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Still life, ancora Vita

Il “resto” come testimonianza vitale in Austerlitz di W. G. Sebald e in L’Usage de la photo di Annie Ernaux e Marc Marie

di Alessandra Boni

Alessandra Boni, in questo elaborato, sviluppa un’analisi comparativa di Austerlitz di W. G. Sebald e L’usage de la photo di Annie Ernaux e Marc Marie, concentrandosi sulla funzione del ‘resto’ nel fototesto contemporaneo. Attraverso le nozioni di stilleven, ropografia ed esuvia, il saggio rilegge oggetti e architetture come forme di sopravvivenza materiale. Ne deriva una riflessione sul valore etico-testimoniale della letteratura e della fotografia. 

Abstract: Nella contemporaneità dominata dalla «furia delle immagini» (Fontcuberta), il fototesto si configura come spazio privilegiato per ripensare lo statuto del ‘resto’. Questo elaborato propone una lettura comparativa di Austerlitz (2001) di W.G. Sebald e L’usage de la photo (2005) di Annie Ernaux e Marc Marie, mostrando come in entrambe le opere gli oggetti fotografati, abiti abbandonati al suolo e architetture desertificate, non costituiscano mere reliquie del passato, ma esuvie, involucri disabitati che conservano integralmente la forma di ciò che li ha abitati.
La nozione di esuvia, mutuata dalla biologia, permette di superare l’interpretazione del ‘resto’ come reliquia passiva o feticcio di morte. Gli abiti di Ernaux e le fortezze di Sebald testimoniano infatti una separazione necessaria, la prova materiale che qualcosa è stato abbandonato affinché la vita, individuale o collettiva, potesse continuare altrove. La Naissance che chiude L’usage de la photo e la resurrezione letteraria che conclude Austerlitz non indicano redenzione, ma l’assunzione responsabile di ciò che è stato lasciato indietro.
Il saggio propone così una nuova prospettiva sulla funzione etica del ‘resto’, esso non vale come traccia di ciò che è perduto, ma come fondamento critico di una pratica della sopravvivenza. Letteratura e fotografia si rivelano spazi in cui il resto cessa di essere scarto e diventa dispositivo testimoniale attivo, capace di riorientare il rapporto tra visione, temporalità e responsabilità storica.

Introduzione  

Nella contemporaneità, dominata dalla «furia delle immagini» teorizzata da Joan Fontcuberta[1], l’iconosfera si configura come un flusso ininterrotto di algoritmi immateriali, un’eccedenza visiva in cui l’immagine, svuotata della propria funzione di monumento, trasmuta in puro impulso comunicativo privo di corpo. È in questa frattura tra l’immagine-flusso e l’immagine-reperto che si collocano le opere di W.G. Sebald e di Annie Ernaux con Marc Marie. In un momento di radicale riconfigurazione dell’ontologia dell’immagine, tra l’alba del nuovo millennio e il primo decennio degli anni Duemila, la scrittura di Sebald e di Ernaux si ancora a fotografie analogiche, che restituiscono alla volatilità della postfotografia una residua densità materica e un silenzio meditativo.
In L’usage de la photo (2005), la scrittura di Annie Ernaux e Marc Marie[2] si innesta sulla documentazione fotografica di un ‘paesaggio tessile’ composto dagli abiti abbandonati al suolo in seguito all’unione erotica, un archivio di spoglie domestiche che i due amanti commentano a voci alternate, interrogando l’opacità di quelle forme nate dal desiderio ma segnate dalla temporalità sospesa della malattia neoplastica. Parallelamente, in Austerlitz (2001), W.G. Sebald costella la narrazione di architetture silenti, stazioni ferroviarie, fortezze e palazzi svuotati, che si offrono come ingombri spaziali e tracce mnemoniche entro cui il protagonista tenta di ricomporre i frammenti di un’infanzia obliterata dal trauma della Shoah. In entrambi i casi, il dispositivo fotografico, ancorato alla scrittura, non si limita a farsi mimesi della patologia o della catastrofe storica, ma agisce come prova di Nachleben[3], di una sopravvivenza residuale, di una vita che eccede l’evento distruttivo.
La necessità di questo studio emerge da un’incompletezza riscontrata nel pur florido panorama critico dedicato ai due autori. Se la ricezione dell’opera di Ernaux si è tradizionalmente attestata sulla dimensione autofinzionale o sul binomio eros-thanatos (Blanckeman 2015) e la letteratura sebaldiana ha privilegiato l’estetica del documento e la memoria post-traumatica (Long 2007), resta ancora inesplorato il ruolo attivo degli oggetti rappresentati. Laddove lo sguardo degli studiosi si è appuntato sulla specificità degli oggetti, è emersa una tendenza a interpretarli secondo il paradigma della reliquia (Arnoud 2020; Quadrelli 2020). Sebbene utile, questa prospettiva rischia di ridurre l’oggetto a un resto inerte, confinandolo in una dimensione di venerazione dell’assenza. Ciò che manca è un approccio che riconosca in queste tracce non dei simulacri passivi della fine, ma dei vettori di persistenza.
Alla luce di quanto appena delineato, il presente elaborato intende proporre una nuova prospettiva sulla funzione etica del ‘resto’. In L’usage de la photo e Austerlitz, ciò che resta non è solo testimonianza di un trauma, ma assume la forma di esuvia, ovvero un involucro disabitato che conserva la configurazione di ciò che lo ha abitato. Gli oggetti fotografati, tessili nel caso di Ernaux, architettonici in Sebald, non si limitano a documentare il passato, ma attestano la sopravvivenza e il cambiamento, come il guscio lasciato da un organismo che muta pelle. In questo senso, il resto non appare più come reliquia passiva, ma come prova materiale di un processo vitale che permette di persistere oltre la soglia della distruzione. Questa operazione rivela una logica formale simile che opera su scale divergenti, in cui il foulard e il palazzo agiscono come rhopoi, oggetti marginali che, sottraendosi alla retorica monumentale, conservano la sagoma plastica del vissuto. In questo quadro, la fotografia assume una funzione conservativa, attraverso la sua costitutiva opacità, essa sottrae l’esuvia al consumo immediato e istituisce un nuovo patto scopico. Superando la trasparenza referenziale del patto autobiografico lejeuniano, Ernaux e Sebald chiamano il lettore a negoziare con la reticenza dell’immagine e a farsi, lacanianamente, ‘riguardare’ da essa. Tale prospettiva recupera il modo di far esistere l’oggetto che appartiene alla pittura di genere del XVII secolo, istituendo un parallelismo tra la fotografia contemporanea e la tradizione dello stilleven[4] olandese. Non memento mori, dunque, ma still life, nel senso originario di vita che permane nella quiete, una forma di resistenza della materia che, proprio come nella pittura del Seicento, riscatta l’oggetto marginale dall’insignificanza e lo trasforma in testimone di una durata.
Il presente studio si articola in tre nuclei tematici. Il capitolo d’esordio indaga il patto scopico che disciplina la fruizione delle immagini nelle opere di Sebald ed Ernaux, evidenziando come il lettore venga interpellato e, in ultima istanza, ‘riguardato’ dall’oggetto fotografico. La seconda sezione inscrive tali residui nell’intersezione semantica tra stilleven e ropografia, operando una sistematica riabilitazione del dettaglio marginale. Il terzo capitolo, infine, sviluppa la nozione di esuvia, dimostrando come gli oggetti fotografati attestino non la morte, ma la sopravvivenza di una forma che ha saputo mutare.

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