Anna Milanesio, in questa sua composizione, riscrive i proemi del Decameron di Boccaccio e dei Canterbury Tales, nell’ottica del corso di letterature comparate Il personaggio nella novella europea: Boccaccio e Chaucer (Prof.ssa Chiara Lombardi).
“Per questa riscrittura mi sono basata principalmente sui temi trattati nei prologhi e sulla rappresentazione di alcuni dei personaggi femminili tra i più innovativi. Ho inventato il personaggio di Ellen, una giovane domestica contemporanea a Boccaccio, che ha una grande passione per la lettura e mi sono immaginata che cosa scriverebbe se potesse inviargli una lettera.
Le donne del suo rango non godono del diritto all’istruzione, ma lei, spinta dalla passione e dalla curiosità, ha imparato a leggere da sola: di giorno, mentre faceva le pulizie, origliava le lezioni dei figli dei padroni e di notte, al lume di candela, tentava di leggere i libri presi dall’ampia biblioteca della villa. Metteva in pratica ciò che aveva ascoltato e le lettere che inizialmente apparivano sconnesse e slegate fra loro, dopo un po’di pratica iniziavano a unirsi formando parole di senso compiuto.
Tra i suoi sogni di bambina c’era quello scrivere libri che parlano di donne ed emancipazione, per poter essere la voce di tutte quelle che come lei non hanno nessuna possibilità di riscatto.”
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Ellen, reduce da una lunga e intensa giornata di lavoro, decide di uscire e per concedersi un breve momento di svago in questa fresca e umida serata primaverile, si reca nel suo posto preferito, dove è solita andare quando necessita di riflettere per ritrovare la propria pace interiore.
Prima di uscire si dà una sistemata, va in bagno e lo specchio le restituisce l’immagine di un volto stanco e stremato, ha solo 18 anni ma pare averne molti di più: i capelli una volta morbidi e di un biondo luminoso sembrano aver perso tutta la loro vitalità, sono ora crespi e del colore della cenere, anche gli occhi spenti sono segnati da borse scure.
Decide di indossare degli stivali robusti perché sembra che da un momento all’altro possa inaspettatamente iniziare a piovere, come è tipico che succeda in questo periodo.
Inizia a incamminarsi e dopo essersi arrampicata tra dei piccoli sentieri tortuosi che attraversano il bosco, ecco che arriva alla meta. In cima alla collina c’è una quercia millenaria, sotto cui si siede per osservare tutta Firenze che lentamente si spegne e si prepara alla notte, le radici fungono da cuscino e si sente avvolta dai rami come se fosse un caloroso abbraccio materno. Apre l’usurata borsa di tela che ha portato con sé e tira fuori due volumi i cui titoli sono “Decameron” e “Canterbury Tales”. Li ha visti appoggiati sul tavolo in salotto, appartengono al precettore dei bambini e non ha saputo resistere alla tentazione di sfogliarli: sin dalle prime righe ne è rimasta così affascinata che ha deciso di “prenderli in prestito”.
Prosegue con la lettura e quando i pensieri iniziano a farsi contorti sente il bisogno di dargli una forma e riordinarli, vorrebbe avere accanto i due scrittori così da poter dialogare e discutere con loro, apre dunque il suo diario nella prima pagina bianca e inizia a scrivere:
“Caro Boccaccio, mi sembra di ritrovarmi in un locus amoenus: i primi raggi del sole primaverile ancora deboli cercano timidamente di penetrare nella mia pelle e un piacevole calore si diffonde in tutto al corpo, dalla punta delle dita a quella dei capelli. L’erba sotto i miei piedi è così verde e soffice che sembra un tappeto, una brezza leggera mi spettina i capelli e trasporta con sé il dolce profumo dei fiori appena sbocciati, nel culmine della loro bellezza e fioritura. Il canto degli uccelli, lo scorrere del ruscello e il ronzio delle api che volano da un fiore all’altro trasportando il nettare si armonizzano, creando una sinfonia unica. Divento improvvisamente consapevole che è arrivata le primavera, con tutta la sua forza ed energia, ma mentre la natura segue il suo corso imperturbabile e continua a fiorire, l’ordine sociale è spezzato dalla peste: la vita del mondo prosegue, mentre la società fiorentina crolla. La ciclicità della natura alimenta nell’uomo una forma di speranza: l’illusione di poter rinascere a ogni primavera, sfuggendo all’idea di un tempo lineare e senza ritorno. È il vano tentativo di esercitare un controllo sul divenire, eppure il tempo dell’esistenza umana resta irrimediabilmente contrapposto a quello delle stagioni.
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