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Shall I – Opera sperimentale in tre movimenti

I movimento
 Look in thy glass and tell the face thou viewest

II movimento
V: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni

III movimento
When Forty Winters shall besiege your brow

L’opera: Shall I è un esperimento di scrittura audace, perché stravolge, cannibalizza e contamina la più canonica – e insieme la più rivoluzionaria – tra le forme poetiche: il sonetto. Poiché i versi di Petrarca, Michelangelo e Shakespeare hanno superato la prova del tempo, gli autori hanno deciso di portare a nuova vita tutte quelle figure, quelle storie e quelle ambientazioni nascoste nell’impalcatura della forma sonetto. Fair Youth, Laura, lo specchio, l’acqua, le chiome e i capelli d’oro esistono materialmente e fisicamente in queste pagine e l’effetto che ne deriva ha la forma di una lanterna magica.

Lo spettatore viene catapultato in quest’avventura poetica senza avere il tempo di porsi delle domande, trovandosi immerso nelle storie, nei frammenti, nelle visioni, nelle grandi scene e nelle illusioni che abitano la poesia fin dai tempi di Petrarca e che ancora ci accompagnano.

Il Coro, retaggio della struttura tragica, introduce il tema dei tre movimenti.

Gabriele Corna ha partecipato alla stesura, all’elaborazione e all’editing dell’opera.

Primo Movimento

–   Argomento del primo movimento: nello scontro tra l’antico e il moderno, tra le tradizioni classiche e le rivoluzioni sperimentali, questo movimento si concentra sui temi di sogno e illusione; memoria ed eternizzazione; specchiarsi; follia e frenesia amorosa; vendetta; trasformazione della donna angelicata.

–   I sonetti di riferimento sono: 1 e 149 (Shakespeare), 272 (Petrarca), 102 e 151 (Michelangelo) e altri.

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Elisa Rovetto, Giulia Rolando, Gloria Policaro, Chiara Cavallero, Letizia Desimone, Milena Re, Arianna Ferrero, Margherita Ricchiardi, Ludovica Maione, Mattia Marin, Leonardo Besson, Pietro Delodi, Celeste Palmas, Giulia Grosso, Marta Gennaro, Elisa Murgante, Ilaria Cervi.

Secondo Movimento

–    Argomento del secondo movimento: questo movimento sfida l’argomento classico del sonetto michelangiolesco relativo alla contesa tra le diverse forme d’arte. Come può manifestarsi, oggi, questa sfida impossibile della rappresentazione? Quali sono le forme ibride metaforiche e contaminate che riescono ad abbracciare tutti i linguaggi dell’arte?

–   Principali sonetti di riferimento sono: Sonetto 29 e 126 (Petrarca); sonetto 18, 116, 120, 149 (Shakespeare); sonetto 29 (Petrarca); madrigale Come può esser ch’io non sia più mio?, sonetti 17 e 151 (Michelangelo) e altri.

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Matteo Bonino, Matilde Bianco, Dario Prunotto, Anna Paruzza, Giulia Frenna, Michela Voghera, Alessia Bersanetti, Rebecca Zanin, Lorenzo Pietracatella.

Terzo Movimento

–   Argomento del terzo movimento: questo movimento rielabora il tema della caducità dell’esistenza e del trascorrere delle generazioni. L’invito alla procreazione, e al non disperdersi della bellezza, caro al ciclo di sonetti dei Marriage Sonnetts shakespeariani, quali connotazioni può assumere nel nostro mondo?

–   I sonetti di riferimento sono: ciclo di Marriage Sonnets (Shakespeare).

–   Della composizione di questo movimento si sono occupati, in ordine di apparizione: Elia Ferrari, Cristina Galizio, Elisa Pantone, Giulia Bongioanni, Rebecca Deandrea, Alessandro Dema, Linda Pascazio.

Primo Movimento

Look in thy glass and tell the face thou viewest

[Entra il coro]

E allora parliamo di uomini.

Parliamo di me e voi,

di coloro che camminano

sulla terra bagnata dalla pioggia

e di tutti quei personaggi

che abitano tra le stelle.

Parliamo della guerra più antica di tutte

della contesa che non conosce pace:

se esista mai su questa terra

un’arte che sappia descrivere la vita.

I pittori hanno sfidato i poeti in descrizioni

e scultori e musicisti hanno combattuto

per la plasticità della materia;

tutto quello che ne è rimasto:

è che pace non abbiamo e non troviamo da far guerra.

L’unico giudice è l’umano

di quale sia l’arte migliore,

ma le Muse sono creature tentatrici

che a volte innalzano e a volte abbattono

il loro umile cantore.

Quando l’universo ha smesso di coincidere

e il mondo ha iniziato a esistere

sono nati i racconti;

parliamo, allora, di quelle storie

che nel loro svolgersi

ci aiutano a vivere.

[Esce il coro]

 Narratore

Il dottor Francesco Manzoni, che pure non aveva mai studiato l’autore lombardo per un rancore che provava nei suoi confronti, era uno psicologo. Nella sua breve carriera era già riuscito ad essere assunto in una delle più rinomate aziende per il supporto psicologico nella sua città, e in questo contesto aveva conosciuto la sua compagna. O meglio, “ex-compagna”. Sì perché il dottore, seppur di giovane età, era già intenzionato a mettere su famiglia, aprire il mutuo, scegliere la scuola per i figli, affrontare la suocera a natale durante una partita a tombola,… Laura no. E questo gli spezzava il cuore. Una volta bloccato su tutti i social di lei, tutto ciò che rimase al dottore era il lavoro (oltre che la casa, visto che la collega era andata a stare dai suoi), ma anche questo stava per essergli portato via. Questo perché, com’è risaputo, uno psicologo che vive un certo trauma non può seguire pazienti con traumi simili, e si dà il caso che Manzoni fosse un consulente di coppia e che le sue sedute individuali procurassero lui maggiore clientela quando entravano pazienti dal cuore spezzato. Si dà anche il caso che proprio domani si terrà la seduta che deciderà le sorti lavorative di Manzoni e lui è impreparato, come quando da ragazzo il giorno prima della verifica andava in montagna invece di studiare. – Come faccio adesso? – continuava a chiedersi. L’idea che ritenne più brillante fu una delle prime a cui pensò. Il dottore pensò al suo manoscritto da pubblicare: un diario delle sedute in cui erano raccontati quelli che per lui erano i sogni più coinvolgenti, professionalmente parlando, riguardo ai temi dell’amore. In questo breve testo aveva raccolto sette storie di sette pazienti e ora che stava rincasando lo stringeva forte in mano, tra una spallata e uno sguardo provenienti da quello e dall’altro concittadino con cui condivideva giornalmente il tram. Salì le scale e mangiò con stanchezza gli avanzi del giorno prima, poi si alzò senza sparecchiare e si diresse verso camera sua. Si tolse i jeans, e accesa l’abat-jour, si infilò sotto le coperte, con solo l’energia per sfogliare il suo stesso testo: ”Dedicato a Anne, per l’amore che mi hai trasmesso per lo studio”. Scansò la pagina con il titolo della raccolta e iniziò a leggere dal primo capitolo.

Prima categoria:
Sogno e illusione[1]

Dalle memorie di un sognatore

Cosa lega gli uomini ai sogni d’amore?

Risposta che solo un sognatore saprebbe indicare attraverso parole velate.

Sognatore non è colui che dorme, ma colui che rende la propria vita sospesa tra realtà e meraviglia, tra vita e sogno, dando un significato alle fantasticherie d’amore e rispettando questo sentimento poiché sa quanto sia più forte rispetto al dolore.

Immaginiamoci per un istante di vivere in un mondo privo di sognatori, chi guarderebbe più la luna con stupore, amando il firmamento più di quanto il cuore sia capace?

Un giorno lo incontrai un sognatore: all’epoca lavoravo come portinaio di un vecchio teatro e lo scorgevo spesso trovare conforto nel bicchiere di una vecchia locanda; le persone erano strane laggiù: nessuno lo capiva. Forse nemmeno lui stesso si capiva, ma gli andava bene così perché l’unico essere da cui voleva esser compreso era colei che da tempo incontrava all’uscita del vecchio teatro: una donna bellissima con i capelli dei colori delle foglie dorate in autunno. Dal suo viso scolpito dalla giovinezza traspariva l’ardere delle più misteriose emozioni che giorno dopo giorno lui osservava di nascosto. Le sue mani erano così bianche che sembravano in grado di non sfiorire mai. Il sognatore innamorato aveva concepito diverse proposte di come la donna si potesse chiamare, ma nessuna di queste sembrava appartenere a lei, o forse, era lui stesso a preferire silenziosamente di celare questo mistero.

Così, persuaso, dopo anni, il timido sognatore decise che quel volto meritava tanti versi quanti erano gli astri nel cielo: era gennaio, e sotto la porta del teatro una lettera ingiallita e con un timbro di ceralacca rosso attirò la mia attenzione.

Capii che la lettera non era per me ma, curioso, la lessi ugualmente: sulla carta, incisi come pietra, formicolavano versi così sinceri da intimorire persino l’animo più colto

Incrociare il tuo sguardo angelico

tra il buio

di ciò che mi circonda

mi salva

sognare di un futuro con te

è sufficiente

perché io percepisca la vita

farsi più leggera

ogni mio giorno è ormai segnato

da quel breve incontrarti

che dà sostanza al mio incompreso vivere

se quel che piace è grande sogno

a me piace

sognar di te.

Pioveva. I miei occhi non versarono lacrime, ma fu la pioggia a farlo per loro. Anche la pioggia si era resa conto che l’uomo altri non amava che un attore: il migliore dei talenti femminili, colui che poteva essere cento donne e non ne era nessuna.

Il sognatore non vide più la sua Ofelia o la sua Cleopatra, né tutti i ruoli che nel corso delle stagioni passate l’aveva visto interpretare. Ho pensato di dire la verità, di parlare al sognatore della misteriosa morte del giovane attore, avvenuta la notte stessa in cui la lettera venne lasciata sotto la porta del teatro. Una morte ingiusta, un omicidio apparentemente immotivato, o forse no, perché la sua ingenua femminilità turbava l’animo di molti. Decisi dunque di tacere, capii che era meglio lasciare un sogno infranto piuttosto che svelare un’aspra realtà: con le mie parole avrei trasformato il suo amore perduto in un giovane talentuoso con l’anima di donna.

Mi sveglio con un nodo alla gola. Frastornato un senso di angoscia pervade il mio corpo, controllo la data indicata sulla mia sveglia: 25 gennaio 1975. Era tutto un grande sogno, così reale che quasi mi sembra di tenere quella lettera tra le mani. Non sono un portinaio di un teatro, sono un misero dipendente che lavora nella biglietteria del cinema meno frequentato della città, è tardi, devo andare a lavoro. Non riesco però a concentrarmi su quel che devo fare, mi sento ancora immerso nel sogno e continuo a rivivere le tristi emozioni della constatazione dell’impossibilità dell’amore, immedesimandomi nell’animo del timido sognatore.

Decido di alzarmi e ricordo che è mercoledì, giorno in cui in programmazione ci sono solo film d’epoca. Sorrido mentre realizzo che tra il pubblico di habitué ci sarà Olivia.

È da tempo che sono innamorato di lei, penso spesso al momento in cui sarò pronto a dichiarare con sincerità ciò che ancora provo, ma la mia timidezza e la paura di poter ricevere un rifiuto mi bloccano da tempo. Ho sempre preferito rimanere nell’idea in cui ancora stiamo insieme, non vorrei che la dichiarazione della verità possa rovinare il nostro rapporto di amicizia. Non voglio interfacciarmi con la realtà, che potrebbe riservarmi dolore.

Mi preparo ed esco di casa, mentre cammino la mia mente ritorna al sogno di questa notte. Immerso nei miei pensieri arrivo al cinema, mi posiziono sulla mia poltrona rossa un po’ impolverata e attendo l’arrivo dei clienti, sperando che il primo volto che vedrò sia quello di Olivia.

Il sogno si ripresenta ai miei occhi, e sono quasi infastidito dall’ennesima successione di quelle immagini nella mia mente. Tra gli ultimi clienti entra Olivia e cammina verso di me con un sorriso sul viso, e con la sua fragile voce mi chiede un biglietto con le monete già pronte nella mano, desiderosa di raggiungere velocemente la sala per non perdersi i primi istanti del film. Mentre le porgo il biglietto penso che vorrei vivere in quell’istante per sempre. Prende il biglietto, mi saluta e si volta verso la sala. Comincia il film e l’ingresso del cinema si svuota, e io resto nuovamente solo con il sogno ben fisso nella mia mente. Forse dovrei trovare il coraggio di parlare a Olivia perché non riesco a sopportare l’idea di poter vivere una vicenda simile a quella del sognatore. Decido di scrivere una lettera che le consegnerò alla fine della programmazione

Ti cercherò là dove l’anima, Narciso, 

echeggia nel tuo profondo specchio d’acqua

così profondo, che quasi non ti vedo più

ma senza voltarmi continuerò a cercarti.

quando lo sguardo, incrocerà il tempo perduto

solamente allora, verrà la mia estate.

Sospirando, pervadi la mia mente di notte

lascia che il sogno tormenti i sentimenti.

Questo è il mio regalo per te.

Amore, consumato respira il rimpianto

quella sera di averti sorriso soltanto

e se illuso sarò io ad amare di più,

nessun uomo spenga le mie stelle

sarò il sole innamorato della neve.

tuo Will.

Narratore

 Lesse le proprie note: «I dati del paziente sono preoccupanti, confonde le illusioni della sua mente con fatti realmente accaduti, manca completamente di senso di realtà, non mangia, non vive. Sembra aiutarlo solo la poesia. Quell’uomo… erano mesi che pensava di aver parlato a quella ragazza. Forse Olivia non era neanche il suo vero nome ma solo un frutto della sua fantasia, così come tutte le sue interazioni con lei. Eppure ogni volta che si scontrava con la realtà rispondeva con uno sbadiglio. Non dormire per il lavoro lo faceva sognare di giorno e si sa non bisogna svegliare i sonnambuli.»

Seconda Categoria:
Ricordare, memoria ed eternizzazione[2]

Tempo, donna ammaliatrice e scaltra, nuda e altera

abbandona la tua superbia 

e concedimi un attimo in cui sopravvivere con te 

che vivi indifferente e non ami.

Non mi ami: fuggi; ridi di me e scappi

dalla noia di rendere me essere,

parole immobili e destinate,

pensieri e bagliori infiniti.

Donna, tempo tentatore e ladro, sentenza assassina,

fiori irrisolti, albe appassite;

scorgi dall’alto il mio affanno e 

non consoli la mia perduta eternità.

Corri ma consenti il ricordo del cuore e 

correndo non smettere di ricordarti di me.

Tra la critica e la poesia

Commento critico:

LA CRONOFOBIA: il tradimento e la consolazione del tempo.

La cronofobia è la paura del tempo. La paura del tempo che inesorabilmente fugge via da chi lo ama, lo brama e lo attende. Si tratta di una fobia comune a tutti gli uomini che possiedono un’anima che spera e piange, che riflette e si tormenta.

La cronofobia è l’angoscia del trascorrere di una vita che fuggendo tradisce se stessa, alienandosi e svuotandosi del suo puro significante e significato: il tempo.

La cronofobia è la malattia di un tempo veloce, fatto di sospiri fuggenti, emozioni consumate e ansia per l’eternità. Un tempo che sembra immobile nel suo destino ma fuggevole nei suoi attimi ordinari e quotidiani. Un tempo che tradisce e non sente obiezioni: un tempo che fuggendo ride di chi lo aspetta con un ghigno sordo e ridondante; un tempo che immobile osserva l’affanno di chi lo ama e gode animatamente. Un tempo che assale e che ricorda a chiunque possieda un’anima che è proprio lui a morire ripetutamente nel silenzio della malinconia e nell’orrore della mortalità.

La cronofobia è l’ossessione per gli attimi e lo sguardo attento di chi spera in un soffio vitale eternamente vivo, umano e reale. Un momento idilliaco dove tutto è destinato alla vita e niente alla morte. Tutto è eternamente presente e niente è disgregato dall’eco vicino del futuro imminente.

La cronofobia è la paura di non trovare dove la vita si nasconde nel tempo delle cose umane.

La vita si nasconde agli angoli del mondo, nei posti aperti all’ignoto e oscuri alla mente.

L’uomo si presenta in ogni luogo. Si mostra. Si palesa. Si rileva. Si svela.

La vita gode indifferentemente della sua eternità mentre l’uomo attende nella sua disperazione un momento che duri per sempre.

L’uomo cerca la vita. L’uomo piange e inspira, si dispera ed espira finché non la trova: la vita è lì in un angolo distesa. È nuda, pallida, indifferente. Sorridente di un sorriso fastidioso, vittorioso, capace di comprendere ma incapace di rispondere. Ha gli occhi vergini dalle paure, le labbra consumate di chi vive e il corpo di chi ha sentito su di sé il sorgere di molte albe.

L’uomo è illuminato dal suo bagliore di indifferente eternità. Sceglie di incatenarla a sé in un abbraccio indissolubile. Lei ferma e impassibile si lascia stringere, per un attimo. Un attimo folgorante che brillerà nell’anima di un uomo che ha paura del tempo e che proprio per questo illuminerà il suo breve momento di essere.

Un solo istante per essere anima e per essere luce.

Un solo istante per essere arte.

La cronofobia è la paura degli attimi che non sono anima, non sono luce. Non sono attimi che risplendono come un’alba salvifica, come uno scintillio positivo che da lontano ricorda e salva.

Non sono attimi abbracciati dall’uomo oltre l’oblio della dimenticanza. Non sono attimi stretti tra il cuore e la memoria di chi teneramente li stringe alla luce del proprio essere e ai primi colori lontani e tenui di un’alba che risolverà. Non sono attimi che obiettano contro il bisogno dell’uomo di amarli e piangerli. Non sono attimi che si divincolano, che scivolano e che svaniscono con il sorgere del Sole.

Ma sono attimi che cullano, rasserenano e accarezzano.

Sono attimi che hanno la traccia della luce e il bagliore del ricordo.

Sono attimi di cui non avere paura perché ricordano all’uomo di essere: di essere folgorante arte e pallida malinconia.

Sono sospiri di luce.

Sono arte.[3]

La nostra vita è costantemente scandita dal ticchettio di un orologio, dalla sabbia che scende piano piano verso il basso in una clessidra, da qualcosa che ci ricorda che il nostro tempo in questo mondo non è infinito: è un’entità onnipresente, ci scruta nella sua indifferenza e divora gli attimi della nostra vita che diventano pian piano irrecuperabili. 

Tutto scorre, compreso il tempo. Ci sembra che ciò avvenga fin troppo velocemente, tanto che talvolta perdiamo di vista i nostri obiettivi, che ci sembrano appartenere a un futuro lontano; talvolta ci dimentichiamo di fermarci ad apprezzare ciò che abbiamo. Ma vivere nel presente, senza affannarsi per il futuro e senza nemmeno rifugiarsi nelle memorie passate, non è semplice: il tempo sembra essere nostro antagonista, misura la vita e poi la toglie, consuma e distrugge, e la paura di non poter più vivere nuove estati e di dimenticare attimi appartenenti ad un passato di amore e giovinezza spesso ci divora.

Per questo motivo tendiamo a cercare più e più volte di rivivere un determinato istante, magari a causa della nostalgia di qualcuno, o di un determinato avvenimento, o perchè forse può destare ancora parecchie preoccupazioni nel presente, ma dal momento che questo non può più tornare una seconda volta possiamo farlo solo attraverso la memoria: così cerchiamo di imprimere in quegli attimi indimenticabili la vita. 

Il tempo è fuggevole, scorre veloce senza aspettarci, ma c’è una cosa che può temporaneamente fermarlo e si tratta della bellezza: solo l’arte riesce a imprimere nell’eternità i begli occhi o la morbida veste della donna amata nel giorno in cui l’abbiamo incontrata per la prima volta. L’arte, la parola e in particolare la poesia sa rendere dinamica, viva e collettiva un’esperienza prima solo personale, ma che i poeti hanno saputo dipingere con dettagli così suggestivi e commoventi tanto da renderla un’immagine eterna e coinvolgente anche a centinaia o migliaia di anni di distanza. Un incontro inaspettato, uno straziante addio, uno sguardo gentile o un paesaggio primaverile possono così rinascere ogni volta che si rilegge la poesia, riportandoci ad immaginare una scena già successa, anche se la linea del tempo prosegue lineare e rapida davanti a noi, ricordandoci di utilizzare sempre tutti i momenti a nostra disposizione, alla ricerca di un atteggiamento giusto, accogliendo tutti i piaceri, le gioie e le lezioni che la vita ci regala[4].

Narratore

Lo sguardo del dottore si distolse momentaneamente da quel giallo flebile, fioco, fragile, formale, estremamente onirico dei fogli. Poi si proiettò oltre il vetro della finestra: si erano appena accesi i lampioni. 

Terza Categoria:
Specchiarsi[5]

Perfettamente uguali

Nello specchio dell’antico [6]Nello specchio del moderno [7]
“Dalle più belle creature desideriamo procreazione, cosicché la rosa della bellezza non possa mai morire”.Amabili versi, dolci e raffinati, colmi di speranza per il pover uomo ormai giunto presso l’abisso.Così soavi che sembrano celare, seppur per un istante, l’amarezza intrinseca al vivere.Di questi versi, io non so che farmene.Nulla per me apporta conforto ela prospettiva di una morte anonimae non compianta mi è familiare.Non possiedo la fortuna di esser di bell’aspetto.Il mio volto è sfigurato, i suoi tratti rigidi.Il mio corpo è deforme, incompiuto.Chi mai amerebbe uno storpio?Solo un folle probabilmente.Non posso essere amato, tanto menoessere amante. I miei sentimentisarebbero certamente respinti con scherno, se non con disgusto.Come biasimare? Io stesso non possiedoné la forza né il coraggio di intrattenermidinanzi uno specchio. Il mio seme? Il mio seme dite? E cosa me ne faccio.Sarò tomba di un amore a me mai insegnato.La sola idea di averlo in sé ripugna colei su cui cade il mio sguardo.Io, frutto corrotto di una natura ingannatrice, non posso che giungere ai miei scopi tramite la forza brutale della crudeltà.La mia fame, o specchio, la fame che mi consuma, che mi divora, è fame del potere a me dovuto. Il potere più grande di tutti.Il destino ribaltato di colui che giudicato imperfetto ora si fa giudice e carnefice.Non mi importa a chi arrecherò danno, no.Siamo tutti effetti collaterali, d’altronde, di un mondo che rende spietati.E io mi sono deciso a sposare questa spietatezza.E a non avere più limiti.“Guardati allo specchio e di’ al volto che vediche è ormai tempo per quel viso di crearne un altro”. Con quanta grazia i poeti invitano alla vita, rendendo omaggio persino alle più grandi frivolezze. Il mio dono è tanto unico quanto infido e temibile. No, qui non si parla di frivolezze.Non necessito un fanciullo che risvegli in me la dolcezza di una gioventù ormai trascorsa. Il mio stesso viso, nei suoi lineamenti più amabili,ne è un ricordo perpetuo e indelebile.Questa stagione effimera per molti, è per me costante.  Una maledizione, forse? Una grazia, obietto io. Chiunque mi guardi resta incantato e ogni passante in strada volta gli occhi per ammirarmi. Sono io il fanciullo del poeta.Il volto della primavera perenne  che tutti bramano. Il seme che possiedo. Il seme bramato, supplicato, agognato. Sarei folle a volerne diventare tomba, eppure… eppure rabbrividisco alla sola idea che tale perfezione possa essere a me sottratta. Una voce, quella stessa, profonda, mia voce che mi spinge ad amarmi mentre ti guardo, specchio, mi spinge a conservarlo questo seme, a custodirlo, gelosamente.E poi questa voce mi parla di sangue. Vuole il sangue. Il mio piacere, la sofferenza altrui.Voi non la sentite questa voce? Voi non credete che io senta questa voce?Perfezione. Tutto ciò che è difetto va nascosto, relegato alle più oscure stanze del mondo. Sono eternamente giovane e perfetto. Perfezione. Altro non puoi avere da me, specchio.

Conclusione a “due voci”:

A: Cos’altro dovrei fare? Aver paura di guardarti, specchio? Di guardare questo mio sproporzionato viso?

B: E cosa dovrei fare io? Immagine perfetta all’esterno ma mostruosa all’interno, costretto a non vedere altro che la seconda quando di fronte al mio riflesso.

A: Un mostro sì, ma che ora ha in mano il mondo.

B: Lo stesso mondo che mi ha reso così, corrotto, privo di integrità. La mia non è stata una scelta.

A: Avevo forse alternativa? Quando ciò che conta è apparire, a cosa servono moralità e valori nel raggiungimento del più alto potere?

B: Servono quando convinti di distruggere gli altri per i nostri fini, non procuriamo che del male a noi stessi. Questo è quello che ora so. Questo ciò che vedo.

A: Esiste allora una possibilità di redenzione? Tornare a guardare il proprio riflesso senza esserne disgustato?

B: Agli occhi degli altri la nostra immagine non muterà mai… 

A+B: …così eternamente opposti, così perfettamente uguali.

Narratore

 Da lontano giunse l’eco esile di un tuono. 

Quarta Categoria:
Follia amorosa[8]

Lettera di un innamorato

                                                                                                                             8 maggio

Amata F,
Voglio che tu smetta di dubitare di me, perché sapere che il mio amore ti sembra un fiore che nasce e muore ogni giorno mi fa odiare la mia vita che non è nient’altro che tua serva da quando mi hai tolto a me stesso. 

 Così scrivo qui l’ultimo frutto del mio continuo malanno, amore, che per tanto tempo ho considerato la sorgente della mia vita, il nutrimento per saziare un certo appetito, ma che forse, alla fine, non è altro che bacino di oscurità e fuoco. Adesso la vedo, o Dio o Dio o Dio, ora vedo l’oscurità in cui siamo. Ma poiché questo è il tuo regno, decido di fermarmici, rinunciando al sole che non è caldo come il tuo inferno.
Se prima il buio mi spaventava e il fuoco mi bruciava e avrei tanto voluto una via d’uscita, adesso non saprei come aprire gli occhi davanti a una luce che non sia la tua e non riuscirei a inspirare senza l’inferno che mi passa el core.
Pensavo fossi cara e così ti ho seguita e inseguita perdendo a ogni passo un pezzo di quello che sono stato prima di incontrarti, la mia ragione è sparita, ma era solo di intralcio alle nostre felicità e a quella dei tuoi cani, esseri divini ormai figli per me. Pur di riuscire a vedere il tuo bel viso e non solo più le tue spalle ho agito come nessun essere umano dovrebbe. Nessuna vita potrà mai valere quanto un tuo desiderio o respiro e così, oltre a perdere pezzi di me, tanto altro ho dovuto sacrificare, per te, che esisti nel mio cuore senza avermi mai toccato.
Mi sono meritato una tua carezza, dopo aver ucciso per te mia madre, almeno da compensare il vuoto d’affetto che sarebbe venuto, ma la tua mano a me non si è mai avvicinata, così mi chiedo, cosa devo fare per sentire le tue dolci membra? Godi di tutta la devozione che ho per te, chiamami amore della tua vita e fa che io possa cullarmi in eterne estati grazie alla tua pietà. Nulla importa se ti sei rivelata porto chiuso ai miei occhi e al mio cuore, perché ti appartengo da quando i miei occhi li hai usati come finestre per rendere il mio petto la tua casa. Chissà chi sarei io adesso, se in quel momento fossi stato addormentato, visto che io senza te, donna diva, non sono.
Mi piaci sempre più e così voglio celebrare la mia ossessione irrefrenabile.
Mi sei entrata dentro, ora mi esci da tutte le parti, nel mio corpo non so più dove farti stare, l’hai riempito già tutto, e così ti lascio andare con il mio sangue, trabocca dalle mie vene, scorri e nutri questo mondo.
Ti dedico questo mio gesto d’amore, non credere mai più alla notte e lasciami adesso una carezza, per favore.

                                                                                                 Tuo perdutamente innamorato M 

4 maggio 

Caro M,

Forse non m’ami più? Mi dissi che mi amavi perdutamente, eppure io non vedo niente; l’altra notte ho anche sognato, un sogno strano di sgomento, che costodivi un’urna con dentro le mie ceneri, le spargevi al suolo, te ne liberavi come di un brutto giorno, come di un cane che non si vuole più, come di un figlio nato morto. Cosa mi dice la notte? Che non m’ami.

Eppure ciò che ti chiedo, tu lo fai, succube amante dei miei desideri.

Ti dissi, burla malvagia, portami domani, il cuore di tua madre per i miei cani: tu ieri uccidesti tua madre per me. Le hai dissacrato il petto, disonorato con le tue stesse mani colei che ti mise al mondo e che ti fece vivo. Dovrebbe farmi felice, non è vero? Eppure il tuo amore mi sembra un fiore che nasce e che muore ogni giorno.

Daresti la vita per me? Non avresti il coraggio, chiederesti pietà, ma io per te non ne ho; io ti odio perché tu non m’ami.

Non posso farmene niente delle tue lacrime e delle tue virtù, della tua onestà e delle tue follie, di parole scritte nei deliri del tuo amore cieco.

Amore mio, se mi vuoi bene, fa che io possa toccare con mano quel sangue che dici scorrere soltanto per me, e forse lì io ti potrò amare.

Tua F

Narratore

L’analista appoggiò un momento il libro sul suo busto coperto a faccia in giù, così da avere momentaneamente le mani libere per stropicciarsi gli occhi. Fece uno sbadiglio e tra un colpo di sonno e un altro riprese la lettura.

Quinta Categoria:
Vendetta[9]

Leòn e Marlene

Il chiasso del locale rendeva semplice perdersi nei ricordi a entrambi. Con una mano Leòn batteva un ritmo a cui nemmeno lui stava pensando, mentre con l’altra stringeva il bicchiere del whisky in cui lentamente il ghiaccio allungava il liquore. Sul divanetto di fianco a lui Marlene reggeva una Lucky con il filtro macchiato del suo rossetto in una mano e un Martini Dry nell’altra. Il fondo del suo bicchiere aveva raccolto tutta la nota amara del gin, ma la norma sociale del contesto in cui si infilava periodicamente pretendeva che il bicchiere rimanesse vuoto.

Un plauso seguito da grida e risate e schiamazzi dall’altra parte del locale destò entrambi dai loro pensieri e voltandosi in quella direzione videro un uomo dalla barba rossiccia e con un occhio nero acclamato da una folla radunata attorno a un tavolo verde. L’uomo era rimasto bizzarramente impassibile.

Avevano entrambi molto di cui parlare e poco dannato tempo per farlo: per lei il tempo era denaro, il denaro potere e il potere era tutto.

Il sicario sorseggiò in maniera delicata. – Voglio diecimila dollari in più, questo lavoro è stato una vera merda! – disse. Marlene lo guardò come se non avesse fiatato, con una nota di disgusto, aveva pensato un avventore che, sentito rumore per la prima volta dal loro tavolo, si era girato in quel momento. La donna tolse il filtrino dal bocchino ed estinse la combustione in un Fenton Swirl. Poi con compostezza, rispose: – Non ti pagherò proprio, ci hai messo più del dovuto; avevamo un altro accordo -.

–          Mh – rispose Leòn – Se questo è il modo in cui vuoi fare andare le cose penso che dovrai trovarti un altro professionista: non lavoro per una puttana che non paga -.

Ci fu un momento di pausa in cui due bicchieri di cristallo si toccarono.

–          Ti reputo intelligente, Leòn, sai? Però quando non regoli la lingua … – un tonfo sordo si levò da sotto il tavolo. Léon contorse la faccia: il suo piede era appena stato trafitto da un tacco a spillo.- …Possono succedere cose molto brutte – disse lei sogghignando. Il suo piede si alzò. – E ricordati che sono l’unico motivo per cui New York non ti ha ancora divorato-.

–          Se sei dove sei è merito di tutti gli ostacoli che ti ho tolto di mezzo in questi anni… Se solo volessi… io – sussurrò Leòn in preda alla rabbia, mentre afferrava il calcio intarsiato della sua Colt preferita-.

Con aria di sufficienza Marlene guardò il suo braccio e schioccò le labbra – Saresti così stupido da puntarmi addosso la pistola che ti ho regalato? Sei più riconoscente di così, mettila via.-

Lui la guardò, come se fosse lei ad avere una pistola in mano. Marlene aggiunse: – Sei solamente un mio strumento, nulla di più, senza di me vagheresti senza uno scopo preciso – poi con le braccia si spinse verso Léon e gli stampò un bacio sulla guancia.

Adorava che la barba la pungesse.

Si alzò sistemandosi i capelli crespi, grigi come il fumo, mentre lui fissava ammutolito la pelle di lei come squamata, riuscendo quasi a ricordare la bellezza di un tempo ormai sfiorita. Si era fatta divorare dalla sua ossessiva smania di potere e lui era stato a guardare inerme, senza rendersene conto fino a quel preciso istante. Lei non lo aveva mai amato, o almeno questo era quello che traspariva, ora limpido come il bicchiere di lei.

Spezzò bruscamente il suo monologo interiore: “Chiamo un taxi, andiamo a casa

mia!”

Durante la traversata del locale Marlene si fermò un secondo per sistemarsi il gancetto del tacco a spillo che le si era girato al contrario dietro la caviglia e mentre accovacciata decise anche di pulire il sangue sul tacco. Dietro di sé aveva lasciato una scia di goccioline rosso sipario, una percorso che decise di seguire con lo sguardo nonostante sapesse benissimo dove avrebbe portato.

I suoi occhi videro le zampe del tavolo ma il piede di un uomo pestò una delle sue goccioline e decise di cambiare bersaglio della sua curiosità. Smise in fretta di seguirlo con lo sguardo, per concentrarsi su una figura che aveva attirato la sua attenzione.

Era una donna. Indossava un vestito bianco marmo, fatto di un tessuto lucido, che dopo quattro piccoli bottoni all’altezza dell’addome lasciava posto a una gonna a tubino, mentre in testa aveva un cappello la cui rete copriva gli occhi e non permetteva a nessuno di far incrociare il suo sguardo, poichè assorto nel bicchiere che aveva posato sul tavolo. Questa, sentendosi osservata, alzò la testa e incontrò gli occhi di Marlene. In mezzo secondo le parlò con lo sguardo, facendole intendere del suo disagio nel trovarsi lì, circondata di gentaglia, criminali e istituzioni mosse solo dalla voglia di potere; le comunicò di suo marito, il quale non la amava più, come neanche lei amava lui, ma che le proponeva questo genere di serate per mantenere lo status; le parlò di Marlene stessa, che in quegli occhi si rivide come fossero uno specchio. Tuttavia, come spesso succede tra estranei, entrambe distolsero subito lo sguardo, e la donna tornò a nascondersi nel suo calice in vetro.

I due colleghi si ritrovarono sull’uscio che l’uomo del posto stava tenendo aperto per loro. Lo varcarono e salirono delle scale di compensato che portavano fuori dalla cantina e, varcata la botola, fecero un cenno di saluto al proprietario della pizzeria. Passarono indisturbati tra i clienti indaffarati a consumare la loro cena e uscirono sul marciapiede; Marlene alzò un braccio come segno di richiamo al taxi che viaggiava nella loro direzione.

Leòn fu pervaso da una sensazione angosciosa. Sentì come se non dovesse salire sul taxi, come se fosse la sua vita a farcelo salire sopra, non lui. Tuttavia provò a mettere da parte i brutti pensieri e obbedì al corso degli eventi, come aveva sempre fatto prima. Salì su quel taxi, su quei sedili su cui prima si erano sicuramente sedute molte altre persone nel suo stesso stato d’animo. Quel fottuto taxi lo stava traghettando verso l’inferno di una vita vissuta nell’ombra dell’altra

-110 Longfellow Avenue – disse Marlene, e l’auto partì.

La donna decise di prendere subito in mano la situazione: – Non ti illudere che io e te finiremo a fare qualcosa stasera, Leòn. Ricordo benissimo certi avvenimenti ma sai benissimo cosa penso del nostro rapporto. E sai benissimo che sono il tuo capo e che non conviene che due come noi finiscano a letto assieme. A proposito – e nel dire ciò estrasse dalla pochette da sera una busta con la paga del sicario. Leon la fissò stizzito per un momento, poi la prese e la infilò nella giacca.      – Come può dirmi questo? – pensò tra sé e sé, – Come riesce a essere così crudele? Come fa a non rendersi conto di quanto mi sono annullato per lei? Non si accorge che penso a lei soltanto? Come cazzo è possibile? -. Guardò fuori dal finestrino le luci della città, i passanti sui marciapiedi, i negozi chiusi, la polizia.

-Deve togliersi questo tarlo- pensava Marlene intanto,- non sono né Phoebe né Rachel e non ho intenzione di scopare come se fossi sua. Certo mi divertirei ma devo mettere da parte questo desiderio: non sono più una ragazzina e non posso permettermi di darla in giro come capita o perderei il rispetto di tutti i più grandi bastardi di questa città. Ho un’attività da portare avanti -. Guardò fuori dal finestrino i cestini, le prostitute, i grattacieli, i barboni.

Erano già arrivati sul Verrazzano-Narrows Bridge e nessun’altra parola era stata detta. L’atmosfera era molto pesante, carica di tensione: sapevano entrambi che sarebbero finiti a litigare.

Arrivati a casa di Marlene il rumore dell’auto fece svegliare la vicina, che però richiuse gli occhi; il rumore delle portiere che si chiudevano la fece ridestare: – Fottuta sgualdrina – pensò prima di riassopirsi.

Con regalità Marlene estrasse dal portamonete una banconota che porse cordialmente al tassista. Attese il resto, poi lo salutò con un – Arrivederci -.

Mentre percorrevano il vialetto, lei davanti con già le chiavi in mano, Leòn fu catturato dalla vista del corpicino di uno scoiattolo in decomposizione ai piedi di un albero: Perché lasciarlo lì? -, pensò tra sé e sé. Poi il rumore delle chiavi contro il pomello lo riscosse e seguì la padrona di casa oltre l’uscio.

Uscì dal taxi visibilmente scocciata, e buttò il mozzicone di sigaretta per terra quasi volesse ricordargli dove fosse il suo posto: dietro di lei, a raccogliere quel mozzicone imbrattato di rossetto. Lui lo fece e dopo averlo buttato in un cestino rimase immobile a cercare di capire quale fosse il modo migliore di procedere. Ma lei lo anticipò subito: – Leòn, sono stanca di tutto questo – disse salendo gli scalini di casa sua – vai a prenderti una birra qui sotto e togliti di mezzo -, non lo guardò nemmeno in faccia, emise un grugnito bestiale in segno di disprezzo e tirando fuori dalla borsetta un paio di chiavi aprì il portone. Ma Leòn non si mosse, non aveva la minima intenzione di spostarsi da lì e dargliela vinta, non quella sera.

Ignorò il comando di Marlene e la seguì sugli scalini.

Nel momento esatto in cui lei girò la chiave nella serratura del portone, Leòn rimase attonito (sbalordito) da ciò che si celava dietro l’oscurità: un immenso museo di opere d’arte. Gli ricordava uno di quei musei minimalisti, all’insegna della modernità e del lusso, ma una volta avvicinatosi poté scorgere dipinti risalenti ai più grandi maestri del passato.

“Si parla di milioni di dollari” pensò Leòn appoggiandosi alla porta esterrefatto, “come è possibile che siano finiti qui dentro”. Si girò lentamente verso Marlene, che disinteressata dal suo stupore momentaneo si incamminò verso la scalinata di marmo togliendosi il soprabito e lasciandoselo scivolare lungo le spalle. La scalinata portava al secondo piano della casa, e sui muri che accompagnavano gli scalini vi erano affissi unicamente quadri di Modigliani: tutte donne senza pupille. Le cornici si immedesimavano con il resto del muro per il loro colore bianco intenso, tutto sembrava freddo e surreale. León raggiunse frettolosamente Marlene al piano superiore e la seguì fino al suo studio; un lungo corridoio si apriva, mostrandone la magnificenza: su un lato appariva in tutta la sua gloria il Guernica, quasi a dimostrare il suo potere e la sua forza ,sull’altro lato La persistenza della memoria, a ricordare il tempo, onnipotente, e alla fine del corridoio, solo, in mezzo a pennellate di tonalità scure e sfumature macabre, La ragazza con il turbante, in tutta la sua eleganza e raffinatezza, quasi volesse sprigionare bontà e purezza velate. León aprì titubante la porta dello studio lasciata socchiusa e vi entrò. L’improvviso cambio di tonalità lo scosse per un secondo: un’unica sfumatura di rouge noir . Si girò intorno finché non vide Marlene seduta alla sua scrivania con un’altra sigaretta in mezzo alle labbra a contemplarlo con occhi ipnotici e crudeli, mentre esattamente dietro di lei si stagliavano nella loro maestosità le pupille di Jeanne Hébuterne, senza fine. Eccola, come Modigliani, León aveva trovato la sua Jeanne Hébuterne, Marlene, e ora cadeva in quei suoi neri e profondi occhi, senza fine.

Era stordito.

Tutto, in quella casa, gli stava facendo capire di essersi perduto. Ogni quadro, ogni elemento d’arredo avevano iniziato a sussurrargli debolmente la verità, aumentando poi di intensità, fino ad assordarlo… il mobilio inanimato l’aveva portato a realizzare di aver sempre conosciuto l’intima essenza di Marlene, ma di averla sempre nascosta a se stesso. Non era amato, non lo era mai stato, aveva accettato di legarsi ad una donna che non era legata a lui e che, per tutte le volte in cui lui aveva tentato di dimostrarle che l’amava, ve ne erano state altrettante in cui lei aveva trovato occasione di schernirlo.

Non poteva pensare di vivere senza di lei, nè poteva sopportare la sofferenza di essere rifiutato ogni giorno. Incrociò lo sguardo della donna, un sorriso malato, le labbra secche, avvizzite,

I pensieri di Leòn iniziarono a schiarirsi, raggiunse una lucidità a lui nuova. Non poteva resistere a quell’inferno un minuto di più o sarebbe arso vivo. E la sua amata, non più un sole, come l’aveva sempre voluta vedere, ma una fiamma infernale, che lo consumava sempre più, ritta davanti a lui, deformata in un sogghigno che pareva eterno. Accarezzò la Colt, rimastagli in tasca per tutto quel tempo, e, in un battito di ciglia, la estrasse. Marlene sbiancò. Il gesto, rapido e deciso, l’aveva colpita.

Leòn sorrise. Per una volta, l’aveva preso sul serio, ma la pallottola non era per lei. Questo sarebbe stato l’ultimo dei propri omicidi.

Aveva sopportato troppo, aveva accettato di sottomersi ad una vita che lo aveva consumato e ad una donna che si era compiaciuta di osservarlo appassirsi piano piano. Guardò il ritratto di Jeanne Hèbuterne, poi Marlene. Capì di aver amato una delle donne che Modigliani avrebbe dipinto senza pupille, perchè non aveva mai compreso davvero la sua anima. Era vuota, nonostante lui si fosse sempre voluto convincere del contrario. Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, vide Marlene, il volto di lei più pallido che mai, ammutolita, con gli occhi vuoti, bianchi. Si rifiutò di guardarla, volse la propria attenzione sul dipinto alle spalle di lei, volendosi perdere negli occhi di Jeanne mentre si portava la pistola alla testa. L’ultima cosa che vide fu il ritratto di un’anima.

Lo sparo riecheggiò per tutta la casa, ma Marlene neppure lo sentì. Era immobile, come di pietra, mentre osservava Leòn riverso a terra, col sangue che sgorgava dalla sua testa, dal suo volto ormai sfigurato, di cui anche lei era ormai cosparsa, mentre si spargeva ai suoi piedi.

Eppure non provava nulla. Il cadavere davanti a lei sarebbe presto scomparso sottoterra, cenere alla cenere, non sarebbe rimasto niente.

Del fedele sottoposto, dell’amante mai corrisposto, alla fine non le importava… non fosse che avrebbe dovuto trovare qualcun altro per sostituirlo nel lavoro.

Forse la verità era che non le importava di nulla, a un tratto anche la ricchezza aveva cessato di avere un senso, di avere un’utilità, per la prima volta si sentì spenta, come se non avesse più uno scopo.

Si alzò e prese da terra la pistola di Leòn.

Alle sue spalle si stagliava il volto di Jeanne, ora macchiato del sangue di Leòn, l’ultimo torto che lui le aveva fatto. Cercò di rivedersi nel ritratto che l’aveva sempre affascinata, l’immagine dell’unica donna di cui un autore immortale fosse riuscito a cogliere l’anima, ma non vi riuscì.

Gli occhi di Jeanne la scrutavano, la donna, non più impassibile, si sentì sbagliata. Il ritratto era l’espressione più viva dell’amore dell’autore verso la propria moglie, sentimento che lei probabilmente non era mai stata in grado di provare.

Si sentì vuota, per la prima volta comprese cosa, di quel quadro, l’aveva sempre inconsciamente ossessionata: lo sguardo di una donna viva, reale… all’improvviso Marlene non si sentì più tale.

Quei due occhi le stavano dando alla testa. Puntò la Colt verso il dipinto, come a voler spegnere lo sguardo vivo, acceso, di Jeanne.

Non aveva mai provato amore, Leòn si era ucciso per la sua indifferenza e a lei tuttora non importava, non provava nulla. E questo sentimento che non l’aveva mai toccata, che l’aveva sempre rifuggita, forse la odiava.

“Ma odiami pure, amore, ora conosco il tuo pensiero:

tu ami chi può vederti, ed io sono cieco.” [10]

E altri due spari riecheggiarono nella notte.

Narratore

Era giunto all’ultimo racconto, stanco, esausto; l’orologio segnava un numero troppo basso persino per le facce di un dado, ma non voleva abbandonare la ricerca della sua via di fuga. Lesse il titolo dell’ultimo capitolo, ma cominciata la prima riga cadde addormentato. 

Sesta Categoria:
Femminilità, idealizzazione, donna-angelo[11]

Quello che voglio

Primo SonettoSecondo Sonetto

Un giorno d’estate, riflessa in sabbia d’oro,la luce negli occhi come freccia ardentenel petto entrava. Il fuoco tra le tue dita imploroma tu lo lasci cadere e lo calpesti sprezzante. [12] L’anima s’accende come stoppie nella brezzaper quelle labbra da cui il frutto a me proibito cresce, perché il solo vento t’accarezza:lascia che lo colga prima che il tempo sia sfiorito.
Quella fascia di cielo che i capei biondi cinge,spezza e liberati da quella fasulla aureola:se l’abito bianco rappresenta la purezza,tu donna mia vestiti del nero più scuro. Ora ti vedo, non un angelo ma verace,adesso so che sei quella che voglio.[13]
Coming from across the sea, Sandypierced my soul with her gaze.Her lips, as sweet as ripe cherries,I harvest. “Tell me more” they said amazed Since the bonfire has been slain by my cruel wordsI find no peace, and all my war is done.All the power that you’re suppling bend my worldsand make chills and sorrow enter my every bone Liberated from thy light blue hairband, thou tie me with your new golden knots.I’m gonna break free from the mould, show thee that thy faith is justified I better shape up cause you need a manbecause I see thee, you’re the one that I want.[14]

Narratore

Laura non era tornata a lavoro come lui, era in mutua da qualche giorno: anche per lei la rottura era stata dolorosa, ma non voleva essere vista o vedere nessuno per qualche giorno, per avere lo spazio di riflettere. Manzoni invece mirò l’ora e pensò: “Che spreco che oggi sia qui solo per il colloquio”. La stanza era la 101. Bussò ed entrò. Venne fatto accomodare. Il collega, con cui non era mai stato particolarmente in confidenza, gli avvicinò una confezione di fazzoletti dell’Ikea.  

I pensieri di Manzoni si persero nel blu del tavolino. Mentre i ricordi di Laura gli riaffioravano nella mente, rievocati dalla vista di quel blu estoril che tanto le piaceva. Poi una lacrima cadde su quel mobile colore del cielo.


[1] Nota dell’analista: «I dati del paziente sono preoccupanti, confonde le illusioni della sua mente con fatti realmente accaduti, manca completamente di senso di realtà, non mangia, non vive. Sembra aiutarlo solo la poesia.

[2] Nota dell’analista: «Il paziente presenta un raro caso di ossessione per la critica letteraria. Vive immerso nella poesia: la produce, la legge, la scrive e l’analizza dettagliatamente. Ovviamente manca di ogni rigore scientifico. È ossessionato dalla forma sonetto».

[3] Sonetti 272 (Petrarca); 102 e 151 (Michelangelo); 1 (Shakespeare).

[4] Riferimenti:

–  Francesco Petrarca e in particolare i sonetti XC, CXC e CLXXXV: utilizzando la stessa metafora scelta dal poeta, in questi si afferma che l’amata sia un po’ come una fenice, proprio perché la sua scomparsa non ha consentito una sua morte definitiva; Laura infatti rinasce ogni qualvolta il poeta decida di ricordarla e il momento della sua apparizione, nonostante appartenga ad un passato che non può più tornare, permane nell’eternità grazie alla sua memoria che lo riporta all’istante in cui si è ritrovato legato a quei begli occhi, all’istante in cui ha commesso il suo primo giovenile errore.

–  Seneca, il De Brevitate Vitae e quindi la constatazione della fugacità della vita: non sono i giorni a trascorrere troppo velocemente, bensì siamo noi che non sappiamo dare il giusto valore alle cose importanti. Rendiamo la vita breve dedicandoci ad attività di poco conto, per questo motivo Seneca invita a dedicarsi alla ricerca della saggezza, essendo consapevoli che il tempo è un bene prezioso. Possiamo rivivere eventi passati attraverso la memoria, però sarebbe sbagliato rifugiarsi in essa per paura di fronteggiare il futuro.

–  Catullo e il Carme V: è posta in primo piano la capacità di godersi ogni attimo donato dalla vita proprio per il fatto che essa è troppo breve, amando e accogliendo le gioie di ogni momento; i baci dell’amata sono ciò che combatte lo scorrere del tempo, essi sono ricordati e dipinti dettagliatamente e l’immagine che giunge a noi è viva, dinamica, nonostante essi siano stati soltanto attimi appartenenti all’esperienza di un singolo uomo.

–  Angelo Poliziano e Lorenzo de’ Medici, il primo nella Ballata delle Rose e il secondo nel Trionfo di Bacco e Arianna: infatti “chi vuol esser lieto sia”, perché “di doman non c’è certezza”, afferma il Magnifico, e insieme al Poliziano invita ad accogliere i piaceri della vita, compresi quelli più terreni, proprio perché la primavera non è eterna.

–  Orazio, Ode 1, 11, 18: è un invito a cogliere l’attimo, confidando il meno possibile nel domani apprezzando ciò che abbiamo senza perdere tempo in attività inutili o che non ci appassionano. 

[5] Nota dell’analista: «Il soggetto potrebbe soffrire di un grave disturbo bipolare. N.B. consultare il Grosso su questo. Il soggetto è ossessionato dagli specchi. È narcisista: vaneggia sul potere di Nerone e Riccardo III. Quando portato all’aderenza con la realtà, il soggetto si esprime in forme oscure, come poesie o monologhi interiori. Sembra ossessionato da Dorian Gray e dai personaggi dei film. Cita spesso American Psycho. Crede di avere un fratello gemello, uguale, ma diverso».

[6] Nota: Monologo ispirato alle figure di Nerone e Riccardo III.

[7] Nota: Monologo ispirato alle figure di Dorian Gray e di Patrick Bateman.

[8] Nota dell’analista del 5 maggio: «Il soggetto manifesta tendenze masochiste. È disposto a uccidersi per la propria amata. Temo si tolga presto la vita. Inizialmente credevo l’amata non esistesse, mi sono dovuto ricredere. Il paziente sembra poter fare qualunque cosa pur di averla. Lo calmano le poesie. È ossessionato dai sonetti di Shakespeare e Petrarca. Ascoltiamo insieme la musica e chiede sempre di mettere La ballata dell’amore cieco di DeAndré. Credo presto dovrò intervenire».

[9] Nota dell’analista: «Il soggetto è costretto alla terapia solo perché temporaneamente in detenzione. Sembra sano. Ha forza di volontà. Non rivela i nomi dei suoi complici. Non rivela con chi ha parlato. Non rivela chi gli ha dato l’arma. Gli chiedo di lasciarmi qualcosa di scritto. Sembra un racconto. Non riesco a capire cosa sia vero e cosa no. È ossessionato dalle pupille delle donne dei quadri di Modigliani e dal sonetto 149 di Shakespeare. Dalla vendetta».

[10] Sonetto 149 (Shakespeare).

[11] Nota dell’analista: «Il soggetto potrebbe anche interrompere la terapia, è solare, canterino, allegro. Soffre tuttavia di grafomania. Scrive costantemente. È stato mandato da me perché la patologia sembra rara e acuta. Scrive solo sonetti. Alcuni in metrica, altri no. Vuole riscattare il genere femminile in poesia. Vuole raccontarlo. Ossessionato dalle donne e dalla bellezza. Quando interrogato sul suo senso di realtà vaneggia. Parla solo di cinema e di musical, in particolare Grease. Lo conosce a memoria».

[12] Nota dell’analista: «Il paziente ha sviluppato una dipendenza dalle sigarette a partire dall’inizio della sua relazione problematica con una cantante».

[13] Nota: riferimenti in ordine a sonetto 2 (Petrarca), sonetto 1 (Petrarca) , sonetto 1 (Shakespeare),  sonetto 130 (Shakespeare)

[14] Nota: riferimenti a Midsummer night’s dream Atto 3 scena 2 (Shakespeare), Tell me more di Grease, I find no peace adattamento del sonetto 134 di Petrarca a cura di Sir Thomas Wyatt, sonetto 90 (Petrarca), You’re the one that I want da Grease.

Secondo Movimento

V: Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni

[Entra il coro]

Il lampo accecante di una visione:

una suora, un bambino, un’attrice

e poi il buio e l’assenza di colore.

È il bianco a trattenere la luce

dove un ladro di versi si nasconde,

mentre due colpevoli, un (finto) poeta e un artista

giocano a fare a nascondino.

E allora avviamoci per certi corridoi semideserti,

prepariamoci a incontrare le facce su quelle pareti:

i volti, gli sguardi, i gesti e le mani

nei mazzi di carte, tra le maschere

e dietro il sipario di quello che verrà domani.

[Esce il coro]

Un (finto) Poeta

Cucì su faccia, vendetta qual porti,
Maschera di furor guida del cor.
Gridando òe1 il Doge gioca ai morti2
e fa suo seggio lì, spodesta Amor!3

Si tesse sì la trama a fili storti
di destin fatal, correo d’ardor,
ma scorda il ché pensier ha tempi corti,
ciarlatan la Rachel4, ch’aizza al traditor.

Che accadrà quando Amor di nuovo assedio5
con l’arme tenterà? Strideran crani
divòti di fedel adepti al dio6.

Affannoso sarà romper i Pani7
e il trapassar premer8, senza quel Dio9,
bucata d’ago il dì dei vèlle insani10.

*Schema rimico: ABAB ABAB CDC DCD
In ordine i versi delle quartine sono di tipo: piano e minore, tronco e maiore, piano e minore, tronco e maiore.
I versi della prima terzina sono tutti piani e maiori, mentre quelli della seconda sono tutti piani e rispettivamente in ordine a maiore, a minore e a maiore.

Come ritmo sono rispettivamente in ordine: giambico, dattilico, giambico, giambico; giambico, anapestico, giambico, anapestico; anapestico, giambico, giambico; anapestico, giambico, giambico.

1. [1] [1] Òe: “Notissimo richiamo che i vogatori usano come avvertimento all’approssimarsi di un incrocio di canali o di una curva. All’òe ! di risposta di un altro vogatore dichiarano da che parte intendono dirigersi, con “a premàndo” se vogliono andare a sinistra, “a stagando” se vanno a destra e “de longo” se proseguono diritti. (Vedi anche prèmer e stalìr)”; fonte: https://www.vogavenezia.com/glossario-m-p1.htm, Coordinamento Associazioni Remiere di Voga alla Veneta. Questa espressione chiave per la risoluzione concettuale del sonetto, approfondita in seguito nella nota 8.

2. Il Doge che gioca hai morti ha un doppio significato: nella gondola il ferro da prua è composto da diverse parti e quella superiore è detta “testa del Doge”, quindi l’idea che il Doge faccia questo gioco con i morti è da intendere metonimicamente come la gondola che fende l’acqua creando quell’apertura che permette lo scorrere dell’imbarcazione, come se in mezzo ad una folla, un esercito, lui mieta le vittime facendole cadere; mentre a livello storico, ricollegandosi a quanto detto prima, per entrare nella metafora generale ripresa da Petrarca della guerra d’amore, si parla del Doge Domenico Selvo che nel 1075 affronta una dura guerra contro i Normanni e nel 1081 si scontrano nella Battaglia di Durazzo, un sanguinoso scontro navale (collegamento alla gondola) che vede molte perdite nei ranghi della Repubblica (ecco i morti con cui gioca). Da notare, infine, che nel quadro in basso a destra figura una testa del Doge appartenente ad una gondola ormeggiata nel canale veneziano.

3. Riferimento di riscrittura concettuale della prima quartina del sonetto di Petrarca: “Amor che nel penser mio vive e regna”. Qui riportato da Francesco Petrarca, Titolo: “Canzoniere” a cura di Sabrina Stroppa, Einaudi, Et classici.

Amor che nel penser mio vive e regna
e ‘l suo seggio  maggior nel mio cor tene,
talor armato ne la fronte vene:
ivi si loca, e ivi pon sua insegna.

Tutto il sonetto segue l’idea di Petrarca nei confronti dell’amore che si insedia nella mente partendo dal cuore (Rif. commento di S. Stroppa). Qui è il caso della vendetta, però, che per un momento invade la mente della protagonista del trittico di Hayez, Maria (prima tavola), per poi essere spodestata nuovamente dall’amore (ultima tavola del trittico). Nel sonetto di Petrarca la situazione è la seguente: dal cuore Amore giunge nella mente (v. 3) e ne diventa il regnante, caso appunto della protagonista del trittico, fino al termine della storia illecita d’amore, in questo sbigottimento emotivo Amore perde il controllo sulla mente e lì si insedia la Vendetta che annebbia l’agire e condanna la protagonista del quadro.

4. Rachele è una citazione diretta al trittico di Hayez, Deus ex Machina della vicenda rielaborata nel sonetto. Questo è il collegamento diretto al quadro preso in esame.

5. L’assedio richiama sempre l’ambiente veneziano, perché si ricollega alla vicenda citata sopra dell’assedio di Durazzo e alla metafora Petrarchesca della guerra d’amore.

6. dio: si intende una concezione pagana della Vendetta che diventa padrona dell’atto umano. La protagonista ne diventa adepta. Da notare che questa decisione del prostrarsi alla Vendetta, segna già il destino della protagonista, ormai condannata all’inferno per il suo avvicinamento ad un dio pagano. L’’opposizione con il verso 13 quindi è chiara, lì il Dio cristiano l’abbandona per questa decisione e per il successivo suicidio.

7. Riferimento all’ultima cena, qui utilizzato metaforicamente per indicare la decisione del trapasso volontario, ossia la rottura dei voti cristiani. È il momento in cui si infligge la ferita mortale.

8. Premer: ha diversi significati, come fonte sempre: https://www.vogavenezia.com/glossario-m-p1.htm, ne riporto alcuni:
– Coordinamento Associazioni Remiere di Voga alla Veneta.
– Vogare con forza: in generale indirizzare la barca a sinistra (il contrario di stalir).

9. – Premi (imperativo): voga, oppure volgi a sinistra.
– A premando: dicesi per indicare la direzione a sinistra impressa alla barca.
– Cascar a premando: tendere maggiormente a sinistra.
– Vegnir a premando: venire verso sinistra.
L’idea è inventare il finale della vicenda omesso da Hayez, ossia immaginare che le lettere giungano all’amante e che venga accusato, allora Maria per i sensi di colpa opta per il suicidio, qui reso con il concetto di vogare a sinistra, con forza, girando la barca a sinistra, che riprende la concezione della sinistra biblica come direzione infernale.

10.  Rif. a nota 6: Dio, sarebbe il dio della tradizione cristiana che entra in opposizione col dio pagano della vendetta. L’idea è che essendosi abbandonata alla vendetta, essendo devota ad essa, è già in quel momento che ha perduto Dio, il suicidio è solo un ulteriore prova della perdita di Fede.

11.  il nome vèlle, che deriva dal verbo infinito latino volo (Rif. Enciclopedia Treccani), è licenza poetica, perché in italiano lo si trova solamente al singolare (cfr. Dante: a già volgeva il mio disio e ’l velle, Sì come rota ch’igualmente è mossa, L’amor che move il sole e l’altre stelle), mentre qui lo utilizzo con valore plurale: “dei voleri/volontà insane”.

Una donna tradita

In una mattina qualunque realizzai che colui che credevo un compagno di vita, un confidente e colui che credevo che mi avrebbe sempre protetta da ogni forma di male, era stato proprio lui a causarmi il male maggiore.

Era il periodo di carnevale a Venezia e quel mattino ero seduta sul terrazzo a fare colazione. Stavo guardando il magnifico paesaggio veneziano quando un valletto entrò per portare la posta. Solitamente la prendeva Alberto, mio marito, e mi sembrò strano che invece arrivasse direttamente a me. Sul vassoio trovai un’unica busta color crema, sulla quale c’era scritto il mio nome: la calligrafia era molto elegante, sicuramente femminile e dentro di me sentii una strana sensazione. I miei sospetti si confermarono quando iniziai a leggere la lettera: mio marito mi aveva tradita. In quel momento sentii tutte le mie certezze crollare, le gambe iniziarono a tremare e le lacrime a scendermi sul viso. Con i fogli stretti in una mano entrai in camera e chiamai a voce alta la mia dama di compagnia, Rachele. Era l’unica che potevo considerare abbastanza affidabile da raccontarle cos’era successo; lei ascoltò attentamente ciò che le dissi, parola per parola, poi rimase in silenzio per alcuni secondi e infine, guardandomi, esclamò: “dobbiamo scoprire chi è questa donna!”.

Seguire una persona non era mai stato nei miei pensieri e men che meno seguire mio marito e la sua amante. Ormai non ero più tanto giovane, i segni della vecchiaia stavano iniziando a comparire: se non fossi già sposata, sarei considerata troppo vecchia per il matrimonio. Ma c’era un qualcosa dentro di me che mi spingeva a dire di sì a Rachele e probabilmente era la curiosità di vedere chi fosse questa donna. Nella mia testa c’era una domanda che mi stava dando il tormento: “Mi aveva tradita perché non sono più giovane e bella come una volta?”. Il pensiero che lei potesse essere più giovane si stava facendo velocemente spazio nella mia mente e mi stava portando all’esasperazione. Pensavo davvero che il nostro fosse un matrimonio felice, per quanto raro sia vederne, ma a quanto pare mi sbagliavo. Mi sentii presa in giro per tutte quelle volte in cui mi aveva giurato che per lui la mia bellezza giovanile sarebbe rimasta, che non sarebbe mai sfiorita. Che ingenua che sono stata!

Pensai qualche secondo alla proposta di Rachele e poi annuii semplicemente con la testa. Mi ritrovai nel centro di Venezia con la mia dama di compagnia, chiedendomi se stessi facendo la cosa giusta, quando vidi Alberto entrare in un portone e riconobbi subito il palazzo, dove abitava Caterina. Rachele dovette sostenermi per un braccio perché sentii le energie abbandonarmi lentamente, mi sentii vecchia e tradita in un unico istante. Fu allora che mi venne in mente una frase che Alberto mormorò distrattamente durante un ballo a cui stava partecipando anche Caterina: “Chiare, fresche et dolci acque, ove le belle membra pose colei che sola a me par donna1”. Quella sera non capii fino in fondo in motivo di quelle parole, anzi, pensai addirittura che le avesse dette a me. Al mio ritorno da Vienna, avrei dovuto intuire che tra loro due fosse nato qualcosa. Caterina era solita ripetermi quanto le piacesse Petrarca e Alberto, proprio Alberto, che leggeva solo i giornali, aveva iniziato ad appassionarsi alla poesia mentre io ero lontana da Venezia. A pensarci meglio molte cose che credevo casuali, ora hanno un senso: gli sguardi veloci ai ricevimenti, le frasi allusive… e poi… Petrarca. Dal mio viaggio a Vienna, Alberto lo leggeva, lo citava e lo ri-citava. «Colei che sola a me par donna» questa frase fu come il pezzo mancante del puzzle: Alberto lo aveva detto la sera del ballo guardandola e solo adesso capii che non lo aveva detto distrattamente.[1]

Ritornammo a casa e la prima cosa che feci fu sdraiarmi sul letto, lasciandomi andare ad un pianto disperato mentre Rachele cercava di consolarmi in tutti i modi possibili.

Cosa lo aveva attratto? I suoi occhi blu come il cielo, la sua risata cristallina o il viso senza rughe? Il pensiero che anch’io potessi avere delle colpe era diventato un punto fisso dei miei pensieri. Alberto era colpevole di infedeltà ma io stavo invecchiando e, in cuor mio, sapevo che a lui erano sempre piaciute le bellezze giovanili.

Alberto mi aveva sempre detto che ero più bella di una semplice giornata d’estate che, per lui la vecchiaia mi avrebbe reso ancora più bella. Non sapevo il vero motivo per cui avesse scelto Caterina, ma di una cosa ero certa: se la mia colpa riscattava la sua, la sua doveva riscattare la mia.[2]

Una donna e un guardiano notturno

[Nella sala di un museo, prima dell’apertura, una donna lava il pavimento. Si ferma, si appoggia allo spazzolone, guarda un quadro, riprende il suo lavoro.

Poi ripone gli attrezzi e si siede, giocherella con un mazzo di chiavi.

Si sentono dei passi.]

Donna: eccoti. Sei in ritardo.

Guardiano notturno: ho perso tempo nel sotterraneo, c’è una porta che non riesco a chiudere.

D.: non mi piace aspettarti, è tardi, la prossima volta chiedi aiuto. (ride)

G.N.: non è solo un contrattempo. È stata una notte strana.

D.: hai sentito dei rumori sospetti?

G.N.: no, no, qui è tutto tranquillo

D.: ma non hai una bella faccia

G.N.: cerca di capire, non posso essere sempre brillante

D.: ho capito, qualcosa non va. Cos’hai?

(G.N.: non risponde, getta uno sguardo al quadro)

D.: stamattina vuoi mettermi l’ansia, cosa c’è? Non ti angosciare per quello che hai fatto. Le rose hanno le spine!

G.N.: (continuando a fissare il dipinto, parlando tra sé e sè) Tempo, tempo divoratore. Spunta gli artigli al leone*. (pausa). Ma sì, non è successo nulla… (poco convinto, non stacca gli occhi dal quadro)

D.: Anch’io non sono dell’umore giusto, adesso ho una specie di presentimento.

[Si avvicinano al dipinto, entrambi leggono il titolo dell’opera, poi si guardano]

Francesco Hayez – Consiglio alla vendetta (1851)

G.N.: È per noi. Sta per arrivare.

Una persona coinvolta in un tradimento

Era ormai quasi da un’ora che vagavo persa tra le varie stanze, immersa tra i colori, ma senza vederne alcuno. Erano lì per essere amati da chi poteva vederli, e io mi accorsi di essere cieca. Facevo stancamente scorrere gli occhi sulle pareti con la fretta di passare il più velocemente possibile alla stanza successiva, mi sentivo osservata; potevo sentire i loro sguardi – più vivi dei miei – giudicarmi, ma fingevo ipocritamente di non accorgermene e per non dar loro alcuna soddisfazione filavo via con una maschera di noia e apatia stampata sul volto. 

Ad un tratto, forse per caso o perché lei aveva deciso così, per la prima volta in quella mattina guardai una delle opere di quel museo, solo che questa volta lei non guardava me. Mi sarei dovuta sentire al riparo, perché finalmente uno di loro mi ignorava, poi però vidi nei suoi occhi rivolti verso il basso un’ira composta e severa che divampava, ed era rivolta a me. Provai un profondo imbarazzo, poi rabbia e mi infuriai: sentivo il bisogno di ribattere, perché mi stava accusando ingiustamente e non aveva neanche il coraggio di guardarmi in faccia, mi disprezzava. Vedevo quanto si sforzasse a soffocare il suo dolore nelle rughe della fronte e nella mascella serrata, sulle labbra che facevano a gara per non separarsi l’una dall’altra, nella mano rigida che stringeva la lettera quasi con l’intenzione di accartocciarla. Quel muro di distanza e silenzio che prima io avevo eretto tra di noi era ora un muro di tela innalzato da lei: mi puniva vendicandosi con la mia stessa arma; ora ero io la traditrice, ora ero io la colpevole e odiavo me stessa. Il suo sguardo mi minacciava e io volgevo a me quel desiderio di vendetta. Non ero più mia, mi aveva tolta a me stessa.

Una volta quegli occhi mi guardavano adoranti, si nutrivano di me come io di loro, quel volto sempre rosso di vita ora sbiadiva alla mia vista, il petto caldo in cui mi nascondevo da bambina e le braccia, che erano stati la mia corazza, mi erano stati rubati tra il fango da ciò che mi aveva creduta sconfitta, qualcosa che ora li indossava al mio posto. 

Era proprio così che la ricordavo, con i capelli neri lucenti raccolti ordinatamente sul capo, quando si chinava per darmi un bacio o una carezza frettolosa prima di uscire di casa, mentre guardava distrattamente in borsa per assicurarsi di aver preso le chiavi, le sue guance rosse e il volto illuminato quando assaggiava uno dei primi piatti che avevo imparato a cucinare. 

«Quindi te ne vai?» mi aveva detto seria e io non avevo risposto, ero rimasta piantata davanti a lei, non provavo pena, non dispiacere o rimorso. Se ero mai stata certa di sapere qualcosa era che non avrei voluto vederla mai più. 

«Adesso ho bisogno di te, non puoi andartene.» 

«Ѐ da una vita che hai bisogno di me, ma non ti è mai interessato del fatto che fossi io la prima ad aver bisogno di te. Non ho forse sempre pensato a te, io? Io che per causa tua ho dimenticato me stessa? Ora è tardi, io sono cresciuta e ho imparato a bastarmi, ora tocca a te crescere.»

«Sai che non è stata una mia scelta ammalarmi.»

«Sì ma hai scelto tu di essere una pessima madre.»

Fu l’ultima cosa che le dissi prima di chiudermi la porta alle spalle. Mi chiamarono una settimana dopo, aveva ingerito una dose eccessiva di farmaci. Aveva deciso di andarsene così come aveva vissuto, con l’intenzione di farmi sentire in colpa. 

Guardai ancora la donna davanti a me, non cercai neanche di trattenere le lacrime che senza che me ne accorgessi avevano cominciato a scorrermi sulle guance. 

«Si sente bene?»

«Prego?» mi voltai verso la voce che aveva parlato. 

«Piango solitario sul mio triste abbandono. Sonetto 29. Mi piace associare le persone ai versi di Shakespeare. Lei sembra sola. Si sente bene?»

“Mi manca mia madre”.[3]

Un artista

Ed eccola qui, finalmente. Sono partito da lontano soltanto per lei, quest’allegoria della città di Venezia personificata in una donna che mi pare talmente vera da credere che le allegorie abbiano acquisito il potere di farsi carne. Le vedrei bene mutarsi scultura, quelle dita che penetrano e si insinuano nella stoffa, e quelle altre che non tengono le carte, ma le premono con forza, quasi ci fosse il reale pericolo che un vento terribile le disperda.

Ne faccio uno studio, lo cancello e ricomincio da capo.

È possibile non essere mai soddisfatti di un proprio singolo tratteggio? Viene da incolpare la matita, la carta scadente dell’album, forse; poi scopri che è il talento del vero artista che ti manca, e allora la matita la posi e rimani in silenzio a contemplare chi ha saputo fare di meglio. Lo sguardo scivola da quelle mani carnali verso un petto ampio ed infine incontrano un viso su cui un labbro trema dal pianto, un pianto che ha arrossato le guance, le quali avvampano sotto due occhi in ombra che non ti vogliono guardare e che rifiutano le carte che le dita pinzano e il braccio allontana dallo sguardo.

Quale sofferenza l’avrà spinta in quel porticato?, quale crudele, acerbo e dispietato core? Se questa figura fosse una statua, questo dramma acquisterebbe la tridimensionalità, e allora sarebbe insostenibile da osservare. Se fosse pietra, avrebbe la crudezza che soltanto uno scultore saprebbe scoperchiare dal marmo in cui si nasconde, ed io, io che non posso far altro che sedermi qui davanti ed emulare, e disperarmi di non saper fare di meglio, guardo la mia mano che traccia silenziosa quelle stesse forme meravigliose che ammira, e la guardo soffrire perchè non sa ubbidire all’intelletto.[4]

Una suora

Guardati: Eva sei, Eva davanti al demonio che ti spinge al peccato. O povera, povera ragazza. Lo sentì già sulla lingua? È il gusto dolce della vendetta, succo dell’inferno. Cosa ti hanno fatto? Guarda il tuo bel volto da Madonna: è pallido, anche la maschera è discosta, nessuna difesa ti è ormai rimasta. Povera, povera ragazza mia. È una strana pena questa: dolore affossa il candido cuore, di fiamma l’ira dalla terra fuori lo ritira.

Vendetta ti chiama, e lo sai, un solo gesto è adesso giusto. Ma lo vedo che volgi il volto altrove. Combatti forse l’ appetibil proposta? E ammonirti, condannarti io dovrei poichè diritto divino ti vorresti arrogare.

E come comprenderti?  Non potrei: l’unico amore mio è Nostro Signore e suor immacolata e verginale io sono. Nessun diritto all’ira, la superbia mi è interdetta, il petto mai mi può palpitare, fuor del grave giogo et aspro dovrei stare per cui i’o invidia di quel vecchio stancho che fa con le sue spalle ombra a Maroccho.  Questo è il giusto prezzo da pagare per Altro amor, più alto e sublime.

Come potrei mai desiderare io la vendetta sollevando il pugno mio quando con l’altra guancia dilaniata e gocciolante voglio Dio? Ma umana sono pur sempre…

Ed oggi la tua vista o ragazza mia qualcosa in me ha cambiato. L’Amor mio per me stessa in me si è ridestato per fare una leggiadra sua vedetta e punir in un di ben mille offese. Eppure, era la mia virtute al cor ristretta, per

 far ivi, ne gli occhi sue difese: Quando ’l colpo mortal laggiù discese Dove solea spuntarsi ogni saetta.

Ed ora come il sommo poeta ormai pace più non trovo e non ho a far guerra. A chi dare la colpa? Contro chi vendicarmi se la mia fede è finora stata sincera?

Ragazza mia cosa mi hai fatto? Ormai tutto è cambiato, io ora davvero ti comprendo…

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa?

Un’attrice

L’odore di vernice riempiva la stanza. Stando in quelle sale si poteva rivivere un mondo ormai decorso. Il passato aveva sempre affascinato Clarissa e Virginia e, per questo motivo, appena la loro compagnia teatrale, la Royal Shakespeare Company, aveva concesso loro una settimana di riposo dopo la messa in scena del loro ultimo spettacolo, avevano deciso di tornare in Italia, la loro amata madrepatria, e visitare i siti storici e i musei, a loro avviso, di maggiore interesse. Fu così che si ritrovarono di fronte a un’opera che le incantò. Vedendola, una sola idea balzò nella mente delle due giovani attrici: mettere in scena ciò che si trovava di fronte ai loro occhi.

ACT 1

SCENE 1

(Maria enters the stage running. She is wearing a green dress with a repentant look )

Maria: ( Stops running; out of breath ) What have I done? How could I? Not all hope is lost. I can still make amend of my wrongdoings, if I’ll be able to get that wretched letter back. ( Starts moving towards the right stage exit as to take something )

(Dark figure, masked and hooded enters from left stage entrance. It embraces Maria with a

seductive manner)

Maria: (Coming back and speaking to herself ) «Love is too young to know what conscience is;

Yet who knows not conscience is born of love?»

Masked figure: Oh, Maria, I thought we were already over this.

(Maria turns herself towards Masked figure )

Maria: That mask. That damned mask. Who hides behind that mask has driven me to send the letter that could cause a man to be condemned.

(Masked figure removes the dark hood )

Masked figure: Why, Maria, why do you want to save the man that cheated on you? You now have the opportunity to obtain your vengeance. Do not waste it. Remember: «For, thou betraying me, I do betray».

Maria: I will not let myself be deceived by your sly words, Rachele. «Sweet mercy is nobility’s true badge».

Rachele: You now talk of mercy, but you were not so merciful when all of this started. (She moves closer to Maria) Do I have to recall you who, between us, has wrote and sent that accusation letter?

Maria: I know that what I did is despicable and it is for this exact reason that I want to put an end to it. Hate, spitefulness, vengefulness. These feelings will not get a hold of me. You too should not be overwhelmed by them, they will only corrupt your soul and nothing good will come out of it. Moreover learning to forgive could make you content.

Rachele: But how will I be able to do this, if I have only known sorrow and malice my whole life? It is not possible for me to change. To be honest, I don’t want you to fall by his side.

Maria: This is not true! You can be something different. I will help you to change for good, to get

better, however you must really want it for it to happen.

Rachele: I know that with your support and guidance I will succeed and, for that, I’m going to be forever grateful.

Maria: It delights me to hear this. Now I have to make haste and avoid that letter to be sent. (Exits quickly the stage)

Rachele: (Faces the spectators) Now that the fool is gone, I can make sure that the letter reaches its destination. (Exits stage)

[Cinque mesi dopo]

Il cuore le batteva all’impazzata. L’emozione che Virginia provava in quel momento era inquantificabile. Stava finendo di sistemarsi il trucco quando udì una persona entrare nella stanza. Era Clarissa. Le due si sorrisero. Erano passati cinque mesi dalla loro visita in Italia, ma quello non era il momento di farsi distrarre dai ricordi. Entrambe fecero un respiro profondo ed entrarono. Era arrivato il momento di salire per la prima volta su un vero palcoscenico nei panni di Maria e Rachele.

Un bambino

Canticchio ad alta voce “Fra Martino campanaro dormi tu? Dormi tu?”, ma la mamma mi dice di smettere, anzi, di fare il silenzio perché siamo qui, ma io sono così annoiata!

Non mi piacciono per niente questi posti pieni di gente che non fa altro che guardare tutto il tempo dei quadri impolverati che nemmeno si possono toccare.

“Mamma…quando usciamo? Io ho fame…possiamo andare a prendere qualcosa da mangiare?”, mi guarda tutta arrabbiata e mi dice di no, perché questo non è il momento e il luogo…uff!

Ma cosa fanno queste persone per tutto il tempo? Osservano lentissimamente ogni singolo quadro, poi c’è chi gli fa la foto e c’è chi legge una specie di targhetta in cui è spiegato quello che sta vedendo. Anche mamma fa lo stesso.

Non è più divertente giocare con le bambole o correre in giardino? Io ho provato a fare come loro, ma mi perdo, inizio a pensare ad altro, proprio non ci riesco.

“Quarantaquattro gatti in fila per sei con il resto di due”,  mamma mi guarda e mi dice “Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, e l’anno, e la stagione, e ‘l tempo, e l’ora, e ‘l punto in cui non faremo più brutte figure in giro”.

Aspetta…ma questo quadro è enorme…Hayez…

Vedo tre persone disegnate, il primo è un vecchio signore con la barba lunga e bianca, mi ricorda proprio nonno, anche se lui ce l’ha più lunga. A guardarlo mi viene in mente “Movesi il vecchierel canuto et biancho, del dolce loco ov’à sua età fornita. Movesi il vecchierel el el el…”. A scuola, la maestra ce l’aveva fatta imparare a memoria per la recita, ma ho dimenticato come continua.

Ci sono altre due signore: la prima ha un vestito verde, sembra arrabbiata o forse spaventata con la seconda signora che è vestita di nero e la sta tenendo per un braccio. Chissà come mai, adesso chiedo a mamma…la vendetta di una rivale…rivale…forse una delle due ha fatto qualcosa e quindi è rivale per questo motivo.

Quella donna vestita di nero sembra proprio mia mamma quando mi sgrida…con il dito alzato e la faccia tutta rossa! Qui la faccia rossa non la vedo dato che ha una maschera. Ma perché ce l’ha? Ha paura di farsi vedere? Chissà cosa c’è sotto.

Vendetta…che brutta parola. Mi ricordo quando un giorno a scuola ho preso la matita di Martina senza chiederle il permesso e lei si è arrabbiata tantissimo, mi ha urlato di non toccare più le sue cose e mi ha dato uno spintone…quando le ho chiesto il perché lei mi ha detto di averlo fatto per vendetta.

Anche nei film spesso usano questa parola…secondo me non ha senso, perché alla fine non ti porta da nessunissima parte, solo a litigare e a litigare e ancora a litigare e a litigare…

Un ladro

Era il mattino dell’ultimo giorno di un’estate d’incomparabile dolcezza e i raggi del sole scoloriti da qualche nuviletta lusingavano le vette dei monti dorati in lontananza. Tenevo socchiusi gli occhi assopiti  e camminavo solo e pensoso, pendendo verso un lato. A volte poggiavo uno sguardo distratto sui quadri appesi alle pareti del museo per poi ritirarlo adagio appena ne avessi colto la forma vaga. Da così tanti anni coltivavo questo rito di passaggio per salutare il termine provvisorio della calda stagione che con molti dei dipinti avevo stretto un rapporto di intesa: era sufficiente un’unica occhiata veloce per consolidare la nostra gentile confidenza. Ormai avevo salutato quaranta estati, avevo le ossa di legno secco, il cuore di zolfo, la carne di stoppa e mi reggevo in piedi simile ad un covone dimenticato di paglia. 

D’improvviso mi accorsi di una novità da poco esposta. La mia mente ne rimase bruscamente assorbita e una dardeggiante meraviglia, trovandomi del tutto disarmato, assediò il recinto gentile del mio cuore dopo avermi trafitto gli occhi vuoti e corvini che divennero l’uscio di un fiume di lacrime amare, esondante fino ad innaffiare la punta delle mie scarpe.  

Sparsi lacrime a mille a mille, finchè lasso, persi le ultime lagrimette, e mi chiusi in una tenace contemplazione che arrestò i battiti del mio cuore per alcuni minuti. 

A poco a poco, da secco e disidratato che ero, un tenero incendio si ramificò per le membra dilombate come un grappolo d’agresto in una ampolla che dopo il collo cresce e, così, il fuoco divampò sempre più avaro e insaziabile. Da docile ronzino legato ad un albero divenne un destriero dalla febbre indomabile e rovinosa che strappò le vili redini di cuoio che lo tenevano servo. 

Tra i boccioli vermigli di rose profumate (fresca aulentissima) che le fiamme zampillanti avevano formato, intravidi il riflesso del mio grifo infame di corteccia nodosa che si sovrapponeva all’angelica figura nivea di lei dal viso più dolce della sapa, i capei d’oro avvolti in mille dolci nodi, le labbra rosso corallo ornate da rose damascate. 

Allora maledissi il Tempo, tiranno sanguinario che impietoso aveva affondato i suoi artigli leonini sulla mia faccia tanto da farla sembrare ormai un graticcio per seccare le lasagne. 

Ormai il fuoco dissennato aveva bruciato ogni cosa, dentro di me avvertivo la cenere che svolazzava come una fenice mossa dal vento angoscioso dei miei gelidi sospiri che passava per le fessure del velo mortale. 

Un mesto rintocco di campane risuonava tremendo e pendolava da un orecchio all’altro senza sosta. Impallidii di bianca paura tanto da poter vedere distintamente i bagliori luminosi del sangue che circolava come magma per le vene. 

Tremante come una facella, serrai le finestre dei miei occhi. In una nebbia grigio inferno il mio pensiero peregrino si figurò fulmineo come delle onde onde infrante contro una pietrosa riva: me, vecchierello con la gotta, canuto e bianco. Me, immobile mucchio d’ossa senza più carne, nervi, muscoli e strutture. Me, preda di orridi vermi e coricato sottoterra  all’ombra dei mirti, circondato da fiori languidi e canzonato dall’acuto gracchio di un corvo nero melanconia. 

Imprecai contro il cielo e le stelle crudeli. Forse quella crosta disgraziata poteva vincere ciò che né bronzo, né pietra, terra o mare avevano saputo contrastare? 

Doveva essere mio! La lussuria assassina, selvaggia, estrema, brutale, crudele, infida mi fece ladro non d’occasione. Con occhi di bragia passavo a setaccio la sala color triaca. Se qualcuno avesse soltanto incrociato con lo sguardo amoroso quel fresco ornamento, vi giuro, gli avrei cavato le due sfere dalle orbite a mani nude.  Ero un amante solo con il suo amato che mi aveva aperto il petto molle e teneva il mio ardente cuore in mano. D’altronde fuori dal museo infuriava una tempesta demoniaca: turbini di grandine bombardavano le finestre, acuminate saette sulfuree illuminavano a stenti la sala e delle raffiche di vento mormoravano a denti stretti parole arcane e assurde. 

Allo scoccare di un tuono unanime, con vorace cautela e divina ammirazione m’impossessai della rosa della bellezza eterna. Feci lezi, vezzi, carezze e feste a quell’idolo sacro. Dopodichè mi ricomposi e lasciai scritto in grafie dorate nello spazio ora nudo e orfano: 

Non un volgare ladro di galline come quel tal Cianfa Donati,

Ma ladro d’arte pregiata  e di parole levigate della risma del ballard-lord Francois-Villon, 

Will, io sono Will! 

Not just a common thief of humble fowls,

Like Cianfa Donati in nightly prowls,

But I am Will, a poet-thief who’s sly

In Villon’s art, where dreams and verses lie.


[1] Sonetto 126 (Petrarca).

[2] Sonetto 120 (Shakespeare).

[3] Sonetti 18, 116, 149 (Shakespeare); sonetto 29 (Petrarca); madrigale Come può esser ch’io non sia più mio? (Michelangelo).

[4] Sonetto 17 e 151 (Michelangelo).

[14] Nota: riferimenti a Midsummer night’s dream Atto 3 scena 2 (Shakespeare).

Terzo Movimento

When Forty Winters shall besiege your brow

[Entra il coro]

Dopo la pittura, la poesia, la musica

dopo i sipari, i palchi, e le scene,

dopo quei buffi personaggi e quei destini improbabili

non è rimasto altro che la vita,

che sempre sfugge alle Muse pretenziose.

Dopo tutto il rumore e il furore

rimane soltanto

la tragicissima e comicissima

nostra esistenza.

Non rimangono altro che gli sparuti frammenti,

gli oggetti, i templi,

i salotti, i vestiti e le tazze da tè,

un cappello, una parola umana, un’imprecazione,

le lettere, le strade, le rovine

e il ricordo abbacinato

di un’emozione.

[Esce il coro]

[Entra il narratore]

Narratore

Che cos’è la poesia? 

Come rami, che si dividono e si crescono all’arrivo della primavera, per secoli i diversi approcci a questa domanda hanno piantato le radici e fatto nascere boccioli nelle pagine degli scrittori. 

Per i più pignoli, la poesia è una forma d’arte, che consiste nella capacità di produrre composizioni verbali in versi, secondo determinate leggi metriche o secondo altri tipi di restrizione.

Per i poeti, spesso, la poesia è immortalità. Ogni parola è una lotta a spada sguainata contro le forbici che recidono la memoria, un monumento più duraturo del bronzo che si staglia inamovibile contro il passare del tempo. La poesia è un incantesimo, che rende immortale tutto ciò che altrimenti andrebbe perso alle sabbie del tempo.

Trova però alloggio, negli angusti e raccapezzati versi delle ninna nanne e delle filastrocche, una poesia i cui autori vivono lontani dalle centinaia di fogli e indagini stilate da uomini in giacca di tweed e cravatta di raso. Una poesia semplice, la cui fluidità va e viene a singhiozzi, il cui significato è spesso perso o dimenticato col passare di generazione in generazione.

È la poesia dei contadini, cantata sul far della sera , come unica compagna nella camminata verso casa, mentre il cielo si fa sempre più scuro e il sole scompare all’orizzonte. È la poesia delle mamme e dei papà con le loro ninna nanne composte sul momento, goffi e stonati cantautori che tentano di portare il sonno ai loro piccoli spettatori. È la poesia che un giovane amante, seduto nel suo rifugio in trincea, compone alla sua promessa sposa lontana, una lettera che passerà di mano in mano e di ufficio in ufficio postale prima di giungere la destinazione fra le mani di lei. 

Nulla sanno, questi improvvisati poeti, di metrica e accenti, di forme e generi, anche se molti conservano nella loro sgangherata libreria di casa almeno un libro di poesie. 

Varranno forse meno, i loro componimenti?

Per rispondere a questa domanda bisogna determinare cosa sia la poesia. E quindi, eccoci di nuovo qui, in un loop continuo da cui forse non si può proprio uscire.

Incapaci di dare una risposta completa a questo quesito, forse è il caso di lasciare che sia la poesia stessa a dirci quale sia il suo lavoro, attraverso i semi che negli anni ha seminato nei suoi lettori. Che essi siano baldi giovani il cui passatempo è ostentare la loro collezione di libri rilegati a mano, un giovane soldato che le poesie le ricorda vagamente o lontane filastrocche lette a lui dalla nonna quando era ancora un bambino.

Quanti colori diversi possono fiorire dal seme di una stessa poesia?

1935, Berlino. Superfluo è soffermarsi troppo sulle circostanze in cui i nostri protagonisti si trovano, la funesta storia chiara e nitida nelle menti di ciascuno di noi. Lei è tedesca, riccioli castani che le arrivano alle spalle e la frangia un’onda di lato come usava sin dalla fine del secolo scorso. Lui sempre tedesco, ma ebreo. Camicia sempre ben abbottonata e pettinatura che segue la moda del tempo, la incontra mentre siede in un parco della città di Berlino. Perché si trovi ancora in Germania nonostante i tempi non è ben chiaro. Per alcuni, è un giornalista, per altri, uno scrittore. Qualcuno sospetta che sia una spia, ma nessuno osa fare nulla. Si innamorano e lui promette di sposarla, ma le tensioni internazionali non sorridono nella direzione dei due giovani. Il ‘39 si avvicina e lui è destinato a lasciare la patria, destinato a non vedere mai più né la sua giovane amante, né quello che lui ancora non sa essere loro figlio. 

Report giornalistico

1º settembre 1939

4:17 a Danzica alcuni attivisti nazisti prendono di mira l’ufficio delle poste polacche. Gli impiegati

armati riescono a respingere il nemico.

4:26 tre aerei da combattimento bombardano il dispositivo a micce impedendo la distruzione del

ponte e così tenendo aperta la via di accesso ai tedeschi

4:40 viene bombardata la città di Wielun

4:45 apertura del fuoco da parte delle artiglierie tedesche

51’300 tedeschi contro 950’000 polacchi

Il tempo scorre lento, nell’angoscia dei soldati.

Scandito solamente da avvenimenti che li riporta alla realtà.

Una realtà crudele. Una realtà in cui stanno in attesa di un passato che per molti non tornerà, con nessuna certezza eccetto la peggiore.

Che il tempo divoratore cancelli gli orrori della guerra e la scia di desolazione lasciata dai carri armati

Che la natura si riprenda ciò che gli appartiene, invecchiando, ingiallendo e portando via il sangue dei soldati. 

Dalla lettera di Mia al marito Jeremiah

Settembre 1939, Berlino

Caro Jeremiah,

spero che stiate bene e che la vostra nuova vita in America proceda senza troppe difficoltà.

Qui le cose non fanno che peggiorare e confesso, a malincuore, che avete fatto bene a lasciare il Paese: Hitler ha appena invaso la Polonia e, ovunque, si respira aria di guerra.

Questa, però, non vuole essere una lettera di sconforto, perché ho da darvi una notizia meravigliosa: aspetto un bambino, il nostro bambino, amore mio.

Sapervi così lontano da me, non potervi abbracciare e non poter condividere con voi un momento così importante mi spezza il cuore, ma confido che, leggendo questa lettera, proviate la stessa gioia che ho provato io quando l’ho scoperto.

Ho, dentro di me, una creatura che porterà la mia bellezza e tutto ciò che voi, di me, avete sempre amato: sarà il mio specchio[1] farà in modo, con la sua semplice esistenza, che la rosa della bellezza non possa mai morire.[2]

Chiudete gli occhi, amore, e immaginateci tra una trentina d’anni: voi ed io, di nuovo insieme, ormai anziani, e nostro figlio. Vi accorgerete, allora, che è mia la bellezza che eredita (cfr. sonetto 2) e dalle finestre della mia vecchiaia voi vedrete, a dispetto delle rughe, il mio tempo dorato, la mia giovinezza[3].

Di quello che sono stata, nostro figlio ne recherà la memoria[4] e, in questo modo, io vivrò due volte: in lui e nelle parole, intrise d’amore, di queste nostre lettere[5].

Vi prometto che, allora, saremo dieci volte più felici di quanto siamo[6].

Con la speranza di ricevere vostre notizie al più presto,

Vostra per sempre,

Mia

Dalla lettera di Jeremiah alla moglie Mia

Ottobre 1939, New York

Cara Mia,

Sono lieto di udire che state bene, mi mancate da morire e lo confesso,non passa giorno senza ch’io vi pensi. Io ormai mi sono sistemato: sono riuscito a reperire un impiego anche se misero e m’è stato offerto un rifugio che mi permette di vivere dignitosamente.

Nonostante questo resta sempre impresso in me il ricordo di ciò che mi lascio alle spalle, tutta la sofferenza portata alla mia famiglia ma, più di tutto , lo sguardo di coloro che fino a poco tempo fa potevo considerare amici e che ora è carico di disprezzo, resta segno indelebile nella mia mente.

Mai quanto ora mi rendo conto di come la vita sia fugace e non si arresti un momento e la morte stia sempre dietro l’angolo.

Sapete quanto sia grande ed incondizionato il mio amore per voi ma non vi nego che la notizia da voi annunciata crea in me un grande dissidio. Se da un lato pensare ad un erede, immagine della vostra infinita bellezza mi riempie il cuore, non vi nego le mie preoccupazioni.

In tempi come questi il presente ed il passato mi tormentano,così come il futuro, percepisco soltanto odio e distruzione intorno a me ed immaginare di mettere al mondo un figlio in un paese che non accetta la nostra natura, mi distrugge.

Nonostante tutto non credo che la mia misera paga attuale possa fornire sussistenza a noi ed al nascituro. Cercherò di raddoppiare i miei sforzi trovando un’ulteriore occupazione, così da poter spedire a voi più denaro mensilmente.

Ogni giorno più convinto del mio amore per voi,

                                            Per sempre vostro, Jeremiah

[Entra il narratore]

Narratore

1965, Berlino. Che il mestiere del genitore sia difficile, non c’è alcun dubbio. Alla nostra Mia, la vita sembra non aver voluto concedere alcuna sorta di aiuto. Anzi, sembra proprio averle voltato le spalle. Persi i contatti con il fidanzato ed obbligata a mettere alla luce il loro bambino sotto le bombe della Seconda guerra mondiale, ora si trova ad essere separata dal suo stesso figlio, ora un giovane uomo in ricerca di un lavoro dopo aver finalmente terminato gli studi, da un muro. Come se non bastasse la terribile muraglia fisica che li separa, fra madre e figlio sembrano crescere piccole acerbe discrepanze ogni volta che la politica fa capolino nelle loro conversazioni.

[Esce il narratore]

Dalla lettera di Mia a suo figlio Milo

23 aprile 1975, Berlino ovest

Mio dolce Milo, 

in questa Berlino ancora una volta divisa torno a soffrire la nostra separazione: fa paura sottostare agli stessi astri senza potersi toccare. La mia unica consolazione, di questi tempi, è il nostro amato giardino. Ricordo ancora le tue manine che mi aiutavano a piantare i germogli delle rose che oggi mi riempiono gli occhi. Come vorrei poter tornare a quei momenti, per potermi ancora prendere cura di te come ora faccio con loro. Sarebbe bello che anche tu potessi dare vita a un tuo germoglio, al contempo specchio del fanciullo che eri, ed erede dell’uomo di cui oggi sono fiera. Vorrei poter chiedere al tempo tiranno di avere pietà del tuo viso luminoso, di concederti un’eterna estate; ma più che le mie lettere, forse un figlio potrebbe conservare la tua gioiosa essenza per portarla negli anni a venire. 

Qualunque siano le tue scelte, dammi tue notizie. 

Sei sempre nei miei pensieri.

Tempus edax rerum sed tibi, mea lux, semper vita praeclara.

La mamma

Dalla lettera di Milo a sua madre

1 Giugno 1975, Berlino Est 

Cara mamma, 

Vorrei poterti dire che la vita qui sia facile, che il sogno che avevamo, per il quale abbiamo lottato e sanguinato si sia finalmente realizzato. Mentirei. 

Non dirò che il futuro che tu auspichi per me non rientri nei miei desideri; il fatto è, mamma, che ho paura: alla fine tutto ciò che cresce non resta perfetto che per un solo istante. Il mio sguardo, prima lucente e pieno di speranza, oggi è infossato dal peso degli eventi. In questo momento un figlio non sarebbe che una brutta copia di me, una contraffazione del tuo amore materno. Penso a questo: con che coraggio potrei metterlo al mondo sapendo cosa lo aspetta? La mia unica speranza è Viola: anche se i suoi capelli sono ogni giorno più metallici, il nostro amore è raro quanto quello delle storie che mi raccontavi da bambino. L’unica ragione per la quale desidererei piantare un mio germoglio sarebbe la possibilità di rivederci lei.

Parlami ancora del tuo bel giardino, mamma.

Mi farò sentire più spesso. 

Tuo,

Milo

[Entra il narratore]

Narratore

1995, New York. Questa volta, il nostro protagonista è sì nato in Germania, ma fortuna ha voluto che si sia trasferito a New York in giovanissima età, quando la carriera di suo padre, a noi già noto, ma ora con trenta inverni alle spalle e un lavoro che sembra intenzionato a strizzare via tutta la sua forza vitale, finalmente ha preso il volo. Il nostro protagonista, un promettente giovane, si trova alle prese con il peggior nemico che un aspirante artista possa desiderare: la noia. Attraverso uno scambio di eleganti e sofisticate lettere indirizzate all’altrettanto colto suo compagno di studi, seguiremo la sua drammatica avventura, alle prese con le tragiche tribolazioni causate dalla difficoltosa carriera che è quella del ricco artista Newyorkese.

[Esce il narratore]

Dalla lettera del giovane Clemens al giovane amico Berenger

23 Aprile 1995, New York.

Carissimo Berenger, ti scrivo nella speranza che la presente missiva possa giungere a te in condizioni di buona salute e prosperità.

Mi trovo in uno stato di profonda e angosciata contemplazione riguardo il nostro mondo. Non passa dì senza che io non mi arrovelli inutilmente nel fallimentare tentativo di comprendere la superficialità intrinseca nella quotidianità che mi circonda. Sono giunto, dopo meditate riflessioni, alla convinzione che il solo tentativo di definire la squallida mentalità del nostro mondo non sarebbe altro che un complimento, che sicuramente coloro che ci circondano non meritano

Cosa sarà di noi, ora che il tempo ha portato via l’ultima goccia di buon gusto da questo pianeta, dirottandolo inevitabilmente verso un’incurabile siccità? Nulla, se non assetati nomadi in un infinito deserto. Profughi senza terra: questo resterà di noi. 

Ti domanderai, mio caro (nome), quale sfortunatissima occasione mi abbia portato a cadere in questo vorticoso stato di dolore ed insicurezza che da settimane ormai tormenta le mie povere notti. Ebbene, per quanto il raccontarlo mi causi infinito dolore, mi sento in dovere di confessare a te codesta atrocità, per alcun motivo se non per un egoistico desiderio di confronto e consolazione.

Ho avuto la sfortuna di scovare, una fredda mattina di inizio Aprile, tra la mia curata e folta chioma, un capello bianco. Aprile è il più crudele dei mesi, scriveva Eliot, e nulla è in mio potere se non dargli ragione. L’illusione della florida estate viene accoltellata, soffocata dal freddo che invade le mie carni ogni mattina. Questa nuova scoperta, avvenuta proprio ai principi di questo orrido mese, è la coltellata finale. Muore così, dissanguata sul pavimento del bagno, la mia disperata speranza per un’estate migliore.

Come tu sai infatti, è proprio fra pochi mesi che è stata stabilita la visita di un pittore, che, per quanto in alcun modo si possa confrontare il mediocre lavoro di costui con il nostro»], fu incaricato da mio padre di dipingere un ritratto di famiglia. 

E così il mio destino viene segnato, ed io immortalato nell’attimo in cui già la lacera mano dell’inverno inizia a deturpare la mia estate. 

Un tempo mi sarei paragonato ad un giorno d’estate, e tutti quanti seducevo più caldo e più temperato del sole d’agosto.

Cosa fare, amico mio? Come combattere le tracce del terribile passaggio del tempo sul mio viso? Come combattere il perpetuo moto che ci allontana ogni giorno dalla nostra natura, dalla bellezza classica e originale propria dell’uomo in tempi antichi? Un figlio, forse? Ma un figlio è inevitabilmente il risultato di un’unione, e difficile è per me immaginare l’esistenza di un essere in grado di imitare la mia bellezza se non alla sua più purissima forma.

Ogni passo che compio al di fuori della mia dimora causa dolorosi tumulti nel mio petto. Come possono vestiti così orribili come quelli dell’ultima settimana della moda competere con i classici, stupendi capi delle precedenti collezioni? Come possono, tutti quei nuovi emergenti artisti e la loro arte senza senso, tutta improvvisazione e nessun senso, avere così successo, mentre la nostra arte, con i suoi stupefacenti richiami alla classicità, viene posta in secondo piano?

In peggio precipitano i tempi. Il loro scorrimento nulla crea, ma tutto distrugge. Ben presto, saremo sepolti da macerie di un’eterna terra desolata.

Aspettando le tue consolazioni, cerco di calmarmi ricordandomi che vivrò in eterno nella mia arte e che nel mio genio non passerò mai.

Tuo, Clemens

27 Aprile 1995, New York

Amico di conoscenza e ingegno,

che immenso piacere poter accogliere queste tue preziose parole, e condividere con te questi miei complessi ragionamenti! 

Mi rincuora averti così lontano da me, mi sento estraneo a questi luoghi, in cui vi è gente totalmente smarrita, incapace di cogliere le vere sfumature della vita!

Io, invece, riesco ad assorbirle a pieno, difatti leggendo con attenzione qualche sonetto di Shakespeare e Petrarca, grandi capisaldi di ogni tempo, mi sono divertito ad esplorare i vari punti di vista con cui si tratta la figura femminile, e penso che possiamo entrambi concordare sul fatto che la sapevano lunga. Tutti noi, anche i più dotti, all’inizio, come Petrarca, idealizziamo e ammiriamo una misera donna, ma poi, come Shakespeare, realizziamo che essa altro nome è se non un cumulo di carne priva di intelletto, utile solo al dilettevole piacere carnale dell’uomo, e alla procreazione.

Ecco, vedi, è questo che io apprezzo dell’arte: essa rimane lì, immobile, al di là del tempo e dello spazio. La innalzo quindi a modello assoluto, più forte di qualsiasi innovazione e cambiamento, di pensiero e di abitudini con cui, goffamente, si tenta di modellare l’ordine primordiale delle cose! 

Ora mi vedo costretto a salutarti, la mia vena artistica mi chiama. 

Saluti, amico mio

[Entra il coro]

Abbiamo celebrato i poeti mascalzoni

gli scrittori di sonetti, madrigali e canzoni;

abbiamo parlato, in forma d’arte, dell’arte stessa.

Uniamoci allora all’ombra di questa roccia rossa

festeggiamo l’umano e il suo gioco in versi,

nobile e miserabile, terreno e spirituale,

e brindiamo con il seguente canto:

Andiamo, tu ed io,

Quando la sera si stende contro il cielo

Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;

Andiamo, per certe strade semideserte.

Strade che si succedono come un tedioso argomento

Con l’insidioso proposito

Di condurti a domande che opprimono…

Oh, non chiedere « Cosa? »

Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono

Parlando di Michelangelo.

[Esce il coro]

Fin

La cena fatale

Dramma in tre atti
di
Giacomo Baldi; Giulia Berardi; Alessandro Castiglione;
Lucile Daubercies; Letizia Grippi; Nzumba Marta Luamba e Marie Perreau

Materia del dramma: Il giorno del compleanno di Orgone, Dorina e Lady Macbeth si incontrano per confidarsi l’una con l’altra e per deplorare Tartufo. Organizzano, ma senza realizzarlo, un piano machiavellico per eliminare il promesso di Marianna, proprio poco prima che si svolga la cena di compleanno di Orgone, a cui tutti i personaggi sono invitati. Tuttavia, alla felice occasione, Tartufo non si presenta e quando i personaggi iniziano a preoccuparsi di questa assenza, vengono a sapere, grazie a un vaticinio, che Tartufo è stato ucciso. Si scoprirà allora che ogni personaggio ha un potenziale movente e che tutti hanno una buona ragione per odiare il Tartufo, il bugiardo. Macbeth e Lady Macbeth arriveranno ad accusarsi a vicenda, nell’incapacità di comunicare e di fidarsi l’uno dell’altra. Nell’Epilogo, Tartufo stesso, impossessatosi del corpo della strega, sembrerà voler rivelare il vero colpevole, ma l’amara scoperta dei personaggi è che gli unici imputati di questo dramma sono l’umano e la sua coscienza.

*Di quest’opera, composta a più mani, Lucile Daubercies e Marie Perreau hanno scritto Atto I, Scena i; Giacomo Baldi e Giulia Berardi hanno scritto Atto II, Scena ii; Alessandro Castiglione ha scritto Atto II, Scena ii e Nzumba Marta Luamba ha scritto l’Epilogo. Tutte le canzoni sono state scritte e composte da Letizia Grippi.

*

Dramatis personae

Alceste, l’invitato

Dorina, la giovane

Orgone, il festeggiato

La Strega, la medium

Macbeth, l’invitato

Tartufo, l’ospite

Lady Macbeth, la confidente

Atto I

Scena i

[A casa di Lady Macbeth]

Entrano i cantanti

[Chorus x2]

The wind’s gone down, I wonder why
it didn’t take my sins away,
The morning rain clouds up my window
but the memories remain,
And even if I could erase them all
time will judge my broken soul,
It will remind me,
that it’s all so bad, it’s all so bad

Escono i cantanti
Entra Dorina.
Lady Macbeth è in scena, sola.

DORINA                              (Irritata) Pffff!

LADY MACBETH              Che sta succedendo?

DORINA                        Roooooh.

LADY MACBETH             (Esasperata) Perché ti stai lamentando mentre non è ancora sorto il sole? Dai, dimmi!

DORINA                                Oh Lady Macbeth, si tratta di Orgone. O no, piuttosto di Tartufo. No, in realtà, di entrambi.

LADY MACBETH            (Con uno sguardo di incomprensione) Dimmi di più…  

DORINA                  Non posso più sopportarli. Stavo per parlare con Marianna del compleanno, quando Orgone è arrivato perché doveva ASSOLUTAMENTE parlare con lei. Mi ha comandato di partire, ma mi conosci. (Ride sguaiatamente). Ho lasciato il mio cellulare sulla tavola, e ho registrato la loro conversazione…

LADY MACBETH              Ah…

DORINA                           …Come dire… è stato orribilmente cattivo con lei, come se fosse niente. Sai cosa vuol fare? Cosa vuole sottoporre a quella poverina Marianna. Nel 2022?!

LADY MACBETH            (sarcastica) Lasciami pensare un’attimo….Vuole cancellare il suo accesso a Instagram?

DORINA                          Purée, mais non voyons ! Orgone la vuole sposare con Tartufo! Povera fanciulla… Tartufo.  Tartufo! Il Tartufo! Il famoso Tartufo! Ti ho già parlato di Tartufo. Il me sort par le yeux. Orgone prova per lui un’ammirazione irrazionale. Parla solo di lui, ha occhi solo per lui, gli altri sono invisibili e non hanno nemmeno la minima importanza. L’unica cosa alla quale pensa è sposare la propria figlia con questa brutta bestia.

LADY MACBETH              E Marianna invece, che ne pensa di sposarlo?

DORINA                          (con ironia) Oh, ovviamente è entusiasta! Ha persino pianto lacrime di gioia quando suo padre ha annunciato questa notizia. (Improvvisamente seria) Lady, sul serio?

LADY MACBETH         Come sul serio? Sono sempre seria Dorina te lo chiedo, che ne pensa lei di quest’unione?

DORINA                             Ma non ti rendi conto? Un falso devoto come lui! Lei l’ha ben capito e preferirebbe morire piuttosto che sposare un tale uomo.

LADY MACBETH         Perché una parola così forte per descriverlo?

DORINA                 Stiamo parlando di un bugiardo. Il ment comme il respire.

LADY MACBETH          Che esagerazione, cara Dorina.

DORINA                                    (cercando di rimanere calma) Dici? Andava tutti giorni a “pregare” in chiesa. Lui e la sua ipocrisia. Alla fine, questo manipolatore cercava di prendere i soldi di Orgone. Com’è possibile essere così naivo? C’è l’hai la risposta tu? Je me fais un sang d’encre pour Marianna

LADY MACBETH       Strano…Ma sai, molte sono le persone facilmente influenzabili. Sai, quando l’affetto si mescola alla ragione… è difficile resistere.

DORINA                                Mais c’est un menteur ! Un hypocrite ! Un charlatan ! Un escroc ! Un fallacieux et un tricheur! Il più grande ipocrita che il mondo abbia mai conosciuto.

LADY MACBETH                      (illuminata da un’idea) Mmmm… A questo punto, ragazza, ti direi di agire.

DORINA                                        (con aria pensierosa) Non so cosa fare. Provo sempre ad essere neutra però mi sembra proprio impensabile lasciare che un simile comportamento venga attuato ai danni di Marianna.

[Lady Macbeth finge di pensare]

DORINA                       Sì? Hai qualche idea?

LADY MACBETH    Sto pensando. Infatti, se quest’uomo ti sembra bugiardo… Consideriamo che l’ipocrisia è un vizio terribile dell’essere umano. Sicuramente uno dei peggiori.

DORINA                     Non “mi sembra”! Lo è! Non sono l’unica a vedere in lui vizi terribili.

LADY MACBETH         Sai?

DORINA                       Cosa?

LADY MACBETH                   (con una certa determinazione) In questo caso devi agire.

DORINA                       Mi piacerebbe, e… Dovrei agire… Sì. Devo farlo. Ma come fare? Che fare contro la follia di qualcuno? Contro la sua passione? La sua persuasione?

LADY MACBETH      Contro la manipolazione è molto difficile lottare.

[Dorina sospira mostrando il suo sconforto]

LADY MACBETH         Però la causa non è persa, non disperare. Una soluzione   c’è. Una sola…E definitiva.

DORINA                                     (con una luce di speranza negli occhi) Sapresti indicarmela, tu, in questa situazione?

LADY MACBETH          Ovviamente. Ho un’idea, però…devi fidarti di me.

DORINA                      Ti prego, Lady, dimmi: a cosa pensi?? Che in questa situazione precisa mi sembra difficile trovare così facilmente una risposta.

LADY MACBETH          Ascoltami, questo matrimonio, nessuno lo vuole vero?

DORINA                    Tranne…

LADY MACBETH               (eccitata, interrompe Dorina) ORGONE!

DORINA                                (rimane interdetta, mentre stava per prendere parola) Mmm sì. Esatto.

LADY MACBETH          Penso di averlo capito. Allora il problema deve essere sostituito.

DORINA                      Non riesco a capire il fondo del tuo pensiero.

LADY MACBETH          Lo devi eliminare.

DORINA                      Eliminare?

LADY MACBETH          Lo devi cancellare, se preferisci…

DORINA                      Cancellare?

LADY MACBETH                           (iniziando a perdere la pazienza)  Dai, farlo sparire !

DORINA                      In che senso?

LADY MACBETH          Ti prego, dimmi che mi stai prendendo in giro?

DORINA                       In che modo: “farlo sparire”?

LADY MACBETH       Mi hai capito, Dorina. Ti sto dicendo di uccidere quest’uomo.

DORINA                             Ucciderlo? Tu es folle?

LADY MACBETH       Pensa alla vita, alla vita che potrebbe avere la tua amica.

DORINA                      Ma ti rendi conto? Prendere la sua anima umana? Non potrei mai.

LADY MACBETH         Un’anima così brutta? Sei un paradosso vivente… Che grande perdita per l’umanità.

DORINA                     Ma, è troppo radicale. Sarei io in questo caso ad essere toccata dalla follia e dalla passione.

LADY MACBETH                (convinta) No, no, no! Al contrario …

DORINA                      Tengo alla mia libertà. Non posso nemmeno pensare all’idea di sentirmi in colpa di qualcosa del genere. Tengo alla mia innocenza. Alla mia purezza. Non vorrei avere un’anima macchiata di sangue.

LADY MACBETH        Ma che colpa? Se nessuno lo sa? Fingi un banale incidente. Non sarai mai giudicata come responsabile della sua morte. Figurati, non ti sto dicendo di filmare la scena e di diffonderla sui social. Un mezzo per ucciderlo in discrezione si trova facilmente.

DORINA                     Ma io lo saprei… Non voglio dover passare la fine dei miei giorni accompagnata da questi mostri che sono i rimpianti.

LADY MACBETH      E quindi? Va bene… Lascia andare. Lascia questa ragazza sposare un demonio, e Orgone continuare a essere accecato da quest’ultimo.

DORINA                       E allora? Io impazzirei, Lady…

LADY MACBETH            Hai la possibilità di creare un nuovo destino Dorina. La possibilità di salvare una giovane ragazza dallo spendere un’intera vita con l’incarnazione del vizio e del male. Hai la possibilità di rendere qualcuno felice. Hai la possibilità di cancellare da questa terra una persona che l’inquina ogni giorno.

DORINA                             (con un’aria disperata) Lady, basta per favore.

LADY MACBETH            Ci devi pensare. Io e te, unite da un segreto. Saremo unite per sempre dal bene che abbiamo compiuto.

DORINA                      Che bello. Unite… Ma ti senti? Unite dalla morte?

LADY MACBETH          Ascoltami. Cosa cambia, alla fine, se nessuno non sa mai la verità? Voglio dire? Nascondi questo in una profonda parte di te, della tua anima. Per sempre. Un giorno avrai dimenticato, e questo segreto non esisterà più su questa terra. Fallo vivere in te per un po’, e poi sparirà. Un atto non definisce una persona. Sarai sempre Dorina, avrai sempre lo stesso ruolo. Lo stesso corpo e la stessa apparenza. La società ti vedrà sempre con gli stessi occhi. Chi, vedendo il tuo dolce volto, potrebbe immaginarti assassina? Chi sarebbe interessato dal fatto di conoscerti abbastanza per scoprire che hai ammazzato qualcuno?

DORINA                     Ma nella mia mente… Non potrò più continuare a vivere.

LADY MACBETH        Quindi mi stai dicendo che nessun’altra cosa ha d’importanza che i tuoi propri sentimenti? Non funziona così, sai. L’essere umano è dotato di uno spirito, e per fortuna, quest’ultimo non può conoscere davvero solo che il proprio. L’unica cosa che devi fare è agire in un modo tale che nessuno lo possa vedere vedere. Non lasciare trasparire un raggio del tuo senso di colpa.

[Dorina rimane in silenzio.
Non sa cosa rispondere. Si mostra preoccupata]

LADY MACBETH          Si à la fin personne ne le sait ? Perché non addattare la tua propria visione, a quella della società? Se nessuno lo sa, tu nemmeno non lo sai?

DORINA                                           (diventando dubbiosa) Lady Macbeth, davvero, mi sento in colpa a essere in dubbio.

LADY MACBETH            Allora accetti?! Fallo!  Non concentrarti sulle conseguenze. Non pensare alla tua colpa dopo averlo fatto. Quella, dalla tua anima, sparirà. Fingendo la tua innocenza, rimarrai innocente.

DORINA                      Ci penso. Ma ora sento già questa terrore e questa… questa.. Cette Culpabilité. Avec un grand C.

LADY MACBETH         Hai dei destini fra le mani Dorina. Io sono al tuo fianco. Ti aiuterò con questi sentimenti che sono, nella mia percezione, in questo caso, irrazionali: non si tratta di fare qualcosa di male, si tratta di bene, in questo caso.

DORINA                                         (preoccupata) Mi aiuti?

LADY MACBETH                    (sorpresa) Accetti?

DORINA                      Sento che devo agire.

lady macbeth                   (con un’aria soddisfatta) Ti fa arrabbiare. Quest’uomo ti fa arrabbiare. Si vede, e mi sembra legittimo. Il suo comportamento è bruttissimo e immorale. Alla fine, lottare contro l’immoralità, è giustificato no?

DORINA                     Lottare contro l’immoralità, essendo immorale?

LADY MACBETH              Allora, ascoltami bene. Non dobbiamo perdere troppo tempo, prima che Orgone prenda una decisione deplorevole.

DORINA                      Dimmi?

LADY MACBETH             Ce soir, tu dois l’assassiner. Prima della cena. Ci dobbiamo organizzare. Lui non vi deve giungere questa sera alla cena. Non deve rovinare un altro momento. E per te, il più presto sarà il meglio. Lo scopo è di agire prima di pensare troppo, e di cambiare idea.

DORINA                      Mais, ça ne va pas ? Questa sera è troppo presto per me. Devo preparare la mia mente.

LADY MACBETH           Più aspetterai, più quest’azione peserà dentro di te….

DORINA                                           (interrota da LadyMacbeth) Ma…

LADY MACBETH             …Più quest’ultima darà importanza a questo gesto.

DORINA                      Tu as raison. Ce qui est fait n’est plus à faire.

LADY MACBETH           Quindi direi di riflettere.

DORINA                      A proposito di cosa?

LADY MACBETH              Je ne te pensais pas si stupide, Dorine! Dobbiamo riflettere a un modo chiaro per procedere. Questi vizi meritano qualche dolore…

DORINA                      Forse hai ragione.

LADY MACBETH         Ce soir, une étoile supplémentaire viendra rejoindre le ciel. Mais celle-ci ne brillera pas. Et ne brillera jamais. Il ne le mérite pas. Diventerà un ricordo. Un sogno brutto appartenant au passé.

DORINA                      Un sogno brutto, di cui, ogni notte sognerò.

LADY MACBETH          Un sogno. Solo un sogno. Intangible.

DORINA                      Nous devons le faire. Non possiamo più tornare indietro. Questo vizioso non merita di esistere.

LADY MACBETH              Dai! Deve rimanere un brutto ricordo!

DORINA                      Faisons-le ! Tuons-le ! Nella famiglia, tutti sperano di vederlo morto. Tutti si augurano di non vederlo, mai. Plus jamais.

LADY MACBETH           Brava Dorina, sono contenta di sentirti così ragionevole. Ora, mi devo truccare. Bisogna che mi camuffi un po’ per affrontare questa giornata che mi sembra piena, dati gli eventi che ci aspettano.

Lady Macbeth esce e se ne va
con un passo rapido e sicuro di sé.
Dorina rimane sola nella stanza.

DORINA                                  (parlando tra sé e sè)  Dorina, Dorina, stai calma. Lo uccidi, e lui diventa un sogno. Lo sai. Lady Macbeth te l’ha detto. Le devi credere. Non avere paura. Si tratta solo di un sogno. Suis-je moi-même en train de rêver ? Sono in un sogno. Sono in un incubo. Ucciderò? Non ucciderò nessuno. Mi devo svegliare. Mi devo svegliare…

Entrano i cantanti

[Chorus x2]

The wind’s gone down, I wonder why
it didn’t take my sins away,
The morning rain clouds up my window
but the memories remain,
And even if I could erase them all
time will judge my broken soul,
It will remind me,
that it’s all so bad, it’s all so bad

[Verse 2-Tartuffe]

Amen brothers, it’s time to pray,
let’s praise the Lord for his gifts and words that never lead us astray,
Mais oui, je vous confesse,
it wasn’t easy to preach without a roof above my head
but then I guess,
the Lord saw it all and gave me shelter,
that’s why I can’t give back all of the things that made me better.
What? You really think that I don’t have morality?
The Heavens gave me sanctity and you’re questioning is valency,
just think about it,
how can I be here today?
After defrauding a man if it wasn’t for Godness’ sake
and let’s say,
that all I did I did it for love
that yes I have sinned but look now how far have I come
and it’s on,
it’s not my fault that people are gullible,
they start to trust a stranger and then try to make him culpable
but overall,
Orgone you bathe in hypocrisy,
you first want me in your house
just to then kick me out of it,
and why is it?
Yes I tried to seduce your wife,
but you gave me permission to stay with her at all times
and I tried,
to stay away as much as I could
I tried to be a good guest and just preach The Word as I should,
and you know,
I would’ve kept on doing it if you hadn’t kick me out,
should I refresh your memory you made me owner of this house.
So now, let’s leave the past in the past
and don’t you worry Orgone
I’m sending the King your regards.

Escono i cantanti

Atto II

Scena i

 [Casa di Orgone. Sala da pranzo.
I personaggi sono seduti al tavolo per festeggiare il compleanno di Orgone]

MACBETH                    Secondo te cosa si mangia stasera, Alceste?

ALCESTE                     Pare uova al tartufo, risotto al tartufo, arrosto tartufato…

ORGONE                      (Avendo sentito) Molto spiritoso! È già tanto se ho accettato di invitare quel criminale al mio compleanno.

ALCESTE                     Hai fatto bene, è stata una scelta matura.

MACBETH                    Spero tu non abbia invitato nessun fantasma

ALCESTE                     (Fa un cenno con la testa verso la strega) No, però ha invitato una strega. Dopo le vicende tra Orgone e Tartufo, il nostro caro festeggiato ha avvicinato ogni tipo di indovino o santone: forse per paura di ricadere in altri inganni. Insomma, è passato dalla padella alla brace, secondo me.

MACBETH                    Ah non me lo dire, sono un esperto in materia. Ne avuto ho abbastanza di queste ambigue figure.

LADY MACBETH        Già… ma, hey, tornando a Tartufo: non si è fatto ancora vivo.

DORINA                     Strano! Di solito è il primo a sedersi a tavola e l’ultimo ad andarsene!

ALCESTE                     Ah pover’uomo!

MACBETH                    Oggi sei molto simpatico per essere un misantropo!

ALCESTE                     E tu molto chiacchierone per essere un morto.

MACBETH                    Sto iniziando a preoccuparmi, è già un’ora che lo aspettiamo… sarà meglio chiamarlo.

STREGA                       Non ce n’è bisogno, parla, domanda, ti risponderò

MACBETH                    Parla fattucchiera dov’è Tartufo?

STREGA                       Tre volte il gatto tigre ha miagolato
Tre e una il topolino ha squittito. E l’arpietto ha gridato: “È l’ora, è l’ora”. Un fiume rubino è sgorgato dalle pendici del suo colle. Una famiglia rispettata viene colpita da un terribile morbo. Il padre nasconde un passato rancoroso, il fratello fugge lontano e il nonno ringiovanisce per un momento. Questa sera Tartufo mangerà al banchetto dell’inferno.

ORGONE                      Finalmente una buona notizia!

ALCESTE                     Orgone ma ti sembra il caso?

DORINA                       Oh pover’uomo!       

MACBETH                    Rimani, incompiuta parlatrice, dicci di più. Chi ha ucciso Tartufo?

STREGA                       Di raccontare ancora non c’è bisogno. Non così felice, eppure più felice, il falso devoto inganna, ma è sincero.
L’assassino oggi parlerà e ha parlato.

ALCESTE                      L’omicida è tra di noi? Chi è stato parli subito!

MACBETH                    Potrei pensare a vari sospetti qui presenti, compreso te Alceste.

ALCESTE                      L’unico assassino seduto a questa tavola sei tu Macbeth!

MACBETH                    Io non avevo motivo di ucciderlo, tu invece Alceste odi i bugiardi, e noi qui presenti sappiamo tutti che lui lo era ampiamente. Ti proclami misantropo, dici di odiare tutti, di voler vivere recluso, ma sei sempre da qualche parte. Sempre a qualche ricevimento o a casa di qualcuno. Ma soprattutto sei sempre a tuo agio ad essere al centro dell’attenzione.

ALCESTE                      Oh questo tiranno come si scalda! Non vedevo l’ora di sentire la predica di questo clemente e pio carnefice. Macbeth, abituato come sei, avresti potuto compiere un ultimo delitto. Magari istigato da quella manipolatrice di tua moglie.

LADY MACBETH          Non osare accusarmi! Ha ragione mio marito nel sospettare di te! (Fermandosi a pensare. Pausa) Oppure… oppure potrebbe essere stato Orgone, che ha gioito appena si è saputo della morte di Tartufo.

ORGONE                       (Nervoso)Giuro che non ne so nulla! Sarebbe assurdo uccidere qualcuno in casa propria, andiamo. Lady Macbeth, machiavellica come sempre, accusa a destra e a manca

MACBETH                    Bada a come parli di mia moglie, Orgone, anche tu e Dorina sareste una perfetta coppia di assassini.

DORINA                       Lo odiavo, questo è sicuro, ma non mi sarei mai spinta a commettere un delitto!

LADY MACBETH          (Scocciata) Oh tesoro, qua in mezzo Dorina è l’ultima persona sospetta. Sarebbe troppo debole anche per uccidere una zanzara che le ronza intorno! (Tirando un’occhiataccia a Dorina)

MACBETH                    Qui qualcuno sta mentendo spudoratamente! Ho la testa piena di scorpioni per tutti questi discorsi!

ALCESTE                      (A Macbeth) Chissà perché tua moglie si prodiga a difendere Dorina… che l’abbia istigata a uccidere, come ha fatto con te? O forse ha istigato Orgone…  Sarebbe stata capace di manipolare anche l’anima più pura!

[Macbeth afferra un coltello dalla tavola
e lo punta al collo di Alceste
]

MACBETH                    Basta! Non aggiungere altro o farai la fine di Tartufo!

ORGONE                      (Avvicina la mano al braccio di Macbeth) Fermati Macbeth! … Dorina, vieni, andiamo via! Lasciamo che se la risolvano da soli.

DORINA                      (a parte) Ci siamo tutti fatti un’idea sbagliata l’uno dell’altro. (Pausa. Con solennità) Volevamo cenare tra sconosciuti.

Orgone e Dorina escono

ALCESTE                     Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Macbeth… uccidimi e mi darai ragione.

[Macbeth è esitante]
Dopo un momento di pausa, Alceste esce

MACBETH                    (di spalle, ad Alceste) Comunque non ti avrei fatto nulla!

Entrano i cantanti

[Chorus]

[Verse 3-Alceste]
Honesty, it’s hardly ever heard
I forgot how long has been since I last saw her on this earth,
“You have my word”
she said while giving me her hand,
but how can I trust her when the world is going mad
it’s just so sad,
seeing all these people lie to me
they smile at me
they search for me
they think that I’m an oddity
how can I be
when I’m the only one with a little bit of sanity,
I’m gasping for air to breathe and a few words of sincerity.
“Et ne veux place en des coeurs corrompus”
even though that changes when I think about you,
Celimène,
how can I love you if you don’t want me to stay,
when you write to other men trying to keep me at bay.
Mon dieu! I feel so sick of this world
I’m seeing lies and decay as they utter every word,
and I know,
you people tell me that we live in a society,
I saw how people act in it so why would I be part of it
it’s startling,
and yeah you say that I don’t have no friends?
I’d rather be alone than spewing lies as they were sand.
No it didn’t work for me trying to live in the present
so I decided once and for all I’m gonna live in the desert,
but I still,
hope you know that there’s no Truth in this world,
that when you sleep you hear my voice condemning every word,

I hope your conscience eats at you and just know that you will never deserve,
at place at my table and another one dans mon coeur.
So now…

Escono i cantanti

Scena ii

 [Casa di Orgone. Sala da pranzo.
In scena sono presenti solo Macbeth, Lady Macbeth e la Strega]

LADY MACBETH         Sarai soddisfatto. La tua indole non fatica mai a tornare a galla. Dopo Tartufo, Alceste è dunque il prossimo sulla tua lista, ho capito bene?

MACBETH                     Ma di cosa parli?

LADY MACBETH   Ora fingi di non capire, come al tuo solito!
Tartufo era un ostacolo, e tu lo sai.
Non è il tuo più grande piacere uccidere, ben più di governare, delle ricchezze, delle amicizie, degli amori o anche persino del respirare?

MACBETH                    Che assurdità! Tu dici sempre assurdità. Intendi dirmi che sono un mostro? Effettivamente non hai tutti i torti. Mi sono macchiato molte volte le mani. Il liquido denso impregna le dita, e non viene mai lavato via. Ma con ciò: non amo uccidere, faccio solo quello che è la cosa giusta…

LADY MACBETH           Togliere la vita ad altri per aumentare la tua?

MACBETH               Basta, ti prego. Non me lo merito; nemmeno tu lo meriti, ma a differenza mia, continui a spremere il succo dalle viscere degli altri, con il veleno letale della retorica e per le azioni altrui. Perché ancora? Non bastava tutto quello che abbiamo già fatto?

LADY MACBETH         Ora usi il plurale. Davvero non mi sbagliavo sul tuo conto. Nemmeno farsi carico delle proprie azioni, bisogna spalmarle sulla moltitudine. Sei proprio un uomo a pezzi, Macbeth. Se uomo ti si può definire. (Ride e beve un sorso da un bicchiere)

MACBETH                   Non riesci a concepire il male fatto? Continui a ferirmi, invece di comprendere. I tuoi sono sintomi di pazzia… allora non mi sbagliavo, anche la tua coscienza è derelitta e frammentata. Ti aggrappi al gioco della derisione; tu non stai bene. Mi chiedo se sei mai stata bene.

LADY MACBETH          Bene come un cristallo ancora non toccato dalle sozze mani dell’uomo. Sei tu quello problematico, caro. Continui a criticarmi, ma ho fatto quello che andava fatto. Tu non avresti agito diversamente, ed anzi avresti frantumato il suo cranio in prima persona.

MACBETH                  Non so dirtelo. A questo punto neppure io so cosa sarei capace di fare, con le giuste condizioni.

LADY MACBETH          Visto! Mi dai ragione. Sei fragile, Macbeth.

MACBETH                   (Macbeth, sentendosi sopraffatto dalle emozioni, va sulla difensiva alzandosi dal tavolo)  E tu sei folle! Non c’è troppa differenza tra te e quella strega laggiù!

LADY MACBETH          Senti come si permette!

MACBETH              Perché non aggiungi un’altra anima alla tua danza macabra? Sono proprio qui!

LADY MACBETH         Avessi voluto ucciderti, l’avrei fatto molto tempo fa. Sei solo un inetto e dunque non ho sentito il bisogno di aggiungerti alla mia collezione di ossa.

MACBETH                    Mi aspetto un giorno qualcuno che venga ad uccidermi! Sarai tu la tessitrice del regicidio, e di questo ne sono più che sicuro. Un re che si sporca le mani spesso non finisce il proprio regno morendo di vecchiaia. Dopotutto, è strano vedere un tiranno sul suo letto di morte.

LADY MACBETH          Un re, un re… non pensi ad altro che al tuo potere! Vaneggi sulla tua onnipotenza. Basta Macbeth, stiamo dando orribile spettacolo di noi.

MACBETH                        Ora fai la persona mesta? Guarda un po’, l’istigatrice che diventa la diplomatica!

LADY MACBETH          Non ti riconosco più, ti stai scagliando contro di me senza riguardo. Dov’è finita la nostra stima l’uno per l’altra?

MACBETH                    Non c’è mai stata, ecco tutto.

LADY MACBETH         Sentilo un po’. Non facevi così quando ti ho aiutato a diventare l’uomo più grande di tutta la Scozia. Mi fai male, Macbeth.

MACBETH                   E faccio bene; considerando che, alla fin fine, forse sei stata proprio tu a uccidere Tartufo!

LADY MACBETH         Le tue parole sono ustionanti, mi rifiuto di credere che tu mi stia accusando. E se fossi tu l’assassino, come sono ben portata a credere?

MACBETH                  Litigare con te mi fa sentire peggio di prima! Non voglio più vederti; Non voglio più vedere nessuno.

LADY MACBETH           Nemmeno io, e spero di smarrirmi in qualche caverna, per non vedere più la luce del giorno e la sua immensa falsità.

Lady Macbeth esce

In scena Macbeth accasciato sulla tavola e la Strega vicino.

Entrano i cantanti

[Chorus]

[Verse 1-Macbeth]
Another day, another sun, another victory at last
except this one’s took out my pride and then the glory of my past,
‘cause blood I used to see
in battlefields and around me,
but never once I thought it would’ve brought me to insanity
and still,
I couldn’t help my hand from moving
I feel the knife still plunging deep and then some voices speaking to me,
I got choked up by my ambitions
I let them out and make me vicious,
yes they bewitched me with some promises that clouded up my vision.
And yet, was I really wrong,
if they fate crowned me king I think the deed really had to be done.
Again, why am I so restless?
The blood that’s on my hands sits on my wife’s hands too,
weren’t we to careless,
Yeah, ‘cause I hear whispers in the dark
they sing melodies for me, it’s like I’m being torn apart
and have I missed the mark,
I’m seeing ghosts sit on my throne
and why, why can’t I move on
and my mind feels like it’s gone
and now…

Atto iii

Epilogo

 [Casa di Orgone. Sala da pranzo.
In scena sono presenti solo Macbeth e la Strega]

STREGA

Shhh! Zitti tutti!
Silenzio!
Non fiatate!
Nessuno di voi è degno di proferir parola
Nessuno di voi ha il diritto di giudicare.
Nessuno di voi è innocente.
Vergognosi sono i vostri discorsi.
Abominevoli sono le vostre azioni.
Oltraggiose sono le vostre brame.
Le ambizioni, l’ipocrisia e l’ignominia
hanno raggiunto il parossismo.
Non si può più tornare indietro!
Riparare il delitto commesso è ormai impossibile!
Adesso vedo l’orrore nei vostri occhi,
il tremolio nei vostri corpi,
il sangue nei vostri vestiti.
Si sta contorcendo dentro di me
un essere immateriale,
sento il sibilo di un serpente,
che ha bisogno di uscire fuori per parlare.
È Tartuffo,
il morto che ha ansia di vendetta.
Lentamente si sta impossessando del mio corpo.
Vuole gridare, rivendicare,
difendersi dalle vostre accuse profane.
Si sente isolato, tradito e maltratto!
Tutti che lo accusano della sua finta devozione,
della sua falsità e della sua flatterie!
Voi che giudicate, siete altrettanto colpevoli.
Macbeth, l’ossessivo.
Lady Macbeth, l’istigatrice.
Orgone, lo sprovveduto.
Dorina, la pianificatrice.
Alceste, il moralista.
La vostra sporca coscienza è nascosta
nelle innumerevoli sinapsi cerebrali.
La vostra morale è corrotta dai vizi della società,
I vostri sogni sono intrisi di tossicità
I vostri progetti sono contaminati dalla vostra cecità.
Il vostro agire vi ha ingannato,
la malvagità vi ha confuso,
adesso siete disorientati, terrorizzati, stravolti.
Tutto è fuori dal vostro controllo.
Ora è giunto il momento
di accogliere qui il nostro defunto
in questa cena di disgrazia.
Vuole lasciare un messaggio di verità e speranza
anche se la sincerità
non è il suo cavallo di battaglia.
Vuole confessare tutto
anche se per lui è una missione ardua.
La sua ansia di rivincita è incontenibile.
Rimane la sua testimonianza ancora da sentire.
Ascoltate, udite e aprite le orecchie.
Il morto parla, Tartufo parla.

MACBETH  

Ma che diamine sta succedendo! A che mostruoso spettacolo sto assistendo? Venite tutti a vedere la strega che si sta muovendo! Non capisco bene che cosa sta blaterando. Qualcuno si sta impossessando di lei sul serio o per finta? Sarà il nostro Tartuffo infuriato responsabile di questa trasformazione ripugnante? Se sei veramente tu, allora parla. Siamo tutti curiosi di sentire la tua versione dei fatti.

Tutti i personaggi rientrano

TARTUFO 

[La strega recita il monologo di Tartufo à-là Kurosawa.
Viene quindi doppiata da un attore esterno che presta
la voce al personaggio
]

Tartufo io sono,
dal mondo dei morti provengo.
Difendermi voglio da tutte le accuse vostre.
A tutti perdono chiedo per le mie malefatte,
Accusano tutti e nessuno scusa chiede.
Nessuno confessa, nessuno svela.
Umana l’ipocrisia è.
Mortali i complotti sono.
La futilità della vita la morte mi ha insegnato:
come una foglia secca d’autunno che trema;
come un’immagine che nel tempo si scolora;
come una crepa sul muro che crolla.
Ripetutamente i vostri commenti insensati mi tormentano.
Coerente nella mia ipocrisia sono stato fino alla morte.
Senza sosta rivedo il sangue che fuoriesce dalle vene
e dipinge di rosso vermiglio le pareti, il soffitto e la porta.
Gli occhi che sporgono
come un bruco dalla polpa di una mela
io immagino.
Improvvisamente in un buio assoluto
io mi spengo.
Il corpo più pesante
e l’anima più leggera sento.
Tutto in un misero secondo,
la vita l’ultimo respiro sofferto mi ha tolto.
Per ottenere pace e riposo
smascherare i vostri perfidi cuori devo.
La retorica tante menti ha manipolato
ma dal tragico destino
non mi ha salvato.

Diversamente da me,
voi viventi avete l’opportunità
di correggere i vostri errori,
di cambiate la vostra condotta,
e di rispettare i morti.
Giudicate voi:
è giusto incolpare a dismisura
la falsità di un individuo
senza interrogarsi sulla propria coscienza?

Escono tutti

Entrano i cantanti

[Verse 4-Conscience]

Yeah, now everything is bad
and I’m sorry dear viewer for let you witnessing this mess,
and let me stress,
I live inside every one of you,
and you’re capable of doing things you thought you’d never do.
What do you say?
“That’s not true, I could never be a murderer”
Except remember that before that Macbeth was a nobleman,
and then again,
Tartuffe was a man just like you,
then he started scamming people and his soul now is doomed,
and I could,
try to warn you when the time will come
you just have to listen to me or your chance will soon be gone,
are you strong?
You have to see beyond every issue,
how much are you ready to loose to fulfill your ambitions
in addition,
Arrogance is clouding your vision,
you’re not as truthful as you think you are,
it’s not your condition,
but don’t worry,
if you’re nurturing your very obsessions,
like Alceste’s you’ll end up all alone in the desert.
Now tell me,
just what is it, what is making you so sad?
Are you hearing my voice anytime you see your eyes go red,
are you trembling in sin every time you go to bed,
do you think about your death bed or you think you’re going mad,
do you think about your past
when you feel your soul collapsing,
did you think your life would last
only the moment of a heartbeat.
Now I’m sorry for you
but I did everything I could,
you should’ve thought about it
before your mind crushed onto you.
And now… it’s up to you.

Sipario

…TUA, B.

Schettino Martina, in questa sua composizione, rielabora il concetto di colpa e peso della coscienza sotto forma diaristica, riportando i pensieri più intimi e profondi di una giovane protagonista, nell’ottica del corso di Letterature Comparate B mod. 1 Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto… è stata solo una mia percezione?”

*

22/09/2022

Caro Diario,

Eccomi, sono arrivata nella mia nuova casa! Finalmente, non vedevo l’ora!. L’Inghilterra è spettacolare, sono così contenta di essere qui. L’appartamento non è grandissimo ma ho un’intera, spaziosissima parete per la mia libreria. La mia coinquilina, Lizzy, è molto simpatica. Mi ha fatto fare un tour della casa e mi ha già dato qualche informazione sulle varie feste che i suoi amici hanno in programma. Per ora voglio concentrarmi sulla sistemazione della mia roba e voglio prepararmi per l’inizio delle lezioni. Mancano solamente due settimane; mi sento agitata ma al tempo stesso sono emozionata. È il mio sogno da sempre! Oxford! Ancora non ci credo, che gioia! Datemi un pizzicotto o crederò ancora di essere in un sogno. Adesso vado, ne approfitto per chiamare mamma ora che Lizzy è sotto la doccia
Tua, B.

07/10/2022

Caro Diario,

sono tornata, prima settimana di lezioni. Ho smesso di scrivere per un po’… mi dispiace, so bene che la scrittura mi aiuta tanto, eppure in questi giorni sono stata così impegnata. Tra l’inizio delle lezioni e le presentazioni ai tantiamici di Lizzy (dire tanti è un eufemismo, non so come questa ragazza riesca a intrattenere tutti questi rapporti sociali, costantemente…), non ho avuto un attimo di tregua. L’appartamento è finalmente sistemato, io e Lizzy lo abbiamo reso molto carino. Anche a mamma piace molto. Ho ancora una lezione per oggi, storia inglese. Il professore è simpatico e si vede che mette molta passione in quello che fa. Abbiamo iniziato dalle origini della storia inglese, dai Britanni alla conquista dell’Impero romano. Una settimana stancante ma molto produttiva; la professoressa di English ci ha già assegnato un saggio da scrivere su Beowulf… vado a lezione.

h. 19 sono in camera, Lizzy è appena tornata con il suo fidanzato, non sembra che le cose vadano molto bene tra loro. Lei piange, penso stiano per chiudere la relazione, mi ha confidato che è da qualche tempo che le cose tra loro non vanno bene.

10/10/2022

Jordan e Lizzy non si sono lasciati. Io sono a metà del mio saggio di Beowulf e in ritardo per la mia lezione di Storia Inglese ciaoo.

11/10/2022

Caro Diario,

ho dormito male questa notte; Lizzy è tornata tardi e ha fatto molto rumore, penso avesse bevuto troppo la sera. Continuava a ripetere un nome, o meglio, continuava a biascicare un nome, storpiando tutte le lettere che lo compongono; strano…

   13/10/2022

“If you could hear at evert jolt, the blood
Come gargling from the fourth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter as the cud
Of vile, incurable sores on innocent tongues, –
My friend, you would not tell with such high zest
To children ardent for some desperate glory,
the old Lie: Dulce et decorum est
Pro patria mori.”

Wilfred Owen, uno dei war poets che preferisco in assoluto. La potenza delle parole con cui esprime il suo disprezzo verso i finti ideali sociali del tempo mi provoca sempre un’emozione indescrivibile. Spero un giorno di riuscire ad esprimermi in maniera così decisa ma allo stesso tempo elegante come Owen.

Il saggio è quasi terminato; per essere il primo vero saggio che io abbia mai scritto, sono abbastanza soddisfatta. Lizzy mi ha aiutata con alcune parti più tecniche, sto ancora perfezionando la mia scrittura saggistica. Ultimamente non sta molto bene, non capisco bene cos’abbia… sembra sempre sull’orlo di una crisi o un pianto, è spesso nervosa e molto moody. Quando provo a chiederle di parlarne ha come un sussulto e cambia velocemente umore e argomento, come se tutto il malumore che c’era non fosse mai esistito, se non nella mia testa. Questi suoi comportamenti mi confondono, non capisco perché si comporti così. Anche Jordan si fa vedere sempre meno in casa. Sarà successo qualcosa tra loro?

 15/10/2022

Finalmente è sabato! L’Università è stancante, un ambiente completamente differente da quello del liceo e gli ambienti scolastici inglesi sono così lontani da quelli italiani. All’inizio è stato veramente difficile ambientarsi, ma ho trovato delle persone fantastiche che non mi hanno fatto sentire sola un solo istante. Posso dire di essere la felicità fatta persona!

16/10/2022

Diario,

questa notte è successo qualcosa a Lizzy… è tornata nuovamente molto tardi a casa, piangeva e continuava a ripetere a qualcuno dall’altra parte del telefono che non poteva più sopportare questa situazione, era stanca e voleva solo dormire. Sono sinceramente preoccupata, ma come sempre non ha voluto parlarmene; neanche quando le ho detto che avrei provato ad aiutarla in ogni modo si è voluta liberare del peso che porta nel cuore. In effetti, ora che ci penso… inizialmente non ci ho fatto molto caso, ero stanca, appena sveglia e nel bel mezzo della notte. Ma ora, ripensandoci… mi ha risposto che a quel punto neanche Dio avrebbe potuto aiutarla. Ho un brutto presentimento, molto brutto…

21/10/2022

La situazione sta diventando sempre più strana. Lizzy è tornata quella di prima. Sorridente e spensierata com’era i primi giorni in cui ci siamo conosciute. È tutto sempre più strano. Come sono strane le persone che sta iniziando a frequentare. Si è allontanata da tutti i suoi amici e ora si è avvicinata ad un gruppo di persone… diverse. Non ho una bella sensazione.

Questa sera il professore di storia inglese non ci sarà a causa di un impegno, questo mi dà il tempo di completare un nuovo saggio a cui sto lavorando per il corso di Poesia e una relazione per il corso di Letteratura Americana. Quest’anno il professore vuole concentrarsi sulla letteratura di Hemingway. Adesso stiamo affrontando “The old man and the sea”; ho finito da poco la lettura di questo racconto spettacolare. Quanto mi affascina la scrittura di questo autore, non vedo l’ora di approfondirlo.

Sono in biblioteca, ho bisogno di prendere in prestito alcuni libri per vari corsi. Sinceramente non me la sento di tornare a casa, con Lizzy e quelle persone… mi mettono i brividi. Non capisco, è una sensazione che ho provato non appena hanno messo piede nell’appartamento…

Appunto di Lizzy ritrovato in un quaderno universitario:

Sadness.
Hopes.
Will she trust me again,
After all the things I’ve done?
-E.

09/11/2022

Diario,

sono finalmente più libera dagli impegni universitari; saggi, scritti critici, composizioni. D’altro canto però, Lizzy mi preoccupa sempre di più e occupa quasi tutti i miei pensieri. Ultimamente non torna a casa a dormire, non risponde a chiamate o messaggi e quando, dopo giorni, torna, la trovo sempre più smagrita, stanca, con profonde occhiaie scure sotto gli occhi. Anche Jordan è sempre meno presente, raramente lo incontro in casa… è successo solo poche volte e l’ho trovato profondamente cambiato. Non fisicamente, non è un cambiamento apparente. È qualcosa nella sua persona che sembra diverso, forse nel suo sguardo, nei piccoli movimenti che inconsciamente una persona compie quando si trova in un luogo dove non vorrebbe essere.

Forse sto sognando tutto, forse nulla di ciò che ho scritto sopra è reale; sarò influenzata dalla preoccupazione che provo per Lizzy…

15/11/2022

Abbiamo iniziato Shakespeare al corso di Letteratura Inglese! I’m not gonna lie, è uno dei miei autori preferiti. Sono affascinata dalle tragedie; è un mondo meraviglioso, ricco di piccoli dettagli che rendono la scrittura di Shakespeare così incredibilmente significativa. Tra pochi giorni inizieremo Macbeth. Ricordo ancora la prima volta che approcciai quest’opera. Ero nella mia vecchia camera, tra le mani il volume delle tragedie shakespeariane preso dalla biblioteca di mio nonno. Pagina dopo pagina, la fermezza e la perseveranza di Lady Macbeth hanno catturato la mia attenzione sin dall’inizio. È una donna che non si è lasciata intimorire da nulla, né sovrastare dal predominio del potere maschile che al tempo regnava sovrano nella società. Queste sono, però, le stesse caratteristiche che l’hanno portata alla rovina. Lady Macbeth non sopportava il peso del delitto che lei e il marito avevano progettato e commesso, nei confronti di un uomo buono e gentile.

Lady Macbeth si toglie la vita, consumata dalla sua stessa sete di potere.

20/11/2022

Domenica, il mio giorno preferito della settimana. Ho finalmente recuperato qualche ora di sonno perso in questi giorni di lezioni interminabili.

Ieri sera ho deciso di parlare con Lizzy; la situazione stava diventando insostenibile. Ci siamo confrontate a lungo; mi ha spiegato che tutte quelle persone sono amici di Jordan, conosciuti in un nuovo centro per artisti che aveva scoperto qualche mese prima. Mi ha anche confidato che per “entrare” in questo gruppo bisogna affrontare una cerimonia di iniziazione. Ho sentito un brivido lungo tutta la schiena; il modo in cui ha pronunciato quelle parole, il suo sguardo che è improvvisamente diventato vuoto. È stato un solo attimo, poi ha continuato a parlarmi come se nulla fosse successo. È stata solo una mia percezione??

La detective Campbell chiuse il piccolo oggetto che da ore stava sfogliando, ripetutamente, in cerca di un indizio, una traccia qualsiasi che potesse condurla a comprendere l’accaduto. Questo diario dava molti spunti di riflessione alla giovane detective; Miriam ripensò al lungo interrogatorio di Jordan Foster, il fidanzato di Elizabeth Wright. Pensieri veloci scorrevano nella mente della detective. Tra le mani aveva uno dei casi più difficili a cui avesse mai lavorato; si sentiva pronta, eppure l’agitazione penetrava ogni suo muscolo. Ogni cellula del suo corpo fremeva. Voleva chiudere il caso; le famiglie delle vittime erano distrutte, le si stringeva il cuore ripensando alle lacrime dei genitori quando aveva comunicato loro la notizia; lei però doveva concentrarsi. Lo doveva a loro; lo doveva a quelle povere ragazze.

La scena del delitto era già stata controllata più e più volte, dalla stessa Miriam e da altri poliziotti dello Scotland Yard presenti durante le indagini. Secondo le ricostruzioni, non ancora ufficiali, della vicenda, il giovane si era introdotto nell’appartamento di sera con la scusa di recuperare dei vestiti dalla camera della fidanzata. Secondo i programmi, sarebbero dovuti andare a cena fuori e poi si sarebbero trovati con degli amici di lui, probabilmente gli stessi amici descritti nel diario di Beatrice.

Jordan affermava di aver trovato le due ragazze già morte quando era entrato in casa, usando le chiavi che Elizabeth gli aveva lasciato. Il ragazzo restava comunque il principale sospettato. Chiudendo il diario, Miriam si rese conto dell’ora. Le 2:20 del mattino. Non riuscì a dormire quella notte. Le stava sfuggendo qualcosa, ne era sicura; un pezzo di quell’infinito puzzle che era la verità le mancava, solo che non sapeva come e dove cercarlo.

L’indomani si recò sul luogo delle indagini. Prima di entrare nell’appartamento fece un respiro profondo. Entrando, notò subito la scientifica alle prese con il soggiorno, dov’erano stati ritrovate le due ragazze. Sentiva ancora quella sensazione della notte precedente; la verità stava lentamente scivolando via. Miriam decise di controllare nuovamente quel posto, come se non fosse mai entrata lì prima, come se fosse la prima volta. Doveva concentrarsi su ciò che non era ovvio o scontato.

Ripensando al diario di Beatrice, decise quasi involontariamente di dirigersi verso la libreria del salotto. “Una bella collezione” pensò subito, sfiorando con le mani guantate i dorsi dei libri perfettamente ordinati. L’occhio le cadde sulla collezione dei volumi di Shakespeare; la detective ricordò che Beatrice stava studiando Shakespeare all’Università in quel periodo. Si recò verso quella sezione e notò un buco tra il “King Lear” e “Anthony and Cleopatra”. Non era mai stata appassionata di letteratura, e di certo non poteva sapere quale opera shakespeariana mancasse alla collezione. Si sfilò velocemente il guanto e cercò su Google la lista completa delle opre dell’autore inglese. Controllò i libri uno ad uno, fino ad arrivare al volume mancante; Macbeth. Nella libreria non era presente. Poteva trovarsi solo in camera di Beatrice. L’istinto di Miriam le suggeriva che valeva la pena seguire questa pista, e così fece. Andò in camera della ragazza e lo vide, impilato sulla scrivania insieme ad un sottile libricino di Hemingway e altri volumi. Senza pensare, come se fosse guidata da una forza esterna, aprì il libro. Un piccolo pezzo di carta scivolò sul pavimento, silenzioso. Inizialmente non fu notato da Miriam e rimase lì, sul pavimento. Nel frattempo la detective, sfogliando le pagine e leggendo distrattamente le varie note scritte a mano ai margini, notò che una pagina era stata segnata.

SEYTON

The queen, my lord, is dead.

MACBETH

She should have died hereafter.
There would have been a time for such a word-
Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow.
Creeps in this pretty pace from day to day
To the last syllable of recorded time;
and all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.

Una lacrima scese lungo la guancia di Miriam. Quelle parole l’avevano colpita profondamente, ma la nota a margine che accompagnava quei versi le fece gelare il sangue:

My time is coming
sooner than I thought.

Questa era la stessa scrittura del diario, la scrittura di Beatrice. La ragazza era consapevole di essere in procinto di morire? Se sì, com’era possibile? Qualcuno l’aveva minacciata? Jordan? Uno dei suoi amici? Elizabeth aveva cercato di avvertirla in qualche modo?

Chiuse il libro e si appoggiò alla scrivania; mille ipotesi, domande, pensieri fluivano correndo veloci. Miriam chiuse gli occhi. Questo complicava tutto. Aprendo gli occhi notò il foglietto fino ad ora ignorato, che era rimasto sul pavimento della camera.

Quel pezzo di carta apparteneva alla pagina del diario, la carta era la stessa. La detective era sicura di questo perché aveva maneggiato parecchio l’oggetto negli ultimi tre giorni.

Traduzione italiana della nota ritrovata nella copia del Macbeth appartenuta a Beatrice:

Questa nota è per Jordan, Michael e Susanne.
L’atto è compiuto, lei è morta.
Avete scelto una vittima per me, io ho obbedito ai vostri ordini.
Vederla lì, sul pavimento del nostro salotto, senza vita (vita che io le ho tolto!) mi ha destata dal sonno ipnotico in cui ero entrata.
La cerimonia che tanto bramavate è stata realizzata;
ma lei era mia amica.
Non posso vivere sapendo quello che ho fatto, quello che ho fatto per te, Jordan. Solo per te.
Addio,
Elizabeth.

*

Bibliografia:

William Shakespeare, Macbeth, Milano, Mondadori, 2021.

Wilfred Owen, Dulce et Decorum Est, https://www.raicultura.it/webdoc/grande-guerra/battaglia-somme/pdf/WilfredOwen.pdf

Riscoprendo me stesso: terapia attraverso la parola

Laura Margaria rielabora l’idea letteraria della coscienza, riscoprendo se stessa attraverso la terapia narrativa, nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Le sentivo da tutta la vita, erano voci distanti e da piccolo pensavano tutti che avessi soltanto una grande fantasia o che semplicemente amplificassi le favole della Disney, dove Pinocchio vede il suo grillo che gli spiega cos’è giusto e cos’è sbagliato, perché alla fine tutti sentono una voce nella testa e non è altro che la propria coscienza.”

*

Le sentivo da tutta la vita, erano voci distanti e da piccolo pensavano tutti che avessi soltanto una grande fantasia o che semplicemente amplificassi le favole della Disney, dove Pinocchio vede il suo grillo che gli spiega cos’è giusto e cos’è sbagliato, perché alla fine tutti sentono una voce nella testa e non è altro che la propria coscienza. Quando provavo a spiegargli che era diverso non ascoltavano. Effettivamente sentivo una personcina nella mia mente che mi gridava cosa fare, ma la sentivo anche discutere con altri, li sentivo litigare, parlare con termini che neanche io avevo mai sentito. Sembrava di assistere ad uno di quei programmi di polemiche in televisione dove le persone si parlano addosso sputando verità e menzogne, senza neanche riconoscere le une dalle altre. Però gli adulti mi rispondevano: “Il tuo grillo parlante sta protestando molto? Hai forse fatto qualcosa di sbagliato?”. A tredici anni hanno iniziato a capire che forse avrebbero dovuto ascoltarmi un po’ più e mi portarono da uno psicologo. Da lui per la prima volta ho sentito il termine ‘Disturbo dissociativo dell’identità’. Queste parole complicate a cui ancora non associavo un significato preciso spiegavano tutto: i miei sbalzi d’umore improvvisi, le mie proteste di bambino, il fatto che molte volte i miei genitori stessi non mi riconoscessero, anche i miei vuoti di memoria diagnosticati come ‘amnesie dissociative’.

Ho dovuto affrontare l’ipnosi per arrivare a conoscere tutte le altre persone che abitavano nella mia mente, il dottore li chiamava “alter” e tra tutti ho riconosciuto le due voci che principalmente mi avevano accompagnato da tutta la vita, diversi come le due facce della stessa medaglia. Uno mi incitava a dire tutto ciò che pensavo, ad essere sincero, riteneva necessaria la coincidenza tra il cuore e le parole, non importava quanto la verità fosse dura da affrontare; l’altro invece mi incitava ai sotterfugi, alle piccole bugie una dietro l’altra che di certo non avrebbero fatto male a nessuno, si preoccupava che io avessi tutto ciò che desideravo e mi consigliava come fare per arrivare ad ottenerlo, anche se ciò significava affondare altre persone. La mia vita è sempre stata un bilancio tra queste due personalità, talvolta richiamavo gli altri per aver mentito e li ferivo anche nei sentimenti pur di non passare altro tempo con dei bugiardi; altre volte invece ero il primo a mentire, fingevo di stare male soltanto per arrivare ad un misero scopo. Certi giorni loro stessi uscivano dalla testa e iniziavano ad agire come più preferivano scombinando la mia vita e io dovevo raccogliere i pezzi di ciò che avevano distrutto senza neanche ricordare cosa il mio stesso corpo avesse combinato. Avevo tante vocine nella testa ma non ho mai sviluppato quella del mio grillo parlante o forse anche se esisteva non gridava abbastanza forte da farsi sentire e più crescevo più passavo la vita a scegliere tra uno o l’altro dei consigli senza mai sapere cosa fosse giusto o sbagliato. In balia di una vita che forse non potevo neanche definire mia.

Sono seguito da specialisti ormai da tre anni, il dottore mi ha chiesto di iniziare a scrivere queste pagine per prendere più coscienza della mia situazione, vuole che io descriva le mie esperienze per aiutarlo a comprendere meglio i miei sintomi. Inoltre, queste pagine potrebbero aiutarlo ad identificare quelli che chiamano ‘trigger’ ossia qualsiasi cosa possa riportarmi ad un evento traumatico e stimolare in me un cambio di personalità. Devo annotare tutte le situazioni stressanti che mi si pongono davanti e descrivere ogni cosa.

Dottore deve sapere che oggi è successo davvero qualcosa di strano ed è per questo motivo che mi ritrovo per la prima volta a volerla annotare. Oggi dopo le lezioni il mio compagno di classe Oscar si è avvicinato e mi ha chiesto un consiglio riguardante una poesia. Inizialmente non voleva dirmi per chi fosse stata scritta, ma ha ceduto al suo entusiasmo e mi ha rivelato il nome di Clara. Mi sono domandato se sapesse della relazione che io e lei avevamo, mi sono chiesto se fossi io a dovermi sentire di troppo in quel gesto d’amore tanto romantico. Ho accettato più per curiosità che per amicizia e appena il mio compagno ha finito di recitare quella poesia le vocine nella mia testa si sono scatenate: “Non è che uno sciocco adulatore, che neanche riesce ad esaltare la sua amata. Inoltre, come si permette di dedicare una poesia alla nostra Clara, digli che non ha speranze, che lei ha promesso a noi il suo cuore e la sua parola sincera è la nostra più grande garanzia. Dovrebbe provare a resistere alla tentazione di scrivere se questo è il risultato. Dovresti proprio dirgli di rinunciare e gettarla direttamente nel gabinetto, non è certo una poesia d’amore adatta!” urlava uno, mentre l’altro ribatteva “Non essere ingenuo, digli che è meravigliosa, ammira la sua scrittura e quando la reciterà davanti a Clara sarà lei stessa a sfigurarlo, non dovrai più temere che lei lo scelga, sarai tu la sua unica opzione. Fingi di aver sentito un capolavoro, poi andrai a consolarlo quando lei gli volterà le spalle. Lui sarà ancora tuo amico e Clara sarà solo tua. Perché dovrebbe sospettare della tua parola?“.

Sembrava una scelta banale, non fosse stata per lei che veniva inserita in quella mia decisione, qualsiasi mia scelta avrebbe influito su di lei, che per miracolo mi era rimasta accanto nonostante la mia malattia, lei che avrebbe potuto abbandonarmi come tanti altri ma ha scelto di restare. L’unica certezza in quella situazione era che, come al solito, mi ritrovavo schiacciato tra due persone senza sapere chi ascoltare. Avrei potuto dare retta al primo: dirgli la verità e così ferire i suoi sentimenti; al contrario se avessi ascoltato la seconda voce non mi sarei neanche dovuto preoccupare della risposta di Clara, si ritrovava già con troppi pretendenti e toglierne uno dalla lista mi avrebbe avvantaggiato. Hanno iniziato a discutere e in un secondo mi è sembrato di sentire qualcun altro in mezzo a quella loro discussione, sembrava la prima parola di un bambino, inaspettata e straordinaria ma allo stesso tempo leggera come un gesto abituale. Quella piccola voce aveva detto soltanto “No”. E io trascinato da quella sensazione nuova avevo ripetuto lo stesso monosillabo ad alta voce. Oscar mi guardava come se dalle mie labbra pendesse la sorte della sua vita, non capiva come mai gli stessi dicendo di no. Tuttavia, in quel momento non importava ciò che succedeva al di fuori della mia testa, ero sicuro fosse qualcosa di nuovo, che fosse qualcuno di nuovo e per un attimo ho pregato, ma non mi ha risposto. Quale dei due non avrei dovuto ascoltare?  Perché aveva smesso di parlare? Perché non aveva mai parlato prima?

Ero di nuovo in balia di quei due e ancora una volta ho ceduto alla più suadente delle due voci, al che ho risposto ad Oscar: “Mi piacciono, sono veramente dei bei versi, dovresti correre da lei e dirle tutto, vedrai come sarà felice”.

Proprio mentre iniziavo a camminare verso casa l’ho sentito di nuovo, questa volta però era più tenace, il bambino aveva imparato a parlare e non voleva smettere: “Tu vorresti che ti mentissero?“. Mi sono ritrovato a pensare alle mie azioni come se influissero davvero su di me, come se una mia scelta potesse realmente cambiare la mia storia. Se fossi stato nei panni di Oscar avrei voluto una verità dolorosa o una menzogna? Forse la risposta stava proprio in mezzo a questi due estremi. Dottore magari mi correggerà, mi dirà che sono un illuso però io ho pensato che fosse il mio grillo parlante. Aveva detto solo una frase però aveva zittito ogni altra voce e gli uomini che mi guidavano da tutta la vita non avevano più il coraggio di rispondere a quel bambino.

Scorrendo tra i vari pensieri sono arrivato a casa, la testa era pesante; tuttavia, sembrava una stanza vuota dove l’eco di quella voce nuova risuonava inesorabile e non mi lasciava riposare. Scrivo queste pagine per capire bene di che si tratta, per sperare che lei dottore legga dentro di me e capisca quel che ho in questa testa.

Ho chiesto a mio padre come potesse spiegare quella pesantezza, quel vuoto che ti ingloba ma non ti ferisce, quella paura di aver fatto la cosa sbagliata. Ma non c’è stata una vera e propria risposta, come per tutta la mia vita non è mai stato bravo a leggermi e a capirmi. Al momento della buonanotte è entrato in camera mia dicendo: “Stavo pensavo a ciò che mi hai chiesto prima, non sono in grado di spiegare sentimenti del genere io. Perché non ti affidi a Shakespeare?”. Dopodiché ha allungato verso di me un libro con la copertina rigida e sopra riportato in grassetto ed in oro “Macbeth”.

Cinque personaggi in cerca di risposta

Letizia Baldioli immagina, attraverso lo stratagemma del sogno, che una lettrice si ritrovi ad ascoltare pazientemente le confessioni, talvolta disperate, dei personaggi del Macbeth. In questo modo cerca di far conoscere loro il punto di vista di una persona esterna alle vicende, sollevandoli umanamente dal peso della tradizione letteraria, nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi)

“Io lo ascoltai attentamente, poi passai ad ascoltare tutti gli altri, parola per parola, per poi essere sicura di poter prendere la decisione più giusta. Chi fu tra loro il vero colpevole? Certamente tutti a loro modo lo furono, ma chi innescò il meccanismo del male, del sangue e dell’omicidio?”

*

Una ragazza prima di andare a dormire scorge sul comodino della sorella l’opera shakespeariana Macbeth. Una volta addormentata verrà catapultata in una pagina di quel libro dove incontrerà cinque personaggi i quali, uno alla volta, racconteranno la loro versione dei fatti accaduti nell’opera letteraria seduti su una poltroncina di velluto blu. Il racconto si trasformerà in una vera e propria seduta di psicoanalisi in cui i personaggi si sfogheranno liberamente senza mai essere interrotti dalla giovane. Sarà lei che, alla fine delle sedute, dovrà decidere in modo oggettivo chi tra loro sia il più colpevole tra tutti.

CINQUE PERSONAGGI IN CERCA DI RISPOSTA

Ieri notte ho fatto un sogno. Vagavo per un sentiero senza conoscere la mia destinazione. Ero sola. Il cielo si era fatto bianco, a pensarci bene tutto attorno a me pareva come ammantato di neve. Gli alberi, i cespugli, le colline sembravano disegni a matita su un foglio. Alla fine del sentiero, una casa. La porta era aperta. Decisi di entrare. Seduti ad un tavolo si trovavano cinque figure. Un uomo, una donna e tre… in verità non capì subito cosa fossero, forse delle figure femminili, ma diamine avevano la barba lunga fino alle ginocchia! Non si erano accorti del mio arrivo, parlavano o meglio litigavano incolpandosi a vicenda. Ero convinta che non mi potessero vedere, ma poi la donna si girò di scatto verso di me. Mi guardò per un istante e gridò: «Ho la soluzione!». Io ero la loro soluzione o almeno la sua. «Raccontiamole tutto, uno alla volta. Lei sarà il nostro giudice, lei deciderà chi tra noi si è macchiato di una colpa maggiore». «Io giudice? Di cosa? Ma poi… voi chi siete?». «Chi siamo noi?!» esclamò l’uomo alzandosi precipitosamente dalla sedia, che cadde a terra per la sua furia. Li riguardai attentamente, mi concentrai sui loro volti, esaminai i loro sguardi cercando di scrutarne qualche particolare a me familiare ma… nulla. Allora l’uomo esclamò «Shakespeare in persona ci ha creati, la sua mente ci ha ideato, la sua penna ci ha dato la vita. Macbeth è il mio nome, signore di Glamis, di Cawdor e re di Scozia». Allora capì. Prima di andare a dormire mi ero voltata verso il letto di mia sorella, sul suo comodino avevo notato una sfilza di libri impilati uno sull’altro. Su uno di essi, quello dalla copertina rossa, la scritta: Macbeth, di William Shakespeare. Sì, era andata proprio così. Il cervello gioca strani scherzi, è proprio vero. Avevo letto il titolo di quel libro e, una volta addormentata, la mia mente mi ci aveva catapultato all’interno. Ecco perché tutto ero bianco e nero, bidimensionale. Io mi trovavo esattamente dentro alle memorabili pagine del Macbeth. «Se tu sei Macbeth, allora lei…» dissi indicando la donna «dovrebbe essere lady Macbeth, e loro le tre streghe». L’uomo mi fece un cenno di approvazione con la testa. Conoscevo la trama, ma avendo letto l’opera del grande Shakespeare una sola volta e diversi anni addietro, avevo bisogno che la mia memoria letteraria venisse rinfrescata. «Meglio così» disse Macbeth che aveva partecipato segretamente al mio ragionamento. «Un giudice neutrale è proprio quello che ci serve!» e, prendendomi la mano, mi accompagnò a sedere. Improvvisante apparve una poltroncina. Se fosse sempre stata lì o meno non me lo chiesi, d’altronde era pur sempre un sogno. Ed ecco che su quella seduta blu, uno alla volta, i personaggi dell’opera si misero comodi. Macbeth in particolare attirò la mia attenzione. Appoggiò i piedi su uno sgabello di velluto trapuntato e mise entrambe le mani dietro la testa. Fissò per un momento il vuoto e, come un vero paziente pronto a sfogarsi con il suo terapista, cominciò a parlare. Io lo ascoltai attentamente, poi passai ad ascoltare tutti gli altri, parola per parola, per poi essere sicura di poter prendere la decisione più giusta. Chi fu tra loro il vero colpevole? Certamente tutti a loro modo lo furono, ma chi innescò il meccanismo del male, del sangue e dell’omicidio?

 MACBETH:

«Io sono un tiranno, un assassino. È colpa di quelle streghe, loro non dicevano tutta la verità, o meglio, la dicevano, ma a modo loro, ingannandomi. Le loro profezie erano tutto ciò che io desideravo sentirmi dire. La loro colpa è stata quella di aver dato voce alle mie ambizioni, la mia di averle ascoltate. E anche tu, grande Shakespeare, avresti potuto far sì che le profezie di quelle streghe fossero come quelle degli antichi oracoli. “Tu diventerai re” e allora ecco che, come per magia, mi sarei ritrovato sul trono e invece no, troppo semplice… Eh no perché quel William Shakespeare era convinto, ma cosa dico, era CER-TO che fosse l’uomo il creatore del proprio destino. Beh allora ripensandoci è colpa mia. Oh si è tutta colpa mia, se solo non avessi dato retta alle parole delle streghe e se non mi fossi fatto manipolare da quella donna. Ma aspetta, allora è anche colpa loro. Quella Lady Macbeth mi disse: mostrati come il fiore, innocente, ma sii …»

LADY MACBETH:

«… la serpe che esso nasconde. Sì, gli dissi proprio così, testuali parole» rispose lei con un tono svogliato, come se quella storia l’avesse sentita troppe volte. «Ah quella lettera, è proprio vero, la lettera mi fece rinascere. Tutte le mie fantasie e le mie ambizioni più segrete stavano per realizzarsi. Ma poi ecco che re Duncan decise di nominare suo figlio Malcolm come erede e allora i miei occhi, alla notizia, si irrorarono di sangue, il mio cuore palpitò sempre più velocemente a causa della rabbia e le mie mani si chiusero a pugno tanto che le mie unghie si conficcarono nella carne. Una cosa era certa: Macbeth sarebbe diventato re. Ma ecco, un ostacolo si presentò sul mio cammino.  Il nuovo principino o re Duncan potresti pensare tu, ma… no, eh no mia cara, lui sarebbe stato facile da togliere di mezzo. Il mio problema? Beh, quello aveva un altro nome: Macbeth. Mio marito, un uomo ambizioso, ma giusto, desideroso di potere tuttavia inetto. Sapevo già che per convincerlo dell’efficacia del mio piano avrei dovuto mettere in piedi un bel discorsetto. Così feci. Se avessi fatto tutto questo per lui? Certo che no. Sì, lui avrebbe regnato sul trono di Scozia, ma io… non più moglie di Macbeth, non più signora di Glamis, bensì regina. Una vera corona avrebbe potuto finalmente essere posta sulla mia testa regale. Io, donna, ero convinta di potermi comportare come un vero re. Io ero l’uomo, io ero il coraggio, io ero la mente, lui? Le mie braccia, la mia marionetta. Uno strumento nelle mie mani. Il piano di uccidere re Duncan e di far cadere la colpa sulle guardie era il mio. Era giunto il tempo di essere l’uomo che avevo sempre sognato, di rimboccarmi le maniche e agire da uomo.»

MACBETH:

«Agire, continuò a dirmi di agire, ma commettere un delitto sarebbe davvero stata l’unica soluzione? Duncan era un re ed era mio cugino. Un uomo buono che amava i suoi sudditi. Unico sprone al mio disegno fu l’ambizione, supportata dalla bramosia focosa di mia moglie. La sua alimentò la mia.» Poi, da sdraiato qual era sulla poltroncina, si alzò di scatto e si voltò verso di me. «Un pugnale. Un pugnale fu l’ultima cosa che vidi prima di compiere il fatto. Una fatale visione percettibile al tatto come alla vista o forse solo un pugnale della mente? Questo bisognerebbe chiederlo a quel Shakespeare. Oh, continuavo a vederlo, era uguale al pugnale che stavo per sguainare, uguale eppure diverso. Prima avrei compiuto l’omicidio e prima tutto sarebbe finito. E così io lo uccisi. Sono un assassino. Ma poi…oh, ma poi sentì una voce. Macbeth non dormirai più. Queste parole cominciarono a rimbombare senza pietà nella mia testa, poi il mio sguardo si posò sulle mie mani. Rosse come il…». Si fermò un momento e si corresse «sì, rosse di sangue, sangue reale, sangue fraterno. Vidi solo quelle mani, nient’altro. Le mani di un omicida, di un traditore.»

LADY MACBETH

«Le mie mani erano come le sue. Le guardai bene e mi accorsi che, diamine, non era riuscito a portare a termine il mio piano. I pugnali avrebbero dovuto rimanere in quella stanza e i corpi delle guardie essere sporcati di rosso, solo così la colpa sarebbe ricaduta di loro. Ma lui no, non era stato capace di mettere a punto il mio diabolico progetto. I pugnali li teneva stretti tra le sue mani. L’ho sempre pensato, peccava di coraggio.» disse convinta.  «E così dovetti farlo io al posto suo. Che codardo, lui non voleva neppure rientrarci in quella stanza. Macbeth aveva paura, restò immobile come una statua di cera, lì, con lo sguardo fisso nel vuoto. Cercai di fargli capire che quel sangue sarebbe andato via con l’acqua, ma lui niente, non ne voleva sapere e restava a fissare intensamente le sue mani. Continuò a ripetere che neppure tutta l’acqua del grande oceano avrebbe potuto lavare quel sangue e che quelle mani avrebbero insanguinato tutti i mari del mondo. Io, le mie, non le fissai. Lui si disperava mentre io, sommessamente, sorridevo soddisfatta.»

MACBETH

Macbeth si guardò attorno e solo dopo aver constatato che fossimo soli, mi disse di avvicinarmi a lui e bisbigliò: «Ora ti confesso un segreto. Piena di scorpioni era la mia mente. Ero re, ma non mi bastava più ormai. Mi ero trasformato in una persona nuova che non avevo mai conosciuto fino ad allora e che, tutto sommato, non avrei mai voluto conoscere. Ero stato corrotto dal male e non si poteva più tornare indietro. Mi ricordai all’improvviso le parole delle profetiche sorelle. Si rivolsero a Banquo chiamandolo padre di re. Uccidere era diventata ormai l’unica soluzione ai miei problemi. Banquo e suo figlio avrebbero dovuto morire. Oh, non avrei mai pensato che tali fantasie potessero tormentare tanto la mia mente di brav’uomo e invece… non riuscivo a pensare ad altro. Morte, sangue, omicidio. Fu come se non avessi più il controllo di me stesso. Davvero simili pensieri potevano nascere nella mia mente? Dov’era finito il Macbeth puro di cuore che conoscevo bene?» l’uomo tacque per un momento, si coprì il volto con le mani e cercò di rispondere a quelle domande. «Semplicemente, non esisteva più. Ed ecco la metamorfosi del personaggio che gli studiosi amano tanto. Si dice che Shakespeare avesse creato il personaggio “umano” ma spero che le persone del tuo mondo non siano come me. Banquo era morto. Suo figlio era riuscito a scappare. Eppure io continuai a vedere l’uomo che un tempo chiamavo amico. Non ero pazzo, c’era davvero. Al banchetto reale continuava a fissarmi. Aveva la faccia nera per il sangue che si era mischiato alla terra umida del bosco in cui era stato ucciso dai miei uomini. Mi fissava. Perché mi fissavi?». Gridò talmente forte guardando verso il cielo che il sole per la paura tramontò prima del tempo. Poi, una volta calmatosi, continuò la sua storia. «Gli ordinai di andarsene. Le sue ossa ormai erano senza midollo e il suo sangue gelido come l’inverno. Gli occhi dei presenti allora si posarono su di me, mi guardarono come si guarda un povero pazzo. Sangue chiama sangue. Quella stessa notte decisi di andare dalle sorelle fatali. Ero deciso a sapere coi mezzi peggiori il peggio.»

LE TRE STREGHE

«Macbeth non verrà mai sconfitto, finché il grande bosco di Birnam non avanzerà verso l’alto colle di Dunsinane contro di lui. Sii sanguinario, audace e risoluto. Nessuno nato da donna potrà mai ucciderti. Queste le nostre profezie. Noi dicemmo la verità, nient’altro che la verità. Parole chiare ma ingannevoli. Frasi precise ma confuse. Il bello è il brutto e il brutto è il bello. Shakespeare ci battezzò con queste parole. Noi siamo ambigue di natura. Siamo donne con la barba, questo dice tutto. Siamo la verità e la menzogna. La gloria e la sciagura. Siamo? E se non fossimo? Nulla di reale, solo un finto prodotto della mente. Noi, voce delle fantasie più oscure e delle ambizioni di Macbeth. Solo una voce o qualcosa di più? Il soprannaturale è reale? Perché William ci ha dato una forma? Credeva forse nei fantasmi? D’altronde anche nel suo Hamlet ha dato parola ad un fantasma, non è così? Se non fosse stato per le paure di quel Giacomo I, che accusava streghe e demoni di complottare contro di lui, Shakespeare non ci avrebbe mai create. La colpa di tutte le sciagure non è nostra, lo capisci o no? Non per influenzarti nel tuo giudizio, ma per noi l’unico colpevole qui è Macbeth. Soltanto sua è la colpa. È stato lui a decidere e a disegnare una volta per tutte il proprio destino. Il brutto è il bello e il bello è il brutto. Ma in questa storia di bello c’è ben poco. Praticamente nulla». Aggiunsero di aver provato a far ragionare Shakespeare, di avergli ripetuto spesso che, se le avesse fatte parlare in quel modo tanto ambiguo, nessuno le avrebbe prese seriamente ma, a quanto pare, qualcuno lo ha fatto. Povero Macbeth!

LADY MACBETH

«La situazione di mio marito peggiorò di giorno in giorno. Precipitò quando venne a conoscenza della partenza di Mac Duff per l’Inghilterra. Appresa la notizia, digrignò i denti e le sue mani strinsero sempre più forte la sua tunica che per poco non si strappò. Lui diventò rabbia, tirannia, vendetta. Gli scorpioni nella sua mente si triplicarono. La ragione la perse completamente. Decise di assalire di sorpresa il castello in cui la moglie e i figli di MacDuff vivevano e di ucciderli selvaggiamente. L’onesto Macbeth ormai era morto. Ma perché si comportava così?». La donna si alzò precipitosamente dalla poltroncina e uscì dalla casa correndo. Io la aspettai. L’aspettai per molto. Poi tornò da me. I suoi occhi erano lucidi, come se avesse appena finito di piangere. Numerose lacrime scesero dai quei suoi occhi che, a guardarli bene, erano profondamente cambiati. Non più colmi di sangue o di smania di potere e morte. No, non più. Senso di colpa, sì, era questa la parola giusta. Si mise di nuovo seduta. Mi fissò e ricominciò a parlare. «La colpa era mia. Io l’ho corrotto e portato verso il male e il male pesa sulle nostre coscienze molto più del bene. E io lo so per certo. Diventai ossessionata dalle mie mani, sulle quali il sangue era onnipresente. Non sarebbe mai andato via. La mia condanna, il mio castigo mi avrebbe perseguitato a vita. Vita… morte… l’inferno è buio. Vergona mia signora, vergogna! Un soldato che ha paura? Chi avrebbe mai pensato che in quell’ uomo ci fosse così tanto sangue? Le mie mani non sarebbero mai più tornate pulite. Se solo non avessi dato retta ai miei desideri e se non avessi bramato così intensamente il potere. Io spinsi Macbeth ad uccidere, ma per cosa e per chi? Solo per me stessa! Che egoista sono stata. Stupida ambizione, sciocco potere. Shakespeare inizialmente scrisse un finale diverso per la mia storia. Sarei dovuta essere imprigionata a lungo per poi essere uccisa dal mio stesso marito, ormai anziano.  Guardai l’autore del mio personaggio e una lacrima scese sulla mia guancia. Stetti a fissarlo, gli presi la mano e lui mi sorrise. Cancellò tutto e ricominciò daccapo. Avrei dovuto farlo io, avrei fortemente voluto farlo io. Mi pentì per tutto ciò che avevo compiuto, volevo solo smettere di esistere e farlo subito. Essere o non essere? Mi gettai in un fiume e con la testa rivolta verso il cielo, lo guardai. Tutto si fece buio. Le stelle non splendevano più, la civetta cantò un’ultima volta. Era tutto finito. L’incubo era finito. Me ne andai pentita.»

MACBETH

«Morta. La vita non è che un’ombra che cammina. La vita non significa nulla. Non avrei mai pensato di poter pronunciare parole simili. Ma lo credevo davvero. Uccidere diventò per me qualcosa di meccanico come se la mia coscienza si fosse logorata quasi del tutto. Sarebbe dovuta morire prima o poi, non è così? La strage della famiglia di MacDuff la cambiò nel profondo. Duncan fu meno uomo di quella donna e quei bambini? Proprio non la capì. Fu lei a escogitare il piano diabolico che ci avrebbe condotto sul trono di Scozia. Con lei iniziò tutto, la nostra ascesa e… il mio tracollo. Adesso mi è chiaro! Si è uccisa spinta dal senso di colpa che la stava logorando lentamente dentro. È andata esattamente così. Dopo la sua morte mi giunse notizia del ritorno di Malcolm e MacDuff. Tornarono con quasi diecimila uomini. Paura? Nessuna paura! Avevo dimenticato il sapore che aveva la paura. Passato era il tempo in cui mi sarei raggelato per un grido notturno». Mentre continuava a parlare, lo osservai attentamente. Il suo sguardo era vuoto, quasi alienato. Era lì davanti a me eppure sembrava completamente assente. Appoggiai i gomiti sulle mie ginocchia e con le mani mi tenevo la testa. Stetti ancora ad ascoltarlo. «Secondo la profezia, né Malcolm né MacDuff avrebbero potuto sconfiggermi. Io non sarei stato sconfitto finché il bosco di Birnam non fosse avanzato, eppure venni annientato: il bosco avanzò verso di noi e MacDuff mi uccise. Il sole mi aveva stancato. Vieni rovina!»»

LE TRE STREGHE

«Sì, gli abbiamo detto così, o meglio, è stato Shakespeare a suggerirci di farlo. Macbeth non sapeva che MacDuff non fosse nato da donna ma dal ventre di costei. Avrebbe potuto benissimo ucciderlo. Ma non si aspettava neppure che il bosco si sarebbe mosso per davvero grazie all’esercito di Malcolm. Macbeth sarebbe stato sconfitto. Davvero astuto il nostro Shakespeare. Povero Macbeth! Oltre al danno, la beffa».

Tutti avevano parlato. Ognuno aveva detto la propria. Ora toccava a me. Li richiamai tutti nella stanza. Si sedettero attorno al tavolo che magicamente ricomparve. Avevo cercato di ascoltare tutti con assoluta attenzione, senza distrarmi mai. Camminai avanti e indietro per la stanza, cercando di prendere la decisione più giusta. Poi capì e mi fermai. «Ho la risposta alla vostra domanda!» esclamai soddisfatta di me stessa. «Il responsabile di tutte le vostre disavventure è solo uno. Lui è…», ma la sveglia suonò e io riaprì gli occhi. «Shakespeare. La colpa è solo sua!», urlai talmente forte che persino mia sorella si alzò di soprassalto. Quel libro era ancora sul suo comodino. Lo guardai e sorrisi. Non osai pensare a cosa potesse essere accaduto in quella stanza dopo la mia scomparsa. Ma una cosa era certa, quei personaggi si erano sinceramente sfogati con me e le loro coscienze da quel momento sarebbero state un po’ più leggere. Benché nessuno avesse beneficiato della mia risposta, i loro cuori si erano pacificati nella certezza dell’ascolto. E allora il mio, alla fine, l’avevo fatto.

*

Bibliografia selezionata:

Macbeth di William Shakespeare, Feltrinelli 2013

Film Macbeth di Justin Kurzel (2015)

Delitto

Giulia Repetto, in queste due lettere, riscrive il romanzo Delitto e castigo trattando il tema della coscienza in relazione all’attuale conflitto tra Ucraina e Russia, nell’ottica del corso diLetterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro (Prof.ssa Chiara Lombardi).

“Se avessi voluto aspettare che tutti fossero diventati intelligenti, sarebbe passato troppo tempo… Poi ho capito anche che questo momento non sarebbe arrivato mai, che gli uomini non cambieranno mai e che nessuno riuscirà a trasformarli e che tentar di migliorarli sarebbe fatica sprecata!” (F. Dostoevskij, Delitto e castigo)

*

Rodion Romanovič Raskol’nikov

                                                                                                                       Mariupol, 18 marzo 2022

              Sof’ja Semënovna Marmeladova

Cara Sonja,

come stai? Come stanno tuo padre, Katerina Ivanovna e i bambini? Alla fine i soldi sono bastati a comprare le scarpine a Pòletschka e a Lènja? Quelle che avevano erano tutte a pezzi. Hai avuto notizie di mia sorella e di mia madre? Dì a Dunja di non stare in pensiero per me.

In questo momento mi trovo nella regione della Priazovia, nella città di Mariupol. È una bella giornata, ma la polvere della devastazione offusca l’occhio del cielo e quelli che un tempo erano tranquilli sobborghi e villaggi sono diventati cumuli di macerie. Nella desolazione della guerra la desolazione della natura: gli alberi sono spogli, nelle aiuole delle piazze spuntano qua e là, piegati su loro stessi, degli esili fili d’erba e l’acqua fredda e sporca del fiume Kal’mius trasporta i detriti delle case. Oltre al vociare dei soldati e al rumore dei caccia militare, ogni tanto si sente il latrato di qualche cane in lontananza. Mi manca sentire il canto degli uccelli. Il bubbolio della guerra mi accompagna anche nel sonno; non ricordo più quale pace può esserci nel silenzio. Sonja, mia cara, anche l’odore qui è quello della guerra, della guerra e della morte, un odore che punge il naso ma a cui ormai sono abituato. Aguzzando lo sguardo riesco ancora a scorgere due colonne di fumo nero che provengono dal teatro cittadino che abbiamo bombardato ieri. Il posto è spaventoso, ma in compenso tranquillo. Il fuoco ucraino è cessato da qualche ora: i nemici stanno sicuramente piangendo i loro morti.

Non piangere Sonečka, tutto ciò è necessario. Credi che Licurgo, Solone, Maometto e Napoleone si siano fatti qualche scrupolo? E Putin? Non è forse la stessa cosa? Perché dovrei preoccuparmene io, io che eseguo solo gli ordini, io che contribuisco alla grandezza della mia patria? Dopotutto non sono anch’io un grande uomo? Io non voglio essere un uomo ordinario; voglio essere un uomo straordinario. Mentre i primi si limitano a conservare il mondo e ad aumentarlo numericamente, i secondi lo muovono e lo conducono verso la meta. Ricordi cosa avevo scritto in quel mio articoletto? Gli uomini si suddividono in due categorie: la categoria inferiore, quella degli uomini ordinari, che è composta di materiali che servono unicamente a procreare individui simili a loro, e quella degli uomini veri e propri, che hanno il dono o la capacità di dire nel loro ambiente una parola nuova. Alla prima categoria appartengono quegli uomini conservatori e morigerati che vivono nell’obbedienza, la quale per loro non è una cosa umiliante, mentre alla seconda categoria appartengono i sovvertitori, coloro che, per attuare la propria idea, si autorizzano in animo loro a passare oltre il sangue senza scrupoli di coscienza. L’uomo straordinario ha un suo diritto personale di permettere alla propria coscienza di superare certi scogli. Perché allora dovrei farmi fermare da certi ostacoli morali? Sì, ho ucciso in questa guerra, ma erano tutti soldati ucraini, nemici. Era necessario, capisci?

Tuttavia proprio questa mattina è successo qualcosa a cui non riesco a smettere di pensare da tutto il giorno. Devi sapere che qui il servizio più penoso tocca alla vedetta posta sul confine, compito che la scorsa notte è toccato a me. Avevo quasi finito il mio turno quando all’improvviso, al primo chiarore dell’alba, la tranquillità fu rotta. Ho sentito un lieve fruscio provenire da dietro un arbusto. Mi sono avvicinato con il cuore che batteva all’impazzata. Ero convinto fosse una spia ucraina, invece era solo un’anziana. Il suo volto mi è rimasto sorprendentemente impresso: era solcato da rughe profonde, accentuate dalla polvere che vi si era insinuata, e anche i capelli grigi erano ricoperti dal fango e dalla sporcizia. Gli zigomi impressionantemente sporgenti, accentuati dall’eccessiva magrezza del viso, e la pelle olivastra, macchiata da ore di esposizione ai raggi solari, non facevano che accentuare l’età avanzata della donna. I vestiti erano di ottima fattura, ma logori e strappati, e, nonostante la temperatura non fosse molto bassa, si stringeva stretta stretta in uno scialle rosso impreziosito da ricami dorati che riflettevano la luce del sole. Era molto bassa, rattrappita, accartocciata su se stessa, evidentemente consumata dalla guerra. Non si è accorta subito della mia presenza. Sono rimasto a guardarla cercare qualcosa tra i cespugli per quello che mi è parso un lasso di tempo infinito, indeciso sul da farsi. Quando si è voltata i suoi occhi color ghiaccio, incorniciati da folte sopracciglia, mi hanno colto alla sprovvista. Vi ho letto la paura. Poi la morte. L’ho uccisa, Sonja. So cosa starai pensando mentre leggi queste parole: era solo una povera innocente. La guerra è spietata Sonja, ma tu cosa puoi saperne? Ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque altro. Poco importa se siano soldati o no; sono pur sempre nemici. I grandi uomini non si fermano davanti al sangue, neppure dinanzi a quello degli innocenti.

Ti confesso però che la mente mi gioca brutti scherzi: ogni volta che chiudo gli occhi mi sembra di rivedere il suo volto. Non so perché mi abbia colpito in questo modo. Era solo una donna qualunque, una vita come le altre, eppure provo pietà nei suoi confronti e soffro quando penso a lei. Dopotutto la sofferenza è l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Credo che gli uomini veramente grandi debbono provare su questa terra una grande tristezza.

Ora devo salutarti perché la Russia ha bisogno di me. Aspetto tue notizie.

Con affetto,

                     Rodja

Castigo

Rodion Romanovič Raskol’nikov

              Sof’ja Semënovna Marmeladova

Mia cara Sonečka,

sono passati giorni dall’ultima lettera che ti ho scritto, ma non ho ricevuto tue notizie. Probabilmente non l’avranno nemmeno spedita e forse è meglio così perché la tua anima è troppo innocente e candida per essere macchiata dalle mie colpe. Non so perché mi sia preso la briga di procurarmi carta e penna per scriverti queste ultime parole dal momento che so già che non riceverai mai questa lettera. Nonostante ciò, anche solo scrivere il tuo nome mi fa sentire più vicino a te. Sonja, tu sei la mia luce in un abisso di ombre che ormai mi ha ingoiato.

Nella mia solitudine l’unica cosa che mi conforta è rileggere l’undicesimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, quello della resurrezione di Lazzaro, perché mi ricorda quando fosti tu a leggermelo. Ho tutto chiaramente impresso nella memoria: la stanza giallastra e sudicia, il Nuovo Testamento tutto consumato, il canale che si intravedeva dalle finestre e il mozzicone di una candela che con la sua luce calda sembrava voler illuminare solamente il tuo volto, l’unica cosa degna di essere rischiarata in quella miseria.

In questo momento non saprei dirti dove mi trovo con esattezza; l’unica cosa che so è che sono in una cella russa. Sì, hai capito bene: russa, non ucraina. Ti chiederai come ci sono finito… ti accontento subito: era passata una settimana da quando avevo ucciso la vecchia e da allora la mia coscienza aveva iniziato a farsi ogni giorno sempre più pesante. Ormai il peso si era fatto insostenibile e, in un attimo di follia, sono fuggito senza una meta né un obiettivo. Non volevo scappare dalla guerra, o almeno non consciamente. Volevo scappare dai miei pensieri, dalla mia coscienza, forse addirittura da me stesso. Sapevo solo che dovevo allontanarmi da lì, ma mentre lo facevo i miei pensieri mi inseguivano e anche se provavo a correre più velocemente, loro tenevano il passo con me. Vedendo che era tutto inutile, stremato dalla corsa disperata, mi sono lasciato cadere al suolo nella leggera stanchezza del mezzogiorno. Da qual momento i miei ricordi sono confusi: ho sentito delle persone sopraggiungere di corsa, delle voci, qualcuno mi ha sollevato di peso e mi ha trasportato fino a qui. In Russia non siamo molto clementi con i disertori, quindi non so perché non mi abbiamo giustiziato subito, ma so che la fine è dietro l’angolo. Anche in questo momento riesco a percepire il respiro della Morte sul mio collo. È dietro di me, la sento, aspetta solo di potermi trascinare all’inferno con lei. Forse sarebbe stato meglio se mi avessero sparato subito, almeno mi sarei risparmiato tutto ciò. Essere rinchiuso in questo buco da solo con i miei pensieri mi sta facendo impazzire. Vivo in un perenne stato febbrile a cui alterno brevi momenti di lucidità, come questo. I secondi scorrono lenti come ore e ho perso completamente la cognizione del tempo. Non riesco a mangiare, non riesco a dormire, in alcuni momenti mi sembra di non riuscire nemmeno a respirare perché un peso mi schiaccia il cuore e mi lascia senza fiato. Ogni volta che chiudo gli occhi vedo il volto di quella vecchia e vi riconosco quello di tutte le altre persone che ho ucciso. Ogni notte in sogno rivivo quel momento e mi risveglio madido di sudore e con il cuore in gola.

La scorsa notte, dopo essermi destato di soprassalto, attraverso una minuscola feritoia, l’unica che c’è, ho intravisto una luna piena e rossa come mai ne ho viste in vita mia e davanti a quello spettacolo della natura per la prima volta dopo molti mesi ho provato una sensazione di pace. I raggi lunari si facevano strada attraverso le sbarre della piccola finestrella illuminando soffusamente lo spazio circostante la mia branda. Il silenzio sembrava assoluto, ma aguzzando meglio le orecchie si riuscivano a udire in lontananza i colpi dei bombardamenti. La brezza primaverile della notte sembrava avvolgermi e per un attimo ho dimenticato la mia condizione, ma quando ho abbassato lo sguardo un urlo spontaneo mi è sorto direttamente dalle profondità dell’animo. Le mie mani erano macchiate del sangue della vecchia e di tutte quelle persone, soldati e civili, che avevo assassinato. Reso pazzo dalla disperazione ho provato a lavarlo via, ma nulla sembrava funzionare, anzi più provavo a sfregarlo più la macchia rossa sembrava allagarsi e l’odore metallico del sangue entrarmi nelle narici. Dopo quelle che mi sono parse ore, stremato e sconfitto, sono ricaduto in un sonno tormentato. Al mattino tutto era svanito, ma il cuscino era ancora bagnato dalle mie lacrime. Quel sangue c’era davvero? Era un effetto ottico provocato dalla luce lunare? O me lo sono immaginato? Credo che la pazzia si stia impossessando della mia mente. O forse sono già completamente impazzito e non me ne rendo conto.

La carta è quasi finita quindi devo concludere questa lettera. Da’ a mia madre e a Dunja un bacio da parte mia e promettimi che ogni tanto passerai a trovarle e che ti occuperai di loro se necessario. Abbraccia Razumichin e digli che è stato un buon amico e che lo ammiro molto: è sempre stato tutto che volevo diventare e che mi illudevo di essere. Quanto a te, Sonja, ti ho voluto molto bene. Spero che conserverai per sempre quell’innocenza così pura che mi ha colpito di te. Non piangere per me, non me lo merito.

Addio Sonja         

Rodja

*

Bibliografia selezionata:

F. Dostoevskij., Delitto e castigo, a cura di D. Rebecchini, Feltrinelli, 2013

W. Shakespeare, Macbeth, in Tutte le opere. Vol. 1: Le tragedie, a cura di F. Marenco, Milano, Bompiani, 2015

Μάλκωμ

Irene Mignone immagina il seguito dell’opera teatrale shakespeariana Macbeth collocandolo nel contesto e nella forma della tragedia greca. La riscrittura è stata svolta nell’ottica del corso di Letterature Comparate B mod.1 della Professoressa Chiara Lombardi – Coscienza e Verità: narrativa, poesia, teatro (2022-2023).

 “Scrivendo questa tragedia ho voluto esplorare il tema del libero arbitrio e della coscienza in relazione al male. Mi ha affascinato l’idea di collocare la vicenda nella Grecia dell’età degli eroi: offriva la possibilità di sviluppare questi argomenti in una prospettiva nuova, diversa da quella cristiana che caratterizza Macbeth”.

*

ATTO PRIMO

Scena i

Entra ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Terribile è l’uomo destinato alle cose grandi: la mia vita ha raggiunto vette inimmaginabili, ma il suo corso è stato interrotto con la forza. Nato nobile, possedevo a mala pena la terra necessaria a non disonorare il nome degli antenati. Né gli amati genitori, né i prodi compagni, né la moglie fedele pensavano che io, Macbeth, avrei dominato da re questa vasta e fertile isola.
Lieto era ciò che la corona portava con sé: lieto il denaro, lieto il potere, liete le mille prelibatezze. Ma non riuscivano che a intorpidire il mio profondo male, un male da me accolto volentieri poiché bussava alla mia porta in compagnia di una fortuna ritenuta grandissima.
Pensavo di fare un bell’affare, e per il grossolano gioiello della corona ho scambiato il diamante più limpido: ma né le ricchezze di Mida né quelle di Creso comprano la purezza del cuore e l’animo leggero. Nessun vino annebbia la consapevolezza del torto, nessun piacere ne placa le piaghe del petto.
Ora abito gli inferi: e la mano che mi ha crudelmente ucciso impugna il mio scettro come io ho impugnato quello di suo padre.
È sempre vero che l’uomo che si è voluto innalzare ai cieli subisce una caduta senza pari.

Entrano ΑΙ ΓΥΝΑΙΚΕΣ ΤΗΣ ΟΙΚΙΑΣ

Ma ecco, le donne del palazzo: loro hanno negli occhi gli orrori più atroci e le loro voci pronunciano verità.

ΑΙ ΓΥΝΑΙΚΕΣ ΤΗΣ ΟΙΚΙΑΣ
Il sangue lascia macchie indelebili
sui raffinati tappeti orientali
come sulle mani di chi uccide;
lunghe le notti spese a strofinare
i segni degli atti dettati dal male
che alberga anche negli animi più chiari.
Nulla come la colpa sa possedere
il petto e la mente dell’uomo reo
rendendogli le miti notti insonni
e i più raffinati piaceri vuoti:
la desolazione di un animo
non viene colmata da tasche piene.

Exeunt

Scena ii

Entra ΜΑΛΚΩΜ, ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Salute, Malcom, mio fratello e signore.

ΜΑΛΚΩΜ
A te sono stato fratello sin dal ventre materno, e tale sarò fino alla fine dei giorni, ma aspetta a rivolgerti a me come signore.

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Ma tu sei re di questa terra per merito e per diritto: e quando domani mattina la tua fronte indosserà il diadema allora lo sarai anche secondo gli dèi. Dimmi, temi che a loro non piaccia che io ti saluti come meriti?

ΜΑΛΚΩΜ
Ancora non è il momento opportuno. Gli dèi sanno essere invidiosi delle faccende umane.

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Gli dèi hanno predisposto ogni buon augurio per il tuo regno: i sacrifici sono stati fatti e le libagioni versate. Guarda il porto oltre le mura: il carro del sole terminando il suo corso ti ha portato una nave, che proprio ora attracca al molo. È il legno più splendido che abbia mai toccato il mare, costruito dalle sapienti mani dell’Anatolia: non esiste onda che non si infranga distrutta sulla sua chiglia. Poseidone stesso piange la sua grandezza.

ΜΑΛΚΩΜ
Parli troppo Donalbain. La nave è bella ma poco conviene all’uomo compiacersi della sua condizione. Come procedono i preparativi?

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Tutto è come hai stabilito.

ΜΑΛΚΩΜ
E gli invitati?

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Sono arrivati messaggeri da ogni dove a portare auguri di longevità al tuo regno: i più grandi uomini di tutta la Grecia accorreranno qui a renderti omaggio. Non c’è nobile di questo mondo che non riconosca la tua grandezza.

ΜΑΛΚΩΜ
Questo mi allieta. Ma ora gli occhi sono stanchi e la mente chiede di riposare. Spero di trovare nostro padre nei miei sogni e di potergli chiedere consiglio.

ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  
Potrà il padre soddisfare qualunque questione ti dia preoccupazione. Sii riposato per gli eventi di domani.

Esce ΔΟΝΑΛΒΑΙΝ  

ΜΑΛΚΩΜ
La luna induce sonno o irrequietezza a seconda della predisposizione dell’animo. Questa è una notte serena, eppure gli ultimi rivolgimenti ancora mi tormentano. Ormai ho ucciso il responsabile dei miei antichi affanni e delle ingiustizie verso il mio popolo, eppure sono ancora incandescente di rabbia. Non mangio più, non dormo più: sono consumato da un impeto insaziabile. Vendicare l’uccisione di mio padre è stato come bere una tazza di acqua di mare, poiché ha acceso in me la sete che doveva spegnere e che ora non ha soluzione.
Ma forse non è bene soffermarsi sulle preoccupazioni: se l’uomo da cui ho ereditato il trono non vorrà portarmi consiglio questa notte allora vorrà dire che non lo necessito. E che quindi domattina, con il diadema in fronte, vedrò tutto più chiaramente…

Entra ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ

La rabbia mi inganna, i miei sensi intorpiditi dal banchetto mi mentono: chi vedo in quell’angolo è un’illusione, e non la forma spregevole del vecchio usurpatore.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Non ti ingannano i sensi, sei tu stesso a  ingannarti: io sono ciò che resta del terribile Macbeth e non sarà un diadema a regalarti pace da questa tua guerra.

ΜΑΛΚΩΜ
Macbeth, non è questo il tuo nome. Ho conficcato la mia lama nel suo collo, l’ho bagnata del suo sangue bollente: se tu sei lui, ciò di cui sono in presenza è altro che uomo.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Ho smesso di essere uomo quando ancora respiravo, Malcom, e ora non sono niente di meno di quel che fui quando morì. Non è il corpo a suonare l’ultimo battito di un cuore puro.

ΜΑΛΚΩΜ
Oh sventura degli uomini, i morti camminano con i vivi e la voragine del caos si è aperta! Dimmi, i tuoi delitti sono stati tanto efferati da spalancare le porte dell’Ade?

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
I miei delitti sono uguali ai tuoi e così saranno le punizioni.

ΜΑΛΚΩΜ
Di cosa stai parlando, scellerato? I fiumi delle nostre vite potranno anche essersi intrecciati ad opera dei tuoi atti empi: ma nel mio fiume scorre ancora acqua limpida, nel tuo putrida, corrotta. Niente mi avvicina al tuo rovinoso destino.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Non sei che un ingenuo. Il mio fiume termina dove il tuo si ingrossa e la mia putrida acqua sta lentamente contaminando la tua. Se ancora non vedi cosa ci accomuna è perché non vuoi vedere: tu sei votato alla mia stessa fine.

ΜΑΛΚΩΜ
La tua fine l’hai decretata tu stesso con le tue azioni impronunciabili: tu hai deciso di infrangere le leggi dei mortali per vestire la corona.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
La corona era il mio destino, e la fortuna va condotta affinché non ti trascini. Ho sofferto molto per le mie azioni, ma non è in dubbio che andassero fatte. L’oracolo parlò chiaro quel giorno, quando andai a Delfi per conoscere l’esito della guerra di tuo padre: dovevo diventare re, ed ero pronto a farlo a qualsiasi costo.

ΜΑΛΚΩΜ
Non parlarmi di mio padre! Non dopo che lo uccisi con l’inganno, tradendo la sua fiducia. Domattina sarò incoronato e ristabilirò una volta per tutte la linearità del regno. Tu non sarai altro che una perversa nuvola scura all’orizzonte di un cielo terso: da lui io discendo, in suo nome condurrò un regno giusto.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
No, assassino, il tuo regno discende dal mio: sono io il predecessore che hai tanto invocato e per questo ora appaio davanti a te. Hai usurpato il trono proprio come feci io e presto ne vedrai le conseguenze.

ΜΑΛΚΩΜ
Sei venuto in un mondo non tuo a dirmi menzogne per spaventarmi?

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Sono venuto a darti il consiglio che cerchi con così tanta alacrità: ebbene sì, ciò che senti crescere in te è malvagio. Poche altre passioni corrompono gli uomini come quella per il potere. No, non scomparirà una volta sedutoti sul trono, anzi, ad ogni gradino della tua scellerata scala di ricchezze si farà più potente. Credi alla parola di chi l’ha percorsa prima di te.

ΜΑΛΚΩΜ
Non un dio, non un oracolo mi sta parlando di queste cose terribili: chiedo allora per quale motivo dovrei credere ad un uomo malvagio al quale ho dato motivo di ostacolarmi. Non ripongo nessuna fiducia in te, non dopo che mio padre ha errato nel farlo; eppure le parole che pronunci mi precipitano nel dubbio. Quindi andrò a Delfi, stanotte, sul mio nuovo legno, a sentire cosa mi aspetta oltre la soglia del futuro: allora sapremo con certezza quanto la mia natura sia diversa dalla tua, e quanto i nostri regni e le nostre vite divergano. Gli dèi, non gli spettri della vita passata, custodiscono le chiavi del futuro.

ΤΟ ΦΑΝΤΑΣΜΑ ΤΟΥ ΜΑΚΒΕΘΟΣ
Non ho obiezioni mio re: d’altronde Delfi è il luogo della verità.

Exeunt


ATTO SECONDO

Scena i

Entra ΠΥΘΙΑ

ΠΥΘΙΑ
I confini della grande Grecia non riescono a contenere il vasto numero dei seguaci di Apollo. Da ogni angolo del mondo, a piedi, a cavallo, per nave, giungono a Delfi per cercare risposta, per chiedere al dio uno sguardo al futuro. Quante e quali questioni mi affidano in cura! Gli esiti delle battaglie, la ricchezza, la salute, l’amore: non c’è interrogativo che non mi sia stata rivolto.
Gli dèi abbondano di conoscenza: e come cani sotto i loro tavoli imbanditi gli uomini venerano, pregano, e sacrificano per elemosinarne gli avanzi. Ma persino le briciole di questo banchetto celeste sono inarrivabili per la piccola natura umana.
Di chi ha posato piede su questa terra non esiste figlio di donna o di dea che sappia far cantare una lira come Apollo: la sua poesia è miele alle orecchie e le sue parole cadono come fiocchi di neve. Ma queste sono ugualmente limpide quanto torbide, disvelano e occultano, percorrono il limite dell’intelletto umano: solo a chi conosce il linguaggio del canto disvelan segreti di stoffa ancestrale.
Il Febo dono della poesia porta alle soglie della conoscenza divina: placa dal dolore del vivere gli animi che sanno ascoltare.

Entra ΜΑΛΚΩΜ

ΜΑΛΚΩΜ
Buona sia la notte a te, sacra Pizia.

ΠΥΘΙΑ
Buona a te nobile Malcom. Hai versato il vino e sgozzato il capretto?

ΜΑΛΚΩΜ
Tre sono i capretti che ho offerto al tuo dio affinché sia propenso ad essere chiaro.

ΠΥΘΙΑ
È naturale che sia così: tu sei un re e pensi che persino il consiglio di Apollo si possa corrompere, quando il mio dio non coglie i frutti del denaro. Ma non c’è da preoccuparsi, egli leggerà la purezza delle tue intenzioni. Esse sono pure?

ΜΑΛΚΩΜ
Spero di sì, oh sacerrima.

ΠΥΘΙΑ
Quale dubbio ti spinge dalla tua terra fino al mio antro a questo punto della notte?

ΜΑΛΚΩΜ
Un dubbio che solo chi conosce le leggi degli dèi può sciogliere, e che temo metterà in pericolo il mio futuro.

ΠΥΘΙΑ
Teme il futuro chi vorrebbe cambiare il proprio passato; il tuo segue i tuoi passi come un vecchio cane randagio. Un peso grande come il tuo può solo essere frutto di un atto contro la natura, uno di quegli atti che, purtroppo, non lasciano molto spazio a un resto della vita pacifico. Parla, che atto hai commesso?

ΜΑΛΚΩΜ
Ebbene sì, il mio passato è macchiato da un delitto che non solo temo rovini la mia esistenza, ma che deturpi anche il nobile tessuto della mia stirpe. Un uomo è spirato sulla mia lama. Ma pur se ho commesso questo grave atto avevo una giusta causa, una causa legittima: stavo vendicando mio padre, il re di diritto.

ΠΥΘΙΑ
Tu sei quindi il figlio di Duncan, e uccisi quel Macbeth che qualche tempo fa percorse la tua rotta e che sedette sul tuo trono come tuo padre.

ΜΑΛΚΩΜ
Non come mio padre! Mio padre fu un re buono, giusto e nobile, di una stirpe originaria della nostra terra: unta dagli dèi per governarla. Macbeth non è altro che un tiranno, salito al trono quand’era ancora insanguinato.

ΠΥΘΙΑ
Se un tiranno è colui che scalza un sovrano per rimpiazzarlo allora Macbeth è salito al trono in modo non meno giusto di te, quindi non compiacerti, mortale, della tua stirpe: la statura della più alta montagna non è che un granello di sabbia di fronte alla grandezza divina. Macbeth ha rivendicato la corona per certo destino.
Questa è la verità: hai ricevuto da tuo padre una prospettiva di potere, non più legittima, non più giusta di quella che Macbeth ricevette da me a suo tempo. Quando le condizioni si sono mostrate avverse a questo tuo desiderio malato, hai deciso di attuare con i suoi stessi mezzi i tuoi piani.

ENTRAMBE LE VIE DEL CROCICCHIO PORTANO ALLA STESSA LAMA

Questo mi dice il dio con i dolci fumi della terra. Non sei che deviato dalla promessa di un qualche insulso potere. Ora va. Vivi insieme alla tua colpa. Il dio non ha nient’altro da dire.

Entrano ΑΙ ΓΥΝΑΙΚΕΣ ΤΗΣ ΟΙΚΙΑΣ

Come la muffa attacca le cantine
anche dei palazzi splendenti dei re
e dimenticata, crescendo al buio
divora le solide fondamenta;
così il male e la sete di potere
se incolte distruggono ogni uomo.
Non molto è dato in questa triste vita
a chi non è nato da ventre divino o
dalla nobile stirpe degli eroi;
se non la mitezza dell’esistenza
che ottunde il sorgere di passioni
troppo grandi a sopportarsi dal cuore.

Exeunt

Scena ii

Delfi, esterno

Entra  ΜΑΛΚΩΜ

ΜΑΛΚΩΜ
ENTRAMBE LE VIE DEL CROCICCHIO PORTANO ALLA STESSA LAMA: è con queste parole che riemergo dall’antro della verità. Opaco è il febo intelletto  nei confronti della stirpe degli uomini, eppure questa volta le parole concessemi sono limpide come l’acqua del mare. Morirò per una lama, ma non sarà la lama della battaglia, concessa ai grandi eroi e reputata da noi tutti la più bella tra le morti: no, la mia lama sarà la stessa che ha ucciso quell’uomo ignominioso, quella del tradimento, dell’assassinio. Quanto deve essere definitivo il mio destino perché nella profezia non ci sia spazio per ambiguità? Com’è possibile che un uomo che pensi di agire nel giusto si veda posto al pari di uno degli uomini peggiori mai esistiti? Se la mia vita è da paragonarsi a questo bivio che ora mi si presenta di fronte, non ricordo di aver mai percorso la strada in discesa, e quindi chiedo – a chiunque sia da imputare per le questioni del destino – com’è possibile che io sia diretto verso il baratro?

Entra  ΕΚΑΤΗ, insorgendo dall’edicola

ΕΚΑΤΗ
Mortale, io non del destino nacqui dea, ma delle arti che sondano tutte ciò che è oscuro e ambiguo: Ecate mi chiamano per le mie cento e cento forme.

ΜΑΛΚΩΜ
Oh Ecate! Questa notte più di un’apparizione mi ha impedito la quiete del corpo e dell’anima: mi sembra di non parlare con un uomo da anni e anni. Dimmi, sei venuta a fornirmi un farmaco che acquieti questa febbre dello spirito?

ΕΚΑΤΗ
Non esiste farmaco che sia terreno o divino a placare la malattia che ti affligge e che tu stesso fatichi a capire. Lo svolgersi di questi ultimi eventi ha appagato la mia natura e ristorato le mie capacità: una notte come questa si è manifestata non troppi anni fa, ma penso che tu questo già lo sappia. Non capita spesso che un uomo percorra la linea di ciò che è e ciò che non è.

ΜΑΛΚΩΜ
Ti prego, non paragonarmi ancora quell’uomo proprio quando l’oracolo, fonte di verità, ha paragonato il corso della sua vita al mio: alle soglie del futuro mi aspetta la stessa morte di Macbeth.
Io non capisco: conduco la mia vita timoroso degli dèi e nel modo che ritengo più giusto e saggio, eppure non faccio altro che errare. Accetto, quando proviene dalla Pizia, il giudizio che paragona le mie azioni a quelle di Macbeth: accetto di non avere le capacità di vedere i fili del destino che hanno mosso entrambe. Eppure non riesco ad assumermene le responsabilità, non vedo perché chi agisca seguendo l’utile e il giusto debba ricevere la stessa punizione di chi si è lasciato persuadere dal male in quella misura.

ΕΚΑΤΗ
Non è la prima volta che sento i discorsi degli uomini, eppure non posso che sorprendermi nuovamente di fronte ai limiti del vostro pensiero. La tua conoscenza delle cose non potrebbe essere più infima: chiedi al dio del razionale di conoscere il tuo destino, chiedi al destino di conoscere le oscurità del tuo animo. Rivolgi le tue domande alle porte sbagliate e interpreti le risposte senza comprenderne il significato.
Nati nel sangue, siete destinati a soffrire. Non perché noi dèi ne traiamo giovamento, poco importa all’essere perfetto di ciò che sta al suo esterno: ma perché né Apollo né lo stesso Zeus controllano nel profondo l’incedere delle vite umane.

ΜΑΛΚΩΜ
Chi se non i potenti dèi determinano il destino e le vicende terrene?

ΕΚΑΤΗ
Tre sono le strane sorelle che determinano il corso delle vostre vite. L’una ne tesse lo stame, e per questo è chiamata Cloto; Lachesi girando il fuso sapientemente al filo d’oro lo stame bianco o lo stame nero a suo piacimento; ma è la maggiore, Atropo l’inflessibile, a reciderne il filo con la lama. Gli dèi nulla possono di fronte alla volontà delle Moire.

ΜΑΛΚΩΜ
Stai tentando di dirmi che neanche Apollo può scrutare oltre a quella cortina? Che non devo ritenere veritiera la profezia che ho ottenuto? Dimmi, te ne prego, che è quella delle Moire la lama di cui parla!

ΕΚΑΤΗ
Non è questa tutta la verità. L’intelletto di Apollo arriva ben oltre il suo potere. Il filo della tua vita e quello di quell’altro mortale sono indissolubilmente annodati, e non soltanto dall’atto empio dell’omicidio: la colpa, germe del dubbio e figlia del male, ti ha votato a quella rovinosa caduta che tanto temi. Così è stato deciso fin dal principio. Non rimane che scorrere il filo da capo a coda.

ΜΑΛΚΩΜ
Maledetto quel demone che stanotte mi ha colto nella mia reggia! Maledetto quel giorno scellerato in cui vidi la luce, piangendo nel sangue caldo di mia madre. La lama di un assassino mi aspetta alle soglie del futuro, per punirmi di un atto che non ho deciso di commettere, e non c’è scampo al volere del Fato.

ΕΚΑΤΗ
Ancora non capisci, mortale: non per una qualche tua colpa, non per la tua condotta nel regno dei vivi sei destinato a morire. Non c’è ragione nell’ordine delle cose, non c’è disegno oltre l’apparente coerenza. La vita, come tu la puoi conoscere, non è che un capriccio di forze che non puoi  controllare e per le quali dovrai perire.
E non per la lama di un qualsiasi assassino: come disse la Pizia, morirai con la lama che ha ucciso Macbeth.

ΜΑΛΚΩΜ
Tutto è perduto, nulla rimane: crollano i palazzi delle mie certezze, il mio futuro è fatto di rovine scabre. Se nella stretta veste della Necessità non c’è spazio per respirare liberamente, allora io decido di smettere di mia sponte.

ΜΑΛΚΩΜ sguaina la spada

Mortale, questo mi chiami perché questo sono: un essere per caso, un pensante collaterale. Il senso e compimento della mia esistenza deve essere la morte.

ΜΑΛΚΩΜ si uccide

Exeunt

Sipario

Coscienza e disturbi del comportamento alimentare: come ho fatto amicizia con la mia coscienza

Federica Martire racconta il difficile percorso di guarigione da un disturbo del comportamento alimentare nell’ottica del corso di Letterature comparate B, Verità e coscienza. Narrativa, poesia, teatro, Prof.ssa Chiara Lombardi (2022-2023)

“Nel corso di quei mesi fotografavo continuamente il mio corpo come se fosse una medaglia da esibire ogni volta che uscivo di casa. Le mie mani sottili, il mio seno piccolo, lo spazio tra le mie gambe erano per me il trofeo che ritiravo ogni mattina quando mi guardavo allo specchio, per aver mangiato poco il giorno precedente.  Avere il controllo su me stessa mi faceva sentire invincibile, amavo quello che la mia malattia mi stava togliendo e invece di battermi contro di lei assecondavo ogni sua richiesta”.

*

Sono le sei e cinquanta, mi alzo dal letto e scorro le notifiche sul mio IPhone.

Cammino verso il bagno e guardo il mio viso attraverso il riflesso dello specchio. Mi guardo negli occhi e sto in silenzio ma è come se non lo fossi.

Osservo le mie mani e i tagli sui polpastrelli, mi guardo di nuovo negli occhi. 

È inverno e stanotte faceva così freddo che non sono riuscita a dormire, sebbene avessi ben tre coperte.

Prendo coraggio e sollevo la maglia, ho i brividi. Guardo il mio corpo allo specchio e sto in silenzio, poi osservo nuovamente le mie piccole mani. Sono zitta ma sento un fastidio incessante; mi guardo allora intorno, ma non c’è nessuno.

Osservo il mio addome allo specchio, ho gli occhi semilucidi e sto tremando. “Domani andrà meglio” mi ripeto ogni giorno.

Abbasso la maglia e guardo di nuovo le mie mani, poi i miei occhi allo specchio. Le stesse mani che mi fanno sentire vittima e colpevole di un destino che non sento mio.

Le mani con cui la sera prima ho mangiato un pezzo di quel delizioso e morbidissimo pane che ha fatto mia nonna per convincermi a mangiare di più.

Le mani con cui ogni mattina, facendo attenzione a non farmi sentire, prendo la bilancia nella speranza di pesare di meno.

Le stesse mani con cui asciugo le mie lacrime quando piango così tanto che non riesco nemmeno a respirare.

Le guardo come se fossero piene di sangue, come se avessi appena commesso un omicidio,

“Forse l’ho fatto davvero” mi dico, ma la vittima sono sempre io.

Esco dal bagno e mi vesto, tra poco sarà il mio compleanno e solo per oggi non farò colazione perché devo mettermi quel vestito rosa che mi piace tanto e ho paura che si veda il segno della pancia.

Incontro mio papà in sala, mi dà il buongiorno ma leggo nei suoi occhi parole che non avrà mai il coraggio di dirmi. Le stesse parole che invece mia mamma mi ripete in continuazione ma che la mia testa sembra non voler ascoltare.

Sento di nuovo una voce, ma intorno a me non c’è nessuno. Non mi è mai successo e sono spaventata.

Mi sento come se avessi accolto dentro di me un ospite indesiderato, come se qualcuno fosse entrato nella mia stanza e avesse iniziato ad usare i miei vestiti, il mio spazzolino per lavarsi i denti e i miei libri per studiare. “Non sono io” mi ripeto mentre cerco di seguire la lezione di filosofia, ma non ne sono sicura.

Torno a casa e trovo mia sorella ad accogliermi seduta a tavola che mi chiede com’è andata la giornata.

La sala da pranzo è da mesi il mio campo di battaglia dove chi lotta sono i miei desideri e la mia speranza di tornare a vivere, contro una voce dentro la mia testa che mi intima di non mangiare ciò che desidero.

Sento la pancia brontolare, da mesi dice quello che io non ho la forza di dire, emette suoni di protesta e di aiuto ma non trova mai nessuno pronta a sostenerla. Per anni il mio stomaco è stato il mio secondo cuore quando quest’ultimo era così debole da non sentire più le mie sofferenze.

Mangio una fetta di carne senza olio, dico a mia mamma che sono piena perché ho fatto merenda a scuola. Non è vero e lei lo sa bene.

Mi rifugio nella mia stanza e leggo per la terza volta il mio romanzo preferito: L’insostenibile leggerezza dell’essere. Mi rifugio nelle parole di Milan Kundera che mi permettono di accettare, anche se per poco, il mio dolore e di non sentirmi rea della mia situazione fisica e mentale.

“Che cos’è positiva, la leggerezza o la pesantezza?” mi chiede questo romanzo ed io che sento la mia anima estremamente pesante, desidero solo essere leggera.

Esattamente come dice Michela Marzano in Volevo essere una farfalla “Mi ero convinta che se fossi riuscita a diventare leggera come una farfalla, tutto sarebbe andato a posto. Sarei divenuta forte, indipendente e libera e non avrei mai più avuto bisogno di nessuno”

Nell’attesa di stare meglio spengo la luce e mi rifugio sotto le coperte. Vorrei dormire, sento la testa pesante ma non riesco nemmeno a chiudere gli occhi.

Sento ancora quella voce.

VITA
Cosa hai mangiato oggi?”

FEDERICA
Un caffè macchiato e una fetta di carne.

VITA
Come un caffè macchiato? Sai che ti fa ingrassare.

Non riesco a capire come farla smettere, non riesco ad ascoltare i miei veri pensieri.

FEDERICA
Ho perso ancora un chilo e mezzo questa settimana. Solo un mese fa pesavo nove chili in più di adesso, credo che vada bene così.

VITA
Hai visto stamattina la tua pancia, era enorme. Sai perché stamattina tutti ti guardavano in classe? Perché quel jeans era troppo stretto e ti segnava sulle cosce.

Non sapevo con chi stessi parlando, intorno a me c’era silenzio; eppure, i miei pensieri mi parlavano.

Sono le 18 e 50 e ho l’appuntamento con la mia psicologa. Quella sera sono rimasta in silenzio fino a quando mi ha chiesto di andare via, perché era scaduto il tempo a mia disposizione.

“Ultimamente sembra che il tempo non passi mai” le ho detto quando mi ha fatto notare che l’orologio segnava le 20.00. Mi guardava con lo stesso sguardo severo che aveva ormai da settimane; durante i nostri incontri facevo fatica anche solo a dirle “ciao”, quando entravo nella stanza, figuriamoci se le avrei mai parlato di come mi sentissi. 

Torno a casa e mi siedo a tavola, sono da sola perché i miei genitori sono fuori città e mia sorella è agli allenamenti di pallavolo.

FEDERICA
Vorrei mangiare un bel piatto di pasta al pesto, non lo mangio da così tanto che non ricordo nemmeno il gusto.

VITA
Non puoi, non lo meriti come non meriti ogni cosa della tua vita
Non meriti di essere amata da tua madre che ogni giorno ti sprona a stare meglio
Nemmeno da tuo padre che soffre in silenzio per te
Non meriti l’amore di Giulia che cerca di assecondarti in ogni tua richiesta
Non meriti l’amore dei tuoi nonni
La gioia di vivere delle tue amiche
I loro progetti per il futuro
Non meriti nemmeno quel voto alto per il quale hai tanto studiato
Sarà stato un caso

Improvvisamente mi agito, mi manca il respiro e inizio a sudare. Mi siedo a terra, conto lentamente fino a dieci. Piango. Mi sento sola come mai non lo sono mai stata in tutta la mia vita.
Prendo il telefono, vado su Spotify e seleziono “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli.
Penso a quando mia mamma me la cantava da piccola. Mi siedo sul divano e mi addormento.

La prima volta che mi è venuto un attacco di panico è stato a causa di quella voce che si agitava nella mia testa e non smetteva di incolparmi con parole di fuoco.
Non mi diceva “non sei abbastanza” “non ce la farai” “fallirai”, si limitava a dirmi che la causa del mio dolore ero io stessa e che non ne sarei mai guarita.

La mattina seguente mi sono svegliata, avevo gli occhi gonfi e il mascara su tutto il viso, mi sono svestita e dopo essermi guardata allo specchio ho risentito quelle parole suonare nella mia testa.

Prendo il telefono, ascolto la stessa canzone che la sera prima mi aveva permesso di addormentarmi, e, finalmente, per la prima volta dopo mesi, sento solo silenzio.

È stato questo il momento in cui ho visto per la prima volta una variazione di colore sulla tavolozza della mia vita che fino a quel momento comprendeva solo il bianco e il nero.
Ho visto uno spiraglio di luce gialla, arancione, azzurra nella mia vita alla quale mi sono aggrappata con le poche forze che avevo.

Da quella mattina, grazie a quella canzone ho finalmente capito cosa Milan Kundera intendesse per “leggerezza”, non superficialità ma semplicemente VITA. Lo stesso nome che per anni ho dato alla voce della mia coscienza che parlava per me, che non mi permetteva di ridere, piangere, urlare, ballare, cantare quando mi andava.

Quella mattina grazie a quella canzone ho capito che non era necessario metterla a tacere e che probabilmente sarebbe impossibile farlo, ma che dovevo semplicemente accoglierla e ascoltarla come se fosse la mia canzone preferita che non avrei mai interrotto sul “Quando sei qui con me…”.

Da quella mattina, e ancora adesso, parlo con quella voce e la ringrazio perché mi permette di vedere la mia vita da un punto di vista differente, perché mi permette di vedere le mille sfumature che ci possono essere tra il bianco e il nero, anche se a volte può ferirmi.
Quello che una volta recepivo come un “Non puoi, non te lo meriti, non starai mai bene” oggi è uno stimolo per dimostrare a me stessa che posso fare qualunque cosa io voglia.

Oggi quando mi guardo allo specchio non sento più la voce della mia coscienza che mi fa credere che se il mio corpo e la mia anima fossero diversi, potrei essere più felice. Non sento silenzio, ma un incredibile frastuono che mi ricorda che sono viva e credo che sia la cosa più bella che possa esserci al mondo.

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Bibliografia:

  • W. Shakespeare, Macbeth, a cura di Guido Bulla, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma, 2008.

Filling Shakespeare in: una e più postille al Romeo e Giulietta

Qui allegato il file contenente il prodotto finale del seminario Riscritture dell’a. a. 2017-2018, incentrato sul tema La bellezza in Shakespeare: Romeo and Juliet nell’ottica del corso Letterature comparate B, mod. 2, prof.ssa Chiara Lombardi.

seminario Riscritture – Romeo and Juliet di Shakespeare