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Antigona: La Madre Patria chiama!

Francesca Marino in questa riscrittura presenta il mito di Antigone nella Russia del primo dopoguerra.

Il lavoro è stato presentato nell’ambito del corso di Letterature Comparate, Le forme del sonetto, le forme del tragico: da Petrarca a Shakespeare (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“In questa mia riscrittura ho voluto adattare il mito di Antigone in un periodo storico molto intenso. Ho voluto far emergere particolarmente il dolore provato dalla giovane protagonista divisa tra la libertà di amare i suoi fratelli e la tirannia di chi governava in quel momento”

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Dialogo tra le sorelle Antigona e Ismiena.

Antigona
Basta! Basta! Per quanto ancora deve continuare questa tortura?
Qualche giorno fa eravamo sul corpo di nostro padre a versare le lacrime mentre sentivamo le nostre stesse urla e adesso ci ritroviamo di nuovo a dover sopportare tanto dolore…

Ismiena
Mia cara sorella purtroppo è questa la vita. Dobbiamo rassegnarci, la città di Volgograd è piena di disgraziati che da un momento all’altro potrebbero toglierti la vita a sangue freddo; è così, è questa la spietatezza, la rabbia e la disumanità che arriva con gli ordini da parte di Stalin.
Antigona mi raccomando stai attenta, ricordati chi è colui che dà gli ordini in questa città: Kreon. E’ un mostro e lo sai bene, anche se è nostro zio non si fermerà di fronte a nessuno, ucciderebbe anche la cosa più cara a lui.

Antigona
No! Ne ho abbastanza di queste sciocchezze.
Sorella io ti chiedo: perché i nostri fratelli sono stati ritenuti traditori? Solo perché hanno fatto sentire la loro voce? Perché hanno detto ciò che è giusto?
Non sono stati degnati neanche di una misera sepoltura, neanche un fosso ai piedi della collina. Tu li hai visti con i tuoi occhi, i loro corpi vicino al Volga, pronti ad essere trascinati via, senza alcuna dignità, dal fiume e dalle bestie.

Ismiena
Mia cara i nostri fratelli volevano solo andare via da questa città, trovare fortuna e realizzare i loro sogni ma ciò è ritenuto come un tradimento per la Patria e soprattutto per i Grandi che stanno al potere. Dunque adesso le nostre vite dovranno continuare anche senza di loro; sono sicura che troverai un uomo che ti sposerà con cui vivrai felicemente e non penserai più a tutto questo.

Antigona
Io non posso stare ferma a guardare.

Ismiena
Si che puoi, anzi, devi! Antigona basta seguire le leggi e andrà tutto bene; guarda che fine ha fatto nostro padre, guarda i nostri fratelli… vuoi lasciarmi da sola?

Antigona
Tu non capisci, io voglio rendere giustizia alla nostra famiglia, amo la mia patria ma… Non è giusto tutto questo.
Sorella se ami questa famiglia aiutami. Questa notte daremo degna sepoltura ai nostri fratelli che tanto ci hanno amato e difese fino all’ultimo dei loro giorni.

Ismiena
No sorella, io mi oppongo. Dobbiamo stare in silenzio, non fare niente, solo seguire le leggi emanate da Kreon, sai meglio di me che i corpi che vengono lasciati in riva al fiume devono rimanere lì e chiunque li tocchi farà la stessa fine.

Antigona
Sì, sono a conoscenza di questa legge, ma noi faremo tutto di notte, nessuna luce, solo quella della luna che risplenderà nei volti dei nostri amati fratelli.
Una sepoltura ai piedi della collina, dove un tempo ci riunivamo tutti insieme a leggere le pagine di Dostoevskij. Fallo con me, fallo, fallo, fallo!

Ismiena
Ora basta sorella, non lasciarti travolgere dall’irrazionalità, pensa prima di agire.

Antigona
Ho pensato abbastanza.

Intanto all’interno del Palazzo, il potente Kreon
stabilisce nuove leggi e impone la sua tirannia.

Kreon
Ora guardo la mia città, il mio popolo, sento il mio potere.
Adesso tutte le leggi emanate dovranno essere seguite e per nessun motivo devono presentarsi incongruenze o individui che non le rispettino. Esigo che entro il tramonto vengano appesi in tutta la città i cartelli con le leggi fondamentali; si fa come dico io altrimenti…la morte!
Sono arrivato fin qui grazie all’appoggio del grande Stalin a cui devo tutto, un grande uomo che darebbe la vita per la sua patria. Oh il nostro отец (padre)! Viva la Patria! Viva l’Urss!

Poche ore dopo…

Guardia
Kreon la informiamo che purtroppo tutte le guardie non sono riuscite a completare l’incarico dato da lei per la fine del tramonto. E’ colpa nostra.

Kreon
Incompetenti! Continuerete finché non avrete finito e se sarà necessario continuerete anche durante la notte. 
Ricordate di appendere nei dintorni del fiume una delle leggi fondamentali:

‘’любой, кто окажет честь и похоронит мертвого предателя, будет застрелен, а затем скормлен речным зверям’’

(‘’Chiunque darà dignità e sepoltura ai morti traditori verrà fucilato e successivamente dato in pasto alle bestie del fiume’’)

Durante la notte le guardie terminano l’incarico dato dal tiranno e Antigona attua la sua missione.

Antigona
Fratelli è questo che vi meritate, la dignità, la sepoltura, l’amore di una sorella.
E mentre scavo queste fosse penso a quanto sia ingiusto tutto questo; il silenzio che ormai trattenevo era così forte da spaccare la terra.
Giustizia! Giustizia! Giustizia!
Fratelli amati, nella fossa che ho scavato con le mie forze e le mie lacrime, terrete sempre accanto a voi la nostra citazione preferita di Dostoevskij:

‘’La gente spesso parla di crudeltà “bestiale” dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa.’’ [ i fratelli Karamazov].

Strano modo di morire vero? E’ quasi emozionante come la citazione più significativa per noi alla fine rispecchi tutto quello che stiamo vivendo.
Ultimo addio ai piedi della collina, tornerò qui quando i fiori che ho piantato sbocceranno e mi ricorderanno di voi. Ci incontreremo in весна (primavera).

Qualche istante dopo…

Guardia
Giovane donna lei è sporca di terra e oserei anche dire macchiata di peccato! Dovrà dare spiegazioni a Kreon.

Antigona
Non devo dare nessuna spiegazione! Lasciatemi libera!

La guardia porta Antigona davanti al giudizio di Kreon.

Guardia
Signore durante la notte ho scovato una giovane fanciulla ai piedi della collina Mamaev Kurgan sporca di terra, oserei dire che stesse seppellendo qualche suo caro.

Kreon
Guardia silenzio!

Antigona
E’ vero, ha ragione questa misera guardia. Ho seppellito i miei fratelli, sì quelli che lei chiama traditori solo perchè speranzosi in un differente futuro, quelli con cui condividete il sangue.

Kreon
Sciocca! Come osi dire una cosa del genere, io non sono come voi bestie traditrici.

Antigona
Sicuramente le bestie hanno meno crudeltà di lei.
Io e i miei fratelli siamo i Nikitin, nostro padre era Idip; le sembra familiare questo nome? Ebbene sì, le sto parlando proprio di suo fratello.

Kreon
Tu sei pazza! Guardie portate subito questa ciarlatana nelle stanze sotterranee, più tardi vedrò cosa farne.

La mattina seguente il giornale della città annuncia
l’imminente esecuzione pubblica di una giovane donna.

Ismiena
No! Non può essere lei, non può averlo fatto veramente; sciocca che sono io, dovevo fermarla, è colpa mia, non ho fatto niente, sono stata immobile…

Durante la notte precedente avviene però un fatto.

Antigona
Luna come sei bella, forse è l’ultima volta che ci vedremo da così lontane, forse presto ti raggiungerò.
Luna come sei bella, proprio come quei fiori che in primavera sbocceranno ma che io non vedrò mai; splendi di una luce non tua, fai di tutto per illuminare. Anch’ io ho fatto di tutto per i miei fratelli e per la giustizia, ah quanta giustizia brucia nel mio sangue.
Mia luna fa brillare la mia città, i suoi giardini, le sue case , le sue strade, le sue persone e le sue piante; fa sì che tutti si ricordino di me, anche se ho compiuto un gesto apparentemente sbagliato, ricorda a tutti che ogni persona ha una dignità e ha bisogno di essere ricordata.
Luna brilla sul mio giovane corpo e indica a mia sorella Ismiena il luogo di sepoltura.
Addio mia amata Volgograd ora sarò al fianco della luna.

La mattina le guardie vanno nelle celle da Antigona per portarla da Kreon.

Guardia:

Signore! Signore! La ragazza è morta, c’è sangue ovunque!

Kreon:

Siete sicuri?

Guardia:

Sì, è stato trovato un proiettile.

Kreon:

Sicuri che fosse suo? E’ veramente ferita o è una messa in scena?

Guardia
No Signore, la giovane riporta una ferita profonda al cuore.
E’ stata trovata una lettera accanto a lei su cui c’era scritto: ‘‘L’irrazionalità e l’amore mi hanno portata fino a qua, adesso metterò fine a tutto ma solo tramite la mia stessa mano, colei che mi renderà degna’’.

Kreon
Guardie…seppellite il suo corpo.

Bibliografia:

– Codovini Giovanni, Desideri Antonio, Storia e storiografia; dalla Belle epoqué a oggi.

– Dostoevskij Fedor, I fratelli Karamazov.

– Sofocle, Antigone .

Cieco sentimento

In questa composizione, Ambra Ceraldi racconta la storia d’amore tra Pierre de Ronsard e Cassandra Salviati, nata tra gli scaffali di una libreria di Blois di metà XX secolo, nell’ottica del corso di Letterature Comparate, Le forme del sonetto, le forme del tragico: da Petrarca a Shakespeare (Prof.ssa Chiara Lombardi).

Attraverso questa riscrittura ho avuto la possibilità di riscrivere il destino della coppia formata da Pierre de Ronsard e Cassandra Salviati: e se il rifiuto della donna derivasse da un’oscura profezia che minaccia la serenità dei due?

*

PREMESSA

Il racconto descrive il primo incontro tra Pierre de Ronsard e Cassandre Salviati, avvenuto nel XX secolo in una libreria di Blois. La donna, però, non è solo oggetto dell’amore del poeta francese, ma mantiene anche le caratteristiche di un noto personaggio mitologico: la profetessa Cassandra, della quale narrano Omero e Virgilio. Il rifiuto di Cassandre nei confronti di De Ronsard è qui legato ad un’oscura profezia che riprende la tragica storia di Edipo Re.

*

Vagava distratto tra le vie di Blois. Come ogni domenica pomeriggio, Pierre assaporava il suo pain au chocolat ancora caldo mentre pensava agli impegni della settimana successiva: documenti da catalogare, parenti a cui far visita, visite mediche che dovevano essere prenotate mesi in anticipo… programmava in maniera puntuale ogni singolo impegno mantenendo lo sguardo fisso di fronte a sé. Tutto, nella sua vita, era pianificato nei minimi dettagli, proprio come la passeggiata lungo Rue Anne de Bretagne che, da anni, rappresentava il momento conclusivo della sua settimana. Visitava il museo di Storia Naturale, lasciava qualche moneta al primo senzatetto che incontrava lungo il cammino e, infine, cercava classici che potessero arricchire la sua collezione nella libreria di Rue Saint-Lubin; era abituato a sfogliare solo le pagine dei volumi già in suo possesso per mantenere il brivido della sorpresa di quelli che, di lì a poco, avrebbe acquistato e poi letto sulla sua comoda poltrona.

Scriveva recensioni per un rinomato giornale letterario e sosteneva fortemente che comprare libri fosse parte del suo lavoro, ignorando l’esistenza delle biblioteche. Aveva un segreto che non avrebbe mai rivelato a nessuno: se scriveva una poesia della quale si sentiva particolarmente orgoglioso, decideva di pubblicarla in anonimato sul periodico seguita da un giudizio positivo scritto di suo pugno, rigorosamente firmato. P. De Ronsard, uno dei più grandi critici letterari del paese, era, paradossalmente, un poeta timoroso della disapprovazione altrui.

Confortato dalla familiarità degli scaffali e dei volti che lo circondavano, scelse con cura i due libri che avrebbe portato a casa con sé, prima di appoggiarli sul bancone ed estrarre dal portafoglio i soldi necessari a pagarli. Fu proprio in quel momento, mentre alzava lo sguardo dalla banconota per posare gli occhi sul vecchio e caro libraio Bernard, che incontrò la donna che avrebbe interrotto per sempre la monotonia delle sue giornate: Cassandre.

I capelli biondi e voluminosi sembravano essere baciati dal sole nonostante le nuvole e il petricore; le ciocche incorniciavano il volto chiaro in maniera così armoniosa che, per un solo secondo, Pierre pensò che Dio avesse voluto creare un individuo a immagine e somiglianza degli angeli solo per dare un assaggio agli uomini delle innumerevoli creature celestiali che avrebbero incontrato in Paradiso. Presto, però, gli occhi della giovane avevano smentito la sua teoria: neri pece, scuri come una notte priva di stelle o come il sonno senza sogni, la allontanavano dalle classica immagine dei messaggeri dagli occhi blu. Quello sguardo lo aveva catturato e disarmato a tal punto che tutto intorno a lui iniziò a perdere colore, forma e profondità, lasciando i due soli in mezzo agli altri o, almeno, così gli sembrava.

Infatti, soli non lo erano per niente e fu proprio il richiamo spazientito del cliente dietro di lui che lo riportò, improvvisamente, alla realtà.

“Per questi due libri sono cinque franchi”. La voce più soave che abbia mai sentito, pensava, incantato ad ammirare la bocca rosea che si incurvava in un sorriso di cortesia. Mentre porgeva i soldi direttamente nelle sue mani, pregava che il contatto durasse un istante in più di ciò che il galateo considera appropriato, che il tempo potesse fermarsi per permettergli di assaporare il momento con meno fretta.

“Qui c’è il resto, grazie per aver acquistato da noi”. Ogni parola sembrava essere il principio di una singolare melodia che Pierre avrebbe voluto ascoltare per l’eternità; fu proprio la necessità di udire ancora la sua voce a infondere coraggio all’ormai precoce  innamorato.

“La ringrazio. Bernard non c’è?”.

“Mio padre? Mi ha chiesto di sostituirlo per qualche ora, se vuole aspettarlo sarà di ritorno a breve. Si sieda pure qui”. Indicò una sedia in vimini poco lontana da lei.

La gioia di aver trovato facilmente una scusa per rimanerle accanto fu velocemente accompagnata da una sensazione di amarezza per non avere abbastanza tempo a disposizione, nonostante si chiedesse di quante ore, giorni, mesi avrebbe avuto bisogno per sentirsi pienamente soddisfatto.

Una volta seduto, attese impaziente il momento adatto per avviare una conversazione; desiderava ardentemente conoscere il nome della donna dagli occhi misteriosi e cupi che gli avevano rubato il cuore in pochi attimi. Aspettò che venisse servito l’ultimo cliente prima di chiederle informazioni sul padre, su qualche libro esposto in vetrina e, soprattutto, su di lei.

Si chiama Cassandre, continuava a ripetersi tra sé e sé. Cassandre, Cassandre, Cassandre; avrebbe voluto pronunciarlo più volte ad alta voce per confermarne la poeticità ma, per ora, si accontentava di aver impresso nella memoria il modo sensuale in cui le sue labbra si muovevano per articolare il nome.

Quando Bernard tornò, fuori era buio e la pioggia aveva rinfrescato l’aria; i due parlavano da ore, complici come solo gli innamorati possono esserlo. Ancora non lo sapevano, ma avevano appena concluso, tra una risata e un’altra, il primo di quelli che sarebbero diventati incontri abituali.

Dopo quella sera, infatti, Pierre passava a trovarla durante la pausa pranzo o appena uscito dall’ufficio; la ragazza selezionava per lui alcuni libri che avrebbe voluto commentare insieme, finché, in poco tempo, gli appuntamenti non si spostarono fuori dalla libreria. Passeggiavano mano nella mano in vicoli che nessuno dei due aveva mai visitato e passavano le domeniche pomeriggio stesi sul prato abbracciati. L’uomo sentiva di aver ormai abbandonato la prevedibilità che caratterizzava le sue giornate, trovando in Cassandre una musa ispiratrice per le poesie che tanto voleva tenere nascoste al pubblico francese. I versi portavano tutti il suo nome:

Nature ornant Cassandre, qui devoit
De sa douceur forcer les plus rebelles,
La composa de cent beautez nouvelles,
Que dès mille ans en espargne elle avoit…¹

Ma come fa presto l’amore a svanire, quando colui che ne scrive non trova più luce negli occhi di chi lo ispirava. Così, come la scintilla dell’intesa li aveva presto legati, ora essa sembrava pronta a spegnersi da un momento all’altro senza alcuna spiegazione.

Cassandre appariva più distante e silenziosa; non riusciva ad incrociare lo sguardo di Pierre neanche per pochi minuti che subito il volto mostrava un’espressione sconsolata.

“Non possiamo più vederci”. Furono le ultime parole che gli rivolse prima di allontanarsi con il viso rigato di lacrime. La donna che aspettava da anni, sua musa, amica e amante; gli pareva, quasi, che il mondo se la fosse inghiottita, che la loro storia fosse stata il frutto di un’immaginazione derisoria.

Passava le giornate a interrogarsi sulle ragioni che l’avevano portata al disinnamoramento senza spiegazione alcuna. C’era un episodio, di poco spessore, forse irrilevante agli occhi degli altri, che tornava continuamente alla mente dell’uomo come i motivetti delle pubblicità televisive; sdraiati sul prato, in silenzio, di domenica pomeriggio, Pierre celebrava la bellezza di Cassandre tra le pagine del suo taccuino. Ne descriveva la bocca come un ricco giardino colorato e gli occhi come causa del suo batticuore.² Cullato dalla tranquillità del tocco della donna sulla schiena e dal profondo sentimento che covava per lei, sentiva di poter finalmente dar voce alle sue poesie, di poter condividere con l’amata i versi che ne esaltavano la bellezza. Ma le sue rime non sembravano averla ammaliata: lo sguardo era più cupo parola dopo parola, le mani giacevano ora sul grembo e non cercavano più il contatto con il corpo del poeta. L’amore della donna appariva essersi esaurito in un solo colpo, come se i suoi sentimenti fossero stati forniti di batterie che ora non riuscivano più ad essere caricate.

Pierre non riusciva ad eliminare dalla testa l’angosciante pensiero che la donna si fosse allontanata da lui perché ne aveva sopravvalutato il valore intellettuale fino alla lettura delle sue poesie. Si rimproverava per aver pensato, anche solo per poco, che i suoi versi potessero lusingare l’amata; probabilmente, invece, avevano solo contribuito a farla riflettere su quanto i due fossero diversi: lei, brillante e seducente, lui, soporifero e insignificante.

Ovviamente, si trattava solo di una supposizione, di un pensiero ossessivo che doveva, però, necessariamente trovare risposta nelle parole di Cassandre. Per ritrovare la tranquillità doveva far luce sull’enigmatica separazione. Passò le settimane successive ad aspettarla in libreria, chiedendo, di tanto in tanto, a Bernard di rivelargli dove si trovasse la figlia; una sera, arreso all’idea di non vederla mai più, ecco che se la ritrovò davanti agli occhi più incantevole che mai.

“Non crederai mai a quello che ti dirò, anche se non potrei mai essere più sincera di quel che sono in questo momento”. Furono le prime parole pronunciate da Cassandre dopo le suppliche di chiarimento pervenute dall’uomo. Proseguì, poi, parlando di un dono, di una dote che la contraddistingueva fin da piccola e che non sembrava aver mai prodotto risultati positivi: il potere della profezia.

“Quando hai letto quei versi, non sapevo come reagire. Ero poco più che una bambina quando papà mi rivelò che le donne della mia famiglia erano accomunate dalla capacità di prevedere il futuro. La prima visione avvenne a dieci anni mentre leggevo un libro: il protagonista stava affrontando il lutto di una persona a lui cara e io vidi chiaramente come sarebbe avvenuta la morte di mia nonna e come si sarebbe svolto il funerale; a tredici anni lessi una lettera d’amore che un compagnetto di scuola mi aveva dedicato e nella mente mi apparvero le immagini del suo matrimonio con un’altra donna. Ciò che leggo, o che viene letto per me, si trasforma in un preciso ritratto di cosa ci riserverà il futuro e la tua poesia non prevedeva per noi un lieto fine”. Si era allontanata per amore. Aveva preferito soffrire per evitare ciò che il destino aveva in riservo per gli innamorati: Pierre sarebbe morto per mano di Cassandre. Lo aveva visualizzato in maniera così precisa che l’era sembrato di essere seduta al cinema davanti a uno schermo ad alta risoluzione. Il fato non voleva risparmiare due anime che si erano scelte per caso, interrompendo tragicamente qualsiasi principio di felicità che i due iniziavano genuinamente a provare.

Com’è terribile conoscere, quando conoscere non giova a chi sa.³ Se la profetessa lo sapeva bene, Pierre, invece, non riusciva ad accettare la verità confessata dalla donna. Cercava spiegazioni più razionali e, anzi, sentiva emergere dentro di sé un profondo senso di umiliazione, come se avesse d’un tratto realizzato di aver condiviso il proprio tempo con una persona che non riconosceva più: come poteva Cassandre riuscire a mentirgli guardandolo negli occhi? Forse non aveva mai avuto modo di conoscerla davvero a fondo, troppo ipnotizzato dal suo aspetto di angelo dalle pupille nere. Capiva, finalmente, perché per lei era stato facile abbandonarlo in poco tempo: dal loro primo incontro, non era mai stata sincera; per quanto si sforzasse di ricordare gli aspetti della donna che lo avevano sedotto, la mente rimaneva vuota, colorandosi di rosso rancore e accusandola di stregoneria: Cassandre lo aveva conquistato indossando la maschera di una ragazza che non era; fingere era la sua professione e, stanca di lui e pronta a mietere nuove vittime sul suo cammino, era ricorsa ad altre menzogne per giustificare il suo rifiuto. Aveva, insomma, masticato e poi sputato l’animo dell’uomo, riducendolo al fantasma di se stesso.

Dimenticarne i pregi era stato semplice, dimenticare lei lo era meno. Pensare di non pensarla era diventata l’attività preferita di Pierre che, ormai, aveva ricominciato a pianificare le giornate secondo un calendario che non gli permetteva di riposare e fermarsi a riflettere o ad affliggersi. Non tollerava il mal d’amore e ancora meno sopportava di essere l’unico, tra i due, a disperarsi.

Dopo le lunghe giornate di lavoro, trovava appagamento solo al Bar Fleur de Loire, dall’altra parte del fiume; la testa sembrava diventare più leggera ad ogni sorso, fino a quando i bicchieri vuoti sul bancone non diventavano due, quattro, sei – la diplopia da alcolici gli faceva pensare di essere riuscito a berne addirittura dodici -. Sembrava l’unico modo per smettere di sentire il nome di Cassandre ripetuto nella testa. Solitamente, la nottata si concludeva con un breve riposo sulle poltrone del locale, le minacce del proprietario che gli intimava di tornare a casa perché doveva abbassare le serrande, una camminata fino a casa, una doccia e una camminata fino all’ufficio; e così da capo. Se si fermava a pensare a quanto fosse cambiata la sua vita dall’incontro con la donna dai capelli biondi, rideva al pensiero di essere rimasto quello di sempre anche dopo essere stato svuotato della sua energia: era intrappolato, nuovamente, in una routine.

A Blois gira ancora voce che quando ha esalato l’ultimo respiro, abbia urlato il nome di Cassandre. Lo ritrovarono alcuni mercanti che avrebbero montato le bancarelle in Place du Château di lì a poco; erano le sei del mattino di una domenica d’inverno. La causa della morte fu assideramento: camminando dal bar verso casa, il sonno non gli permise di aspettare di giungere in un posto caldo prima di chiudere gli occhi e si addormentò appoggiato a un albero, sotto la neve. La lapide lo ricordava ancora come il più grande critico francese del Ventesimo secolo; non avrebbe mai più potuto trovare il coraggio per pubblicare le sue poesie firmate e farsi acclamare come Principe dei poeti, un titolo che sognava di ricevere entro la vecchiaia. L’amore era stato la sua rivincita e la sua condanna. Era morto per mano di Cassandre, come affermava la profezia; le dedicò il suo ultimo respiro: forse per dichiararla colpevole, forse per ammettere a se stesso che la donna non gli aveva mai mentito.

L’amata non partecipò al funerale. Sapeva che le immagini che le si sarebbero proposte davanti agli occhi sarebbero state un déjà vu di quello che, poco meno di un anno prima, aveva visto proiettato davanti a sé in maniera nitida. Aveva continuato a cercare, tra i suoi pretendenti, il volto di Pierre, sperando di poter essere la musa di altre poesie così profonde e impregnate d’amore; ma non era successo. La rincuorava solo la consapevolezza di averlo salvato allontanandosi da lui, convinzione che si era rivelata errata. Se, infatti, è vero che il destino può essere predetto, è altrettanto vero che esso non può essere cambiato, come hanno dimostrato i vani tentativi di coloro che hanno provato a rifiutarlo.

Due giorni dopo, Cassandre si accecò con la fibbia di una cintura trovata nell’armadio; nulla ormai poteva più essere dolce vedere.⁴ Le visioni, forse, non si sarebbero più presentate, o, perlomeno, non si sarebbero più confuse con la vita reale. Imparò a non sfidare il fato, ad abbracciare le sue scelte e a non rivelarle ad altri; ma non si innamorò mai più e dedicò la sua vita ad aiutare i senzatetto, cosicché a Blois nessuno più morisse per ipotermia. Le domeniche pomeriggio erano, invece, interamente dedicate alla libreria.

I due innamorati rimasero vittima di un destino inevitabile che gridava al dolore e alla tragedia, intrappolati nelle conseguenze di una profezia che portava il loro nome.

È un peccato che, ormai cieca, Cassandre non poté mai leggere il libro che Pierre aveva scritto per lei; Amours de Cassandre giaceva ammuffito in un vecchio cassetto messo all’asta e mai comprato. La giovinezza della donna sarà celebrata per l’eternità dai versi che il poeta le dedicò quando, spensierati, passeggiavano mano nella mano; come ha deciso il fato, fra qualche anno l’umidità scolorirà le parole e la carta perderà spessore. Ma l’intensità del sentimento troverà sempre il modo di riempire le pareti di una stanza quando il taccuino verrà aperto o quando Cassandre inizierà a raccontare: “Vagava distratto tra le vie di Blois. Come ogni domenica pomeriggio…“.

NOTE

  1. Premier livre des amours. Amours de Cassandre di Pierre de Ronsard (1560), Sonetto II.

(La natura Cassandra ornando

che con la sua dolcezza i più ribelli doma

di infinite bellezze novelle ricrea

che da mille anni aveva risparmiato…)

  1. Premier livre des amours. Amours de Cassandre di Pierre de Ronsard (1560), Sonetto VI, Ces liens d’or, cette bouche vermeille
  1. Edipo Re di Sofocle (430-420 a.C.), vv. 316-317.
  1. Edipo Re di Sofocle (430-420 a.C.), vv. 1251-1279.

BIBLIOGRAFIA

  • Il mito di Cassandra: Omero, Iliade; Omero, Odissea; Virgilio, Eneide; Euripide, Le Troiane.
  • Edipo Re di Sofocle (430-420 a.C.)
  • Premier livre des amours. Amours de Cassandre di Pierre de Ronsard (1560)

Il manoscritto perduto, alla scoperta di Ronsard

Nella seguente riscrittura viene riportato uno scambio epistolare e un articolo immaginari a seguito di una scoperta straordinaria. Il lavoro è stato presentato da Francesco Fornaseri per il corso di Letterature comparate, Le forme del sonetto, le forme del tragico: da Petrarca a Shakespeare(Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Nella seguente riscrittura ho cercato di fornire lo scenario verosimile dell’ipotetico ritrovamento di un manoscritto originale del poeta Pierre de Ronsard. La scoperta viene fatta in un paese della Francia in cui visse l’autore e il ritrovamento coincide con l’anniversario dei cinquecento anni dalla sua nascita.”

*

Caro Jacques,

Spero che questa lettera ti trovi in buona salute e serenità. Ti scrivo con una notizia che potrebbe suscitare il tuo interesse, considerando la tua passione per l’archeologia e la ricerca di reperti antichi che raccontano storie dimenticate. 

Mi trovavo, secondo la mia routine quotidiana, nella parrocchia della chiesa a cui sono stato ultimamente assegnato (La Madaleine, qui a Vendôme) a sistemare la vecchia cantina quando ho fatto una scoperta che potrebbe essere di interesse per te e per la tua fervida curiosità verso il passato.

Tra i vecchi scaffali polverosi e oggetti dimenticati da anni, ho trovato un reperto che sembra essere un antico manoscritto o, per meglio dire, un frammento di uno. È stato un ritrovamento inaspettato, un pezzo di storia che sembrava attendere pazientemente di essere scoperto.

Mi ha colpito particolarmente la sua natura fragile e il modo in cui le parole scritte con cura su pergamena sono sopravvissute al passare dei secoli. Non sono un esperto in materia, ma sembra trattarsi di un testo molto antico, forse risalente a diversi secoli fa.

Le righe scritte con inchiostro sbiadito sembrano raffigurare un antico canto o una poesia. È possibile che possa trattarsi di una qualche composizione religiosa, dato il contesto in cui è stato trovato, ma non posso escludere altre possibilità.

Riesco a leggere solamente alcune parole che mi riconducono però a tutt’altro contesto: rais, Amour, les yeux de ** dame e Archer (che si ripete due volte).

Riconosco che il mio interesse per questo ritrovamento è nato anche dal desiderio di capire meglio la storia della nostra chiesa e della comunità che l’ha preceduta. Ecco perché ho pensato a te, sapendo quanto tu sia appassionato nell’esplorare il passato attraverso reperti simili e quanto il tuo lavoro lo preveda.

Se ritieni che possa essere di interesse per i tuoi studi o se hai qualche collega che potrebbe offrire ulteriori informazioni o analisi su questo frammento, sarei più che felice di condividerlo con te per ulteriori esami.

Attendo con ansia la tua risposta e la tua opinione su questa scoperta. Spero che possa rappresentare un nuovo capitolo nella comprensione della nostra storia locale.

Con stima e cordialità,

tuo amico e parroco di Vendôme, Francois.                                                                                11 settembre 2024

Caro amico,

La tua lettera è stata una piacevole sorpresa. Sono entusiasta all’idea di poter esaminare personalmente questo affascinante reperto che hai scoperto nella cantina della chiesa. La storia nascosta dietro questi antichi manoscritti è sempre stata fonte di grande fascino per me.

Ti avverto, potresti avere tra le mani un oggetto di grande rilevanza: data la tematica amorosa potrebbe essere una poesia di un importante autore del 1500 o 1600 francese come Marot, Pierre de Ronsard o Pontus de Tyard!

Sto facendo il possibile per raggiungerti al più presto possibile. Ho già preso le misure necessarie per organizzare il mio viaggio e non vedo l’ora di gettare uno sguardo su quel frammento di storia.

Ti terrò aggiornato sui dettagli del mio viaggio e ti garantisco che arriverò non appena possibile. Grazie ancora per questa straordinaria opportunità.

Con sincera amicizia,

Jacques.                                                                                                                                       19 settembre 2024

Le Figaro                                                   25/09/24             

Un sonetto inedito di Pierre de Ronsard ritrovato da un prete in una chiesa a Vendôme

Di Antoine Matuidi

Vendôme, Francia – Un’emozionante scoperta ha lasciato sbalorditi gli studiosi e gli appassionati di poesia: il manoscritto originale di un celebre sonetto attribuito al celebre poeta rinascimentale francese Pierre de Ronsard è stato ritrovato in una chiesa qui dal prete della parrocchia di Vendôme.

Il reverendo Francois Clauss, responsabile della chiesa locale del piccolo paese di Vendôme, ha fatto questa straordinaria scoperta durante una recente opera di restauro all’interno della struttura religiosa. Mentre esaminava una vecchia cassa di libri e manoscritti dimenticati, ha trovato un antico manoscritto che sembrava risalire a secoli addietro.

All’interno di questo volume, tra pagine ingiallite e polvere accumulata nel corso del tempo, giaceva un frammento di pergamena contenente ciò che sembrava essere un sonetto inedito di Pierre de Ronsard. L’opera è stata riconosciuta come il celebre sonetto III dell’opera Les Amours dell’autore rinascimentale.

Il reverendo Clauss, sorpreso e al contempo emozionato dalla scoperta, ha espresso la sua gratitudine allo storico e amico Jacques Digne, che ha permesso il riconoscimento del sonetto.

Il sonetto riflette la struggente dualità di essere affascinati dalla dolcezza e dalla passione dell’amore, pur subendo la sofferenza e la struggente bellezza di esso. Riprende a pieno il modello petrarchesco molto diffuso all’epoca.

Così recita la poesia:

Entre les rais de sa jumelle flame
Je veis Amour qui son arc desbandoit,
Et dans mon cœur le brandon espandoit,
Qui des plus froids les mouelles enflame:
     

    Puis en deux partes près les yeux de ma Dame
Couvert de fleurs un reth d’or me tendoit,
Qui tout doré blondement descendoit
A flots crespu sur sa face pendoit             
    

     Qu’eussaé-je fait ? L’Archer estoit si doux,
Si doux son feu, si doux l’or de ses nouds,
Qu’en leurs filets encore je m’oublie.
     

      Mais cest oubly ne me travaille point,
Tant doucement le doux Archer me poingt,
Le feu me brusle, et l’or crespe me lie.

Pare infatti che il poeta, dopo i successi alla corte francese di Enrico II, Francesco II e Carlo IX, per via dei crescenti problemi di salute da cui era affetto, scelse di passare i suoi ultimi anni di vita lontano dai fasti di palazzo, soggiornando nella sua casa a Vendôme.

“Il potere e la bellezza della poesia possono sorprendere in modi inaspettati. Ritrovare un manoscritto originale di un maestro come Pierre de Ronsard in un luogo così sacro è un evento che mi ha lasciato senza parole”, ha commentato Digne.

La notizia di questo ritrovamento ha già suscitato grande interesse tra gli accademici, gli amanti della letteratura e gli storici, e molti si attendono con impazienza ulteriori analisi e studi approfonditi per datare esattamente il manoscritto.

Si dà il caso che la scoperta di questo sonetto di Ronsard sia avvenuta esattamente 500 anni dopo la nascita dell’autore (11 settembre). Il ritrovamento rappresenta un momento che offre una nuova prospettiva per apprezzare e comprendere ancora di più il genio poetico di uno dei grandi maestri della letteratura francese.

Bibliografia:

Pierre de Ronsard, éd. critique par Paul Laumonier, Paris, Didier, 1935. Ed. it di rif. Amori, a cura di C. Greppi, Milano, Mondadori, 1990. Wikipedia Pierre de Ronsard: https://it.wikipedia.org/wiki/Pierre_de_Ronsard

…TUA, B.

Schettino Martina, in questa sua composizione, rielabora il concetto di colpa e peso della coscienza sotto forma diaristica, riportando i pensieri più intimi e profondi di una giovane protagonista, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B mod. 1 Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto… è stata solo una mia percezione?”

*

22/09/2022

Caro Diario,

Eccomi, sono arrivata nella mia nuova casa! Finalmente, non vedevo l’ora!. L’Inghilterra è spettacolare, sono così contenta di essere qui. L’appartamento non è grandissimo ma ho un’intera, spaziosissima parete per la mia libreria. La mia coinquilina, Lizzy, è molto simpatica. Mi ha fatto fare un tour della casa e mi ha già dato qualche informazione sulle varie feste che i suoi amici hanno in programma. Per ora voglio concentrarmi sulla sistemazione della mia roba e voglio prepararmi per l’inizio delle lezioni. Mancano solamente due settimane; mi sento agitata ma al tempo stesso sono emozionata. È il mio sogno da sempre! Oxford! Ancora non ci credo, che gioia! Datemi un pizzicotto o crederò ancora di essere in un sogno. Adesso vado, ne approfitto per chiamare mamma ora che Lizzy è sotto la doccia
Tua, B.

07/10/2022

Caro Diario,

sono tornata, prima settimana di lezioni. Ho smesso di scrivere per un po’… mi dispiace, so bene che la scrittura mi aiuta tanto, eppure in questi giorni sono stata così impegnata. Tra l’inizio delle lezioni e le presentazioni ai tantiamici di Lizzy (dire tanti è un eufemismo, non so come questa ragazza riesca a intrattenere tutti questi rapporti sociali, costantemente…), non ho avuto un attimo di tregua. L’appartamento è finalmente sistemato, io e Lizzy lo abbiamo reso molto carino. Anche a mamma piace molto. Ho ancora una lezione per oggi, storia inglese. Il professore è simpatico e si vede che mette molta passione in quello che fa. Abbiamo iniziato dalle origini della storia inglese, dai Britanni alla conquista dell’Impero romano. Una settimana stancante ma molto produttiva; la professoressa di English ci ha già assegnato un saggio da scrivere su Beowulf… vado a lezione.

h. 19 sono in camera, Lizzy è appena tornata con il suo fidanzato, non sembra che le cose vadano molto bene tra loro. Lei piange, penso stiano per chiudere la relazione, mi ha confidato che è da qualche tempo che le cose tra loro non vanno bene.

10/10/2022

Jordan e Lizzy non si sono lasciati. Io sono a metà del mio saggio di Beowulf e in ritardo per la mia lezione di Storia Inglese ciaoo.

11/10/2022

Caro Diario,

ho dormito male questa notte; Lizzy è tornata tardi e ha fatto molto rumore, penso avesse bevuto troppo la sera. Continuava a ripetere un nome, o meglio, continuava a biascicare un nome, storpiando tutte le lettere che lo compongono; strano…

   13/10/2022

“If you could hear at evert jolt, the blood
Come gargling from the fourth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues, –
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
the old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”

Wilfred Owen, uno dei war poets che preferisco in assoluto. La potenza delle parole con cui esprime il suo disprezzo verso i finti ideali sociali del tempo mi provoca sempre un’emozione indescrivibile. Spero un giorno di riuscire ad esprimermi in maniera così decisa ma allo stesso tempo elegante come Owen.

Il saggio è quasi terminato; per essere il primo vero saggio che io abbia mai scritto, sono abbastanza soddisfatta. Lizzy mi ha aiutata con alcune parti più tecniche, sto ancora perfezionando la mia scrittura saggistica. Ultimamente non sta molto bene, non capisco bene cos’abbia… sembra sempre sull’orlo di una crisi o un pianto, è spesso nervosa e molto moody. Quando provo a chiederle di parlarne ha come un sussulto e cambia velocemente umore e argomento, come se tutto il malumore che c’era non fosse mai esistito, se non nella mia testa. Questi suoi comportamenti mi confondono, non capisco perché si comporti così. Anche Jordan si fa vedere sempre meno in casa. Sarà successo qualcosa tra loro?

 15/10/2022

Finalmente è sabato! L’Università è stancante, un ambiente completamente differente da quello del liceo e gli ambienti scolastici inglesi sono così lontani da quelli italiani. All’inizio è stato veramente difficile ambientarsi, ma ho trovato delle persone fantastiche che non mi hanno fatto sentire sola un solo istante. Posso dire di essere la felicità fatta persona!

16/10/2022

Diario,

questa notte è successo qualcosa a Lizzy… è tornata nuovamente molto tardi a casa, piangeva e continuava a ripetere a qualcuno dall’altra parte del telefono che non poteva più sopportare questa situazione, era stanca e voleva solo dormire. Sono sinceramente preoccupata, ma come sempre non ha voluto parlarmene; neanche quando le ho detto che avrei provato ad aiutarla in ogni modo si è voluta liberare del peso che porta nel cuore. In effetti, ora che ci penso… inizialmente non ci ho fatto molto caso, ero stanca, appena sveglia e nel bel mezzo della notte. Ma ora, ripensandoci… mi ha risposto che a quel punto neanche Dio avrebbe potuto aiutarla. Ho un brutto presentimento, molto brutto…

21/10/2022

La situazione sta diventando sempre più strana. Lizzy è tornata quella di prima. Sorridente e spensierata com’era i primi giorni in cui ci siamo conosciute. È tutto sempre più strano. Come sono strane le persone che sta iniziando a frequentare. Si è allontanata da tutti i suoi amici e ora si è avvicinata ad un gruppo di persone… diverse. Non ho una bella sensazione.

Questa sera il professore di storia inglese non ci sarà a causa di un impegno, questo mi dà il tempo di completare un nuovo saggio a cui sto lavorando per il corso di Poesia e una relazione per il corso di Letteratura Americana. Quest’anno il professore vuole concentrarsi sulla letteratura di Hemingway. Adesso stiamo affrontando “The old man and the sea”; ho finito da poco la lettura di questo racconto spettacolare. Quanto mi affascina la scrittura di questo autore, non vedo l’ora di approfondirlo.

Sono in biblioteca, ho bisogno di prendere in prestito alcuni libri per vari corsi. Sinceramente non me la sento di tornare a casa, con Lizzy e quelle persone… mi mettono i brividi. Non capisco, è una sensazione che ho provato non appena hanno messo piede nell’appartamento…

Appunto di Lizzy ritrovato in un quaderno universitario:

Sadness.
Hopes.
Will she trust me again,
After all the things I’ve done?
-E.

09/11/2022

Diario,

sono finalmente più libera dagli impegni universitari; saggi, scritti critici, composizioni. D’altro canto però, Lizzy mi preoccupa sempre di più e occupa quasi tutti i miei pensieri. Ultimamente non torna a casa a dormire, non risponde a chiamate o messaggi e quando, dopo giorni, torna, la trovo sempre più smagrita, stanca, con profonde occhiaie scure sotto gli occhi. Anche Jordan è sempre meno presente, raramente lo incontro in casa… è successo solo poche volte e l’ho trovato profondamente cambiato. Non fisicamente, non è un cambiamento apparente. È qualcosa nella sua persona che sembra diverso, forse nel suo sguardo, nei piccoli movimenti che inconsciamente una persona compie quando si trova in un luogo dove non vorrebbe essere.

Forse sto sognando tutto, forse nulla di ciò che ho scritto sopra è reale; sarò influenzata dalla preoccupazione che provo per Lizzy…

15/11/2022

Abbiamo iniziato Shakespeare al corso di Letteratura Inglese! I’m not gonna lie, è uno dei miei autori preferiti. Sono affascinata dalle tragedie; è un mondo meraviglioso, ricco di piccoli dettagli che rendono la scrittura di Shakespeare così incredibilmente significativa. Tra pochi giorni inizieremo Macbeth. Ricordo ancora la prima volta che approcciai quest’opera. Ero nella mia vecchia camera, tra le mani il volume delle tragedie shakespeariane preso dalla biblioteca di mio nonno. Pagina dopo pagina, la fermezza e la perseveranza di Lady Macbeth hanno catturato la mia attenzione sin dall’inizio. È una donna che non si è lasciata intimorire da nulla, né sovrastare dal predominio del potere maschile che al tempo regnava sovrano nella società. Queste sono, però, le stesse caratteristiche che l’hanno portata alla rovina. Lady Macbeth non sopportava il peso del delitto che lei e il marito avevano progettato e commesso, nei confronti di un uomo buono e gentile.

Lady Macbeth si toglie la vita, consumata dalla sua stessa sete di potere.

20/11/2022

Domenica, il mio giorno preferito della settimana. Ho finalmente recuperato qualche ora di sonno perso in questi giorni di lezioni interminabili.

Ieri sera ho deciso di parlare con Lizzy; la situazione stava diventando insostenibile. Ci siamo confrontate a lungo; mi ha spiegato che tutte quelle persone sono amici di Jordan, conosciuti in un nuovo centro per artisti che aveva scoperto qualche mese prima. Mi ha anche confidato che per “entrare” in questo gruppo bisogna affrontare una cerimonia di iniziazione. Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto. È stato un solo attimo, poi ha continuato a parlarmi come se nulla fosse successo. È stata solo una mia percezione??

La detective Campbell chiuse il piccolo oggetto che da ore stava sfogliando, ripetutamente, in cerca di un indizio, una traccia qualsiasi che potesse condurla a comprendere l’accaduto. Questo diario dava molti spunti di riflessione alla giovane detective; Miriam ripensò al lungo interrogatorio di Jordan Foster, il fidanzato di Elizabeth Wright. Pensieri veloci scorrevano nella mente della detective. Tra le mani aveva uno dei casi più difficili a cui avesse mai lavorato; si sentiva pronta, eppure l’agitazione penetrava ogni suo muscolo. Ogni cellula del suo corpo fremeva. Voleva chiudere il caso; le famiglie delle vittime erano distrutte, le si stringeva il cuore ripensando alle lacrime dei genitori quando aveva comunicato loro la notizia; lei però doveva concentrarsi. Lo doveva a loro; lo doveva a quelle povere ragazze.

La scena del delitto era già stata controllata più e più volte, dalla stessa Miriam e da altri poliziotti dello Scotland Yard presenti durante le indagini. Secondo le ricostruzioni, non ancora ufficiali, della vicenda, il giovane si era introdotto nell’appartamento di sera con la scusa di recuperare dei vestiti dalla camera della fidanzata. Secondo i programmi, sarebbero dovuti andare a cena fuori e poi si sarebbero trovati con degli amici di lui, probabilmente gli stessi amici descritti nel diario di Beatrice.

Jordan affermava di aver trovato le due ragazze già morte quando era entrato in casa, usando le chiavi che Elizabeth gli aveva lasciato. Il ragazzo restava comunque il principale sospettato. Chiudendo il diario, Miriam si rese conto dell’ora. Le 2:20 del mattino. Non riuscì a dormire quella notte. Le stava sfuggendo qualcosa, ne era sicura; un pezzo di quell’infinito puzzle che era la verità le mancava, solo che non sapeva come e dove cercarlo.

L’indomani si recò sul luogo delle indagini. Prima di entrare nell’appartamento fece un respiro profondo. Entrando, notò subito la scientifica alle prese con il soggiorno, dov’erano stati ritrovate le due ragazze. Sentiva ancora quella sensazione della notte precedente; la verità stava lentamente scivolando via. Miriam decise di controllare nuovamente quel posto, come se non fosse mai entrata lì prima, come se fosse la prima volta. Doveva concentrarsi su ciò che non era ovvio o scontato.

Ripensando al diario di Beatrice, decise quasi involontariamente di dirigersi verso la libreria del salotto. “Una bella collezione” pensò subito, sfiorando con le mani guantate i dorsi dei libri perfettamente ordinati. L’occhio le cadde sulla collezione dei volumi di Shakespeare; la detective ricordò che Beatrice stava studiando Shakespeare all’Università in quel periodo. Si recò verso quella sezione e notò un buco tra il “King Lear” e “Anthony and Cleopatra”. Non era mai stata appassionata di letteratura, e di certo non poteva sapere quale opera shakespeariana mancasse alla collezione. Si sfilò velocemente il guanto e cercò su Google la lista completa delle opre dell’autore inglese. Controllò i libri uno ad uno, fino ad arrivare al volume mancante; Macbeth. Nella libreria non era presente. Poteva trovarsi solo in camera di Beatrice. L’istinto di Miriam le suggeriva che valeva la pena seguire questa pista, e così fece. Andò in camera della ragazza e lo vide, impilato sulla scrivania insieme ad un sottile libricino di Hemingway e altri volumi. Senza pensare, come se fosse guidata da una forza esterna, aprì il libro. Un piccolo pezzo di carta scivolò sul pavimento, silenzioso. Inizialmente non fu notato da Miriam e rimase lì, sul pavimento. Nel frattempo la detective, sfogliando le pagine e leggendo distrattamente le varie note scritte a mano ai margini, notò che una pagina era stata segnata.

SEYTON

The queen, my lord, is dead.

MACBETH

She should have died hereafter.
There would have been a time for such a word-
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow.
Creeps in this pretty pace from day to day
To the last syllable of recorded time;
and all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.

Una lacrima scese lungo la guancia di Miriam. Quelle parole l’avevano colpita profondamente, ma la nota a margine che accompagnava quei versi le fece gelare il sangue:

My time is coming
sooner than I thought.

Questa era la stessa scrittura del diario, la scrittura di Beatrice. La ragazza era consapevole di essere in procinto di morire? Se sì, com’era possibile? Qualcuno l’aveva minacciata? Jordan? Uno dei suoi amici? Elizabeth aveva cercato di avvertirla in qualche modo?

Chiuse il libro e si appoggiò alla scrivania; mille ipotesi, domande, pensieri fluivano correndo veloci. Miriam chiuse gli occhi. Questo complicava tutto. Aprendo gli occhi notò il foglietto fino ad ora ignorato, che era rimasto sul pavimento della camera.

Quel pezzo di carta apparteneva alla pagina del diario, la carta era la stessa. La detective era sicura di questo perché aveva maneggiato parecchio l’oggetto negli ultimi tre giorni.

Traduzione italiana della nota ritrovata nella copia del Macbeth appartenuta a Beatrice:

Questa nota è per Jordan, Michael e Susanne.
L’atto è compiuto, lei è morta.
Avete scelto una vittima per me, io ho obbedito ai vostri ordini.
Vederla lì, sul pavimento del nostro salotto, senza vita (vita che io le ho tolto!) mi ha destata dal sonno ipnotico in cui ero entrata.
La cerimonia che tanto bramavate è stata realizzata;
ma lei era mia amica.
Non posso vivere sapendo quello che ho fatto, quello che ho fatto per te, Jordan. Solo per te.
Addio,
Elizabeth.

*

Bibliografia:

William Shakespeare, Macbeth, Milano, Mondadori, 2021.

Wilfred Owen, Dulce et Decorum Est, https://www.raicultura.it/webdoc/grande-guerra/battaglia-somme/pdf/WilfredOwen.pdf

Haerēre

Guglielmo Ferroni rivisita la tendenza molieriana di rarefazione della trama di commedie, come Il Misantropo, in una pièce in cui verità e scherzo condividono labili confini, nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“In questa breve pièce ho cercato di colorare di un tono teso e angosciante, attraverso un espediente semplice, una situazione frivola e priva di interesse e di profondità psicologica, facendo girare attorno al protagonista una schiera di maschere insipide e quasi irreali”.

*

Personaggi (in ordine di apparizione):

Una pecora in tassidermia

Elettra, cameriera e governante

Panfilo, giovane

Elvira, amante di Panfilo

Ettore, giovane, amico di Panfilo

Mercede, madre di Panfilo

Il Padrone, padre di Panfilo

Padre Evaristo, prete

Un cuoco

Interno di un salotto borghese parigino. Costumi e ambientazione in stile inizio Ottocento. Al centro della scena, un tavolo apparecchiato solo in parte. Dal soffitto pende, sopra il centro del tavolo, una pecora in tassidermia, grazie ad una corda che la tiene legata per una zampa posteriore, di modo che l’animale è in verticale e con il muso rivolto verso il pavimento; è libera di oscillare, ed è sospesa a circa un metro dal tavolo. Gli attori devono dare l’impressione di non accorgersi della presenza della pecora, né devono esserne turbati nel modo di recitare e negli spostamenti, salvo differenti indicazioni.

Sipario abbassato; inizia a suonare il I movimento della Sinfonia numero venticinque (K183) di Mozart. Il sipario si alza lentamente e due faretti posti al livello della scena, uno a destra e uno a sinistra, iniziano a lampeggiare ritmicamente. Dopo quaranta secondi o poco più si accendono le luci di scena e illuminano il palco. Dopo ancora qualche secondo, entra Elettra da destra, con in mano una pila di piatti; la musica continua ma a volume ridotto.

ELETTRA: Forza, non c’è un momento da perdere; il campanile ha da poco dato il suo rintocco, il sole schiarisce tutti gli angoli della stanza e il Padrone starà ormai rientrando… piatti, piatti, e i bicchieri, oh quante cose! C’è da sperare solo che quel ragazzaccio del cuoco non sia in ritardo nel preparare le pietanze, altrimenti chi lo sente, il Padrone? Io l’ho detto, fin dal primo momento, l’ho detto, io, che il ragazzo era un buono-a-nulla, ma chi la ascolta, Elettra? Ma io blatero, mentre il tempo scorre, e quanto scorre!

(La musica cresce di volume. Elettra inizia a mettere i piatti in tavola e ad apparecchiare con attenzione, mentre mormora tra sé e sé parole che non si sentono, e si muove veloce ma aggraziata; nel mentre, da sinistra entra, correndo delicatamente, Elvira, seguita da Panfilo. I due si rincorrono per qualche secondo senza parlare, solo ridacchiando ogni tanto. La musica si abbassa di volume e va a sfumare).

PANFILO: Elvira, smettila di farti rincorrere, aspettami! Ah, quant’è difficile il lavoro dell’amante, sottostare al padre e alla madre e perfino rincorrere l’amata come a una battuta di caccia… (Prende il braccio di Elvira, che si divincola ridendo e continua a farsi inseguire per gioco). Basta, rondine impazzita, fermati, fermati e fammi guardare quegli occhi che sembran mandarini… (Elvira esce da destra, Panfilo si abbandona con un sospiro su un divano che è in primo piano, sulla destra). Elettra, quanta grazia, quanta allegria oggi! Che quel nuovo cuoco ti abbia messo qualcosa di diverso dal solito, nel caffè?

ELETTRA (ironica): Quel cuoco non l’ha fatto e non me ne rammarico, signor Panfilo, visto che, come fin dall’inizio Elettra vi aveva fatto presente, egli combina solo guai. Non sono allegra, ma in ritardo! Piuttosto voi, la volete smettere di correre dietro a quella ragazza? Sono giorni che va avanti, e nel vostro viavai mi scombinate tutti i mobili e mi sporcate i pavimenti e…

PANFILO: Suvvia, non vi si può fare un appunto che subito vi mettete a punzecchiare!

ELETTRA: E sia, ma vedete di mettervi in ordine prima che il Padrone arrivi; sapete com’è quando…

PANFILO (stupito, guardando la pecora): E quella? Da dove spunta fuori?

(Pausa)

ELETTRA: Non capisco, signore.

PANFILO: Ma come non capite, Elettra! (Si alza di scatto e si muove verso il tavolo) Non state a prendermi in giro, o a far finta di nulla.

ELETTRA (verso il pubblico): Puah, prenderlo in giro… Davvero, signor Panfilo, io non capisco a cosa stiate facendo riferimento, e per di più sono troppo occupata per star dietro alle vostre sciocchezze.

PANFILO (indicando la pecora): Sciocchezze? E quella vi pare una sciocchezza?

(Elettra segue con lo sguardo la direzione verso cui il suo dito punta, guarda verso la pecora, poi guarda il pubblico, poi Panfilo)

ELETTRA: Lei sragiona e indica il nulla, signore. (Pausa) “A vous dire le vrai, les amants sont bien fous!”. Ora, se permettete, vado a prendere le posate per il pranzo… (Si allontana lentamente, guarda ancora una volta il giovane stranita e poi esce da destra; Panfilo, confuso, la guarda uscire e poi torna a guardare la pecora).

(Pausa)

PANFILO: Che sia… per caso… ma no, Panfilo, cosa vai a pensare! Chiaramente lo scherzo è ben riuscito. E che scherzo, davvero! Me la immagino per bene Elettra, o vai a sapere chi, girare tutte le botteghe della città per trovare questa… pecora! Certo mi rimane da capire perché, ma per il resto… ah, ma ecco che arriva Ettore.

(Entra Ettore, un giovane amico di Panfilo, ben vestito e baldanzoso)

ETTORE: Buongiorno, Panfilo. Deh, ma che pallido che siete oggi.

PANFILO: Su, Ettore, dimmi la verità, non mi si può gabbare a tal punto.

ETTORE: Non ti seguo.

PANFILO: C’è da dire, l’idea è originale, e mi chiedo cosa abbia spinto Elettra o te o vai a sapere chi a metter tanta cura nella preparazione dello scherzo, ve lo concedo… Ma ora basta e dammi una mano a tirarla giù, che quando arriverà mio padre non voglio che un oggetto di così cattivo gusto penda sopra la sua testa. (Pausa. Ettore guarda Panfilo non capendo) E va bene, stiamo al gioco. (Sospira) Ettore, buongiorno, per caso guardandovi intorno notate qualcosa di strano nella stanza, qualcosa che pende?

(Pausa. Ettore si guarda intorno)

ETTORE: Io davvero non… non capisco… cos’è questa cosa che pende? State parlando del lampadario per caso? Non sapevo lo disprezzaste a tal punto, e l’altro ieri quella giovane ragazza che avete preso con voi da poco è stata così tanto a lustrarlo, pendente per pendente; ma se davvero non lo sopportate…

PANFILO: Ettore! Basta! Ve l’ho detto, siete stati bravi e sebbene tu sia solo il secondo di oggi che sento recitare, perché sono convinto che Elettra o mia madre o… Ma non importa! Sì insomma state tutti facendo un’ottima prova da attori, ma basta, aiutami a tirarla giù o lo farò da solo.

(Pausa. Ettore guarda la stanza senza capire)

ETTORE: Panfilo, io non… Cosa volete tirare giù?

PANFILO (urlando): La pecora, Ettore! Questa maledetta pecora che vedi tu stesso, di fronte a te! PE-CO-RA.

(Pausa)

ETTORE: Amico mio, se state scherzando lo state facendo bene. E anzi, a dirvela tutta mi stavo quasi preoccupando! (Scoppia in una risata; poi si avvicina a Panfilo e gli dà una pacca sulla spalla) Suvvia, ora basta, ero passato per vedere come fosse la vostra salute e per sapere se foste infine giunto a una decisione sul matrimonio con Elvira, ma evidentemente (ridacchiando), evidentemente siete troppo impegnato con le vostre… pecore, o che so io! Beh, sempre meglio avere le pecore per la mente che le corna in testa… (ridendo) Vi saluto, Panfilo, e portate i miei saluti anche a vostro padre, mi è stato detto che sta arrivando; arrivederci a tra poco… (Esce da destra, sempre ridacchiando e ripetendo sotto voce “Le pecore… le pecore…”).

(Panfilo, immobile, guarda Ettore uscire. Pausa. Poi si gira verso il pubblico)

PANFILO: Sono… sono… (pausa) Sono tutti ammattiti, ecco cosa sono! Ma io dico, è mai possibile? Basta, questa scenata deve finire.

(Va verso il tavolo, guarda la pecora. Poi, sale in piedi su una sedia e si accinge a slegare il nodo che la tiene legata per la zampa. Entra Elettra, con le posate in mano)

ELETTRA: Panfilo, ma che state facendo! Su, forza, giù di lì. Sporcate la sedia con i vostri stivali, ma insomma! Che vi prende?

PANFILO: Elettra, devo ammetterlo, vi siete superata! Sì, è venuto veramente bene; è di buona fattura, e questa corda legata stretta stretta, e anche l’odore che emana, tutto davvero ben studiato, ma ora basta, la tiro giù.

ELETTRA: Ah, Panfilo, sempre a scherzare… ma che pallido che siete. Su, venite giù. (Inizia a mettere le posate di fianco a ciascun piatto)

PANFILO (a voce alta): No. Non scendo. Non finché non l’ho tirata giù e non mi raccontate il perché di tutta questa faccenda.

(Pausa)

ELETTRA: Ma cosa, cosa volete tirare giù? Smettetela di far finta di essere impazzito, sapete che su queste cose non si scherza! Ricordo di un mio zio, tempo fa, che…

PANFILO: Basta! Silenzio, taci! Tirerò giù questa pecora e tu la porterai via! Non sarò il padrone, o meglio non ancora, ma non mi si può mancare di rispetto così, anche se solamente per scherzare!

(Pausa. Elettra fissa Panfilo. Silenzio prolungato)

ELETTRA: Cheeeee? Una pecora? (Si mette a ridere) Questa vi è davvero uscita bene, signore! Vi va bene che oggi la giornata è bella e che sono di buon umore, altrimenti… cavolo, mi stavate spaventando! (Ridacchia ancora) Ora basta però, scendete da lì che devo…

(Panfilo salta dalla sedia al tavolo e sbatte il piede con prepotenza su di esso)

PANFILO (urlando): Smettetela! Come potete ancora fingere, schiava! Come osate appendere un animale morto sopra le teste di coloro che vi danno da vivere! Che il diavolo ti prenda, maledetta!

(Mentre urla, entra Mercede da destra. Donna sulla quarantina, vestita elegante)

MERCEDE: Allora, che cos’è tutto questo urlare, cosa accade? (Vede Panfilo in piedi sul tavolo) Figlio mio, che ci fai sul tavolo? Perché sbraiti tanto? E tu, Elettra, non gli dici niente?

(Elettra guarda un po’ impaurita Panfilo, che la sta fissando. Dopo una breve pausa, si sposta indietro e verso Mercede)

ELETTRA: Signora, stavo giusto per chiamarvi; già ho cercato, di farlo ragionare, ma egli per tutta risposta mi ingiuria e mi urla contro, al punto che sono indecisa tra la rabbia o la paura, perché è evidente che sia impazzito.

(Pausa. Mercede si avvicina sospettosa verso Panfilo, ed entrambi si fissano)

MERCEDE (lentamente): Ci guardiamo come fiere sospettose, figlio mio; perché mai?

PANFILO (calmo ma teso al tempo stesso): Non lo so, madre, ditemelo voi, ditemelo proprio voi che tirate in ballo queste metafore e parlate di fiere. Non ditemi, ve ne prego, che anche voi avete accettato di far parte di questo insulso scherzo che mi sta snervando. E non ditemi che voi stessa, padrona di casa, moglie di mio padre, avete accettato che questa carcassa pesasse sulla sua, sulla nostra testa, senza pensare alle conseguenze di un gesto tale!

(Pausa)

MERCEDE: Figlio… (pausa). Quale scherzo, quale carcassa?

PANFILO (urlando): Ci risiamo! Ancora! (Batte il piede sul tavolo come prima) Anche tu, Mercede, madre mia! Do i numeri, divento cieco per la rabbia… Com’è possibile che siate tutti così seri! Così convincenti! E per quale motivo mi arrecate tanto dolore… Ah, ma ecco chi mi salverà! (Indica verso la sinistra) Su, vieni Elvira, e facciamola finita con questa farsa, con questa commedia.

(Entra Elvira con le mani in grembo, a capo un po’ chino, evidentemente intimorita dalle grida di Panfilo)

ELVIRA: Eccomi, Panfilo, ho sentito da sopra tutto questo baccano e… Elettra, Mercede, che vi accade? Vi vedo così turbate… e anche tu, Panfilo, ma cosa…

(Viene interrotta da Panfilo che salta giù dal tavolo e corre verso di lei. Elvira si ritrae un po’ impaurita. Panfilo la raggiunge e le prende le mani)

PANFILO: Elvira, Elvira, io… come posso… (si guarda intorno, guarda la pecora, poi di nuovo Elvira negli occhi) Almeno tu, finiamola. Dillo. Dì ciò che vedi nella stanza, sopra il tavolo, per esattezza, su, basta una singola parola.

(Pausa, Elvira si guarda intorno)

ELVIRA: Panfilo, io non ti seguo.

PANFILO (urlando, e spaventando per questo Elvira): Non è possibile. Non è possibile, dovete spiegarvi, dovete spiegarmi, io non ce la faccio più, Elvira! Smettetela! (Pausa. Poi con tono supplichevole) Elvira, rondine, te ne prego… fatela finita, fate finire tutto. Se è vero che mi amate, se tutte quelle risate e quelle lacrime non sono state finte promesse, dite ciò che vedete. Ditemi che quella pecora è uno scherzo, e che voi ed Elettra siete andate da un… venditore di pecore, o che so io… (Pausa. Elvira tace) Dunque…

ELVIRA: Panfilo, oggi è la prima volta che vi vedo in questo stato. Avete la febbre, delirate? Quale pecora, quale venditore… Elettra, ne sapete qualcosa? Io penso che la stanchezza, magari… Ma non spiegherebbe delle allucinazioni tali, e poi dove sarebbe, questa pecora? Starebbe ruminando liberamente, magari mangiando il tappeto che è lì vicino al tavolo… ah!

(Mentre parla, cresce la rabbia in Panfilo. Alla fine, è sul punto di tirarle uno schiaffo, ha già alzato il braccio per colpirla. Elvira, spaventata, si ritrae; Panfilo rimane qualche secondo fermo con il braccio alzato, poi lo abbassa e china il capo. Pausa. Dopo qualche secondo, sempre a capo chino, si dirige verso il divano e vi ci siede sopra, con la testa tra le mani. Elvira, Elettra e Mercede si avvicinano e iniziano a borbottare parole incomprensibili. Dopo qualche secondo, si sentono le voci di due uomini che discorrono e che si fanno sempre più vicine. Entrano da destra, da dietro al divano, il Padrone e Padre Evaristo, un prete)

PADRONE: Ed è per questo, padre, che decisi di ringraziare in tal modo il curato, sapete…

PADRE EVARISTO: Certo, signore.

PADRONE: D’altronde, mi sarebbe altrimenti sembrato di mancar di rispetto… Ah, buongiorno a tutti, qui riuniti! Mi sembra manchi solo Ettore, ma possiamo già accomodarci a tavola, e perdonatemi se senza preavviso Padre Evaristo si unirà al nostro pranzo, ma si deve discutere di certe cose… Ma che accade, vi vedo turbati! Donne, perché state là in disparte… (pausa, poi nota Panfilo sul divano) E Panfilo, figlio mio, che vi succede? State per caso male?

ELETTRA: Signore, vedete, è già da prima che…

PANFILO (urlando, sempre con la testa tra le mani): Taci! (Pausa, poi rialza la testa e guarda suo padre e padre Evaristo) Buongiorno signori, perdonatemi, è da tutta la mattina che sono perseguitato dal mal di testa.

PADRE EVARISTO: Si vede, figliuolo! Siete così pallido, quasi candido…

PANFILO: Sarà la primavera che giunge, padre, non c’è da preoccuparsi. Ma prego, accomodatevi a tavola, arrivo in un attimo.

(Il Padrone e Padre Evaristo si guardano velocemente, poi guardano le donne. Nel mentre, da sinistra entra Ettore)

PADRONE: Ah, Ettore, aspettavamo solo voi!

ETTORE: Eccomi, buongiorno a tutti, ero giusto uscito per delle commissioni.

PADRONE: Bene, allora direi di sederci, signori.

(Il Padrone, Padre Evaristo, Ettore, Mercede ed Elvira si muovono verso il tavolo, mentre Elettra si affretta a mettere in ordine le sedie, i piatti, i bicchieri, per poi uscire di scena dopo aver lanciato un’ultima occhiata a Panfilo. Panfilo rimane ancora sul divano, nuovamente con la testa tra le mani. I convitati si siedono in modo che tutti i posti sono occupati tranne quello centrale, ossia quello che dà la fronte al pubblico, ed è in linea con la pecora. I convitati iniziano a parlare tra loro sottovoce; le donne in modo preoccupato e guardando Panfilo, gli uomini in modo allegro).

ETTORE: Panfilo, allora, che fate? Vi decidete a venire a sedervi con noi, o ancora pensate allo scherzo di poco prima, con cui mi avete burlato?

PADRONE: A cosa vi riferite, Ettore?

ETTORE: Oh beh, vedete, signore, vostro figlio stamattina mi ha quasi fatto credere che solo lui fosse in grado di vedere, sopra il tavolo, una pecora, come se fosse attaccata al soffitto! Va detto, la creatività non gli manca…

PADRONE: Cosa? Una pecora? (Guarda la pecora per qualche istante, poi Ettore, poi Padre Evaristo, seduti di fianco a lui, e poi si rivolge al pubblico) Che assurdità!

PANFILO (si alza dal divano, guarda il pubblico; tono grave): Che assurdità… Mansueto e pacifico, oggi sopporto le offese… eppure si crea il vuoto, intorno a me, è il fuoco che mi isola nel campo… quella sensazione…

(Si dirige verso il tavolo. Arrivato, guarda la pecora, dando le spalle al pubblico, e le dà una spinta, di modo che essa inizi ad oscillare. Solleva le spalle e va a sedersi al posto che è rimasto libero. Da destra entra un cuoco, portando un vassoio con sopra della carne, che pone al centro del tavolo, sotto il muso della pecora; poi esce)

PADRONE: Signori, mi avvantaggerei della presenza di padre Evaristo per recitare una breve preghiera. Uniamo le mani.

(I convitati uniscono le mani, e chinano il capo, tutti tranne Panfilo, che fissa la pecora)

PADRE EVARISTO (con tono sommesso e monotono): “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis…”

TUTTI, tranne PANFILO: “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem”.

(Si fermano. Silenzio. Panfilo guarda il pubblico)

PANFILO: Occhi come mandarini. (Pausa).

Quella sensazione di

giorni verdi

e acerbi come cachi

e il rumore del

crollo delle certezze

arbusti a sud, fichi spaccati

e il prurito

perché abbiamo sudato.

E pace sia.

Riprende, a volume basso, la sinfonia di Mozart dell’inizio. Le luci vanno a sfumare, fino a spegnersi. Dopo che si sono spente del tutto, i due faretti dell’inizio pulsano ritmicamente per qualche secondo. La musica finisce, sipario.