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Determinismo e milieu.

Un confronto fra l’Assommoir di Zola e Guerra e Pace di Tolstoj

di Saverio Pagliasso

Questa lettura propone un breve confronto fra l‘Assommoir di Zola e Guerra e Pace di Tolstoj in merito ai concetti letterari di determinismo e milieu

“Che significa tutto ciò? Per quale ragione ciò è avvenuto? Che cosa ha obbligato quegli uomini a incendiar le case e a uccidere i loro simili? Quali sono le cause di questi avvenimenti? Quale forza ha obbligato gli uomini ad agire in tal modo?”[1] Con tale interrogativo, nelle battute iniziali del ponderoso epilogo a Guerra e Pace, Tolstoj riassume l’enigma che anima, in maniera più o meno velata, l’intera vicenda narrata nel romanzo, ovvero le ragioni per cui il genere umano sia giunto a fare guerra a se stesso e a provocare immani disgrazie e infelicità. Si tratta di un quesito di interesse certamente storico, ma anche sociale, culturale e, per certi versi, “scientifico”, in quanto ogni capacità morale e intellettuale dell’uomo deve essere messa in campo per trovarvi una risposta soddisfacente.

Tale desiderio di verità, mutatis mutandis, è riscontrabile anche nell’attività letteraria degli autori del movimento del Naturalismo, a partire da uno dei suoi massimi esponenti, Émile Zola. All’interno del monumentale ciclo di romanzi dei Rougon-Macquart, lo scrittore francese si propone infatti in modo esplicito di indagare le ragioni scientifiche che conducono l’individuo ad evolversi e  ad agire in un certo modo, al di là della propria volontà individuale. Pertanto, pur con i dovuti e necessari distinguo (a cominciare dal dato tecnico che Tolstoj non fu mai accostato esplicitamente ai naturalisti), ciò che si effettuerà in questa sede sarà un confronto diretto fra Guerra e Pace e uno dei più noti lavori di Zola, l’Assommoir, al fine di rilevare concezioni, aspirazioni e nuclei di pensiero affini tra i due noti ed emblematici scrittori dell’Ottocento.

È forse utile, innanzitutto, richiamare alcune importanti riflessioni condotte da Zola in Le Roman Experimental, volume che fornisce una sorta di motivazione primaria e supporto concettuale al proprio lavoro di romanziere:

Eh bien! En revenant au roman, nous voyons également que le romancier est fait d’un observateur et d’un expérimentateur. […] Le romancier part à la recherche d’une vérité. […] Tout ce qu’on peut dire, c’est qu’il y a un déterminisme absolu pour tous les phénomènes humains. […] L’homme n’est pas seul, il vit dans une société, dans un milieu sociale, et dès lors pour nous, romanciers, ce milieu sociale modifie sans cesse les phénomènes. Même notre grande étude est là, dans le travail réciproque de la société sur l’individu et de l’individu sur la société.[2]

Per l’autore francese, singolo individuo e società si rapportano fra loro e si influenzano a vicenda, secondo regole scientifiche e necessarie che è compito di chi scrive indagare, per mezzo di un minuzioso e articolato lavoro di ricerca condotto sul campo. In tale impianto teorico, a svolgere un ruolo di primo piano è la nozione di “determinismo”, secondo la quale l’essere umano non sarebbe realmente dotato di libertà e autonomia nelle sue scelte di vita, ma apparirebbe, al contrario, spinto verso inevitabili azioni e scelte dal milieu sociale, economico e culturale in cui esso vive. Come in un vero e proprio esperimento, dunque, lo scrittore analizza i dati di partenza in suo possesso, vi inserisce la vita concreta dei personaggi e procede, infine, all’osservazione tecnica dell’evoluzione di questi ultimi, ipotizzando però già con un buon grado di sicurezza la dinamica del percorso.

Una simile visione dell’agire umano, peculiare del movimento naturalista, può tuttavia venire in parte paragonata alla filosofia di vita tolstoiana. Come rileva Barnhart,[3] la riflessione storica di Tolstoj si concentra in modo precipuo sulla volontà personale dell’individuo di determinare il proprio agire, ma l’autore giunge infine alla conclusione che essa non sia altro che un’illusione: ogni uomo, infatti, è condizionato dai vincoli necessari di spazio, tempo e causalità che lo circondano. Lo scrittore russo, al pari di Zola, sembra farsi qui anch’egli scienziato per analizzare il millenario quesito della libertà umana. Citando nuovamente dall’epilogo di Guerra e Pace: “Il problema consiste in ciò, che, guardando l’uomo come un oggetto di osservazione da qualsiasi lato – teologico, storico, etico, filosofico – noi troviamo una legge generale di necessità alla quale egli soggiace al pari di tutto ciò che esiste. Guardandolo invece di dentro a noi stessi, come ciò di cui abbiamo coscienza, noi ci sentiamo liberi.”[4] Solo un impulso intimo alla coscienza, quindi, rende il genere umano convinto di possedere un principio di autonomia, che si rivela però fallace tanto sul piano multiforme delle masse popolari, quanto su quello alto e nobile dei grandi condottieri; questi ultimi, in particolare, vengono trascinati dalla catena degli eventi esterni allo stesso modo dell’ultimo dei contadini o dei soldati del loro esercito.

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