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Nata dal mare

Stefania Albanese, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

L’idea di adattare la storia del Pericle shakespeariano a una realtà così vicina ai nostri giorni, come quella dei migranti, nasce dal continuo ascolto di battaglie e norme che coinvolgo vite altrui, su cui la politica europea lavora già da parecchi anni, con corsi e ricorsi, con alti e bassi.

*

Il mare si agitava mentre rifletteva la luce della luna sopra le nostre teste. Già da 4 giorni sedevamo su quel barcone, in attesa che qualcuno ci venisse a salvare. Non era la notte ideale per viaggiare fino all’Italia, e la mia anima non era rilassata. Mi chiedevo quando e se saremmo arrivati, cosa ci avrebbe cambiato la vita, come ci avrebbero accolto, cosa ci avrebbero dato da mangiare dopo una vita di povere diete occasionali, dove ci avrebbero fatto riposare dopo notti insonne.

Sul traghetto dormivano quasi tutti, invece io preferivo guardare le stelle e pensare che loro fossero più fortunate di me: si accendono, vivono a lungo e poi si spengono, non soffrono, non hanno sentimenti, non sono mai sole, non vengono deluse, non devono lavorare per sopravvivere, non hanno responsabilità; il loro compito è solo illuminare l’universo.

Ricordo benissimo il momento in cui notai di non essere l’unico pensieroso durante la traversata: una ragazza dai lunghi capelli neri quanto l’oscurità e gli occhi celesti quanto il cielo a mezzogiorno in estate stava fissando l’acqua scorrere sotto di noi, e lacrime le bagnavano il viso. Riconobbi subito mia moglie: teneva in braccio nostra figlia, Marina, partorita nel Mediterraneo solo due giorni prima.

Taisa non era mai stata d’accordo a partire e lasciare la nostra Siria per cercare fortuna in Europa; avrebbe piuttosto preferito morire in guerra, o essere stuprata probabilmente, ma entro il confine di casa, e questo non gliel’avrei mai permesso, io, Pericle, professore siriano di letteratura costretto, dal desiderio di un futuro migliore, a perdere tutto, compreso l’amore della propria moglie. Casa, parenti, gioielli, lavoro, in cambio della speranza di riottenere tutto ciò, altrove. Quando ci imbarcammo, non sapevamo nemmeno se ci saremmo fermati in Italia o se avremmo proseguito per la Francia o Spagna, ogni posto era indifferente quanto sconosciuto per noi, volevamo soltanto garantire un’adeguata infanzia alla nascitura. Solo su questo eravamo d’accordo.

Già dalla partenza, aveva smesso di parlare con tutti per isolarsi e trovare una sorta di pace interiore; decise di non rivolgermi la parola nemmeno quando diede alla luce quella creatura dalla pelle quasi più scura della nostra e dagli occhi chiari come quelli della madre. Ricordo alla perfezione quel giorno, potevano essere circa le nove di un mercoledì sera: ero usuale contare i tramonti e le albe per non perdere la cognizione del tempo e cercavo di fare lo stesso con il passare delle ore. L’unico gesto, da parte di quella che consideravo l’unica donna che avrei potuto amare più della mia terra natale, fu uno sguardo fuggitivo accompagnato da un sorriso imbevuto di lacrime. Stringeva Marina in segno di totale appartenenza, nonostante sapesse bene che quel dono era stato destinato a me quanto a lei, creato da entrambi, che le fosse piaciuto o no.

Tenendola in braccio, mi accorsi che sembrava un angelo, nata nel momento sbagliato. Le sussurrai solo “mite possa essere la tua vita! Perché più burrascosa nascita mai ebbe bambina; quieta e gentile sia la tua esistenza, perché hai avuto il più rude benvenuto a questo mondo”, e chiusi gli occhi, avvicinando le mie labbra alle sue morbide guance, e la mia Marina subito s’addormentò. La osservavo come se non mi fossi trovato davanti mai altro infante, e pensavo“Hai avuto nascita nel più gran frastuono che fuoco, aria, acqua, terra e cielo potessero fare. Taisa stava riposando, e io potei godermi la mia bambina, in mezzo alle decine di sguardi curiosi e congratulazioni. Tutti erano preoccupati, io in primis, per una nascita durante un simil viaggio, eppure non fummo né i primi, né gli ultimi, a dare alla luce una creatura in un contesto così disperato. Al contrario, potemmo considerarci fortunati, dato che, spesso, si nasce morti oppure si muore subito dopo il parto per il freddo e la mancanza di igiene. No, a Marina non successe nulla di tutto ciò, era forte lei, proprio come il suo papà; era come se fosse stata già preparata ad affrontare e vivere i suoi primi giorni in mezzo a quasi cento uomini e donne, all’aria aperta, su una barca umile e stretta, rinunciando all’affetto materno dopo poco più di 48 ore dalla sua comparsa.

Taisa morì davanti ai miei occhi, esattamente nel momento in cui mi accorsi di lei al vegliar della luna. Girò lo sguardo verso me, sembrava arrabbiata, delusa, e stava frignando; lasciò Marina nelle mani di una donna, Licorida si chiamava se la memoria non m’inganna, sua confidente fin dalla partenza. Era una nutrice, conosceva qualsiasi cosa a proposito di neonati e come crescerli, quindi mia moglie non poteva scegliere individuo migliore, lì sopra, a cui affidare la sua piccola prima di gettarsi in mare, e non uscirne più.

Quando la vidi tuffarsi, fui sconvolto: non era un tuffo professionale, si trattava di un tuffo a peso morto, di fronte all’acqua, senza un minimo di esitazione. Voleva morire, non nuotare nel bel mezzo del Mediterraneo. Accorsi alla soglia del gommone per affacciarmi dal punto in cui era caduta, ma non scorgevo nessuna traccia nelle profondità. Iniziai a urlare e prepararmi per soccorrerla, quando vidi un cadavere risalire in superficie. Era talmente magra e vestita di stracci che galleggiava. Ritenni opportuno buttare un ultimo grido di disperazione, sconfitta, perdita, e lasciare la mia sposa lì dove aveva deciso di morire, senza riportarla a bordo, sarebbe stato tutto inutile. Il mare ha ancora il sapore delle sue lacrime.

Il mezzo che ci trasportava tirava dritto, e pian piano il corpo divenne solo un miraggio. Alcuni passeggeri continuarono a dormire, non comprendendo ciò che fosse accaduto; altri si svegliarono per venire in mio aiuto, futilmente; altri ancora non sapevano che fare o dire e si tennero in disparte; però dagli sguardi di tutti si evinceva pena, compassione e sorpresa verso me e la mia bambina, ancora nelle mani di Licorida, la quale continuava a bagnare le guance di Marina dormiente. Ancora ringrazio Dio per non averle permesso di assistere al suicidio di sua madre. Forse, non avrei voluto assisterci nemmeno io, nonostante sia tuttora ancora convinto che lei stesse aspettando, per farlo, solamente l’attimo in cui io sarei stato a guardarla. Ho sempre interpretato il gesto come un’ultima manifestazione di stanchezza, rabbia, insoddisfazione, delusione, con un pizzico di vendetta nei miei confronti, per averla trascinata attraverso quel destino non richiesto, tradita. Ripresi Marina dalle mani della donna, e le dissi “fin dall’inizio ciò che hai perso è più di quanto potrà ripagare ogni tuo guadagno in questa vita”, promettendole che le avrei fatto trovare la felicità, un giorno.

Il viaggio durò poco più di una settimana, mi sentivo più solo che mai. La mancanza di Taisa si fece sentire fin dall’attimo in cui realizzai di dover invecchiare senza lei accanto. Inoltre, ero l’unico punto di riferimento di mia figlia, e non avevo di certo latte materno da assicurarle per i suoi primi mesi di vita, tanto meno una culla diversa dalle mie braccia, o abbastanza acqua pulita per lavarla. Non nego che tante volte ho pensato di mollare tutto, seguire le orme di mia moglie, però mi bastava rivolgere lo sguardo a quelle manine che mi toccavano, per vergognarmi delle mie fantasie così sbagliate e vigliacche.

Sbarcammo un sabato mattina nel porto di Lampedusa, con il sole coperto da diverse nuvole ammassate sui nostri capi. Mi sentivo esausto ed entusiasta allo stesso tempo, stanco del viaggio ed eccitato per la nuova avventura che ci aspettava. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, quella non poteva essere una bella giornata: arrivati nel centro raccolta immigrati, trattati come un gregge di pecore maledette, ci fecero sedere a terra, nell’attesa del numero preciso di stranieri che l’Italia avrebbe potuto accogliere al momento. Ringrazio Marina per avermi aiutato, con i suoi sorrisi, a non scoraggiarmi e perdere la speranza, mai.

L’esito arrivò solo dopo due ore circa: non si trattava di una buona novella. La nostra, a quanto pare, non era l’unica imbarcazione migrante ad essere giunta, in quei giorni, a quel porto; eravamo all’incirca un migliaio di extracomunitari, arrivati da ogni parte d’Africa e Medio Oriente, i quali lottavano e speravano per e in uno tra quei 200 posti disponibili all’interno della penisola. Di conseguenza, le possibilità che io rimanessi in Italia erano davvero minime, considerando che priorità assoluta spettava a donne e bambini. Gli altri sarebbero stati liberi di tornare a casa, oppure risalire nuovamente a bordo delle onde, in direzione di un’altra costa europea.

L’afflizione e perturbazione iniziarono a intasare la mia mente. Una voce, dal fondo della stanza in cui giacevamo, ordinò a tutte le madri, accompagnate da un infante o adolescente, di avvicinarsi alla porta d’uscita, perché sarebbero state smistate nelle varie regioni italiane. Il secondo turno fu quello delle donne senza figli, costrette a separarsi dai propri mariti o compagni. Il terzo non fu di certo il mio. Vidi, di sfuggita, Licorida che si incamminava, mentre alzava la mano per salutarmi; non mi aveva mai abbandonato durante il viaggio, era sempre stata al fianco del mio lutto e del mio cuore divenuto debole.

Tre guardie passeggiavano tra la folla silenziosa, con le mani incrociate dietro la schiena, fissandoci a uno a uno per controllare che nessuna avesse disobbedito pur di rimanere al fianco del proprio uomo. Uno degli agenti mi si fermò di fronte, quasi commovendosi alla scena di un povero padre che stringeva al petto una creatura con una settimana di vita. Non osai degnarlo di sguardo, sapevo già che avrei dovuto dire addio, a quel punto, a Marina. In un inglese comprensibile, mi disse: “Signore, ci deve lasciare suo figlio; in quanto minorenne, ha la precedenza a ricevere cure sanitarie e un’educazione adeguata nel nostro Paese. Ci penseremo noi a lui”. In una lingua altrettanto capibile, alzando la testa, risposi: “Mia figlia è una bambina, si chiama Marina, perché nata in mare, ed è tutto ciò che mi rimane e affido a voi”. Drizzai in piedi per consegnargli il mio unico tesoro e feci appena in tempo a mormorarle nell’orecchio qualcosa come “ora Dio volga a te il suo migliore sguardo”, per vedere l’ufficiale girarsi e dirigersi verso il corridoio che portava all’esterno. Scoppiai nel mio ultimo pianto disperato e rassegnato.

Non potevo permettermi di ribellarmi, controbattere; probabilmente, era quella la scelta giusta per lei. Pochi minuti dopo, lo stesso uomo rientrò nel nostro tugurio per annunciare che solo i 41 più giovani del genere maschile sarebbero stati selezionati. Ricordai di aver festeggiato da poco i miei 39 anni, e di ragazzi tra i 18 e i 38 ne erano presenti molti più di quaranta. Dissi “addio” al sogno italiano. Noi, futuri “uomini d’Europa”, fummo caricati come bestie su vari pulmini, poco più grandi degli scuolabus che ero abituato a veder passare ogni mattina fuori dal viale di casa, prima che iniziasse la guerra siriana, pieno di bambini allegri, rumorosi e spensierati; la differenza è che, a bordo del mio, all’appello, solo adulti sventurati, silenziosi e preoccupati. La direzione? Lo scalo da dove saremmo ripartiti in vista della Spagna, Francia o del Portogallo. Ci divisero in tre gruppi di equa dimensione, prima di farci salire e annunciare quella che fu definita la “nostra prossima patria”. A me, toccò il Paese della paella e di Gaudì.

Ho vissuto vent’anni in Spagna, lavorando come insegnante di lingue mediorientali e traduttore dal siriano all’inglese e spagnolo e viceversa. Una scarsa, ma accettabile, conoscenza della lingua locale mi ha salvato dalla miseria. Decisi di non risposarmi e tanto meno avere rapporti con altre donne; il mio pensiero sempre rivolto a dove stesse mia figlia, il mio sguardo costantemente alto tra le stelle per mia moglie. “Come reagirebbe se la cercassi?”, “Mi potrà mai riconoscere come padre?”, mi domandavo la sera, quando mi coricavo, solo con i miei pensieri. Chissà quante cose avremmo fatto in 20 anni; quante volte l’avrei accompagnata a fare compere, quante volte saremmo andati al cinema, quante volte ci saremmo addormentati insieme, quante volte avremmo passeggiato al mare, quante volte saremmo passati sotto le luminarie natalizie braccio sotto braccio, se non me l’avessero tolta dalle mani. Tutte queste domande hanno portato a un’unica conclusione per il mio cuore tormentato: trovarla. Ed è così che è iniziata la seconda avventura che vi narro e che mi vede coinvolto da un paio di settimane.

Per arrivare in Italia, questa volta, sono riuscito a permettermi un aereo da Madrid, non più un barcone umiliante. Dopo ricerche su ricerche, chiamate su chiamate, di cui non sto qui a descrivervene i dettagli, ho scoperto che Marina vive in Puglia, in un paesino nella provincia di Brindisi, adottata fin dall’età di 1 mese da una famiglia meridionale che non riusciva ad avere figli, con il sogno di crescerne almeno uno. Cosa più importante: all’anagrafe, avevano conservato il nome di Marina, partorita dal mare, comunicato dalla casa-famiglia occupatasi di lei nei suoi primi 30 giorni circa in Italia e dell’adozione. Mi era arrivata anche una sua foto all’età di 10 anni: capelli scuri e occhi azzurri. La commozione era più che scontata vedendo quanto somigliasse a Taisa, nel sorriso, nell’espressione, nella forma delle labbra. Ho subito pensato che non avesse preso nulla dai miei geni, tranne il naso forse, e la cosa peggiore è che non ricorderà, al momento, nemmeno la mia presenza o quella della madre, tantomeno avrà una nostra immagine, né cartacea né mentale.

Mia figlia, sangue del mio sangue, ha il diritto di conoscere la sua storia e il suo vero padre, quello biologico; non ho intenzione di prendere il posto dei genitori che l’hanno cresciuta e amata come fosse stata concepita da loro; voglio solo avere un posto nel suo cuore, nella sua vita, e instaurare un rapporto con lei, farle sapere che io ci sono, esisto.

Mi sento così agitato mentre, seduto sulla panchina di un parco nel suo paesino, penso a quando riuscirò a incontrarla, a quando capirò dove abita. Purtroppo, il suo indirizzo è un’informazione protetta dalla privacy anche per me; ottenere i nomi di battesimo dei due genitori adottivi è stato già un grande aiuto. Singhiozzo, e mi rendo conto di quanto sia inevitabile piagnucolare ogni volta che penso a lei, alla famiglia che avremmo potuto formare, io, Marina e Taisa. Singhiozzo, e ascolto il vento che soffia tra gli alberi che mi circondano, mi perdo nel tramonto che sta per giungere e nei bambini che giocano a calcio a qualche metro da me, quando una palla arriva sotto la panchina dove siedo. Mi piego per prenderla, mi rialzo asciugandomi le lacrime con la manica del cappotto e vedo un bambino di circa 6 anni che mi osserva. Gli sorrido e restituisco la palla, però lui mi chiede perché piango.

Mi rendo conto che sono giorni che non spiccico parola, che non apro bocca, non avendo contatti umani con persone con cui discutere ed esprimersi, da quando mi son messo in ricerca in Italia. Rispondo che piango perché mi manca una bambina bella e gioiosa come lui, strappatami dalle mani tanti anni fa. In lontananza, sento una voce femminile che urla “Giacomo, torna qui e non importunare il signore!”. Ha gli occhiali da sole e un cappello su dei capelli legati. Si tratta di una ragazza alta e snella, la quale si fa spazio tra gli altri bambini per giungere a me e Giacomo.

“Mi scusi, è senza pudore e vergogna”, si giustifica. “Figurati, mi ha fatto piacere avere una conversazione di due battute con lui. Non mi chiedevano perché piangessi da non so quanto tempo…”, le rispondo, guardandola in viso e cercando di scorgere i suoi lineamenti. “E come mai piange?”, domanda, mentre Giacomo torna a giocare senza salutare e la ragazza mi si siede accanto.

“Sto cercando mia figlia naturale da un bel po’, dopo 20 anni di totale assenza costretta”, confido. “E perché ha aspettato così tanto?”; sembra incuriosita.

“Veniamo dalla Siria; nacque durante la traversata per l’Italia, e sua madre si suicidò in mare. Arrivati a destinazione, scoprii che non c’era posto per me in questo Paese, quindi dovetti abbandonarla a chi di dovere e riprendere il viaggio per la Spagna. Nonostante non abbia avuto in mente nient’altro che lei, in questi anni non mi sono mai mosso da casa per cercarla, anche se ho sempre provato ad avere sue notizie. Mai nulla di tanto rilevante da potermi mettere in moto, fino a poco tempo fa, quando ho preso la decisione di avventurarmi in quello che spero sia il successo più grande della mia vita”, riepilogo.

Sono riuscito a strapparle appena un sorriso, che si interrompe per chiedermi come si chiami questa ragazza ora. “Marina”, rispondo. La vedo togliersi occhiali e copricapo, slegarsi i capelli, porgermi la sua carta d’identità. Leggo “Marina” affiancato da un cognome italiano che non riesco nemmeno a pronunciare. La tessera mi cade dalle mani e alzo la testa: ho bisogno di esaminare attentamente il colore dei suoi occhi, la forma delle sue labbra, il suo naso, e tutto ciò che potrebbe portarmi a credere che sto parlando con mia figlia. Tiro fuori dalla tasca la foto di 10 anni addietro e gliela pongo delicatamente sulle mani sudate; è agitata e incredula quanto me. La guarda per un paio di secondi, per poi farmi affondare in un suo abbraccio, il più vero e caloroso mai ricevuto.

“Sono 20 anni che mi chiedo come sia, ora, il mio vero papà e perché non sia ancora venuto a bussare alla porta di casa”. Si ritrae per mostrarmi un’immagine consumata dal portafoglio. A essere ritratta è una scena così dolce, da poter fare il giro del mondo: c’è un tale di colore che tiene in braccio una bambina in fasce e le avvicina le labbra come per parlarle, e di fronte ce n’è un altro, bianco, con cappello e divisa, dritto in piedi a qualche centimetro dai due, mentre pone la mano all’altro uomo, vestito di pantaloni strappati e camicia bagnata, per strappare via la neonata. E poi c’è una seconda fotografia, che mostra una bambina con qualche giorno di vita che piange e strilla in mano a un agente. E ancora un’altra, dove un signore sui quaranta ha la testa bassa e cammina goffo tra altri uomini, tutti abbastanza sporchi e sconsolati; sembrano aver perso tutto, compresa la motivazione per esistere.

Queste immagini, in vent’anni, sono diventate simbolo di immigrazione, di non-accoglienza, di abbandono, di perdita, virali in Italia, e io non lo sapevo. Così come non sapevo che mia figlia sognasse, un giorno, di ritornare a trovarsi tra le braccia del suo primo padre; che condividevamo lo stesso sogno.

Siamo sicuri sia sul mare?

Alberto Falcomer, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

Un matrimonio a cui andare, un ospite non preventivato e delle fantasiose indicazioni geografiche. Cosa può succedere se Pericle, Ulisse e Paolo di Tarso si incontrano a bordo di una nave?

*

Personaggi

Pericle         principe di Tiro
Ulisse         re di Itaca
Paolo di Tarso     scrittore e teologo
Venditore

[Porto di Itaca, sulla nave Pericle attende impaziente l’arrivo di Ulisse]

PERICLE
Lungi da me essere lamentoso sia chiaro, chissà cosa gli avrà detto la moglie dopo vent’anni, però se uno dice otto e mezza puntuali, l’altro arriva alle otto e mezza. Son cinque giorni di navigazione se già partiamo col piede sbagliato. Oltretutto il matrimonio mi costerà una fortuna tra regali e viaggio, [tra sé] e meno male che non c’è mia moglie. 

Bah speriamo solo non crei troppo scompiglio.

[Entra Ulisse trafelato e ansimante.]

ULISSE
Ehiiii grandissimo! Com’è?

PERICLE
Allora. Anzitutto piano con le parole, siamo due personalità di rilievo e questo è un luogo pubblico, un po’ di educazione mi sembra il minimo. Secondo: (indica l’orologio a meridiana) otto e cinquanta.

ULISSE
Seeeh capirai, venti minuti. Ti ricordo che per tornare a casa ci ho messo diec…

PERICLE
Va bene, va bene dai. Sali su e non perdiamo altro tempo prezioso

ULISSE
Avrei solo una richiesta da fare

PERICLE
E sarebbe?

ULISSE
Ma niente di che per la verità, ti darebbe fastidio se portassi il mio cane Argo? Per fare un po’ di compagnia

PERICLE
Scusa ma non era morto appena dopo il tuo arrivo? 

ULISSE
Infatti, l’ho imbalsamato. Penelope non mi è sembrata molto entusiasta e mi ha chiesto di portarlo con me

PERICLE
Capito… [riflette], ma sì fallo salire.

ULISSE
Forza! Portatelo su!

PERICLE
[Vede Argo salire] Ah, hai capito la bestiola, quanto pesa?

ULISSE
Sarà sui quaranta-cinquanta chili.

PERICLE
Ma adesso? Dopo averlo impagliato?

ULISSE
Eh già, ho chiesto di metterci un po’ piombo, almeno lo usiamo come fermaporta quando fa caldo

PERICLE
E se per caso avessi cambiato idea…

ULISSE
No

PERICLE
Capito… Mollare gli ormeggi! Si fa rotta verso la Boemia!

[Escono]

[Mare aperto, Ulisse e Pericle sul castello di poppa, Paolo entra dalla porta centrale]

PAOLO
Mi scuserete se passo per indiscreto, ma mentre eravamo nel porto mi parso di sentire che ci dirigevamo verso la Boemia, ho ragione?

ULISSE
E ora chi sarebbe costui? Chi abbiamo imbarcato?

PERICLE
Giusto! Non vi avevo ancora presentati, quale miglior occasione. Caro Paolo, sei al cospetto di Ulisse, re di Itaca, eroe delle Guerre di Ilio.

PAOLO
Quale onore maestà [goffamente].

ULISSE
A cosa dobbiamo la sua presenza?

PERICLE
L’ho accolto non più di una settimana fa nei pressi del Pireo, cercava un’imbarcazione che lo portasse ad ovest, ho offerto un posto e ha accettato senza neanche sapere la destinazione.

PAOLO
Esattamente….

ULISSE
Ah, Atene! Che luogo meraviglioso, ogni volta scopri qualcosa di nuovo, te l’ho mai detto di quella volta con Menelao…

PERICLE
Ma lascialo parlare!

PAOLO
Esattamente, però ora che ho sentito la destinazione volevo dei chiarimenti su…

ULISSE
Un momento, mi permetta prima una domanda, come mai va verso ovest?

PAOLO
Principalmente per lavoro, faccio lo scrittore.

ULISSE
Ma poteva dirlo subito! Siamo sulla stessa barca sa? [Paolo lo guarda perplesso] No no, non questa barca. Intendevo metaforicamente, ho un passato da cantastorie davvero notevole mi creda. Pensi che una volta presso i Feaci…

PERICLE
Sì sì ce la racconti poi un’altra volta dai. Paolo avevi una domanda per noi due vero?

PAOLO
Sì, era più che altro un dubbio, dovete arrivare in Boemia da quanto ho capito. Siete al corrente che in Boemia non c’è il mare vero?

[Ulisse e Pericle si guardano, guardano Paolo, si guardano di nuovo e rispondo imbarazzati]

PERICLE+ULISSE
Beh… Certo! Ci mancherebbe altro!

PAOLO
Ah, molto bene, ho avuto per un po’ questo cruccio, scusate il disturbo.

PERICLE
Figurati.

PAOLO
Torno a scrivere, ci vediamo dopo [Esce dal centro]

ULISSE
[rivolto a bassa voce a Pericle]Come sarebbe “la Boemia non è sul mare”?

PERICLE
Cosa ne so io scusami, io mi sono attenuto alle indicazioni di Polissene, l’hai ricevuta anche tu la pergamena di invito.

ULISSE
Se l’ho ricevuta? Mi sono trovato sulla soglia di casa una ventina di pagine di racconto sulla storia tra suo figlio Florizel e Perdita e tutta la storia antecedente, ben scritto per carità, ma c’era veramente bisogno? Sai che spesa tra pergamene e copisti.

PERICLE
Gli aveva pure dato un titolo se non sbaglio.

ULISSE
Sì, “Il racconto dell’inverno” o simile, ma dubito sia diventato così bravo da scriverlo lui di suo pugno, l’ho visto tenere una penna d’oca in mano qualche volta e non mi era parso certo un drago.

PERICLE
Senti ricontrolliamo la pergamena, ce l’hai sottomano per caso?

ULISSE
Aspetta un attimo… [cerca dentro una cassa] Eccola. Lasciando da parte tutta la storia dovrebbe esserci a metà un descrizione.

PERICLE
Anche molto bella se non sbaglio.

ULISSE
Trovata. Ci sono poche righe in cui si parla di un nobile di Sicilia che porta in salvo Perdita, e sbarca su una spiaggia boema.

PERICLE
Quindi abbiamo opzioni totalmente opposte, di chi ci dobbiamo fidare?

ULISSE
Io non avrei molti. E se Paolo di ci stesse dicendo la verità? chissà per conto di chi o cosa scrive. Meglio non fidarsi troppo.

PERICLE
Non prendiamo decisioni affrettate. Il prossimo porto è a qualche giorno di navigazione, dobbiamo assolutamente cercare informazioni.

[Porto di Ragusa, Entrano Ulisse Pericle e Paolo.]

PERICLE
Eccoci a Ragusa, finalmente una meritata pausa, se non vi dispiace mi separo da voi per un po’, ho una ricerca piuttosto importante da fare.

ULISSE
Vai pure, anzi mi dai l’occasione di conversare con il nostro ospite

PERICLE
A più tardi allora [Esce]

ULISSE
Dunque caro Paolo, volevo prima di tutto scusarmi con te per il mio comportamento sulla nave, mi aspettavo di tutto fuorché qualcun altro sulla barca

PAOLO
Un po’ ti comprendo. Purtroppo il mestiere non mi consente di vivere nell’agio, anzi non smetterò mai di ringraziarvi per il favore.

ULISSE
Ecco a proposito del mestiere, avrei una domanda da farti.

PAOLO
Ti ascolto.

ULISSE
Volevo solo sapere, così per curiosità, per chi lavori?

PAOLO
Eh… Domanda complicata, per farti capire di ti dico per molte persone il mio datore di lavoro neanche esiste.

ULISSE
Sarebbe a dire?

PAOLO
Non so che rapporto tu abbia con il divino o comunque con il sovrannaturale

ULISSE
Ti direi alti, mooolto alti e bassi, mooolto bassi.

PAOLO
Capito, immagina come se fossi in missione per conto di Dio

ULISSE
[preoccupato] Sei forse una qualche creatura dell’olimpo? Sai ho qualche contro in sospeso lassù.

PAOLO
Stai tranquillo, sono una persona vera. Te la faccio breve, mi sono successe un sacco di cose, persecuzioni, cadute da cavallo, cecità, concili e potrei continuare ancora, che mi hanno portato a diffondere la parola di questo dio.

ULISSE
E come si chiamerebbe questo dio?

PAOLO
Dio.

ULISSE
Ah proprio così? Dio e basta.

PAOLO
Esattamente.

ULISSE
Sarete ben strani voi… E comunque per lavoro scrivi.

PAOLO
Sì, mi definisco scrittore perché non saprei cos’altro dire di me, “profeta” mi sembra un po’ eccessivo, però forse pure “scrittore” è troppo, visto che scrivo quasi solo lettere.

ULISSE
Lettere di che tipo, eh? Furbacchione.

PAOLO
[ride] No, non sono per delle spasimanti in giro per il mondo, scrivo alle comunità che visito, c’è molto poco di romantico, se così vogliamo definirlo.

ULISSE
Sarà… Ehi! Guarda, ecco Pericle! Credo abbia trovato ciò che stava cercando.

[Ulisse e Paolo si avvicinano a Pericle che sta discutendo con un venditore]

PERICLE
Come sarebbe a dire che non ha una mappa dei porti della Boemia, tutto questo è inammissibile, inaccettabile!

VENDITORE
Sono desolato signore, non possediamo una carta di questo tipo, ma è sicuro che la Boemia abbia dei porti?

PERICLE
Stia attento a quello che dice! Mi ha preso forse per uno sprovveduto?

PAOLO
Calmi, calmi. Qual è il problema?

PERICLE
Questo sedicente venditore di carte mi sta dicendo di non possedere nemmeno una carta della Boemia.

VENDITORE
Mi permetta di dire che non è proprio corretto.

PERICLE
In che senso?

VENDITORE
Lei mi ha chiesto una mappa DEI PORTI della Boemia, non una carta DELLA Boemia.

PERICLE
Adesso fa anche lo spiritoso.

VENDITORE
No, sono semplicemente molto rigoroso

PERICLE
Le ripeto, stia molto attento…

ULISSE
Sì sì, non facciamone una questione di stato. Ci dia una mappa DELLA Boemia.

VENDITORE
Richieste particolari? Mappa fisica? Politica? Tematica? Commestibile?

PERICLE
Una qualsiasi basta che ce la faccia vedere, suvvia!

VENDITORE
Ecco qua

[I quattro guardano attentamente]

VENDITORE
Come vi dicevo, non ci sono porti perché non c’è il mare.

PAOLO
[Rivolto a Ulisse e Pericle] Ma ragazzi, posso chiamarvi ragazzi vero? Ve l’avevo già detta qualche giorno fa questa cosa

ULISSE
Avevamo le nostre fonti, mica ci siamo affidati al primo che passava.

PERICLE
Nientemeno che l’invito al matrimonio per la precisone.

PAOLO
Posso leggerlo?

PERICLE
L’ho portato qui con me, prendi pure.

PAOLO
Vediamo… Interessante, una descrizione precisa ma allo stesso tempo favoleggiante di un regno dove la vita rinasce e i regnanti sono in armonia con il loro popolo, mi sembra evidente si tratta di una descrizione idealizzata.

ULISSE
Come sarebbe a dire?

PAOLO
Ma sì, il re avrà voluto dare una certa immagine del suo regno, una sorta di mossa pubblicitaria e mi sa che con voi due ci è riuscito alla perfezione.

ULISSE
E che bisogno c’era di mettere pure il mare.

PAOLO
Beh sai, un meraviglioso castello affacciato sulle rive di un mare cristallino fa sempre una migliore impressione, di uno arroccato su un colle o nel mezzo di una foresta. Colui che ha scritto tutto questo ha davvero un’abilità sopraffina.

PERICLE
Vorrei proprio sapere chi è questo scrittore. Non esiterò a dirgliene quattro il prima possibile a questo bardo dei miei stivali.

PAOLO
Se non capite la poesia…

ULISSE
Magari la prossima si degna di consegnare un dépliant invece di rischiare di farci vagare a zonzo per il mare. E dire che di viaggi senza meta sono praticamente un esperto; pensate che una volta in Sicilia…

PERICLE
Senti concentriamoci sulle cose da fare. Temo che ci sarà un bel po’ di strada imprevista da fare una volta sbarcati, torniamo subito alla nave, dobbiamo riprendere il mare il più in fretta possibile. 

[Escono]


Narrations of Origins in World Cultures and the Arts

Il convegno internazionale della European Society of Comparative Literature Narrations of Origins in World Cultures and the Arts (Torino, 24-27/11/2020) prenderà in considerazione le relazioni tra antico e moderno a partire dalla ricostruzione di mitologie e archetipi di portata mondiale, che dovranno essere oggetto di inedite prospettive di lettura. Attraverso le epoche fino alla contemporaneità, nell’incontro tra la letteratura, la scienza e le forme di rappresentazione artistica che comprendano, oltre al teatro, anche cinema e nuovi media, l’obiettivo scientifico sarà quello di accogliere contributi volti a considerare sia la persistenza, la circolazione e la trasformazione di forme narrative e rappresentazioni delle origini fortemente incisive nell’immaginario collettivo, sia l’elaborazione del motivo cosmologico o dell’origine in relazione alla teoria letteraria e artistica, nonché a sperimentazioni poetiche, narrative, pittoriche e performative, visive e sonore, con particolare attenzione ai contatti tra le culture e alle prospettive interdisciplinari. Un interesse particolare sarà riservato anche a modelli narrativi di pura invenzione e fantasia, provocatoriamente fasulli, bislacchi e parodici, ma non per questo meno originali.

Qui la call for papers.

Si allega anche, qui, il programma di un ciclo di conferenze off, tenute da Francesco Grande, Stefania Stafutti e Alessandro Mengozzi presso la biblioteca “N. Ginzburg” nel 2020, precedute da uno spettacolo musicale e teatrale curato da Alberto Rizzuti, con Irene Zagrebelsky, Carlo Pestelli e Ugo Macerata, che si terrà al teatro “G.Arpino” di Collegno il 13 gennaio (in collaborazione con il Liceo “M. Curie” e il Club di Cultura Classica).

Intervista a Patrick Kingsley

Federica Bassignana, per la sua tesi di laurea magistrale (Oltre i confini. Il reportage narrativo tra letteratura e giornalismo, relatrice: prof.ssa Chiara Lombardi. discussa il 26/11/2019, 110/110L), intervista il giornalista Patrick Kingsley, autore di The New Odyssey: The Story of Europe’s Refugee Crisis (Guardian Books, 2016). L’intervista ha ricevuto l’approvazione ai fini della ricerca dal New York Times Management Departement.

* * *

Patrick Kingsley (Londra, 1989) è attualmente giornalista del «New York Times» come corrispondente per gli affari internazionali ed è stato precedentemente giornalista per il «Guardian», che lo ha nominato nel 2015 il primo corrispondente di migrazione. Per conto del celebre quotidiano britannico è stato corrispondente da Il Cairo, Istanbul, ha seguito il traffico di esseri umani dalla Libia all’Egitto, dalla Turchia al Niger e insieme al collega David Hearst ha condotto l’ultima intervista a Mohamed Morsi come presidente d’Egitto prima della sua destituzione nel 2013.  Per lo spessore delle sue inchieste e la meticolosità dei suoi reportage, nel 2015 Kingsley è stato nominato giornalista dell’anno per gli affari esteri in occasione dei British Journalism Awards; tra i numerosi premi, gli è stato conferito il Frontline Club Award nel 2013 per il suo reportage Killing in Cairo – the full story of the Republican Guards’ club shootings[1]. Nel 2012 viene pubblicato il suo primo libro How to be Danish[2], un viaggio di esplorazione nel cuore della cultura danese e nel 2016, in seguito alla sua esperienza di corrispondente di migrazione per il «Guardian», racconta la storia della contemporanea crisi dei rifugiati in Europa in The New Odyssey[3], su cui verte la seguente intervista. 

The title of your book is The New Odyssey. The Story of Europe’s refugee crisis. What’s the reason that led you to compare the classic epic to the contemporary European migration crisis?      
There are two main reasons: the first reason is that the journey that Odysseus goes on from a war, torn apart Asia minor, trough dangerous adventures in the east of the Mediterranean towards Greece. It is obviously very similar to the journey that lot of refugees are making in 2015 and indeed continue to make today. Refugees are leaving from Turkey not too far actually from where Troy was supposed to have been built a thousand of years ago. They are attempting to get to a Greek island not unlike Odysseus was trying to reach the Greek Island Ithaca. And the second reason is an editorial reason: by framing migrants as Greek heroes I hope someone shift the narrative about who these people are or why they are moving. In certain sections of public opinion migrants are often considered bad and problematic, but I wanted to show how in another light what they are doing is heroic.

Aeneas, as well as Odysseus, has fled the war but he is fulfilling his destiny of setting up a new dynasty, finding a new home, rather than going back home as Odysseus. Why did you decide to change the first chosen title The New Aeneid to The New Odyssey?

I would have called The New Aeneid if more people in the English-speaking world had heard of the Aeneid. As I said in the book and as you repeat in your question, Aeneas is more a refugee than Odysseus because Aeneas is fleeing his home in search of a new one whereas Odysseus is fleeing a warzone in order to go back home. Instead of that, the reason why I didn’t call The New Aeneid but The New Odyssey is that not many people have heard of The Aeneid but they have heard of The Odyssey because it is more famous in the English speaking world.

To what extent Aeneas and Odysseus represent the refugee experience and how? You said that central narrative in The Aeneid is about a refugee called Aeneas. Is Odysseus then, in your opinion, a different symbol of the migration experience?

Aeneas and Odysseus are both on the move and they shared the travel experiences –  tough experiences –  but one of them, Odysseus, is going home, and the other, Aeneas, is leaving home and trying to find a new one, and that is much more comparable to the contemporary migrants experience. I don’t think Odysseus journey has a particularly close contemporary comparison, maybe you might compare Odysseus’ journey home to a migrant in Libya who decides, instead of going to Italy, to go back home but going back through the Sahara desert is just as dangerous as trying to go through the Sahara in the first place, and trying to get to Libya. So maybe one might compare their experience: an African migrant experience trying to get back to Nigeria or Senegal to Odysseus and his journey back to Ithaca, but I don’t think it is a particularly close resembles.

Your reporting is based on a thematic focus, rather than one geographical location. What are the pros and cons of this specific focus?

I think it does look at themes that make me to go to specific geographic locations like Libya, Egypt, Niger, Greece, Italy, Turkey and I would hope that by exploring themes you do actually get a good sense about placing and about the environment in which people are coming from and do some moving through.

Your text is a narrative report about travel and emigration, offering its readers a clear and detailed full experience of nowadays emigration. What’s the book genesis? 

I was the migration correspondent for “The Guardian” and I had the opportunity to see the refugee crisis of 2015/16 and I was able to travel through several countries: from Sahara to Niger, from Sweden, to Turkey, from Italy to Greece.  In the end for the book I choose 17 countries but in the course of my report I poorly went to 24/25 and during my reporting, I felt that I had the privilege to see the crisis in more detail than most other people. I wanted to be able to put all the things that I have learnt in a single narrative that hopefully might open some people’s eyes to a more new understanding of why people are on the move and how they move in the first place, and it was an attempt to use all the things that I have learnt to help enhance public discuss.

Your book moves from report to literature, using prose’s characteristics while fulfilling the facts and the reality though Hashem al-Soukis’s story. Is there any editorial aim behind this choice? Or does it specifically want to show a connection between one single life to a universal common destiny?

This decision to use a little more literally  form of writing for Hashem al-Soukis’ storywas just an attempt to make it more vivid and engrossing and to make you feel like you are there with him, and by writing not only in a factual way but in a way that was written like a novel. I hoped that a reader might be able to identify more with him slightly more because the journalistic prose might be more alienating to the reader than the more fluid and warm-hearted literary style.


[1] Patrick Kingsley, Killing in Cairo – the full story of the Republican Guards’ club shootings, The Guardian, 18 luglio 2013.

[2] Patrick Kingsley, How to be Danish, Marble Arch Press, New York, 2014.

[3] Patrick Kingsley, The New Odyssey. The story of Europe’s refugee crisis, Guardian Books and Faber & Faber, Londra, 2016.

La voce del mare

Elena Biafora, in questa sua composizione, riscrive in un’inedita prospettiva il Pericles shakespeariano, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

* * *

Le vicende che spingon gli umani a viaggiare per navi sull’onde io sorveglio ed osservo silente. Molte cose che altri non sanno io conosco e conduco: i viaggi, le imprese e le guerre che su concave navi i mortali han vissuto sull’acque profonde, la virtù degli eroi che remando han cercato la sorte, la patria, l’onore. Io non guardo ciò ch’altri han deciso, ma occhio vigile sono di ciò che sui flutti miei muove. Sono autore del loro destino, sono forza che agisce e travolge e che guida le umane vicende con la legge che a giustezza tende.

Sono io che trascino sul fondo o sostengo, che oriento sapiente il cammino di quanti affidano all’onde le strade del proprio destino. Molti di loro osservai succedersi nel tempo, e te eroe tra gli altri notai, che cercavi la tua strada muovendo sulle vie che apro agli uomini, percorrendo i liquidi ponti che per me si dischiudono tra terre lontane; e ti osservai viaggiare a lungo, cercando fortuna, sperando e disperando della tua sorte. Ho seguito da presso il tuo andare: sono l’acqua che batti coi remi, sono il fiato che gonfia le vele, la distesa che solchi ignaro delle vie che disegno per te. Ed un giorno lasciata la terra che ti diede i natali giocavi col destino una sfida mortale, sperando ambizioso in un premio che non si poteva accettare.

Così andavi muovendo; ma non t’era destino di far ritorno in patria. Hai tanto da apprendere ancora, e lungo è il tuo viaggio da fare. Alzai, innanzi al legno veloce, il muro d’una tempesta, e la tua via fu perduta. La nave che viaggia sicura, sospinta da venti sereni, diventa ben piccola cosa se l’acqua mia cupa l’avvolge. La sferza feroce dei flutti si abbatte e sconquassa il fasciame, disfatta la nave, in un grido comune echeggiano uomini e onde.  Difendila, adesso, la vita che or ora eri pronto a lasciare, contendila agli aspri marosi che altri non lascia scampare. Solleva la testa dall’onda che abbatte con furia mai stanca; da giovane principe ch’eri, uomo ritorni alla sponda.

Così giungesti a Pentapoli privato dei compagni tuoi cari, convinto che disperazione e solitudine soli a te s’addicessero. Ma, pagato il prezzo dovuto, ti resi un dono smarrito che mille volte t’avrebbe ricompensato del danno che avevi subito. La tua armatura, eroe, riemerse dalla nera profondità del mio abisso, ché onore ti desse e speranza, e insieme con quella amore, la mano della nobile Thaisa. 

Celebrate che furon le nozze, volle il fato che insieme alla sposa e a ciò che di più prezioso per voi ella custodiva, decidesti, per non perdere il regno, sull’agile nave di intraprendere nuovo periglio.

Ma le mie insidie e le trame che per gli eroi intreccio ancora dovevi conoscere, giovane eroe, che molti prima di te patirono, cercando il ritorno. Sono l’onda che schianta e che infrange, che trascina nel vortice al fondo, che si chiude su quello che fu.

Altra prova dovesti affrontare, furiosa tempesta, ché in quella la tua creatura poté la luce vedere sull’ampie mie onde, Marina nata dalla tempesta, ultimo dono della donna che infine a me ho richiamato. E, una vita per una vita, onorasti la bella Thaisa, la piangesti e, circondata di doni preziosi, la consegnasti infine ai miei flutti, che del suo sonno furon la culla.

Tu di pianto riempisti la notte biasimando e ingiuriando il destino, ché solo ostile finora a te s’era mostrato, e condannando il naufragio, tra le onde me accusasti di dar lutto agli inermi mortali, ritenendo l’alta tempesta esser per l’uomo il peggiore dei mali.

Dal dolore consunto e provato, verso Tarso volgesti la prora, ov’ha luogo la regale dimora cui un tempo giovasti non poco. Se memoria di ciò che hanno avuto lascia un segno nei cuori mortali, qui un rifugio fidato speravi trovare per la creatura che con te conducevi.

Ma come lepre che, stanca, s’appressa a una tana vicina, e accoglienza cercando morte invece vi trova, ché d’una serpe era dimora, così tu, eroe, nella casa che un tempo era amica hai lasciato la figlia adorata, ma l’invida nel cuore covata alla bimba fatale sarà.

Quando ivi, già volti tre lustri, per riunirti alla figlia tornasti, non la dolce sua figura ti accolse ma freddo e vuoto sepolcro, e per la vita anzitempo spezzata piangesti lacrime amare.

Della sorte accusasti le trame, ché del regno, di moglie e di figlia crudelmente t’aveva privato. Ma tu non conosci, mortale, i miei piani, che non ti è dato ancora scoprire; non comprendi le vie del destino che ho già scritto e voluto per te.

Io la sposa per te ho custodito, son io sono l’acqua che l’ha trasportata sulle creste veloci dell’onde, perché in tempo giungesse al lido dove vita per lei rifiorì. Nelle mani la posi del solo che poteva venirle in soccorso: Cerimone di Efeso era il suo nome, e con antiche magie e miracolosi unguenti nuovo giorno le diede, riaccese di luce i suoi occhi. E la giovane Marina perduta non era, ma rapita, ostacolata dalla sua stessa virtù, fonte d’invidia. Sulle mie acque fu condotta a Mitilene, ov’era destino vi ritrovaste. 

E lasciato di nuovo ogni porto sicuro, a lungo vagasti per l’acque profonde, invano cercando scampo alla pena infinita del cuore. E non mi sfuggì, mentre navigavi, la tua solitudine, conobbi il dolore della tua perdita, che muta ti rese la lingua e instancabili gli occhi, incapaci di trovare riposo.  Così ti osservavo viaggiare, e silenzioso guidavo i tuoi remi sospingendo l’agile legno verso giorni di nuova speranza.

La figliuola che avevi perduta, della quale piangesti la sorte, ti riabbraccia e l’affanno consola, ma non è ancora paga la sorte. Non ancora ti è dato fermarti, nuovamente riprende il tuo viaggio. Ti trasporto con corso sicuro dove il cuore avrà balzo gioioso: quella donna che amasti e perdesti in quel giorno di aspra tempesta, che vedovo padre ti rese, ora viva le braccia ti tende. Incredibile a dirsi la gioia quando persa speranza riaccende, e riporta nel cuore una fiamma che vivida arde e divampa.

Ora lascia gli affanni e i dolori che han segnato quel tempo lontano; ciò che ha tolto ti rende il destino: tu sei padre, marito, sovrano.

Questo il mio ruolo nella tua storia, questo quello che ho scelto di agire. Questo il compito del mio inferire nelle vicende mortali. Privare e restituire, reclamare e concedere, confrontar gli eroi con la mia possa, ché ciò che conta è l’ardire dell’uomo, la costanza che impegna nel viaggio; è il mio dorso quel banco di prova che le forze misura ed allena. Non abbiate timor nei marosi di smarrirvi e di provar pena, se quell’onda che abbatte e rivolta vi riporta più forti a voi stessi. Questa è la prova, il cammino di chi si vuole con me misurare, di chi non teme di mettersi in viaggio per trovare se stesso sul Mare.

Cymbeline, king of Britain

Francesca Caprioli, studentessa del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi, a. a. 2019-2020, riscrive in forma di fumetto il Cymbelin di Shakespeare.

Il testo base che ho utilizzato è il dramma romanzesco di Shakespeare: Cymbelin, King of Britain, in particolare tutte le scene dell’atto I e le scene I e II dell’atto II.

Per la mia riscrittura ho pensato ad un fumetto che potesse narrare le parti più importanti di queste scene dell’opera, con un linguaggio semplice e veloce, usando “il tu”, invece che “il lei” o “il voi” proprio per rendere più conversativo, informale – quasi quotidiano – il messaggio tra opera e lettore.

Secondo me è proprio attraverso le immagini del fumetto che si può accedere all’opera in modo piuttosto diretto. Infatti, ho scelto questa tecnica pensando anche al pubblico dei “più piccoli”, affinché questo tipo di opere possano essere conosciute anche da loro. Per la realizzazione delle scene del fumetto ho tratto le immagini da una rappresentazione teatrale dell’opera (Shakespeare’s Cymbeline- 2016, LOSALYVSTUDIO1), poi le ho cartoonizzate tramite il filtro di un’applicazione e, infine, le ho inserite in apposite slides, corredandole di vignette e didascalie.


Francesca Caprioli

I fili

Arianna Guidotto, in questa sua composizione, riscrive i personaggi shakespeariani di Marina e Innogene, nell’ottica del corso I drammi romanzeschi di Shakespeare I: Pericle e Cimbelino. Fonti e motivi, Letterature comparate B, mod. 1, prof.ssa Chiara Lombardi.

* * *

Era una nenia ipnotica; un olezzo stantio catturava il profumo della pioggia battente sulle pareti.

Le vene rigonfie sulle dita adunche; chiazze tiepide sporcavano la pelle incartapecorita, il respiro rotto della fiamma nel camino non riusciva a scansare quel gelo innaturale. Un freddo dello stesso sapore della polvere di secoli, millenni. La stessa consistenza algida del liquido amniotico in cui danzava l’universo non ancora formato.

“C’era una volta…”

Le unghie ingiallite volteggiavano veloci e abili, tessevano figure con l’ago lucente. La vecchia dagli occhi cisposi si fermò un istante.

“Vorrei che non fosse tutto così semplice, così scontato; non possiamo accontentarci sempre del solito lieto fine.”, il filo blu le si afflosciò tra le nocche.

La sorella senza volgere lo sguardo annuì tra i fulgori aranciati del fuoco; la finestra cigolò lasciando trapelare la sinfonia fluida delle nuvole, l’olezzo di erba zuppa di tempesta.

“Cambiare direzione a metà dell’opera potrebbe disgregare il tessuto”; rispose l’altra circondata da ghirigori lanosi.

La terza sorella stava muta, un po’ discosta osservava il soffitto picchiettato dal temporale.

“Meritano di più, meritano di vedere, di saggiare il destino in tutte le sue sfumature, scoprire le possibilità nascoste nell’anima”; sussurrò metallica la prima voce, gli occhi sbarrati.

C’erano una volta le tre Parche, Signore del Destino, Figlie della Notte. Abbandonate in una torre ripida e dimessa, avvolte nello scialle dell’eterna vecchiaia.

C’erano una volta tre sorelle cieche che intessevano opere mirabolanti, brulicanti di vita. Di morte.

La prima arrotolava i fili al fuso, spaghi palpitanti di migliaia di corpi, generazioni di uomini in balia dell’esistere.

La seconda ne intrecciava gli sguardi, le ore, i respiri.

La terza acquattata in un cantuccio con la sua forbice ammiccante nel buio, era pronta a spargere la quiete dell’immobilità perenne.

“C’era una volta una figlia nata in simbiosi con la morte, sovrastata da saette e nubi spesse,

C’era una volta Marina, che ammaliava gli uomini con il suo candore; fino a quando un giorno decise di fare ritorno al luogo che aveva ascoltato il suo vagito. Le sirene l’accolsero tra loro; tranciarono le sue gambe, le diedero un intruglio denso contenente l’essenza del mare. Per tre giorni e tre notti il suo corpo fu cavalcato dai fremiti, crampi lancinanti. Squama dopo squama, stilettata dopo stilettata una magnifica coda emerse dal suo stesso sangue. Il grido della fanciulla squassò le profondità degli abissi…”

MARINA

Il profumo ruvido
Dei granelli di sabbia,
incrostano le ciglia
mi avvolgono in un refolo spinoso,
Respiro il sole pungente
Un brivido gelato
Un soffio
Solitudine.
Qui, sullo scoglio aguzzo,
spuma frizzante
schiaffeggia il mio volto;
arrotolo una ciocca tra le dita
il mare ha tinto di blu i capelli,
profumano di alghe
la mia voce è il fruscio di una conchiglia
affonda lentamente,
elegante.
Hanno amputato le mie gambe
Belle, tornite
Martoriate dal destino,
In cambio di una coda.
Ho barattato i miei sospiri
Per il canto maledetto e suadente
Delle sirene.
Ho scelto la leggerezza di una bollicina
La violenza irriverente del buio
Che macchia lo sciabordio
Quando il cielo si veste di pioggia
Ed Eolo scatena la sua furia.
Ascolto il rollio della tua nave
Riconosco quello sguardo umido,
gli stessi occhi che mi spinsero lontano
tra braccia sconosciute
quattordici anni fa.
Sono io, Marina.
Ho scelto di annegare i ricordi.
Sei così emaciato, consumato
Pericle.
Intravedo la tua anima
Sotto la pelle ormai evanescente,
so che puoi vedermi
non fingere più.
Qui su questa nuda pietra
Guardami,
Stringi le mie dita gelide
Sono tua figlia.
Vieni con me,
il fondale tracima di colori
sfumature
bellezza
silenzio.
Seguimi
Dimentichiamo le assenze.
Chiudi le palpebre
Il tuo viso diventa sempre più blu
Come la mia chioma
Ascolto i tuoi battiti assopirsi
Sorridi
I tuoi pensieri si affievoliscono
Spegnendosi nell’abisso muto
Abbracciami.
E resta con me, papà
per sempre.

“È uno scempio!”

La seconda sorella si rizzò sulle gambe sottili scagliandosi sulla prima, afferrandola per la gola.

 E Strinse. Ma l’altra, dimenandosi, riuscì a rifugiarsi dietro la terza sorella apparentemente indifferente.

“Non osare…” il volto incavato si deformò in un ghigno;

“Non posso più stare a questo gioco, l’ira degli dei si abbatterà su di noi, terza sorella aiutami!”

“La forbice è ben affilata” bisbigliò quest’ultima.

“Gli dei non ci fermeranno” tuonò la prima, “le donne non saranno più solo delle belle statuine da ammirare; possiamo incoronarle eroine e spogliare uomini e dei della loro superbia”.

“Moriremo tutte e con noi l’umanità” singhiozzò la tessitrice di destini.

“C’era una volta una principessa divorata dalla fiamma di Amore. E proprio per questo il sadico padre la rinchiuse in una torre; la giovane rinunciò alla luce del sole. La reclusione diluiva il ticchettio delle ore, dei giorni. Ma il tempo scioglieva le voci sedimentate in angoli reconditi della sua anima. Erano bisbigli insinuanti, melliflui. “Innogene, la bambola incantevole di Cimbelino. Innogene la moglie senza macchia…”

Ma era davvero così? Era lei quella fanciulla trasformata in burattino da un vortice di sguardi? Lei chi era? 

Il grido della vendetta avviluppava la sua mente, offuscandola…”

INNOGENE

Fluidi vermigli scivolano sul pavimento, schizzi rossi, un caleidoscopio di sangue sulle pareti.
C’è qualcosa che luccica, una scintilla dorata in questa polla dal fetore penetrante.
È il nostro anello, amore; ha abbandonato il tuo anulare inerte.
Riesco a percepire il baluginio nero delle tue pupille, mi osservi attraverso una patina che s’ispessisce di minuto in minuto.
Rigiro questo pugnale algido con queste mani impregnate di te, gocce vermiglie colano lungo i miei polsi cerei. Non sento più nulla, il respiro è immobile.
Ho dovuto farlo, Postumo, il tuo amore succhiava la mia vita giorno dopo giorno, impallidiva le mie guance, divorava la mia fame di vita.
La tua passione era così incombente da uccidermi. Mi riempiva fino ad implodere. Per questo ho scelto di rubarti la prossima aurora.
Volevo essere libera, volevo svincolarti da questa magica illusione. Perché io non sono perfetta e pura! E non voglio esserlo. Non mi conosco ancora e ho intenzione di scoprirmi poco alla volta.
Sei così bello nel tuo candore marmoreo. Uno squarcio slabbrato avvolge il tuo collo come un manto regale; le tue labbra socchiuse sembrano volermi parlare, ma è solo la lama argentea della luna a intagliare inganni.
Chissà cosa sognavi, la tua fronte è ancora corrucciata. Forse pensavi al nostro matrimonio, alla tua bella sposa ricoperta di bianco, i fiori odorosi sul petto.

Forse ti amavo, Postumo, ma ho scelto di dimenticarci per imparare ad amare me, a mettermi al primo posto. Una donna che non conosce se stessa, che non si vuol bene non può essere amata a sua volta. Oggi finalmente ho infranto le immagini fasulle dei vostri sguardi.
I tuoi.
Quelli di mio padre. che adesso giace sulla pozza delle sue stesse vene squarciate.
Ho distrutto la vostra incantevole fanciulla. La vostra Innogene.
Non sono l’innocente, l’angelica, la casta.
Sono umana.
E voglio vivere al ritmo dei miei palpiti impazziti, sulla melodia tumultuosa del domani.
Addio Postumo.
Addio Innogene.

Il buio invase la torre, le fiamme nel camino spirarono tra la cenere. Le sorelle si strinsero con le braccia ossute, piangevano lacrime pesanti come gli anni.

Aghi e fili riposavano sull’impiantito di pietre sconnesse. Sul tessuto accanto ai piedi nudi rilucevano colori nuovi. Erano vividi, violenti. Erano vivi e anche gli dei ne avrebbero gioito, forse.

Un rumore metallico sfiorò l’oscurità pastosa.

Un taglio netto, il fruscio dei fili spezzati.

Omnia mutantur, nihil interit. Le influenze ovidiane nella filosofia della natura di Leonardo da Vinci

di Andrea Pace

Scrivere di Leonardo da Vinci, e in particolare della Gioconda, può, con molta facilità, sfociare in luoghi comuni sedimentati da secoli nella mente e nell’immaginario di chiunque ne abbia sentito parlare: il genio dell’artista, il più importante ritratto – o addirittura il dipinto – mai fatto, lo sfumato di Leonardo e il sorriso enigmatico della Gioconda.

Un aspetto, a parer mio importante, spesso tralasciato o magari solo considerato marginale è quello della filosofia della natura di Leonardo, troppo importante per un uomo che ha votato l’intera sua esistenza allo studio ossessivo di tutti gli aspetti della grande Madre, dalle conchiglie fossili che trovava nel giardino di casa ai mari, dai fiumi alle montagne, senza mai tralasciare di raffigurare ogni cosa attraverso il suo sublime disegno e i suoi dipinti. Una filosofia della natura che, fra le tante influenze, deve tantissimo alle Metamorfosi di Ovidio, a partire dalla sua descrizione della genesi del cosmo e dell’uomo, fino al quindicesimo libro, da cui l’artista fiorentino ricava gran parte della sua concezione naturale.

Omo sanza lettere, come si autodefiniva nei suoi scritti, Leonardo non poté studiare, al pari dei suoi contemporanei umanisti, il latino e il greco; sentendosi in difetto andò alla ricerca continua di una nuova forma di conoscenza, sottovalutata e malconsiderata all’epoca, ovvero quella che lui definì la sperienza. Leonardo però non rifiutò mai di studiare i grandi scrittori del passato, da lui definiti altori, anzi tra i suoi innumerevoli manoscritti sono stati trovati diversi elenchi di libri in suo possesso o anche solo desiderati. Tra tutti i suoi testi, come spiega Carlo Vecce, le Metamorfosi ovidiane sono il grande libro della natura per il giovane Leonardo a Firenze negli anni Settanta[1] da cui trasse spunto per scritti, disegni e dipinti.

Le Metamorfosi

Il poema latino, che probabilmente costò l’esilio al suo scrittore, narra di forme mutate in corpi nuovi, di trasformazioni, violenze fatte e subite, fughe e inseguimenti, amori e tradimenti, ma soprattutto di una natura vitale, che nonostante le ire e i progetti di distruzione divini non muore mai, ma anzi si trasforma in altro, in qualcosa di migliore rispetto alla condizione precedente.

Nel Libro I Ovidio racconta che in principio era il Caos – descritto come il volto della natura (naturea vultus) al verso n.6 – ma una natura melior, una divinità – non importa quale – intervenne per mettere ordine e così separò il cielo dalla terra, quest’ultima dall’acqua e poi l’aria spessa dal cielo puro. Il passo successivo furono i quattro elementi per dare ulteriore ordine all’universo, poi avvenne la separazione delle acque, dei venti e delle aree climatiche, fino a giungere alle stelle scintillanti e palpitanti. In ultimo fu creato l’uomo, proprio per guardare la meraviglia del cielo stellato.

Questa descrizione della creazione del cosmo, in molti aspetti simile a quella biblica[2], deve molto alla filosofia antica, in particolare a quelle anassagorea e pitagorica. La prima non è mai citata esplicitamente, ma diversi termini del primo libro sembrano essere diretti rimandi al pensatore di Clazomene – o almeno a un contesto culturale influenzato dalle sue idee sul cosmo –: il Caos iniziale, descritto come rudis indigesteque moles… non bene iunctarum discordia semina rerum[3]e ordinato da una divinità – quisquis fuit[4] –, è troppo simile alle anassagoree omeomerie (termine dato da Aristotele ai semi originari di Anassagora) inizialmente mescolate caoticamente, ma poi ordinate da un non meglio determinato Nous, una ragione ordinatrice, una forza separatrice che porta il filosofo a comprendere che tutto è in tutto, che in natura ogni cosa è unita alle altre.

La filosofia pitagorica di Ovidio invece è esplicitamente mostrata nel Libro XV, in cui è proprio il filosofo di Samo a parlare dalla sua adottiva Crotone enunciando un discorso che mescola il pitagorismo con varie filosofie, come quelle Anassimandrea – di cui Pitagora fu allievo –, Empedoclea ed Eraclitea: la nuova filosofia deve portare i suoi acusmatici[5] discepoli a elevarsi a non temere più la morte, poiché i corpi si dissolvono e si decompongono, ma le anime sopravvivono e si reincarnano. Le forme cambiano, così come i fiumi, le acque, il colore del cielo, i quattro elementi, la Luna, le stagioni, gli uomini, i cadaveri, i popoli, le civiltà e i costumi, ma una sola è la verità che permane nel tempo: Omnia mutantur, nihil interit[6].

La filosofia della natura di Leonardo

A questo punto il passaggio alla filosofia della natura di Leonardo è fin troppo semplice: tutte le sue tensioni epistemologiche riguardo le ragioni seminali del cosmo vengono a galla (parafrasando l’introduzione di Carlo Vecce agli Scritti di Leonardo) e

trovano espressione in quei fogli del primo periodo milanese che in un discorso unitario, introdurranno il mito vinciano della caverna scrigno dei segreti naturali…collegato all’esposizione della dottrina di Pitagora nel XV libro delle Metamorfosi di Ovidio.[7]

In quegli scritti Leonardo inventò e raccontò alcuni miti, di cui sarà utile al presente discorso tenerne a mente tre: Il mostro marino (Ar. 156), L’accrescimento della terra (Atl.715) e La caverna (Ar. 155v). Nel primo si narra la storia di un oscuro e terribile mostro marino che distrugge e intimorisce ogni cosa gli si ponga di fronte; ma anche questo mostro è costretto a morire, come ogni elemento della natura, poiché il tempo, consumatore delle cose[8],in sé rivolgendole dà alle tratte vite nuove e varie abitazioni e ora il mostro disfatto dal tempo, paziente diace in questo chiuso loco. Colle ispogliate, spolpate e ignude ossa ha fatto armadura e sostegno al sopraposto monte[9].

Il mostro è morto e decomposto, ma la legge che domina l’universo vinciano è quella di Ovidio, quella dell’omnia mutantur, nihil interit, che in Leonardo diviene la legge di accrescimento della terra, che lo porta a chiedersi: Or non s’è veduto le sassose cime de’ monti, la viva pietra per lungo tempo col suo accrescimento aver inghiottito una appoggiata colonna, e… aver lasciato nel vivo sasso la sua accanalata forma?[10] La necessità naturale prevede dunque che nulla si distrugga, nemmeno le rocce, ma che ogni elemento si trasformi in un altro riassumendo in questo modo le principali influenze prima descritte: Anassagora – citato esplicitamente da Leonardo in Atl. 1067[11] – e Pitagora, riassunti nella figura di Ovidio scrittore delle Metamorfosi.

Il mostro deceduto e decomposto non si trasforma in un qualsiasi elemento naturale, ma in sostegno al sopraposto monte, che sembra essere la Caverna di cui Leonardo aveva già parlato nei suoi scritti con questi termini:

E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desidero: paura per la minacciante e scura spilonca, desidero per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa.[12]

Una caverna che è il simbolo della vita di Leonardo, della sua brama di conoscenza che, in quanto omo sanza lettere, deve partire dall’esperienza sensibile del mondo, ma in quanto genio deve essere accompagnata e stimolata dalla lettura di quegli altori tanto stimati, ma senza divenire uno dei trombetti e recitatori delle altrui opere, che vanno sconfiati e pomposi, vestiti e ornati non delle loro ma delle altrui fatiche[13].

La Gioconda

Per Leonardo dunque le forme non sono mai fisse o stabili, la natura non è mai sempre la stessa; riprendendo le antiche filosofie ricorda alla sua epoca che l’universo muta costantemente e senza riguardi per gli esseri che lo popolano, compresi gli uomini. Tutto si trasforma, nulla perisce è il suo insegnamento, che porta con sé tante questioni esistenziali che saranno care ad altri pensatori e scrittori del futuro[14]. Leonardo è ben cosciente che queste teorie possano spaventare gli uomini, che la necessità naturale con il suo ciclo fatto di nascita, vita, morte e rinascita in altra forma atterrisca ogni individuo che ignori le ragioni ultime, seminali, del cosmo, ma proprio per questo propone un dipinto come mai ne furono realizzati prima: la Gioconda.

L’esperienza – unita alla ragione e allo studio – deve portare alla ricerca delle suddette ragioni, alla comprensione delle leggi naturali e alla loro rappresentazione nei dipinti e negli infiniti disegni e abbozzi[15], che culminano nella Monna Lisa, che forse più che un ritratto può essere considerato un trattato di filosofia della natura[16]. Leonardo nel Trattato sulla pittura dimostra come ogni figura per essere perfettamente dipinta debba partecipare della luce e dell’ombra: le due non devono mai essere separate, anzi devono sfumare l’una nell’altra in una coincidentia oppositorum che ancora rimanda alle filosofie precedentemente menzionate e si rafforza con l’uso di colori opposti affiancati; questa teoria in Leonardo prende il nome di recto contrario ed elimina la concezione del simile conosce il simile, conducendo lo spettatore in un dipinto che si fa specchio, interpretazione e ricreazione della natura, cercando di unire opposti apparentemente inconciliabili (luce e ombra, bianco e nero, necessità e libertà, distruzione e rinascita, paura e ardente desiderio).

Nella Gioconda, tralasciando tutte le questioni riguardo l’identificazione storica, la donna ritratta viene mostrata dall’artista come altro rispetto al pensabile e al dicibile[17], come l’unione di tutti gli archetipi umani, delle figure di donne viste e immaginate: le linee sfumate e il colore perfettamente distribuito rendono quel volto inafferrabile e non commentabile. Il suo volto si fa specchio, si lascia guardare, ma prima di tutto guarda: ricambia lo sguardo dello spettatore, ma in realtà è lei stessa che lo sta aspettando da secoli. Questo sguardo che dura secoli trascina lo spettatore all’interno del dipinto e attraverso i contorni levigati e sfumati lo trasporta direttamente nel paesaggio retrostante, desolato, triste e dai colori uggiosi: montagne stanno per crollare, fiumi in piena stanno per inondare e distruggere ogni cosa, i ponti sono sul punto di essere abbattuti dalle acque e il mondo intero sembra dover cambiare totalmente. Lei però, divina figura, ammicca e sorride, quasi indifferente a tutto ciò; in questo rapporto di singolo a singolo, o meglio di singolo a incomprensibile divinità Leonardo mostra il suo più grande lascito: ha oramai fuso completamente uomo e natura, ha compreso l’indivisibile unione tra tutti gli opposti, tra chiaro e scuro, distruzione e rinascita, necessità e forza creatrice carica di bellezza e armonia; ma non è solo questo, anzi sta dicendo che il mondo fuori di noi è sì meraviglioso, ma è anche terrificante poiché c’è sempre quel mostro marino, scuro e gigantesco, simbolo della necessità naturale che è pronto a distruggerci con diluvi, tempeste, eruzioni vulcaniche e il debole uomo nulla può fare se non cogliere la divina armonia in tutto questo, o meglio trasformare quel mostro nel volto meraviglioso di una donna storica che forse non è mai esistita, che più che una donna forse è la personificazione di quel naturae vultus descritto da Ovidio.

Sulle orme del Pitagora ovidiano insegna a non temere la morte e la distruzione, poiché i corpi, una volta che li ha dissolti il rogo con la fiamma, o il tempo con la decomposizione, non soffrono più[18], idea che per Leonardo si traduce nel meraviglioso ed enigmatico volto di una dama, in un dipinto che non fa altro che riprendere e rendere più diretto e comprensibile il poema ovidiano e le sue teorie pitagoriche – ciò non deve stupire in Leonardo, che appena poteva spendeva parole per sottolineare la superiorità della pittura su tutte le forme artistiche e in particolare sulla poesia, troppo complessa e prolissa, che rischia costantemente di annoiare e rimanere ermetica, mentre il dipinto, con l’uso delle suddette conoscenze e tecniche, è immediato, diretto e facilmente comprensibile.

Insomma il terrificante mostro marino è morto, il suo scheletro simbolo della necessità naturale ha subito la metamorfosi in caverna e infine in dama rinascimentale, ma ora non spaventa più; ora l’uomo, seguendo Leonardo – che per primo si è avventurato in essa caverna –, ha le armi per comprendere che il sorriso della Gioconda è sì ambiguo, ma che solo lo studio e la conoscenza della natura possono renderlo rassicurante e non più qualcosa di beffardo e incomprensibile: qui sta per Leonardo la libertà umana, nell’inserirsi nel sistema della natura, nella necessità che la domina e ricercando le ragioni seminali delle innumerevoli metamorfosi che la contraddistinguono trovarne l’infinita bellezza.

Bibliografia

Ovidio (2015), Metamorfosi, trad. it. a cura di P.B. Marzolla, Torino, Einaudi.

L. da Vinci (1992), Scritti, a cura di C. Vecce, Milano, Mursia.

G. Cuozzo (2013), Dentro l’immagine. Natura arte e prospettiva in Leonardo da Vinci, Bologna, Il Mulino.

Carlo Vecce (2017), La biblioteca perduta. I libri di Leonardo, Roma, Salerno editrice.

Genesi, in La Bibbia di Gerusalemme, Bologna, ed. Dehoniane.


[1] Carlo Vecce (2017), La biblioteca perduta. I libri di Leonardo, Roma, Salerno editrice, pag. 156.

[2] Si vedano, come più lampanti esempi, in Genesi 1-2 la cosmogonia derivante da un processo di separazione delle forze e di ordinamento da parte di Dio e la creazione di un uomo a Sua immagine e somiglianza per mezzo della polvere del suolo, mentre per Ovidio avviene attraverso la terra ancora recente, che ancora ha in sé parte del cielo divino.

[3] Ovidio, Metamorfosi, Libro I, vv. 8-9, pag. 4. Mole informe e confusa… ammasso di germi discordi di cose mal combinate.

[4] Ivi, v. 32, pag. 6. Chiunque egli fosse.

[5] Ivi, Libro XV, pag. 607. Schiere di discepoli muti e compresi d’ammirazione.

[6] Ivi, v. 165, pag. 612. Tutto si trasforma, nulla perisce.

[7] C. Vecce (1992), Introduzione, in Leonardo da Vinci. Scritti, Milano, Mursia, pag. 7.

[8] Traduzione letterale del Tempus edax rerum di Ovidio in Metamorfosi, Libro XV, v. 234.

[9] L. da Vinci, Il mostro marino, in Leonardo da Vinci. Scritti, pagg. 164-65.

[10] Ivi, L’accrescimento della terra, pagg. 163-64.

[11] Anassagora. Ogni cosa viene da ogni cosa, e d’ogni cosa si fa ogni cosa, e ogni cosa torna in ogni cosa, perché ciò ch’è nelli elementi è fatto da essi elementi.

[12] Ivi, La caverna, pag. 162.

[13] Ovvero coloro i quali non fanno altro che citare e allegare le tesi dei grandi uomini del passato senza però conoscerne le ragioni seminali, senza sperimentarne la verità.

[14] Si pensi anche solo a Leopardi e alla sua ripresa del tema leonardiano della natura madre e matrigna e della sua indifferenza verso l’uomo, ben rappresentata nel Dialogo della Natura e di un Islandese.

[15] Si può dire che con il disegno Leonardo mette in ordine la realtà, ne comprende le forme originarie, ma con la pittura fa ciò che Ovidio fece con la poesia: spiega ai comuni mortali ciò che ha scoperto della natura ricreandola con forme e colori. Come detto nel retro del ritratto di Ginevra de’ Benci: Virtutem Forma Decorat, ovvero la forma adorna la virtù, interpretabile anche come la bellezza adorna la conoscenza.

[16] Come sostiene G. Cuozzo (2013) in Dentro l’immagine. Natura, arte e prospettiva in Leonardo da Vinci, Bologna, Il Mulino.

[17] Ivi, pag. 121.

[18] Ovidio, Metamorfosi, Libro XV, vv. 156-57.

FORMS, HISTORY, NARRATIONS, BIG DATA: MORPHOLOGY AND HISTORICAL SEQUENCE

Il Centro Studi “Arti della Modernità” intende organizzare a Torino,
il 20 e 21 novembre 2019, un convegno internazionale sul rapporto tra Forme, storia, narrazioni, big data: Morfologia e diacronia.

Il convegno si concentrerà sulla relazione tra storiografia, critica letteraria e la più vasta area di pratiche interpretative dell’opera d’arte, nel dialogo tra varie discipline e prospettive.
Lo scopo è quello di tornare a riflettere sulla tradizione del dibattito critico e filosofico sulla nozione di forma e sulle sue trasformazioni contemporanee, a partire dal modo in cui sono state definite da studiosi come Georg Simmel, André Jolles, Aby Warburg, Roland Barthes, Paul Ricoeur, e altri. La discussione si concentrerà sulla dialettica di morfologia e storia, sistema e diacronia, nozioni essenziali per la comprensione di questioni come quelle di trasformazione e struttura (centrali per lo strutturalismo e il post-strutturalismo) e di interpretazione artistica e letteraria (essenziali per l’ermeneutica).

Qui la call for papers.