coscienza e di un tanto instabile – quanto incredibile – bisogno di verità.

*Di quest’opera, composta a più mani, Lucile Daubercies e Marie Perreau hanno scritto atto I, Prologo; Nzumba Marta Luamba ha scritto atto I, Scena i; Letizia Grippi ha scritto atto I, Scena ii; Elena Prato ha scritto atto I, Scena iii; Martina Schettino ha scritto atto II, Scena i; Linda Demichelis ha scritto atto II, Scena ii; Federica Damiani ha scritto, composto e coreografato atto II, Scena iii; Giulia Berardi ha scritto atto II, Epilogo.

*

Atto primo

1. Prologo – Pietroburgo entra in scena e presenta la materia del dramma, se stessa e il suo personaggio principale: Raskol’nikov. (Lucile Daubercies; Marie Perreau)

2. Scena I – Raskòl’nikov incontra il primo fantasma: Marmeladov. (Nzumba Marta Luamba)

3. Scena II – Raskòl’nikov incontra il secondo fantasma: Lizaveta. (Letizia Grippi)

4. Scena III – Raskòl’nikov incontra il terzo fantasma: Alëna.(Elena Prato)

Atto secondo

5. Scena I – Raskòl’nikov inizia la propria rivoluzione morale e interiore. (Martina Schettino)

6. Scena II – Raskòl’nikov legge il diario di Sonja.(Linda Demichelis)

6. Scena III – Confronto onirico tra Raskòl’nikov e Sonja (intermediale). (Federica Damiani)

7. Epilogo – Raskòl’nikov scrive la sua confessione nel diario di Sonja. (Giulia Berardi)

Dramatis personae

Pietroburgo, il prologo

Raskòl’nikov, il colpevole

Marmeladov, il primo fantasma

Lizaveta, il secondo fantasma

Alëna, il terzo fantasma

Sonja, l’anima bianca

Atto I

Scena i

Esterno.
Ambientazione di una città metropolitana con un fiume che scorre.
Entra Pietroburgo.

PIETROBURGO

                                   Mi chiamo Pietroburgo.
Si dice che le cose atroci
succedano durante le notti.
Quando il mondo sembra spento.
Quando i cani gridano verso il cieloe i miei lampioni non illuminano più.
Come se solamente,
la chiarezza della luna
e il canto dei gufi,
potessero acquietare
le menti tormentate,
purificare il sangue versato,
e cancellare i corpi inerti.
Alcuni pensano
che l’oscurità sia favorevole
a un sonno profondo e leggero.
Ma quante anime lacerate
vi smarriscono il loro cammino?
Il sole è già in alto,
eppure,
non si è mai fatto il giorno.
Il tempo non ha più nessun senso.
Vanno e vengono,
all’angolo delle mie lunghe strade,
i fantasmi,
che si salutano,
gli spiriti,
che si confondono.
Pensieri,
desideri,
paure.
S’intrecciano fino a creare un nesso.
I cuori battono forte
accanto a questo mio porto,
questo dolce mare,
che non si vede.
Un’unica soluzione si delinea,
si intrufola.
Un raggio di sole
scuro e freddo
uccide.
Il male è attivo.
La follia si sveglia.

[Entra Raskòl’nikov o si vede gironzolare una figura]

Ho visto quell’uomo,
andare e tornare.
Girare,
camminare,
riflettere,
torturarsi,
seduto sulle mie panche,
attraverso le mie strade.
La sua anima,
come antitesi,
della mia bellezza.
La sua vita non è altro che un sogno,
un incubo.
La sua interiorità è simile alle mie vie.
Buio, dubbio, caos,
oggi regnano,
sul mio spettacolo.
Ressemblance dissemblable.
Un labirinto di pensieri infiniti.
Il se fuit.
Il s’enfuit.
Il suo atto finisce sempre per raggiungerlo,
aggrapparlo.
Scisso è il mio cuore,
la Neva
scorre.
La sua psiche è scoppiata,
nella sua testa
non è mai da solo.
Il suo corpo,
ovunque,
macchiato di sangue.
Il castigo bussa,
sulle porte della sua coscienza.
Voci e immagini.
adesso,
è terrorizzato.
Eppure, i rimorsi non ci sono.
Aveva bisogno di compiere,
qualcosa di grande.
Ma è per forza morale
la grandezza?
Se una morale esiste.
Pallido,
è raggiunto dal delirio.
Nel suo sonno infinito,
la malattia, gli tiene la coscienza,
la follia, gli ruba l’anima.
Mi chiamo Pietroburgo,
città giusta,
città ordinaria?
No.
Città astratta,
città straordinaria,
dal male, segnata,
popolo peccaminoso.
Urliamolo forte:
“gli uomini sono,
affinché possano provare gioia.”
Che cosa rappresentano allora,
i miei più sfortunati ospiti,
nella miseria e nella pena,
nella malattia e nella povertà?
Come la possono ottenere,
questa felicità
quando persino le stelle
si confondono
nel buio del mio cielo,
Nel cuore
dell’eterna notte.
Vedo tutto.
sento tutto.
Si chiama Raskòl’nikov,
in me, vive.
Apparenza banale,
ma doveva,
tuttavia,
uccidere,
per sentirsi vivere.
Che paradosso.
Un uomo straordinario,
adesso lo è.
Certezza c’è.

Esce Pietroburgo.

Scena II

Bettola frequentata da Marmeladov.
Raskòl’nikov, entrato in scena, passa
dall’ambientazione ‘esterno’ a ‘interno’.
Entra in una bettola per bere.
Improvvisamente sente una voce soprannaturale
che richiama la sua attenzione.

MARMELADOV

 Così ti uccidi, Raskòl’nikov. Ti ho cercato e ora ti trovato Raskòl’nikov!

[Raskòl’nikov, confuso, non capisce da dove arrivi la voce:
è fuori o dentro di sé?]

RASKOL’NIKOV          

Eccomi, parla.

MARMELADOV           

Guarda come ti sei ridotto! Sembri ubriaco fradicio. Sei consapevole delle conseguenze? Come si può essere così ingenui. È inutile parlare di questioni serie. Non sei nelle condizioni di comprendere… E cos’è quello? Sì, esatto, quel bicchierino sul tavolo.

RASKOL’NIKOV          

Nessun bicchierino. Nessun tavolo vedo! Buio vedo, soltanto buio. Perché mi disturbi, adesso? Non c’è nessuno. Il nero colora la mia vita. Intorno a me tutto gira. Io rimango fermo. Immobile. Freddo. Lasciami in pace! Questo è il mio unico desiderio.

MARMELADOV           

Amico mio, animo! È un consiglio per il tuo bene. Io non auguro il male a nessuno, ricordatelo! Tu sei sempre stato diverso da me. Non continuare su questa strada! Da qui non si torna più indietro, mio caro.

RASKOL’NIKOV          

Rivoglio la mia solitudine. Provo piacere nel dolore. Provo stanchezza. Chi mi libererà dalla nostalgia e dall’amarezza? Nessuno. Allora voglio essere pazzo e non pensare più!

MARMELADOV           

Cosa stai dicendo? Stai forse delirando? Non è da te. Sei un ragazzo lucido, colto e brillante. Non hai bisogno dell’alcol. Tu non devi diventare come me, intesi?

RASKOL’NIKOV           

Ti sento ancora… mormorio saputello…A chi credi di fare la morale? A me, a te, a tutti… Io ho perso la ragione.

MARMELADOV           

Dov’è hai la testa? Ti rendi conto di ciò che dici. Se continui così, non sarai più l’uomo di prima. Non avrai più un cuore. Perderai tutta la tua dignità!

RASKOL’NIKOV          

Blah, Blah, Blah. Sono tutte sciocchezze! Vere e proprie stupidaggini da buttare in un angolo della spazzatura. Cerchi bene! Dovrebbe esserci nel mio cervello un posto riservato ai rifiuti mentali.

MARMELADOV           

Non essere spiritoso, Raskòl’nikov! Io sono seriamente preoccupato per la tua salute mentale e fisica. Ritorna in te!

RASKOL’NIKOV          

Io non ti vedo e non ti credo. Se sei nella mia testa? Allora vattene! Se opponi resistenza ti seppellisco io.

MARMELADOV           

D’accordo! Io me ne vado per il momento. Non ti sto prendendo in giro. Hai bisogno di cure…

RASKOL’NIKOV          

Si, hai ragione! E tu sparirai per sempre dalla mia vita. Al diavolo tu e tutte le voci insensate!

 [Raskòl’nikov si lascia travolgere dal flusso
ininterrotto dei suoi pensieri
]

RASKOL’NIKOV          

Amo la solitudine.
Amo il silenzio.
Amo la libertà
Anche nel buio più profondo
in cui nascono le fantasticherie più infantili.
E ritorno bambino.
Un bambino innocente, spensierato, curioso…

[Dopo qualche momento,
Raskòl’nikov sente nuovamente la voce di prima
]

MARMELADOV           

Raskòl’nikov, sono tornato!
Ti scongiuro, ascoltami! Prima ero andato urgentemente in bagno, scusami… Eh, che c’è di strano? Anche esseri come noi hanno problemi di incontinenza. Ma tralasciamo questo particolare. Non è di questo che voglio parlare. Presta attenzione alle mie parole e non respingere i miei consigli.

[Una luce accecante attraversa la bettola,
Raskòl’nikov sembra riprendersi da uno stato di sonnolenza
e si spaventa
]

RASKOL’NIKOV          

Per tutti i santissimi pietroburghesi! Da dove è uscita questa visione fantasmagorica? Che luce accecante e penetrante. Ma chi diavolo sei?

MARMELADOV           

Il sogno si è trasformato in incubo,                                   
Il piacere il dolore.
La vita è diventata una trappola per topi.
Io sprofondo nel gelo dell’umanità
In cui regna sovrana l’immobilità.
Ma il mio pensiero naviga nei mari infiniti.
Il mostruoso attraente.
Il selvaggio istruito.
Il deforme perfetto.
Tu, Raskòl’nikov, se l’eccezione.
Tu sei uno spirito vivente.
Invece io
sono reale ma immateriale,
vivo nel deserto pietroburghese,
nessuno conosce me
e nessuno conosco io.

RASKOL’NIKOV          

Ora voglio da te una risposta secca: rivelami la tua identità.

[Marmeladov si materializza nella bottiglia di vodka,
illuminata dalla sua presenza
.
Avvicinandosi diventa sempre più riconoscibile]

MARMELADOV           

Marmeladov, chiamami così. Una volta, quando ero in vita, eravamo amici. Con te mi sono confidato. Eri l’unico istruito. L’unico che riusciva a capirmi. L’unico che mi voleva vivo più di tutti. Non te ne sarai dimenticato, vero? Ascoltami con attenzione. Vengo dal mondo dei morti per rivelare ciò che tu adesso ignori.

RASKOL’NIKOV          

Sei tu…? Marmeladov? Ora ti riconosco. Ora ricordo. Ti vedo morto ma sento la tua voce. Perdonami… Non ti capisco. A volte sei chiaro e diretto. A volte sei ambiguo e misterioso. Adesso rivelami ciò che sai. Sono curioso.

[Marmeladov confessa i suoi errori e cerca di persuadere
Raskòl’nikov a seguire la “retta via
”]

MARMELADOV           

Amico mio,
Pietà hai avuto di me e della mia famiglia.
La stessa pietà provo io adesso per te.
Compassione sento per te.
Concordo con te.
Questo buco è un mondo di lupi affamati.
Non c’è spazio per l’innocenza, per la bontà, per la gentilezza.
Qualunque anima viene corrotta
anche la più nobile.
Guarda mia figlia!
Un’anima leggiadra
destinata alla prostituzione.
La povertà l’ha ridotta in stracci.
La purezza l’ha condotta alla miseria.
Era questione di tempo.
La fine era già prevista.
Sono morto per il mio vizio.
Non mi lamento.
Ma non sopporto che il vizio sopravviva,
che aleggi nell’aria,
che prenda forma in altri corpi,
che distrugga altre vite oltre la mia.
Meglio spararsi, morire sul colpo
con rumori, scoppi ed esplosioni!
Poi zero assoluto. Silenzio. Pace.
Invece di lottare tra la vita e la morte
e di soffrire fino all’ultimo respiro.
Lo sguardo disperato della mia famiglia
penetrò il cuore nell’anima.
Mi ha ucciso.
Il tempo mi ha risucchiato,
mi ha costretto ad abbandonare tutti.
Tutti attoniti. Tutti confusi
Visi offuscati, voci lontane.
E perdo i sensi. Perdo la testa. Perdo i capelli.
Galleggio nell’aria malsana.
Assuefatto dal chiasso,
mi sciolgo nel mare dei mali.
Improvvisamente,
nel vuoto infinito,
ritorno nel nero assoluto.
Lo spazio e il tempo si confondono.
Tutto diventa uniforme e poi niente.
Non c’è più cuore, non c’è più battito
Non ci sono polmoni, non si respira più.
Ho creduto di disintegrarmi,
di lasciare il mondo alle spalle
e di dissolvermi nel vuoto.
Mi sentivo come dentro un frullatore,
triturato in vari pezzi
da una macchina telecomandata.
Dalla bocca all’esofago
precipito giù
per arrivare lentamente all’intestino.
Quanto assurda e insensata
è la morte!
Erano cavalli e carrozze a schiacciarmi.
Era un letto a sorreggermi a stento.
Era lo sguardo truce della donna
che mi voleva morto all’istante.
Era l’alcol,
la mia ossessione,
la ragione di vita per eccellenza,
il piacere immediato e confortante.
Ma la vita di un mortale non è illimitata,
e prima o poi sarebbe arrivato il momento
in cui avrei fatto i conti con la realtà.
Mostro sono stato in vita,
santo da fantasma.
Questa è la vera rinascita.
imprigionata dentro la gabbia di San Pietroburgo.

[Dopo un lungo respiro]

Amico mio,
alzati e cammina.
Trova la retta via
in Una Seconda Vita.

Esce Marmeladov

[Raskòl’nikov rimane in silenzio e segue i suoi ordini:
si alza, cammina ed esce dalla bettola]

Scena iii

Mercato cittadino.
Entra Rodja / Raskòl’nikov.
Cammina per il mercato
e guardandosi attorno
si accorge di trovarsi circondato da anime

RASKOL’NIKOV

E ora in che posto mi trovo? Conosco questo luogo ma d’un tratto mi sento un estraneo: dove sono le grida dei mercanti, perché le persone mi sembrano fatte d’aria e i loro passi non provocano rumore? Cos’è questo freddo che stringe il mio cuore? [Si guarda attorno più attentamente] Mi deve essere tornato il delirio, il mio delirio malato e corrotto. Anche prima… e ora eccolo che di nuovo si ripresenta; ma queste anime tuttavia mi sono sconosciute, nulla mi lega a loro ora come niente ci legava in vita, perché il mio mercato si è trasformato in purgatorio?

[Dietro ad un banco vede il fantasma di Lizaveta Ivanovna.
Lei sta cucendo la sua camicia e guarda in basso, lui si blocca
]

No… non è possibile, non può essere, voi siete… io…io vi ho ucciso” [Cammina avanti e indietro agitato, porta ripetutamente le mani alla testa]

[Tra sé e sé] Non siete reale, non potete esserlo. Prima Marmeladov e ora voi… sono io ad essere pazzo, pazzo! Aveva ragione Svidrigajlov; gli ho dato del matto e ora anche io soffro del suo stesso male, un male incurabile che mi attanaglia la coscienza e tormenta non solo le mie notti ma anche i miei giorni. [A Lizaveta] Ma perché siete qui, cosa volete da me? Voi non ci siete più… voi non siete più e non potete fare niente, nulla, per ritornare ad esser carne. Tutto ciò che ora siete è un fantasma.

[Si ferma e la guarda.
Lei impassibile continua a rammendare
la camicia senza alzare lo sguardo.
Lui perde di nuovo la calma]

Perché non mi guardate? Dite qualcosa Lizaveta e smettetela con quella camicia! Ah ma vi ho capita sapete, non mi ritenete degno di essere guardato, vero? Lo so che pensate di essere migliore di me, voi innocente, voi colomba… mentre io, io sono un assassino, un rapace che ha tagliato il filo della vostra vita con un colpo d’accetta senza neanche pensarci.

Questa è la verità Lizaveta: non volevo uccidervi, oh no… non era nei piani, solo la vecchia doveva pagare, ma voi siete dovuta entrare e mi avete guardato con quegli occhi spaventati… voi avete rovinato tutto, è colpa vostra! Non mia! [Tra sé] Ma perché, perché questo sentimento, perché questa colpa… No, non mi devo giustificare.

[Si avvicina a Lizaveta]

[A Lizaveta] Siete solo delle formiche in un immenso formicaio, persone ordinarie, tutte uguali: lavorate e correte avanti e indietro senza farvi domande, senza aver nulla da dire. Vi accontentate di briciole, ve le passate tra di voi pensando di contare qualcosa senza accorgervi che ad ogni passaggio quei già minuscoli frammenti diventano ancora più piccoli e la fine della catena è destinata a rimanere senza niente. Vi siete creati il vostro mondo sotterraneo senza rendervi conto della prigione in cui siete rinchiusi, costretti a guardare il cielo dal vostro buco pieno d’ignorante ingenuità. La vostra vita mediocre si riduce alla mera sopravvivenza, che diritto avete di giudicare chi vi è superiore? Io non sono Napoleone e mai lo sarò, ma davvero mi ritenete simile a voi? E dunque, perché vi rifiutate di guardarmi se vi sono superiore?

[Lizaveta si punge il dito con l’ago,
si sporge per prendere altro filo
e continua a rammendare la camicia
come niente fosse successo]

Per l’amor del cielo, guardatemi! Quella camicia assorbe tanto la vostra attenzione da non poter guardare in faccia nemmeno il vostro assassino? [Più calmo e a voce più bassa] Sapete… non potete rammendarla, quella camicia. Uno strappo non può sempre essere riparato, prima o poi si scucirà di nuovo e il freddo tornerà a pungere la pelle, [Tra sé] così come il sangue sulle mie mani non potrà mai più essere lavato via e continuerà a sporcare la mia coscienza.

[Lizaveta alza la testa e lo guarda con occhi neutri,
senza alcun giudizio e Raskolnikov cade in ginocchio]

Perché… perché ora mi guardate così? Smettetela… io vi ho ucciso… Odiatemi! Oh anima semplice, cos’ho fatto, perché non riesco a ragionare e la morale per cui ho ucciso non mi viene in aiuto. Tutti i miei ragionamenti hanno portato solo morte, e come voi siete un’anima in questo mercato così anche io mi ritengo, un’anima tra le anime, inadatto alla vita sebbene ancora vivo. L’usuraia meritava la morte, eppure l’assassinio pesa sulla mia anima come un macigno… ma cosa dovrei dire allora di voi? Voi che mai vi siete lamentata e non avete neanche provato a difendervi dai colpi della mia scure, voi che non avete mai fatto del male ma siete sempre stata fedele serva di vostra sorella e degli altri… Anche quella camicia… la mia, voi l’avete rammendata e io vi ho ringraziato con rubli sporchi di sangue e disprezzo.

[Si avvicina in ginocchio a Lizaveta con atteggiamento
completamente nuovo rispetto all’inizio, pentito]
Oh Lizaveta… la mia morale valeva dunque questo tormento?
[Le appoggia il capo sulle ginocchia
e lei lo copre con la camicia rammendata]

Escono

Scena iv

Androne della casa di Alëna, poi appartamento.

RASKOL’NIKOV

È mai possibile… Dopo tutto quello che è successo, dopo tutto quello che io ho fatto… Mi chiedo: è mai possibile essere di nuovo qui, in questo luogo, e sentirmi ancora come se ci entrassi per la prima volta?»

[Raskolnikov si osserva le mani:
tremano come foglie]

L’angoscia che provo è la stessa, i pensieri mi mangiano il cervello e l’ansia mi stringe la bocca dello stomaco… Proprio come se io, quella cosa, dovessi ancora farla… Che sciocco sono stato a pensare di potermela cavare! Che ingenuo! Ma cosa pensavi, eh? Che nessuno mai avrebbe dubitato di te? Ma come avrebbero potuto? Come? E perché mai avrebbero dovuto? Io, la vecchia, la conoscevo appena… Eppure… Non riesco a liberarmi dalla sensazione che loro, e lui soprattutto, sappiano tutto… Come farò?

            [Raskolnikov, ancora tremante, si guarda attorno.
Il caldo è soffocante: tutto sudato, si sbottona la camicia
e si passa una mano sul viso, con aria rassegnata]

Ma guardami… Come sono ridotto… Questo caldo mi uccide! Sono forse arrivato all’Inferno? È questo il mio castigo? Dolermi in eterno, in questo buco di città, per ciò che ho fatto?

[Raskolnikov si siede sulle scale e comincia a singhiozzare,
provato dagli incontri precedenti con i fantasmi di Marmeladov e Lizaveta.
Dopo qualche istante, si asciuga le lacrime con fare deciso]

Ma ora basta perder tempo! È tardi… Sono venuto qui per vedere come ho lasciato quella cosa… Ho bisogno di tornare sui miei passi per capire cosa fare.

 [Raskolnikov si avvia per le scale.
Salendo, si guarda attorno:
il luogo è buio e spoglio.
Raskolnikov trema e suda contemporaneamente.
Sale molto lentamente.
Arriva davanti alla porta dell’appartamento
vuoto in cui si era nascosto dopo aver ucciso Alëna e Lizaveta.
La porta dell’appartamento è chiusa. Raskolnikov si avvicina]

                                             E questo?!

                          [Raskolnikov strappa dalla porta un biglietto con scritto:
“Polizia. Vietato oltrepassare il passaggio.
Luogo sottoposto ad indagini”.
Raskolnikov ha il fiato corto, il cuore gli batte all’impazzata]

Ma che… Com’è possibile? “Luogo sottoposto ad indagini”… Ma questo vuol dire che…? Oh Dio! Qualcuno mi ha visto! Sicuro! Qualcuno mi ha visto intrufolarmi qui dentro quel giorno, dopo quel fatto! Oppure… Oppure peggio ancora, ho lasciato delle impronte! Ma sì, che so io… una sciocchezza: una goccia di sangue sulle travi del pavimento, un lembo di stoffa della mia camicia strappata dalla scure…

[Raskolnikov assume un’aria pensierosa e si morde un labbro]

Ma certo! Gli imbianchini! Quei maledetti imbianchini! Devono aver trovato qualcosa subito dopo che me ne sono andato, appena hanno ricominciato a lavorare.

[Di nuovo, Raskolnikov singhiozza. Respira affannosamente]

Son proprio i dettagli a rovinare ogni cosa… Povero me… Ma ora è tardi, è tardi… io… io devo andare… devo andare al piano di sopra… io… io devo andare

[Raskolnikov riprende a salire le scale.
Arriva al quarto piano e si ferma davanti all’appartamento di Alëna.
Ancora tremante, apre la porta ed entra.
Subito, sente un urlo acuto]

ALENA

Salve, bàtjuška. Mi chiedevo quando saresti passato a trovarmi. È un po’ ormai che ti aspetto… Pensavo ti fossi dimenticato di me.

[Raskolnikov si ritrova davanti il fantasma della vecchia.
Il suo cranio è spaccato e il viso è completamente ricoperto di sangue.
Raskolnikov, nauseato, balbetta]

RASKOL’NIKOV

A-Alëna… Io… Ma allora a-anche voi s-siete… Oh, Dio!

ALENA

Anche voi siete” cosa, eh, bàtjuška?! “Anche voi siete” un fantasma, forse? E cosa ti aspettavi? Dimmi: cosa ti aspettavi di trovare dopo che mi hai colpita, ammazzata, trucidata? Dimmi: cosa ti aspettavi?!

  [Alëna guarda Raskolnikov con occhi furenti]

RASKOL’NIKOV

Io n-non… Certo, voi… Voi non potete c-che essere così… È solo che io… Io non pensavo… Prima Marmeladov, poi Lizaveta e adesso voi. I fantasmi del mio passato mi stanno facendo visita…

ALENA

Ma guardati! Sei ubriaco e i tuoi pensieri sono offuscati dall’alcol. Guardati come balbetti e ti rivolgi al Signore sperando che salvi la tua anima distrutta! Non rivolgerti a Lui, bàtjuška! Rivolgiti a Me. Io sono qui, davanti a te. Dimmi perché, Rodion Romanovic Raskolnikov: perché ti sei macchiato le mani e lo spirito di questi atroci delitti?

[Raskòl’nikov urla]

RASKOL’NIKOV           

Voi non siete vera! Siete il prodotto della mia coscienza malata! Io… io sono malato. Molto malato. Questa cosaquesta cosa mi ha fatto ammalare. Ma io posso guarire… Sì, certo! Posso guarire… voi non siete reale!

ALENA

Illuso! Certo che sono reale, bàtjuška! Sono quanto di più reale tu abbia visto in seguito agli omicidi che hai commesso. Le tue fantasie, i tuoi sproloqui: quelli non erano reali! Ma io sono qui. Sono presente in questa stanza esattamente come lo sei tu. E ancora una volta ti chiedo: perché? Me lo devi, bàtjuška. Mi devi una spiegazione. Altrimenti, il mio spirito ti perseguiterà in eterno.

[Raskolnikov osserva il collo sottile e lungo di Alëna.
Lo coglie una furia improvvisa]

RASKOL’NIKOV          

Tu, vecchia megera! Te lo meritavi! Avrei dovuto colpirti alla gola… Sì, quel tuo collo sottile e lungo, simile ad una zampa di gallina, avrei dovuto tagliarlo e guardarti morire in una pozza di sangue! Perché era questo che ti meritavi!

[Raskolnikov si scaglia verso la vecchia e tenta di strangolarla,
dimenticandosi che si tratta di un fantasma.
La oltrepassa e cade a terra.
Dolorante, si rialza e continua il suo monologo]

RASKOL’NIKOV         

Ma non vedi in che razza di mondo disperato viviamo?! Io avevo bisogno di soldi! Ma non capisci?! Mia sorella avrebbe sposato un uomo meschino e spregevole per salvarmi. E io cosa avrei dovuto fare? Restare a guardare?! E come avrei potuto?! Avresti potuto mostrare un po’ di compassione nei miei confronti; e invece niente! Sei sempre stata così attaccata ai tuoi denari! Sempre lì con i tuoi: “interessi di qui, interessi di là”, “stai attento, bàtjuška, che tutto dipende dalla mia pazienza”. E così, mi è nata questa fantasia… E tu te lo sei meritata, perché sei una vecchia orrenda che non conosce pietà!

ALENA

Non osare cambiare discorso, bàtjuška! Qui non si parla di me, ma di te! Il motivo della tua follia non è stato il mio presunto egoismo, né tantomeno i soldi che avresti guadagnato dall’uccidermi. Andiamo, bàtjuška… Perché ti ostini a mentirmi? Perché ti ostini a mentire a te stesso?

[Raskolnikov rivolge ad Alëna uno sguardo perplesso.
Lei continua]

Io credo, sono certa, che la tua azione sia stata alimentata da un qualcosa di più grande di te… Una malattia, che fin dalla tua prima infanzia ha fatto ombra sulla tua ragione e sulla tua coscienza. Da morta, ho potuto viaggiare nel tempo e nello spazio, e ho fatto visita al Rodion bambino… Io ti ho visto. Ho visto di cosa eri capace già in giovane età. Ho visto i tuoi attacchi d’ira: improvvisi, giustificati da motivi futili. Ricordi quando quella volta, a scuola, il tuo compagno di banco ha preso un voto più alto del tuo nella verifica di matematica? Ti ricordi cosa hai fatto? È stato impressionante osservarti… Mantenendo una calma insolita in un bambino arrabbiato, hai pazientemente aspettato che terminasse l’ora di lezione. Appena usciti in cortile per la ricreazione, sorridendo gioioso hai avvicinato il tuo compagno: “Vieni, voglio farti vedere una cosa!”. Lui, ignaro, ti ha seguito, speranzoso di giocare insieme a te. E tu… tu, mostro… L’hai spinto a terra e hai cominciato a prenderlo a calci! Non sembravi nemmeno umano… No, sembravi piuttosto un animale mosso da una forza oscura. E hai continuato, continuato e continuato finché non è giunta l’educatrice che, terrorizzata, ti ha separata dal tuo amico. Solo allora sei tornato in te: con occhi velati di lacrime, hai cominciato a piangere e a dire che non sapevi proprio come fosse potuto accadere. Io ti ho osservato come si osserva una scena dipinta in un quadro, e ho provato pietà per quel povero bambino scioccato dalla sua stessa azione

[Raskolnikov è incredulo e sbalordito dal racconto di Alëna.
Comincia di nuovo a piangere]

RASKOL’NIKOV

Io… io mi ero dimenticato di questo evento. L’avevo cancellato, rimosso… è come se, per tutto questo tempo, il ricordo di quel giorno fosse stato chiuso a chiave in un qualche scompartimento della mia coscienza. I-io… come ho potuto…


[Raskolnikov si lascia cadere a terra
e tiene il volto tra le ginocchia, continuando a singhiozzare]

Ora ricordo… ricordo tutto. Ero ancora molto piccolo, ma già avevo sviluppato quell’idea… Sì, quell’idea che da sempre mi porto dentro e che ho esposto anche in quel mio articolo… io ero un bambino straordinario. Ero molto bravo a scuola, eccellevo in tutte le materie. Non potevo sopportare, non potevo accettare che lui… lui, un bambino ordinario… fosse stato più bravo di me. E così l’ho punito… Sì, l’ho punito… perché è questo che fanno gli uomini straordinari: puniscono gli uomini ordinari, li controllano, li piegano al loro volere per portare la giustizia nel mondo, per arrivare ad un futuro che sia diverso dal passato e migliore del presente. E così l’ho punito…

[Raskolnikov alza la testa
e osserva Alëna dritto negli occhi]

Alëna, io… io penso di sapere… finalmente, penso di sapere. Ciò che mi ha animato nella mia impresa, ciò che mi ha spinto a meditare a lungo sul vostro assassinio e poi a commetterlo è stato proprio questo: la convinzione che voi siate una donna ordinaria ed io un uomo straordinario; e stando così le cose, io ero legittimato a fare di voi ciò che preferivo… Il delitto che ho commesso ha aperto la strada alla verità, che finalmente ha trovato un posto nella mia coscienza: io sono un Napoleone in un mondo di Kutuzov. Ma allora perché… perché non mi sento “un grande”? Perché sono infelice e schiacciato dal peso delle mie azioni? Questo ancora non mi è chiaro… è un quesito che non so se troverà mai soluzione…

[Alëna, impietosita, si avvicina a Raskolnikov
e gli poggia una mano sulla spalla]

ALENA

Bàtjuška… è proprio qui che volevo farti arrivare. Non sono le nostre azioni a renderci grandi, ma il peso emotivo che attribuiamo ad esse. Grande o piccola, un’azione conta solo sulla base del valore che noi le diamo. Ora, Napoleone ha ucciso centinaia di persone e tu lo reputi “un grande”; tu hai ucciso una vecchia usuraia e la sua disgraziata sorella e ti reputi… non lo so, un misero vigliacco? Un uomo spregevole? Un mostro senza cuore? Bàtjuška… questo accade perché sei umano e sei dotato di una coscienza: una coscienza che non si lascia minimamente sfiorare dal male degli altri, ma che diventa pesante come un macigno se questo male comincia ad essere fatto da te in prima persona. Capisci, bàtjuška, la differenza? Capisci perché non potrai mai essere felice nei panni di Napoleone? Perché, anche se eri convinto di poterla sovvertire, la legge sociale esiste e interviene sul destino degli uomini; e, soprattutto, esiste la legge di Dio, che dall’alto ci osserva e ci giudica

[Raskolnikov poggia la testa sulla spalla di Alëna che,
con fare materno, gli accarezza i capelli e cerca di confortarlo]

RASKOL’NIKOV

Alëna… io… cosa devo fare? Come devo agire? Quale sarà il mio destino?

ALENA

Bàtjuška, non posso certo essere io a dirti cosa fare. Il mio desiderio era quello di incontrarti e di parlare con te, soprattutto dopo aver osservato quella scena dal tuo passato. Ma io ormai sono morta e non posso consigliare ad un vivo come agire. Devi capirlo da te… solo quando l’avrai capito, solo allora, forse, sarai libero… libero da te stesso, consolato dal pensiero di poter ottenere il perdono di Dio.

RASKOL’NIKOV

Voi… Alëna, voi avete ragione… ma io… io sono terrorizzato. Io non so… non so proprio cosa…

[Alëna interrompe Raskolnikov]

ALENA

Ora basta, bàtjuška. Devi andare via. Vaivai e ritrova la luce. Fai ciò che devi e, poi, perdonati… perdona te stesso, bàtjuška. Io ti ho già perdonato.

RASKOL’NIKOV

Non so se potrò mai farlo… io… non lo so proprio… Però vi ringrazio, Alëna. Incontrarvi è stato illuminante. Io…

[Alëna, volenterosa di porre un termine
al suo incontro con Raskolnikov, lo interrompe,
lasciando in sospeso il discorso del giovane]

ALENA

Raskolnikov, il tuo tempo con me è finito: ormai, appartengo al tuo passato.
Addio, bàtjuška.

[Raskolnikov, sconsolato, osserva un’ultima volta
il fantasma della vecchia usuraia]

RASKOL’NIKOV

Arrivederci, Alëna

[Raskolnikov esce dall’appartamento
e chiude la porta alle sue spalle]

ALENA                          

Che Dio ti aiuti, bàtjuška… che Dio ti aiuti

[Alëna lancia un ultimo sguardo al fuori campo
e la scena si chiude]

Esce

Atto II

Scena i

 Interno.
Casa di Raskòl’nikov.
[Raskolnikov, dopo l’illuminante
incontro con Alëna, torna a casa.
Durante il tragitto trova per strada un piccolo diario, proprio vicino a quella panchina
che tanti ricordi riporta alla mente. 
Arrivato nella sua stanza,
febbricitante e tormentato
dal peso della sua coscienza,
sembra distaccarsi dalla realtà per entrare
in un mondo altro che lo angoscia furiosamente]

RASKOL’NIKOV

Apro gli occhi
È sera, l’oscurità scorre fitta attraverso i vetri della finestra
tutto intorno a me è ombra.
Un flebile raggio di luna si insinua timido
chiedendo permesso.
Accogliendolo potrei rivelare ciò che tanto voglio nascondere;
<NO> sento urlare all’improvviso.
Chi è? chi diavolo è entrato nella mia stanza?
Faccio correre lo sguardo attraverso il buio
nessuno.
Chi diavolo ha urlato?
Chi c’è?
Nessuno.
Sento rumori; passi.
La porta leggermente si socchiude,
una figura nera, alta, imponente minaccia di svelare il mio segreto.
<NO> sento urlare nuovamente.
Con uno slancio la figura si precipita verso di me,
poi nulla; oscurità. 
Apro gli occhi
Il sole entra indisturbato nella stanza,
Non voglio, non posso accoglierlo
tutto è deciso oramai, tutto è scritto.
Pensieri fluiscono nella mente, ho la vista annebbiata.
questa è la mia punizione.
Tutto il corpo è dolore
sono sul pavimento, solo, infreddolito
è questo ciò che merito
<NO>
Nuovi passi, questa volta più leggeri
“CHI URLA, CHI VUOL FARMI PRESENZIARE AL COSPETTO DEL DIAVOLO?”
Si apre la porta, una sagoma di donna si avvicina
<Per l’amor di Dio, è caduto! Com’è potuto accadere? Ma, cosa stringe al petto? Sarà forse un quaderno? Un diario? Cielo, non ha importanza ora… devo chiamare il signor Razumichin, non riuscirò mai a sollevarlo da sola>
Che nome familiare; sarà forse colui che mi giudicherà?
No no no no.
Qualcuno ride, un riso selvatico, malvagio;
Questo è il mio processo.
poi nulla; oscurità.
Apro gli occhi,
tremo
sono stato scoperto! Tutti qui sospettano
tutti qui sanno;
con che sguardo freddo, ostile mi…
<Rodja, amico mio, come vi sentite?>
<NO! Ridatemelo, so che l’avete voi, ridatemelo!>
Ora posso associare un volto al nome,
Razumichin;
eccolo dunque, colui che sentenzierà la mia colpevolezza.
Nulla è più udibile,
solo risa putride di malignità affliggono l’animo.
Affondo la testa nel cuscino
Non voglio sentire
Non voglio sentire
<RIDATEMI CIÒ CHE MI SPETTA!>
Basta, smettetela
non urlate
poi nulla; oscurità.
Apro gli occhi
Dove sono
Dove mi trovo
I miei occhi osservano una cosa
Il mio cuore ne percepisce un’altra.
Sto bruciando dentro
Una mano mi sovrasta
Questa è l’ora del giudizio
No
Non lascerò che mi prendano
Sono stato bravo
Attento
Cosa posso aver dimenticato
Diavolo d’un uomo che sono
Lasciatemi
LASCIATEMI
Cosa vogliono da me?
è tutto qui quello che ho,
tutto qui ciò che possiedo.
Non tormentatemi,
non assillatemi.
Andatevene oscure creature
<NO>
<NO>
<no>
poi nulla, buio.

Scena ii

 Esterno. Ponte sulla Neva con panchina.
Raskòl’nikov passeggia tra il pubblico mentre in scena si cambia scenografia.
[Raskolnikov si dirige verso il ponte.
Si siede sul parapetto,
con le gambe a penzoloni nel vuoto.
Dalla tasca tira fuori un libretto consunto.
Dopo un momento di contemplazione
lo apre, sfogliandone le pagine]

[In sottofondo si sente lo scorrere della Neva]

[La voce che legge è quella di Sonja]

[Si sentono delle monete cadere su tavolo]

SONJA

2 giugno

30 rubli

29 rubli e 50 copeche a Katerina Ivànovna e ai bambini

Oggi ho mangiato del pane nero. Se potessi mangerei di più: questo corpo non attira clienti e con il guadagno di oggi Katerina Ivànovna e i bambini potranno mangiare solo per tre giorni. Lavorerò di più. Mancano poche ore al controllo igienico mensile. Osservo sempre con estremo rigore i rituali di pulizia personale da quando ho preso il cartellino giallo: sfregando ogni centimetro di pelle di questo corpo, disonorato da mille altri, mi sembra di lavare via anche il peccato inestinguibile che mi consuma. Ma poi eccomi di nuovo, rivestita di vergogna, che mi sorprendo a desiderare ancora più offese, ancora più insulti, ancora più violenza nel tentativo di mettere da parte qualche rublo in più per pulirmi ancora meglio questa volta e quella dopo ancora e ancora, per offrire a Pòlen’ka un’alternativa a tutto questo.

Ho visto cosa succede alle ragazze che smettono di pulirsi.

[Si leva un coro di sussurri]

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Per qualche mesemi sono presa cura di un’altra ragazza come me, che non aveva più la forza di lavarsi. Mi sono dimenticata il suo nome, come ho potuto! A volte mi chiedeva di leggerle qualcosa fra un cliente e l’altro e allora io le leggevo ad alta voce qualche passo dal quarto Vangelo. Era bello tenersi compagnia, condividere il peso di quelle ore, finché un giorno ha cominciato a rifiutare le letture, preferendo l’isolamento alle mie cure. Forse ho sbagliato qualcosa. Questa città l’ha annientata. E io l’ho lasciata andare, sola, non ho insistito. Non me lo perdonerò mai. Prego che il Signore lo faccia al posto mio. La Neva, ingorda, ha inghiottito ciò che di lei è rimasto qui, un altro guscio vuoto che si è aggiunto al suo anonimo fondale di morte. Signore, ti chiedo umilmente perdono per aver covato per lungo tempo le stesse intenzioni prima di radicarmi in Te e chiedo perdono per lei, che non ha avuto il tempo di trovare un luogo sicuro in cui riporre il suo dolore. Prego che la sua anima abbia trovato pace fra le braccia misericordiose di Dio, che perdonai peccati, lenisce le ferite e crea vita nuova dalle ceneri della sofferenza.

Non devo permettere che questa miseria intacchi anche il mio cuore. Continuerò a pulirmi finché Egli mi darà la forza.

 [Si leva un coro di sussurri]

“Signore, non lavarmi soltanto i piedi, ma anche le mani e il capo”. Gesù rispose: “Chi è già lavato non ha bisogno di lavarsi altro che i piedi. È completamente puro”.

Mi aggrappo alla croce di cipresso che la cara, dolce Lizaveta mi ha donato, insieme al Vangelo.

Sel’acqua e il sapone puliscono il corpo, la sofferenza e la parola del Signore purificano l’anima. Ma questo non basta a cancellare la mia profonda angoscia: la malattia è qualcosa che sfugge al controllo degli uomini, su cui i miei sforzi e le mie precauzioni non possono prevalere per sempre. Ho paura. Non rimane che affidare la mia salute alle mani nel Solo: Dio, ti prego, ti scongiuro, fai che questo corpo non confessi un terribile morbo ai dottori che domani lo visiteranno…non tanto per me, quanto per la famiglia di Katerina Ivanovna e i poveri piccoli, le cui bocche smetteranno di essere sfamate!

Vado a dormire con i pensieri inquieti e il cuore angustiato.

[Il coro di sussurri accompagna la voce di Sonja]

Abbi fede sempre, Sonja, Egli fa tutto.

[Suono di monete che cadono sul tavolo]

3 giugno

30 rubli

29 rubli e 50 copeche a Katerina Ivànovna e ai bambini

Si! Egli provvede a tutto! Il Signore ha ascoltato ancora una volta le mie preghiere. I dottori hanno rinnovato il cartellino e mi hanno garantito che almeno per qualche mese potrò continuare a lavorare. A cosa succederà dopo, però, non ci voglio nemmeno pensarci: a quanto pare, il mio corpo è stanco e consumato. Presto non avrò più la forza di vestirmi, o di sforzarmi di sorridere ed essere bella per guadagnarmi una notte. Forse nemmeno di mangiare. Mi arrenderei adesso, se non fosse per Katerina e i bambini. Invece ora poserò la penna e cercherò di rimettermi in sesto, se Lui vorrà.

[Risuona un solo rintocco di campana]

17 giugno

30 rubli

29 rubli e 50 copeche a Katerina Ivànovna e ai bambini

30 copeche a mio padre

Come ogni tre giorni, da due anni a questa parte, oggi ho fatto visita a casa per consegnare i soldi a Katerina, attenta a non attirare sguardi indiscreti. Papà non c’era, non c’è mai, soprattutto nei giorni in cui faccio visita; vedermi lo fa soffrire. Oggi il guadagno è stato buono. Ho posato sul vecchio tavolino di legno il gruzzolo di monete. Katerina ha cominciato a contarli smaniosamente, mentre le sue guance scarlatte per la malattia si infuocavano ancora di più. Il senso di colpa mi annodava la gola. Ha notato immediatamente che mancavano 50 copeche rispetto alla somma prestabilita. Mi ha rivolto uno sguardo pieno di accusa e di supplica. Mi faceva una tale pena guardarla. Le ho detto che quelle copeche mi servivano per rimettermi in sesto per aumentare il guadagno. «Come se bastasse una scatola di fagioli in più a cambiare le cose» mi ha risposto lei. Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Katerina ha ragione. Quanto sono ingenua, quanto sono stupida a farmi guidare dalle mie false speranze, da futuri improbabili. Ho lasciato sul tavolo le altre 50 copeche e sono uscita prima che scoppiassi a piangere in quella casa, che sicuramente non aveva bisogno anche delle mie lacrime. Almeno quella scatola di fagioli andrà ai bambini.

Mi sono rifugiata nel buio della mia stanza e ho pianto per non so quanto tempo. Poi dei colpi pesanti alla porta e una voce cantilenante mi hanno riscosso dal torpore. «Sonjaaaa, Soneckaaa, colombella mia, apri la porta al tuo povero vecchio!»

In un primo momento ho finto di non essere in casa. Ultimamente vengo sopraffatta troppo spesso da un sentimento egoista, giudicante, di cui non pensavo di essere ancora capace e che mi spinge ad agire crudelmente. Chi sono io per negare rifugio a un essere umano in difficoltà, un’anima errante in cerca di un posto dove andare, per di più quella di mio padre? Lo invito ad entrare. L’ubriachezza e la mancanza di denaro sono le uniche due cose che spingono papà a farmi visita. Lui ha riposto erroneamente tutta la sua fede nell’alcool, la sua croce e panacea, preferendo la soluzione più semplice e immediata, sostituendo Dio con la bottiglia. Ah, se solo sapesse quanto è grande il Signore, e di come, con la sua parola, mi salva ogni giorno!

Si reggeva a malapena in piedi. L’ho aiutato a sedersi con fatica sull’unica sedia presente nella stanza, che si è piegata pericolosamente sotto il suo peso. Le sue parole impastate rimbombavano nella stanza semivuota.

«Sonecka cara, colombella mia, luce della mia vita… quello che ti sto chiedendo è una bestialità…è inammissibile…una padre vero non chiederebbe, no, non chiederebbe mai una cosa del genere alla propria figlioletta, che si sacrifica ogni giorno…piuttosto morirebbe…avrei dovuto morire al posto di venire qui a disturbarti…approfittarne…ma, insomma…se avessi qualcosa da darmi per farmi passare questa sbornia tremenda…tu che sei così buona…giuro, giuro su tua madre che non lo faccio più…questa è l’ultima bottigl-…no no questa è l’ultima volta…si si te lo prometto…Sonja, Sonja, ti prego…ti prego…prego per te ogni ora, ogni giorno…figlia…perdona!…» Il suo respiro affannoso e nauseante riempiva la stanza.

                                                    [Coro accompagna la voce di Sonja, in crescendo]

“Papà, non ti preoccupare, Egli perdonerà tutto e tutti perché ha pietà di noi, di me, di te, di tutti, degli ultimi!” avrei voluto dirgli. Invece non ho detto niente. Gli ho messo nel taschino della giacca da funzionario 30 copeche, quasi tutte quelle che mi sono rimaste. “A-addio Sonja” ha biascicato quasi fra sé e sé mentre lasciava la stanza.

Signore, avrò sbagliato di nuovo?

[Risuonano due rintocchi di campana]

3 luglio

25 rubli e 50 copeche

24 rubli a Katerina e ai bambini

Mio Dio! Lizaveta è stata uccisa in casa insieme a sua sorella a colpi di scure! Oh, mio Dio, questo è il più nero dei giorni! Esiste un limite alla scelleratezza dell’uomo? È in ore buie come queste che il mio spirito oscilla pericolosamente, messo alla prova da Dio che interroga la sincerità della mia devozione e la mia fede, la stessa che do per scontata ogni giorno. Oggi io scelgo di rimanere radicata in te Signore, combattendo il terremoto di impulsi che minaccia di stravolgere tutto quello in cui credo! Oh, proprio tu Lizaveta, anima gentile, che sei stata una njan’ka per me, che per prima ti sei accorta del mio smarrimento di fronte a un mondo le cui leggi oscure ed eccezioni erano fuori dalla mia comprensione di ragazzina e in cui adesso sento di sapermi orientare e difendere. Non ti ringrazierò mai abbastanza per avermi raccolto e presentato al cospetto di Dio e della sua parola, che continua a guidarmi nel bene, facendomi vedere l’umanità dove prima non riuscivo a scorgerla. Grazie per avermi sottratto alla lettura sterile di quel libretto scientifico che mi appassionava così ottusamente, mettendomi in mano le Sacre Scritture, che mi aiutano ancora ogni giorno a navigare questa vita.

Quanto deve sentirsi solo e impotente davanti alla vita grama che ci accomuna tutti, l’autore di questo atto infame! Prego affinché quest’uomo riesca a ritrovare tutta la propria umanità, soffocata dal peso di tanta sofferenza. Prego affinché l’illusione che l’ha spinto ad ergersi ad arbitro della vita e della morte delle persone si infranga, e che il desiderio di usurpare il trono di Dio si riveli ai suoi occhi in tutta la sua assurdità.

Prego affinché la sua anima trovi riparo definitivo nelle mani del Solo. Solo allora capirà cosa vuol dire davvero vivere in libertà. La grandezza è solo quella di Dio. C’è ancora speranza.

Oggi provo ancora più pietà per i vivi e soprattutto per coloro che vivono senza amore.

[in coro]

Amen.

[Risuonano tre rintocchi di campana]

7 luglio

15 rubli

15 rubli a Katerina Ivànovna e ai bambini

Le pagine di questo diario si potrebbero sbriciolare sotto il peso dell’enorme dolore che vi ho impresso! Oggi non credevo di avere la forza di impugnare la penna, ma scrivere mi aiuta a capire.

Papà è morto. È stato schiacciato da una carrozza padronale mentre peregrinava per le strade della città, accecato dall’ubriachezza. Ho agito così crudelmente l’ultima volta che ci siamo visti! E quante, quante altre volte l’ho fatto. Non gli ho rivolto nemmeno mezza parola! Nemmeno un addio! Che gesto meschino accontentarlo così facilmente, come a dire “Hai avuto quello che vuoi, ho fatto il mio, ora vattene, non sei il benvenuto qui”. Tanto valeva continuare a fingere di non esserci, negargli la mia ospitalità. L’ho privato del mio affetto per anni e sono riuscita ad abbracciarlo un’ultima volta solo da morto. Lo rimpiangerò per sempre. Dio, non mi merito il tuo perdono, ultimamente dubito sempre di più della sincerità della mia fede. Ti prego Signore, abbi almeno pietà di lui, raccogli i frantumi della sua anima per ricomporli nel Tuo regno di pace, infondendoli di vita nuova. Riposa in pace, papà. Spero che lassù tu possa conoscere Lizaveta.

Quando la terribile notizia mi ha raggiunto, mi sono precipitata a casa ancora vestita degli spregevoli stracci della strada. La folla di occhi che si sono posati su di me, gli stessi che cerco di evitare prudentemente ogni giorno, mi ha paralizzato. La vergogna incandescente che ho provato in quel momento mi ha pietrificato sulla soglia, dando ancora più tempo a quegli sguardi che non ho avuto il coraggio di sostenere, di ispezionarmi da capo a piedi, giudicandomi dalle ridicole vesti che palesavano il loro scopo in modo chiaro e vergognoso. Il mio sguardo era inchiodato a terra. In quel momento avrei voluto strapparmi gli occhi e rimanere al buio, per non vedere più le guance infuocate e tisiche rigate di lacrime della povera Katerina Ivànovna, i volti pallidi e scavati di Pòlen’ka e Lìdočka, il corpo massacrato di mio padre, il mio corpo stanco di vestirsi e spogliarsi ogni giorno di questi ridicoli ornamenti, la povertà, la miseria, la morte! Così tanta morte! Che cosa ne sarà di noi? Di Katerina, sempre più pericolosamente vicina a papà, dei bambini, di me! Signore oggi invoco tutto il perdono di cui sei capace, tutta la tua protezione. Neanche in un giorno come questo, davanti a tanta sofferenza mi tiro indietro. Anche oggi decido di vedere e sopportare e vivere insieme a Te e insieme agli altri.

Poi è successo qualcosa di strano. Quando sono finalmente riuscita a oltrepassare la soglia di casa, il mio sguardo, staccatosi da terra, ha incontrato quasi immediatamente il volto, sporco del sangue di papà, del giovane che per primo ha chiamato i soccorsi.

Ci siamo guardati per pochi secondi. Non so se siano state le orbite scavate o le pupille così tanto dilatate da far apparire i suoi occhi neri, ma qualcosa nel suo sguardo mi ha turbato, facendo nascere in me un presentimento ambiguo che ancora adesso non riesco a decifrare. Sembrava come separato da tutto il resto, come se si ponesse al di fuori di quella stanza in cui si mischiavano sangue, lacrime e sudore. Eppure è come se in quella folla anonima ci fossimo riconosciuti all’improvviso, come se non fosse la prima volta, ma una delle tante. Prima di perderlo di vista io e Katerina abbiamo mandato Pòlen’ka a chiedere il nome e l’indirizzo del giovane, per poterlo ringraziare di persona.

[pausa forte]

Il suo nome è Rodiòn Romanovič Raskol’nikov.

A Pòlen’ka ha detto di farsi chiamare servo Rodjòn.

Per te, servo Rodjòn, pregherò ogni sera.

[suono di gocce]

Non riesco a dormire. La mia mente propone ossessivamente immagini orribili che si mescolano tra di loro, ricombinandosi in quadri incoerenti.

La mia unica ora di sonno è stata disturbata da un sogno terrificante. L’Apocalisse era arrivata a San Pietroburgo e io facevo da spettatrice. Dall’alto vedevo la Neva rigettare i suoi neri flussi sommergendo le strade della città. Il torrente scuro abbassandosi faceva riemergere a poco a poco il suo fondale perlaceo fatto di corpi inerti, che uno ad uno ripopolavano le strade vuote, trasportati dalla corrente.

[in coro]

Tutti avevano il suo volto.

[La Neva scorre in sottofondo]

Scena iii

 Esterno. Ponte sulla Neva con panchina.

[VIDEO DA VISUALIZZARE AL SEGUENTE LINK
https://docs.google.com/presentation/d/1WG-_82WOLf9CBcOMCqZSCx4PBt7hFztf/edit?usp=drive_link&ouid=105684261812567503652&rtpof=true&sd=true]

SONJA

Caro Diario,
oggi ho temuto il peggio per me.
Ho provato il terrore che si nasconde dietro la sensazione di aver perduto Dio e con esso la fiducia che ho nell’essere umano e in questo mondo, che nonostante la sofferenza che provo è così pieno di bellezza.
Sai? Alla fine oggi è venuto da me. 
Dopo esser scappata dalla casa paterna e finalmente aver trovato riparo nella mia piccola stanza, l’ho atteso.
Non ho dovuto attendere molto e quando aprì la porta fu come se tutta la mia sofferenza venisse un po’ meno.
Ero attratta da lui, sono attratta da lui terribilmente, e nel frattempo ne avevo così paura.
Mi sentivo così sciocca, una bambina, dopotutto è umano, pensai.
Mi alzai e gli corsi incontro.
Fino a quel momento non potevo immaginare che cosa Dio avrebbe avuto in serbo per me.
Fino a quel momento non sapevo che avrei fatto un viaggio nelle profondità più oscure e impenetrabili dell’essere umano.
Fino a quel momento non conoscevo la reale forza di Dio.

Oggi sono morta e rinata.

Ho cercato e cercato e ancora ricercato una motivazione, una spiegazione che potesse apparire alle mie orecchie plausibile. Comprensibile. Che potesse giustificare quegli atti, atti incidibili.
Oh che terribile male stava prendendo il sopravvento su di me!
Stava prosciugando in me anche l’ultima goccia di speranza e fede.
Non avevo mai, mai dubitato prima!
Mai… Fino a quel momento…

Poi qualcosa accadde e allora capii.
Quando pensavo di aver toccato completamente il fondo, di aver compiuto il peccato più grande… Allora incrociai di nuovo i suoi occhi ed è lì che ritrovai Dio.

Sofferenza.
Dolore.
Umano.
Sofferenza.
Dolore.
Umano.

Non potevo far altro che abbracciarlo.
Ormai eravamo diventati una cosa sola.
Non potevo e non volevo abbandonarlo.
Promisi a lui, a me stessa e a Dio che mai l’avrei lasciato.
Avrei accettato e portato sulle mie spalle anche la sua sofferenza.
C’è speranza per tutti gli esseri umani. 
Le strade della redenzione sono infinite e lui, noi avremmo percorso la nostra insieme.

Oggi sono rinata.

Didascalia video

Scena 1 – 00:00-01:56

Inizio lettura del diario dopo avvenuto incontro con i fantasmi.

Il diario è la personificazione di Sonja che apparirà successivamente nella scena.

Raskolnikov dalla lettura del diario, diverrà attore che racconta i fatti passati.

Attraverso i suoi movimenti racconterà gli atti che ha commesso. I due giri vogliono rappresentare le due uccisioni e la mano tremante è quella del colpevole.

Lo sguardo che avrà nei confronti di Sonja (anche lei materializzata come attrice interprete dei fatti che il diario narra) sarà quello che farà cadere lei.

All’ascolto degli atti commessi inizierà a essere titubante rispetto a ciò che sente e prova per R., ma soprattutto per Dio e l’essere umano in generale (come le parole vogliono sottolineare; infatti la pagina di diario verrà incentrata molto su come lei vive questo momento e come la sua fede, anche se teme di averla persa, sarà la chiave di volta per vedere realmente R., la sua sofferenza e quindi quella dell’intera umanità).

Scena 2.1 – 00:57-02:35

Lei vuole capire il perché degli atti compiuti da lui e quindi domanda.

I movimenti fatti da lui e imitati da lei, vogliono essere la rappresentazione delle parole di lui attraverso le quali prova a dare la prima motivazione di quello che ha fatto.

Il tentativo di lei di imitare e stare dietro ai versi di lui, vuole essere la rappresentazione dello sforzo di ascolto e immedesimazione che Sonja prova a fare.

Sonja perderà le speranze, interrompendo la sequenza, e non crederà più alle parole di lui.

Vacilla sempre più la speranza e la fede.

Scena 2.2 – 02:36-04:03

Lei proverà a fare un secondo tentativo di ascolto andando verso di lui, il quale non sarà subito convinto di voler continuare il confronto.

Poi R. decide di provare a dare una seconda spiegazione.

Riparte l’imitazione dei gesti, con una sequenza più dolce che potrebbe sembrare simbolo di una spiegazione veritiera.

Anche qui Sonja abbandonerà quasi le speranze, non riuscendo a credere nemmeno a questa seconda motivazione.

Sonja si guarderà le mani come se fossero mani peccatrici. “Il peccato più grande” si riferisce alla perdita di fede.

Poi illuminazione, momento di rilevazione, guidato da Dio che ritroverà negli occhi di lui.

Solo attraverso questo sguardo, simbolo della capacità di Sonja di guardare in fondo all’anima di R., S. sarà in grado di vedere la sofferenza di R. e dell’intero genere umano.

Scena 3 – 04:04-05:30

S. e R. si fondono in un abbraccio, diventando una cosa sola.

Lui si affiderà a lei, che attraverso i suoi gesti (sono il primo vero contatto tra i due corpi) inizierà a prendersi cura di R., fino ad ottenere da parte sua un totale abbandono e affidamento.

Lei rialzerà lui e sorreggerà il suo carico, scegliendo, attraverso quello che sembra essere quasi un voto, di farsi carico della sofferenza e dei gesti da lui compiuti e di percorrere con lui quella che sarà la strada del futuro (mano nella mano).

Scena 4 – 05:31-05:33

I colori bianco e nero, utilizzati anche per gli abiti, indicano rispettivamente la purezza di lei e la negatività di lui, coscienza malata e negativa.

Le mani toccandosi tra di loro concedono ai colori di mischiarsi e mescolarsi, dando vita a un grigio.

Questo momento simboleggia la coscienza di Sonja che si macchia.

Più in generale il grigio simboleggia l’animo degli esseri umani, buono e cattivo contemporaneamente; capace di grande bene ma anche di grande male.

Scena 5 – 05:54-08:08

Lui sceglierà di scrivere la sua verità e quindi di confessare, ma sul diario.

Diario personificazione di Sonja, macchiato dall’inchiostro che è la personificazione di Raskolnikov.

Scena IV

Esterno. Ponte sulla Neva.
[Raskòl’nikov scrive la propria
confessione nel diario di Sonja]

RASKOL’NIKOV

Sono stato io ad uccidere la vecchia vedova del funzionario e sua sorella Lizaveta, con una scure, e le ho rapinate.

La lotta fra luce e tenebre che ho dovuto affrontare in questo lungo peregrinaggio, una battaglia contro le mie paure e la mia coscienza, tutto questo mi ha portato fino a te, mia protettrice e compagna amata. Ora, dopo tutto questo errare, sono pronto a dire la mia verità, sono stato chiamato, e sono pronto ad uscire dalla caverna buia della mia interiorità.

Ai grandi uomini, i “Napoleoni”, sì proprio a questi, è consentito il privilegio di vivere ed agire al di sopra della legge e del comportamento morale, a questi tutto è concesso; a Noi persone comuni, i “pidocchi”, gli “scarti”, i “reietti”, che devono sottostare alle leggi e al senso comune, non è concesso niente! Anzi, siamo sottomessi dai Napoleoni, i quali hanno il privilegio e il diritto di vita e di morte. Quello che ho fatto, sì già, quell’orribile e scellerata azione che mi perseguita, come una macchia indelebile che provi a lavare, a lavare, ma che ahimè non viene lavata via; questo peso che mi opprime lo stomaco, me lo contorce e non mi lascia respirare, è la dimostrazione che Io, rifiuto e sacrato della società, non sono fatto per appartenere alla categoria dei grandi uomini. Ogni notte rivedo quella scena brutale, il fiato corto, la bocca pastosa, l’ansia che sale, il panico, e subito dopo riapro gli occhi, ansimante mi alzo dal letto e mi guardo le mani, quelle mani! Le mani di un bruto, coperte di sangue, che purtroppo non potrò mai lavare via del tutto. L’angoscia e la paranoia mi perseguitano, come se fossero delle care amiche che mi accompagnano durante le mie passeggiate. Esco, prendo un po’ d’aria, la brezza di Pietroburgo è gelida, trascinato dalle mie stesse gambe, senza forza, passeggio e con me mano nella mano il mio destino, rovinato, spezzato nel momento stesso in cui ho perso la testa e reciso come un fiore d’inverso la vita di due persone innocenti. Nessun uomo è superiore nella morte. Ho cercato e mi sono sforzato di mascherare il mio senso di colpa, autoconvincermi che l’atto che ho commesso era necessario per impormi e realizzare il mio sogno di vana giustizia, entro il quale volevo giustificare tutte le mie azioni, ma ho fallito nella ricerca di una libertà assoluta ed illimitata! Il tormento e la disperazione da quel momento sono state mie compagne di stanza, attenuate ad intermittenza dalla tua presenza. Tu dolce angelo! Che non ti sei lasciata contaminare dal tuo lavoro, ti sei mostrata intatta e ferma nell’animo, tu che sei condannata alla misera, alla corruzione e alla sofferenza sei riuscita a non farti sopraffare da essa, mantenendoti pura. Hai saputo ascoltare la tempesta che avevo dentro e come un marinaio esperto sei riuscita a domarla. Tutto il travaglio e la sofferenza che hai dovuto passare e che ti ho fatto passare! Oh, anima fragile che Dio mi porti, tu non giudichi, non condanni, anzi ti sei sentita responsabile dei miei tormenti, soffrendone come se fossero i tuoi; tu emblema degli sfortunati, degli oppressi, delle vittime del male. Tu sei stata il punto luminoso che mi ha rischiarito la mia esistenza sciupata. La tua cieca fiducia in Dio è la salvezza, è l’appoggio che ti impedisce di precipitare nell’abisso di disperazione, della follia o della voluttà. Io, uomo perduto, abbraccio la ragione euclidea, mentre tu abbracci Cristo. Grazie alla tua fede e alla tua persona, mia dolce compagna di viaggio, ho potuto intraprendere il mio faticoso percorso di espiazione; perché anche tu in fondo come me hai distrutto la tua vita, sacrificandoti per gli altri. Siamo maledetti insieme. Sono morto dentro, moralmente e spiritualmente, ma ho scelto di seguirti, tu che credi e vivi in Cristo. Non ho ucciso per denaro, per la fama, ma per capire se fossi anch’io un pidocchio come tutti gli altri, se fossi una semplice ed insignificante creatura tramante oppure un Napoleone. Un peccatore che ha trasgredito la legge divina e della società, proprio come me, non può essere riconosciuto salvo della prigione o dall’esilio. Deve pagare, essere punito per poi risorgere, deve affrontare le pene del martirio  come Cristo in croce e giungere alla salvezza.  Il mio amor proprio era smisurato, non ho voluto cedere alle tue parole e non ho confessato quando mi ordinasti di farlo, ho voluto elevarmi e cercare di avere la meglio su coloro che mi davano la caccia. Il mio amore per te aggravava il mio dolore e mi rendeva infelice, ero troppo orgoglioso per amare e dunque per risorgere. Ora, è tempo di inchinarsi, di confessare al mondo intero chi sono veramente: un assassino.

Sipario

…TUA, B.

Schettino Martina, in questa sua composizione, rielabora il concetto di colpa e peso della coscienza sotto forma diaristica, riportando i pensieri più intimi e profondi di una giovane protagonista, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B mod. 1 Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto… è stata solo una mia percezione?”

*

22/09/2022

Caro Diario,

Eccomi, sono arrivata nella mia nuova casa! Finalmente, non vedevo l’ora!. L’Inghilterra è spettacolare, sono così contenta di essere qui. L’appartamento non è grandissimo ma ho un’intera, spaziosissima parete per la mia libreria. La mia coinquilina, Lizzy, è molto simpatica. Mi ha fatto fare un tour della casa e mi ha già dato qualche informazione sulle varie feste che i suoi amici hanno in programma. Per ora voglio concentrarmi sulla sistemazione della mia roba e voglio prepararmi per l’inizio delle lezioni. Mancano solamente due settimane; mi sento agitata ma al tempo stesso sono emozionata. È il mio sogno da sempre! Oxford! Ancora non ci credo, che gioia! Datemi un pizzicotto o crederò ancora di essere in un sogno. Adesso vado, ne approfitto per chiamare mamma ora che Lizzy è sotto la doccia
Tua, B.

07/10/2022

Caro Diario,

sono tornata, prima settimana di lezioni. Ho smesso di scrivere per un po’… mi dispiace, so bene che la scrittura mi aiuta tanto, eppure in questi giorni sono stata così impegnata. Tra l’inizio delle lezioni e le presentazioni ai tantiamici di Lizzy (dire tanti è un eufemismo, non so come questa ragazza riesca a intrattenere tutti questi rapporti sociali, costantemente…), non ho avuto un attimo di tregua. L’appartamento è finalmente sistemato, io e Lizzy lo abbiamo reso molto carino. Anche a mamma piace molto. Ho ancora una lezione per oggi, storia inglese. Il professore è simpatico e si vede che mette molta passione in quello che fa. Abbiamo iniziato dalle origini della storia inglese, dai Britanni alla conquista dell’Impero romano. Una settimana stancante ma molto produttiva; la professoressa di English ci ha già assegnato un saggio da scrivere su Beowulf… vado a lezione.

h. 19 sono in camera, Lizzy è appena tornata con il suo fidanzato, non sembra che le cose vadano molto bene tra loro. Lei piange, penso stiano per chiudere la relazione, mi ha confidato che è da qualche tempo che le cose tra loro non vanno bene.

10/10/2022

Jordan e Lizzy non si sono lasciati. Io sono a metà del mio saggio di Beowulf e in ritardo per la mia lezione di Storia Inglese ciaoo.

11/10/2022

Caro Diario,

ho dormito male questa notte; Lizzy è tornata tardi e ha fatto molto rumore, penso avesse bevuto troppo la sera. Continuava a ripetere un nome, o meglio, continuava a biascicare un nome, storpiando tutte le lettere che lo compongono; strano…

   13/10/2022

“If you could hear at evert jolt, the blood
Come gargling from the fourth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues, –
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
the old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”

Wilfred Owen, uno dei war poets che preferisco in assoluto. La potenza delle parole con cui esprime il suo disprezzo verso i finti ideali sociali del tempo mi provoca sempre un’emozione indescrivibile. Spero un giorno di riuscire ad esprimermi in maniera così decisa ma allo stesso tempo elegante come Owen.

Il saggio è quasi terminato; per essere il primo vero saggio che io abbia mai scritto, sono abbastanza soddisfatta. Lizzy mi ha aiutata con alcune parti più tecniche, sto ancora perfezionando la mia scrittura saggistica. Ultimamente non sta molto bene, non capisco bene cos’abbia… sembra sempre sull’orlo di una crisi o un pianto, è spesso nervosa e molto moody. Quando provo a chiederle di parlarne ha come un sussulto e cambia velocemente umore e argomento, come se tutto il malumore che c’era non fosse mai esistito, se non nella mia testa. Questi suoi comportamenti mi confondono, non capisco perché si comporti così. Anche Jordan si fa vedere sempre meno in casa. Sarà successo qualcosa tra loro?

 15/10/2022

Finalmente è sabato! L’Università è stancante, un ambiente completamente differente da quello del liceo e gli ambienti scolastici inglesi sono così lontani da quelli italiani. All’inizio è stato veramente difficile ambientarsi, ma ho trovato delle persone fantastiche che non mi hanno fatto sentire sola un solo istante. Posso dire di essere la felicità fatta persona!

16/10/2022

Diario,

questa notte è successo qualcosa a Lizzy… è tornata nuovamente molto tardi a casa, piangeva e continuava a ripetere a qualcuno dall’altra parte del telefono che non poteva più sopportare questa situazione, era stanca e voleva solo dormire. Sono sinceramente preoccupata, ma come sempre non ha voluto parlarmene; neanche quando le ho detto che avrei provato ad aiutarla in ogni modo si è voluta liberare del peso che porta nel cuore. In effetti, ora che ci penso… inizialmente non ci ho fatto molto caso, ero stanca, appena sveglia e nel bel mezzo della notte. Ma ora, ripensandoci… mi ha risposto che a quel punto neanche Dio avrebbe potuto aiutarla. Ho un brutto presentimento, molto brutto…

21/10/2022

La situazione sta diventando sempre più strana. Lizzy è tornata quella di prima. Sorridente e spensierata com’era i primi giorni in cui ci siamo conosciute. È tutto sempre più strano. Come sono strane le persone che sta iniziando a frequentare. Si è allontanata da tutti i suoi amici e ora si è avvicinata ad un gruppo di persone… diverse. Non ho una bella sensazione.

Questa sera il professore di storia inglese non ci sarà a causa di un impegno, questo mi dà il tempo di completare un nuovo saggio a cui sto lavorando per il corso di Poesia e una relazione per il corso di Letteratura Americana. Quest’anno il professore vuole concentrarsi sulla letteratura di Hemingway. Adesso stiamo affrontando “The old man and the sea”; ho finito da poco la lettura di questo racconto spettacolare. Quanto mi affascina la scrittura di questo autore, non vedo l’ora di approfondirlo.

Sono in biblioteca, ho bisogno di prendere in prestito alcuni libri per vari corsi. Sinceramente non me la sento di tornare a casa, con Lizzy e quelle persone… mi mettono i brividi. Non capisco, è una sensazione che ho provato non appena hanno messo piede nell’appartamento…

Appunto di Lizzy ritrovato in un quaderno universitario:

Sadness.
Hopes.
Will she trust me again,
After all the things I’ve done?
-E.

09/11/2022

Diario,

sono finalmente più libera dagli impegni universitari; saggi, scritti critici, composizioni. D’altro canto però, Lizzy mi preoccupa sempre di più e occupa quasi tutti i miei pensieri. Ultimamente non torna a casa a dormire, non risponde a chiamate o messaggi e quando, dopo giorni, torna, la trovo sempre più smagrita, stanca, con profonde occhiaie scure sotto gli occhi. Anche Jordan è sempre meno presente, raramente lo incontro in casa… è successo solo poche volte e l’ho trovato profondamente cambiato. Non fisicamente, non è un cambiamento apparente. È qualcosa nella sua persona che sembra diverso, forse nel suo sguardo, nei piccoli movimenti che inconsciamente una persona compie quando si trova in un luogo dove non vorrebbe essere.

Forse sto sognando tutto, forse nulla di ciò che ho scritto sopra è reale; sarò influenzata dalla preoccupazione che provo per Lizzy…

15/11/2022

Abbiamo iniziato Shakespeare al corso di Letteratura Inglese! I’m not gonna lie, è uno dei miei autori preferiti. Sono affascinata dalle tragedie; è un mondo meraviglioso, ricco di piccoli dettagli che rendono la scrittura di Shakespeare così incredibilmente significativa. Tra pochi giorni inizieremo Macbeth. Ricordo ancora la prima volta che approcciai quest’opera. Ero nella mia vecchia camera, tra le mani il volume delle tragedie shakespeariane preso dalla biblioteca di mio nonno. Pagina dopo pagina, la fermezza e la perseveranza di Lady Macbeth hanno catturato la mia attenzione sin dall’inizio. È una donna che non si è lasciata intimorire da nulla, né sovrastare dal predominio del potere maschile che al tempo regnava sovrano nella società. Queste sono, però, le stesse caratteristiche che l’hanno portata alla rovina. Lady Macbeth non sopportava il peso del delitto che lei e il marito avevano progettato e commesso, nei confronti di un uomo buono e gentile.

Lady Macbeth si toglie la vita, consumata dalla sua stessa sete di potere.

20/11/2022

Domenica, il mio giorno preferito della settimana. Ho finalmente recuperato qualche ora di sonno perso in questi giorni di lezioni interminabili.

Ieri sera ho deciso di parlare con Lizzy; la situazione stava diventando insostenibile. Ci siamo confrontate a lungo; mi ha spiegato che tutte quelle persone sono amici di Jordan, conosciuti in un nuovo centro per artisti che aveva scoperto qualche mese prima. Mi ha anche confidato che per “entrare” in questo gruppo bisogna affrontare una cerimonia di iniziazione. Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto. È stato un solo attimo, poi ha continuato a parlarmi come se nulla fosse successo. È stata solo una mia percezione??

La detective Campbell chiuse il piccolo oggetto che da ore stava sfogliando, ripetutamente, in cerca di un indizio, una traccia qualsiasi che potesse condurla a comprendere l’accaduto. Questo diario dava molti spunti di riflessione alla giovane detective; Miriam ripensò al lungo interrogatorio di Jordan Foster, il fidanzato di Elizabeth Wright. Pensieri veloci scorrevano nella mente della detective. Tra le mani aveva uno dei casi più difficili a cui avesse mai lavorato; si sentiva pronta, eppure l’agitazione penetrava ogni suo muscolo. Ogni cellula del suo corpo fremeva. Voleva chiudere il caso; le famiglie delle vittime erano distrutte, le si stringeva il cuore ripensando alle lacrime dei genitori quando aveva comunicato loro la notizia; lei però doveva concentrarsi. Lo doveva a loro; lo doveva a quelle povere ragazze.

La scena del delitto era già stata controllata più e più volte, dalla stessa Miriam e da altri poliziotti dello Scotland Yard presenti durante le indagini. Secondo le ricostruzioni, non ancora ufficiali, della vicenda, il giovane si era introdotto nell’appartamento di sera con la scusa di recuperare dei vestiti dalla camera della fidanzata. Secondo i programmi, sarebbero dovuti andare a cena fuori e poi si sarebbero trovati con degli amici di lui, probabilmente gli stessi amici descritti nel diario di Beatrice.

Jordan affermava di aver trovato le due ragazze già morte quando era entrato in casa, usando le chiavi che Elizabeth gli aveva lasciato. Il ragazzo restava comunque il principale sospettato. Chiudendo il diario, Miriam si rese conto dell’ora. Le 2:20 del mattino. Non riuscì a dormire quella notte. Le stava sfuggendo qualcosa, ne era sicura; un pezzo di quell’infinito puzzle che era la verità le mancava, solo che non sapeva come e dove cercarlo.

L’indomani si recò sul luogo delle indagini. Prima di entrare nell’appartamento fece un respiro profondo. Entrando, notò subito la scientifica alle prese con il soggiorno, dov’erano stati ritrovate le due ragazze. Sentiva ancora quella sensazione della notte precedente; la verità stava lentamente scivolando via. Miriam decise di controllare nuovamente quel posto, come se non fosse mai entrata lì prima, come se fosse la prima volta. Doveva concentrarsi su ciò che non era ovvio o scontato.

Ripensando al diario di Beatrice, decise quasi involontariamente di dirigersi verso la libreria del salotto. “Una bella collezione” pensò subito, sfiorando con le mani guantate i dorsi dei libri perfettamente ordinati. L’occhio le cadde sulla collezione dei volumi di Shakespeare; la detective ricordò che Beatrice stava studiando Shakespeare all’Università in quel periodo. Si recò verso quella sezione e notò un buco tra il “King Lear” e “Anthony and Cleopatra”. Non era mai stata appassionata di letteratura, e di certo non poteva sapere quale opera shakespeariana mancasse alla collezione. Si sfilò velocemente il guanto e cercò su Google la lista completa delle opre dell’autore inglese. Controllò i libri uno ad uno, fino ad arrivare al volume mancante; Macbeth. Nella libreria non era presente. Poteva trovarsi solo in camera di Beatrice. L’istinto di Miriam le suggeriva che valeva la pena seguire questa pista, e così fece. Andò in camera della ragazza e lo vide, impilato sulla scrivania insieme ad un sottile libricino di Hemingway e altri volumi. Senza pensare, come se fosse guidata da una forza esterna, aprì il libro. Un piccolo pezzo di carta scivolò sul pavimento, silenzioso. Inizialmente non fu notato da Miriam e rimase lì, sul pavimento. Nel frattempo la detective, sfogliando le pagine e leggendo distrattamente le varie note scritte a mano ai margini, notò che una pagina era stata segnata.

SEYTON

The queen, my lord, is dead.

MACBETH

She should have died hereafter.
There would have been a time for such a word-
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow.
Creeps in this pretty pace from day to day
To the last syllable of recorded time;
and all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.

Una lacrima scese lungo la guancia di Miriam. Quelle parole l’avevano colpita profondamente, ma la nota a margine che accompagnava quei versi le fece gelare il sangue:

My time is coming
sooner than I thought.

Questa era la stessa scrittura del diario, la scrittura di Beatrice. La ragazza era consapevole di essere in procinto di morire? Se sì, com’era possibile? Qualcuno l’aveva minacciata? Jordan? Uno dei suoi amici? Elizabeth aveva cercato di avvertirla in qualche modo?

Chiuse il libro e si appoggiò alla scrivania; mille ipotesi, domande, pensieri fluivano correndo veloci. Miriam chiuse gli occhi. Questo complicava tutto. Aprendo gli occhi notò il foglietto fino ad ora ignorato, che era rimasto sul pavimento della camera.

Quel pezzo di carta apparteneva alla pagina del diario, la carta era la stessa. La detective era sicura di questo perché aveva maneggiato parecchio l’oggetto negli ultimi tre giorni.

Traduzione italiana della nota ritrovata nella copia del Macbeth appartenuta a Beatrice:

Questa nota è per Jordan, Michael e Susanne.
L’atto è compiuto, lei è morta.
Avete scelto una vittima per me, io ho obbedito ai vostri ordini.
Vederla lì, sul pavimento del nostro salotto, senza vita (vita che io le ho tolto!) mi ha destata dal sonno ipnotico in cui ero entrata.
La cerimonia che tanto bramavate è stata realizzata;
ma lei era mia amica.
Non posso vivere sapendo quello che ho fatto, quello che ho fatto per te, Jordan. Solo per te.
Addio,
Elizabeth.

*

Bibliografia:

William Shakespeare, Macbeth, Milano, Mondadori, 2021.

Wilfred Owen, Dulce et Decorum Est, https://www.raicultura.it/webdoc/grande-guerra/battaglia-somme/pdf/WilfredOwen.pdf

Haerēre

Guglielmo Ferroni rivisita la tendenza molieriana di rarefazione della trama di commedie, come Il Misantropo, in una pièce in cui verità e scherzo condividono labili confini, nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“In questa breve pièce ho cercato di colorare di un tono teso e angosciante, attraverso un espediente semplice, una situazione frivola e priva di interesse e di profondità psicologica, facendo girare attorno al protagonista una schiera di maschere insipide e quasi irreali”.

*

Personaggi (in ordine di apparizione):

Una pecora in tassidermia

Elettra, cameriera e governante

Panfilo, giovane

Elvira, amante di Panfilo

Ettore, giovane, amico di Panfilo

Mercede, madre di Panfilo

Il Padrone, padre di Panfilo

Padre Evaristo, prete

Un cuoco

Interno di un salotto borghese parigino. Costumi e ambientazione in stile inizio Ottocento. Al centro della scena, un tavolo apparecchiato solo in parte. Dal soffitto pende, sopra il centro del tavolo, una pecora in tassidermia, grazie ad una corda che la tiene legata per una zampa posteriore, di modo che l’animale è in verticale e con il muso rivolto verso il pavimento; è libera di oscillare, ed è sospesa a circa un metro dal tavolo. Gli attori devono dare l’impressione di non accorgersi della presenza della pecora, né devono esserne turbati nel modo di recitare e negli spostamenti, salvo differenti indicazioni.

Sipario abbassato; inizia a suonare il I movimento della Sinfonia numero venticinque (K183) di Mozart. Il sipario si alza lentamente e due faretti posti al livello della scena, uno a destra e uno a sinistra, iniziano a lampeggiare ritmicamente. Dopo quaranta secondi o poco più si accendono le luci di scena e illuminano il palco. Dopo ancora qualche secondo, entra Elettra da destra, con in mano una pila di piatti; la musica continua ma a volume ridotto.

ELETTRA: Forza, non c’è un momento da perdere; il campanile ha da poco dato il suo rintocco, il sole schiarisce tutti gli angoli della stanza e il Padrone starà ormai rientrando… piatti, piatti, e i bicchieri, oh quante cose! C’è da sperare solo che quel ragazzaccio del cuoco non sia in ritardo nel preparare le pietanze, altrimenti chi lo sente, il Padrone? Io l’ho detto, fin dal primo momento, l’ho detto, io, che il ragazzo era un buono-a-nulla, ma chi la ascolta, Elettra? Ma io blatero, mentre il tempo scorre, e quanto scorre!

(La musica cresce di volume. Elettra inizia a mettere i piatti in tavola e ad apparecchiare con attenzione, mentre mormora tra sé e sé parole che non si sentono, e si muove veloce ma aggraziata; nel mentre, da sinistra entra, correndo delicatamente, Elvira, seguita da Panfilo. I due si rincorrono per qualche secondo senza parlare, solo ridacchiando ogni tanto. La musica si abbassa di volume e va a sfumare).

PANFILO: Elvira, smettila di farti rincorrere, aspettami! Ah, quant’è difficile il lavoro dell’amante, sottostare al padre e alla madre e perfino rincorrere l’amata come a una battuta di caccia… (Prende il braccio di Elvira, che si divincola ridendo e continua a farsi inseguire per gioco). Basta, rondine impazzita, fermati, fermati e fammi guardare quegli occhi che sembran mandarini… (Elvira esce da destra, Panfilo si abbandona con un sospiro su un divano che è in primo piano, sulla destra). Elettra, quanta grazia, quanta allegria oggi! Che quel nuovo cuoco ti abbia messo qualcosa di diverso dal solito, nel caffè?

ELETTRA (ironica): Quel cuoco non l’ha fatto e non me ne rammarico, signor Panfilo, visto che, come fin dall’inizio Elettra vi aveva fatto presente, egli combina solo guai. Non sono allegra, ma in ritardo! Piuttosto voi, la volete smettere di correre dietro a quella ragazza? Sono giorni che va avanti, e nel vostro viavai mi scombinate tutti i mobili e mi sporcate i pavimenti e…

PANFILO: Suvvia, non vi si può fare un appunto che subito vi mettete a punzecchiare!

ELETTRA: E sia, ma vedete di mettervi in ordine prima che il Padrone arrivi; sapete com’è quando…

PANFILO (stupito, guardando la pecora): E quella? Da dove spunta fuori?

(Pausa)

ELETTRA: Non capisco, signore.

PANFILO: Ma come non capite, Elettra! (Si alza di scatto e si muove verso il tavolo) Non state a prendermi in giro, o a far finta di nulla.

ELETTRA (verso il pubblico): Puah, prenderlo in giro… Davvero, signor Panfilo, io non capisco a cosa stiate facendo riferimento, e per di più sono troppo occupata per star dietro alle vostre sciocchezze.

PANFILO (indicando la pecora): Sciocchezze? E quella vi pare una sciocchezza?

(Elettra segue con lo sguardo la direzione verso cui il suo dito punta, guarda verso la pecora, poi guarda il pubblico, poi Panfilo)

ELETTRA: Lei sragiona e indica il nulla, signore. (Pausa) “A vous dire le vrai, les amants sont bien fous!”. Ora, se permettete, vado a prendere le posate per il pranzo… (Si allontana lentamente, guarda ancora una volta il giovane stranita e poi esce da destra; Panfilo, confuso, la guarda uscire e poi torna a guardare la pecora).

(Pausa)

PANFILO: Che sia… per caso… ma no, Panfilo, cosa vai a pensare! Chiaramente lo scherzo è ben riuscito. E che scherzo, davvero! Me la immagino per bene Elettra, o vai a sapere chi, girare tutte le botteghe della città per trovare questa… pecora! Certo mi rimane da capire perché, ma per il resto… ah, ma ecco che arriva Ettore.

(Entra Ettore, un giovane amico di Panfilo, ben vestito e baldanzoso)

ETTORE: Buongiorno, Panfilo. Deh, ma che pallido che siete oggi.

PANFILO: Su, Ettore, dimmi la verità, non mi si può gabbare a tal punto.

ETTORE: Non ti seguo.

PANFILO: C’è da dire, l’idea è originale, e mi chiedo cosa abbia spinto Elettra o te o vai a sapere chi a metter tanta cura nella preparazione dello scherzo, ve lo concedo… Ma ora basta e dammi una mano a tirarla giù, che quando arriverà mio padre non voglio che un oggetto di così cattivo gusto penda sopra la sua testa. (Pausa. Ettore guarda Panfilo non capendo) E va bene, stiamo al gioco. (Sospira) Ettore, buongiorno, per caso guardandovi intorno notate qualcosa di strano nella stanza, qualcosa che pende?

(Pausa. Ettore si guarda intorno)

ETTORE: Io davvero non… non capisco… cos’è questa cosa che pende? State parlando del lampadario per caso? Non sapevo lo disprezzaste a tal punto, e l’altro ieri quella giovane ragazza che avete preso con voi da poco è stata così tanto a lustrarlo, pendente per pendente; ma se davvero non lo sopportate…

PANFILO: Ettore! Basta! Ve l’ho detto, siete stati bravi e sebbene tu sia solo il secondo di oggi che sento recitare, perché sono convinto che Elettra o mia madre o… Ma non importa! Sì insomma state tutti facendo un’ottima prova da attori, ma basta, aiutami a tirarla giù o lo farò da solo.

(Pausa. Ettore guarda la stanza senza capire)

ETTORE: Panfilo, io non… Cosa volete tirare giù?

PANFILO (urlando): La pecora, Ettore! Questa maledetta pecora che vedi tu stesso, di fronte a te! PE-CO-RA.

(Pausa)

ETTORE: Amico mio, se state scherzando lo state facendo bene. E anzi, a dirvela tutta mi stavo quasi preoccupando! (Scoppia in una risata; poi si avvicina a Panfilo e gli dà una pacca sulla spalla) Suvvia, ora basta, ero passato per vedere come fosse la vostra salute e per sapere se foste infine giunto a una decisione sul matrimonio con Elvira, ma evidentemente (ridacchiando), evidentemente siete troppo impegnato con le vostre… pecore, o che so io! Beh, sempre meglio avere le pecore per la mente che le corna in testa… (ridendo) Vi saluto, Panfilo, e portate i miei saluti anche a vostro padre, mi è stato detto che sta arrivando; arrivederci a tra poco… (Esce da destra, sempre ridacchiando e ripetendo sotto voce “Le pecore… le pecore…”).

(Panfilo, immobile, guarda Ettore uscire. Pausa. Poi si gira verso il pubblico)

PANFILO: Sono… sono… (pausa) Sono tutti ammattiti, ecco cosa sono! Ma io dico, è mai possibile? Basta, questa scenata deve finire.

(Va verso il tavolo, guarda la pecora. Poi, sale in piedi su una sedia e si accinge a slegare il nodo che la tiene legata per la zampa. Entra Elettra, con le posate in mano)

ELETTRA: Panfilo, ma che state facendo! Su, forza, giù di lì. Sporcate la sedia con i vostri stivali, ma insomma! Che vi prende?

PANFILO: Elettra, devo ammetterlo, vi siete superata! Sì, è venuto veramente bene; è di buona fattura, e questa corda legata stretta stretta, e anche l’odore che emana, tutto davvero ben studiato, ma ora basta, la tiro giù.

ELETTRA: Ah, Panfilo, sempre a scherzare… ma che pallido che siete. Su, venite giù. (Inizia a mettere le posate di fianco a ciascun piatto)

PANFILO (a voce alta): No. Non scendo. Non finché non l’ho tirata giù e non mi raccontate il perché di tutta questa faccenda.

(Pausa)

ELETTRA: Ma cosa, cosa volete tirare giù? Smettetela di far finta di essere impazzito, sapete che su queste cose non si scherza! Ricordo di un mio zio, tempo fa, che…

PANFILO: Basta! Silenzio, taci! Tirerò giù questa pecora e tu la porterai via! Non sarò il padrone, o meglio non ancora, ma non mi si può mancare di rispetto così, anche se solamente per scherzare!

(Pausa. Elettra fissa Panfilo. Silenzio prolungato)

ELETTRA: Cheeeee? Una pecora? (Si mette a ridere) Questa vi è davvero uscita bene, signore! Vi va bene che oggi la giornata è bella e che sono di buon umore, altrimenti… cavolo, mi stavate spaventando! (Ridacchia ancora) Ora basta però, scendete da lì che devo…

(Panfilo salta dalla sedia al tavolo e sbatte il piede con prepotenza su di esso)

PANFILO (urlando): Smettetela! Come potete ancora fingere, schiava! Come osate appendere un animale morto sopra le teste di coloro che vi danno da vivere! Che il diavolo ti prenda, maledetta!

(Mentre urla, entra Mercede da destra. Donna sulla quarantina, vestita elegante)

MERCEDE: Allora, che cos’è tutto questo urlare, cosa accade? (Vede Panfilo in piedi sul tavolo) Figlio mio, che ci fai sul tavolo? Perché sbraiti tanto? E tu, Elettra, non gli dici niente?

(Elettra guarda un po’ impaurita Panfilo, che la sta fissando. Dopo una breve pausa, si sposta indietro e verso Mercede)

ELETTRA: Signora, stavo giusto per chiamarvi; già ho cercato, di farlo ragionare, ma egli per tutta risposta mi ingiuria e mi urla contro, al punto che sono indecisa tra la rabbia o la paura, perché è evidente che sia impazzito.

(Pausa. Mercede si avvicina sospettosa verso Panfilo, ed entrambi si fissano)

MERCEDE (lentamente): Ci guardiamo come fiere sospettose, figlio mio; perché mai?

PANFILO (calmo ma teso al tempo stesso): Non lo so, madre, ditemelo voi, ditemelo proprio voi che tirate in ballo queste metafore e parlate di fiere. Non ditemi, ve ne prego, che anche voi avete accettato di far parte di questo insulso scherzo che mi sta snervando. E non ditemi che voi stessa, padrona di casa, moglie di mio padre, avete accettato che questa carcassa pesasse sulla sua, sulla nostra testa, senza pensare alle conseguenze di un gesto tale!

(Pausa)

MERCEDE: Figlio… (pausa). Quale scherzo, quale carcassa?

PANFILO (urlando): Ci risiamo! Ancora! (Batte il piede sul tavolo come prima) Anche tu, Mercede, madre mia! Do i numeri, divento cieco per la rabbia… Com’è possibile che siate tutti così seri! Così convincenti! E per quale motivo mi arrecate tanto dolore… Ah, ma ecco chi mi salverà! (Indica verso la sinistra) Su, vieni Elvira, e facciamola finita con questa farsa, con questa commedia.

(Entra Elvira con le mani in grembo, a capo un po’ chino, evidentemente intimorita dalle grida di Panfilo)

ELVIRA: Eccomi, Panfilo, ho sentito da sopra tutto questo baccano e… Elettra, Mercede, che vi accade? Vi vedo così turbate… e anche tu, Panfilo, ma cosa…

(Viene interrotta da Panfilo che salta giù dal tavolo e corre verso di lei. Elvira si ritrae un po’ impaurita. Panfilo la raggiunge e le prende le mani)

PANFILO: Elvira, Elvira, io… come posso… (si guarda intorno, guarda la pecora, poi di nuovo Elvira negli occhi) Almeno tu, finiamola. Dillo. Dì ciò che vedi nella stanza, sopra il tavolo, per esattezza, su, basta una singola parola.

(Pausa, Elvira si guarda intorno)

ELVIRA: Panfilo, io non ti seguo.

PANFILO (urlando, e spaventando per questo Elvira): Non è possibile. Non è possibile, dovete spiegarvi, dovete spiegarmi, io non ce la faccio più, Elvira! Smettetela! (Pausa. Poi con tono supplichevole) Elvira, rondine, te ne prego… fatela finita, fate finire tutto. Se è vero che mi amate, se tutte quelle risate e quelle lacrime non sono state finte promesse, dite ciò che vedete. Ditemi che quella pecora è uno scherzo, e che voi ed Elettra siete andate da un… venditore di pecore, o che so io… (Pausa. Elvira tace) Dunque…

ELVIRA: Panfilo, oggi è la prima volta che vi vedo in questo stato. Avete la febbre, delirate? Quale pecora, quale venditore… Elettra, ne sapete qualcosa? Io penso che la stanchezza, magari… Ma non spiegherebbe delle allucinazioni tali, e poi dove sarebbe, questa pecora? Starebbe ruminando liberamente, magari mangiando il tappeto che è lì vicino al tavolo… ah!

(Mentre parla, cresce la rabbia in Panfilo. Alla fine, è sul punto di tirarle uno schiaffo, ha già alzato il braccio per colpirla. Elvira, spaventata, si ritrae; Panfilo rimane qualche secondo fermo con il braccio alzato, poi lo abbassa e china il capo. Pausa. Dopo qualche secondo, sempre a capo chino, si dirige verso il divano e vi ci siede sopra, con la testa tra le mani. Elvira, Elettra e Mercede si avvicinano e iniziano a borbottare parole incomprensibili. Dopo qualche secondo, si sentono le voci di due uomini che discorrono e che si fanno sempre più vicine. Entrano da destra, da dietro al divano, il Padrone e Padre Evaristo, un prete)

PADRONE: Ed è per questo, padre, che decisi di ringraziare in tal modo il curato, sapete…

PADRE EVARISTO: Certo, signore.

PADRONE: D’altronde, mi sarebbe altrimenti sembrato di mancar di rispetto… Ah, buongiorno a tutti, qui riuniti! Mi sembra manchi solo Ettore, ma possiamo già accomodarci a tavola, e perdonatemi se senza preavviso Padre Evaristo si unirà al nostro pranzo, ma si deve discutere di certe cose… Ma che accade, vi vedo turbati! Donne, perché state là in disparte… (pausa, poi nota Panfilo sul divano) E Panfilo, figlio mio, che vi succede? State per caso male?

ELETTRA: Signore, vedete, è già da prima che…

PANFILO (urlando, sempre con la testa tra le mani): Taci! (Pausa, poi rialza la testa e guarda suo padre e padre Evaristo) Buongiorno signori, perdonatemi, è da tutta la mattina che sono perseguitato dal mal di testa.

PADRE EVARISTO: Si vede, figliuolo! Siete così pallido, quasi candido…

PANFILO: Sarà la primavera che giunge, padre, non c’è da preoccuparsi. Ma prego, accomodatevi a tavola, arrivo in un attimo.

(Il Padrone e Padre Evaristo si guardano velocemente, poi guardano le donne. Nel mentre, da sinistra entra Ettore)

PADRONE: Ah, Ettore, aspettavamo solo voi!

ETTORE: Eccomi, buongiorno a tutti, ero giusto uscito per delle commissioni.

PADRONE: Bene, allora direi di sederci, signori.

(Il Padrone, Padre Evaristo, Ettore, Mercede ed Elvira si muovono verso il tavolo, mentre Elettra si affretta a mettere in ordine le sedie, i piatti, i bicchieri, per poi uscire di scena dopo aver lanciato un’ultima occhiata a Panfilo. Panfilo rimane ancora sul divano, nuovamente con la testa tra le mani. I convitati si siedono in modo che tutti i posti sono occupati tranne quello centrale, ossia quello che dà la fronte al pubblico, ed è in linea con la pecora. I convitati iniziano a parlare tra loro sottovoce; le donne in modo preoccupato e guardando Panfilo, gli uomini in modo allegro).

ETTORE: Panfilo, allora, che fate? Vi decidete a venire a sedervi con noi, o ancora pensate allo scherzo di poco prima, con cui mi avete burlato?

PADRONE: A cosa vi riferite, Ettore?

ETTORE: Oh beh, vedete, signore, vostro figlio stamattina mi ha quasi fatto credere che solo lui fosse in grado di vedere, sopra il tavolo, una pecora, come se fosse attaccata al soffitto! Va detto, la creatività non gli manca…

PADRONE: Cosa? Una pecora? (Guarda la pecora per qualche istante, poi Ettore, poi Padre Evaristo, seduti di fianco a lui, e poi si rivolge al pubblico) Che assurdità!

PANFILO (si alza dal divano, guarda il pubblico; tono grave): Che assurdità… Mansueto e pacifico, oggi sopporto le offese… eppure si crea il vuoto, intorno a me, è il fuoco che mi isola nel campo… quella sensazione…

(Si dirige verso il tavolo. Arrivato, guarda la pecora, dando le spalle al pubblico, e le dà una spinta, di modo che essa inizi ad oscillare. Solleva le spalle e va a sedersi al posto che è rimasto libero. Da destra entra un cuoco, portando un vassoio con sopra della carne, che pone al centro del tavolo, sotto il muso della pecora; poi esce)

PADRONE: Signori, mi avvantaggerei della presenza di padre Evaristo per recitare una breve preghiera. Uniamo le mani.

(I convitati uniscono le mani, e chinano il capo, tutti tranne Panfilo, che fissa la pecora)

PADRE EVARISTO (con tono sommesso e monotono): “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis…”

TUTTI, tranne PANFILO: “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem”.

(Si fermano. Silenzio. Panfilo guarda il pubblico)

PANFILO: Occhi come mandarini. (Pausa).

Quella sensazione di

giorni verdi

e acerbi come cachi

e il rumore del

crollo delle certezze

arbusti a sud, fichi spaccati

e il prurito

perché abbiamo sudato.

E pace sia.

Riprende, a volume basso, la sinfonia di Mozart dell’inizio. Le luci vanno a sfumare, fino a spegnersi. Dopo che si sono spente del tutto, i due faretti dell’inizio pulsano ritmicamente per qualche secondo. La musica finisce, sipario.

The right choice

Elisa Cannizzaro, in questa sua composizione, riscrive in una diversa prospettiva il tema del rapporto tra essere umano e la sua coscienza nel male, nell’ottica del corso di letterature comparate, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro, della Prof.ssa Chiara Lombardi.

“In questa mia riscrittura ho tentato di descrivere la mia personale opinione sul rapporto che ognuno di noi ha con la propria coscienza nel quotidiano e dei modi che la mente trova per aggirare il male fingendo che non ci abbia mai toccati. In questa prospettiva, l’uomo è alle prese con diverse scelte di cui solo una sembra essere quella giusta; la scelta che illude la coscienza di essere ancora pura.”

*

L’avrò vista mille volte questa strada, e mille altre volte la vedrò. Al mattino, dal vecchio condominio grigio, si costeggia il fiumiciattolo, si gira all’angolo del parco e poi dritto fino alla vecchia fabbrica. E poi la sera, lo stesso percorso ma al rovescio. Ho vissuto ogni stagione e ogni orario di questi mille metri; hanno ascoltato le gioie e le lamentele delle mie giornate e mi hanno permesso di sbirciare nelle vite di chi, come me, li ha percorsi anche solo per qualche minuto.

Oggi però camminare è più difficile, il candore della neve avvolge ogni angolo e mi sento quasi in colpa a sporcare questo manto con le orme nere lasciate dai miei scarponi. Un passo, uno subito dopo e ancora un altro. Al quindicesimo passo, quello che segna la svolta all’angolo del parco per intenderci, mi accorgo che il bianco del vialetto viene spezzato da un bagliore violastro. Una banconota da cinquecento, è il mio giorno fortunato!

Sicuramente qualcuno ai piani alti ha ascoltato le mie lamentele e questo era il segno che aspettavo, le cose andranno meglio. Guardando più attentamente però, mi accorgo di alcune orme vicino ai soldi. Sono leggermente più piccole delle mie e hanno una forma lunga ed elegante. Segnano un percorso davanti a me e portano alla figura di un uomo, ha una bella pelliccia e le scarpe, proprio come le immaginavo, lucide ed eleganti. Devono essere caduti a lui. Ma niente succede per caso giusto ? Dev’essere destino, questi soldi spettano a me. Sicuramente ne ho più bisogno di lui.

Mi stendo sul letto contento, la giornata è andata molto bene. Il ristorante in fondo alla strada era davvero buono come credevo, certo normalmente non avrei mai pagato così tanto per una bistecca, ma oggi non è un giorno qualunque. D’ora in poi andrà meglio. Posso solo immaginare quanti soldi guadagnerò, e quante cose potrò permettermi. Una bistecca in un ristorante in fondo è una cosa da nulla. Comprerò una bella macchina, una televisione che non si blocca quando cambio canale e una pelliccia come quella che indossava quell’uomo. Visto ? Finalmente il destino mi sta ripagando per i miei sforzi.

E se qualcuno mi avesse visto prenderli? Impossibile, non c’era nessuno con me. Se l’uomo se ne fosse accorto? Si, forse mi ha guardato quando gli sono passato affianco. E se fosse stata tutta una prova? Ho rovinato la mia reputazione. Sicuramente quell’uomo era molto potente, almeno a giudicare dai suoi vestiti. Avrà chiamato la polizia? Devo scappare? Non possono arrestarmi, non li ho mica rubati questi soldi. Almeno credo di no. Questa è la voce della mia vicina? Mi avrà visto tornare a casa con i soldi? Devo nasconderli sotto al cuscino, anzi no, è il primo posto dove guarderebbero. Li nascondo sotto il tappeto, in bagno. Ben fatto, non possono più trovarli ora.

Stanno bussando ala porta, le voci fuori si sono moltiplicate. Il fiato si fa sempre più corto nel tragitto, improvvisamente dieci volte più lungo, verso l’uscio di casa.  

Forse non ho davvero bisogno di questi soldi, ho già una casa dove tornare, buon cibo da mettere in tavola ogni giorno, anche se non in misura abbondante, e un lavoro che mi piace. La neve che blocca la banconota dall’essere trascinata via dal vento ora sembra più grigia, come se il pensiero egoistico di potermela portare a casa avesse in qualche modo sporcato ciò che mi circonda. Ora che guardo meglio, la neve attorno a me sembra essere qui da giorni, ha quel colore spento a tratti più scuro e simile alla fuliggine ed è ricoperta di orme che tracciano i tragitti più curiosi e comuni. Non mi sorprende, l’ultima volta che ha nevicato è stato tempo fa. La figura elegante si sta allontanando, fino a scomparire dal mio campo visivo. La scelta migliore, quella che farebbe ogni uomo onesto, è quella di lasciare questi soldi a qualcuno che ne ha più bisogno. Questo si che è un pensiero umile. Ma dopo pochi passi mi assale il dubbio, e se li prendesse qualcuno che non li merita? Devo nascondermi e assicurarmi che sia qualcuno di davvero bisognoso a prenderli.

Certo, è la cosa migliore da fare. Così mi faccio spazio dietro ad uno degli alberi del parco, in attesa che qualcuno noti il bagliore viola in mezzo al grigio. Non passa molto prima che questo accada; un giovane sulla trentina li raccoglie con cura, incredulo di fronte alla cifra stampata sulla banconota. Da una rapida analisi sembra essere degno di prenderli, i lunghi capelli neri sono sciolti e in disordine, è visibile anche da lontano che non se ne prende cura. I vestiti sono troppo leggeri per il mese in cui siamo, porta semplicemente un cappellino trasandato, una felpa della stessa tonalità dei suoi capelli, di qualche taglia più piccola e dei pantaloni sportivi. Lui sta peggio di me, merita di prendere questi soldi. Probabilmente è un senza tetto e questi soldi gli garantiranno un pasto.

Sono un vero eroe, già immagino la faccia dei miei colleghi di lavoro e le lodi che mi faranno quando sapranno che amico magnanimo hanno. Accendere la t.v e guardare una parte del mondo seduto sul mio letto è diventata un’abitudine. Ogni giorno alla stessa ora. Il programma che preferisco è iniziato da poco quando la mia attenzione viene attirata da un rumore di sirene fuori, sembra essere un’ambulanza. Mi affaccio alla finestra e sulla barella riesco a scorgere un uomo sulla trentina, abiti scuri e decisamente troppo leggeri per essere a dicembre. I capelli lunghi gli coprono il viso. Riesco ad udire le voci fuori come se fossero nella mia stanza; il ragazzo ha fatto uso di stupefacenti, ne sono stati trovati in grande quantità dentro il suo appartamento. Rabbrividisco al pensiero, quello non era un senzatetto ! Non riceverò nessuna gratificazione per questo, anzi mi incolperanno di avergli dato i mezzi per comprare quella robaccia!

Non posso capire se una persona è meritevole o meno di prendere questi soldi solo dal modo in cui è vestita, di sicuro cadrei in errore e finirei per non combinare nulla di buono. La scelta più onesta è quella di restituire i soldi al proprietario. Raccolgo la banconota, ormai quasi sommersa dal fango. Non ricordo quando ha iniziato a piovere, forse ancor prima di finire il mio turno di lavoro. O forse ancor prima di uscire di casa. Tutto attorno a me è di un colore scuro, più vicino al nero che al marrone. Decido quindi di fare uno scatto verso l’uomo elegante e, rischiando di scivolare in quella melma castana, lo raggiungo. L’uomo non sembra sorpreso ne turbato, da vicino ha l’aria ancora più fine. Non sembra neanche notare l’insistenza della pioggia. I capelli biondi sono perfettamente sistemati all’indietro e le lievi rughe sotto gli occhi gli danno un tono importante. Mi sta rivolgendo un sorriso gentile. Questa è sicuramente la scelta giusta, quella più onesta. Ho fatto male a giudicarlo, è una brava persona. Il verdetto viene confermato quando, dopo brevi parole di ringraziamento, si offre di pagarmi una cena, per ricompensare la mia onestà. Accetto subito e scegliamo quel buon ristorante in fondo alla strada. Non potrei essere più soddisfatto, ho fatto la scelta giusta, sono stato premiato con una cena deliziosa e non vedo l’ora di vedere la faccia die miei colleghi quando racconterò loro di aver conosciuto un importante CEO. L’abitudine mi porta ad accendere la televisione e godermi, finalmente, il mio programma. Purtroppo il momento non dura molto, un servizio speciale lo interrompe riportando le imprese di un grande gruppo di poliziotti della divisione antidroga che, dopo mesi di interminabili indagini, hanno finalmente arrestato uno dei capibanda. Proprio nel mio quartiere ! Stava creando problemi da molto tempo e i notiziari non facevano altro che parlarne, sono contento che l’abbiano preso. Ma il sollievo sollievo per la notizia si sostituisce all’orrore non appena mostrano la foto di quell’uomo tanto elegante e gentile. Lo stesso con cui poche ore fa ho cenato e a cui ho raccontato di me. Cosa ho fatto? Ora indagheranno anche su di me? Verranno qui? O peggio, i suoi sottoposti verrano a cercarmi pensando che sia colpa mia se il loro capo è dietro le sbarre? Ho aiutato un criminale.

Il fango ormai mi ricopre tutte le scarpe, dovrò faticare per lavarle. La banconota sta li, ormai quasi invisibile sotto quello strato scuro e scivoloso.  Sembra guardarmi divertita, come se sapesse di avermi posto un dilemma a cui non esiste soluzione. Le ho provate tutte e questa pioggia incessante sembra entrarmi nella testa e confondere i pensieri. Possibile che non esista una scelta giusta?

Il terreno sembra quasi sprofondare sotto il mio peso, ovunque poso lo sguardo vedo solo quest’acqua scura e torbida. Non c’è più nulla di bello da vedere qui, questo colore mi disgusta.

Se solo qualcuno colorasse il fango di bianco, così assomiglierebbe alla neve e allora si che il paesaggio sarebbe di nuovo bello da guardare. Riesco quasi a sentirla mentre si prende gioco di me ma poi un pensiero candido si fa spazio tra le idee. Non devo essere io a decidere, basta nascondere la banconota. Nessuno saprà che l’ho trovata e questo dilemma non mi perseguiterà più. Non sarà più affar mio! Problema risolto! Eccola la scelta giusta.

Nascondere i soldi sotto la neve è facile, un gesto che impiega solo pochi secondi ad essere compiuto ma che mi ha liberato per tutta la vita.

*

Ispirazioni testuali e fonti:

L’idea per la riscrittura mi è venuta ricordando una leggenda popolare giapponese, la leggenda di Kuchisake-onna (donna dalla bocca spaccata). Questa è uno Yokai, termine con cui i giapponesi chiamano i mostri tipici della cultura popolare.
Secondo la versione moderna del racconto, centinaia di anni fa viveva una giovane concubina di un samurai, molto bella e vanitosa che tradì il marito. Questi, estremamente geloso, decise di punirla con la propria katana (*spada giapponese corrispondente ad una sciabola ma con un impugnatura a due mani), aprendole la bocca da orecchio a orecchio. Da allora si dice che iniziarono ad esserci avvistamenti di una donna che vagava nelle notti di nebbia con il volto coperto da una mascherina. La leggenda divenne molto popolare nel 1978, anno in cui iniziarono a girare voci incontrollate su una donna, kuchisake, che si aggirava per i sobborghi della città. Pare che essa fermasse i passanti, per lo più giovani uomini, chiedendo alla sfortunata vittima “Pensi che io sia bella?”. Se la risposta era negativa, l’uomo veniva ucciso con delle forbici; se le rispondeva “si”, la donna si toglieva la mascherina chiedendo “e adesso?”. Se la vittima persisteva nella sua risposta positiva la donna, sentendosi presa in giro, gli sfregiava il volto in modo che apparisse come il suo. Se, invece, la risposta alla seconda domanda era negativa, il malcapitato veniva tagliato in due parti uguali. Da alcune versioni pare che l’unico modo che aveva la vittima per sfuggire alla morte fosse quella di confonderla con una risposta vaga e scappare. 
Sembra un dilemma senza via di uscita.
In realtà secondo una delle interpretazioni della leggenda, la donna compie questi gesti perché l’interlocutore risponde alle domande puramente secondo il proprio interesse, quello di non essere ferito, e non con la verità. Per questo Kuchisake decide di punirlo.
Allo stesso modo, seppur in un contesto differente,  il protagonista della mia riscrittura agisce solo secondo il proprio interesse; non è cattivo e, anzi, incarna le qualità dell’uomo medio. Tuttavia, ogni soluzione da lui trovata per usare quei soldi, implica il vantarsi del gesto con i suoi conoscenti. Questo perché l’uomo agisce principalmente per interessi. La sua coscienza però ne è consapevole e alla fine tutti gli scenari si concludono in modo negativo.
L’ultima scelta è quella prediletta, a mio parere, dall’essere umano; nascondere il problema e andare avanti. Si potrebbero fare centinaia di esempi banali e non su questo tema, evitare di prendersi la responsabilità di una scelta sembra essere per l’uomo l’unico modo per auto convincersi di avere ancora la coscienza pulita.
Lo stile è ispirato a quello che Edgar Allan Poe utilizza per i suoi racconti brevi.

Fil rouge: il filo rosso

Letizia Baldioli, prendendo ispirazione dalla storia di John Nash raccontata nel film A beautiful Mind, dà vita, partendo da ritagli di quotidiani e riviste, ad un evidence board proprio come quelli creati dagli investigatori nei vecchi film polizieschi per scovare il colpevole nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Delitto, caso, premeditazione, prove, povertà, sofferenza, sogni ed incubi, fede, ideale. Nove tappe, nove parole chiave. Il lettore di Delitto e castigo si trasforma in un vero viaggiatore pronto a seguire il percorso indicato per conoscere i segreti celati dietro l’omicidio delle due donne”.

*

La mia idea per il lavoro di riscrittura è stata quella di realizzare un mood board / mappa concettuale che riprendesse tematiche, parole chiavi e immagini caratteristiche dell’opera Delitto e Castigo dell’autore russo Dostoevskij. Utilizzando ritagli di riviste e di quotidiani, ho realizzato una mappa o più propriamente un percorso come quelli creati per scovare il colpevole dagli investigatori nei vecchi film polizieschi. Ho deciso di impostare il lavoro in questo modo dopo aver rivisto uno dei miei film preferiti: A beautiful mind di Ron Howard. John Nash, talentuoso matematico interpretato da Russell Crowe, una volta contattato dal dipartimento di difesa degli Stati Uniti, viene incaricato di trovare il luogo in cui i Russi avrebbero dovuto innescare una bomba atomica contenuta in uno zaino. John Nash, dopo essere stato informato che i nemici avrebbero comunicato tra loro per mezzo di messaggi in codice inseriti in quotidiani e riviste del tempo, comincia ad analizzarle minuziosamente, a ritagliarle e ad appenderle alle pareti della sua stanza, creando un vero e proprio groviglio di informazioni, una ragnatela, una mappa di codici da decifrare per poi arrivare alla soluzione. La sua vita viene sconvolta ancora una volta quando scopre che la cospirazione, in verità, non esisteva, ma era unicamente frutto della sua mente, colpita da una grave forma di schizofrenia. Il mio mood board/mappa concettuale si trasforma allora in una “crazy wall” o in un “evidence board” ispirato a quello di John Nash. Il filo rosso che ho voluto inserire rappresenta il fil rouge del racconto, che collega concetti importanti tra loro, intorno ai quali si sviluppa l’opera dostoevskiana. Il nostro percorso inizia dal centro, dalla parola delitto. Come si può inferire dal titolo, l’opera si sviluppa attorno all’omicidio della vecchia usuraia, Alëna Ivànovna e della dolce sorella Lizaveta, per mano del giovane Rodiòn Romànovič Raskol’nikov. Se l’uccisione della prima venne premeditata per mesi, l’omicidio di Lizaveta avvenne per puro caso. La donna infatti non doveva essere uccisa, ma irruppe nell’abitazione della sorella proprio nel momento in cui Raskol’nikov si trovava ancora lì con la scure insanguinata tra le mani e la vecchia stesa a terra in una pozza di sangue.

Seconda tappa del nostro viaggio, il caso è un importante elemento tragico che, nell’opera, sembra proprio assecondare la buona riuscita del delitto. Raskol’nikov però decide di sfidarlo. Sfida il caso per tutto il tempo della narrazione come se volesse portarlo contro di sé. Il giovane concepisce le fantasie del delitto, frutto di una creatività negativa nata dal sonno della ragione che, come dice Goya, genera mostri, tra le quattro mura della sua stanza, facendo di sé stesso un eroe negativo. Un buco, così viene descritto il luogo in cui abitava, talmente piccolo, soffocante e claustrofobico da essere paragonato ad una vera e propria bara. Raskol’nikov ormai aveva deciso di sfidare i limiti dell’uomo, togliendo la vita e comportandosi come Dio. Premeditazione, ecco la nostra terza tappa. Proprio qui ho decido di inserire un’immagine che, in questo caso, diventa fortemente simbolica. L’opera in questione è l’Albero rosso di Mondrian. Tra il 1909 e il 1912, il pittore lavorò sul tema dell’albero, alla ricerca di nuove forme e nuovi accostamenti cromatici, giocando sui contrasti dei colori caldi e freddi. L’albero rosso creato da Mondrian diventa nel mio “evidence board” l’albero rosso sangue, simbolo del male e della corruzione. Raskol’nikov decise infatti di macchiare le sue mani e di sfidare i limiti, di essere un uomo straordinario e libero, usurpando il potere divino. Decide di uccidere per un motivo ben preciso e mettere fine all’esistenza.

Ed eccoci alla quarta tappa. L’omicidio era ormai compiuto, il colpevole era riuscito a fuggire dall’abitazione della donna senza farsi scovare, ma ora era tempo di fare i conti con le proprie azioni e di capire come e se dovesse distruggere le prove. Ogni assassino ha le sue tracce da nascondere, ma l’atteggiamento di Raskol’nikov nei loro confronti è senz’altro ambivalente. Decide in un primo momento di sfidare la sorte e presentarsi in commissariato con il calzino ancora sporco di sangue, dimostrandosi coraggioso, sicuro di sé; dall’altro diventa ossessionato dal fatto che qualcuno avesse potuto trovare una prova della sua colpevolezza, trasformandosi così in un uomo paranoico. Il voler continuamente nascondere e sviare le indagini e la sua volontà di far emergere le prove del delitto ci dice molto sul personaggio di Raskol’nikov, tormentato, secondo una mia interpretazione, sia da un costante senso di colpa, che lo porterà poi alla confessione, sia dalla paura, sensazione inizialmente estranea al protagonista ma che ora lo stava perseguitando.

Giunti alla quinta tappa ecco che ci troviamo di fronte alla parola povertà. Il ragazzo pietroburghese non aveva denaro, era povero. Tutto l’ambiente di Delitto e castigo è legato a questa condizione che diventa la vera cornice dell’opera. Essa è comune a molti personaggi come lo stesso Mermeladov e la sua famiglia. Raskol’nikov provava vergogna e fastidio per il fatto di essere povero. Analizzandolo attentamente, capiamo che in lui qualcosa non andava. Era un ipocondriaco, un malinconico. Ma con la sua condizione economica ci aveva fatto l’abitudine. Semplicemente non gli interessa più. Ed ecco che la domanda giunge spontanea. Uccide davvero solo per denaro? Qual è il vero motivo del delitto? Bisogna solo seguire il percorso.

È qui che subentra la sofferenza, una caratteristica importante nell’opera dell’autore russo. Raskol’nikov soffre proprio come Sonja. Ragazza credente e pura d’animo, è lei a rappresentare una figura tipica della tradizione russa ovvero quella del “jurodivyj”, personaggio che arriva al sacrificio totale di sé per amore del prossimo. Sonja è così. Si sacrifica per la sua famiglia tanto da prostituirsi per racimolare del denaro per i suoi fratelli. Lei e il giovane di Pietroburgo sono uniti nella sofferenza, nel dolore e nella corruzione, del delitto per lui, del mestiere da prostituta per lei. In questa sesta tappa ho deciso di riprendere e utilizzare immagini di attualità proprio per rappresentare l’idea di dolore e tragedia. Gli incendi, i disboscamenti, lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento delle acque sono simbolo della sofferenza del nostro pianeta e di conseguenza di quella di tutti noi. Raskol’nikov, capendo di essere un corrotto, soffre. Era diventato e si era comportato proprio come l’uomo che bastonava il povero cavallino nel sogno che aveva fatto.

Sogni e incubi rappresentano la settima tappa del viaggio. Non possiamo parlare di sogni senza parlare di Sigmund Freud. Secondo il padre della psicoanalisi, essi sono il modo in cui il nostro inconscio comunica con noi, mostrandoci i nostri desideri più segreti e ciò che non riusciamo ad accettare. E proprio perché non riusciamo ad accettarle, la nostra mente le camuffa, le censura, e alla fine crea storie e immagini insensate. Il sogno in questo caso rappresenta la proiezione della coscienza di Raskol’nikov, una coscienza che nasce in negativo con il delitto. Sono due le opere d’arte che ho voluto inserire nel mio “crazy wall” a proposito dei sogni, o meglio dire, incubi.  La prima a sinistra di Pablo Picasso, il Ratto delle sabine del 1962 e la seconda di Franz Marc, intitolata I piccoli cavalli gialli, realizzata nel 1912. Entrambe riprendono la figura del cavallo, sognata da Raskol’nikov prima che mettesse in atto il suo piano diabolico. Molto più rappresentativa è sicuramente quella di Picasso. I colori, o sarebbe meglio dire i non colori, il bianco e il nero, trasmettono paura. Non è il pugnale, non è la criniera che ondeggia come lingue di fuoco a incutere terrore la ma testa dello stesso cavallo che nel sogno del giovane rappresentava la vecchia usuraia, o forse, lo stesso Raskol’nikov.

Ma ecco che grazie a quella sofferenza il giovane raggiunge la salvezza, una salvezza interiore. La verità viene sempre a galla. Il giovane decide finalmente di confessare il suo delitto alla ragazza. Proprio grazie a lei e alla lettura del vangelo Raskol’nikov capisce che un Dio, non solo fatto di castigo ma, anche di amore e perdono esisteva davvero. Ecco allora la nostra penultima tappa: la fede. Ho voluto in questo caso far sì che la creazione di Adamo di Michelangelo rappresentasse, in modo simbolico, il momento in cui il ragazzo decise finalmente di accogliere un nuovo Dio nella sua vita.

Il nostro viaggio che si conclude con la parola ideale. Ecco svelato il mistero. Raskol’nikov uccise la vecchia usuraia unicamente per un suo ideale. Era convinto, come aveva scritto nel suo articolo, che al mondo esistessero due tipologie di uomini: gli uomini ordinari e quelli straordinari. I primi sottoposti e leggi divine e civili, vivono come schiavi ma pur sempre felici, i secondi regole e limiti non ne hanno. La loro morale viene abbattuta dalla coscienza. Sono uomini legittimati a uccidere nel presente per la creazione di un futuro migliore. Napoleone, secondo Raskol’nikov era uno di questi. Emblema del super uomo, decide di uccidere solo per affermare la sua superiorità e le sue idee. Si comporta come Dio, non è schiavo ed è felice. Ma Raskol’nikov non è Napoleone. Non trova felicità nel delitto, anzi. Il suo ideale crolla appena compiuto il fatto ed ecco che inizia il suo castigo. Tutto è nelle mani dell’uomo secondo il nostro protagonista, un pensiero apparentemente rassicurante ma angoscioso. La libertà non è soltanto qualcosa di positivo, non essendoci limiti il male è dietro l’angolo.

La speranza dell’amore

Alice Nesta, in questo suo secondo racconto breve, ha voluto dare descrivere un momento di gioia e di speranza contrastando l’atmosfera di soffocamento e chiusura del romanzo di Dostoeskij Delitto e castigo, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Si risvegliò dai suoi pensieri quando sentì le porte della piccola chiesa aprirsi. Una luce grigia ma accesa entrò nell’ambiente e illuminò tutto. Quando mise a fuoco la figura che era comparsa sulla porta, rimase senza fiato.”

*

Razumichin ogni tanto si fermava a riflettere su quanto fosse cambiata la sua vita nell’ultimo anno.

Sapeva perfettamente che la casualità e il destino erano due concetti che si sfioravano, forse volevano dire la stessa cosa, ma non aveva mai capito esattamente secondo quale criterio si insinuassero nella vita degli uomini e ne modificassero le sorti. C’erano stati momenti in cui l’idea che il futuro fosse solo un’insieme di cose indefinite, che l’essere umano non poteva controllare, gli aveva messo paura e si era chiesto se forse l’idea di destino e casualità non fossero state inventate dall’uomo stesso per giustificare le cose che succedevano al di fuori del suo controllo.

Non sapeva quale legge governasse l’universo, ma di una cosa era sempre stato certo: dalla prima volta che aveva visto la sua futura moglie si era irrevocabilmente innamorato di lei.

Ricordava il giorno in cui era entrato nell’appartamento dell’amico Raskolnikov e l’aveva vista seduta lì, impaurita e incerta su come comportarsi mentre il fratello discuteva con la madre.

Per quanto si leggesse la stanchezza sul suo volto, per quanto sembrasse piccola seduta su quella sedia cigolante, per quanto potesse rimanere in silenzio ad osservare gli altri due litigare, Razumichin aveva percepito una forza e una sicurezza quando l’aveva guardata negli occhi che l’avevano atterrito.

Dal momento in cui quegli occhi si erano incastrati nei suoi, aveva sentito la terra mancargli sotto i piedi, come se la gravità dipendesse dalla presenza di Dunja nella stanza e non dalle leggi della fisica che governavano il mondo. Da allora le era sempre stato affianco.

Razumichin era consapevole che Dunja avesse dovuto affrontare tanti dolori nella propria vita; lei ne parlava poco e malvolentieri. Lui non voleva vedere il suo volto delicato rabbuiarsi e aveva imparato a non chiederle mai troppo del suo passato e di tutto quello che aveva sopportato prima di conoscerlo. Portava tanti dolori nel cuore, Razumichin lo sapeva, ma questo non lo aveva mai fermato dall’amarla incondizionatamente.

Il giorno in cui avevano arrestato Raskolnicov per l’omicidio di due donne, Dunja aveva passato tutta la giornata con la madre e non aveva versato una sola lacrima. Era rimasta al fianco della madre per darle forza fino a quando non si era fatta sera e si era addormentata. Solo a quel punto Dunja era andata da lui, si era appoggiata alla sua spalla, lui l’aveva abbracciata e lei era scoppiata in un pianto silenzioso. Non si erano detti niente, non c’erano parole che avrebbero potuto migliorare quella situazione. Avevano passato la notte così, finchè non si erano addormentati entrambi sfiniti e stanchi.

Da quella sera non si erano più separati. Razumichin, qualche settimana dopo, le aveva chiesto la mano e Dunja gli aveva chiesto perché mai la amasse, lui era un uomo buono e di bell’aspetto, poteva sicuramente aspirare a qualcuna migliore di lei. Razumichin non poteva credere che lei potesse pensare una cosa del genere. L’aveva guardata e le aveva detto che lei era il suo mondo e lui le gravitava intorno come fosse la Luna per la Terra. La forza dell’amore che provava lo portava a guardarla e ad innamorarsi ogni giorno un po’ di più. Dunja aveva sorriso e gli aveva accarezzato il viso con la mano fredda. Ricordava perfettamente la sensazione di quella carezza sulla guancia, se si concentrava poteva sentire la mano morbida di lei sfiorargli la pelle dove la barba stava ricrescendo.

All’università aveva studiato tanti filosofi e letterati che parlavano di amore, di quel sentimento tanto forte da portare un uomo a fare qualsiasi cosa, persino a fare guerre o a percorrere tutti i regni ultraterreni pur di rivedere anche per pochi attimi la donna che amava. Un sentimento così astratto e sconfinato che nessuno sembrava riuscire a descriverlo davvero, come se non esistessero delle parole per delineare quello che voleva dire amare una persona al di fuori di se stessi.

Razumichin non aveva mai compreso a pieno quel sentimento finchè non aveva conosciuto Dunja.

Si risvegliò dai suoi pensieri quando sentì le porte della piccola chiesa aprirsi. Una luce grigia ma accesa entrò nell’ambiente e illuminò tutto. Quando mise a fuoco la figura che era comparsa sulla porta, rimase senza fiato. I raggi di luce contornavano perfettamente la sagoma di Dunja dandole un aspetto angelico. La sua pelle bianca risaltava così tanto che sembrava brillare di luce propria, il vestito bianco le avvolgeva il corpo in modo delicato e il velo le gettava un ombra seria sul viso.

Mentre camminava verso di lui guardava dritto davanti a sè. Il suo passo era sicuro.

Al suo fianco camminava sua madre che aveva gli occhi lucidi per la commozione e per la gioia di porter accompagnare sua figlia all’altare. Questo matrimonio aveva reso la madre di Dunja estremamente felice, era la prima cosa bella dopo un lungo periodo di sofferenza e le si leggeva negli occhi che era orgogliosa di quanto forte fosse sua figlia. Ma era anche consapevole che avrebbe dovuto essere il fratello ad accompagnarla all’altare, e questo aveva amareggiato profondamente quella donna che faceva di tutto per non crollare sotto il peso del dolore.

Nella chiesa angusta c’erano poche persone, ma Razumichin avrebbe avuto occhi solo per Dunja anche se si fossero trovati in mezzo ad una folla di centinaia di persone. Sentiva il cuore battere all’impazzata nel petto. Era impazziente di averla davanti e di prometterle che l’avrebbe amata in eterno, che avrebbe asciugato ogni sua lacrima e che avrebbe condiviso con lei ogni gioia che la vita gli avrebbe donato.

Quando le due donne finalmente giunsero all’altare, la madre di Dunja porse a Razumichin la mano della figlia. Lui le sorrise gentilmente e strinse tra le sue mani ruvide quella della sua sposa. Dunja salì sull’altare e si mise davanti a lui. La stava ancora tenendo per mano e per nessun motivo al mondo l’avvrebbe lasciata.

Lei gli sorrise e ricambiò quella stretta. Quello era il suo modo per fargli capire che anche lei era impaziente di iniziare finalmente la loro vita insieme e di prendersi cura l’uno dell’altra.

In quel momento Razumichin capì che per quanti dolori possano esserci nella vita, l’amore è tutto quello che serve ad un essere umano per essere definito tale. Quel giorno comprese il senso di tutte le poesie degli scrittori e i pensieri dei filosofi che aveva letto all’università e che gli erano sembrate solo fantasticherie.

Continuando a stringere la mano di Dunja capì che da quel momento in poi si sarebbero scelti l’un l’altro ogni giorno della loro vita, e improvvisamente il futuro non gli fece più paura.

*

 

Bibliografia:

Delitto e castigo, Fedor Dostoevskij

La coscienza del male

Alice Nesta, in questo suo racconto breve, vuole evidenziare come la coscienza del male possa venire a galla creando un clima di crescente inquietudine rivisitando la scena IV dell’atto terzo di Macbeth, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Tutto sembrava andare avanti senza che nessuno si fosse accorto di quello che era successo, ma la verità mostruosa che Macbeth celava in fondo alla sua anima stava diventando estenuante.”

*

Il banchetto era stato allestito nella sala principale del castello, una delle più ampie e sfarzose per riuscire ad ospitare comodamente tutti gli ospiti. Grandi tavoli di legno massello erano stati apparecchiati con pesanti tovaglie di un intenso color porpora e disposti a ferrro di cavallo. I candelabri erano stati appoggiati su ogni tavolo e la cera di alcune candele era colata lungo i bordi facendo affievolire la fiamma e creando una luce soffusa che gettava delle ombre inquietanti sulle pareti di pietra della sala.

Le grandi finestre ai lati del salone si affacciavano sulla notte che era ormai calata. Il buio avvolgeva i bastioni, insinuandosi lungo i muri in contorti giochi di luce, mentre il riverbero dei tuoni e della pioggia che batteva sui vetri si estendeva per i corridoi poco illuminati del castello.

Appena furono entrati i musicisti di corte iniziarono a suonare piano per creare un’atmosfera più conviviale, ma l’effetto del flauto e degli strumenti a corda richiamava un’atmosfera tutt’altro che piacevole. La musica, infatti, rimbombava nell’ampio spazio creando un suono ricorrente e tetro che sembrava accompagnare il ritmo angosciante della pioggia che batteva costante sui vetri delle finestre. 

Una volta che tutti presero posto, il re ordinò che fosse servita la cena. Alcuni servi iniziarono a girare intorno al tavolo con brocche di vino pronti a riempire il calice a chi lo desiderava. Vennero appoggiati sulla tavola grandi vassoi ricchi di carne al sangue proveniente dagli animali cacciati quel pomeriggio stesso.

Macbeth, dalla sua posizione centrale, riusciva ad osservare tutti gli invitati, vedeva come si gustavano il vino, muovendo concitati i calici e facendo cadere alcune gocce che macchiavano il drappo porpora che copriva il tavolo. Masticavano sgraziatamente la carne succosa e conversavano fra di loro parlando di cose frivole e di poca importanza. Tutto di quella cena gli sembrava tremendamente grezzo e fastidioso, persino il rumore delle posate che sbattevano contro i piatti lo irritava, tanto che aveva a mala pena toccato il cibo che gli era stato messo davanti.

All’improvviso una delle finestre si spalancò sbattendo contro la parete. Un vento gelido entrò con violenza facendo vacillare pericolosamente il fuoco delle candele. Nella stanza calò il silenzio, come se tutti avessero percepito un brivido di terrore percorrergli la spina dorsale. Il rumore di un tuono rimbombò nel salone e la pioggia, spinta con violenza dal vento, bagnò il pavimento creando una pozza d’acqua vicino ad una delle colonne.

Macbeth fu assalito da una sensazione di panico che sostituì il rozzo fastidio che aveva provato fino a quel momento. Strinse gli occhi per mettere meglio a fuoco le persone intorno a lui poichè solo un paio di candele erano rimaste accese. Cercava con lo sguardo le guardie per ordinare loro di richiudere immediatamente la finestra, ma quando i suoi occhi si furono abituati al buio, si rese conto che attorno a lui noi vi era più nessuno. Le sedie erano vuote e ben sistemate, come se non fossero mai state spostate per sedersi.

Non c’era segno di alcun banchetto.

Il tavolo era privo di qualsiasi pietanza, i vassoi con la carne fresca che odorava di sangue erano scomparsi insieme ai calici ridondanti di vino. Era rimasto da solo.

Incredulo e con le mani tremanti per la paura si alzò dalla sedia, ma qualcosa, una forza di cui non conosceva la provenienza, lo spinse di nuovo a sedere faccendolo sbattere con violenza contro lo schienale e mozzandogli il respiro in gola.

Quando alzò lo sguardo un sentimento di primitivo terrore gli impedì di muoversi ancora: il fantasma di Banquo, il suo fidato compagno d’armi nonché amico e consigliere, era davanti a lui.

Lo spettro aveva i lineamenti deformati dal dolore, la bocca spalancata in modo disumano come se un urlo gli fosse rimasto bloccato al fondo della gola. La pelle del viso sembrava aver perso ogni tipo di consistenza e aderiva al cranio come un guanto, rendendo quell’essere scheletrico e terrificante. Gli occhi vuoti e senza pupille apparivano così profondi da aver aperto nel petto di Macbeth una voragine di paura.

Non riusciva più a muoversi. Quegli occhi lo avevano inchiodato al pavimento come se alle sue caviglie fossero state legate delle pesanti catene.

Il viso era sporco di terra e di sangue, mentre il collo era segnato da un profondo squarcio purulento da cui continuava a sgorgare sangue che si riversava denso sull’abito sgualcito fino a cadere in pesanti gocce rosso scuro sul pavimento.

Lo spettro, con una lentazza straziante, mosse il braccio coperto da lembi di stoffa sporchi e sanguinanti, schiuse le dita dinoccolate che fino a quel momento aveva tenuto strette in una morsa gelata intorno all’elsa della sua spada. Con un dito indicò le mani di Macbeth.

Facendo questo movimento la spada scivolò da quella mano scheletrica e cominciò a cadere verso il pavimento nella pozza di sangue che si era creata ai piedi di quell’essere spaventoso.

Mentre la spada cadeva, il tempo sembrò rallentare. Lo spettro aprì ancora di più la bocca che a quel punto si era allargata così tanto da strappare dei lembi di pelle ai lati delle labbra.

Un’unica parola venne pronunciata da quella figura inquietante: “colpevole”.

Macbeth a quel punto si guardò le mani tremanti che lo spettro aveva indicato con quel suo dito putrefatto e le trovò gocciolanti di sangue fresco, come se quel liquido appiccicoso fosse stato appena versato.

La spada cadde finalmente a terra e il tintinnio del metallo sul pavimento di pietra rimbombò in quel silenzio assordante che aveva riempito la sala fino a quel momento. Un suono che esplose nelle orecchie di Macbeth. Chiuse gli occhi contraendo i muscoli del viso infastidito da quel rumore insistente. Trovò finalmente il coraggio di schiudere le labbra per urlare ma nessun tipo di parola venne emessa dalla sua bocca. Alle sue orecchie arrivava solo quel suono ridondante del ferro della spada che toccava il pavimento.

Quando il rumore cessò, riaprì gli occhi. Quell’essere terrificante era scomparso. Ora, davanti a lui, c’era il viso pallido e sottile di sua moglie che lo fissava con uno sguardo che celava preoccupazione e crescente fastidio. Le luci delle candele gettavano sul suo volto un’ombra grave, quasi lugubre.

Intorno a lui il banchetto continuava indisturbato, i convitati mangiavano e parlavano fra di loro creando un brusio continuo e insopportabile.

Tutto sembrava andare avanti senza che nessuno si fosse accorto di quello che era successo, ma la verità mostruosa che Macbeth celava in fondo alla sua anima stava diventando estenuante.

Lui sapeva che quello era solo l’inizio. La paura lo assalì ancora.

In quel momento un tuono ruggì fuori nella notte e risuonò ovattato nella sala. Un colpo di vento spalancò la finestra facendola sbattere contro la parete di pietra. L’aria gelida entrò portando con se alcune gocce di pioggia. Molti nella sala urlarono per lo spavento.

Il terrore che lo spirito orrendo di Banquo si ripresentasse strinse in una morsa glaciale Macbeth. Rivedeva il collo squarciato, il sangue, gli occhi vuoti, la bocca allargata in modo raccapricciante…risentiva quel sussurro che lo aveva accusato.

Un urlo di pura e primitiva paura gli uscì dalle labbra. Un urlo che aveva tratenuto in fondo alla gola per giorni. Un urlo che suonava vuoto tutte le volte che provava ad aprire la bocca per liberarsene. Un grido così spaventoso che tutti nella sala si girarono a guardarlo e il silenzio calò tra i partecipanti al banchetto.

Quando si rese conto che l’essere terrificante non si sarebbe presentato, ma che davanti a lui c’erano solo gli gli occhi degli invitati che lo fissavano increduli, capì che la follia lo aveva definitivamente raggiunto e che oramai se ne erano accorti tutti.

Tutta l’oscurità che aveva percepito durante quella giornata di agonia e terrore era finalmente venuta a prenderlo.

*

Bibliografia:

Macbeth, William Shakespeare