di Matteo Bonino
1 – Cosa ti ha portato a scegliere il mito di Procne? Perché credi che questo mito parli ancora oggi al lettore e alla lettrice contemporanei?
Ho incontrato il mito di Procne e Filomela molti anni fa, soprattutto attraverso Shakespeare e T.S. Eliot, e quasi da subito ho pensato che avrei voluto trovare il modo di ‘usarlo’ nella mia scrittura, ma non è stato semplice trovare la forma giusta. Il motivo per cui penso ci parli molto ancora oggi questo mito è perché, come spesso succede con i miti classici, solleva domande ancora scomode, tocca questioni cruciali senza risolverle. In questo caso, credo ci sia al centro il tema della violenza e le condizioni della sua legittimazione (lo stupro di Tereo e la vendetta di Procne), l’impossibilità di raccontare la violenza (la lingua tagliata di Filomela), ma anche il ruolo che può avere il canto, la poesia, nel dare voce a ciò che sembra impossibile da raccontare in altri modi (la metamorfosi delle due sorelle in rondine e soprattutto in usignola, che la tradizione associa al pianto e al lamento).
2 – Nella poesia Per tutto l’anno i piccioni invadono i tavolini, questo uccello assume, a nostro avviso, una funzione metaforica molto interessante. Diventa l’incarnazione del turista indesiderato, simbolo dell’over tourism. Anche la poesia Ho sempre avuto paura di voi, con la metamorfosi inversa (da animale a uomo segnalata ai versi 4-5 “[…] al corpo pieno / di organi e viscere come umani”), permette questa lettura. Mi chiedo se sei d’accordo e, visto che vivi tra Napoli e Roma, se vuoi commentare e hai un’opinione rispetto al cambiamento che, giorno dopo giorno, travolge queste città.
Grazie davvero di aver notato quest’aspetto nel libro. Io soffro molto la turistificazione della mia città, Napoli. E come tanti abitanti del centro storico ho dovuto migrare in un altro quartiere quando quello spazio è diventato inospitale, ovvero quando gli affitti sono diventati così cari da espellere gran parte degli abitanti storici (si parla di 10.000 sfratti esecutivi negli ultimi 10 anni) trasformando il tessuto urbano in un lunapark a uso e soprattutto a consumo dei turisti. È una specie di lutto per me vedere la città in cui ho sempre vissuto diventare una merce e la casa un bene su cui speculare, senza che nessuno ascolti la voce di chi quella città è stato costretto a volte persino ad abbandonarla per sempre. Nella poesia citata, e in altri punti del testo, ho provato a evocare questa forma di violenza, assimilabile a una forma di colonialismo e sfruttamento dei più fragili, che risuona con altri tipi di violenza di cui parlo nel libro.
3 – A me sembra che gli uccelli presentati nel libro possano anche assumere un valore positivo. In particolare penso alle rondini che con il loro ritorno sanciscono l’arrivo della primavera. Il loro canto, come indicato in Invece il canto non è scritto nei geni, sembra riferirsi al canto poetico, che è difficile avere in sé “geneticamente”, ma che sembra sorgere da un senso di comunità. È così che tu intendi la poesia? Come un coro di voci da cui emerge il singolo canto, qualcosa che imitando può svilupparsi?
Il mio rapporto con gli uccelli nel libro è ambivalente. Da una parte servono a riflettere su dinamiche di sopraffazione (la legge del più forte) che sono simili a quelle presenti nella nostra società, dall’altro, come viene suggerito, gli uccelli sono in poesia associati tradizionalmente al canto come occasione di dare forma al pianto, al lamento con cui possiamo rielaborare e riflettere su quelle dinamiche. Nella poesia Invece il canto non è scritto nei geni provo a suggerire che anche il canto, ovvero la poesia, non è qualcosa che prescinde dall’essere inseriti in un gruppo, in una comunità. Se oggi scrivo poesia, lo devo a tutte le voci che ho letto e ascoltato, dentro e fuori dai libri. Alludo al fatto che la poesia non ha a che fare, come spesso si crede, solo con la propria voce interiore, ma è sempre in relazione con gli altri e con il mondo, con le condizioni materiali che rendono possibile la scrittura e forse persino con il compito, etico, di mettersi in ascolto con ciò che accade intorno a noi. Non è l’unico modo di scrivere poesia, ma è quello che mi interessa.
4 – Le cinque sezioni che compongono la raccolta sono, a mio avviso, calibrate con precisione analitica: la prima sezione, metricamente chiusa, pone il tema centrale degli uccelli e della voce in rapporto alla libertà (“la scomparsa del canto degli uccelli avrà a che fare con ciò che alla lunga saremo capaci di sentire, di capire”). Ciò che mi ha colpito è come questo discorso intorno alla natura degli uccelli e alla loro libertà sia inserito dentro limiti metrici e stilistici più rigidi. C’è una ragione alle spalle di questa scelta? La terza parte si chiude sul poemetto agile e libero che sembra riprendere il tema della libertà dandogli una nuova conformazione. Pertanto, si può parlare di un’evoluzione interna delle tematiche presenti nella raccolta? Se così fosse, quale funzione assume la seconda sezione, ovvero la ricostruzione della ricezione del mito di Procne nella forma del lyrical essay? La mia domanda deriva dall’esperienza della lettura per cui la sezione centrale appare in forte contrasto con le altre, un aspetto compositivo che mi ha ricordato la poesia di Anne Carson.
Cogli un aspetto molto importante del libro, che potremmo chiamare la sua architettura o la sua tessitura (riprendendo l’immagine di Filomela che tesse o ricama l’orrore subito su brandelli di stoffa recuperati). La prima sezione è quella formalmente più tradizionale, più chiusa, ed è voluto che laddove si parla di volo, migrazioni e di gabbie, i testi appaiano a loro volta più chiusi, più rigidi. È un effetto voluto, così come la scelta di usare nella seconda sezione – dove si ripercorrono i modi in cui la tradizione ha tramandato il mito di Procne e Filomela – una prosa saggistica, o in ogni caso piana (ma stilisticamente coerente) che ha pochissimi slanci lirici. L’idea era suggerire che lì dove si racconta la violenza e le ingiustizie perpetrate non sia possibile ‘attivare’ il canto, la poesia. È una questione complessa: come si può raccontare la violenza senza edulcorarla con la poesia? Come si racconta la violenza senza diventare in qualche modo complici, perché la si sfrutta a scopi estetici? Quella sezione è una sorta di vicolo cieco in cui ci si confronta direttamente con questo problema. Il canto – e dunque i versi – tornano poi in una forma più libera e forse frammentata solo nella terza sezione, nel poemetto Le metamorfosi, dove la voce è quella di due uccelli impagliati (dunque non vivi e non umani). Come se il canto potesse tornare solo a patto di accettare questo superamento dell’umano. Carson è sicuramente un’autrice che mi piace molto per la libertà con cui riutilizza i materiali della classicità, ma soprattutto per il modo in cui reinventa i generi letterari, ibridandoli.
5 – In conclusione, oltre all’evoluzione tematica, siamo interessati a rivolgerti ancora una domanda che riguarda l’evoluzione formale. Si parte dalle prime poesie “chiuse”, si passa agli interventi saggistici, molto più liberi, e si arriva in chiusura ad una forma di “sintesi”, che appunto abbiamo riconosciuto nel poemetto. Credi che la forma-poemetto possa trovare nuovo spazio nella poesia contemporanea, in un’epoca in cui la brevità e l’immediatezza della fruizione dettano legge? Anche questa domanda sorge dall’interesse e dalla curiosità di noi lettori e lettrici rispetto alla tua scelta di accostare i lyrical essay – e quindi forme che nascono dal concetto di sintesi – al poemetto dal tono discorsivo e narrativo.
Come provavo a dire prima, il poemetto Le metamorfosi è senz’altro il centro, anche emotivo, del libro, in cui molti temi e questioni precipitano (ma qualcosa continua nella sezione delle traduzioni, la quarta, e nella prosa finale, Il quadro (nessun recinto salva), che chiude senza chiudere il libro. Non avevo mai ragionato però sulla scelta della forma-poemetto come risposta alla richiesta di fruibilità immediata, da scrolling, del nostro tempo. È una prospettiva molto interessante. In effetti, pur essendo la sezione forse più importante, non si può ‘postare’, e anche in occasione delle letture pubbliche quasi mai sono riuscita a leggerlo integralmente. Adesso che ci penso mi piace questa idea di sottrarlo a questa forma di ‘consumo’ veloce. Nella costruzione del libro, invece, il testo doveva essere un momento in cui ciò che era stato molto sorvegliato e trattenuto (nelle poesie tradizionali della prima sezione e nella prosa algida della seconda) finalmente fluisce, scorre più libero. Gli uccelli impagliati attraversano spazi, tempi e situazioni diverse, anche se nella loro immobilità postuma; tuttavia, riescono finalmente a raccontare ciò che vedono, e ciò che vedono è che certe forme di violenza, sebbene trasformate, continuano ad abitare luoghi molto comuni, come le stanze e gli appartamenti in cui finiscono come complementi di arredo, e a deformare le nostre relazioni più prossime. Al punto che loro stesse sono, alla fine del poemetto, oggetto di un tentativo ulteriore di violenza, fisica e simbolica: qualcuno cerca di trasformarle in oggetti dal canto meccanico, in macchine sonore a comando, e loro, anche se da morte, restano fedeli fino alla fine alla libertà del proprio canto ribellandosi.