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Su Medea e l’immortalità

Sofia Crea, in questa composizione, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022, riscrive il dialogo del Simposio tra Socrate e Diotima sul desiderio di immortalità degli uomini, portando a esempio la storia di Medea.

“E appunto in questa maniera ogni cosa mortale si mette in salvo, ossia non già con l’essere sempre in tutto il medesimo, come ciò che è divino, ma con il lasciare in luogo di quello che se ne va o che invecchia, qualcos’altro che è giovane e simile a lui”.
(PLATONE, Simposio, 207 E – 208 C)

*

SOCRATE       Ma quindi, o Diotima, tu sostieni che nella ricerca degli uomini di essere immortali, la generazione possa, in parte, assolvere a tale spinta?

DIOTIMA       Certamente. La brama dell’immortalità è insita nella natura mortale, e per soddisfare tale desiderio l’uomo fa in modo di lasciare dopo di sé un altro essere che gli somigli, affinché possa mettersi in salvo.

SOCRATE       Solo così è possibile che ciò avvenga? La gloria conferita dalla memoria viene realizzata solo tramite il partorire, come dicesti tu, di nuovi esseri, per coloro la cui fecondità risiede nel corpo, o di saggezza e virtù, per i gravidi nell’anima? Non altre possibili soluzioni vengono offerte all’uomo?

DIOTIMA      Forse tu non credi che ciò non sia abbastanza? Non è forse vero che padri anziani abbiano fatto affidamento sui figlioli più giovani e robusti di loro per la sopravvivenza della dinastia? Non hanno forse, grandi poeti, lasciato ai posteri le opere frutto dei loro anni migliori acciocché queste vivano per sempre nella mente di coloro che le leggono? Non hanno forse recato vanto alla poetessa di Lesbo i suoi versi, lei a cui la bellezza non è stata data, ma il cui nome è da tutti conosciuto per le sue parole? Non ti sembra vero tutto quanto da me detto?

SOCRATE       Assolutamente.

DIOTIMA       Riconosci, allora, o Socrate, che quanto mi hai chiesto non sia già sufficiente? Hai detto bene che concordi con me ma vedo in te la scintilla del dubbio. Codesta scintilla io voglio spegnere perché tu ti senta fermamente convinto che ciò che ho detto non sia altro che la Verità.

SOCRATE       [A parte] E avendo parlato la straniera di Mantinea si fermò un attimo, come a voler raccogliere i propri pensieri.

DIOTIMA      Due sono le cose che ho intenzione di portare alla tua attenzione, o Socrate, e spero che queste ti persuadano. Come già affermato da me, agli uomini è concesso di mantenere vivo il loro ricordo per mezzo della generazione. Si prenda ora il primo caso, quello dato dalla fecondità nel corpo, e a dimostrazione di quanto detto porterò l’esempio della figlia di Eete, re della Colchide, che concesse i suoi favori a Giasone e dalla loro unione due figli furono generati. A tutti è noto il triste destino di Medea, lasciata dall’amato, il quale nessuno scrupolo si fece nell’abbandonare la moglie e i figli per sposare la figlia di Creonte. Quale altro mezzo aveva, l’innamorata, per far pagare all’ignobile ingrato la colpa commessa, lei che aveva tradito il padre e abbandonato la patria per seguirlo? Bastarono forse le terribili minacce? Di certo, la rabbia e passione tradita non furono placati solo con lo sfogo verbale, o questo è ciò che credi, o sapiente Socrate?

SOCRATE       Non lo credo.

DIOTIMA       Fai bene, perché questo non è ciò che accadde. L’amore della fanciulla, così come ardeva di desiderio per Giasone quando questi con lei rimase, di furore bruciava al momento dell’abbandono; scacciata dal palazzo di Esone e esiliata, a lungo si tormentò la povera infelice, divisa dalla passione che ancora nutriva per l’infedele e il desiderio di vendetta. A lungo maledisse la sua bocca menzognera, struggendosi giorno e notte. A quale gesto estremo arrivò, dunque, la povera scellerata? Si limitò all’uccisione di colei che aveva profanato il suo talamo? O andò oltre? A dimostrazione di quanto detto da me precedentemente, la giovane donna, guardando i figli, rivedeva nei loro volti la somiglianza con l’uomo tanto odiato. Nei due fanciulli Giasone aveva lasciato una parte di sé e la furia che ormai dominava la madre era tale da farle dimenticare l’affetto che provava per i due innocenti, colpevoli solo di essere nati da un padre tanto vile. Dominata dalla passione, e dopo un lungo conflitto interiore, la fanciulla di un crimine tremendo si macchiò: l’uccisione dei giovani figli.

SOCRATE       Credevo che tale delitto fosse rivolto alla privazione del padre dei suoi figlioli; non li ha forse uccisi per minare l’affetto paterno?

DIOTIMA      A quale fine? O Socrate, tu dimentichi ciò che io prima precisai. Il giovane non solo la moglie abbandonò, ma con essa anche la propria prole. Dell’amore di un genitore affettuoso tu parli? No, non di questo si trattò. Come potrebbe averne sofferto colui che per primo rese orfani i due fanciulli? Orfani di padre, giacché abbandonarli non è forse uguale ad averli lasciati se fosse morto? Uguale no, perché quello che fece fu peggio: non per causa superiore a lui se ne separò, ma per sua volontà. E non fu sempre lui che spinse, con la sua crudele dipartita, la moglie folle di dolore al culmine della vendetta? Non fu anche la sua mano di traditore a compiere, complice, ciò che ogni genitore dovrebbe rifuggire? No. Non per questo fine il misfatto venne compiuto. La figlia di Eete pensava a ben altro motivo quando premeditò l’infanticidio: non all’affetto paterno mirava, quanto alla brama di immortalità che domina ogni mortale. Uccidendogli l’unica prole, non solo si slegava dal comune possesso che la legava al perfido marito, possesso che era stato frutto di lieto tempo per lei ormai passato, ma si assicurava che questi non avesse più una discendenza. Sicché, quando escogitava la vendetta che più dolore avrebbe arrecato a colui che era colpevole della sua sofferenza, non pensò di porre fine alla vita dell’ingrato, consapevole che più danno gli avrebbe procurato se fosse morto senza la consolazione di una dinastia che ne avrebbe portato avanti la memoria.

SOCRATE       Codesto il movente? Questa la fiamma che animò la sua follia? Certamente ciò che dici è il Vero, o donna di Mantinea, ma non sono del tutto persuaso. Non dicesti che due erano le cose che volevi porre dinnanzi alla mia diffidenza?

DIOTIMA      E’ così, o Socrate. Ma devi lasciarmi il tempo di creare un discorso che tale si possa chiamare, e per fare ciò ho bisogno di riorganizzare le mie idee. Per suffragare quanto da me detto, affinché possa convincere e liberare te dal demone del dubbio, la mia orazione deve essere tanto completa quanto ben strutturata. Ora, ero rimasta alla fine della possibilità di Giasone di avere il proprio nome portato avanti dalla progenie. Questa, dunque, la fine della prima parte di avvaloramento del mio discorso. La seconda parte si discosta leggermente dalla via inizialmente intrapresa ma non temere, cercherò di essere il più coincisa e chiara possibile. Tu, però, non allontanare la mente dalle mie parole: segui attentamente ciò che ho da dire e non indugiare in altre riflessioni. Abbiamo detto che la morte è temuta dagli uomini se ad essa non si accompagna la consapevolezza che una parte di loro rimarrà indietro. Prima parlammo della generazione dei corpi fecondi, ma abbiamo anche nominato la fecondità nell’anima.

DIOTIMA      E qui la parte insidiosa. Uccidendo gli unici discendenti del marito, lei, che era diventata madre nello stesso tempo in cui lui divenne padre, si privò pure della stirpe. Doppio fu il suo sacrifico: non solo uccise i figlioli a lei cari, ma rinunciò anche lei stessa alla possibilità di immortalità di cui voleva privare il marito. Tale era la sua follia! Tale il suo dolore! Tuttavia, non devi pensare, o SOCRATE    , che compì questo gesto senza la totale guida della ragione: la giovane madre era consapevole di quanto stesse lasciando per punire il perfido amato e, nonostante ciò, scelse comunque di farlo. Sapeva che pur privandosi del frutto della generazione data dalla fecondità del suo corpo, la sua memoria non si sarebbe cancellata con esso: le rimaneva, infatti, la consolazione che in molti avrebbero raccontato la sua storia. Diversi sarebbero stati coloro che, gravidi nell’anima, avrebbero partorito versi per narrare le sue gesta. Non conosciamo noi il suo destino? Non eri già a conoscenza della colpa di cui si macchiò, prima ancora che te ne parlassi, o Socrate?

DIOTIMA       Ecco dunque conclusa la mia orazione. I due punti che avrebbero avvalorato la mia tesi li ho illustrati, e con ciò spero di averti convinto.

SOCRATE       [A parte] Questo disse la sapiente Diotima, e ne fui persuaso.

Un Simposio a New York

Anna Gribaudo in questa sua composizione proietta il Simposio platonico nella New York dei roaring twenties, nell’ambito del seminario: Scritture del desiderio, parallelamente al corso di Letterature comparate della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Penso che sia per amore infatti che sono partito per la guerra […] perché l’amore ci spinge a proteggere chi amiamo. Inutile sottolineare che la guerra è quanto ci sia di più contrario all’amore. Adesso sembra però soltanto un lontano ricordo da lasciarsi alle spalle.” 

*

ARTHUR Negli ultimi tempi la vita qui a New York è cambiata notevolmente: l’economia non è mai stata così florida, e in tutti sembra albergare una gioia di vivere inarrestabile, una corsa al divertimento, alle distrazioni, che si traduce nei fatti in una corsa al benessere materiale. La città è sempre più rumorosa, il jazz più movimentato, e anche le nostre idee sono in fermento. Ho avuto modo di interrogarmi su di una questione poco pratica e più spirituale, per così dire, che volevo giusto proporvi, e  vi prego di soddisfare la mia curiosità, esprimendo il vostro parere in assoluta libertà.
Ebbene, la questione è questa: secondo voi come si può definire l’amore?”

FRANCIS/Fedro Si tratta di un tema in realtà molto pratico, praticamente all’ordine del giorno, mio caro Arthur, qualcosa che ci riguarda tutti. Ecco, se siete d’accordo inizierei io, che ho già una mia opinione a riguardo. Penso che l’amore sia il sentimento più potente che ci sia, ciò’ che fa sì che la nostra vita sia virtuosa e felice. Diciamocela tutta, uscire con voi signori nei locali è uno spasso, lavorare in ufficio con i colleghi è piacevole, ma queste singole attività di per sé non danno un valore compiuto all’esistenza, cosa che invece l’amore dà.
È una forza propulsiva, che ci muove costantemente all’azione, che ci fa agire al meglio: se nella borsa di Wall Street lavorassero tutti amanti e amati, le azioni sarebbero sempre in rialzo, perché quando amiamo puntiamo al meglio, ad essere la versione migliore di noi stessi.
Per amore si può giungere anche a morire. Penso che sia per amore infatti che sono partito per la guerra. Innanzitutto per amore della mia patria, anche se all’inizio pochi erano convinti delle ragioni dell’entrata in quel lontano bagno di sangue. Ma lo feci soprattutto per amore verso mia moglie e i miei figli, perché l’amore ci spinge a proteggere chi amiamo. Inutile sottolineare che la guerra è quanto ci sia di più contrario all’amore. Adesso sembra però soltanto un lontano ricordo da lasciarsi alle spalle.

PAUL/Pausania Ben detto, caro Francis. Condivido appieno la sua idea: la guerra genera orrore e devastazione, e quindi rimanda alla morte, mentre l’amore è sinonimo di vita, perché collegato alla procreazione.
Vorrei tuttavia aggiungere un particolare. Ritengo infatti che l’amore sia un sentimento assai complesso da definire,  essendoci vari tipi di amore. Anzi, probabilmente ne potrei definire due. Esiste da un lato un amore più volgare, che ci porta a cercare e ad apprezzare la bellezza dei corpi, quindi un sentimento legato all’attrazione fisica, all’aspetto esteriore di una persona. Questo tipo di amore è per sua natura fugace, perché la bellezza sfiorisce con lo scorrere del tempo, ed è anche occasionale, al quale si fa ricorso per soddisfare essenzialmente le pulsioni del corpo. Dall’altro lato esiste un amore celeste, spirituale, che ci porta a sentirci intimamente legati all’animo dell’altro, alla sua personalità, insomma al suo essere più profondo. Questo tipo di amore è destinato a durare più a lungo perché l’anima non sfigura come il corpo con gli anni, ma non è necessariamente superiore al primo, né viceversa. Entrambi questi amori sono necessari, ma penso stia ad ognuno capire ciò che pensa di meritare, ciò a cui aspira.

MARY Apprezzo molto il suo tono aperto al relativismo, perché a volte in discussioni simili emergono soluzioni forse troppo categoriche, come se la verità fosse una sola. Come ha detto, ognuno è libero di decidere ciò è meglio per sé. Mi collego a quanto ha detto esponendo la mia opinione adesso, sicuramente al passo coi tempi.
Se l’amore fosse un salotto mondano, sarebbe uno dei pochi luoghi in cui la donna è del tutto padrona di sé e non sottomessa all’uomo di turno. È dove invece di essere comandata detta le leggi, indirizza la conversazione, promuove nuovi incontri galanti. Allo stesso modo è padrona in amore, perché è lei che la quasi totalità delle volte si fa desiderare. Nella sfera amorosa è quella in cui a differenza di quella pubblica può essere libera, indipendente. In particolare, la donna è protagonista durante la seduzione, che altro non è che la premessa all’amore, la sua porta d’ingresso, il flirt per intenderci. Se quando la coppia è fissa allora iniziano i problemi, le gelosie, invece in questo momento ibrido il desiderio è la chiave di tutto. L’uomo desidera ciò che non ha, la donna all’altro capo della sala da ballo, intenta a fumare il sigaro, che con uno sguardo ammaliante ammicca nella sua direzione. L’uomo la desidera, ma lei lo fa impazzire, sparisce, ritorna con un amante, tutto per esasperarlo, vendicare la posizione subordinata nella quale il suo sesso è da tempo costretto. Con l’amore le donne possono riguadagnare insomma un ruolo, o per lo meno avere voce in capitolo.

HARRY/Aristofane Questa posizione è del tutto nuova per me, e penso abbia un fondo di verità. Pensandoci, in fin dei conti nel nostro Paese è stato recentemente introdotto il voto per il gentil sesso, segno che la vostra causa ha sicuramente molti sostenitori.
Per quanto mi  riguarda invece, sostengo che l’amore sia un po’ come la ricerca di un buon sigaro: si spende tanta fatica, attraverso tante brutte esperienze per arrivare finalmente a capire quale fa al caso nostro. Poi, una volta trovato, non se ne può più fare a meno. È destino quindi, e il nostro compito è ritrovare la metà perduta che ci è sempre appartenuta, nella nostra vita precedente forse, come se fossimo stati divisi da un’unità iniziale.
Se ci pensate bene questo spiegherebbe perchè, dopo aver parlato un po’ al bancone di un caffè con una persona, a volte si ha la sensazione di conoscersi da una vita. È infatti per questo motivo che siamo tutti alla ricerca di un posto dove stare bene, di braccia che ci accolgano come una casa, all’eterna ricerca di una perfezione originaria. Amore è quindi mancanza e conseguente ricerca della parte mancante, perché siamo in fin dei conti esseri incompleti, come una macchina senza il sedile per il passeggero, ovvero qualcuno che ci accompagni nel lungo viaggio della vita.

GARY Che immagine affascinante! Davvero suggestiva. Spiegherebbe molti racconti di storie d’amore durevoli e gratificanti, nati all’improvviso e durati una vita intera, un po’ come quelli che troviamo nelle pubblicità.
La mia idea  probabilmente è meno poetica a confronto. Ritengo infatti che l’amore sia amore di ciò che è bello, nuovo. Potremmo pensarla così: tutti ci siamo ritrovati negli ultimi tempi a comprare l’ultimo prodigio tecnico, la radio, insieme a  moltissimi vestiti, scarpe, perché aspiriamo al meglio. E questa nostra società ci fa desiderare sempre di più, ci avete mai fatto caso? I grandi magazzini sono sempre più imponenti, i cataloghi dei prodotti più lunghi, le rate alla portata di tutti. Dopo aver comprato un’auto se ne desidera subito un’altra, più costosa e più bella, che è appena stata prodotta, e poi un’altra ancora. È una corsa infinita, un desiderio inesauribile. Ebbene, allo stesso modo è l’amore.
Appena soddisfatto un desiderio, ecco che non ci basta più e ne nasce un altro. Questo può portare a non voler stare con una sola donna, ma a volerle un po’ tutte, anche se già impegnate. Anzi, soprattutto in questa evenienza. Funziona probabilmente come con gli alcolici al giorno d’oggi: secondo delle leggi discutibili, un po’ come quelle sul matrimonio, non si potrebbero consumare. È come se fosse stato sottratto l’oggetto del desiderio a un assetato, e questo non fa che fargli desiderare l’oggetto bramato ancora di più. Ecco spiegato il perché delle reputazioni di molti uomini (e anche di molte donne) dagli amori molteplici. Semplicemente si ama l’amore.

ARTHUR Forse avete tutti ragione o tutti torto, per fortuna non sta a noi deciderlo. Dal nostro piccolo dibattito è emerso che l’amore è un ripiego per alcuni, un’illusione per altri, un’abitudine per molti, una salvezza per qualcun altro, ma le cose stanno così: senza di esso la vita sarebbe più vuota, priva di significato. Innamorarsi può infatti cambiare il nostro destino. È un viaggio alla scoperta di sé stessi e dell’altro, fatto di burrasche, vento e tuoni, ma che non ha eguali in gioia e soddisfazione quando il cielo si fa luminoso.

Invincibile

Agnese Genta, in questo suo scritto, rielabora il celeberrimo mito degli androgini raccontato nel Simposio, concentrandosi sull’interiorità e sulla condizione di incompiutezza e confusione dell’essere rimasto dimezzato e paragonandola allo stato di incompletezza che caratterizza la natura umana. Il testo è stato sviluppato nel corso del seminario di Scritture del desiderio, svoltosi nell’ambito del corso di Letterature comparate, della Prof.ssa Chiara Lombardi, 2021/2022

“Perché a volte ci sentiamo incompleti, come se ci mancasse qualcosa, ma non sapessimo bene cosa? E qualunque cosa facciamo quella sensazione non passa. Sehnsucht, malinconia, desiderio, mancanza, un vuoto incolmabile e indefinibile. Questa riscrittura, sotto forma di introspezione, vuole essere una sorta di mito eziologico che risponde a tale domanda reinterpretando, anche con l’aggiunta di elementi innovativi di finzione narrativa, in chiave romantico – schopenhaueriana il mito degli androgini raccontato da Platone nel Simposio attraverso la maschera di Aristofane”.

*

Apro gli occhi.

Luce abbagliante. Luce, luce, luce e ancora luce. Basta.
Li richiudo.
Respiro. Una, due, tre volte. Più piano o mi mancherà l’aria.
Sono vivo, quindi.
Sono malamente appoggiato a qualcosa di duro e rovente. Dovrei provare a tastarlo per capire se sono in pericolo, ma ho paura a muovermi. Sono terrorizzato dalla possibilità di provarci e non riuscirci, di essere in qualche modo bloccato da qualcosa o da qualcuno.
Devo capire dove sono. Devo aprire gli occhi. Di nuovo. Non voglio.
Mi paralizza solamente percepire quella luminosità penetrante al di là delle palpebre. Mi lascia impaurito e tremante, con il torace che tutto d’un tratto sembra essere troppo debole per contenere il cuore, il sangue e tutti gli altri organi. Un nero luminescente e accecante, anche con gli occhi chiusi. È terribile, come se milioni di minuscoli aghi mi stessero trapassando gli occhi, la fronte, il cranio, fino ad arrivare al cervello.
Schiudo lentamente le palpebre facendo tremolare le ciglia un paio di volte prima di mettere finalmente a fuoco qualcosa oltre quel banco di luce. L’azzurro del cielo, il verde delle colline, il nero dei corvi che comunicano tra loro gracchiando. Riesco anche a sentire dei grilli. Una folata di vento solleva la polvere del terreno arido e mi solletica il naso in modo familiare.
Inspiro a fondo e tiro un sospiro di sollievo, ma nel farlo sento la pelle dell’addome tirare dolorosamente, come se fossi stato per giorni interi sotto il sole. Ma non lo sono stato, giusto? Respiro a fondo di nuovo. Ora riesco a percepire un punto preciso, proprio al centro del mio ventre, in cui tutto il dolore sembra convergere. Una cicatrice? Una cucitura? Mi sento rotto. So di essere rotto. Perché? Non guardare. Non guardare.
Apro del tutto gli occhi e li rivolgo verso l’alto per evitare di pensare allo stato del mio corpo. Il mio corpo. Non lo sento neanche più mio. Non lo sento e basta. Prima o poi dovrò farlo, dovrò identificare il problema e trovare una soluzione, ma per ora posso concedermi una manciata di secondi in più di beata ignoranza. Codardo.
La fonte di quella luce tanto opprimente era il sole. Solo il sole.
Perché non riesco a sopportare di vedere la luce del sole? Perché ne sono terrorizzato? Perché quando la fisso mi manca il respiro e mi sento svenire? Perché non riesco a muovermi? Perché sento un dolore lancinante in tutto il corpo, ma non sento le parti del mio corpo? Solo dolore. E soprattutto perché non riesco ad abbassare lo sguardo, e a provare a trovare una risposta a queste domande?
Sono bloccato, incapace di fare qualunque cosa che non sia fissare quel tunnel di un candore ipnotizzante e sentirmi morire. Ancora e ancora. Istante dopo istante. Senza morire mai effettivamente: una tortura infinita che riprende volta dopo volta sempre uguale a se stessa. Non riesco a pensare, non riesco a ricordare, non riesco a capire perché sono qui e non so cosa potrei fare dopo. Non riesco neanche più a sentire i grilli e i corvi o a vedere il cielo. Solo quel bianco, quell’urticante chiarore che mi svuota l’anima e lo stomaco, sempre che io ne abbia ancora uno. 
Non ne posso più. Chiudo gli occhi.
Perché quel puntino luminoso ha tanto potere su di me? Eppure è solo luce. È solo il sole. Così piccolo rispetto all’ imponente vetta della montagna che gli si staglia a fianco. Ecco dove sono accasciato: su una sporgenza rocciosa di quella stessa altura.
La luce. La montagna.
Volevo raggiungere il cielo.
Ecco perché sono qui.
Io non… Non mi sembra di essere caduto, però deve essere capitato.
Ora ricordo.
La sensazione della roccia fredda sulla punta delle dita. L’aria che diventava sempre più rarefatta. Il sole splendente nel cielo, più vicino a ogni passo. Prima o poi l’avrei toccato, ne ero sicuro. La stanchezza fisica che era in realtà solo una sensazione sfumata, sovrastata dal desiderio di raggiungere la vetta, di toccare il cielo, di chiacchierare con il sole, di dormire accanto alla luna e alle stelle. Quel fuoco che mi bruciava dentro, scintille scoppiettanti che mi esplodevano nel petto dandomi la forza di fare qualunque cosa. Mi sentivo invincibile. Ero invincibile.
Avevo lo sguardo fisso sull’obiettivo, i sensi annebbiati dall’ossessione di raggiungere quella sfera luminosa. Mi sembrava già di poter toccare le nuvole, di tastarne la soffice inconsistenza.
Poi all’improvviso quella luce familiare viene sovrastata da una del tutto sconosciuta che, in un secondo di violenza, cancella ogni cosa. Un lampo. Un fulmine a ciel sereno. Bianco. Il nulla.
Chiudo gli occhi. Un tuono romba in lontananza.
Strizzo gli occhi tanto da sentirli bruciare nella speranza di poter cancellare quel ricordo dalla mia mente.
Dopo il tuono cadevo in una voragine.
Via, via. Va’ via.
Era tutto buio.
Basta con tutto questo, basta frustrazione.
Urlavo, ma non usciva un suono.
Voglio tornare lì, sulla montagna, voglio scalare il cielo.
Volevo piangere, singhiozzare, disperarmi, tirare pugni, ma non riuscivo a fare nulla.
Una goccia gelida scende sul mio zigomo sinistro. Non è pioggia.
Così fragile nella mia impotenza.
Apro gli occhi per l’ennesima volta e capisco che è una lacrima, ma non sto piangendo. Una singola goccia salata.
Poi un taglio, un dolore allucinante ovunque.
Possibile che sia lì da prima? Il pianto di un morto, di qualcuno che non esiste più, e che ha provato ad ancorarsi con tutte le sue forze lì, nella coda dell’occhio.
Squarciato, mi sono sentito squarciato.
Se è davvero così allora questa piccola lacrima è tutto ciò che mi rimane di quello che ero. Come farei se la perdessi? Perderei anche me stesso? Resterei per sempre questo debole e inutile fantoccio?
Una persona divisa in due. Così, come se niente fosse.
Almeno il ricordo, almeno quello.
Aperto in metà, lasciato a sanguinare e poi buttato via come un giocattolo rotto.
Alzati! Per la miseria alzati! Sei ancora vivo, no? Fa’ qualcosa allora. Dimostralo!
In fondo sapevo di essere rotto.
Mi alzo di scatto e mi metto a sedere. Un brivido di disagio attraversa una ad una le mie vertebre.
Prima invece …
La lacrima inizia a scorrere velocemente lungo la guancia.
… ero …
No, non andare!
… felice, …
Mi tocco il mento per cercare di raccoglierla, ma non c’è già più.
… ero …
Cade a terra.
… completo.

Rimango ipnotizzato a fissare quella minuscola chiazza di colore più scuro che si asciuga per un lasso di tempo che non riesco a definire. Poi non rimane più nulla.
Ma nulla di cosa? A cosa stavo pensando prima? Non ricordo. Perché sto fissando il terreno? Non lo so. È strano: per quanto mi sforzi non riesco a ricordare niente di specifico. Quando ci provo tutti i miei pensieri si interrompono e non mi rimane una sola idea in mente.
Forse sono rimasto qui troppo a lungo e mi sono preso un’insolazione.
Devo proprio alzarmi e trovare un posto in cui ripararmi da questo sole cocente, sono quasi ustionato. Chissà come mai non mi sono spostato prima.
Faccio leva con la mano sulla roccia che ho a fianco e mi alzo in piedi piegando le gambe, ma non appena provo a muovere un passo perdo l’equilibrio, scivolo all’indietro e finisco di nuovo per terra alzando un nuvolone di polvere e insetti.
Ci riprovo: stesso risultato. È come se mi mancasse un appoggio da qualche parte.
Probabilmente l’insolazione è una questione molto più grave di quanto non pensassi.
Provo a gattonare per spostarmi e sembra funzionare meglio, anche se di tanto in tanto perdo ancora l’equilibrio e finisco per strisciare. Anche muovendomi lentamente sento comunque un dolore diffuso in tutto il corpo che non accenna a diminuire.
Ma cosa diamine mi è successo? Non può essere solo l’insolazione, forse sono caduto e mi sono fatto male da qualche parte. Appena al sicuro devo controllare di non avere ferite o ossa rotte.
Mentre mi sposto a fatica noto che, ben presto, il sole cocente non sarà più un problema dato che sta per tramontare. Fortunatamente poco dopo riesco a trovare un luogo riparato in cui passare la notte: una rientranza nella roccia circondata da una foresta di pini. Mi accascio contro la parete rocciosa e riprendo fiato con una certa difficoltà. L’odore del sottobosco mi inonda le narici e riesco a calmarmi. Rimango lì per minuti interi a sentire il mio stesso respiro, con la mente sgombra e incapace di formulare un qualunque pensiero.
Distendo per bene le gambe e inizio a ispezionare il mio corpo: i piedi, le caviglie, le gambe, le ginocchia, le cosce, l’inguine, i fianchi, il ventre. Porto la mano sul petto e la lascio così per qualche momento, la osservo alzarsi e abbassarsi. Passo alle spalle e al collo, poi alla schiena, alle natiche e infine alle braccia. Provo a muovere i gomiti, i polsi, le dita. Tasto la nuca, sposto le dita dietro alle orecchie, tra i capelli, sulla fronte: non è più calda. Le palpebre, le guance, il naso, le labbra, il mento. Sembra essere tutto a posto, non ho alcuna ragione per non riuscire a camminare.
E allora perché sento di non stare bene? Come se avessi un buco nero da qualche parte nelle viscere, un tarlo che striscia nello stomaco e divora piccole parti di me lasciandosi dietro solo dei cunicoli cavi. E più divora più vuole divorare. Ci sono cavità del mio animo che non pensavo esistessero e ora pulsano, bramando di essere riempite. Potrò mai colmarle? E se non potessi? È davvero possibile sopravvivere, vivere così? Ma come può mancarmi qualcosa? Non posso avere nostalgia di qualcosa che non c’è mai stato, sono sempre stato così. E se invece non lo fossi stato? Non posso esserne certo se non riesco a ricordare nient’altro. Presumo di essere nato, di essere stato creato intero, ma se non lo fossi stato? Chi o cosa sarei a quel punto? Se prima fossi stato un uccello e avessi perso le ali, o un serpente e avessi perso la coda? Mi passo la mano sulle scapole e poi sulla parte bassa della schiena. Nessun fantasma. Ormai il sole è tramontato. Gattono, questa volta con più sicurezza, fino a una radura vicina e cerco due rami abbastanza resistenti che possano fungere da sostegno. Ne trovo uno per terra e ne stacco uno da un pino aiutandomi con l’altro. Li spoglio di alcuni rametti e degli aghi e, appoggiandomi a un tronco, con l’aiuto dei miei nuovi bastoni, riesco a stare in piedi. La mia schiena è quasi incollata all’albero a causa della resina e le mie gambe stanno tremando, ma ci devo provare. Mi stacco dal tronco, sento i muscoli cedere, però mi faccio forza e, tenendo la presa salda, sposto uno dei bastoni più avanti e lo seguo con il piede. Barcollo un po’, ma riesco a non perdere l’equilibrio. Lentamente e con fatica riesco finalmente a camminare. Non dovrebbe essere così difficile, non dovrei sentirmi così inadeguato nel mio stesso corpo. È quasi del tutto buio quando riesco a ritrovare la ormai familiare rientranza nella roccia. Appena la riconosco cado in ginocchio sfinito e getto i bastoni lì vicino, mi trascino nel punto più nascosto e riparato e mi corico per terra. Lo sento ancora. Quel vuoto senza nome. È quasi insopportabile. Non appena penso di essermene liberato, non appena penso di aver portato a termine quello che volevo fare, ritorna, uguale a prima. Sono riuscito a camminare, non perfettamente, ma migliorerò, che altro può mancarmi ancora? La soddisfazione per essere riuscito a fare quello che volevo fare da tutto il pomeriggio è durata un secondo, giusto il tempo di riprendere fiato, poi sono tornato a sentirmi angosciato. Condannato alla frustrazione e al dolore in eterno. Vorrei solo poter capire questa sensazione in qualche modo, dargli un senso, un’origine, una soluzione, ma non riesco. Inizio a respirare sempre più affannosamente, poi comincio a prendere a pugni la terra, tiro calci contro la roccia, mi copro la faccia di polvere, urlo disperato singhiozzando. Continuo con questa scarica di violenza irrazionale finché, stremato, sporco e ferito, non mi raggomitolo su me stesso, portandomi le ginocchia al petto e appoggiandovi sopra la testa. Mi stringo più forte che posso sperando che la resina che ho ancora addosso riesca a incollare tutto me stesso, a riempire tutti i buchi.
Mi addormento tremando. Sogno di essere sulla cima di una montagna, e per un attimo sono di nuovo invincibile.

Un dio ci ha reso monchi, continuamente alla ricerca di ciò che ci manca, e una lacrima caduta ci ha fatto dimenticare tutto, ci ha reso ignari di ciò che davvero desideriamo. Quindi spesso ci sentiamo frustrati, inadeguati, insufficienti a noi stessi e senza possibilità di uscita da questo stato, proprio come il nostro androgino. Tuttavia, esiste il mondo notturno dei sogni in cui, per un momento infinito, torniamo a essere perfetti, non mancanti di nulla, soddisfatti di noi stessi. Invincibili.

Bibliografia
Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Milano, Bompiani, 2000
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, a cura di Giorgio Brianese, Torino, Einaudi, 2013