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Inter Caetera

Jules Lee Artom, in questa produzione, riporta un dialogo immaginario ispirato alla prima novella della quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, nell’ottica del corso di Letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Questa riscrittura prende le movenze dalle argomentazioni, volte a Tancredi dalla figlia Ghismonda, intorno alla fallacia e l’ingiustizia della repressione sistematica: l’egida al negativo, di quelle figure che dovrebbero essere garanti della giustizia e del benessere collettivo, diventa qui il focus della narrazione. Il racconto è teso a suscitare nei lettori una riflessione personale sulle ambiguità, le contraddizioni e le strategie subdole che soventemente si insinuano nelle vite di ognuno, su qualsiasi piano di rilevanza e derivanti dalle più disparate tipologie di fonti. La forma quindi si avvicina a quella dei racconti distopici, dove un esempio di fiction esasperatamente tragica spesso manifesta la volontà e la speranza di una possibile resistenza o la coltivazione di uno spirito antitetico alle diverse sfumature di ‘servitù volontaria’”.

*

«Ieri mattina ho sentito un tonfo assordante, come di un mobile che cade e si spacca a terra, provenire dalla camera di Ghismonda. Ricordo chiaramente la sensazione di disagio che si versava liquida sulla mia schiena, carezzandone le vertebre: era una sensazione nauseabonda, una paura acre, al sapore di bile; tutto proveniva, con il rumore, da quella stanza, come se già sapessi…»

«Per ciò mi sono alzata e, senza pensare, ho corso. Corso come una madre dalla sua creatura, corso come chi corre nella propria casa incendiata. Ho corso e sono crollata, perché, dall’altro lato del corridoio, una stanza oscura era piena delle urla della mia bambina, ed un muro coperto del suo sangue, così, come il suo viso. Aveva gli occhi gialli, la pelle bianca, delle macchie livide sul corpo, un grumo di bava rappresa e perdeva s-s-sa…»

«Vorrei solo accarezzarla. Vorrei aver avuto la forza di stringerla forte e dirle che tutto sarebbe andato bene, calmarla, e invece sono rimasta a disperarmi piangendo, rannicchiata sotto lo stipite della porta, mentre la mia povera bambina si dimenava.
Danzava in centro alla stanza bianca, le tende azzurre l’accompagnavano come le carezze degli spiriti in un sodalizio appena stretto, un patto di complicità, un rito di passaggio già ormai troppo lontano da me, che invece nella mia vile umanità non potevo che guardare.
Danzava in preda alle convulsioni, schizzando i muri attorno con gli arti disarticolati che lanciava a prendere il poco di mondo che le sarebbe rimasto. Danzava e gridava, gridava un’argomentazione di odio e vendetta, per cui aveva eletto il suo stesso corpo a martire.
“…Avere il monopolio sulla vita delle persone non è sufficiente, Tancredi, vero? Ma non capisci? Non capisci che così non potrai avere nessuno?

Non puoi alienare un corpo morto.

Hai fatto quel che dovevi fare: mi hai rinchiusa nella stessa cella che mi sono creata. Ed io non ho visto. Sono cresciuta con te, come tutti. Tutti ormai da generazioni conoscono le tue infide perfidie sin dalla nascita. Prima ancora di parlare, prima ancora, abbiamo imparato a confidarci con te, a-a dirti i nostri segreti, a-a farci servi un giorno alla volta, quindici ore al giorno. Io non ti ho seguito, un movente alla condanna: perché ho evaso per un’ora la rete di manipolazioni che mi hai intessuto addosso per più di vent’anni, una camicia di forza cucita senza mani…”
Ogni tanto la vedevo fermarsi, a volte si sdraiava, vomitava grumi nerastri sul tappeto e sul parquet. Altre, mentre si piegava verso il pavimento, emetteva suoni gutturali e imprecazioni, alternate da grida agghiaccianti. E le labbra diventavano livide e crespe. E la pelle glauca. Orribile, orribile visione.
E lei malediceva, malediceva tutto. Malediceva il veleno e poi lo ringraziava piangendo, implorava che la finisse e poi che prolungasse l’agonia, chiedeva follia e pretendeva lucidità. Chiamavo, ma nessuno accorse a soccorrerla, perché lei aveva commesso un crimine. Era un rifiuto ormai, un rifiuto agonizzante in preda alle convulsioni. Ed io stavo lì, a guardarla, impotente.»

«Brancolavo assieme ai discorsi deliranti di mia figlia, che bene era ormai già dentro alla follia da comporre tali teorie. Farneticava di “una realtà surrogata in cui tutto si configura apparenza, una proiezione del mondo, una falsificazione, un cosmo di sensi di colpa, una società della vergogna…”.
Le giuro, ufficiale, che queste erano sue congetture, sue macchinazioni, le riporto per il verbale di decesso e nulla più. Non che io creda che…
Ad ogni modo, proseguo a raccontarle. Lo faccio per il bene collettivo, in cui credo perché si crede alla realtà, e nulla più.
Come dicevo, Ghismonda delirava, e nel suo delirio deplorava Tancredi come non si addice ad un mezzo necessario al nostro benessere e alla nostra civiltà, diceva: “Cancro! Cellula infetta!”, oppure: ”Bias della coscienza! Forma di assoggettamento endemico! Forma di obbedienza incivile!”.
E continuava
“…Poi mi sono accorta di cos’era la mia vita abituale. ʻ Io sono una ruota del carro, e giro e giro o qualcosa mi fa girare ʼ ripetevo ogni mattina a colazione, ogni giorno. Principio di una serie di riproposte: mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo e mi sentivo piena, imparavo le notizie per conoscere gli altri, parlavo la lingua di tutti, mangiavo a pieno, le notizie, di tutti. Era un’esistenza di menzogna, asservimento, alienazione, condivisa da tutti e osannata. Era un inganno vile con cui un tiranno ci ha assoggettati. Il dramma delle bestie da soma, un anacronismo contro natura di tutti i nostri istinti: ripiegati, forzati, inscatolati e spediti, come merce di scambio, su vie commerciali larghe e affollate dalle uniche maschere ancora esistenti, perché per gli altri non c’è più maschera che possa celare segreti ancora non svelati. Ombre, ombre tutt’intorno, ombre pesanti, ombre di piombo, vischiose, sudicie, tossiche mani di pece – che soffocano i peccatori sbagliati – dei detentori del destino, delle le parche di questo mondo estenuato e senza Dio e senza Dike. I demagoghi della repubblica mentale che oggi si è instaurata sono burattinai con fili invisibili, impercettibili, inconsistenti, velenosi come virus buttati nei pozzi dei più mentre loro si ubriacano nell’ebrezza dello schiavismo autocompiacente. E noi non siamo più che burattini senza speranza, in coma su un palco di cui non vedremo mai strapparsi il cielo di carta. Guardandomi attorno, ho visto gli altri come me, ed ho capito che non ci sarebbe stata alcuna speranza di fuggire da questa voliera, un giorno.
E io l’ho capito adesso, solo adesso, dopo vent’anni di privazioni intellettuali, nella stessa condizione di quegli individui che tanto acutamente descrive Etienne nel suo saggio. Ho lasciato che mi picchiassero con le mie stesse mani, che mi prendessero a calci con i miei stessi piedi, che mi spiassero con i miei stessi occhi, che mi tradissero con le mie stesse parole. Quante volte tu stesso, spaventoso ordigno infernale, mi hai forzato con sotterfugi e raggiri, oppure con leve emotive e minacce, quante volte? Io lo consideravo normale, ho cominciato inconsciamente ad applicare il tuo paradigma di manipolazione mentale verso il prossimo, reiterando io stessa questo meccanismo ch’è nato nel buio del baratro oltre alla morale. Non negare che sia questo il tuo impiego.
L’ho capito adesso e nell’unico luogo possibile: quella finestra d’interferenza che vive tra la vertiginosa profondità dell’illusione impostaci dalla tua democraticità e la concretezza della tua sottile violenza, laddove il trauma permette di destarsi e contemplare con distacco la realtà delle cose. Hai commesso un errore senza il quale avrei potuto continuare a dormire nel tuo sogno sino al sopraggiungere della morte, come quasi tutti attorno a me.
Ma perché? Perché doveva andare così? Non eri forse tu a disegnarmi prospettive di libertà e felicità? Non eri tu a dirmi che avrei sempre dovuto continuare a ricercarla, quella libertà? Liberi: se la natura ci ha creati tali, la fortuna ci ha resi inevitabilmente schiavi. Ho volato un giorno soltanto, perché volevo provare, e tu mi hai punita, nel modo peggiore mi hai tarpato le ali, ebbene, ho deciso di condividere la mia sorte con la sua: morirò anche io come tu hai deciso di ammazzare Guiscardo.
E continuerò a volare, volerò lo stesso con il mio amato, come con lui andrò sottoterra dopo aver assunto quest’unica parte di lui in mio possesso, affinché me la possa portare nella tomba.”
Dicendo così, ha inghiottito un foglietto di carta con una scritta che non sono riuscita a leggere e un’immagine che non sono riuscita a vedere. Poi ha cessato di parlare, chiudendosi nel baccano della solitudine e del pianto, finché non sono arrivate le ultime, brutali, conseguenze della tossina. Dopodiché, ha smesso di respirare.
Questo è tutto quel che so di ciò che è successo: mia figlia si è uccisa per colpa di una scappatella.»

Jules Lee Artom

Finché il Sistema non ci separi

Sara Mancadori, in questa sua riscrittura, trasforma la tragedia di Romeo e Giulietta in chiave orwelliana, ispirandosi al famoso romanzo 1984, nell’ottica del corso di Letterature comparate Shakespeare e il paesaggio culturale italiano  (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Questa riscrittura nasce dal desiderio di esplorare il dramma celeberrimo, Romeo e Giulietta di William Shakespeare, attraverso una lente distopica ispirata all’universo opprimente e controllato di 1984 di George Orwell.
In questo adattamento, l’amore non è solo contrastato da una faida familiare, ma è vietato dal Sistema, un regime che sorveglia e regola ogni emozione, pensiero e legame umano. Romeo e Giulietta non sono più solo due giovani innamorati, ma diventano due oppositori, colpevoli di aver provato un sentimento autentico in una società che ha reso l’amore un crimine.
Nella storia che segue ho cercato di mantenere i punti chiave della tragedia originale, trasformandoli per riflettere su temi attualissimi: libertà individuale, controllo delle emozioni, manipolazione della verità, identità e memoria.
Ho scelto di cimentarmi in questa riscrittura per mostrare come anche un classico di Shakespeare può essere inserito in un contesto diverso, come quello di 1984.
Inoltre, questa versione vuole mettere in discussione l’idea romantica che l’amore vinca sempre: forse non è così. Forse, in certi mondi, l’amore è l’errore più grande di tutti.”

*

PROLOGO

In un futuro non così lontano, nella città di Verona, il controllo è assoluto e la pace è mantenuta attraverso l’equilibrio forzato tra due grandi casate: i Montecchi e i Capuleti. Il conflitto tra le famiglie, un tempo sfrenato, è oggi contenuto e tollerato entro i limiti consentiti dal Sistema degli Scaligeri.

L’amore non è più un diritto, ma un’assegnazione. Le emozioni sono strettamente regolamentate. Tutto è visibile, misurato e tracciato.

In questo mondo di sorveglianza due giovani, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, infrangeranno la legge più antica e più pericolosa: ameranno senza permesso.

Il loro atto di ribellione, silenzioso e disperato, accenderà una scintilla che il Sistema non potrà tollerare.

Perché nello stato di Verona, l’amore è uno degli atti più sovversivi. E chi ama senza autorizzazione… è già condannato.

CAPITOLO I

È un giorno come un altro e in una via del centro storico della città accade un fatto. Due agenti delle fazioni rivali si fissano per troppo tempo. Uno solleva lentamente il colletto, l’altro risponde con un cenno minimo, un codice gestuale antico, vietato, ma ancora compreso. Basta quello per far scattare la rissa.

In meno di un minuto la guerriglia comincia, spranghe, coltelli, pugni… Nessuno urla. È una rissa silenziosa, come tutte le cose che devono esistere senza essere dette.

Sono le guardie del principe a fermare tutto. Scendono da veicoli blindati, con i volti coperti e i manganelli elettrificati. Nessuna mediazione. Solo ordini secchi, scariche e arresti. L’altoparlante del quartiere si accende con un suono acuto:

“ATTENZIONE. Le Fazioni Montecchi e Capuleti hanno violato il Protocollo di Pace. Un’ulteriore infrazione comporterà l’eliminazione sociale dei responsabili.”

Romeo Montecchi è tra i pochi a non aver alzato le mani e a non aver partecipato alla rissa. Non per paura, ma per stanchezza. Guarda i suoi compagni con occhi vuoti. L’odio per la fazione opposta gli sembra un’altra forma di obbedienza. Benvolio gli si avvicina.

“Hai visto cos’hanno fatto?”

Romeo scuote il capo.

“Non mi interessa. Loro combattono per diritto. Io non riesco nemmeno a sentire qualcosa.”

“È ancora per quella ragazza?”

Romeo non risponde. Ama una donna che non lo ricambia. Non per scelta, ma per un programma. È iscritta all’ordine delle Pure, votate alla castità funzionale. Un amore impossibile per legge. È tutto un sistema di desideri irraggiungibili e lui sta affondando.

Nel palazzo dei Capuleti, tutto è regolato. I corridoi bianchi, i passi misurati, le emozioni contenute. Il patriarca Capuleti riceve un visitatore: Paride, funzionario di alto rango, perfetto nei gesti e freddo nei pensieri.

“La vostra Giulietta è pronta?”

“Sta per compiere quattordici anni” risponde Capuleti. “Il Sistema la considera matura.”

Paride annuisce. L’unione tra lui e Giulietta non è solo matrimoniale. È un’alleanza di influenza tra fazione e potere. Deve sembrare una scelta libera, anche se non lo è.

Nel frattempo, Giulietta si prepara. La madre le parla con voce misurata. Le spiega che l’unione è giusta, utile, sicura. La balia, un tempo affettuosa, ripete ciò che le è stato ordinato: “Paride è degno. Paride è approvato.”

Giulietta ascolta. Ma qualcosa dentro di lei si agita. Un pensiero non registrato. Una sensazione non autorizzata. È questo il suo destino? Essere venduta in cambio di stabilità?

Una sera viene organizzata una festa in maschera al palazzo Capuleti. Gli ospiti, tutti mascherati, si muovono in silenzio sotto gli occhi delle telecamere. Giulietta, esposta come simbolo di purezza, attende Paride, funzionario scelto dal Sistema.

Romeo, infiltrato tra la folla sotto consiglio del suo fidato amico Mercuzio, la vede: diversa, vera, umana. Si avvicina, rompendo il protocollo. Nessun saluto programmato, solo uno sguardo che aggira i codici. Le loro mani di sfiorano. Nessun sistema li ferma. Giulietta sente nascere qualcosa, non previsto, non concesso.

Tebaldo li vede, ma viene zittito.

Non c’è spazio per l’amore. Eppure, sta accadendo. L’inizio di un errore nel codice.

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Crisi della presenza e riscatto femminile nel Salento.

L’Ora di tutti e La Terra del rimorso a confronto

di Giulio Ragazzoni

In questo elaborato, Ragazzoni pone a confronto due opere quasi contemporanee che si soffermano sul tema della condizione femminile in Terra d’Otranto: La terra del rimorso (1961) di Ernesto De Martino e L’Ora di tutti (1962) di Maria Corti. 

“In questo breve saggio, ho cercato di inserire il personaggio di Idrusa – protagonista del romanzo L’Ora di tutti – all’interno del paesaggio demartiniano della “terra del rimorso”, il Salento, dominato dal fenomeno culturale del “tarantismo”. Il profondo tormento psichico che affligge l’eroina di Corti può così essere letto come il risultato delle pressioni imposte da una società patriarcale attraversata da un singolare sincretismo religioso, che fa di Idrusa una vera “tarantata”. La risoluzione della “crisi della presenza” da essa sperimentata non si esprime tuttavia per mezzo di pratiche rituali ben codificate, ma di una rivoluzione personale e tragica, che appartiene tanto all’autrice quanto alla personaggia.”

1. Introduzione

“Che cos’è la storia? Un evento che «sporge»; che si accusa, che si solleva dalla routine, e che costringe a vario titolo anche la presenza a sporgersi, a sollevarsi dalla routine, a impegnarsi in un comportamento mentale o pratico unico, individuale, completamente adattato o integrato.”[1] Con queste parole, tratte da uno scritto inedito degli anni ’50, lo storico delle religioni Ernesto De Martino definisce la “storia” nei termini di un avvenimento critico capace di mettere a nudo la natura precaria della “presenza” umana, a cui viene richiesta una prova di impegno eccezionale, per riscattarsi. Tale concezione è sottesa all’interpretazione elaborata da De Martino intorno al fenomeno del “tarantismo” all’interno della sua etnografia La Terra del rimorso, pubblicata nel 1961. In questa sede, l’antropologo napoletano indaga infatti il male che colpisce le tarantate pugliesi come il sintomo di una “crisi della presenza”[2], un’“angoscia della storia” derivante dal timore “di non essere all’altezza dei compiti che essa prospetta”[3] e dal conseguente terrore di “non esserci”[4]. Tale condizione, che sprofonda l’individuo in una vera e propria forma di alienazione, va dunque analizzata alla luce di un “cattivo passato”[5], fortemente traumatico e mai elaborato. Il dato che accomuna inequivocabilmente le vittime del “morso” della taranta fra loro, come sottolineato con insistenza da De Martino, è tuttavia di natura sociale e consiste proprio nella loro appartenenza al genere femminile. Si tratta di una sofferenza antica, che affonda le sue radici nel Medioevo e continua a pungere le donne salentine fino al Settecento, per iniziare un lento declino a partire dal secolo successivo, senza però estinguersi del tutto. Lo storico delle religioni ha infatti modo di osservare direttamente le sopravvivenze di tale fenomeno in occasione della spedizione sul campo effettuata nel 1959, grazie al sostegno di una composita équipe scientifica. Appurata l’inesistenza di un aracnide in grado di produrre un veleno dai simili effetti, la posizione di dipendenza e subordinazione della donna viene presto riconosciuta come la vera causa scatenante di quella “crisi”, non a caso spesso coincidente con l’insorgere della pubertà, un lutto, un amore infelice o un matrimonio sfortunato[6]. Questo medesimo terreno di indagine sembra essere al centro anche di un’altra opera che, a distanza di un anno soltanto dall’uscita della Terra del rimorso, torna a soffermarsi con il linguaggio e gli strumenti della letteratura sulla condizione femminile nel Salento: si tratta del romanzo d’esordio di Maria Corti, L’Ora di tutti, edito nel 1962. Come evidenziato da Giorgio Caproni, il romanzo è “storico”[7] e proietta le vicende narrate sullo sfondo della battaglia di Otranto, assediata dai turchi di Maometto II nel 1480, durante la dominazione spagnola. Anche in questo caso, dunque, il lettore assiste a uno di quei “momenti critici” in cui “la storicità sporge”[8], sollecitando una reazione fuori dal comune da parte dell’umanità, e dalla popolazione otrantina in particolare. Il titolo dell’opera allude infatti, nelle parole del castellano don Felice Ajerbo, proprio all’occasione concessa dalla storia ad ognuno, almeno una volta nella vita, per dare prova del proprio valore: “ […] a ciascun uomo nella vita capita almeno una volta un’ora in cui dare prova di sé; viene sempre, per tutti. A noi l’hanno portata i turchi”[9]. Dal fondale della storia con la s maiuscola – la “storia universale dei dolori”[10] come la chiama Corti – emerge però anche la storia personale dei cinque personaggi protagonisti, che dopo essere stati travolti dalla vicenda bellica, ne ripercorrono a turno una fase, narrandola in prima persona post-mortem[11]. Fra di essi spicca il personaggio di Idrusa, alla cui voce è affidato il racconto dell’episodio più esteso dell’opera, occupando l’intera seconda parte. Il dramma vissuto dall’eroina di Otranto, come avremo modo di osservare nel dettaglio, è il frutto della violenza repressiva partorita da una società patriarcale, da cui nessuna delle sue concittadine è esente, ma che Idrusa pare la sola in grado di vedere e mettere in discussione, ed è proprio questa la sua condanna.

Il presente elaborato si propone dunque di condurre a dialogo due opere – La Terra del rimorso e L’Ora di tutti – che a modo proprio affondano nella storia del Salento per portare alla luce le origini di un dolore squisitamente femminile, su cui De Martino e Corti, negli stessi anni, invitano il loro pubblico a riflettere.

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Lisabetta, o la Medea di Messina

Giorgio Lusso, in questa sua composizione, riscrive la novella boccacciana di Lisabetta da Messina mescolandola alla tragedia euripidea di Medea, nell’ottica del corso di Letterature comparate, Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (prof.ssa Chiara Lombardi).

Per creare questa riscrittura, sono partito da una semplice domanda, “e se Lisabetta si vendicasse?”. A questo punto, è chiaro che la prima opera che mi sia venuta in mente fosse il mito di Medea, quale esempio più tragico e incisivo di una vendetta di sangue. Sembra quasi un paragone molto azzardato, quello tra due personalità femminili così diverse, eppure, sviluppandone una nuova psicologia, viene a crearsi un soggetto sì riscritto, ma anche nuovo e sui generis, che riesce a unire le due anime di Lisabetta e Medea.

*

Non tutti i volti sereni sono rassicuranti. Dietro ad alcuni, si nasconde una forza oscura, vendicativa, distruttrice. Lisabetta, giovane fanciulla in età da marito, figlia di una famiglia che naviga negli affari, si ritrova ad affrontare i primi sentimenti amorosi. Laddove nulla può sembrar impedire la sua passione, questa viene a scontrarsi con le necessità e i timori dei fratelli maggiori, contrari a questa possibile unione e disposti al peggio per impedirla. Lei, succube della volontà maschile, non ha altra scelta se non la vendetta.

Personaggi

Lisabetta                                                        
Lorenzo, suo amante
Giasone, fratello maggiore di Lisabetta
Ruggero e Antonino, altri fratelli
Glauce, moglie di Giasone
Giacomino, figlio di Glauce e Giasone

Scena I

Entra Giasone con la sorella Lisabetta, furibonda con lui.

GIASONE: Non capisco perché stiamo ancora qui a discuterne. Gli atti sono pronti e già consegnati al notaio. La questione è praticamente chiusa e tu stai ancora qui a flagellare i tuoi fratelli e me con le tue sciocchezze.

LISABETTA: Non è affatto una sciocchezza, Giasone, voi vi siete impossessati di tutto il patrimonio di nostro padre, pace all’anima sua!

GIASONE: Come se a te non spettasse nulla di tutto questo.

LISABETTA: Non è quello che voglio dire, se mi ascoltassi una buona volta. È una questione di principio! Lo sai il padre come la pensava: lui ha creato i suoi mercati da sé, e voleva che anche voi ne foste in grado. State evitando il testamento, state sprezzando la sua memoria. Tutto ciò che ha creato doveva morire con lui, e voi ve ne state impossessando, probabilmente per mascherare la vostra incapacità sul campo. Mai una volta che vi foste interessati a fondare dei mercati, a badare alle spese, voi volete vivere con la comodità che già avevate, volete avere la pappa pronta! Cosa può interessare, a me che sono donna, di possedere del denaro, di avere del guadagno dalle vostre attività, se il mio unico scopo nella vita è essere mantenuta da un uomo, che prende qualunque decisione per me, come se io o qualunque altra donna non ne fossimo in grado. Prima il padre, poi il marito, ma in mancanza sia dell’uno che dell’altro, tocca ai fratelli, e se mancano anche i fratelli, pure Dio sa che mestiere fanno queste signore. Ma il padre era diverso. Lui voleva veramente il mio bene, mi considerava, pensava al mio futuro. Voi, da quando è passato a miglior vita, avete mai manifestato qualche interesse nei miei confronti? Come reagirete quando mi sposerò? Dio non voglia che voi desideriate che mi sposi con qualcuno solo per gli affari del padre, che, ripeto, voi ingiustamente state gestendo.

GIASONE: Tutto quello che dici non ha senso. Il testamento è un falso, così come ha detto il notaio. Padre non sapeva scrivere, come del resto noi. Nell’ipotesi più probabile ha dettato a qualcuno il testo o nella peggiore è stato scritto direttamente da un’altra mano. In ogni caso, il notaio è stato chiarissimo, se non è stato scritto di suo pugno a livello ufficiale non è valido, con la sola eccezione nel momento dell’Estrema Unzione, che non c’è stata.

LISABETTA: Chissà con che notaio avete discusso. In ogni caso, voi fate di testa vostra, tanto non mi ascoltate mai. Ma Dio sa quello che avete fatto, e giustizia ne sarà fatta. Adesso, se vuoi scusarmi…

GIASONE: Perdonami ancora una cosa – [a parte] se proprio devo essere scusato per parlare con mia sorella senza venir aggredito ogni volta – nel tuo discorso di prima, hai fatto un bell’appunto sul fatto che ti sposerai, eccetera. Tu dai per scontato che troverai marito, e io questo me lo auguro e lo auguro anche a te, ma parlandone così decisamente vorresti insinuare che mi devi dire qualcosa?

L: Non so a cosa ti riferisci.

G: Non sei innamorata di qualcuno?

L: Innamorata è una parola che non mi rappresenta.

G: Però c’è qualcuno?

L: Ripeto, cosa vi interessa?

G: Siamo pur i tuoi fratelli maggiori, i tuoi “padroni” come vuoi sottintendere tu con le tue parole, e se piangi ripensando al padre che ti coccolava, ti consolava e ti comprava la sopravveste, allora non dobbiamo essere da meno! Allora, chi è?

L: Lo conoscete.

G: Ottimo inizio.

L: Aspetta a cantare vittoria, non è chi pensi che sia.

G: Non ho ancora pensato a nulla, conosco tantissime persone.

L: Si chiama Lorenzo.

G: Lorenzo chi?

L: Della famiglia di pisani, quelli venuti qui per affari…

G: La famiglia di pisani, quelli che volevano portarceli via, gli affari! Uomini della peggior specie, come puoi pensare di sposare un uomo di quella razza! Sleali, che non conoscono la competizione, opportunisti.

LISABETTA: Ma senti chi parla! E poi, non saltare a conclusioni affrettate. Nessuno ha detto che sarà mio marito. Però, rispetto ad aver a che fare con voi, è come affogare nel miele!

GIASONE: Idiozie! Ti proibisco di vederlo. Preparati anche alla furia dei tuoi fratelli. Non infangheremo il nome di famiglia, perché la pargoletta non si sente amata dai suoi fratelli, sposandoti con un mercante sporco. Il tuo totale disinteresse agli affari di famiglia non può arrivare a danneggiarlo! Non osare presentarti a noi con lui, la questione è già chiusa sul nascere.

LISABETTA: Adesso vi sentite in dovere di “proteggermi”, di rispettarmi, di degnarmi di una qualche considerazione, solo perché i vostri affari sembrerebbero essere minacciati? Lorenzo non ha nulla a che vedere con voi, è totalmente disinteressato al lavoro dei genitori, potete dormire sonni tranquilli.

GIASONE: Lo vedremo.

Escono.

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La tragedia di Dublino

Clelia Anna Damato, riscrive la 5 novella della IV giornata del Decameron di Boccaccio, riportandoci in una Dublino moderna, buia e terribilmente macabra, nell’ottica del corso di letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi).

Le sorelle di Tristan uccidono la sua amata, ella gli appare in sogno raccontandole l’accaduto e dicendogli dov’è sotterrato il suo corpo. Egli lo dissotterra per appropriarsi occultamente del suo bellissimo viso, tagliandole la testa. Piangendo ogni giorno dal dolore ripudia le sorelle e si lascia morire.

*

Ci troviamo a Dublino, città della fortuna e della birra, animata da musica e risate, ma al contempo avvolta da un clima spesso cupo e tenebroso, dove tra le sue strade umide e i palazzi antichi viveva una piccola famiglia composta soltanto da tre fratelli: due sorelle e un unico maschio. Erano divenuti improvvisamente ricchi dopo la tragica morte dei genitori: la madre, una nobile donna dalla professione stimata e invidiata, e il padre, un uomo umile ma saggio, mentore silenzioso della famiglia, colui che aveva sempre cercato di tenere uniti i figli.
Le due sorelle erano già sposate, legate a mariti di discreta bellezza, uomini che, tuttavia, non facevano che confrontarsi con gli altri, incapaci di accettare che qualcuno potesse superarli in fascino o prestigio. L’unico ancora solo era il fratello minore, Tristan: un giovane dotato di una bellezza rara e naturale, ma soprattutto di un animo puro e gentile, qualità di cui le sorelle, col tempo, sembravano essersi private, corrose dall’invidia e dall’avidità.
Presso l’azienda di famiglia lavorava anche una giovane donna di straordinaria bellezza: Lilith.
Era gentile, carismatica, sempre pronta a sorridere e ad aiutare chiunque ne avesse bisogno.
Nessuno, osservandola, avrebbe potuto immaginare che un destino così crudele stesse silenziosamente tessendo la sua trama intorno a lei. Lilith e Tristan cominciarono a incontrarsi spesso, inizialmente per lavoro, poi sempre più per piacere. Le conversazioni si fecero confidenze, le confidenze si trasformarono in sguardi lunghi e silenziosi, fino a quando l’amore, inevitabile, li travolse. Iniziarono a vedersi anche in segreto, lontano dagli occhi indiscreti delle sorelle.
Una sera decisero di concedersi una cena nel ristorante più rinomato di Dublino, situato non lontano dalla casa di Lilith. Ciò che non sapevano, però, era di essere osservati. Le due sorelle, nascoste all’interno di un’auto parcheggiata lungo la strada, li spiavano, consumate dalla gelosia e dal rancore.
Anche se stremate dall’attesa, rimasero lì fino a quando, finalmente, videro Tristan uscire dall’abitazione di Lilith, a quel punto decisero di agire. Fingendosi abitanti del condominio, entrarono nello stabile e individuarono l’appartamento della giovane. Bussarono alla porta spacciandosi per il fratello, sostenendo che avesse dimenticato qualcosa. Lilith aprì senza sospettare nulla. Davanti a lei si trovarono, non il suo amato, ma le sue due datrici di lavoro, le sorelle di Tristan. Non ebbe nemmeno il tempo di parlare che le sorelle la colpirono alla testa e cadde a terra. Batté il capo con forza e morì sul colpo. Nessuno vide, nessuno udì, nessuna telecamera registrò l’atroce delitto.
Le sorelle chiusero la porta alle loro spalle con inquietante calma. Ripulirono il sangue, avvolsero il corpo in un sacco della spazzatura e lo caricarono sull’auto. Guidarono per ore, fino a un campo isolato, dove seppellirono Lilith come fosse un rifiuto.
I giorni passarono e Tristan non ebbe più notizie di lei. Chiese spiegazioni alle sorelle, ma venne ignorato, deriso, umiliato, «Passerà, vedrai. Tutti abbiamo avuto il cuore spezzato», disse una.
«Sarà sparita come fanno in tanti… e ora abbiamo pure una dipendente in meno», aggiunse l’altra, ridendo.
Distrutto, Tristan tornò a casa, provò a chiamare Lilith più volte, senza risposta. Guardò le loro fotografie, pregando in silenzio di poter tornare a quei momenti di felicità rubata. Pianse per ore, fino a quando, stremato, si addormentò con il viso ancora bagnato di lacrime. Quella notte sognò. Sognò Lilith. Il suo desiderio era stato così intenso che il sogno prese una forma terribilmente reale. Non era un ricordo, non era un’illusione: era il suo spirito. Lilith gli apparve, pallida, ma serena, e gli raccontò tutto. Gli spiegò dove trovare il suo corpo. Tristan, piangendo persino nel sogno, la ringraziò, e lei svanì per sempre.
Il mattino seguente Tristan finse di essere malato, così non appena le sorelle lasciarono la casa, salì in auto e seguì le indicazioni ricevute. Scavò a lungo, fino a quando udì il rumore della plastica e avvertì un odore insopportabile. Aprì il sacco: era Lilith. Il suo volto, bellissimo e incredibilmente intatto, sembrava dormire. Sconvolto e terrorizzato, prese una decisione folle. Tagliò la testa della sua amata e la portò con sé, doveva salvare la parte più bella e più pura di lei. Tornato a casa, la pose in uno dei vasi del padre e vi piantò il suo fiore preferito: il Pelargonium triste. Ogni giorno lo abbracciava, bagnando la terra con le proprie lacrime.
Le sorelle inizialmente non si posero domande, ma dopo qualche giorno venne fatto notare dai vicini la stranezza del fatto, così le due, entrarono subito nella serra del padre, ormai divenuta del fratello, ma trovarono solo le sue mille e mila piante, nessun vaso era grande come quello che teneva Tristan, allora corsero in camera di lui e lo incalzarono con il vaso, che da quando ce l’aveva non lo lasciava mai, lo portava ovunque.

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