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Corso Re Umberto – marciapiedi

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Segni sulla pietra, 1979, poi in AM, II: 848-849

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In vari punti della città le lastre di pietra conservano le tracce delle incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Le lastre spezzate dalle bombe dirompenti sono state sostituite, ma sono state lasciate in sito quelle che erano state perforate dagli spezzoni incendiari. Questi ordigni erano prismi d’acciaio che venivano lanciati alla cieca dagli aerei, ed erano disegnati in modo da cadere verticalmente, con tale impeto da perforare tetti, solai e soffitti; alcuni di essi, caduti sui marciapiedi, hanno forato nettamente la pietra spessa dieci centimetri, come punzoni di trancia. È probabile che chi si prendesse la briga di sollevare i lastroni forati vi troverebbe sotto lo spezzone; due di queste forature, a pochi metri di distanza l’una dall’altra, si trovano ad esempio davanti al numero 9 bis di corso Re Umberto. Al vederle, tornano a mente le voci macabre che circolavano in tempo di guerra, di passanti che non avevano fatto a tempo a rifugiarsi, ed erano stati trafitti dalla testa ai piedi.

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Nell’Altrui mestiere, la raccolta pubblicata nel 1985 che conteneva gli articoli pubblicati su «La Stampa» a partire dal 1976, Primo Levi dà sfogo al suo caledoscopico talento di scrittore, compiendo invasioni di campo che lo portano a speculare su settori assai diversi dalla memorialistica e dalla chimica, di cui era ormai divenuto campione. Nelle pagine di questa raccolta è all’opera un talento poliedrico interessato alle manifestazioni della cultura in tutte le sue forme: dalla linguistica alla critica letteraria, dalla chimica alla biologia e all’entomologia, dalla geografia alla storia, il vagabondaggio del letterato curioso e chimico ormai in pensione segna una delle tappe di riflessione più interessanti del secondo Novecento. In particolare, possiamo vedere qui all’opera una tendenza archeologica: il tarlo metodologico di Levi sembra portarlo costantemente verso la pratica di scavo nel passato, specialmente in relazione alla sedimentazione delle parole, componendo un’assidua e originale ricerca (e ricomposizione) della loro storia perduta. Quasi come uno storico che interroga i segni lasciati dall’ineffabile flusso degli eventi che dietro di sé non lascia che disunite tracce da interrogare, il chimico-scrittore ragiona su quanto osserva e stende i propri testi offrendo ai suoi lettori i risultati delle sue elucubrazioni e ricostruzioni.

L’articolo da cui proviene l’estratto succitato, Segni sulla pietra, mantiene il suo nome anche dopo la conversione nella raccolta di saggi (a differenza di molti altri testi). Iniziando dapprima con un’attenta disamina della storia torinese che si può osservare sulle superfici pietrose e rocciose che occupano i lati delle strade cittadine, termina infine con la presa in considerazione dell’azione dirimente e deturpante della modernità su quella parte della facciata urbana di Torino che sembra essere lì da tempi immemori. Oggetto di osservazione privilegiato sono proprio i marciapiedi, le cui superfici lastricate che furono posizionate moltissimo tempo fa (in specie agli albori della città in epoca moderna), e resistono tutt’oggi, affiancati dai loro nuovi compagni in asfalto e cemento. «I marciapiedi della mia città (e, non ne dubito, quelli di qualsiasi altra città) sono pieni di sorprese» (Segni sulla pietra, 1979, poi in AM,II: 847), scrive esattamente: sono dunque pieni di segni da inventariare che possono essere fecondamente interrogati, tanto guardando al passato quanto immaginando il futuro. Così come noi oggi possiamo leggere le trame e gli avvicendamenti della Storia che proprio su questa parte del quadro urbano hanno lasciato la loro traccia, anche gli archeologi del futuro potranno infatti ritrovare quanto noi oggi lasciamo distrattamente e imprudentemente dietro di noi in seguito al nostro passaggio. Levi immagina che, nel futuro, tutte le scorie da noi depositate verranno ritrovate, saranno restituite dal sottosuolo e, come fossili, interrogate da appositi studiosi interessati a ricostruire le nostre abitudini, e non da meno tutto quello che fa parte della nostra quotidianità senza che noi ce ne accorgiamo, mentre nelle nostre frenetiche vite scalpicciamo su questi luoghi, lasciando traccia del nostro passaggio.

Uno splendido esempio di questa pratica è costituito proprio dall’analisi dei marciapiedi più antichi in cui il chimico-scrittore si cimenta nel suo articolo: in corso Re Umberto, non molto distante dalla sua abitazione, poteva infatti vedere una prova dovuta agli avvicendamenti storici che travolsero Torino durante la Seconda Guerra Mondiale. La città fu infatti bombardata e subì molti danni: la sua estetica venne sfregiata irrevocabilmente e, ancora oggi, è possibile vedere gli effetti di questo distruttivo strascico. Lo testimonia proprio il marciapiede all’angolo con corso Matteotti, alcune lastre del quale sono state fortemente danneggiate (e mai più riparate, quasi come se dovessero fungere da monito del brutale scompiglio in cui la città si trovò gettata nella metà del Novecento) dagli ordigni che vennero sganciati dal cielo torinese. Addirittura ricostruendo la fisionomia di tali armamenti, Levi focalizza quanto la loro azione debba essere stata devastante: la caduta di uno solo di loro, sganciata dalle flotte aeree in volo sopra le nubi, era in grado di spaccare una lastra di dura pietra viva in due, come un guscio di noce, frantumando la sua supposta inalterabile unità. E, ovviamente, di annientare qualunque essere umano che si fosse trovato sulla traiettoria dell’impatto: «Al vederle, tornano a mente le voci macabre che circolavano in tempo di guerra, di passanti che non avevano fatto a tempo a rifugiarsi, ed erano stati trafitti dalla testa ai piedi».

Goethe Institut

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Tornare a scuola, 1981, poi in AM, II: 822

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Ho superato le barriere della timidezza e della pigrizia, ed a sessant’anni compiuti mi sono iscritto ai corsi di un istituto molto serio dove si insegna una lingua straniera che conosco male. Volevo conoscerla meglio, per pura curiosità intellettuale: ne avevo imparato gli elementi ad orecchio, in condizioni disagiate, e l’avevo poi usata per anni per ragioni di lavoro, badando al sodo, cioè a capire e a farmi capire, e trascurandone le singolarità, la grammatica e la sintassi.

Fonte: https://www.facebook.com/photo/?fbid=3757198284326557&set=gm.1335864760110502

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Manca, nell’estratto appena visto, una citazione letterale del famoso Goethe Institut di Torino (situato ancora oggi nella centralissima piazza San Carlo), e con essa una descrizione geocritica propriamente dicibile: con tatto e riservatezza, Levi parla soltanto sommariamente del luogo presso cui si reca per studiare, misteriosamente, «una lingua straniera che conosco male». Non lascia insomma alcuna informazione al suo lettore tramite cui si possa capire più precisamente di quale lingua e quale posto stia parlando; tutto ciò che sappiamo riguarda invece il posizionamento cronologico: siamo nel 1978, poco dopo il sessantesimo anno di età, a cinque anni dalla pensione e nel pieno di un periodo di fervente produzione letteraria.

Ancora più curioso è il rapporto di Levi con questa lingua misteriosa, che è proprio il tedesco: oltre che su libri e trattati consultati durante gli anni alla Facoltà di Chimica, l’aveva imparato in Lager, venendo a conoscenza di un’infinità di storpiature, variazioni dialettali, socio-culturali e geografiche che contribuivano a rendere il segreto del rizoma di questa lingua sempre più difficile da capire. Non ostante, dopo aver abbandonato i banchi scolastici da diversi anni, Levi sente questo irrefrenabile desiderio di consolidare ancora meglio quanto uno dei più bei episodi della storia del Novecento gli aveva lasciato in eredità.

Nell’articolo da cui estratto proviene, infatti, Levi si cimenta in una cronaca del suo apprendistato presso la prestigiosa scuola di lingue torinese: spiega che non è affatto facile imparare le fondamenta del tedesco a un’età così avanzata, specie avendo una grande e indistinta confusione in mente. Il tedesco di Auschwitz era infatti un grande caos: «i barbarici latrati dei tedeschi quando comandano» (come leggiamo ne I sommersi e salvati), la lingua da caserma buona per impartire rabbiosi ordini, i neologismi disumanizzanti che dovevano essere imparati a memoria, la brutalità di un codice comunicativo imposto a cui non si dava alternativa, lo stesso Lager-jargon evolutosi da questa variante del tedesco; tutto ciò fu quanto Levi dovette affrontare, a cui riuscì a sopravvivere, da cui riuscì a imparare.

Sì, perché Grande era la sua attenzione ai dettagli linguistici della vita del campo: troviamo traccia di questa sua attitudine nello stesso articolo, quando spiega di essere uno studente particolare poiché assai particolari erano state le condizioni in cui era venuto a contatto con la lingua oggetto di studio. A questo potremmo aggiungere anche la sua attenzione archeologica per le parole, il suo spiccato interesse per l’etimologia, e le potenzialità linguistiche che si nascondono dietro ad ogni parola, tanto in italiano quanto anche, ovviamente, in tedesco.

E il tedesco era per Levi anche la lingua del suo primo mestiere: il manuale del chimico Gattermann, il libro su cui si era formato, quello che ritroviamo citato nell’Esame di chimica in Se questo è un uomo e anche in quel suo interessantissimo testamento intellettuale che è La ricerca delle radici, era scritto nella lingua del Reich, e obbligava chiunque lo leggesse a masticare almeno un po’, almeno passivamente, quel codice linguistico in cui era stato scritto così tanto diverso dall’italiano. Tali insegnamenti gli sarebbero tornati utilissimi in età matura, durante i suoi viaggi di lavoro in Germania, quando doveva interloquire negli incontri con i clienti stranieri che si rivolgevano alla SIVA, l’azienda torinese per cui lavorava (tra cui la Bayer, la stessa casa farmaceutica che durante il Terzo Reich fu segretamente collusa con il nazismo; tra cui l’incontro con il dottor Meyer-Müller, uno dei suoi aguzzini nel Labor di Auschwitz).

Ma non è tutto: anche per svolgere il suo secondo mestiere questa lingua fu molto importante. Basta pensare a tutte le traduzioni delle liriche di Rilke (nel 1946) o di Heine, al carteggio con il traduttore tedesco di Se questo è un uomo, meticolosamente seguito parola per parola (negli anni Sessanta), alla mediazione della sua propria traduzione tedesca durante la trasposizione italiana della Notte dei girondini di Presser (1976; scritta in olandese in originale), alla citazione di Paul Celan nella Ricerca (nel 1981), alla traduzione del Processo di Kafka (nel 1983): tutte prove del fatto che, pur in un campo tanto diverso rispetto a quello della chimica, il rapporto di Levi con il tedesco fu fondamentale per permettergli di ampliare sempre più il suo bagaglio culturale, per conoscere da vicino e in prima persona nuovi libri, idee, concetti e persone, ma soprattutto la lingua e la letteratura di una cultura molto diversa da quelle che erano invece naturalmente sue.

Fino ad arrivare al capitolo Lettere di tedeschi nei Sommersi e i salvati, frutto della corrispondenza con tanti lettori tedeschi di Se questo è un uomo che portò all’elaborazione dell’intero ultimo volume; era uno sforzo pluriennale di comprendere tutti coloro che avevano partecipato alla catastrofe della deportazione e dello sterminio (o che vi avevano rinunciato). Per la realizzazione pratica del materiale di quel capitolo, infatti, la conoscenza del tedesco da parte di Levi fu necessaria: senza, non sarebbe forse riuscito a raggiungere un insight dalla potenza tanto straordinaria di permettergli di vedere le pieghe della Storia dagli occhi dei suoi interlocutori, che appunto gli scrivevano in tedesco, ai quali spesso lui stesso rispondeva parlando la loro lingua, quella che era stato obbligato ad apprendere ma che aveva scelto di riprendere e approfondire. Non mancano infatti nei suoi testi delle valide considerazioni che giustifichino quanto dietro al suo studio del tedesco ci fossero una passione genuina costantemente alimentata da una curiosità intellettuale frizzante e vispa, tanto forte da superare il trauma e parlare, ascoltare e comprendere ancora, anche fuori dai reticolati di filo spinato, la lingua degli oppressori.

Scuola Ebraica

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Potassio, SP, I: 898

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Ci radunavamo nella palestra del “Talmud Thorà”, della Scuola della Legge, come orgogliosamente si chiamava la vetusta scuola elementare ebraica, e ci insegnavamo a vicenda a ritrovare nella Bibbia la giustizia e l’ingiustizia e la forza che abbatte l’ingiustizia: a riconoscere in Assuero e in Nabucodonosor i nuovi oppressori. Ma dov’era Kadosh Barukhù, “il Santo, Benedetto sia Egli”, colui che spezza le catene degli schiavi e sommerge i carri degli Egizi? Colui che aveva dettato la Legge a Mosè, ed ispirato i liberatori Ezra e Neemia, non ispirava più nessuno, il cielo sopra noi era silenzioso e vuoto: lasciava sterminare i ghetti polacchi, e lentamente, confusamente, si faceva strada in noi l’idea che eravamo soli, che non avevamo alleati su cui contare, né in terra né in cielo, che la forza di resistere avremmo dovuto trovarla in noi stessi.

Fonte: https://www.hakeillah.com/5_15_18.htm

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Tra tutti i racconti del Sistema periodico, Potassio è certamente uno di quelli che più risentono della Storia e del tempo in cui si inserisce la narrazione: nel corso di tutta la vicenda, diversi sono i riferimenti all’Europa, al mondo, e in particolare all’Italia di quegli anni, che stava vivendo l’anticamera della deportazione con le aspre e ingiuste leggi razziali. A Torino le differenze venivano fatte, tuttavia, quasi solo per quanto riguardava l’ossequioso e pedissequo rispetto delle regole, secondo come il regime voleva: c’era certo diffidenza che proveniva dai non ebrei, ma di certo Levi e i suoi compagni israeliti non venivano esiliati programmaticamente come succedeva laddove la morsa del razzismo strinse più ferocemente, esiliando gli ebrei dalla società e trattandoli come diversi, come subalterni. Per questo motivo la loro resistenza al Fascismo era nulla, era passiva, una sordida accettazione della situazione visto che non impediva poi così tanto che il quieto vivere potesse susseguirsi come di consueto.

Bisognava provvedere da sé a se stessi: e così fece la comunità ebraica locale, che, cavalcando l’iniziativa caldeggiata dai fratelli Artom, creò un’apposita scuola israelitica (nell’odierna piazzetta torinese dedicata a Levi, dove sorge oggi la sinagoga) in cui conversero i docenti (di scuola primaria e secondaria, ma anche universitari) che il regime andava scalzando delle loro posizioni pubbliche e lavorative. Così i giovani avrebbero ricevuto un’educazione rispettabile e corretta, e sarebbero loro stati trasmessi i valori della religione mosaica e dei padri fondatori, offrendo chiavi di interpretazione e comprensione di quanto stava accadendo. Non era un piano soltanto religioso, dunque, quello di Ennio ed Emanuele Artom, e con loro di tutta la comunità cittadina: quanto più reazionario, poiché nelle Sacre Scritture era possibile trovare una morale che offrisse sollievo, motivazione e che spiegasse come reagire alle oppressioni e ingiustificate discriminazioni che il popolo ebraico aveva sempre attratto a sé.

«Bisognava ricominciare dal niente “inventare” un nostro antifascismo, crearlo dal germe, dalle radici, dalle nostre radici. Cercavamo intorno a noi, e imboccavamo strade che portavano poco lontano. La Bibbia, Croce, la geometria, la fisica, ci apparivano fonti di certezza» (Potassio, SP, I: 898): e segue poi l’estratto succitato, in cui compare una galleria di nomi biblici che Levi e i suoi compagni tentano di ravvisare nei convolgimenti della storia a loro contemporanea. In questa maniera avrebbero forse potuto trovare dei numi tutelari che li aiutassero a decifrare le pieghe che quel tempo strano e pericoloso andava assumendo: con degli esempi che li aiutassero a riconoscere i paradigmi familiari del giusto e dello sbagliato, del buono e cattivo, pericoloso e amichevole, e che nel contempo provenissero dalla loro millenaria tradizione, quella che avevano dovuto imparare a memoria durante la loro giovinezza a cui ora potevano tentare di guardare alla ricerca di un appiglio.

Ma nulla sarebbe giunto da quella direzione, anzi i fatti stessi avrebbero contribuito ad aumentare il coefficiente della laicità di Levi, che ad Auschwitz avrebbe smesso una volta per tutte di credere in qualsiasi presenza superiore e provvidenziale: «il cielo sopra noi era silenzioso e vuoto», e qualsiasi presenza divina che potesse abitarlo e prestare aiuto alla specie umana non era lì per soccorrere nessuno. Avrebbe dovuto impegnarsi da sé, adoperarsi per riuscire a trovare una via per sopravvivere, per guardare il nazi-fascismo negli occhi con orgoglio e sicurezza, senza restarne fatalmente impietrito.

Via Massena – laboratorio

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Stagno, SP, I: 1000

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Nonostante il parere d’Emilio, fu subito chiaro che le nostre forze non sarebbero bastate. Ci fu doloroso armolare una coppia di carpentieri, a cui Emilio prescrisse di costruire un’attrezzatura adatta a sradicare la cappa dai suoi ancoraggi senza smembrarla: questa cappa era insomma un simbolo, l’insegna di una professione e di una condizione, anzi di un’arte, e avrebbe dovuto essere depositata nel cortile intatta e nella sua interezza, per ritrovare nuova vita e utilità in un futuro per ora non precisato.
Fu costruita un’impalcatura, montato un paranco, tese funi di guida. Mentre Emilio ed io assistevamo dal cortile alla funerea cerimonia, la cappa uscì solenne dalla finestra, si librò ponderosa, si stagliò contro il cielo grigio di via Massena, venne abilmente agganciata alla catena del paranco, e la catena gemette e si spezzò. La cappa piombò per quattro piani ai nostri piedi, e si ridusse in schegge di legno e vetro; odorava ancora di eugenolo e d’acido piruvico, e con lei si ridusse in schegge ogni nostra volontà ed ardimento d’intraprendere.

Fonte: https://www.facebook.com/Torinopiemontevintage/photos/a.1511442105807240/2272509123033864/

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Il mestiere di chimico di Levi, lo sappiamo, fu tutt’altro che un lavoro da ufficio, piatto e noioso, specie nella prima parte della sua carriera professionale: furono molte le avventure che dovette compiere quando era un giovane diplomato che cercava un lavoro stabile per poter mantenere se stesso e sua moglie. L’estratto risale infatti agli anni del laboratorio creato in via Massena con l’Emilio del Sistema periodico (alias letterario del grande amico Alberto Salmoni), più in particolare al momento finale del suo smembramento, quando si deve trasportare via la simbolica cappa, «insegna di una professione e di una condizione, anzi di un’arte» (Stagno, SP, I: 998): si trattava, come leggiamo poche pagine prima, di una «grande cappa d’aspirazione di legno e vetro, nostro orgoglio e nostro unico presidio contro la morte per gas», e avrebbe dovuto essere conservata per il futuro.

Al contrario, però, durante lo smontaggio (il «compito più straziante», Stagno, SP, I: 1000) subisce un incidente fatale, che pregiudica l’umore dello smantellamento, quasi un rito di passaggio. La cappa era infatti uno dei primi e più importanti strumenti dei due chimici alle prime armi: uno degli acquisti fondamentali per la prima esperienza lavorativa che i due decidono di mettere su per far fronte alla penuria del Dopoguerra; ci troviamo cronologicamente sul finire degli anni Quaranta, quando Levi è già sposato e vive molte delle avventure raccontate nel resoconto della sua carriera di chimico-militante.

Di tutta le vicende ricordate e narrate nel Sistema periodico, questo è certo uno degli accadimenti più simbolici e sinistri: è l’episodio conclusivo del capitolo, l’ultima scheggia di memoria che chiude la catena dei ricordi legata all’elemento chimico dello stagno, così rappresentativo della carriera dei due giovani, che avevano ritagliato il proprio luogo di lavoro dalla casa dei genitori di Emilio, arrangiandosi alla meglio e trasfigurandone i locali secondo bisogno: «l’anticamera era un deposito di damigiane d’acido cloridrico concentrato, il fornello di cucina (fuori delle ore dei pasti) serviva a concentrare il cloruro stannoso in becher e beute da sei litri, e l’intero alloggio era invaso dai nostri fumi» (Stagno, SP, I: 997).

Vale la pena, per capire l’importanza dell’elemento e dunque della cappa in frantumi, ricordare le prime righe di questo racconto, che contiene una delle più lucide prese di coscienza (certo scritte dal Levi maturo, ma molto probabilmente rimuginate dalla sua stessa persona là e allora): «Vola, adesso: volevi essere libero e sei libero, volevi fare il chimico e fai il chimico. Orsù, grufola tra veleni, rossetti e stereo pollino; granula lo stagno, versa acido cloridrico, concentra, travasa e cristallizza, se non vuoi patire la fame, e la fame la conosci. Compera stagno e vendi cloruro stannoso» (Stagno, SP, I: 996). È un incoraggiamento retrospettivo che tocca i punti principali del rapporto di Levi con la chimica (e con le lezioni imparate nel praticarla), quali ad esempio il confronto diretto con la materia, la sua trasmutazione alla pari degli antichi e primigeni alchimisti, la caccia al guadagno per sopravvivere, il provvedere e il farsi da sé, l’arte di arrangiarsi, il dover rispondere in prima persona agli errori. Il racconto appassionato delle loro imprese testimonia oggi come la mansione fosse divertente per Levi, forse amara, ma certo più stimolante e coinvolgente del lavoro in fabbrica: per questo l’andare in mille pezzi della cappa è un suggello perfetto della vicenda, quasi un rito funerario della loro impresa. Sotto le sue ali i due giovani erano cresciuti, avevano segnato i loro primi veri guadagni, messo in pratica gli insegnamenti dell’apprendistato, trasmutato gli elementi e compreso la filosofia di quella chimica magistra vitae, appiedata e a misura d’uomo, quotidiana e piena di sfide e misteri.

Istituto di Fisica Sperimentale

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Potassio, SP, I: 900

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L’interno dell’Istituto di Fisica Sperimentale era pieno di polvere e di fantasmi secolari. C’erano file di armadi a vetri zeppi di foglietti ingialliti e mangiati da topi e tarme: erano osservazioni di eclissi, registrazioni di terremoti, bollettini meteorologici bene addietro nel secolo scorso. Lungo la parete di un corridoio trovai una straordinaria tromba, lunga più di dieci metri, di cui nessuno sapeva più l’origine, lo scopo e l’uso: forse per annunciare il giorno del Giudizio, in cui tutto ciò che si asconde apparirà. C’era una eolipila in stile Secessione, una fontana di Erone, e tutta una fauna obsoleta e prolissa di aggeggi destinati da generazioni alle dimostrazioni in aula: una forma patetica ed ingenua di fisica minore, in cui conta più la coreografia del concetto.

Fonte: https://www.aspi.unimib.it/collections/entity/detail/444/ e Archivio Scientifico e Tecnologico ASTUT – Università degli Studi di Torino

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Potassio è tra i più famosi e citati racconti che compongono il Sistema periodico. È la cronaca degli anni dell’apprendistato chimico di Levi, in particolare all’indomani dell’avvento delle leggi razziali promosse dal regime fascista: il giovane studente di chimica, ebreo suo malgrado, non riesce a trovare nessun professore tramite cui poter davvero imparare qualcosa, fare gli esperimenti giusti, cimentarsi in compiti difficili per apprendere quanto più possibile durante un periodo tanto ricco di ispirazioni. Fuori dalle mura dell’Istituto di chimica, per parafrasare una definizione sempre dal Sistema periodico, la situazione era buia, ma ancor di più lo era in Europa: era il 1941 e la deportazione nazista aveva già preso inizio. Il quadro politico era raccapricciante: lo strapotere della Germania andava crescendo sempre di più, nella speranza di poter conquistare sempre più territori, a partire dalla Polonia. Gli ebrei italiani, nella fattispecie e quelli torinesi, erano però vittime di quella che Levi definisce “cecità volontaria”: continuavano a condurre le proprie esistenze regolarmente, non volevano essere vittime di preoccupazioni ingestibili, di cui nemmeno lontanamente avrebbero immaginato le conseguenze, e continuavano a vivere la propria vita senza curarsi di cosa succedeva in Europa. C’erano fonti che lo affermavano, certo, ma mancava il desiderio di conoscerle davvero, e di organizzarsi di conseguenza; mancava addirittura il desiderio di opporsi ad un regime tanto stretto quanto quello fascista, nonostante impedisse agli ebrei di vivere davvero al pari degli altri.

Anche il giovane Levi: completamente (e volutamente) ignaro delle possibili conseguenze che verso cui il suo destino lo avrebbe condotto, era preoccupato di trovare un buon lavoro che gli permettesse di guadagnare abbastanza da condurre una vita agiata, esattamente come giustificavano ai suoi occhi i modelli della piccola borghesia torinese, tra cui in particolare i suoi genitori. Per farlo, sapeva bene che doveva diventare un tecnico bravo e capace, e che quindi si sarebbe dovuto laureare con un’ottima votazione all’università. Suo malgrado, a causa delle leggi razziali nessun professore era intenzionato a prenderlo come proprio tesista. Ci sarebbe dunque stato il suo maestro?

Proprio l’Assistente (al secolo Nicolò Dallaporta): specializzato in astrofisica, “il regno dell’inconoscibile” come lo chiamava, iniziò Levi ad una disciplina quasi esoterica, di cui soltanto pochi adepti potevano intendersi davvero. Era insomma la figura esperita che il giovane assetato di sapere stava aspettando; e lo divenne ufficialmente – o quasi – quando propose a Primo di collaborare con lui. Così il discepolo poté avere accesso, in veste inconsueta, all’edificio in cui entrava soltanto come studente: l’Istituto di Fisica Sperimentale, dove l’Assistente aveva il suo microscopico ufficio (in realtà un ripostiglio riadattato), sarebbe stato il loro rifugio alle asperità della Storia che sconquassavano l’Europa, fuori da quelle spesse mura.

L’estratto sopracitato ne descrive l’interno più che l’esterno, e favorisce l’immagine di una gigantesca arca piena di utilissima strumentazione, seppur datata, arcaica e vetusta, piena di polvere e inutilizzata. Qualche pagina più avanti si legge la rassegna di un’incursione vera e propria alla ricerca del necessario: l’Assistente propose a Levi di verificare la parte chimica di una rivoluzionaria teoria fisica di cui era venuto a conoscenza; per farlo, avrebbe dovuto avviare una serie di esperimenti volti alla ricreazione e all’osservazione delle condizioni. Ancora una volta l’interno dell’edificio, sfiancato dai bombardamenti e impoverito dal regime autarchico che limitava i rifornimenti (siamo nel 1941), viene presentato come un catasto pieno di oggetti misteriosi e curiosi segnati dal passaggio del tempo, tra i quali il giovane chimico deve agilmente destreggiarsi per trovare ciò che gli serve per superare la prova: «Frugai invano il ventre dell’Istituto: trovai dozzine di ampolle etichettate, come Astolfo sulla Luna, centinaia di composti astrusi, altri vaghi sedimenti anonimi apparentemente non toccati da generazioni, ma sodio niente. Trovai invece una boccetta di potassio: il potassio è gemello del sodio, perciò me ne impadronii e ritornai al mio eremitaggio» (Potassio, SP, I: 903).

A questa descrizione segue un’appassionante cronaca dell’esperimento (con l’avvincente e genuina trattazione filosofica della distillazione) che termina in un elogio mascherato di quella «chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili» (Potassio, SP, I: 905) che Levi avrebbe praticato per tutta la vita. Pur sciocca e inutile agli occhi dell’Assistente, per il giovane Levi la rivelazione di quell’attimo fu letteralmente a base chimica: questa affascinante disciplina è un sapere esatto, preciso, necessario e fortemente morale (poiché dal comportamento degli elementi l’uomo può trarre importanti lezioni).

Mole Antonelliana – sinagoga

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Prefazione Ebrei a Torino, 1984, PS, II: 1559

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Paradossalmente, la nostra storia di gente tranquilla e dimessa è connessa con quella del maggior monumento torinese, che dimesso non è, né conforme alla nostra indole: […] abbiamo corso il serio rischio di condividere con Alessandro Antonelli la responsabilità per la presenza, in pieno centro urbano, della Mole, spropositato punto esclamativo. Beninteso, anche noi, come tutti i torinesi, nutriamo per la Mole un certo amore, ma è un amore ironico e polemico, da cui non ci lasciamo accecare. La amiamo come si amano le pareti domestiche, ma sappiamo che è brutta, presuntuosa e poco funzionale; che ha comportato un pessimo uso del pubblico denaro; e che, dopo il ciclone del 1953 ed il restauro del 1961, sta su grazie ad una protesi metallica. Insomma, da un pezzo non ha più neppure diritto ad una menzione nel Guinness dei primati: non è più, come ci insegnavano a scuola, “la più alta costruzione in laterizi d’Europa”.

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Senz’altro curioso, il fatto che la Mole Antonelliana compaia soltanto di scorcio nelle opere di Levi lascia un dubbio a dir poco amletico dietro di sé: come è possibile che il chimico scrittore, affezionato così tanto alla società, non ne citi praticamente mai il simbolo più noto non solo in tutta Italia, ma anche in tutto il mondo? Una sua descrizione con un rilievo geocritico importante, come è invece per molti altri luoghi, è infatti assente: non c’è infatti un testo che ne descriva l’aspetto, le qualità, la storia o il significato se non quello da cui proviene l’estratto succitato.

Si tratta di una prefazione che Levi scrisse per il volume dedicato alla ricostruzione della comunità ebraica nostrana, di cui lui stesso faceva parte, di cui conosceva molti esponenti prima che la scellerata combutta di fascismo e il nazismo li spazzasse via. Troviamo in questo testo diverse somiglianze con il racconto iniziale del Sistema periodico, Argon, molto importante poiché aveva reso Levi uno degli storici e linguisti principali della comunità ebraica locale. In ambito amatoriale, s’intende: ma di certo alla comunità degli ebrei torinesi questa sua fortunata trattazione non deve essere sfuggita, e anzi deve averli appassionati sicuramente molto. La sua firma in chiusura della prefazione aggiunge infatti un valore determinante al libro: la storia della famiglia di Levi è molto simile a quella dei correligiosi locali, a cui i suoi parenti presero parte pur conservando la loro riservatezza; come nel racconto iniziale dell’autobiografia, la storia si intreccia con la lingua, che crea un precipitato unico sulla base del dialetto torinese unito alla lingua degli avi e della tradizione.

La Mole, in particolare, è intimamente intrecciata con la storia comunale di questa etnia: in seguito al 1848, quando Carlo Alberto firmò lo Statuto Albertino e sancì la libertà di culto per tutti i cittadini che professavano religioni non cattoliche, gli israeliti reclamarono un luogo di culto locale e acquistarono il terreno su cui sarebbe sorto, diretto dall’architetto Giuseppe Antonelli, l’edificio progettato che sarebbe divenuto il simbolo del capoluogo piemontese.

Noleggiamo chiaramente nella descrizione Levi, fortemente condita con un’ironia pungente: aldilà della superficie, oltre alle parole che riconoscono l’imponente costruzione architettonica che svetta nel cielo della città come uno dei suoi simboli più importanti e rappresentativi, leggiamo chiaramente che si tratta di un «amore ironico e polemico» da cui non bisogna farsi ingannare. Nelle parole di Levi, infatti, la costruzione viene paragonata ad uno «spropositato punto esclamativo», E gli aggettivi che la descrivono stridono fortemente con l’attaccamento paterno che dovrebbe invece raffigurare: Levi dice addirittura che è «brutta, presuntuosa e poco funzionale», e non nasconde il suo sollievo sottolineando come la storia della comunità ebraica locale si sia fortunatamente staccata dalla costruzione, figlia invece del «pessimo uso del pubblico denaro».

Con la cessione permessa da Carlo Alberto, sarebbero stati proprio fedeli israeliti a doversi occupare economicamente dei lavori di realizzazione e mantenimento dello stabile. Le spese sempre più ingenti e le continue riprogettazioni di Antonelli li costrinsero infatti, oltraggiati dall’insensibilità nei confronti delle loro richieste, a rinunciare alla proprietà e a chiedere la concessione di un altro luogo di culto il cui impiego fosse meno dispendioso. La Mole raggiungeva allora soltanto settanta metri di altezza: avrebbe raggiunto la sua attuale forma soltanto in seguito a continue rielaborazioni del progetto originale e un cantiere che durò quarant’anni (oltre ai lavori di ristrutturazione per riparare i danni contratti in seguito al ciclone che, negli anni Cinquanta, ne spezzò la punta).

Per loro fortuna, scrive Levi: «abbiamo corso il serio rischio di condividere con Alessandro Antonelli la responsabilità per la presenza, in pieno centro urbano, della Mole», certo bellissima per qualunque turista che visiti il centro storico, ma fortemente aliena rispetto al carattere dei fedeli che un tempo ne occuparono i locali – per un periodo assai breve – mentre recitavano le loro preghiere e celebravano le loro festività e funzioni religiose. «Paradossalmente, la nostra storia di gente tranquilla e dimessa è connessa con quella del maggior monumento torinese, che dimesso non è, né conforme alla nostra indole»: il suo giudizio è netto, tagliente e definitivo, oltre che coerente alla caratterizzazione che ritroviamo in diversi punti della sua opera in relazione all’ereditario credo religioso della sua famiglia, nobile e inerte come i gas che occupano i primi quadranti della tavola periodica di Mendeleev.

Mole Antonelliana

Citato in
G. Tesio, Torino, 1980, III: 190

Passo
Io fui deportato da Aosta a Fossoli, prima della vera e propria deportazione ad Auschwitz. Quando il treno arrivò a Chivasso, era un tramonto di febbraio. Il cielo era torbido ma dalla stazione riuscii a vedere la Mole. Fu quello il momento dello strappo, un addio che mi straziò.

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Senz’altro curioso, il fatto che la Mole Antonelliana compaia soltanto di scorcio nelle opere di Levi lascia un dubbio a dir poco amletico dietro di sé: come è possibile che il chimico scrittore, affezionato così tanto alla società, non ne citi praticamente mai il simbolo più noto non solo in tutta Italia, ma anche in tutto il mondo? Eppure è così, tant’è che la citazione qui riportata proviene da un’intervista dedicata alla città, fatta a Levi da Giovanni Tesio, e non – come ci si aspetterebbe – da un testo letterario che ne descrive l’aspetto, le qualità, la storia o il significato. Non che questo non ci sia, ma sicuramente manca una descrizione con un rilievo geocritico importante, come è invece per molti altri luoghi.

A ben vedere, tuttavia, emerge chiaramente come la Mole sia, agli occhi di Levi, l’emblema architettonico per eccellenza di Torino: nella linea dei tetti della capitale piemontese, la sua cupola e il suo pennacchio svettano e si fanno riconoscere rendendosi ben visibili da ogni punto della città. La Mole si contende oggi con alcune opere architettoniche quali grattacieli e grandi palazzi il dominio dello skyline che una volta invece spettava a lei sola: guardando Torino dagli occhi di Levi, vediamo infatti la sua cupola innalzarsi maestosa in prospettiva alle montagne che si ergono all’orizzonte. Se ragionassimo infatti sulla presenza di alcune vedute torinesi nelle opere del chimico-scrittore, troveremmo certamente che i più significativi sono quelli legati alle montagne, appunto simbolo di casa poiché il loro profilo è ben visibile (fatto salvo per i giorni di nebbia, o durante acquazzoni e temporali) dalla pianura che punta in alto, verso le Alpi.

Ma alla Mole spetta la presenza in un quadro celeste tutt’altro che positivo: nell’intervista qui riportata, emerge chiaramente come sia l’ultima immagine di Torino che il partigiano deportato Primo Levi vede quando viene condotto verso Fossoli, a Modena, e da lì poi verso la Polonia. Arrivato dalla Val d’Aosta a Chivasso, una città nella periferia di Torino, nel lugubre tramonto in cui quel giorno tanto sfortunato volge al termine, riconosce senza alcuna ombra di dubbio la gigantesca cupola che riempie il suo sguardo di amarezza, nostalgia e paura, come un pargolo che si sente abbandonato dall’abbraccio caldo e confortevole della propria madre: in cuor suo, pur non sapendo dove sarebbe andato a finire e cosa ne sarebbe stato di lui, Levi – magari con leggero sentimento retrospettivo – confessa al suo intervistatore di aver creduto che fosse quello il suo ultimo sguardo alla regina dell’architettura custodita nel centro di Torino.

Palazzo Carignano – marciapiedi

Citato in
Segni sulla pietra, 1979, poi in AM,II: 848

Passo
I marciapiedi più vecchi e più tipici sono invece fatti di lastroni di pietra dura, pazientemente sgrossata e scalpellata a mano. Il grado dei loro logorìo ne consente una grossolana datazione: le lastre più antiche sono lisce e lucide, lavorate dai passi di generazioni di pedoni, ed hanno assunto l’aspetto e la patina calda delle rocce alpine levigate dal mostruoso attrito dei ghiacciai. […] Dove […] l’attrito è stato minore o nullo, si distingue ancora la ruvidezza originaria della pietra, e spesso i singoli colpi di scalpello: questo si vede bene lungo i muri, per una distanza di un palmo, e particolarmente bene sul lastricato che sta davanti al Palazzo Carignano; il percorso rettilineo tangente all’ingresso principale è eroso normalmente, mentre i recessi della facciata barocca albergano lastre ruvide, perché per più di tre secoli non ci è passato quasi nessuno.

Fonte: https://www.facebook.com/photo/?fbid=1360938033976871&set=gm.406803093016678

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Nell’Altrui mestiere, la raccolta pubblicata nel 1985 che conteneva gli articoli pubblicati su «La Stampa» a partire dal 1976, Primo Levi dà sfogo al suo caledoscopico talento di scrittore, compiendo invasioni di campo che lo portano a speculare su settori assai diversi dalla memorialistica e dalla chimica, di cui era ormai divenuto campione. Nelle pagine di questa raccolta è all’opera un talento poliedrico interessato alle manifestazioni della cultura in tutte le sue forme: dalla linguistica alla critica letteraria, dalla chimica alla biologia e all’entomologia, dalla geografia alla storia, il vagabondaggio del letterato curioso e chimico ormai in pensione segna una delle tappe di riflessione più interessanti del secondo Novecento. In particolare, possiamo vedere qui all’opera una tendenza archeologica: il tarlo metodologico di Levi sembra portarlo costantemente verso la pratica di scavo nel passato, specialmente in relazione alla sedimentazione delle parole, componendo un’assidua e originale ricerca (e ricomposizione) della loro storia perduta. Quasi come uno storico che interroga i segni lasciati dall’ineffabile flusso degli eventi che dietro di sé non lascia che disunite tracce da interrogare, il chimico-scrittore ragiona su quanto osserva e stende i propri testi offrendo ai suoi lettori i risultati delle sue elucubrazioni e ricostruzioni.

L’articolo da cui proviene l’estratto succitato, Segni sulla pietra, mantiene il suo nome anche dopo la conversione nella raccolta di saggi (a differenza di molti altri testi). Iniziando dapprima con un’attenta disamina della storia torinese che si può osservare sulle superfici pietrose e rocciose che occupano i lati delle strade cittadine, termina infine con la presa in considerazione dell’azione dirimente e deturpante della modernità su quella parte della facciata urbana di Torino che sembra essere lì da tempi immemori. Oggetto di osservazione privilegiato sono proprio i marciapiedi, le cui superfici lastricate che furono posizionate moltissimo tempo fa (in specie agli albori della città in epoca moderna), e resistono tutt’oggi, affiancati dai loro nuovi compagni in asfalto e cemento. «I marciapiedi della mia città (e, non ne dubito, quelli di qualsiasi altra città) sono pieni di sorprese» (Segni sulla pietra, 1979, poi in AM,II: 847), scrive esattamente: sono dunque pieni di segni da inventariare che possono essere fecondamente interrogati, tanto guardando al passato quanto immaginando il futuro. Così come noi oggi possiamo leggere le trame e gli avvicendamenti della Storia che proprio su questa parte del quadro urbano hanno lasciato la loro traccia, anche gli archeologi del futuro potranno infatti ritrovare quanto noi oggi lasciamo distrattamente e imprudentemente dietro di noi in seguito al nostro passaggio. Levi immagina che, nel futuro, tutte le scorie da noi depositate verranno ritrovate, saranno restituite dal sottosuolo e, come fossili, interrogate da appositi studiosi interessati a ricostruire le nostre abitudini, e non da meno tutto quello che fa parte della nostra quotidianità senza che noi ce ne accorgiamo, mentre nelle nostre frenetiche vite scalpicciamo su questi luoghi, lasciando traccia del nostro passaggio.

Una splendida prova di questa pratica è costituita proprio dall’analisi dei marciapiedi più antichi in cui il chimico-scrittore si cimenta nel suo articolo: il lastricato che troviamo davanti a Palazzo Carignano nel centro storico di Torino subito dietro piazza Castello (che fu vitale organo pulsante della vita politica cittadina nell’Ottocento), è un esempio che ben si presta a una lettura di questo tipo. Nell’estratto succitato è descritta la facciata barocca costruita nella seconda metà del Seicento da Guarino Guarini, architetto che ha progettato la costruzione di diversi edifici nel centro del capoluogo.

Qui il lessico descrittivo di Levi diventa estremamente chiaro e preciso: parla dei «recessi», cioè delle rientranze che spezzano la monotonia delle facciate e dei plessi circostanti (caratteristiche dello squadratissimo centro torinese), e con il suo cristallino modo di esprimersi descrive l’usura del lastricato (purtroppo oggi giorno sostituito dai tipici porfidi geometricamente disposti a forme di onde). Al suo tempo, si poteva infatti scorgere una differenza notevole: le lastre su cui fluiva il traffico cittadino erano quelle parallele alla linea della facciata, e non quelle che rientravano verso l’interno dell’edificio; erano dunque le prime a dover sopportare un frequente e continuo attrito dovuto al passaggio di uomini, bestie, carri e, più tardi, automobili. Lo stesso attrito di cui, con grande interesse e acribia di urbanista storico, Levi porta notizia, descrivendone minuziosamente gli effetti nel suo interessante e originale articolo.

Via Lagrange

Citato in
Le zie, CS, I: 1158

Passo
Le zie di Faussone abitavano in una vecchia casa di via Lagrange, di soli due piani, rinserrata tra edifici più recenti (ma altrettanto trascurati) alti almeno il triplo. La facciata era modesta, di un colore terroso indefinito, su cui risaltavano, ormai appena distinguibili, false finestre e falsi balconcini dipinti in rosso mattone. La scala B che io cercavo era in fondo al cortile: mi sono soffermato ad osservare il cortile, mentre due massaie mi guardavano con sospetto dai rispettivi ballatoi. La corte ed il portico di ingresso erano in acciottolato, e sotto il portico correvano due carraie in lastre di pietra di Luserna, solcate e logorate dal passaggio di generazioni di carri. In un angolo era un lavatoio fuori uso: era stato riempito di terra e vi era stato piantato un salice piangente. In un altro angolo c’era un mucchio di sabbia, evidentemente scaricata là per qualche lavoro di riparazione e poi dimenticata: la pioggia l’aveva erosa in forme che ricordavano le Dolomiti, e i gatti vi avevano scavato varie comode cucce. Di fronte era la porta di legno di un’antica latrina, macerata in basso dall’umidità e dalle esalazioni alcaline, più in alto ricoperta di una vernice bigia che si era contratta sul fondo più scuro assumendo l’aspetto della pelle di coccodrillo. I due ballatoi correvano lungo tre lati, interrotti soltanto da cancelli rugginosi che si prolungavano fuori delle ringhiere in punte a ferro di lancia. Ad otto metri dalla via congestionata e pretenziosa, si respirava in quel cortile un vago odore claustrale, insieme col fascino dimesso delle cose un tempo utili, e poi lungamente abbandonate.

Fonte: https://www.facebook.com/photo?fbid=2762595800734257&set=gm.1275262709504041

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Anche in un lavoro (quasi) completamente fittizio come La chiave a stella, Levi non manca di citare la sua amata Torino: il deuteragonista del libro, il finzionale Libertino Faussone che il chimico-scrittore crea mettendo insieme i tratti di più operai specializzati conosciuti durante le sue trasferte di lavoro, è infatti legato alla città per più di un motivo. Innanzitutto dal fatto che fa il mestiere che fa, ovverosia il capacissimo montatore di tralicci, proprio perché (come indica chiaramente il suo nome) non intende andare a lavorare alla Lancia, l’enorme fabbrica che inghiotte la personalità dei suoi operai e li getta in uno sconfinato esistenza pullulante di alienazione. Ma anche perché non intende lavorare nell’officina-bottega (la storica boita) di suo padre, né aprirne una propria in futuro (andando dunque contro il naturale mestiere di famiglia). Nell’orchestrazione complessiva del vissuto di Faussone, Torino e la sua geografia diventano un pretesto tramite cui aumentare la verosimiglianza del personaggio: tramite la sua voce, Levi fa riferimenti inconfondibili alla sua città, dando spessore alle osservazioni e ai racconti del suo deuteragonista.

Già a partire dalla vicenda biografica: nella Chiave a stella si dice infatti che Faussone ha due zie che abitano nel centro storico di Torino, nella pittoresca via Lagrange (oggi pedonalizzata, ma in passato assai trafficata) che collega piazza Castello alla stazione di Porta Nuova e fende il cuore della città, squadrandone la struttura urbanistica mentre converge con le vie sorelle a lei parallele e perpendicolari. Anche le due anziane sono degne rappresentanti secolari del capoluogo piemontese: portando loro notizie del nipote che ha incontrato durante i suoi viaggi di lavoro, l’alter-ego letterario del chimico-scrittore ne riporta un ritratto assai preciso, minuzioso e attento ad ogni dettaglio.

Vive così un luogo mai esistito: in più di un’intervista, il chimico-scrittore affermerà di essersi basato completamente sulla propria fantasia per inventare il passato del suo personaggio, e con esso tutti i parenti che ne fanno parte. Le zie di Faussone, dunque, non esistono, né esiste la loro casa tanto dettagliatamente descritta: le parole di Levi nell’estratto succitato non sono altro che un fantastico gioco di invenzione, che non trova alcun risvolto pratico nella ricerca fisica del luogo descritto. Potremmo tuttavia pensare che, come per la creazione del personaggio del montatore di tralicci, anche per questo luogo il chimico-scrittore abbia voluto utilizzare brandelli di memoria collezionati qui e lì durante la sua vita; o magari sbirciando, durante le sue passeggiate da dilettante curioso per il centro della sua città, qualche misterioso interno delle abitazioni.

Ciononostante, è notevole l’attenzione che impiega per descrivere l’abitazione delle due anziane, insieme al loro cortile con tutto il disordinato strame di oggetti e le curiose presenze che ospitava. Nell’atmosfera che prende forma sulla pagina troviamo infatti molte spie che ci riportano indietro nel tempo: l’ambientazione molto vecchia (quasi ancora ottocentesca) della dimora, le tipiche lastre di pietra montana provenienti da Luserna (in Val Pellice) e una volta impiegate per pavimentare i patii torinesi, l’antica porta di legno macero che si regge in piedi per miracolo nel mezzo del degrado in cui il grazioso interno è stato abbandonato. L’obiettivo di Levi è quello di creare un’oasi immersa nel pieno centro della città ma da essa totalmente separata: esattamente come la stretta delle due zie voleva, teneramente, tener separato il giovane Faussone dal resto del mondo; e così la loro casa diventa una sorta di punto simbolico che riflette i loro personaggi caratterizzando le loro figure. «Ad otto metri dalla via congestionata e pretenziosa, si respirava in quel cortile un vago odore claustrale, insieme col fascino dimesso delle cose un tempo utili, e poi lungamente abbandonate»: le parole di Levi rievocano qui un tempo ormai scomparso, insieme alla coltre di polvere e ricordi con cui il suo ineffabile scorrere ha ammantato ogni cosa in quella fantastica parentesi lontana dal trambusto del centro di Torino.

Piazza Statuto – monumento

Citato in
Clausura, CS, I: 1044

Passo
Ma anche se non avevo la competenza, mi piaceva lo stesso vederlo crescere, giorno per giorno, e mi sembrava di veder crescere un bambino, voglio dire un bambino ancora da nascere, quando ancora nella pancia di sua mamma. Si capisce che come bambino era un po’ strano perché pesava sulle sessanta tonnellate solo la carpenteria, ma cresceva non così basta che sia, come cresce la gramigna: veniva su ordinato e preciso come nei disegni, in maniera che quando poi abbiamo montato le scalette fra piano e piano, che erano abbastanza complicate, hanno quadrato subito senza che ci fossero da fare dei tagli o delle giunte, e questa è una cosa che dà soddisfazione, come quando hanno fatto il traforo del Fréjus, che ci hanno messo tredici anni, ma poi il buco francese e il buco italiano si sono incontrati con uno sbaglio neanche di venti centimetri, tant’è vero che gli hanno poi fatto quel monumento tutto nero in piazza Statuto, con in cima quella signora che vola.

Fonte: https://www.museotorino.it/images/34/a6/9e/ac/34a69eac45e84c17858add472d4093b2-1.jpg?VSCL=100

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 Anche in un lavoro (quasi) completamente fittizio come La chiave a stella, Levi non manca di citare la sua amata Torino: il deuteragonista del libro, il finzionale Libertino Faussone che il chimico-scrittore crea mettendo insieme i tratti di più operai specializzati conosciuti durante le sue trasferte di lavoro, è infatti legato alla città per più di un motivo. Innanzitutto dal fatto che fa il mestiere che fa, ovverosia il capacissimo montatore di tralicci, proprio perché (come indica chiaramente il suo nome) non intende andare a lavorare alla Lancia, l’enorme fabbrica che inghiotte la personalità dei suoi operai e li getta in uno sconfinato esistenza pullulante di alienazione. Ma anche perché non intende lavorare nell’officina-bottega (la storica boita) di suo padre, né aprirne una propria in futuro (andando dunque contro il naturale mestiere di famiglia). Nell’orchestrazione complessiva del vissuto di Faussone, Torino e la sua geografia diventano un pretesto tramite cui aumentare la verosimiglianza del personaggio: tramite la sua voce, Levi fa riferimenti inconfondibili alla sua città, dando spessore alle osservazioni e ai racconti del suo deuteragonista.

Nell’estratto citato, in particolare, possiamo vedere il montatore di tralicci in azione come prevede la consueta prassi del libro: al pari di un bizzarro e infantile narratore di storie, il suo modo di parlare è irruente, torrenziale, denso di colloquialismi, intercalari, calchi ed espressioni dialettali e, non da ultimo, espressioni tecniche appartenenti al suo settore lavorativo. Il caso qui presentato, infatti, riporta la storia della genesi di una sua grande opera: emerge chiaramente la connotazione biologica che ci fa intuire il colosso di metallo al pari di una creatura vivente, creazione di Faussone che, orgoglioso, ne racconta la costruzione in quella che dovrebbe prendere la forma di un’avvincente epica del lavoro ben fatto.

Il giovane è infatti meticoloso, prodigo e si sente profondamente chiamato a svolgere il suo lavoro: è la sua vocazione, e questo emerge in maniera preponderante dal racconto della sua esperienza lavorativa. In particolare, porta all’attenzione del suo interlocutore la sensazione che si ha una volta concluso un lavoro con maestria e precisione: quando si ammira il proprio risultato, non si può che essere soddisfatti, vedendo rispecchiate le proprie abilità nella perfetta (o quasi) creatura a cui è stato possibile dar vita.

È particolarmente importante il suggello che accompagna questa immagine: ricordando la grande opera ingegneristica che creò uno dei primi punti di contatto diretto tra l’Italia e la Francia tramite la galleria scavata nelle montagne (il traforo del Fréjus, opera che cambiò abissalmente il collegamento di Torino con il resto dell’Europa), il suo pensiero chiama in scena il monumento che torreggia la torinese piazza Statuto. Nella visione giovane montatore, questa non è altro che la celebrazione che inneggia alla perfezione del lavoro riuscito: in un’opera dalle dimensioni ciclopiche quanto quella in questione, gli ingegneri e gli operai incaricati erano riusciti a completarla con un margine di errore di soli venti centimetri, erano riusciti a elaborare previsioni e progettare un piano di azione che è stato rispettato quasi in tutto e per tutto. L’evento epocale meritava dunque una equa opera pubblica che ne ricordasse la grandezza: nella scena raffigurata, la «signora che vola» è una sorta di Nike che raffigura la vittoria del Genio Alato (la perizia umana) contro i Titani (la potenza della natura) che, esausti e sconfitti dallo scontro con la forza che li ha vinti tramite l’ingegno, giacciono sconfitti sul versante della piramide (peraltro realizzata con le stesse pietre estratte durante gli scavi).

Ma piazza Statuto si lega al personaggio di Faussone non solo sotto questo punto di vista: nel luglio del 1962 ospitò una delle storiche manifestazioni torinesi del dissenso operaio. In quei giorni migliaia di lavoratori provenienti dalla Fiat e dalla Lancia scioperarono dalle loro mansioni e, protestando contro il sindacato in reclamo dei loro diritti, si unirono e si scontrarono duramente con le forze dell’ordine, creando un vero e proprio piccolo campo di battaglia all’interno della città.