L’antologia de <La Morza>, da Giovanni da Certaldo curata e raccolta

Elisa Maisa, attraverso questa rivisitazione, tenta di dare un tocco di creatività alla già di per sè geniale cornice boccacciana, attraverso una racconto quadro che indaga il fenomeno salentino della Taranta, nell’ottica del corso di Letterature Comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi).

In questa mia rivisitazione ho tentato di enfatizzare il ruolo chiave ricoperto dalle donne nella narrazione boccacesca, sottolineandone la vitalità. La centralità della parola e dell’ascolto, inoltre, si è rivelata un aspetto cruciale della mia composizione, intorno alla quale ha preso forma l’intera vicenda. Attraverso il personaggio di Nunzia, infatti, il lettore riscopre se stesso empatizzando con la protagonista, la cui lotta interiore si trasforma in una catarsi che non libera solo il corpo, ma anche l’anima.

*

Graziosissime donne, io non voglio per me alcuna lode. Dopo lungo peregrinare, errando e vagando alla ricerca di esperienze dalle quali attingere racconti da narrare, mi ritrovai improvvisamente forestiere della vita e questo racconto è semplice trascrizione di ciò che ho udito e vissuto.
In qualità di attento, veritiero e fedelissimo ascoltatore (anziché narratore), mi accingo a riportare per iscritto questa raccolta di trame, tessute e intrecciate dalla cosiddetta “Morza”, meglio conosciuta come “la Tarantata”.

Morza la Tarantata fu vergine, giovane e onesta donna, di bell’aspetto a dai graziosi e gentili modi; la quale fu tristemente conosciuta a Galatina, piccola cittadina dell’entroterra salentino, per essere stata consumata irrimediabilmente dal morso della taranta.

Questo morbo ancestrale, infatti, colpí esclusivamente giovani donne, tuttavia non venne trasmesso per contatto come avvenne, invece, per la feroce pestilenza che colpì la mia Firenze: ogni giovane ragazza fu punta dalla propria Taranta e portó nel sangue un veleno solo suo.

Debolezza, ansia e nausea furono i primi sintomi avvertiti dalla Morza, della quale nessuno, in paese, conobbe mai la reale identità.

In breve tempo la situazione divenne drammatica: se altre vergini in pochi giorni guarirono dal morbo, attraverso balli e canti popolari e allegri che smossero la taranta dentro di loro, per la Morza ogni tentativo fu vano.

Con il passare dei giorni, i sintomi della Morza si aggravarono: iniziò a soffrire di crisi isteriche, psichiatriche e convulsioni.

La taranta si era impadronita della Morza possedendo totalmente il suo corpo e provocando in lei movimenti spasmodici e improvvisi.

La comunità, incuriosita e spaventata, affascinata e tormentata da questo singolare avanzamento del morbo, si riunì all’unanimità: come suggerito dalla leggenda, e come rituale utilizzato per guarire anche le altre giovani, si radunó intorno alla Morza e, attraverso musiche, danze e suoni tentó di smuovere la corporeità della vergine, così che la stessa potesse liberarsi dal veleno della Taranta.

Nonostante la partecipazione corale della comunità, tuttavia, la Morza rimase posseduta e, nonostante il tentativo di esorcizzare la taranta attraverso stimoli e percezioni sensoriali e uditive differenti e travolgenti, la situazione rimase la medesima.

La taranta continuó a infestare le vite di altre giovani fanciulle, che però, guarivano nel giro di pochi giorni.

La Morza, invece, continuò a dimenarsi per settimane, in un corpo che non sentiva più suo e che era fonte di atroci, laceranti e sovrumane sofferenze.

La comunità (uomini e donne comprese), prima coesa e solidale, non solo la isolò e la abbandonò al suo destino, ma decise di confinare la Morza nella Cappella di San Paolo delle Tarante, a Galatina.

Ben presto la sfortunata divenne oggetto di scherno da parte di uomini e donne indifferentemente, che osservavano da spettatori una vicenda (apparentemente) lontana dalla loro sensibilità.

Qui, nella Cappella di San Paolo delle Tarante, la Morza si contorceva tra urli, lamenti e sofferenze che l’isolamento rendeva più intensi.

Quello che sembrò un pretesto da parte della comunità per confinare il diverso si rivelò per me, pellegrino nella vita e forestiere in questi luoghi a me sconosciuti, un incontro arricchente non solo per le novelle che mi accingo a riportare fedelmente in questa raccolta, ma soprattutto per il cambiamento che questo incontro genererà a seguito sella rivelazione del medesimo incontro.

Nel mio errare, infatti, giunsi il 29 giugno in questa piccola cittadina, Galatina, spinto dalla mia voglia di trovare ispirazione per le mie nuove opere.

La Cappella che mi si presentava davanti, suggestiva nella sua semplicità, mi invitò ad entrare. All’interno, un’unica volta decorava il soffitto, mentre una tela raffigurante San Paolo e un piccolo pozzo contenente dell’acqua ritenuta miracolosa erano simboli vivi di una religiosità ancora fervente.

A quell’ora del mattino, la Cappella era deserta, ma venni attirato immediatamente dalla presenza di una donna, avvolta in un lenzuolo bianco posizionato sull’altare. Mentre lo spazio fra noi si riduceva, prestai attenzione ai suoi movimenti e ai suoni emessi dalla sua flebile voce muovendomi con cautela, fino a giungere di fronte all’altare che accoglieva la posseduta Tarantata.

Quello che inizialmente appariva come un mugolio, un lamento sussurrato, si fece sempre più intenso, tanto che dovetti avvicinarmi ulteriormente per tentare di decifrare le ragioni e i contenuti di tale lamento.

Ciò che scoprí fu sorprendente e costituì un segno di svolta non solo nella mia carriera letteraria, ma anche nella mia esperienza di Uomo profondamente umano: quella che seppi in seguito essere conosciuta come la Morza sussurrava parole, udibili solo con un orecchio attento e uno spirito in ascolto.

Quella voce fioca che pareva, in principio, un mugolio, si fece presto un susseguirsi rapido di suoni, un intreccio fitto di parole, un insieme ordinato e ordito di trame che diede origine ad un variegato e interminabile tessuto di racconti.

Se la danza, la musicalità, l’abbandono alla fisicità non erano state sufficienti per esorcizzare la Morza, le parole fluivano ora con facilità: non solo suono dopo suono, frase dopo frase, trama dopo trama, intreccio dopo intreccio, le parole della fanciulla diedero origine ad una ricca antologia di racconti, ma racconto dopo racconto la fanciulla andava incontro ad una catarsi sempre maggiore: con il dipanarsi delle vicende i sintomi regredivano, fino a che la Morza non smise di raccontare e dichiarò lapidariamente :” io non sono mai stata Morza, io sono Nunzia”.

Rimasi esterrefatto, sconvolto, scosso e smosso da un phatos sconosciuto fino a quel momento.

L’immagine macabra alla quale avevo assistito al mio ingresso era completamente svanita: davanti a me avevo una ragazza tornata a se stessa, che, solo grazie alla parola e all’ascolto, era riuscita a guarire e che, attraverso la propria voce, è riuscita non solo a esorcizzare la taranta, ma anche a smuovere la coscienza collettiva delle donne attraverso i suoi racconti, che affioravano dalle sue labbra privi di filtri razionali, in un flusso di coscienza continuo e che trovate, ora, riportati fedelmente qui.

Io, Giovanni da Certaldo, ho soltanto aperto una strada per voi, lettrici. Non mi definisco in altro modo se non come il portavoce di chi, finora, voce non ha avuto, ma che, grazie alla consapevolezza che nascerà leggendo l’antologia di Nunzia, potrà finalmente fare sentire.

Le donne lodano il novellare, ma quando a farlo è un ‘altra donna, vi si affezionano con cuore diverso, come se quel potere della parola conquistato da Nunzia,fosse una rivendicazione per tutte voi.

COMMENTO

Ho optato per una riscrittura dell’introduzione del Decameron di Boccaccio, mantenendo, rispetto al testo primario, il tema della centralità del ruolo femminile, la presenza di un morbo che infesta un’intera comunità, il motivo del potere della parola che libera ed esorcizza e l’importanza dell’ascolto. Ho tentato di riprodurre, inoltre, nelle mie competenze, quella ricorsività nell’utilizzo di tre aggettivi per rendere un concetto.
Ho riproposto in nuova chiave il contenuto della cornice, affidando a Nunzia (la Morza), la protagonista di questa riscrittura, il ruolo di narratrice delle novelle (grazie alle quali il lavoro di riscrittura potrebbe progredire oltre).
La sfera della corporeità non è sufficiente per l’esorcismo, ma è il potere della parola che si rivela salvifico.§Ho ripreso la leggenda del tarantismo, delle sue origini e le sue evoluzioni, scorgendo in esso analogie e contrasti con la peste boccaccesca, le quali mi hanno consentito di fare una piccola analisi, se così possiamo dire, comparatistica. Il narratore delle novelle è Nunzia, nome parlante, ma il narratore della cornice rimane Boccaccio che ho chiamato, convenzionalmente, Giovanni da Certaldo, in quanto, essendo la Chiesa di San Paolo delle Tarantate -citata nel testo- edificata successivamente alla morte di Boccaccio, avrei commesso una piccola scorrettezza da un punto di vista storico. L’espediente  “Giovanni da Certaldo” mi ha consentito, così, una vaghezza maggiore per la quale è deducibile che il narratore sia Boccaccio, ma allo stesso tempo lascia spazio all’immaginazione e, attraverso un’inesattezza formale e cioè l’utilizzo di un “soprannome” ho avuto la possibilità di lasciare più interpretazioni aperte e risultare, contemporaneamente, storicamente più corretta.

Bibliografia

Giovanni Boccaccio, Decameron, a cura di A. Quondam, M. Fiorilla e G. Alfano, Rizzoli, Milano, 2013.

De Martino E., Sud e Magia, Feltrinelli, Milano, 1959

Nicola Caputo, De tarantulae anatome et morsu, Lecce, 1741

Chiriatti L., Nocera M. – Immagini del tarantismo – Galatina: il luogo del culto, Capone Editore – Lecce, 2002

Livraghi Verdesca Zain G., La partenza delle tarantate verso la cappella di San Paolo a Galatina nel Salento di fine Ottocento, in Spicilegia Sallentina, A. 2013, n. 10, pp. 45-49.

De Martino E., La  terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano, 1961.

Georges Lapassade, “Gente dell’ombra. Transe e possessioni”, BESA, cit. pag. 116.

Fabio Tolledi (a cura di), “Tamburi e coltelli. La festa di San Rocco, la danza scherma, la cultura salentina”, quaderni di Astragali, Lecce 1998

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