Archivi tag: Tarantismo

Crisi della presenza e riscatto femminile nel Salento.

L’Ora di tutti e La Terra del rimorso a confronto

di Giulio Ragazzoni

In questo elaborato, Ragazzoni pone a confronto due opere quasi contemporanee che si soffermano sul tema della condizione femminile in Terra d’Otranto: La terra del rimorso (1961) di Ernesto De Martino e L’Ora di tutti (1962) di Maria Corti. 

“In questo breve saggio, ho cercato di inserire il personaggio di Idrusa – protagonista del romanzo L’Ora di tutti – all’interno del paesaggio demartiniano della “terra del rimorso”, il Salento, dominato dal fenomeno culturale del “tarantismo”. Il profondo tormento psichico che affligge l’eroina di Corti può così essere letto come il risultato delle pressioni imposte da una società patriarcale attraversata da un singolare sincretismo religioso, che fa di Idrusa una vera “tarantata”. La risoluzione della “crisi della presenza” da essa sperimentata non si esprime tuttavia per mezzo di pratiche rituali ben codificate, ma di una rivoluzione personale e tragica, che appartiene tanto all’autrice quanto alla personaggia.”

1. Introduzione

“Che cos’è la storia? Un evento che «sporge»; che si accusa, che si solleva dalla routine, e che costringe a vario titolo anche la presenza a sporgersi, a sollevarsi dalla routine, a impegnarsi in un comportamento mentale o pratico unico, individuale, completamente adattato o integrato.”[1] Con queste parole, tratte da uno scritto inedito degli anni ’50, lo storico delle religioni Ernesto De Martino definisce la “storia” nei termini di un avvenimento critico capace di mettere a nudo la natura precaria della “presenza” umana, a cui viene richiesta una prova di impegno eccezionale, per riscattarsi. Tale concezione è sottesa all’interpretazione elaborata da De Martino intorno al fenomeno del “tarantismo” all’interno della sua etnografia La Terra del rimorso, pubblicata nel 1961. In questa sede, l’antropologo napoletano indaga infatti il male che colpisce le tarantate pugliesi come il sintomo di una “crisi della presenza”[2], un’“angoscia della storia” derivante dal timore “di non essere all’altezza dei compiti che essa prospetta”[3] e dal conseguente terrore di “non esserci”[4]. Tale condizione, che sprofonda l’individuo in una vera e propria forma di alienazione, va dunque analizzata alla luce di un “cattivo passato”[5], fortemente traumatico e mai elaborato. Il dato che accomuna inequivocabilmente le vittime del “morso” della taranta fra loro, come sottolineato con insistenza da De Martino, è tuttavia di natura sociale e consiste proprio nella loro appartenenza al genere femminile. Si tratta di una sofferenza antica, che affonda le sue radici nel Medioevo e continua a pungere le donne salentine fino al Settecento, per iniziare un lento declino a partire dal secolo successivo, senza però estinguersi del tutto. Lo storico delle religioni ha infatti modo di osservare direttamente le sopravvivenze di tale fenomeno in occasione della spedizione sul campo effettuata nel 1959, grazie al sostegno di una composita équipe scientifica. Appurata l’inesistenza di un aracnide in grado di produrre un veleno dai simili effetti, la posizione di dipendenza e subordinazione della donna viene presto riconosciuta come la vera causa scatenante di quella “crisi”, non a caso spesso coincidente con l’insorgere della pubertà, un lutto, un amore infelice o un matrimonio sfortunato[6]. Questo medesimo terreno di indagine sembra essere al centro anche di un’altra opera che, a distanza di un anno soltanto dall’uscita della Terra del rimorso, torna a soffermarsi con il linguaggio e gli strumenti della letteratura sulla condizione femminile nel Salento: si tratta del romanzo d’esordio di Maria Corti, L’Ora di tutti, edito nel 1962. Come evidenziato da Giorgio Caproni, il romanzo è “storico”[7] e proietta le vicende narrate sullo sfondo della battaglia di Otranto, assediata dai turchi di Maometto II nel 1480, durante la dominazione spagnola. Anche in questo caso, dunque, il lettore assiste a uno di quei “momenti critici” in cui “la storicità sporge”[8], sollecitando una reazione fuori dal comune da parte dell’umanità, e dalla popolazione otrantina in particolare. Il titolo dell’opera allude infatti, nelle parole del castellano don Felice Ajerbo, proprio all’occasione concessa dalla storia ad ognuno, almeno una volta nella vita, per dare prova del proprio valore: “ […] a ciascun uomo nella vita capita almeno una volta un’ora in cui dare prova di sé; viene sempre, per tutti. A noi l’hanno portata i turchi”[9]. Dal fondale della storia con la s maiuscola – la “storia universale dei dolori”[10] come la chiama Corti – emerge però anche la storia personale dei cinque personaggi protagonisti, che dopo essere stati travolti dalla vicenda bellica, ne ripercorrono a turno una fase, narrandola in prima persona post-mortem[11]. Fra di essi spicca il personaggio di Idrusa, alla cui voce è affidato il racconto dell’episodio più esteso dell’opera, occupando l’intera seconda parte. Il dramma vissuto dall’eroina di Otranto, come avremo modo di osservare nel dettaglio, è il frutto della violenza repressiva partorita da una società patriarcale, da cui nessuna delle sue concittadine è esente, ma che Idrusa pare la sola in grado di vedere e mettere in discussione, ed è proprio questa la sua condanna.

Il presente elaborato si propone dunque di condurre a dialogo due opere – La Terra del rimorso e L’Ora di tutti – che a modo proprio affondano nella storia del Salento per portare alla luce le origini di un dolore squisitamente femminile, su cui De Martino e Corti, negli stessi anni, invitano il loro pubblico a riflettere.

Continua la lettura di Crisi della presenza e riscatto femminile nel Salento.